Di Antonio Mauro
27 gennaio - domenica
Alle 7 meno un quarto siamo sotto la casa di Angela e Antonio. E' ancora
buio e, ovviamente, fa freddo. Domenica: l'autostrada è abbastanza libera e
in 3 quarti d'ora siamo alla Malpensa. Troviamo subito il parcheggio
indicato da Luca, dove lasceremo la macchina per tutto il tempo della
vacanza. Mentre Edoardo e Antonio sbrigano la pratica nell' ufficio, io e
Angela stiamo fuori con i bagagli. Intorno a noi una distesa di macchine
ricoperte da un sottile strato di brina gelata.
Io batto i denti e penso al contenuto della mia valigia: costume da bagno,
calzoncini, magliette. Mah..
La navetta ci porta alle partenze. L' aereo decolla con lieve ritardo. Si
balla un po' in prossimità delle Alpi, poi tutto fila via liscio. All'
altezza delle coste di Normandia usciamo sull'Atlantico e puntiamo al
Canada. Poi l'aereo vira a Sud, verso la Florida. Il cielo sereno ci
permette di seguire la rotta. Man mano che ci avviciniamo a Cuba, però, le
nuvole aumentano. Atterriamo all'Avana sotto un cielo plumbeo. Però fa
caldo.
Il taxi ci porta alla prima "casa special" che ci ospiterà. E' stata
trovata all'ultimo, in sostituzione di un'altra colpita da un lutto
improvviso e recente. L' arrendador si chiama Alfredo ed è medico, vive con
la madre e la giovane compagna..
Veniamo accolti calorosamente dall' anziana, vivace signora che, per questa
sera, ha già in programma un menu a base di pesce: aragosta, camaron e
pescado.
L' ingresso-salotto è come da manuale: un ritratto del Che, ninnoli di poco
conto sparsi ovunque, composizioni di fiori finti di ogni forma, colore,
dimensione. E l' immancabile balança. Dondolarsi sulla balança è, per ogni
Cubano, il miglior modo per rilassarsi e passare il tempo.
Gli arrendador mettono a disposizione dei turisti camere con bagno e, all'
occasione, cucinano.
Devono avere una licenza statale e allo stato è destinata una larga fetta
dei loro introiti.
In genere questa non è l' unica fonte di sostentamento delle famiglie: c'è
la pensione, se sono anziani, oppure lo stipendio di uno dei coniugi, che
svolge altro lavoro.
Gli arrendador hanno, nel complesso, un buon tenore di vita.
Le loro case sono contrassegnate, all' esterno, da un marchio: azzurro per
chi ospita turisti, arancio per i locali.
Come si arriva, bisogna presentare passaporto e visto, si viene quindi
registrati su un apposito albo che va controfirmato.
Usciamo per un primo giro. C'è abbastanza movimento, ma il traffico
automobilistico non è certo quello delle grandi città, cui siamo abituati.
Numerosi i veicoli trainati da cavalli. E un' umanità delle più varie:
bianchi, neri, creoli, mulatti, alti, bassi, grassi, magri. Ma tutti vestiti
allo stesso modo: pantaloni, molto spesso corti, e maglietta. Le gambe
quasi sempre scoperte, fino a mezza coscia, e non importa se sei grassa. Da
noi una cicciona in minigonna farebbe voltare e sghignazzare i perbenisti,
i cultori del look e della moda; ma qui è diverso: qui fa caldo, quindi no
problema... Le persone cui ci rivolgiamo per informazioni sono molto
disponibili, ma anche riservate: rispondono educatamente e via, non fanno
domande, non cercano di "attaccare bottone".
In una grande "Coppelia" ci sono appesi, incorniciati, due scritti che
iniziano con "Segnor Bush" E' tutto in spagnolo, ovviamente, ma il senso
del testo è facilmente intuibile. Ho lasciato a casa la macchina
fotografica.
Antonio l' ha, ma non osa. Ci saranno tantissime altre occasioni ...
Dopo cena viene a trovarci Francesco, il ragazzo italiano che vive all'Havana
ed insieme ad Antonio, tramite Internet, ha prenotato le "case particular".
Ci parla un po' della sua vita, della sua decisione di vivere qui.
Decisione sofferta, di cui dà varie motivazioni piuttosto fumose: la più
chiara è l' insofferenza a recarsi al lavoro con la cravatta ( ? ).
- Hai una casa, una famiglia, un lavoro, cosa fai lì ? - si lamenta la
madre
- Cosa fate lì voi, piuttosto! - Ribatte lui, che ha seguito le ultime,
squallide vicende della politica italiana e, come la maggior parte dei suoi
connazionali, si è profondamente vergognato.
Francesco ci mette in guardia su due cose in particolare: l' acqua (non
usarla mai, neppure per lavarci denti) e i Cubani: cercano sempre di
imbrogliarti. In modo simpatico, magari, e gentile, ma ci provano sempre.
Ci aggiorna anche sui trasporti: meglio lasciar perdere il treno, sono
ottime, invece, le linee dei pullman e i taxisti. Ma statali, si
raccomanda, non privati.
E sconsiglia di noleggiare automobili: è costoso e si possono avere delle
grane. Qui non scherzano: al minimo sgarro, ti ritirano il passaporto e ti
bloccano il rientro in patria.
- Questo sarebbe il meno dei mali ! - mi vien da dire, pensando all' attuale
situazione italiana. Ma evito la battuta, troppo facile e scontata.
Un amico italiano, venuto tempo fa a trovarlo, prosegue Francesco, mentre
era alla guida dell' auto, per una banale distrazione ha investito un
motorino e ucciso uno dei due occupanti.
Si è fatto tre anni di carcere. E' uscito prima del tempo ed ha potuto
rimpatriare grazie all' intervento del Nunzio Apostolico all' Havana,
amico di Francesco.
Tu quoque, Fidel...
E ci ricorda di confermare sempre, il giorno prima, il nostro arrivo nelle
case dei vari particular.
Ci augura la buona notte e se ne va con la Nutella che, dietro sua
richiesta, gli abbiamo portato: è la cosa che più rimpiange dell' Italia.
28 gennaio - lunedì
Usciamo di buon mattino per raggiungere il terminal della Viazul: dobbiamo
interessarci per lo spostamento a S.ta Clara, in programma per mercoledì.
Uno spazzino sta pulendo il marciapiede e le piccole aiuole intorno agli
alberi. Ha un vecchio carretto e usa attrezzi piuttosto rudimentali, ma il
risultato è ottimo. Ne troveremo molti di spazzini, in tutte le città:
sembrano fatti con lo stampino. Percorriamo ampi viali alberati e puliti.
Ovunque grandi manifesti propagandistici che inneggiano alla "revolucion" ,
al socialismo, alla libertà. Fotografarli tutti è impossibile: ne troveremo
in abbondanza per tutta l' isola.
Non è facile trovare la stazione della Viazul , come non è facile vedere i
pullman. Se ne vedono molti, invece, della "Astro". Capiremo più avanti il
perché: come in tanti altri servizi, c'è distinzione tra turisti e gente
del posto: l' Astro è riservata ai cubani, la Viazul ai turisti.
Riusciamo, comunque, a fare prenotazioni e biglietti.
Ci incamminiamo verso il centro, fino al Plaza de la Catedral, ingombra
delle allegre bancarelle degli artigiani.
"La musica trasformata in pietra" così Alejo Carpentier ha definito, a
ragione, la cattedrale, simbolo della città.
Effettivamente le pareti, le colonne, le cornici, conferiscono alla
facciata il movimento sinuoso e l' eleganza di una ballerina che danza al
ritmo della trova. Attraverso vie fiancheggiate da palazzi coloniali
arriviamo a Plaza de Armas.
Davanti alla facoltà di lingue straniere c'è via-vai di studenti. Antonio
interpella due ragazzi per chiedere informazioni. Se vogliamo, ci
accompagneranno loro all' Havana veia, dobbiamo solo aspettare che finiscano
gli appunti. Anzi no, li finiranno domani: chiudono i quaderni e vengono
con noi.
