Esistono luoghi al mondo che vale la pena visitare, dove ci
attendono romantiche spiagge dorate ed acque verde smeraldo,
esistono terre dense di storia ed imponenti ricordi di un passato
grandioso, esistono popoli dal sorriso facile e dalla cucina
piccante, sempre pronti a cantare e danzare, esistono strade che
ci porteranno verso mondi scomparsi ed affascinanti, suoni pronti
a risvegliare in noi antichi ricordi ancestrali, paesaggi e volti
e colori che ci lasceranno senza fiato.
Ed esistono luoghi al mondo, dove il sole non spunta mai dalle
nubi, dove i colori sono uniformi e la gente non ride mai.
Esistono strade che portano soltanto ad altre strade, dove la
campagna è secca e non nasce nulla, dove la storia si è persa
ed il passato dimenticato, dove lunica sicurezza è lassenza
della sicurezza, dove il futuro incombe come una maledizione.
Questo non è un racconto di viaggio per vacanzieri,
non indicherò alberghi a buon prezzo o ristoranti, monumenti e
teatri, non parlerò di folkloristiche tradizioni e simpatiche
usanze, perché qui non esistono, o se esistevano sono scomparsi,
e comunque non hanno importanza.
Parlerò di una Nazione che una volta era grande, di un popolo
che ha perso la speranza e di bambini perduti che nessuno cerca
più.
Allaeroporto di Minsk ci attende un piccolo autobus
completo di autista ed interprete; non ha portabagagli, così ci
stringiamo come sardine, preparandoci borbottando allo scomodo
viaggio per Orsha.
La strada è una desolata quattro corsie popolata soltanto da
camion e solitarie pattuglie della polizia, circondata da boschi,
neve e gruppi di casette di legno col tetto in velenoso eternit.
Non ci sono delle vere e proprie strade a collegarle allarteria
principale, e chiedo allinterprete chi ci abiti e di cosa
vivano gli abitanti. Evgeni risponde che sono dacie, abitazioni
estive di campagna.
Non possono essere tutte dacie, ci sono dei villaggi là fuori,
paesini dispersi nella neve ed evidentemente abitati. Insisto
nella mia domanda, e mi sento rispondere: Oh, ci sono anche
contadini, e vecchi...
Vecchi? Cosa significa?
Nelle città la mafia butta i vecchi fuori dagli
appartamenti, per poi rivenderli. Allora si rifugiano in campagna...
Non riesco neppure a commentare una risposta del genere, rimango
silenzioso, sperando che mi stia prendendo in giro.
Ad una ventina di chilometri da Orsha abbandoniamo la strada
principale, attraversando gruppi di case e villaggi. Lasfalto
è semidistrutto, fangoso, solcato da crepe e pieno di ghiaccio.
Superiamo parecchi carri trainati da cavalli, e la gente ci
guarda con occhi chiari e severi, camminando lentamente, evitando
pozzanghere e mucchi di neve grigia, infagottati in pesanti
cappotti e cappelli di pelo. I loro occhi mi penetrano: in tasca
ho quattrocento dollari, una cifra che molti di loro non
guadagnano neppure in un anno intero...
Orsha doveva essere un centro industriale, ma ora rimangono
solamente fabbriche vuote dai vetri rotti e scheletri anneriti di
grandi strutture, ricordo di quando esisteva lU.R.S.S.
I rottami dellImpero ci circondano, coperti dalla polvere
del disfacimento ancora in atto, cavalli trascinano carri carichi
di persone, ai semafori auto arrugginite borbottano fumando, e
cumuli di eterna neve sui marciapiedi, pozzanghere nelle
spaccature dellasfalto, ed ancora neve dovunque, solamente
neve ed aria tagliente.
Siamo a metà aprile: ma la primavera qui, quando arriva?
L Hotel Orsha odora di polvere e vecchia muffa. I letti
sono sfatti, le coperte strappate ed umide, le stanze mal
riscaldate, dai rubinetti dei bagni esce unacqua salata e
dal forte contenuto di ferro, praticamente imbevibile. Si
mantiene con gli italiani in visita agli orfanotrofi, occasionali
viaggiatori di passaggio e, soprattutto, con i clienti delle
prostitute.
