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Per evitare una lunga coda al casello d’accesso dell’autostrada A30,
in seguito ad un incidente avvenuto a S Vittore Caianello, abbiamo proseguito
in direzione di Napoli. Qui il traffico c’è sembrato sufficientemente
scorrevole, siamo poi usciti ad Angri, dovendo imboccare la strada che,
attraverso il valico di Chiunzi,
ci avrebbe portato direttamente sulla costa amalfitana a Maiori, evitandoci
code e rallentamenti. Siamo giunti ad Angri all’ora di punta, il traffico
era abbastanza intenso, la stanchezza si faceva sentire, i cartelli
stradali erano insufficienti e inoltre la nostra auto si era messa a
fare le bizze: al minimo negli incroci si spegneva. Angri, seppur diviso
solo dai monti Lattari e dal valico di Chiunzi, non ha nulla in comune
con Maiori. In questa zona si producono ottimi pomodori ed altri prodotti
agricoli, che sono consumati in Italia ed anche all’estero.
Il valico di Chiunzi
Prima di partire, un conoscente mi ha detto: «Per evitare il traffico
intenso della strada costiera amalfitana, potresti passare dal valico
di Chiunzi, ma te lo sconsiglio, se per caso sbagli strada, potresti
essere rapinato». Mi è sembrato di ritornare nel 1800, quando i briganti
depredavano le carrozze dei viaggiatori.
Finalmente abbiamo imboccato la strada per il valico frequentato da
auto, moto e qualche vecchio autocarro che arranca faticosamente per
la salita. Grazie a questo valico da Napoli e dintorni in meno di un’ora
ci si trova sulla migliore zona costiera. Il turismo giornaliero è considerato
povero dagli abitanti di Maiori, poiché i pendolari non vi soggiornano
e spendono poco: ciò non porta ricchezza alla località balneare. Dopo
esserci arrampicati al livello di 656 m. s.l.m., abbiamo goduto di un
panorama stupendo: tutta Napoli con il suo hinterland e sullo sfondo,
coperto da leggera foschia, il Vesuvio, come un Ciclope di guardia addormentato.
A sinistra si vedevano il mare, le grandi e folte chiome dei pini mediterranei
dei monti Lattari, sotto uno splendido cielo terso e azzurro. Sì, il
cielo è più azzurro e trasparente: questa è la stessa sensazione che
avevo provato quando, da ragazzo, ero venuto in gita scolastica a Pontecagnano,
Battipaglia e Borgo Cioffi. Vi ero poi ritornato una seconda volta verso
i primi anni 80; quando ho visitato Napoli e mi ero arrampicato fin
sul cratere del Vesuvio. In quelle occasioni avevo conosciuto ed apprezzato
moltissimo la cucina dei luoghi: i dolci pomodori, la pizza e la mozzarella
davvero unica!
La Campania era una regione molto amata dagli antichi romani che la
chiamavano Campania felix e vi trascorrevano lunghi periodi di vacanza;
ora la costiera amalfitana è stata dichiarata patrimonio dell’umanità
dall’UNESCO. Il clima di questi luoghi è ottimo, nella camera vi erano
26 – 27 gradi C°.
La costiera amalfitana, per il colore del mare, la mitezza del clima
e le attività rivolte tutte al mare, mi ricorda la riviera ligure. Purtroppo
l’ultima volta che l’ho visitata era sconvolta dagli incendi estivi
che sollevavano cupe colonne di fumo. Ricordo l’opera degli aerei Canadair
e degli elicotteri, che alacremente cercavano di fermare la distruzione
delle fiamme.
Un cameriere quando gli ho detto «… Golfo di Salerno …» mi ha energicamente
ripreso: «Qui non siamo a Salerno né a Napoli, ma sulla Costiera Amalfitana!».
Sono campanilisti e ci tengono a rimarcare le giuste diversità.
Amalfi
La strada costiera che da Maiori conduce ad Amalfi è stretta, tortuosa,
ha dei bassi parapetti di contenimento. Il conducente dell’autobus utilizza
ampiamente il clacson, inoltre c’è
lo svantaggio di non consentire una visione d’insieme della costiera,
cosa invece possibile con i battelli. Nei nostri successivi spostamenti
per Amalfi e tutta la costiera abbiamo utilizzato solo una volta l’autobus
e mi è bastato: ho preferito poi usare il battello. Non che io abbia
qualcosa contro i conduttori di autobus, che reputo seri, ma mi spaventano
i burroni visti dall’alto. Amalfi è famosa anche per la produzione di
carte pregiate. Già i primi abitanti da Amalfi, come i Liguri del resto,
non avendo terra da coltivare, si rivolsero subito al mare. Ora puntano
anche sul turismo.