Sono entrambi sotto i trent'anni. Ariel, riservato e tranquillo, parla un
Italiano abbastanza scorrevole, vive con la madre e la nonna. Arturo,
magro, occhi e capelli molto scuri, è più disinvolto e ciarliero, ma il suo
Italiano non è così sicuro. Da un anno vive con Gisele, rimasta sola con
due bambine, dopo che il marito se n'è andato. La incontriamo più avanti.
- Lei è Gisele - Arturo ce la presenta, orgoglioso, mentre le cinge le
spalle. E' piccola, lunghi capelli castano-rossicci raccolti, pantaloncini
corti e aderenti.
Proseguiamo, i due ragazzi tenendosi costantemente per mano. Attraverso
quartieri fatiscenti e affollati arriviamo al centro, P.za del Capitolio.
Aiuole ben tenute, palazzi eleganti, larghi viali verdi e puliti. Verso
mezzogiorno siamo all'albergo di Hemminguay. Per salire all'appartamento
dello scrittore e al terrazzo ristorante percorriamo i cinque piani a piedi,
vista la lunga attesa agli ascensori. Su quel terrazzo con vista sul porto,
mentre consumiamo un piacevole pranzo a base di bruschette e una lieve
brezza spira dal mare, avverrà l'incontro tra Angela e il moihito.
E sarà amore a prima vista....
Gisele si è fatta più disinvolta. Ci mostra le foto delle sue bambine, ci
parla del suo lavoro: è archeologa sottomarina.
- Bueno - commenta, riferendosi al suo stipendio.
E parla di Arturo, che la ama, ma soprattutto ama le sue bambine, come se
fosse il vero padre: cosa si può desiderare di più ?
Arturo guarda al domani con maggior preoccupazione: vorrebbe fare la guida
turistica, ma prima bisogna terminare gli studi, intanto cerca un lavoretto
per contribuire anche lui alla sua nuova famiglia, perché è dura, i soldi
non bastano mai.
Per il momento, la cosa più bella e più sicura è la sua Gisele, e tanto
basta.
Ariel assiste a tutta questa felicità da cui si sente escluso. Vorrebbe
anche lui una ragazza, per farsi una famiglia: ne aveva una, ma si sono
appena lasciati. Oppure andare in Italia: come si fa ad imparare bene la
lingua rimanendo qui ? Ma non è facile ottenere il permesso all' espatrio e
comunque il viaggio costa molto: dove li va a prendere tutti quei soldi ?
Parla lentamente, Ariel, e solo se interrogato, senò se ne sta assorto, come
sopra pensiero.
I ragazzi ci vogliono a casa loro, domani. Arturo e Gisele vivono a
Guanabo: passeremo la giornata insieme.
Nel pomeriggio li lasciamo alla fermata dell' autobus.
Noi percorriamo tutto il Malécon, giocando come bambini ad evitare gli
spruzzi delle onde che, in alcuni punti, superano il parapetto e s'
infrangono sul marciapiede.
Edoardo si prende una bella doccia da capo a piedi.
No problema: in fondo era quello che voleva..
29 gennaio - martedì
Come d'accordo, alla 9 ci troviamo con Ariel e insieme andiamo a Guanabo. E'
un piccolo centro di abitazioni basse, un po' malmesse. La casa di Gisele
è a pochi passi dal mare: basta attraversare una strada sterrata che le
piogge recenti o il mare stesso hanno ricoperto d'acqua. Hanno messo qualche
passerella in legno. L' appartamento di Gisele è al primo piano, sopra
quello degli zii, si sale attraverso una ripida scaletta. L'
ingresso-salotto è semplice ma accogliente e pulito: un tavolo rotondo,
televisore con stereo e lettore CD, un divano e, ovviamente, due balançe.
La cucina e il bagno sono piuttosto squallidi.
Ci accolgono con entusiasmo, insieme ai due cagnolini: una bastardina non
più giovane, molto affettuosa, e un pechinese vivace e sventato.
Approfittando del cancello aperto i due cani escono. Il pechinese non si
troverà più. Per almeno un'ora percorriamo la spiaggia in lungo e in
largo. Dicono che hanno visto un ragazzo che lo prendeva, anzi no: l' ha
preso una coppia che passeggiava sulla spiaggia, anzi no: l' ha preso il
ragazzo e l' ha consegnato alla coppia.
Giselle è disperata: chiama, corre, piange, ma è tutto inutile. Poi s'
accorge che anche noi siamo mortificati, Angela, addirittura, ha le lacrime
agli occhi. Allora, all'improvviso, cambia atteggiamento: questa deve
essere una giornata come tutte le altre, anzi più bella, perché siamo
insieme, in fondo son cose che succedono. Sorride, Giselle: adesso e lei
che consola Angela. E per il resto della giornata del cane non parlerà più.
Torniamo in spiaggia, ormai è mezzogiorno passato. Viene Arturo a chiamarci.
-Sarà pronto il pranzo - penso
Invece ci comunica che lui e Giselle andranno un attimo al Policlinico del
posto per gli ultimi accordi riguardanti un intervento ambulatoriale cui
domani dovrà sottoporsi la ragazza.
Sono incuriosita: chissà cosa mangeremo, e quando.
Tornano dopo un' ora buona.
Alle due del pomeriggio la tavola è imbandita con cura, e vi è ogni
ben-di-dio: oltre al solito riso con i fagioli neri, frutta, verdura, un
ottimo piatto di carne in umido. Ancora non ho capito da dove è saltata
fuori tutta quella roba e per opera di chi. Ci accomodiamo sulle uniche
quattro sedie intorno al tavolo, i ragazzi più indietro, nelle poltrone,
con i piatti in grembo.
- Ma è vero - chiede Gisele - che in Italia non si mette tutto il pranzo in
tavola, ma solo una parte, poi si tolgono i piatti e si mette l' altra ? -
Confermiamo: si serve il primo, poi il secondo con la verdura, la frutta..
Sorride incredula e scuote la testa. Angela chiede un tovagliolo di carta.
No problema: Arturo scatta dalla sua poltrona, e torna dal bagno con un
rotolo di carta igienica, da cui stacca dei pezzi che distribuisce con
estrema naturalezza.
Verso le 4, mentre, comodamente seduti su divano e balançe, facciamo la
siesta chiacchierando, irrompe in casa Nanette, nove anni, appena uscita da
scuola. Nanette è la figlia maggiore di Gisele: capelli scuri raccolti in
una lunga coda, occhi neri e ridenti, un sorriso accattivante. Non mostra
alcuna meraviglia per la nostra presenza e ci saluta con un bacio, come se
ci conoscesse da sempre.
Poi si cambia e da sfogo alla sua vivacità: corre per la casa saltellando,
accenna a qualche passo di danza, canta sottovoce, si accoccola ogni tanto
in braccio alla mamma. Le chiedo di farmi vedere i quaderni: li tiene a
scuola, qui ne ha solo uno di scarsa importanza. E' piccolo e un po'
sgualcito, ma la scrittura è regolare e ordinata.
"El nostro apostolo Josè Martì " titola uno degli ultimi lavori.
E la piccola? E' dalla balia, in questi giorni l' asilo è chiuso per
ristrutturazione.
La balia è un donnone di colore, dall'aria dolce e materna. Ninette sta
dormendo in una piccola brandina a x, di quelle che un tempo si usavano
anche da noi. Ci accostiamo in silenzio. La bambina avverte la nostra
presenza e si sveglia. Seduta sulla brandina, tende la mano verso la mamma
che la prende in braccio.
Poco dopo siamo fuori.
Taciturna e ancora insonnolita, Ninette ci dà la mano e cammina docilmente
al nostro fianco. E' chiara di pelle, i capelli biondo-castani, ondulati,
incorniciano il viso.
Arrivati sulla spiaggia si china e slaccia le stringhe. Arturo capisce al
volo e la libera di scarpe e di calze. Ed ha inizio il gioco meraviglioso
di Ninette con il mare. La bambina corre sul bagnasciuga avanti e indietro,
segue l' onda che si ritrae, indietreggia quando l' onda avanza, a volte
cade, si rialza ridendo. Vi sono delle buche che il mare ha riempito.
