Di Davide Bergami e Antonella Bergonzoni
Prefazione
Tra genti Tuaregh c’è un antico detto che dice “….. il deserto fu donato da Dio agli uomini per ritrovare
la loro anima”.
Durante la prima volta di un viaggio nel Sahara, si può rimanere catturati dalla sua misteriosa bellezza,
così prima o poi saremo costretti a tornarci una seconda volta e poi magari sempre più spesso.
Il Sahara, è il deserto per antonomasia, ed un viaggio alla sua scoperta è molto più di un’avventura; la
sua vastità ed immutabilità di questo mondo senza tempo, la si può avvicinare al nostro concetto di
perfezione.
Chi riesce a vivere e percepire la magia che sprigionano questi luoghi aridi ed inospitali, sa benissimo
che ritornare tra le rocce e le sabbie di questo deserto, è una scelta che ci permette di affrontare con
rinnovato piacere le “scomodità” di una vacanza sahariana.
La repubblica d’Algeria, indipendente dal 1962, è situata nella parte nord occidentale dell’Africa; con i
suoi 2'800'000 kmq è il secondo paese in ordine di grandezza del continente africano, il decimo al
mondo e vasto ben otto volte più dell’Italia.
Con questi numeri è facile parlare di grandi spazi e grandi orizzonti. Il territorio del grande sud
sahariano, occupa ben il 52% dell’intero territorio algerino, con un clima tipicamente desertico, con forti
escursioni termiche tra il giorno e la notte e precipitazioni assai scarse.
Vista l’enorme desertificazione del territorio, la quasi totalità della popolazione si concentra lungo la
fertile fascia costiera.
Il deserto algerino lo si può considerare il capostipite del turismo sahariano. L’Algeria era una delle
colonie francesi più vecchie; qui oltre ai numerosi interessi economici, vi era un legame affettivo molto
forte e profondo, in quanto la popolazione francese la considerava un’estensione della Francia e con
un attaccamento al territorio forte quanto la loro patria.
Questi legami uniti alla presenza di molte infrastrutture ed una profonda conoscenza del territorio,
furono i motivi che spinsero molti francesi ed europei a questo nuovo tipo di turismo, nato dopo
l’indipendenza del paese nei primi anni sessanta.
La barriera naturale che offre il deserto sahariano, ha risparmiato le genti Tuaregh del sud algerino,
dalla guerra civile che infuria (e che non si è ancora conclusa nonostante gli sforzi dell’attuale governo
in carica) nel nord del paese, che ha provocato una vero e proprio bagno di sangue dei suoi stessi
cittadini, stimato in oltre centomila vittime. Qui il richiamo del fondamentalismo non ha fatto presa sul
popolo Tuaregh; un popolo con una forte identità, da sempre fiero della propria libertà ed
indipendenza.
Il turismo è praticamente l’unica risorsa di queste genti; è da qualche anno che i turisti europei stanno
timidamente ritornando alla riscoperta delle bellezze di questo angolo del Sahara.
Il nostro viaggio avviene a distanza di circa due mesi dagli attentati su NYC ed il Pentagono; molti
sull’onda emotiva di quanto è successo hanno preferito rinunciare. Dopo aver ricevuto dall’agenzia
ampie rassicurazioni in fatto di sicurezza e di fattibilità, sotto lo sguardo a dir poco allibito di parenti ed
amici, raggiungiamo all’aeroporto di Fiumicino i nostri altri due compagni di viaggio Paola e Felice e la
nostra guida Tuaregh, Monseur Djaba che ci accompagnerà durante tutto il tour.
Il viaggio
Partendo da Roma in volo per Algeri, siamo costretti ad una notte nella capitale algerina; purtroppo non
è possibile avere la coincidenza in giornata per il sud est del paese.
“Algiers la blanche”, così la descrive lo scrittore e premio Nobel per la letteratura Albert Camus (nato in
Algeria nel 1913 da una famiglia francese); nella mezza giornata a nostra disposizione, abbiamo
passeggiato sul lungomare Rue de la Marine, ammirando i suoi eleganti palazzi dagli alti porticati
intonacati di bianco, ricordo dell’occupazione coloniale francese.
Subito alle spalle di questa zona in stile prettamente europeo, si trova una collina dove è ubicata la
Casbah, vero e proprio cuore
arabo della città, fatta di
vicoli stretti e in parte
decadenti.