Questa città ha seri problemi di spazio in quanto manca il terreno edificabile,
ho l’impressione che non ci sia spazio sufficiente nemmeno per piantare
un albero. Parecchie case sono appoggiate alla montagna, le viuzze ed
alcune abitazioni sono scavate in parte nella roccia, che sovrasta imponente
tutto l’abitato come per ricordare all’uomo la sua inferiorità rispetto
a madre natura. Vi sono numerosi negozi di limoncello; un liquore che
da alcuni anni si è diffuso anche in altre parti d’Italia.
L’antico lungomare di Amalfi è stato superato di gran lunga da quello
di Maiori che, seppur più piccolo e molto meno famoso, ha le carte in
regola, per essere in parte paragonato con la Promenade des Anglais
di Nizza o al viale di Menton, dove risalta un monumento alla Regina
Vittoria.
Nei locali dei vecchi arsenali della repubblica marinara di
Amalfi ho notato una barca di quelle utilizzate nelle annuali gare di
canottaggio tra le repubbliche marinare. Riporto integralmente il contenuto
di una targa apposta sulla porta di Amalfi che dà sul porto: “Il giorno
del giudizio, per gli Amalfitani, che andranno in Paradiso, sarà un
giorno come tutti gli altri. Renato Fucini XX sec.”
Mi fa impressione trovarmi nel porto dell’antica repubblica marinara
dove partivano le galere, per andare a combattere in Terra Santa e contro
la repubblica rivale di Pisa che poi sottomise Amalfi. Ora Pisa è stata
condannata al crudele destino di non avere più uno sbocco al mare.
Nel porto di Amalfi, mentre eravamo in attesa d’imbarcarci, abbiamo
conosciuto una famiglia tedesca abitante nei pressi di Amburgo, composta
da padre, nato a Ercolano, madre tedesca e figlio nato in Germania.
La signora ci dice che quest’anno in Germania ha fatto parecchio freddo,
aggiungendo che poco prima di venire in vacanza in Italia sono stati
costretti ad accendere la stufa. Hanno sottaciuto pietosamente sulla
cucina tedesca dicendo: «I Tedeschi, non avendo tempo, non cucinano
tutti i giorni, ma si limitano a mangiare qualcosa di riscaldato»; ora
però a causa delle influenze internazionali, stanno cambiando un po’
le abitudini. Hanno proseguito: «Noi cuciniamo all’italiana: tagliatelle,
lasagne, ceci, fagioli, ecc.»
Il marito ha aggiunto: «Ogni mattina che esco di casa, per recarmi al
lavoro, mi rattristo a causa del cielo grigio e cupo, mi manca tanto
il clima della mia regione. La qualità della vita in Germania è però
migliore, noi Italiani abbiamo parecchio da imparare».
Escursione alla Grotta dello Smeraldo
La Grotta dello Smeraldo è sita nella baia di Conca dei Marini a circa
4 km. da Amalfi. E’ stata scoperta di recente da alcuni subacquei: ha
una profondità di circa 10 metri e, mediante un tunnel sottomarino lungo
sei metri, prende acqua e luce dall’esterno, quest’ultima le dona una
splendida colorazione verde smeraldo. La RAI ha posto all’interno della
grotta sott’acqua un presepe di ceramica visibile, quando le acque sono
ferme e non più increspate dai rematori delle piccole zattere, che si
usano per accedervi. Vi è stato celebrato anche un matrimonio civile
tra due subacquei.
Un vecchio pensionato mi spiega che le numerose grotte della costiera
amalfitana sono molto pericolose, se non si è più che prudenti. Alcuni
sub sono entrati senza adeguato appoggio che potesse trarli d’impaccio,
poi per la marea cambiata o per la pressione, non sono stati più in
grado di uscire e sono morti.
Positano
Positano, piccolo ed elegante centro, si trova arroccato in poco spazio,
è meta di un turismo esclusivo; i negozi sono quasi tutti boutique di
abiti da donna e laboratori per la produzione di sandali e calzature.
In uno vi era una targa in cui c’era scritto che in 5 minuti si confezionavano
un paio di sandali su misura. Vi sono bar, ristoranti di lusso, posti
in luoghi inaccessibili alle auto; infatti al mattino c’è un via vai
di rifornitori, che, mediante piccoli carrelli, trasportavano bibite,
frutta e alimentari, avendo lasciato i furgoni lontano.
Le lussuose ville sono quasi tutte edificate in alto, raggiungibili
con ripidi scalini scavati sulla roccia viva, dove lo scarso terreno
depositato dal vento concede la vita a fichi d’india e cactus.