Ninette salta dentro a piè pari, schizzandosi le gambe fin sopra le
ginocchia. Dopo un po' i calzoncini sono fradici. Giselle la guarda e
sorride: no problema, poi, a casa, ci cambieremo. O forse non ce ne sarà
bisogno: penserà il sole ad asciugarli...
La spiaggia non è sporca, ma ci sono disseminate molte bottigliette di
plastica azzurrognola.
Arturo ne indica una : - Io preferirei incontrare uno squalo, piuttosto che
quella ! -
Perché quelle bottigliette sono, in realtà, terribili meduse, dotate di un
veleno letale. Ninette si avvicina, vorrebbe toccarne una. - No,
vieni - dice tranquillamente Gisele e la scosta.
La sorella preferisce stare con la madre: la prende sottobraccio, le parla,
le fa molte domande. Sembra avere un aspetto protettivo nei suoi
confronti.
Abbiamo deciso di lasciare una somma di denaro alla famiglia di Giselle, ma
non sappiamo come fare per non urtarla. Io e Antonio siamo sul balcone di
casa, in disparte dagli altri, e la chiamiamo. Gisele non vuole: scuote
energicamente la testa, è imbarazzata, vorrebbe piangere. La convinciamo,
spiegandole che è un regalo per le bambine: noi non abbiamo il tempo né la
possibilità di andare per negozi. Allora Gisele accetta e, visibilmente
soddisfatta, corre a mettere i soldi nella stanza da letto.
Alle cinque Ariel torna all' Havana con il pullman. Noi poco dopo, in taxi.
E salutiamo quella famiglia stranamente felice con un padre-non padre ancora
studente, una madre poco più che ragazzina, che già progetta di
sopraelevare la casa per la sua Nanette, quando sarà grande. Ma ci
vogliono tanti soldi, troppi: gli stessi che, da noi, occorrono per comprare
una camicetta al mercato.
Salutiamo le bambine, che ora stanno giocando con alcune amichette, e per
tutto il pomeriggio non sono mai state invadenti o appiccicose, non hanno
fatto un capriccio, una richiesta, non si sono nemmeno accorte della
scomparsa del pechinese. Ci scambiamo abbracci e saluti con la promessa di
scriverci, di telefonarci. E poi, chi lo sa, potrebbe capitare che torniamo
a Cuba..
Ma io sono certa che non li vedremo più.
30 gennaio - mercoledì
Il viaggio a Santa Clara dura quattro ore. Si esce dall'Havana attraverso
ampi viali circondati dal verde, molto curati: ai lati e nell' aiuola
spartitraffico siepi e cespugli di ibisco in fiore. L' interno dell'isola
è rigoglioso: pascoli con cavalli e bovini, palmeti, canna da zucchero.
Incrociamo poche macchine e camion, ma numerosi carretti tirati da cavalli
o da buoi.
Alle 12,30 siamo davanti alla casa di Olga, l' arrendador. C'è un
inconveniente: la sua precedente ospite è stata male e ha dovuto rimandare
la partenza quindi la stanza è ancora occupa. Ma no problema: siamo tutti
da Alina, che sta sul lato opposto della piccola piazza.
Alina ci accoglie con un sorriso timido e cordiale.
- Siete Italiani ? Mia suocera abita a Bologna - E' la frase più lunga
che dirà durante tutta la breve permanenza da lei. Alina è svelta e
precisa. Tiene con molta cura la sua casa, moderna e ordinata e ci prepara
una veloce merenda.
Il pomeriggio ci rechiamo al treno blindato, da lì andremo al mausoleo di
Che Guevara.
Sotto il sole che si sta facendo sempre più ardente e, dopo varie richieste
di informazione ai passanti, arriviamo, finalmente.
Nella piazzetta ci sono i quattro vagoni appartenenti al convoglio che
trasportava le truppe di Batista e venne attaccato dal Che e dai suoi
guerriglieri, scesi dalla Sierra Maestra per dare l' apporto decisivo ala
rivoluzione.
Due di essi sono trasformati in museo, con foto, armi documenti.
Il mausoleo è piuttosto distante, ma cosa sono, in fondo, 5 o 6 chilometri?
Facciamo sosta in una piazzetta, dove una scolaresca sta provando un saggio
di ginnastica con sottofondo musicale. Lo stereo è nella casa di fronte.
E proseguiamo.
- Il mausoleo del Che, por favor ?-
-Adelante, sempre dritto - Ed è un via-vai incessante di mezzi pubblici a
cavallo.
Antonio osserva i nostri visi accaldati:
-Al ritorno prendiamo il cavallo anche noi- dice mosso a compassione.
Il mausoleo del Che occupa uno spiazzo enorme sulla cima di un modesto
rilievo. Grandi aiuole verdi, tenute costantemente pulite dagli
onnipresenti spazzini, e alberi che non bastano a mitigare la vampa del sole
pomeridiano. Il monumento è enorme e imponente, nella sua linearità. Sul
grande basamento rettangolare, nel cui interno c'è il museo, s' erge la
statua bronzea del Che, che, col braccio al collo, così com' era quando
arrivò dalla Sierra maestra, marcia eretto e spedito con lo sguardo puntato
a sud, verso l' America Latina.
Nel piccolo, affollato museo fotografie, documenti, armi, oggetti
personali. E molto silenzio.
Di fronte il sepolcro. Veniamo introdotte da due ragazze in divisa, che ci
chiedono la nazionalità. Si può entrare pochi alla volta. L' ambiente è
piccolo e appena illuminato, ma non tetro; il soffitto a volta lo fa
sembrare una grotta. Nel fondo è stata ricostruita fedelmente la
vegetazione della foresta tropicale, teatro delle imprese e della vita del
Che. Davanti arde una fiamma perenne, voluta da Fidel Castro quando la
salma venne traslata.
Nelle pareti, ricoperte di pietra chiara, le tombe dei guerriglieri uccisi
in battaglia e quella del Capitano, non dissimile dalle altre.
Il tutto è molto semplice e sobrio, ma l'atmosfera è unica.
- E' veramente bello, complimenti. -
-Gaçias - Le ragazze in divisa sono visibilmente compiaciute.
Antonio mantiene fede alla sua promessa. Il taxi a cavallo ci riporta in
centro: una breve passeggiala nel buolevard, riservato ai soli pedoni, e la
ricerca di un taxi che domani ci porterà a Trinidad. Il prezzo è
conveniente. La cena serale di Alina inizia con una deliziosa crema
vegetale che non mangeremo più.
31 gennaio - giovedì
8 del mattino. La piazza antistante la casa si sta affollando di studenti,
tutti con la divisa nazionale, secondo il grado della scuola: gonnellina o
pantaloncini bordeaux per i più piccoli e, via via, color senape e tabacco.
Le camicie rigorosamente bianche, le gonne rigorosamente corte. Il tutto è
elegante e piacevole a vedersi. Non si sentono schiamazzi, ma soltanto un
diffuso brusio.
Sull' altro lato della piazza un gruppo di anziani fa ginnastica dolce con
un istruttore, come attrezzi bottiglie di plastica piene d' acqua. Ci
avviciniamo ad un gruppo di bambini.
Chi vuol fare la fotografia ? Alcuni accettano ridendo, altri si
allontanano intimiditi.
- Chi è il primo della classe ? - fa Antonio col suo personale idioma
italo-spagnoleggiante.
- Lei - qualcuno indica una ragazzina che si schermisce.
- E l' ultimo ?-
- Lui, e lui ! - questa volta la risposta è unanime e sicura.
- Sì ! - e il diretto interessato alza la mano, orgoglioso del suo primato.
Un gruppetto, vicino a un' aiuola, è impegnato in una prova teatrale. Una
ragazzina sui 14 anni, in abito di scena, sta provando un monologo. Non
capiamo nulla del testo, ma seguiamo fino alla fine, affascinati dalle
movenze, dalla gestualità, dalle inflessioni della voce.
Ho portato dall' Italia parecchie penne biro, sembra che qui siano molto
richieste. E' inutile che continui a portarmele dietro: le regalerò a
questa scuola dal nome così pittoresco "El Vaquerito".