Biondissime, con stivali neri dal tacco altissimo, impellicciate
ed ingioiellate, frequentano il ristorante dove tentiamo di
consumare tranquillamente la nostra cena, ma verso le nove di
sera partono con la musica dal vivo. Ad un volume oltre i limiti
della distorsione, ci vengono propinate diverse composizioni di
locale musica pop, completamente assurde, dalla forte componente
melodica e con la base ritmica e gli arrangiamenti fatti in
fotocopia. A noi tremano i polsi, ma evidentemente piacciono
parecchio alle ossigenatissime bionde presenti, che si lanciano
in una serie di balletti da balera anni 70, ma quando la
band tenta di cambiare genere, ed attacca larpeggio
di Hotel California, la pista si vuota immediatamente.
Torniamo in albergo con lo stomaco sottosopra ed i timpani
rovinati: questa zona del mondo non è mai stata famosa per la
cucina ed il rock...
Il mattino dopo ci separiamo dal resto del gruppo, dirigendoci
verso lorfanotrofio di Vitebsk, unottantina di
chilometri più a Nord.
Ci accompagna Leonida con una vecchia Lada fuoristrada. Parte a
razzo, parla e noi non capiamo nulla di ciò che dice.
Interpretando a orecchio un discorso fatto un po in scarso
inglese ed ancor più scarso italiano, riusciamo ad afferrare che
non è un semplice autista, ma il marito della direttrice, nonché
insegnante dellistituto (Internat) dove siamo diretti. Dopo
quasi due ore arriviamo a Vitebsk, città di 300.000 abitanti con
un centro dalla struttura quasi occidentale ed una periferia
orripilante, di cui vediamo solo una rapida teoria di palazzi. LInternat
è a 20 chilometri dalla città, circondato da boschi e grandi
pianure (innevate...), con un villaggetto di piccole case a
fargli da contorno.
Dentro è caldo, e siamo ben presto circondati da una nuvola di
bambini che urlano: Ciao, come stai? (quasi tutti
passano una parte dellanno presso famiglie italiane,),
mentre Vera, la direttrice, ci accoglie con grandi sorrisi, ma
non parla che il Bielorusso, e la situazione comincia a farsi
imbarazzante. Fortunatamente arriva Irina, insegnate dinglese
alluniversità di Vitebsk, ed interprete ufficiale
della zona.
Hanno bisogno di tutto: scarpe per bambini, detersivi, carta
igienica, medicinali, vestiti, aspirapolvere. Lunica cosa
che, per fortuna, non manca, è il cibo. Certo, per i nostri
standard europei, e soprattutto per i nostri difficili e
raffinati gusti italiani, non hanno nulla, e quel nulla è pure
cattivo. Mangiamo alla mensa dellistituto insieme ai
bambini, ma praticamente osserviamo una dieta stretta di biscotti
e formaggio (portati dallItalia). Quello che ci danno non
riusciamo a mandarlo giù: pesce senza condimento, zuppa di rape,
contorno di rape, insalata di rape, da bere succo di prugna,
oppure tè.
I bambini intorno sciamano ed urlano, servono in tavola, ci
salutano con rumorosi ciao!, ridono e corrono; gli
insegnanti sono sempre presenti, e li controllano senza essere
pedanti. Fanno ciò che possono, trattandoli al meglio delle loro
possibilità, sono gentili, hanno sempre pronta una carezza, una
parola, un gesto.
30 Dollari al mese, questa è la mia paga ci dice
Irina. Fino allanno scorso, il mio stipendio (in
Rubli) valeva intorno ai 120 Dollari, ma la svalutazione ha
ridotto drasticamente il potere dacquisto della nostra
moneta. Pensate che un paio di scarpe costa 15 USD, un chilo di
carne 5 USD, e capirete che vivere non è facile. Io conosco
molto bene linglese, ma lo stipendio dellUniversità
non è certo sufficiente per campare, ed allora ho iniziato a
lavorare come interprete per gli americani, aiutandoli nelle
adozioni, poi tenendo lezioni private dinglese ai businessman
di Minsk . Quella è gente con molti soldi, e mi paga fino a 10
USD per unora di lezione.