Una targa diceva che, per venire a trovare qualche amico, bisognava
arrampicarsi su ripidi scalini ed, essendo questo un luogo incantevole,
viene voglia di non rivelare a nessuno quello che si e’ ammirato, per
evitare che diventi un passeraio.
Vi sono molte ville ed anche hotel che dispongono di accessi al mare
mediante ripide scalette ricavate nella viva roccia. Osservandole dal
mare, tali spiaggette sembrano amene e più facilmente raggiungibili
dal mare.
Ravello
Sulla stretta strada della costiera amalfitana, quando transita un autobus,
gli altri veicoli sono costretti a fare marcia indietro per qualche
metro fino a qualche largo. Chi vuole provare una forte emozione deve
fare un giro in pullman per Amalfi – Ravello o viceversa: curve, burroni
strettoie, se non si soffre di vertigini, sembra di essere davanti allo
schermo di un videogame!
La strada di
accesso a Ravello è tortuosa, stretta e i parapetti non credo che impedirebbero
ad un autobus dal precipitare in profondi strapiombi. A Ravello, città
della musica, si tengono numerosi concerti musicali, quindi sono passati
di qui molti personaggi famosi: Ravello è meta di personaggi importanti
quali Wagner, Kennedy, Schroeder, Scalfaro, ecc.. Scesi dall’autobus,
ci siamo recati all’ufficio del turismo, che ci ha indicato le cose
più importanti da vedere: il duomo, Villa Ruffolo e Villa Cimbrone.
Il duomo di Ravello è molto bello, caratteristico è il pavimento inclinato
verso l’ingresso; le pareti interne sono di color bianco con riporti
di un incantevole grigio chiaro. Abbiamo poi visitato una chiesetta
che internamente era tinteggiata con gli stessi colori del duomo: alla
base delle colonne vi erano dei vetri, che mostravano le antiche basi
delle colonne scoperte, in occasione di scavi.
Le chiese della costiera amalfitana e in genere quelle del sud hanno
la cupola risplendente, in quanto ricoperta di maiolica.
Nel centro storico di Ravello è severamente vietato accedere con veicoli
anche per il carico – scarico di merci. Passeggiando per le strette
viuzze, non è difficile trovare qualche addetto alle consegne, che ha
in spalla qualche pesante elettrodomestico, da recapitare all’interno
del centro storico.
Villa Cimbrone è una villa situata all’estremità di Ravello, propensa
verso la costiera. Ci sono grandi alberi, grandi ortensie, dalie ed
altre varietà di fiori, non ho però notato piante esotiche o tropicali.
Il problema principale è la scarsità dell’acqua, nel parco si notavano
alcuni vialetti polverosi, non innaffiati da parecchio tempo. All’ingresso
vi è anche un albergo, dove è possibile alloggiare. La villa ha cambiato
diversi proprietari. La parte più bella è il parco dell’Infinito dove
si può ammirare un panorama stupendo della scogliera sottostante, anche
se può far impressione a chi soffre di vertigini. Ornano i giardini
numerose statue in bronzo, ma mancano completamente targhe e cartelli,
indicanti le varietà vegetali e le statue o qualche cenno storico utile
ai visitatori. Senza Cicerone e senza guida cartacea della villa, si
riesce a sapere ben poco. A mio parere questa è una carenza rimarchevole.
Per conoscerla meglio, bisogna acquistare una guida cartacea al prezzo
di lire 6.000, che decido di non prendere.
Osservando il mare
Al mattino, non so se sia un effetto ottico, dal lungomare, guardando
in lontananza, si vede una striscia blu scura verso l’orizzonte. Quando
il cielo è un po’ nuvoloso il mare da azzurro diventa blu profondo (Deep
blue mi ricorda il super computer dell’IBM, che ha battuto il campione
di scacchi russo Kasparov).
Verso le ore 10.40 dell’8 agosto 2000, a breve distanza dalle barche
ormeggiate nella rada, vedo passare un bel veliero bialbero, battente
bandiera neozelandese, con le vele ammainate, che procede lentamente
a motore verso sud, godendosi lo spettacolo della costa vista dal mare.
Se questo veliero proviene veramente dalla Nuova Zelanda mi chiedo:
«Chissà quante tempeste avrà incontrato, per giungere in questa rada?».
Mentre i bagnanti si godono il sole, i gabbiani volano tranquilli, le
barche dondolano pigramente nei loro ormeggi e un elicottero con agganciato
il cestello antincendio si rifornisce d’acqua. (Opera di uomini senza
scrupoli, che dalla tabula rasa cercano di trarre un ingiusto profitto).