Mi avvicino a una signora che mi è stata indicata come insegnante, o forse
dirigente, e gliele porgo. Mi aspetto un' accoglienza entusiasta e calorosa,
e già sono pronta ad iniziare una breve conversazione: ho insegnato anch'
io, per parecchi anni, e ne so qualcosa di bambini; questi sono veramente
educati e carini: complimenti. Ma la donna accoglie l' omaggio con un
sorriso di circostanza, bisbiglia un "gracias" a mezza voce, quindi si
allontana con la scolaresca.
Fine dei ringraziamenti e della conversazione.
Sarà sempre così: ogni regalo, anche se richiesto, non viene accolto con
manifestazioni plateali, ma con un pudore quasi imbarazzato.
Alle 9, puntuale, arriva il taxi: stipiamo le valige nel baule e ci
allontaniamo, mentre Alina, dalla porta di casa, ci saluta con timidi cenni
della mano.
La strada che porta a Trinidad attraversa la sierra verde e ombrosa. Una
breve sosta per fotografare, dall' alto, il lago e una cucciolata di
maialini di latte che, alla nostra vista, si allontanano grufolando.
Ed eccoci a Trinidad, davanti alla nuova casa che ci ospiterà fino a sabato.
La famiglia di Alfredo ci accoglie sulla soglia e ci aiuta a scaricare i
bagagli. Alfredo è un distinto signore di mezza età.
Per lui quello dell' arrendador non è un mestiere: è una vocazione. Si
adopera con sollecitudine e discrezione perché i suoi ospiti siano
soddisfatti in tutte le loro esigenze, è orgoglioso della sua casa, della
cucina ottima e varia. Margarita, la moglie, è una cuoca eccellente: ogni
pranzo terminerà con un dolce al caramello appositamente preparato. Sono
aiutati da Paolo, il genero, un ragazzone aspirante avvocato che ha seguito
un corso di cucina per dare una mano in famiglia. Durante le cene la
famiglia di Alfredo è sempre presente, ma senza alcuna invadenza.
Trinidad è un gioiellino coloniale. Le case hanno lunghe porte finestre,
protette da inferriate bianche, che si uniscono sopra a formare un
pennacchio a volute. Anche il piccolo atrio coperto, sul davanti, è
protetto da cancellate bianche, ricamate e leggere come trine.
Dalla strada si intravedono grandi, austeri saloni elegantemente arredati,
con i pavimenti tirati a lucido, e, là, in fondo, il patio ombroso, con
piante grasse, palme, cespugli fioriti. All' interno della casa, invece,
abbondano mazzi di fiori finti variamente colorati..
Ma vi sono anche quartieri modesti, con strade sterrate costellate di
pozzanghere melmose: mentre chiacchieriamo con le donne sedute sulle soglie
intravediamo locali bassi e tetri, con pareti scrostate, pavimenti mal
messi e balançe zoppicanti.
Altre vie, invece, hanno l' acciottolato costituito dai sassi che i galeoni
spagnoli usavano come zavorra. Sembrano i nostri bei cortili di un tempo,
con le sedie sulla porta, la gente che parla da una casa all' altra, i
bambini che giocano all' aperto senza problemi.
Nel mercatino si vendono manufatti, opera delle donne del posto: tovaglie
ricamate, golf, vestitini per bambini.
Scelgo un golf per Federica.
- E ' magra - spiego alla simpatica, prosperosa ragazza che mi sta
servendo - ma non piatta, ha abbastanza seno, ma non troppo - e la guardo.
- Capito - dice la ragazzona, che, effettivamente, ha compreso al volo -
non "tetona como mi ..."
Domani andremo al mare, finalmente. Le spiagge di Trinidad sono due: la
Boca a Ancom. Decidiamo per quest' ultima.
1 febbraio - venerdì
Ed ecco il taxi bianco che ci porterà ad Ancom. Lo guida Mercedes, una della
pochissima taxiste di Cuba. Mercedes non è più tanto giovane. I lunghi
capelli biondo-platino sono raccolti in una elaborata acconciatura, è
truccata, i jeans aderenti mettono in risalto il fisico ancora giovanile.
E', in poche parole, una donna vistosa: da noi , almeno, attirerebbe
parecchi sguardi.
Eppure è timida e riservata, parla poco, ha movenze eleganti e gentili.
Ci lasciamo con l' accordo che torni a prenderci di pomeriggio.
- Va bene, no problema -
La spiaggia è da cartolina: sabbia chiara, palme e mangrovie che
sostituiscono egregiamente gli ombrelloni. C'è anche un piccolo bar
ristorante e strane sedie-sdraio di plastica senza gambe, che poggiano
direttamente sulla sabbia. Ci si può servire a piacimento.
Passeggiamo a lungo sul bagnasciuga, raccogliendo sassi bianchi mai visti
prima d' ora, che l' incessante lavoro del mare ha lavorato formando
incredibili ricami. Ne ho portato a casa qualcuno: stanno bene, sul
tavolino, sembrano oggetti di gran pregio e bellezza.
Li aveva già notati al mercatino, ma non come merce esposta: le donne ne
usavano in abbondanza per fissare i teli delle bancarelle, che senò il
vento scompigliava.
Facciamo il bagno a turno, per poter controllare i nostri effetti. E' una
precauzione solo nostra: la spiaggia é disseminata di borse lasciate
incustodite . Ma non si sa mai ... Margarita ci ha preparato dei panini,
che sono stati regolarmente dimenticati a casa. No problema: le abbondanti
colazioni del mattino ci saziano a sufficienza. Nel piccolo bar ordiniamo
da bere. Angela centellina piacevolmente il solito moihito, ma sarà il sole,
sarà che non è proprio il solito, fatto sta che per un po' temiamo
seriamente per la stabilità dei suoi freni inibitori.
Nel pomeriggio il cielo si copre: decidiamo di visitare l'altra spiaggia,
la Boca.
Ci andiamo con il taxi più improbabile che abbia visto in vita mia.
O, per lo meno, quello che è rimasto del taxi.
Lo guida un donnone taciturno, che ci apre le portiere: solo lei sa farlo
senza che le resti qualche pezzo in mano.
La Boca è uno strano rione: a casette linde e ben tenute, con giardini
ricchi e curati, si alternano catapecchie malinconiche e cadenti e
abitazioni che vengono aperte solo d' estate. Vi è un certo senso d'
abbandono. Probabilmente in alta stagione è tutta un' altra cosa.
Mercedes è lì, pronta, prima dell' orario stabilito, per riportarci a casa.
La sera Margarita prepara una minestra di pasta, con verdure particolari,
che ci entusiasma: complimenti, Margarita, è una squisitezza, non ne avevamo
mangiate mai di così buone !
Silenziosamente, Alfredo fa la spola tra la cucina e il salotto, e sorride
sotto i baffi, compiaciuto.
2 febbraio - sabato
Il museo Brunet era un tempo l' abitazione dell' omonimo Conte, governatore
catalano di Trinidad in epoca coloniale.
Lo visitiamo con la guida, una dolce, garbata signora sulla cinquantina, che
ci mostra il tutto con orgoglio, come se fosse casa sua. I mobili e le
supellettili sono di un' eleganza e di un pregio come mai ci saremmo
aspettati: le ceramiche di Capodimonte, i cristalli di Baviera, i marmi di
Carrara, testimoniano uno stile di vita raffinato e lussuoso.
Intanto, nelle coltivazioni di canna da zucchero gli schiavi importati dall'
Africa e da Haiti morivano di fatica e di stenti.
Domani partiamo per Camaguey: dobbiamo confermare il nostro arrivo, come
suggerito da Francesco. Può Alfredo fare la telefonata? Ma certo, no
problema.
Le telefonate di Alfredo passeranno alla storia.
- Devi dire che domani a mezzogiorno siamo lì, come d' accordo -
raccomanda Antonio.
Ma Alfredo se le cose le fa, le fa bene.