Tutto questo lo dice in un italiano fluente e senza incertezze.
Siamo meravigliati della sua padronanza della nostra lingua, e
glielo diciamo.
Sorride e continua. Non sono molti gli stranieri che
arrivano in Bielorussia. Giusto qualche americano per le adozioni,
qualche tedesco... poi siete arrivati voi italiani. Arrivate in
parecchi, ed ho imparato la vostra lingua per conto mio, ed ora
faccio da interprete anche per voi.
Siamo invitati a cena da Vera e Leonida. Insieme a noi (ovviamente)
anche Irina, e Ludmilla, responsabile degli orfanotrofi della
regione.
La casa è in legno, piccola ma calda, situata nel villaggio che
circonda lInternat. Vera è emozionatissima, ed ha
preparato una tavola imbandita con tutto ciò che possono darci:
tartine con uova e salmone, salame affumicato, patate, insalata e,
sorpresa!, una bottiglia di vino. In nostro onore hanno pure
scovato una confezione di caffè italiano.
Chiaramente, prima, durante e dopo il pasto, vodka a volontà.
Ludmilla è alta, magra e con uno sguardo severo, che mette
soggezione.
Quando la Russia era ununica Nazione dice
gli orfanotrofi non erano così pieni. Le cose non
costavano come adesso, ed io potevo permettermi di andare in
ferie sul Mar Nero una volta allanno. ora invece niente
ferie, e si mangia a fatica...
E nostalgica, i bei tempi dellU.R.S.S. le sono
rimasti appiccicati addosso, come le è rimasta la paura del
Grande Nemico Americano.
Un tempo cerano due grandi blocchi: lU.R.S.S.
da una parte, gli U.S.A. dallaltra, e si controllavano a
vicenda. Ora lAmerica non ha più nessuno a contrastarla,
può fare quello che vuole. Non capisco come facciate ad essere
così tranquilli! Possono attaccarvi quando vogliono...
E terribilmente convinta di quello che dice, e le nostre
assicurazioni in merito non la convincono neanche un po.
Come possiamo spiegarle che, praticamente, lAmerica ci ha
già conquistati da un sacco di tempo?
Parla parecchio Ludmilla, e ci sommerge di domande: da quanto
guadagniamo a come è organizzato il nostro stato, da che cosa si
dice e si sa della Bielorussia alla nostra Religione ed il
concetto di Destino.
Ecco, una cosa che ci lascia pensierosi, è la sua visione del
futuro: è già scritto, la Bielorussia è destinata a vivere in
povertà, e qualsiasi sforzo per cambiare la situazione è
destinato al fallimento.
Che differenza fra la triste e nostalgica Ludmilla e lelegante
Irina. Lei ha contatti ed amicizie in America ed in Italia,
viaggia molto e ne è evidentemente soddisfatta.
Quando studiavo non avrei mai pensato di poter uscire dalla
Bielorussia. Ho abitato sei mesi in America e tre mesi in Italia,
inoltre ho appena vinto un concorso per studiare Internet in
America. A me piace viaggiare e conoscere gente, ed ora che ho
queste possibilità, non me le lascio di certo sfuggire.
Ogni tanto Leonida, insegnante di storia, cerca dinterrompere
la discussione, dicendo che ammira profondamente la nostra
cultura, che Roma è stato un faro di civiltà, ed hai voglia a
fargli notare che sono passati un mucchio danni, lui
insiste.
E un nostro fan sfegatato, insite per alleggerire il
discorso e riempie continuamente i bicchieri di vodka. Ad un
certo punto tira fuori una fisarmonica, suonando (e cantando) una
melodica canzone sulla sua Patria. Avrebbe anche la pretesa di
farci cantare O sole mio (ossessione che noi italiani
ci portiamo dietro in ogni parte del mondo), poi esegue una
fortunatamente rapida carrellata di canzoni italiane: Albano
& Romina, Celentano, Ricchi e Poveri, Toto Cutugno... Come
faccio a spiegargli che ha appena eseguito alcune tra le più
brutte canzoni del morente millennio?