Osservando quegli uomini rischiare la vita contro il fuoco ho avuto
dei momenti di vera commozione. E’ interessante notare come spesso conseguenza
delle dispute umane chi ci rimette veramente è la natura!
In lontananza passa veloce un aliscafo, sollevato dall’acqua. Per me
è sempre uno spettacolo vedere un aliscafo che, uscito da un porto con
le turbine al massimo, si solleva dalle acque increspate, navigando
veloce e leggero come un gabbiano o come un idrovolante, che sta per
decollare.
In direzione di Minori, arroccato su un costone, vi è un castello dalle
torri rotonde, che come stile assomiglia ai castelli della Loira. Si
dice che il Castello Mezzacapa sia stato edificato ai primi del secolo
scorso a somiglianza dei castelli della Loira: l’immagine sembra sia
stata presa da una scatola di fiammiferi. Non l’ho fotografato, perché
le impalcature edili di restauro lo coprivano in gran parte.
Sulla costa vi sono numerose antiche torri di guardia ed avvistamento,
poiché in passato la costa è stata attaccata varie volte dai pirati:
quelle a forma quadrata sono normanne.
Una sera siamo andati a gustare la pizza alla Torre normanna. Dalle
terrazze del ristorante, sito nella torre, si gode un ottimo panorama.
I tavoli sono a picco sul mare.
Il marinaio Giovanni
Ho fatto amicizia con Giovanni, un pescatore che con la crocetta riparava
le reti da pesca nella sua barca in legno. Ex marinaio, sembra la memoria
storica di Maiori o perlomeno il più lieto a parlare del passato. L’anziano
cercava di parlare un italiano comprensibilissimo, rimaneva solo un
leggero accento della costiera. Dal 1957 al 1991 ha navigato tutti i
mari su navi mercantili, trasportando, legname, banane, ecc. Oggi lui
va a pesca da ottobre a giugno, quando nella rada non ci sono altre
imbarcazioni. Mi dice che nella zona si pescano seppie, polipi e pesce
azzurro, ma con rammarico aggiunge: «Ormai le pescherie usano più che
altro pesce importato». Quando ci fu l’alluvione lui prestava servizio
militare in Marina, aveva la base a Taranto, ma in quel periodo era
distaccato ad Ancona. Mi racconta che, prima del 1908, sul litorale
non c’era quasi nulla, soltanto pochi pini. Quasi tutte le piante del
viale lungomare sono infatti state piantate dopo l’alluvione. Sul lungomare
vi sono ora palme ornamentali che, anche se giovani, sono già ben acclimatate
e rigogliose, platani, olmi, cactus, cespugli vari e fiori colorati,
nonché praticelli stile inglese. Lungo il viale vi sono anche due vere
palme da datteri. Gli alberi di palma, sono stati piantati di recente
sul lungomare.
Giovanni mi fa notare una cosa: «Vedi quei due moli che segnano la foce
del torrente Regina, sono presidiati curiosamente giorno e notte da
pescatori con la lenza ». Poi mi guarda sbalordito e mi dice: «Chissà
cosa ci troveranno!».Rimango ad ascoltare i suoi racconti da vecchio
lupo di mare. Mi dice: «Appena dopo l’ultima guerra dentici, pesci spada
e tonni di 4-5 kg si avvicinavano a riva a branchi, lungo la costa verso
Salerno; c’erano cernie anche da 100 kg. e dentici da 40 –50 kg. Il
mare era davvero un giardino! La pesca a maglie piccole è stata distruttiva».
“Qui ogni angolo tiene una storia”
Mi racconta un altro cittadino: «Erano verso le 22.00 del 24 ottobre
1954, quando stavo ritornando da Salerno in autobus, lavoravo in un
magazzino di materiali idraulici; giungemmo a Maiori già inzuppati,
perché sull’autobus ci pioveva. Venne una prima alluvione leggera, poi
i tronchi delle piante abbattute sui monti ostruirono il piccolo letto
del torrente Regina, il quale erose le fondamenta dei palazzi del corso,
facendone crollare la facciata. Le acque dilagarono fino all’attuale
via nuova di Chiunzi. Crollò anche un palazzo in cemento armato, costruito
di recente, nei suoi sotterranei vi era un fabbrica di ghiaccio per
la conservazione del pesce. Si scoprì così che non erano stati fatti
nuovi pozzi, ma bensì erano state usate le vecchie fondamenta». La targa
nel comune elenca i nomi dei 37 morti della eccezionale alluvione nella
notte tra il 24 ed il 25 ottobre 1954.
Aggiunge: «Qui ogni angolo tiene una storia». Su questa spiaggia sbarcarono
carri armati americani, le cui navi avevano vistosi palloni antiaerei.