Una veloce visita poi ci
porterà al Piazzale del
Memoriale del Martire, dove
svetta un’imponente
monumento dedicato ai
martiri della liberazione; da
qui si ha una bella vista sulla
capitale, sul suo lungomare e
su un bel palmeto del
giardino botanico che
abbiamo di fronte.
Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto e con un volo raggiungiamo DJANET, dove ci attende Elkher
il fido compagno di tanti viaggi di Djaba. Situata nel profondo sud algerino e adagiata sul fondo
dell’Oued Edjeriu, che conserva ancora intatta la sua vita di città nomade di frontiera.
DJANET ex Fort Charlet, dal nome di un comandante della guarnigione francese, è chiamata anche la
perla del Tassili, ed è una bella oasi di montagna saharaina posta ai bordi dell’antica falesia
dell’altopiano n’AJJER, punto di partenza e d’arrivo per le escursioni sul Plateau del TASSILI.
Lo splendido isolamento geografico di questa oasi è dovuto al fatto che a nord si estende per circa
1'000 km il grande Erg Orientale, a sud centinaia di km di pista desolata la separa dalle saline del
Algeri – Rue de La Marine Kaouar, ad ovest si trovano le magnifiche dune dell’Erg di Admer e infine a est si erge l’imponente
altopiano roccioso del TASSILI n’AJJER, meta del nostro viaggio.
La parte antica di questa splendida oasi è abbarbicata sull’erta della falesia, ed è costituita da
abitazioni di fango e pietra; da qui è possibile ammirare il grande palmeto con circa 20'000 palme da
dattero e gli orti sottostanti,
decisamente lussureggianti
se si tiene in considerazione
a quale latitudine ci troviamo.
DJANET conta circa 7'000
abitanti ed è suddivisa in
quattro villaggi: EL MIHANE
(dei nobili), ADJAHIL (degli
schiavi affrancati),
AZELLOUAZE e TIN
KHATAMA (dei Tuaregh
sedentarizzati), le cui origini
affondano nella notte dei
tempi.
Quest’oasi basa la sua
economia sulla produzione delle oltre 30'000 palme e degli orti, che garantiscono la sopravvivenza ai
Kel Djanet, sulla ripresa delle attività legate al turismo e sui contrabbandi con il confinante Niger.
Un breve giro a piedi ci fa entrare in contatto con la realtà pigra e cordiale del luogo; gli uomini sono
seduti lungo i muri delle
case, mentre alcune donne
in abiti scuri portano carichi
sulla testa. Uno sguardo
veloce al mercato, piccolo
ma essenziale e subito
corriamo ad acquistare
qualche souvenir, in
particolare le famose e
splendide croci Tuaregh.
I dintorni di DJANET offrono
parecchi luoghi suggestivi
che meritano senz’altro una
visita, come TIKOBAUIN
dove ci aspetta una
splendida distesa di guglie e torrioni di arenaria, creati dall’erosione del vento, posti tra corridoi di
sabbia dorata finissima. ESSENDILENE è una sosta obbligata per ammirarne il parco; dapprima si
entra in un vasto oued, delimitato ai suoi fianchi da imponenti torrioni di arenaria, dove una volta
L’oasi di Djanet
La regione di Tikobauin
arrivati in fondo troveremo con nostra sorpresa una rigogliosa vegetazione costituita di palme ed
oleandri.
Per raggiungere la guelta, lasciati i fuoristrada, percorriamo a piedi uno stretto canyon incastonato da
alte pareti rocciose, ricco di
oleandri, acacie e tamerici;
alla fine possiamo finalmente
ammirare questa misteriosa
guelta di un colore verde
cupo.
Nel nostro peregrinare
abbiamo la possibilità di
vedere una grande tomba
solare, splendido esempio di
sepoltura neolitica, composta
da un tumulo centrale e da
due circonferenze di pietra.
In seguito ci attende una
piacevole “cavalcata” fra le
morbide dune di sabbia dal
color cipria dello splendido Erg ADMER. Qui si potrà ammirare un insolito panorama; il contrasto fra il
colore scuro dei contrafforti del TASSILI e la morbida tinta d’orata delle sabbie dell’Erg, donano al
paesaggio un tocco di magica irrealtà.
Costeggiando poi la falesia
del TASSILI n’AJJER, si
raggiunge TERARART, dove
alti torrioni di arenaria si
innalzano dalle sabbie per
svettare nel cielo, sulle cui
pareti si può ammirare una
delle più belle incisioni del
neolitico, “le vacche che
piangono”, un bassorilievo di
grande pregio.