Meglio lasciarlo nelle sue illusioni, sorrido ed applaudo...
La cena prosegue tranquillamente, con Vera, preoccupatissima di
essere una perfetta padrona di casa, che ci inonda di scuse per
la povertà di ciò che ha potuto offrirci.
Se fossimo in Italia afferma sarei andata a
fare un salto in un centro commerciale, ed avrei fatto tutto in
un attimo. Ma noi siamo poveri, e possiamo offrirvi solo povere
cose.
E imbarazzante, insistiamo nel dirle che è tutto
buonissimo ed anche troppo abbondante, ma continua a chiedere
scusa per tutto...
Ci avviamo a piedi verso lIstituto, accompagnati da Vera.
Il paesaggio è quasi irreale, camminiamo nel buio rischiarato
dalla luna e dallintenso riflesso dei suoi raggi sulla neve.
Cè silenzio, tanto silenzio quanto mai ne ho sentito, la
neve dura sotto i nostri passi attenti, e Vera ancora si scusa
per la loro povertà ed il nulla del loro villaggio.
Perché Vera? Sembra di essere a casa di Babbo Natale, laria
è purissima e limpida, tutto è tranquillo, è bellissimo essere
qui.
Per una sola settimana.
Anche oggi nevica. Turbinando grossi fiocchi si depositano sulle
nostre orme, ricoprendole.
Anche oggi nevica, ed il lago ghiacciato alle spalle dellIstituto
ha laspetto di una pianura, una piccola valle incastrata
fra alti argini. Ci accorgiamo di stare camminando sullacqua
solo dopo un po, quando vediamo un foro praticato da
qualcuno per pescare: sotto di noi non cè la terra, ma
settanta centimetri di ghiaccio, ricoperto da un croccante strato
di neve.
Anche oggi nevica, e camminiamo muti sulla distesa dacqua
gelata, osservando le tracce lasciate da altre persone: in
distanza un uomo estrae una grossa trivella manuale, pratica un
foro ed inizia a pescare.
Anche oggi nevica. Turbinando grossi fiocchi si depositano sui
fori per la pesca e sui nostri passi, ricoprendoli. Ma domani, o
più tardi, qualcuno tornerà qui, e riaprirà il foro,
ricominciando a pescare.
Il cielo è grigio e carico di nubi: domani nevicherà.
La nostra stanza è un porto di mare: bambini vanno e vengono
continuamente, bussano, scappano, entrano, mangiano qualcosa,
ascoltano lo stereo messoci gentilmente a disposizione. Siamo lattrazione
dellistituto, e la cosa non ci dà fastidio, anzi.
Giochiamo con loro, parliamo, ascoltiamo le loro storie.
Victor è stato in Italia un paio di volte, e parla la nostra
lingua.
Ho sedici fratelli ci dice otto qua in Internat,
ed otto più grandi fuori. I miei genitori sono vivi, abitano a
200 km da qui. Io alle volte scrivo loro, e promettono di venire
a trovarmi a Natale, io aspetto, ma non viene mai nessuno.
Victor ha lo sguardo intelligente, apprezza la musica italiana, e
ci meraviglia quando mette nello stereo un suo nastro: Ruggeri,
Fiorella Mannoia, Queen...
Io qui sto bene continua mangio tanto e bene,
sto al caldo. A casa cerano quattro letti per tutti i
fratelli, e non si mangiava tutti i giorni. Sono cinque anni che
non vedo il resto della mia famiglia, ma è meglio così. Se papà
e mamma venissero a trovarmi, quando vanno via io piango...
voglio bene a papà e mamma, senza di loro non ci sarei neppure
io.
Victor dice questo con sguardo triste e voce ferma, fissandoci
negli occhi.
Victor ha 13 anni.