Con aria seria e compunta solleva il ricevitore, poi compone il numero con
calma ed attenzione, stando ben attento a non sbagliare. Declina le sue
generalità: "Arrendador de Trinidad" con tutto quello che segue, poi ci
presenta nei particolari: "Antonio e la sua esposa, Edoardo e la sua
esposa"
confermando che siamo italiani
- Non importa, di' semplicemente che arriviamo domani !-
Con un cenno della mano, Alfredo gli dice di non distrarlo, por favor, e
prosegue imperterrito: al momento siamo suoi ospiti, spiega da quale
ciudad arriviamo, da quanto siamo a casa sua, conferma infine il nostro
arrivo per l' indomani, precisando quanto tempo ci tratteremo.
Antonio scalpita.
.. e sarà possibile riconoscerci attraverso un cartello con scritto. e
legge il cartello compitando parola per parola, lettera per lettera.
A posto? Bien, buena tarda.
Riaggancia. Poi rivolto alla piccola assemblea seduta a tavola, proclama
con aria visibilmente soddisfatta:
- Todo a posto, no problema - .
Missione compiuta.
3 febbraio - domenica
Prima delle otto Mercedes è davanti a casa per portarci alla stazione della
Viazul. Salutiamo quella che per tre giorni è stata la nostra famiglia:
sono tutti sulla porta di casa a vederci partire.
Il pullman è pronto nel piazzale. C'è un capannello di autisti intorno a un
uomo sdraiato sotto: è un meccanico e sta sostituendo una gomma. Antonio
comincia a dare segni di insofferenza:
- Cominciamo bene !- e passeggia su e giù, irrequieto.
- E poi guarda, cose da pazzi: uno che lavora e cinque che guardano. Chissà
quando si parte !-
Invece non va poi così male: riusciamo a partire in anticipo sul ritardo
previsto.
Il solito paesaggio di campagna, interrotto raramente da piccoli agglomerati
di case contadine coperte di foglie di palma intrecciate, animali che
pascolano, carri trainati da lenti, poderosi buoi.
E, ovunque, cartelli di propaganda: sembrano le pagine di un grande libro
disseminate per tutta l' isola. Riportano frasi di Josè Martì, l' eroe
nazionale cubano: poeta, critico letterario, giornalista, diplomatico,
nacque all' Havana, e fondò il Partito Rivoluzionario.
Morì nella guerra d' Indipendenza contro la Spagna..
Moltissime le dediche al "capitano fanciullo".
Su Fidel Castro i pareri sono discordi, ma il Che non si tocca: il Che è il
simbolo della purezza, dell' eroismo, della dedizione incondizionata al
pueblo e alla nazione.
A metà strada facciamo sosta.
Il luogo è veramente piacevole: altissime palme, tra cui razzolano alcune
chiocce con relativa nidiata, toilettes pulite, un ristorante con tavoli all'
aperto e tovaglie quadrettate. Nello spiazzo antistante una piccola aiuola
fiorita con, nel mezzo, un cavallo rampante.
Seduti su un tronco abbattuto mangiamo i panini di Margarita. Più in là,
sotto una palma, sta seduta una ragazza, da sola.
- E' triste, deve avere qualche problema - decide Antonio.
E attacca bottone: è più forte di lui.
La ragazza si schermisce, non vuole accettare il frutto che Antonio le
offre, poi si convince e si avvicina. E' una "profesora" di ballo,
formatasi alla scuola di danza di Camaguay: la più prestigiosa dell' isola.
La sera, per arrotondare, balla in locale famoso. Tiene un pelouche sotto
il braccio. Per il figlio, per un nipotino ? No, è per lei: lo metterà
nella sua camera:
- Me gustano mucho i pelouches !
Ha un viso minuto e grandi occhi verdi. Possiamo fotografarla ? Sorride
timidamente e accetta un po' ritrosa. Un passo di danza, per favore.
Questa volta non c' è bisogno di pregarla: posa a terra il pelouche e in
pochi secondi eccola con una gamba ritta, perfettamente verticale sopra la
testa, un braccio teso all' esterno, l' altro a reggere il piede sollevato.
Un breve applauso. Sorride e ci parla della sua famiglia, della sua vita:
sembra serena e appagata.
Non è così per tutti i giovani, qui a Cuba.
Molti mordono il freno. Sognano di uscire dall'isola per conoscere il mondo
oltre i Caraibi, vedere se c'è un'altra vita possibile. La meta più ambita
è l'Italia, perché gli Italiani sono allegri e simpatici, e sono felici,
perchè con gli euro possono comprarsi tutto quello che vogliono.
Ogni volta sarei tentata di rispondere che no, si sbagliano, le cose non
stanno esattamente così e che, per molti versi, forse loro sono più felici
di noi.
Ma rischierei di cadere nel retorico e nel banale.
Allora me ne sto zitta e li lascio con la loro ingenua, lontana chimera.
Camaguay: la città delle giare. Ve ne sono ovunque: rosse, panciute,
adagiate su un fianco con le grandi bocche spalancate. Sono il simbolo della
città. Un tempo servivano a raccogliere l' acqua piovana: ogni patio ne
aveva una. Oggi ornano i giardini delle case, i parchi pubblici, le aiuole
spartitraffico.
Alla stazione degli autobus c'è Carlos, il nostro arrendador. Sarà che
possiede un grande fiuto, sarà che le telefonate cavillose di Alfredo hanno
sortito il loro effetto, fatto sta che ci individua subito e punta deciso
verso di noi. Ci attendono due bici-taxi: proveremo anche questa. E
partiamo: davanti l' autista-ciclista, dietro noi, dietro le valige
assicurate con un elastico. Ma in pochi minuti il mio entusiasmo svanisce.
Il ragazzo suda, ansima, sbuffa, si rizza sui pedali inarcando la schiena. E'
il suo lavoro, lo so, ed è abituato, ma io vorrei pesare la metà, e mi
sento in colpa per le valige così piene. E questa strada che non finisce
mai..
Lo dico agli altri, quando arriviamo.
- Perché non sei scesa a spingere? - sogghigna Antonio
Non gli rispondo che sono stata lì per farlo, perché non mi crederebbe.
O mi prenderebbe per matta.
La casa di Carlos è veramente bella, c'è anche un giardino molto curato con
la dependance in cui dormiranno Angela ed Antonio. Noi siamo da Roberto, un
gigante di colore che ci accoglie calorosamente ed ha una risata aperta e
contagiosa.
La casa di Roberto è l' unica che abbia visto, e, forse, di tutta Cuba,
senza la balança.
- Si vede che non ne ha trovate della sua misura - commenta Angela, con il
suo solito senso pratico
A Camaguay incontriamo uno dei tre italiani che abbiamo conosciuto e che
hanno scelto di vivere qui. Si chiama anche lui Francesco, come quello dell'
Havana, ed è di Milano. Precotto, per la precisione. Hanno in comune,
queste persone, un atteggiamento molto critico nei confronti del paese che
li ospita.
Questo, poi, sembra si diverta a smantellare tutte le nostre convinzioni.
L' embargo? Tutte balle. La povertà ? Qui ci sono un sacco di ricconi.
I rapporti tra U.S.A.- Cuba ? Storie: Bush e Fidel sono culo e camicia.
La canna da zucchero, poi, è addirittura un pretesto per tenere i contadini
occupati, almeno se ne stanno tranquilli: lo zucchero viene importato ! Per
non parlare dei cubani: sono licenziosi e amorali, sono inaffidabili e non
hanno il senso dell' amicizia. Tu potrai essere conoscente di un cubano, ma
mai amico. E via di questo passo. Ma tu, perché hai deciso di vivere qui?
Risponde rapidamente e sicuro, come se non aspettasse altro:
-Per il clima, ovvio: io soffro di sinusite e qui sto benone -
-Non riesco proprio a capire - dice Edoardo, mentre ci allontaniamo - Se
la pensassi così, io in questo paese non ci vivrei un minuto di più, direi
"Fidel, va' a quel paese!" e me ne verrei via.-
Ha pronunciato le ultima parole non a bassa voce.
Seduto a un tavolino, fuori da un bar, un signore ha avuto un lieve
sobbalzo...