Giorni prima una commissione segreta di tecnici era venuta ad accertare
se i mezzi corazzati potevano transitare in direzione del valico di
Chiunzi, l’unica strada percorribile, per raggiungere l’hinterland napoletano.
Caterina
Ad Amalfi, mentre sulla banchina stavamo aspettando il battello, per
ritornare a Maiori, vedo una ragazza, che manovra per attraccare. Chiedo:
“ Per Maiori?” Mi risponde: “Si” e salgo alla spicciolata. Le ribatto:
“Gli Amalfitani sono navigatori da sempre!”. Così dopo parecchie settimane
che ho dovuto seguire per televisione lo spot TIM delle tre ragazze
che, partite da Genova con una barca a vela, devono recarsi a Venezia
ed essendo sbigottito della leggerezza di Camilla, ho incontrato finalmente
una donna di mare vera! Caterina conduce il battello fuori dalla darsena,
con notevole perizia e si dirige senza indugio verso Maiori. Nel frattempo
riesco a fotografare un bel veliero bialbero, battente bandiera neozelandese,
alla fonda nella rada vicino ad una unità della guardia costiera. Il
mare è di un blu profondo, il padre di Caterina, da buon lupo di mare,
mi ha pronosticato, in base alle nuvole ed ai venti, il tempo del pomeriggio.
Caterina, una ragazza di 24 anni, mi dice che quello è per lei un lavoro
stagionale e aggiunge che d’estate ha poco tempo, per divertirsi con
gli amici. Il padre Giosuè se la portava in mare con lui sin da quando
aveva 15 anni. Gentilmente si è tolta gli occhiali e si è fatta fotografare.
Il padre, che ora l’aiuta nelle manovre del battello, mi dice che è
da sempre un uomo di mare, prima infatti faceva l’istruttore di sci
nautico e aveva un motoscafo costruito nei cantieri Rio del Lago di
Garda, con motore da 180 cavalli.
Maiori
Maiori non è certo famosa come
Capri, Ischia ecc. ma ci si può trascorrere un ottimo periodo di vacanza,
a misura d’uomo, spostandosi liberamente; si può scegliere tra il relax
ed il divertimento, senza alcuno stress. E’ una cittadina tranquilla,
non ho assistito a nessun episodio di illegalità né di cattiva convivenza
civile. Non vedo nemmeno il traffico indisciplinato e caotico, che mi
avevano descritto, tipico delle città del Sud.
La chiesa principale di Maiori, Santa Maria a Mare, si trova sulla destra
del corso Reginna, in alto, si devono salire numerose scale prima di
arrivarci, ma ci sono anche altri accessi. Le chiese con la cupola di
maiolica sono caratteristiche del Sud Italia. Ho trovato molto simpatica
la chiesetta di San Rocco, sita al piano terra di un edificio; sopra
da una finestra abbiamo visto affacciarsi delle persone. Trovandosi
al di sopra della chiesa, si può affermare che stanno a stretto contatto
con il Padreterno!
Il Reginna, un
ruscello a regime torrentizio, che scende dai monti Lattari, nella parte
finale, prima dello sbocco al mare, è stato coperto, ricavando così
il corso Reginna. Nei pressi del ruscello nella parte scoperta vivono
alcune anatre. Il Reginna è un torrente che d’estate ha una portata
d’acqua molto ridotta; è stato incanalato e ridotto. Gli ampi marciapiedi
di corso Reginna e il lungomare sono stati pavimentati di recente. In
corso Reginna vi sono bei negozi, alcuni con portale antico, ho notato
anche dei gazebo in legno e ferro battuto, inoltre un venditore ambulante
di pannocchie di granoturco lessate.
Anche a Maiori, seppure vi sia molto più spazio rispetto ad Amalfi e
Postano, qualche casa è arroccata sulla roccia. A gennaio i primi raggi
di sole sono già sufficienti, per mitigare i rigori dell’inverno, tant'è
che veniamo a sapere che qualche turista Tedesco fa già il bagno. La
sera, pur addensandosi da nord nuvole portate da qualche perturbazione,
non spirava alito di vento.
D’estate a Maiori ci sono circa 30.000 persone e ogni anno si tiene
una sagra alquanto strana: “La sagra della melanzana alla cioccolata”.
Un cittadino ha provato a spiegarmi la laboriosa ricetta, ma, poiché
è troppo complicata, non la ricordo davvero.