L’altopiano del TASSILI
n’AJJER si sviluppa per 750
km di lunghezza, con una
larghezza variabile da 60 a
100 km, ed è paragonabile ad un’immensa astronave che emerge dalle sabbie che lo circondano.
Il Parco nazionale del TASSILI n’AJJER per il suo immenso valore nautrale e culturale, è dal 1982
inserito nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dal 1986 è stato inoltre inserito nella rete
La guelta di Essendilene
internazionale del Patrimonio dell’Uomo e della Biosfera (MAB – UNESCO), diventando così la prima
riserva della biosfera sahariana al mondo. L’accesso a questo parco nazionale è severamente proibito
se non si è in possesso di un’apposita autorizzazione ufficiale e di una guida al seguito.
Quello che rende il TASSILI singolare ed unico al mondo, sono le sue celebri pitture e graffiti disegnati
sulla roccia, in una delle più
grandi concentrazioni al
mondo di arte rupestre, che
raccontano la straordinaria
evoluzione che ha subito il
clima e le popolazioni in
questa zona del pianeta.
Il valore artistico più alto è
raggiunto nell’epoca neolitica
e nella preistoria,
approssimativamente tra il
7'000 e il 6'000 a.c.
Questo vastissimo altopiano è
formato da arenarie
antichissime create dai
sedimenti marini, quando decine di migliaia di anni fa i mari occupavano queste terre.
In lingua tamashek TASSILI n’AJJER significa altopiano dei fiumi; qui in tempi remoti i fiumi scorrevano
numerosi e l’acqua ha scavato i profondi canyon che ora solcano l’altipiano.
Grazie alla sua scoperta e alle successive esplorazioni di Henri Lhote, siamo in grado di comprendere
come 8'000 anni fa vivevano i
nostri antenati, in un clima
completamente diverso
dall’attuale, con la presenza
di fiumi impetuosi, di foreste
lussureggianti e molte specie
animali come giraffe,
ippopotami, coccodrilli e
rinoceronti che hanno
popolato tutta l’Africa
settentrionale.
Ora, l’ambiente del TASSILI
si presenta con un paesaggio
pietrificato di rocce di arenaria
dalle forme singolari e
bizzarre, arido, praticamente inospitale dove sole e vento regnano incontrastati. Falesie scoscese,
foreste di pietra, canyon e gole talmente incassate che il sole vi penetra soltanto quando è sulla
Erg di Admer – incontro tra sabbia e roccia
verticale, formazioni rocciose dalle incredibili forme scolpite dall’acqua, dal vento e dall’equilibrio statico
in apparenza impossibile, guelte scavate nell’arenaria, sono le componenti paesaggistiche che
colpiscono il viaggiatore, immerso in un mondo totalmente diverso da tutto ciò che lo circonda.
Vista la natura geografica di questo altipiano, per raggiungere i siti ove si trovano le pitture rupestri più
importanti, è necessario
effettuare un trekking a piedi;
questo itinerario si svolge
nell’area nord orientale del
TASSILI.
Si parte da DJANET di buon
ora con i fuoristrada fino ai
piedi dell’Agba di
TAFELALET, dove inizia il
sentiero che ci porta sulla
sommità del Parco Nazionale.
Qui troveremo i Tuaregh con
una carovana di asini che
saranno utilizzati per portare i
bagagli, i viveri e l’acqua
necessari per essere autosufficienti per tutta la durata del trekking.
Iniziamo la salita in un ampio canalone dalle pareti scoscese su di una pietraia sconnessa, che si
restringe man mano che ci inerpichiamo verso la sommità dell’altipiano.
Dopo quattro ore di marcia, superato un dislivello di circa 500 metri raggiungiamo l’altipiano; qui
improvvisamente le alte mura
rocciose scompaiono, lo
spazio si apre su di un
tavolato piatto perfettamente
orizzontale, coperto di sassi
neri che brillano sotto un sole
implacabile.
Ci incamminiamo verso est, in
fila indiana, in un paesaggio
desolato sferzato dal vento,
senza punti di riferimento e
privo di qualsiasi forma di
vita, se non la presenza di
qualche filo d’erba ingiallito.