Oggi è domenica e si respira aria di festa. Nella piazza un complesso suona
su un palco e un gruppo di ragazze con la divisa della scuola, quella color
senape, balla in cerchio. Ma è impossibile assistervi: il frastuono degli
altoparlanti supera ogni limite di sopportazione. Vi resistono soltanto
le ragazze e il Che, li cui enorme viso stilizzato, quello che tutto il
mondo conosce, guarda indifferente dalla facciata di un palazzo.
La sera, la moglie di Carlos preparerà un' ottima cena a base dei soliti
aragosta, camaron, pescado.
4 febbraio, lunedì
La vastissima Plaça de Armas è inondata di sole, ma non fa eccessivamente
caldo. Nel mezzo l' enorme monumento che, soprattutto se visto da lontano,
raffigura due mani giunte a formare la stella della bandiera cubana. E l'
originale fontana a gradoni. C'è un gruppo di anziani che fa ginnastica,
ragazzi impegnati in allenamenti di atletica, altri che stanno che stanno
raggiungendo la scuola.
Anche qui sono numerose le abitazioni con la facciata azzurra o rosa e le
grandi inferriate. E piccoli giardini, sul davanti, ricchi di piante. Quasi
ogni casetta ha la Stella di Natale. Ma non è la piantina che si regala da
noi in occasione del 25 dicembre: qui è un albero che quasi raggiunge la
sommità dell' abitazione. Ora è quasi completamente spoglio: sono rimaste
alcune, rare foglie verdi e, in cima ad ogni ramo, il pennacchio delle
brattee rosse .alla
Nel centro il viale elegante, chiuso ai veicoli, con negozi e supermercati.
Oggi partiremo per Bajamo, ma c'è un problema: alla biglietteria ci hanno
comunicato che tre posti sono sicuri, uno in lista d' attesa.
Effettivamente non ci avevamo pensato: il pullman arriva dall' Havana e fa
parecchie soste, è ovvio, quindi, che potrebbe arrivare già pieno.
- Facciamo la conta - vorrei suggerire. Ma temo che la mia battuta non
sarebbe gradita.
Riusciamo a partire tutti e quattro, finalmente, dopo che ci hanno tenuti in
sospeso fino all' ultimo. E non capiamo perché: posti liberi ce ne sono.
Anche questo viaggio è bel lunghetto e Angela comincia a sentire i morsi
della fame. Antonio, ad una sosta, le compra i semi abbrustoliti, quelli
che sono venduti nei classici cartoccetti bianchi a cono, lunghi e sottili.
Li vende una simpatica ragazza che, come sempre succede, non ha il resto.
Discutono un po', alla fine lei gliene regala uno. Sarà pagata con un bacio. Noi abbiamo assistito alla scena dal pullman, e quando partiamo la
salutiamo con ampi gesti delle mani. Sorride.
A Bajamo c'è ad attenderci Boso, un simpatico pancione con il viso
rubicondo, amico dell' arrendador, che ci porta a casa con il bici-taxi,
assieme a un collega. Io mi sistemo con Angela, i due uomini insieme.
Quando il nostro taxi s' avvicina all' altro, fin quasi a sfiorarlo, allungo
una mano e do un colpetto in testa ad Edoardo, che sobbalza. Ridono
tutti.
Incoraggiati dalla nostra allegria, i due autisti iniziano una gara
scherzosa: accelerano, rallentano, si avvicinano perché ripeta lo scherzo.
Boso afferra con un mano l' altro taxi e si fa trascinare, intanto si gira
e ci fa l' occhiolino. Poi supera, in modo che il collega faccia altrettanto
con lui. E così, con questi ingenui, puerili giochetti, arriviamo a casa di
Tony.
E' un bel ragazzo, alto, con un fare un po' aristocratico. Ci accoglie
sorridendo e ci comunica subito che siamo separati. Questa volta Antonio
la prende male: si innervosisce, protesta, chiede come mai non siamo stati
avvisati prima.
Tony dà qualche spiegazione impacciata e confusa.
Boso, che è rimasto lì, ascolta serio e imbarazzato.
Quando poi si viene a sapere che la nostra casa non è molto vicina, sarà
meglio andarci con il bici-taxi, e ovviamente c'è il supplemento per la
corsa, Antonio sbotta:
- Benissimo: cornuti e mazziati !- Tony non capisce l' italiano, ma
evidentemente conosce certi epiteti, perché ha afferrato la parola, pensa
che sia rivolta a lui e, rabbuiato, chiede spiegazioni. Ci affanniamo per
fargli capire che no, non volevamo assolutamente offenderlo, è solo un modo
di dire italiano.
Ma ormai qualcosa si è rotto e non si ricucirà più.
La moglie di Tony va a lavorare, è lui che ci prepara la cena. La casa è
molto bella e ben tenuta, la tavola preparata con eleganza.
Il pranzo è curato, anche se c'è il solito "filetto de pescado" con tutto
quel che segue.
Mangiamo in silenzio, mentre Tony fa la spola fra il salotto e la camera di
sopra, dove il bambino sta andando a letto. Il clima non è dei migliori.
Alla fine viene annunciato il dolce: che sia l' occasione buona per
sciogliere l' atmosfera ? Purtroppo no: si tratta di una gelatina
dolciastra, tipo marmellata, decorata con dadini di un formaggio di capra.
Qualche cucchiaiata, e viene lasciato lì: con tutta la buona volontà, non è
proprio possibile! Tony sparecchia, deluso.
Dopo cena viene Boso, per portarci a casa. Angela e Antonio ci
raggiungeranno a piedi, così faranno il giretto serale: ci vorranno dieci
minuti, dice Tony. In realtà, i dieci minuti sono qualcosa di più, e
con il bici-taxi, non a piedi, e il percorso è abbastanza complesso.
Edoardo scuote la testa: - Non ci troveranno mai-
Siamo ospiti di Guido, che ci viene incontro per strada. La moglie è in
salotto, con la nipotina.
- Si chiama Carla - e aggiunge orgogliosa - Le abbiamo dato un nome
italiano !-
La camera è al primo piano, adiacente la cucina. Diamo un' occhiata intorno,
ci sistemiamo, togliamo il necessario per la notte.
E sentiamo bussare.
- Chi è ? -
- Amici !-
Ed ecco i nostri, che entrano, dopo una camminata di quaranta minuti,
imprecando contro Tony e tutta la sua genia.
Domani mattina, alle nove, ci troveremo; al pomeriggio è prevista la
partenza per Santiago, ma potremmo trovare un taxi che ci porta in
mattinata: Antonio pensa che non valga la pena trattenersi oltre a Bajamo.
5 febbraio, martedì
Ci svegliamo piuttosto presto. Boso verrà a prenderci alla 8,30: abbiamo il
tempo per fare un giretto.
La piazza è vicina: una piazzetta "mui linda" con la chiesa, le aiuole, la
statua nel centro. Di Josè Martì, ovviamente.
Da un portone spalancato sta uscendo della musica, ci avviciniamo: alcune
persone, in piedi presso la porta, ci fanno cenno di entrare. E' una scuola,
c'è in corso un breve saggio di danza.
I ballerini sono tutti piccoli. In questo momento ce sono in scena due,
nel centro della sala. La bambina canta, mimando le parole con ampi gesti,
il bambino le risponde marciando. Ho in borsa le caramelle che ho comperato
nel bar, durante il viaggio a Camaguay: le consegno alla maestra. Lo
spettacolo finisce con un numero di tutte bambine; sono una decina circa e
danzano componendo varie coreografie: cerchi, file parallele, file che si
intrecciano. Indossano lunghe gonne colorate e muovono i fianchi, le braccia
e le spalle a ritmo.
Nessuno può averglielo insegnato: lo sanno fare e basta.
I genitori guardano e sorridono, lo sguardo dei nonni è quello di tutti i
nonni del mondo.
-Cinco anos - mi dice uno, mostrandomi le cinque dita.
Alla fine si alzano e salutano. La maestra mi si avvicina con le caramelle
e me le porge: io le ho portate, io avrò l' onore di distribuirle. Mi
chino; le bambine si avvicinano: non spingono, non gridano, ma, dall'
espressione preoccupata, si capisce che temono di non arrivare in tempo.