Mi hanno detto che i Monti Lattari, che sovrastano la cittadina, debbono
il nome al fatto che nei tempi passati vi erano numerose mandrie di
mucche, capre e pecore. Vi si produceva quindi abbondante latte per
ottimi latticini. Ora ciò è vero solo in parte: si coltivano limoni,
viti, frutta, patate ed ortaggi vari. Anche l’origano qui ha un aroma
molto particolare! D’inverno i limoni vengono protetti con apposite
reti e lo scirocco e il libeccio causano potenti mareggiate alte più
di 4 m..
I limoni della zona subiscono la concorrenza della Sicilia che, avendo
coltivazioni meccanizzate e vaste estensioni, riesce a produrre agrumi
a costi più bassi. I limoni di Maiori sono però qualitativamente migliori
di quelli siciliani. Qualche decennio fa le navi inglesi e americane
gettavano l’ancora nella rada, per poi caricare, tramite barconi, i
famosi limoni, molto conosciuti e apprezzati, nonostante anche allora
la coltivazione fosse intensiva. Infatti sulle terrazze a gradoni non
si può lavorare che a mano.
D’estate molti affittano l’abitazione a Tramonti o qualche frazione
sui monti Lattari, dove si respira aria ben ossigenata e il mattino
si recano a Maiori, posta a breve distanza.
Il palazzo del Marchese Mezzacapa risale al secolo XIX e vi ha sede
il Municipio e l’Azienda di Soggiorno e Turismo è circondato da un bel
giardino, ricco di numerose specie vegetali. Caratteristiche sono le
profonde e intercomunicanti vasche, la cui acqua pulita proviene dal
vicino torrente. Vi sono alcune palme chica, rose, fontanelle zampillanti
e vasche d’acqua di un verde puro. Qui ha cantato altresì Caruso il
famoso tenore.
Il lungomare non è lunghissimo, ma è ornato di piante fiori e cespugli.
La spiaggia di Maiori, forse di origine vulcanica, una delle più estese
della costa amalfitana, è di sabbia color grigio, con riflessi cristallini
e vitrei; nella rada le barche agli ormeggi dondolano pigramente come
cullate dal mare.
A Maiori le persone sono molto cordiali, dopo aver fatto conoscenza,
raccontano tutto della loro vita, che mi sembra intrisa di principi
religiosi e fanno anche buon uso dei proverbi. Anche la gente più umile
si sforza di parlare un italiano comprensibilissimo: rimane solo una
leggera inflessione dialettale.
Di Maiori si dice che ci sia un’amministrazione comunale efficiente;
infatti viali e marciapiedi sono tutti stati pavimentati di recente,
le aiuole sono ben tenute, curate ed innaffiate e quindi fiori e piante
sono rigogliosi. Nei pressi del lungomare Capone (un pittore locale),
dove si inserisce la via nuova di Chiunzi, ho notato alcune piante grasse,
incredibilmente alte più di tre metri: si tratta di Euphorbie probabilmente
candelabrum. Non ho mai visto all’aperto cactus così grandi! L’inverno
qui deve essere veramente mite, per permettere la vita di queste piante
che temono molto i geli.
Maiori, oltre ad avere il vantaggio di trovarsi al livello del mare
e di avere uno dei più vasti arenili della costa amalfitana, possiede
ancora spazio edificabile, nella parte verso Tramonti. Quello che manca
a Maiori è un bel molo di attracco, per traghetti e battelli per trasporto
passeggeri, ne possiede uno provvisorio e precario. Quello in costruzione
è fermo da oltre un decennio, per qualche irregolarità edilizia. Il
direttore dell’albergo mi ha detto che il problema dell’attracco dei
battelli passeggeri a Maiori si trascina da oltre 15 anni e spera che
nel giro di un paio d’anni si risolva.
Alcune sere ci siamo recati a cena presso il ristorante Mammato; è uno
dei migliori nei quali io abbia avuto il piacere di andare. Fa degli
eccezionali primi, degli ottimi secondi a base di pesce e numerosi tipi
di pizza; tra l’altro ha una carta dei vini lunga tre pagine. Il personale
del Mammato è numeroso e impeccabile. Una figlia della proprietaria
ci ha spiegato che dal 1890 il ristorante si tramanda di generazione
in generazione, cambiando anche alcune sedi. All’inizio era una cosiddetta
cantina, dove si consumava trippa, fagioli, ceci, baccalà, bevendo vino
e gazzosa.
L’hotel Pietra di luna
Questo albergo è stato inaugurato nel 1969, l’anno dell’allunaggio
e della nascita di Internet. Si affaccia sul lungomare e spicca sulla
costa per il suo bianco candido, dispone di due piscine, ma non ha un
parco.
In una bacheca della hall vi è appeso un bollettino meteo del Washington
Post, tratto da Internet, il direttore mi dice che è quello più credibile.