Dopo un pomeriggio di
marcia, quando al crepuscolo la luce cambia, raggiungiamo la valle dell’oued TAMRIT, più conosciuta
come “la valle dei cipressi”. Qui, circondato da un deserto che si estende per centinaia di chilometri,
Gli incredibili canyon del Tassili
sopravvivono nel letto del fiume fossile decine di grandi cipressi millenari, (il loro nome botanico è
cupressus dupreziana) ultimi testimoni di una flora un tempo rigogliosa ed oramai estinta.
La loro età è stata stimata intorno ai 4'000 anni; i Tuaregh li chiamano “Tarout” e sono dei veri e propri
fossili viventi, viaggiatori del tempo che hanno attraversato la nostra storia, all’ombra dei quali madre
natura ha compiuto
trasformazioni praticamente
irreversibili. Questa specie
endemica di cipresso è
localizzata ad un’altitudine
variabile dai 1'600 e i 2'000
metri di altezza; ora le attuali
condizioni climatiche non
permettono più la
germinazione e non ci
rimane che sperare in un
aleatorio capriccio climatico
tale da rendere nuovamente
possibile il loro perpetuarsi.
Sullo sfondo ammiriamo le
inconfondibili rocce un po’ tozze di TAMRIT, che somigliano sorprendentemente ai castelli di sabbia
che si fanno sulle nostre spiagge, facendo gocciolare dalle mani la sabbia bagnata.
Dopo al prima notte passata nelle vicinanze di TAMRIT, sotto un sole tiepido ci incamminiamo di buon
ora verso l’ampia vallata di
IN – ITINEN, dove
incontriamo splendide pitture,
che troviamo nascoste nelle
cavità che sono alla base
delle pareti rocciose. Dipinte
con terre policrome e polveri
colorate che unita alla
porosità della roccia ne
favorisce l’attecchimento,
ecco comparire dinnanzi ai
nostri occhi, magnifiche
scene di caccia ad animali
selvaggi e momenti della vita
quotidiana degli uomini che
vissero qui, dove oggi infierisce un vento violento e torrido, che nel corso dei secoli, ha inaridito tutto.
Ammiriamo inoltre la raffigurazione del famoso “carro dei Garamanti”; un dipinto che raffigura un carro
a quattro ruote trainato da cavalli al galoppo e risalente all’incirca al I millennio a.c.
I Garamanti erano un’antica popolazione di nomadi – guerrieri – esploratori che nel I millennio a.c.
furono i padroni incontrastati delle grandi vie di comunicazione, che dal Mediterraneo attraverso il
Sahara, allora verde, arrivavano ai grandi regni dell’africa Nera, che si trovavano a sud del sahel. La
loro capitale era l’antica Garama, le cui rovine si trovano ora in territorio libico.
Dopo mezza giornata di cammino si raggiunge SEFAR, una delle zone più ricche e più importanti al
mondo di arte rupestre, dove
troviamo dipinti raffiguranti
“gli uomini dalla testa
rotonda”; dipinti tra i più
antichi e raffinanti che si
possono trovare nell’area
sahariana. Qui a poco a poco
un mondo sconosciuto e
sepolto da migliaia di anni
emerge sotto i nostri occhi,
raccontando per immagini la
vita quotidiana dei nostri
antenati sahariani.
La datazione di queste
pitture va dal 4'000 al 3'000
a.c. e che raggiungono qui nel TASSILI la loro massima espressione. Si caratterizzano per la
raffigurazione di esseri umani con la testa di grandi dimensioni e perfettamente rotonda, il contorno
delle figure e ben delineato e
numerosi sono gli ornamenti
e le acconciature piuttosto
fantasiose.
Verso la fine di questa fase,
intorno a circa il 3'000 a.c.,
queste figure assumono
dimensioni gigantesche, fino
ad avere altezze di 5 ÷ 6
metri.
SEFAR è anche un immenso
labirinto dove le rocce
completamente nude hanno
assunto forme stranissime
per effetto dell’erosione
eolica; un labirinto di torri cilindriche, guglie sottili, terrazze sporgenti e lunghi corridoi sabbiosi, in un
paesaggio lunare, incombente che incute quasi paura.
La guida Tuaregh ci infonde sicurezza e tranquillità, guidandoci sicuri tra questi meandri, dove la
natura è priva di ogni forma di vita ed ogni angolo pare sia perfettamente identico all’altro.
In lontananza i profili di
queste rocce assomigliano
ai grattacieli di un’antica
metropoli di pietra oramai
abbandonata; tra questi
palazzi diroccati,
intravediamo un cielo color
cobalto attraverso gli
squarci, che ricordano
finestre di edifici
abbandonati.