Per fortuna, ce n'è per tutte.
Usciamo nel mattino tiepido e chiaro. Le strade si stanno animando; qualche
rara macchina e molte vetture a cavallo: eleganti carrozzelle un po'
consunte, rustici carretti con la tettoia e le panche lungo i fianchi.
I cavalli trottano con il muso puntato alla strada: è un via vai
incessante.
Sui marciapiedi frotte di studenti, i più piccoli per mano alla mamma. In
borsa mi è rimasta qualche caramella, la offro quando li incrocio.
Si arrestano, titubanti e intimiditi. Qualcuno deve essere incoraggiato
dalla mamma, che suggerisce un timido "gracias" . E non la scartano subito:
si allontanano, rigirandosi tra le mani, ancora increduli, quel piccolo
bon-bon giunto improvviso e inatteso.
La gente cammina spedita, ma non affannata . Qualcuno mi manda un rapida
occhiata, di sottecchi, ma se accenno un saluto, mi viene prontamente
restituito triplicato.
Penso alle nostre opulenti città, così caotiche e indifferenti, così
lontane. E non so se quella che sto osservando è la realtà, o soltanto una
sua parvenza, vista con la sguardo frettoloso e superficiale del turista.
Alle 9 siamo da Tony: Antonio e Angela sono usciti, ci dice, per andare al
terminal della Viazul. Riappaiono dopo mezz' ora stanchi, sudati, avviliti.
Hanno girato mezza città, ma di taxi nemmeno l' ombra. E come hanno
dormito ? Meglio non parlarne: un cane ha latrato fino a notte fonda, poi è
iniziato il concerto dei gatti in amore. Questa mattina una bella sorpresa:
dai rubinetti scendeva acqua mista a terra.
Tony non si è nemmeno scusato, e non solo non ha fatto un cuc di sconto, ma
è stato il più caro di tutti gli arrendador.
Però una buona notizia c'è: alle 10,30 parte un pullman per Santiago,
abbiamo tutto il tempo per prenderlo, almeno ce ne andiamo da questa città
di ....
Infatti alle 10,30 partiamo.
Noi tre partiamo: Antonio scappa.
E mi spiace che l' esperienza negativa in casa di Tony non gli abbia
permesso di gustare a fondo l' atmosfera di questa cittadina tranquilla e un
po' anonima.
La linea per Santiago compie un giro un po' vizioso: il pullman va verso l'
interno per fare tappa a Holguin, poi piega verso la costa. La strada corre
tra piantagioni di canna da zucchero che si perdono a vista d' occhio e
pascoli recintati con bovini e cavalli. Ai fianchi siepi fiorite e lunghi
filari di "bienvestido", l' esile alberello ricoperto di fiori rosa.
Da Santiago a Holguin, ultima tappa del nostro giro, si ripasserà da Bajamo.
- Basta, non ne posso più di pullman - sbotta Antonio- da Santiago a Holguin
andremo in taxi !-
All' ingresso della città ci accoglie un enorme cartello inneggiante la
canna da zucchero, patrimonio, tradizione e cultura del popolo cubano. Al
terminal, invece, c'è Raul e segue con il motorino il taxi che ci porta a
casa. Siamo in due appartamenti diversi, ma contigui. Noi da Migdalia, una
querula, vivace quarantacinquenne che ci mostra la casa, il bagno e il
figlio Lorenço, pintor, che sta lavorando in cucina ad un manifesto
celebrativo.
Migdalia tiene le redini della casa e della famiglia che amministra con
decisione. Mangeremo a turno da lei e da Raul.
Santiago è la città "più tutto" di Cuba: la più vivace, la più movimentata,
con un maggior numero di abitanti di colore, la più pericolosa: attenti, qui
è più probabile essere scippati !
Nel pomeriggio andiamo alla caserma Moncada, ora trasformata in museo. Ci fa
da guida una compitissima ragazza, appositamente chiamata tra il personale,
poiché parla italiano. Non è un italiano particolarmente scorrevole, in
compenso non sbaglia un congiuntivo.
E ci descrive con fervore e passione la storia di quel luogo, dove nel 1953
è scoccata la prima scintilla della revoluçion, ad opera di Fidel Castro e
di uno sparuto numero di seguaci. Rivoluzione soffocata nel sangue: in
molti morirono tra atroci torture. Fidel Castro venne condannato nel corso
del processo a porte chiuse, durante il quale sostenne l' autodifesa con la
celebre frase: "L'historia me absolverà"
Uscì dopo tre anni in seguito ad amnistia e andò esule in Messico, dove
conobbe il dottor Ernesto Guevara.
Ritornato a Cuba con 82 uomini, a bordo del battello Granma, diede inizio
alla guerriglia, che terminò nel 1958 con la battaglia di Santa Clara.
Il 31 dicembre dello stesso anno Batista lasciò il paese.
L' 8 gennaio Fidel Castro entrò trionfalmente all' Havana.
Sulle pareti esterne della caserma sono visibili i fori lasciati dalle
pallottole dei rivoluzionari.
Batista li fece chiudere, Castro li ripristinò.
Quelli sulle ringhiere, invece, sono originali.
La guida parla incessantemente, arrotando le erre, e con evidente orgoglio,
di quel passato che le appartiene e di cui non si può non essere fieri.
Lungo il ritorno ci fermiamo presso alcune bancarelle artigianali che
lavorano il legno. Vi sono vari oggetti: i soliti ritratti del Che,
modellini di macchine americane, altri prodotti di gusto dubbio per i
turisti. Poi, in disparte, vedo delle graziose ballerine, in mogano ed
ebano. Non sono capolavori, perché sono fatte da vari pezzi assemblati e,
probabilmente, in serie, ma sono di una grazia e di un' eleganza rare. E
costano pochissimo: 3 cuc. Ne compero una da portare a casa: è sorretta da
un piccolo piedestallo quadrato in cui è infilata una gamba, l' altra è
ritta in verticale; le braccia alzate, con le mani intrecciate sopra la
testa, il torace e il capo inclinati indietro.
La gonna marrone, con i profili chiari, segue ondeggiando il movimento del
corpo.
Il nostro giro termina con la sosta, che diventerà abituale, nella piazza
in cui sorge la cattedrale, un tempo Plaza de Armas, ora parco Cespedès.
E' il punto di ritrovo dei Santiagueri
Sono molto accogliente le piazze delle città cubane, gli abitanti le usano
come salotti per passare il tempo, conversare, prendere il fresco. Intanto
si godono il via vai della gente e ascoltano la musica che, da qualche
parte, arriva sempre, a scandire il tempo al ritmo della trova o del son
L' imponente, elegante cattedrale, fu ricostruita definitivamente nel 1818
dopo che vari terremoti avevano infierito, lesionandola prima,
distruggendola completamente dopo.
Di fronte il balcone da cui Fidel Castro pronunciò il primo discorso alla
nazione libera.
Qui è più facile trovare gente che chiede qualcosa: savon, in genere, oppure
penne. In mancanza di questo, qualche moneta.
Non siamo mai stati assillati da richieste di elemosine, come avviene in
altri paesi. E si tratta quasi sempre di anziani, o di donne con bambini
piccoli. A volte chiedono incrociandoti per strada, altre volte, dopo una
breve, casuale conversazione, avanzano qualche timida richiesta. Nel
mercatino di Trinidad due donne mi avevano chiesto savon per i bambini. Non
ne avevo in borsa e il giorno dopo partivamo per Camaguay. Potevano venire
al terminal della Viazul, se volevano. Infatti la mattina dopo, appena
scesi dal taxi di Mercedes, ecco una delle due che mi fissa, in
disparte.
Mi sono avvicinata e le ho consegnato il pacchetto, spiegandole cosa
conteneva.
Sorrideva, timida e impacciata, poi si è allontanata, ringraziando.
Subito dopo, appare l' altra e mi guarda con aria interrogativa.
E adesso ?