Al cameriere, prima che ci consegni il menù dico «Dopo tanti anni sono
tornato, per gustare di nuovo i sapori locali». Sul menù del giorno
notiamo queste portate: Maccheroni alla siciliana, crostini alla romana,
cotoletta alla milanese!
Una volta mi è rimasto indigesto il polipo, forse perché poco cotto.
I Coreani giudicano un piatto squisito il polipo vivo! Non mi meraviglio
quindi che ogni anno in Corea qualcuno muore dopo averlo mangiato.
Nei parcheggi riservati del caseggiato adiacente l’Hotel, ho notato
dalla finestra un segnale, che non avevo mai visto: “Vietato parcheggiare
con marmitta verso il muro”. Non si certo può dire che i Maioresi non
tengono all’ordine della propria cittadina!
Nei pressi dell’ingresso dell’Hotel c’è una pianta di ficus (la nota
pianta d’appartamento) alta oltre 3,5 metri, dal fusto di diametro di
circa 15 – 20 cm.
Da quando ci ha riferito un giovane professionista di Napoli, in vacanza
nel nostro stesso Hotel, in Campania piove non più di 50-60 giorni all’anno.
Ci ha poi detto che, il porto e il centro storico di Napoli, avendo
già raggiunto il punto di degrado più alto ed essendo ormai invivibili,
da qualche anno sono stati risanati; la micro-criminalità sembra sia
stata allontanata in periferia.
Da lui siamo anche venuti a sapere che nell’hinterland napoletano sono
sorti numerosi piccoli stabilimenti di produzione di calzature che mantenendo
i prezzi bassi, cercano di fare concorrenza alle aziende marchigiane.
Escursione a Capri
Probabilmente di Capri è già stato detto tutto, aggiungo solo alcune
osservazioni, impressioni e qualcosa che mi piace ricordare.
La parola Capri deriva da Capreae, dovuto alla notevole presenza di
cinghiali (Càprios in greco). Ai giorni nostri, considerato l’affollamento
e che restano ben poche nicchie ecologiche, credo che non ci siano rimaste
molte specie di animali selvatici. Capri subì parecchie scorrerie ad
opera dei pirati barbareschi. Dopo
che è stata riscoperta dal medico svedese Axel Munthe (1857-1949), l’isola
è diventata un paradiso per l’ispirazione e la riflessione di grandi
letterati quali Alessandro Dumas, Massimo Gorki, Curzio Malaparte, Ada
Negri ecc.
Arrivando all’isola con la motonave e poi con il motoscafo per giungere
alla grotta azzurra, osservando le scogliere, ho notato che sono state
costruite delle villette proprio a ridosso degli strapiombi, ben più
alti dei famosi faraglioni. Non mi chiedo nemmeno se abusive o meno.
Mi domando però: «In caso di qualche scossa sismica, che fine farebbero
quelle abitazioni?». Immagino che verrebbero sbriciolate. Ho notato
anche dei crolli di parte di scogliere, causati da potenti sconvolgimenti
in chissà quale era geologica.
Il monte Solaro di m. 589 sovrasta Marina Grande, affollata da una moltitudine
di turisti di tutte le nazionalità. A Capri i turisti invadono marciapiedi,
accesso alla funicolare, biglietterie varie, autobus per comitive turistiche
ecc.. per fortuna il traffico stradale è limitato! Per esaudire le richieste
di migliaia di turisti, gli addetti agli esercizi non possono certo
trastullarsi; viene spontaneo domandarsi se il servizio può conservare
un elevato standard di qualità in quelle condizioni. Qualcuno asserisce
che ci sia una selezione ad opera dei prezzi elevati. Non ho idea di
cosa possa succedere in futuro, ma la mia impressione è che Capri sia
quasi al limite dello sfruttamento a scopo turistico-commerciale.
Per compiere il periplo dell’isola con il battello(17 km.) si impiegano
circa due ore, compresa la visita alla grotta azzurra. Le coste sono
alte e rocciose, non esistono a Capri corsi d’acqua né sorgenti d’acqua
dolce.
La grotta Azzurra
Per un attimo i traghettatori mi hanno fatto pensare a Caronte della
Divina Commedia. Dopo aver notato che nella barca non vi era alcuna
traccia della regolamentare dotazione di bordo ho chiesto al nostro
motoscafista: «Dove sono gli equipaggiamenti di sicurezza?» mi ha risposto:
«Sono la sotto, qui siamo a Capri non in Italia!». Notato che il motoscafista
l’ha presa a male, ho lasciato cadere il discorso senza replicare.