SEFAR è divisa in due
dall’oued che prende il suo
nome; verso est troviamo
SEFAR MELLET, la città
bianca, mentre ad ovest incontriamo SEFAR SETTAFET, la città nera.
Queste forme bizzarre dovute all’erosione dell’acqua unita a quella eolica, danno un senso di magia
tale che i Tuaregh credono che questa in questa zona dell’altipiano si trovino i djenou, gli spiriti maligni
che qui vi trovano dimora.
Possiamo inoltre ammirare
in tutta la sua maestosità e
grandezza l’affresco noto
come “il Dio di Sefar”, una
figura mascherata
antropomorfa alta 3,20 metri,
attorniata da donne ornanti e
antilopi; siamo perplessi e
letteralmente increduli di
fronte a questa
fantascientifica figura
umanoide.
Chi era ? Un dio dimenticato
? Un sacerdote ? Oppure un
semplice stregone ?
Parecchi anni fa c’è chi ha avanzato ipotesi suggestive su queste figure fantastiche. In alcune di loro
c’è chi ha voluto scorgere la conferma che esseri extraterrestri in epoche remote avrebbero visitato il
pianeta Terra. Si rimane comunque letteralmente increduli di fronte ad alcune figure umanoide, che
sembrano indossare un vero e proprio scafandro spaziale.
A fine giornata la stanchezza comincia a farsi sentire ma tuttavia questa è una dolce fatica.
Il trekking è stato fino ad ora un’esperienza per noi nuova ed entusiasmante; la solitudine, il dilatarsi
del tempo, l’assenza di qualsiasi rumore, tranne quello prodotto dai nostri passi, affascina i sensi e ti
permette di concentrarsi
maggiormente su tutto ciò
che ci circonda. L’incontro
con il deserto condotto in
questo modo, ci dà
l’impressione che questa sia
la prima volta che ci
avventuriamo nel cuore del
Sahara.
Immaginate un deserto che
cambia in continuazione, che
ora si restringe come in un
labirinto naturale in stretti
corridoi tra alte pareti di
arenaria e ora si apre su
piatti tavolati rocciosi in uno scenario sconfinato, dove l’occhio corre senza sosta; questa è la magia del
TASSILI n’AJJER.
Di fronte a tanta grandezza del creato, ci viene spontaneo riflettere che madre natura abbia voluto
riappropriarsi questo territorio, rendendolo inospitale ed invivibile al genere umano.
All’imbrunire, quando la luce diviene più morbida, ci si ferma per posare il campo. Qui ritroviamo la
nostra carovana di asini che
con tutto il loro carico di
bagagli e vettovaglie ci ha
preceduto, percorrendo
sentieri diversi. Mentre noi
allestiamo le nostre tende
per la notte, i Tuaregh che ci
accompagnano cercano una
sistemazione in qualche
anfratto roccioso, al riparo
dal vento, dove Elkher si
appresta a prepararci
un’ottima cena ristoratrice.
Trascorsa la notte a SEFAR,
l’indomani mattina si riprende
il cammino in direzione UAN TUAMI, dove in un punto panoramico è possibile ammirare per intero la
rara bellezza paesaggistica dell’altopiano del TASSILI n’AJJER.
Qui troviamo una presenza di rocce massicce che assomigliano vagamente a gusci di tartaruga; alla
base di queste si trovano anfratti, creati dalle erosioni eoliche, che celano un’impressionante quantità
di pitture e graffiti. In questa vera e propria pinacoteca all’aria aperta, davanti ai nostri occhi, emerge a
poco a poco un mondo oramai sepolto da migliaia di anni. Tutti gli stili sono qui rappresentati da quello
delle “teste rotonde”, al “bovidiano”, al “cavallino”, al “camellino”, sono un’importante testimonianza di
un’antica fecondità e floridezza di questi luoghi, che oramai si è persa per sempre.
Non si riesce a resistere; ho scattato decine e decine di diapositive a queste straordinarie raffigurazioni
nel tentativo di salvarle nella nostra memoria e sottrarle così all’inevitabile scorrere del tempo.
Abbiamo inoltre l’occasione di ammirare una delle rare guelte di questo arido altipiano; questi imbuti
naturali raccolgono quel po’ di acqua piovana che cade durante i rari acquazzoni, alimentando così un
piccolo microcosmo ecologico.
Durante una breve sosta, incontriamo tre individui che con passo spedito percorrono una delle tante
piste di questo altipiano che collegano DJANET con la vicina Libia; queste sono percorse per lo più da
clandestini o da contrabbandieri.
Un breve saluto con un cenno del capo e dopo pochi attimi scompaiono come d’incanto dalla nostra
vista, come se queste foreste di pietra li avesse improvvisamente inghiottiti.
Il paesaggio pietrificato del TASSILI è sempre molto duro e aspro, caratterizzato da una serie infinita di
passaggi labirintici, gole,
canyon e piccole pianure che
si aprono e tornano a morire
in questo dedalo di rocce;
arriveremo poi a UAN
GUFFA, dove poseremo
l’ultimo campo. Sempre sotto
lo sguardo vigile e attento
della nostra guida, andiamo
alla ricerca di altri affreschi
preistorici, che si rivelano di
straordinaria bellezza.
Questi giorni di marcia
sull’altipiano a SEFAR,
TAMRIT, IN-ITINEN, sono giorni, trascorsi in assoluta libertà, in un silenzio che ci , soverchiato a volte dal sibilo del vento
del deserto, di bivacchi sotto un cielo stracolmo di stelle. Mai prima d’ora avevamo provato tante
emozioni; si tende a cercare un contatto fisico con la sabbia e le rocce che ci circondano, come un
desiderio di riappropriarsi della natura e di entrare a farne parte. E’ bello fermarsi ad ascoltare il proprio
battito del cuore ed il proprio respiro e di sentire di essere in sintonia con tutto ciò che è attorno a noi.
Di notte, lo scintillio dei miliardi di stelle che formano la Via Lattea, sforacchia il buio dello spazio
siderale nero come l’inchiostro di seppia e ci lascia letteralmente a bocca aperta.
Tutto questo nomadismo è esattamente l’opposto della vita che conduciamo tutti i giorni, ed è per noi
un riappropriarsi di una libertà perduta e assaporare momenti di vita vibranti di emozioni, unici ed
irripetibili.
Qua si riesce a comprendere cosa è e cosa significa la parola libertà; capiamo perché nonostante le
precarie condizioni di sopravvivenza in questi aridi territori, i Tuaregh non riescono ad abbandonare la
loro vita errante.
L’ultima mezza giornata ci vede partire per l’Agba TIN ZEZEGA; percorrendo l’oued TIN ZEZEGA,
lanciamo un ultimo sguardo carico di malinconia ai contrafforti del TASSILI, ed arriviamo all’oued Agba
TAFELELET, per poi ridiscendere e alla cui base ci attendono nuovamente i fuoristrada per il rientro a
DJANET.
Abbiamo purtroppo constatato di persona che questo inestimabile patrimonio di arte preistorica
rupestre, tra i più affascinanti ed importanti dell’umanità, versa in gravi condizioni, a causa del loro
stato di degrado.
Il loro deterioramento, causato soprattutto all’irresponsabilità di molti turisti, che nel corso degli anni per
far risaltare il più possibile i colori nelle fotografie, non hanno esitato a bagnare con acqua o addirittura
con liquido organico queste splendide raffigurazioni.
Ma non finisce qui; nei luoghi che sono deputati per l’allestimento dei campi notturni, si trovano dei veri
e propri cumuli di immondizia di ogni tipo, lasciati lì da chi ci ha preceduto negli anni passati. C’è stato
un timido tentativo da parte di alcuni operatori locali al fine di sensibilizzare le autorità locali, per
portare a valle tutta questa spazzatura, ma fino ad oggi non si è ancora potuta fare nulla.
Nel tardo pomeriggio decolliamo da DJANET alla volta di Algeri; ci godiamo dall’alto lo spettacolo che
offre il deserto, con le sue immense distese di sabbia e le imponenti formazioni rocciose.
Salutiamo con profonda gratitudine e commozione Djaba ed Elkher, oramai due nostri amici nonché
splendide guide sahariane, con le quali abbiamo trascorso giorni indimenticabili e che ci hanno
condotto con molta disponibilità e professionalità alla scoperta di questo incredibile angolo di Sahara.
Algeri ci appare improvvisamente nel buio della sera, con uno sfavillio di luci, adagiata sul golfo che si
affaccia sul mar Mediterraneo; una volta rientrati in città, il rumore, la moltitudine delle persone ed il
traffico caotico, ci appare fastidioso ed inutile.
Chissà perché ci sembra che solo il deserto sia perfetto.
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