Alla grotta azzurra, a causa dell’affollamento, abbiamo dovuto attendere
fuori: c’era un via vai di barche, quindi l’effetto suggestivo è stato
alquanto ridotto. Nella grotta i riflessi dell’acqua danno vita a un
gioco fantasmagorico.
Nella grotta azzurra due ragazze americane si sono tuffate in acqua,
sono poi salite in barca un tantino intirizzite. Di fronte alla grotta
mentre attendevamo il nostro turno per entrare a piccoli gruppi con
le barche mi sono messo a conversare con un italoamericano che dopo
essere emigrato in
Australia e Canada si è stabilito da oltre 40 anni a New York. Aveva
con sé il figlio che effettuava il suo primo viaggio in Italia, capiva
qualcosa, ma non parlava l’italiano. Alla mia domanda: «Si vive bene
a New York?» mi ha risposto: «Ho girato tanto, ma ora mi trovo benissimo,
non cambierei per nulla al mondo». Ha proseguito: «Nella Grande Mela
non si trovano di certo i dollari in terra, ma chi ha voglia di lavorare
trova il “job”, lo cambia e se merita può fare anche successo».
Da Marina Grande per raggiungere il centro storico di Capri, anziché
fare una enorme fila per prendere la funicolare, abbiamo deciso di prendere
un taxi. Sono caratteristici i taxi coperti da una tenda. Saliamo con
la Fiat 1400 colore rosso del 1952 targata NA 102710 condotta da Antonio,
un anziano non troppo espansivo che da oltre 25 anni fa il tassista.
Sulla ripida salita in una curva si è fermato per far transitare un
autobus, nel ripartire è andato ad urtare con il paraurti posteriore
un lato dell’autobus. Lo smarrimento è stato solo nostro, infatti il
conduttore dell’autobus si è sporto dal finestrino per constatare il
lieve graffio e poi è ripartito. Il nostro tassista ha ripreso la marcia
imperturbabile senza far trasparire nessuna emozione.
Piazza Umberto I, la piazzetta, detta anche il salotto buono, cuore
dell’isola è dominata dalla torre dell’orologio già campanile della
cattedrale, di impronta orientaleggiante; da qui si può godere un panorama
unico: mare limpido e azzurro.
Le case sono bianche e rosse con terrazzi e porticati, abbelliscono
l’isola grandissimi oleandri rosa e bianchi; il diametro del fusto raggiunge
i venti centimetri. Al centro nord Italia non riescono a raggiungere
tali dimensioni a causa delle gelate.
Le strette viuzze sono spesso sormontate da archi e gallerie e ornate
dai fiori degli oleandri, le buganvillee sono rigogliose. In via Vittorio
Emanuele si trovano il famoso grand hotel Quisisana e lussuose boutique.
Ho notato che sulle calzature esposte vi era il prezzo su ambedue, forse
a causa del prezzo qualche turista sarebbe tentato di acquistarne una
sola?!
Via F. Serena ci conduce verso i giardini di Augusto. Via Krupp, una
stradina panoramica costruita con il contributo degli omonimi industriali
tedeschi, è percorribile solo a piedi e porta dai giardini di Augusto
alla marina piccola ed alla baia ove si trovano i famosi faraglioni
(le cui foto sono conosciute in tutto il mondo) con una caratteristica
discesa a serpentina. Nei giardini di Augusto non ho notato specie vegetali
particolari, però si può godere di un vista stupenda che dà sulla Marina
piccola e sui faraglioni. Ho avuto un po’ di timore per l’altezza, ma
il panorama è unico, eccezionalmente bello. I maestosi faraglioni alti
oltre cento metri si elevano dal mare come giganti figli di Poseidone,
il mitologico dio del mare. Le acque sono trasparenti e si può vedere
il fondo colore smeraldo, da questa altezza tutte le imbarcazioni sembrano
barchette di carta nella vasca da bagno.
Dopo la visita al capoluogo
anziché il costoso taxi per scendere a Marina Grande abbiamo preso la
funicolare, un efficiente trenino a cremagliera.
Gli spaghetti e la pizza ormai non sono più solo un simbolo partenopeo,
bensì dell’Italia intera. L’insalata caprese, diffusasi a Roma ed in
altre parti d’Italia, è nata qui. La cucina partenopea è la mia preferita,
la considero la migliore d’Italia e del mondo (insieme a quella francese).
Ricette fresche, genuine e dal sapore, intenso, preparate evitando di
mescolare ingredienti non affini tra loro.Il segreto di questa cucina
sta nel fatto che privilegia alimenti semplici, ma dal gusto vero; è
inconfondibile. Mi auguro sinceramente che non cambi.

Per l'immagine della targa di John Steinbeck si ringrazia il sito www.mitopositano.it
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