- E' appena stata qui la tua amica, ho dato tutto a lei ! -
- Gracias, gracias ! - un largo sorriso sollevato e se ne va.
Santiago è considerata, a ragione, la culla della musica afro-cubana. Già
agli albori della nascita vantava un' orchestrina composta da due
pianoforti, un contrabbasso e due mandolini, suonati da una coppia di nere
originarie di Santo Domingo.
Una di esse, Teodora Ginés, fu la musa ispiratrice del Son de la Ma'
Teodora, il primo esempio di son da cui deriva, appunto, la musica
afro-cubana.
In seguito, l' occupazione del Paese da parte dei francesi portò l'
abitudine di riunirsi nelle case private a fare e ad ascoltare musica.
Accompagnandosi con la chitarra, il trovador suonava brani di argomento
amoroso o politico.
Questa, molto probabilmente, l' origine della trova, che risentì anche l'
influenza della musica haitiana, portata dagli schiavi al seguito dei
Francesi, e che, soprattutto in Santiago, conta molti ammiratori e cultori.
Il locale più antico e famoso è la Casa delle Trova, che ospita orchestre
di grande prestigio e bravura.
Ci andiamo proprio 'stasera, dopo cena
Io non ne avrei molta voglia, a dir la verità, ma poi passo una splendida
serata, grazie al buon complesso e al pubblico: un' umanità varia e bislacca
che, tra un moihito e l' altro, sembra trovarsi proprio a casa sua.
E, probabilmente, lo è.
Per tutta la durata dello spettacolo una segaligna signora, non più giovane,
assiste dal marciapiede, attraverso la finestra aperta: canta, batte la
mani, ancheggia a ritmo.
E ha l' aria di divertirsi un mondo.
6 febbraio, mercoledì
Costruita nei primi anni novanta, la Plaza del la Révolution Antonio Maceo è
una della tante, enormi, eleganti piazze cubane. E la più vasta di
Santiago: pensata per le grandi celebrazioni di massa, può contenere fino a
200000 persone.
In mezzo il monumento che già aveva attirato i nostri sguardi, arrivando da
Bajamo in pullman.
Ci stiamo andando, percorrendo strade con un intenso via vai.
Qui sono più numerosi i veicoli a motore, molti i mezzi pubblici: grosse
motrici di camion con cassoni che ospitano i viaggiatori.
Sono esclusivamente per i locali.
A Edoardo sembrano carri-bestiame; ad Angela i convogli dei deportati.
Hanno ragione entrambi.
-Sono la cosa più brutta di Cuba !- esclama Edoardo -non potrebbero
sostituirli con autobus dismessi, inviati da altri paesi ? Sarebbe meglio
comunque -
Sono d' accordo, ma se penso alla nostra metropolitana nelle ore di punta
(cioè quasi sempre ) concludo che forse la differenza è più nell' immagine
che nella sostanza.
Ed eccoci nell' immensa piazza, sotto la più grande scultura equestre di
Cuba, alta 16 metri e pesante 120 tonnellate.
Raffigura il generale Maceo con un braccio alzato, nell' atto di invitare il
popolo alla rivolta.
Denominato "Il Titano do Bronzo", questo patriota, nato nel XIX secolo a
Santiago, fu un artefice della guerra d' Indipendenza cubana.
Le 23 enormi lastre d' acciaio, che in successione passano dalla posizione
orizzontale a quella verticale, rappresentano i macheti, strumenti di lavoro
che nelle mani del popolo cubano si trasformarono in armi per la guerra
contro il colonialismo.
Il tutto un po' retorico, forse, ma di sicuro effetto.
Tutt' intorno, ovviamente, aiuole ordinatissime con cespugli fioriti.
In ogni città abbiamo sempre trovato monumenti, e strutture pubbliche in
genere, grandiosi e ben tenuti, circondati da ampi spazi verdi perfettamente
curati. E' quindi ancora più evidente il contrasto con le abitazioni
private, decisamente più modeste, e la cosa mi ha colpito subito.
Forse perché da noi è esattamente il contrario...
Proseguiamo con un lunghissimo giro attraverso il porto, in compagnia di
Ariel, che, non invitato, si è unito a noi.
Ariel è un simpatico ragazzo allegro, loquace e un po' spaccone: niente a
che vedere con l' Ariel habanero.
Vive con una compagna che è un bel po' più grande di lui, ma non importa:
- Me gusta mucho -
Gli gusta talmente, che progetta di raggiungere il padre in Italia e di
cercarsi là moglie e lavoro. Perché l' Italia... eccetera.. eccetera..
Antonio, che pure parla molto volentieri con tutti, dopo un po' è
frastornato e trova il sistema gentile per allontanarlo.
Probabilmente ricorrendo al solito trucchetto della polizia, che qui,
bisogna dirlo, funziona sempre. ( o quasi ).
Al ritorno sosta nella piazzetta oltre la cattedrale, per gustarci, a
tavolino, una bibita fresca, il passeggio della gente e i musicisti che
girano tra i tavolini.
7 febbraio, giovedì
Il Morro di Santiago, o San Pedro de la Roca, è uno splendido castello
fortificato, eretto nel XVI secolo dagli Spagnoli all'ingresso della baia
della città, su una roccia a 76 m sul mare, per contrastare le incursioni
sempre più frequenti di pirati inglesi e francesi.
Infatti, prima ancora di essere terminato, venne distrutto dal celebre
Morgan.
Più avanti ci pensò un terremoto.
Venne infine terminato nella forma con cui lo conosciamo oggi.
Abbiamo intenzione di andarci 'stamattina.
Antonio, partito alla ricerca di un taxi, per esaudire un desiderio di
Angela ha trovato una Chevrolet anni cinquanta.
Sono diffusissime, a Cuba, queste vecchie macchine americane, risalenti ai
tempi di Batista. Qualcuna è ben conservata, qualcuna è un po' ammaccata,
qualcuna è messa veramente male.
Ma funzionano tutte.
I padroni le trattano come vecchie amanti, a suo tempo bellissime, che
ormai hanno fatto il loro tempo, ma da cui non riescono a separarsi.
E sono tuttora esigenti e costose: fanno 5-6 km con un litro di benzina.
Il nostro autista è Franco, un simpatico omone dall' aspetto cordiale. Non è
statale, ma vista la brevità del percorso possiamo rischiare
La sua macchine è bianca e ben tenuta. Una geniale modifica all'impianto
stereo fa sì che, ad ogni frenata, partano le note di "Per Elisa"
-Beethoven mui bien -
Arriviamo sulla cima della collina ("morro" significa appunto colle).
Franco parcheggia e noi attraversiamo il piccolo parco che porta al
castello. C'è qualche bancarella e alcuni negozietti, in linea con l'
ambiente, niente a che fare con i mercati chiassosi e pacchiani che
circondano i nostri luoghi d'interesse turistico o religioso.
Visitiamo la rocca con la guida, una garbata signora bionda che parla
soltanto spagnolo, ma molto adagio e pazientemente, in modo che riusciamo a
capire senza difficoltà. Ed impariamo, tra l' altro, la differenza tra
pirati, corsari, bucanieri e filibustieri.
Il castello, la cui architettura risente dell' influenza della famiglia
Antonelli, noti architetti d' origine italiana, non è arredato.
Dai suoi numerosi cortili, terrazze e garitte si gode una splendida vista
sui Caraibi.
E, circa una secolo fa, i soldati spagnoli assistettero impotenti alla
sconfitta inflitta alla flotta spagnola da quella nordamericana, che aprì
la strada al controllo degli Stati Uniti su Cuba.
C'è anche una sposa che fa le fotografie, anzi no, non è una sposa, è una
ragazza che festeggiai quindici anni.
Il compimento del quindicesimo anno d' età è una tappa importantissima
qui, e viene celebrata con tutti i sacri crismi.
Questa è una ragazzona col viso timido e sorridente, lo sguardo mite,
acconciata e truccata a puntino. Indossa un abito di pizzo bianco,
ovviamente lungo, ed esegue docilmente tutte le richieste del fotografo e
dei parenti su dove e come mettersi in posa.
A casa la festa proseguirà fino a sera.
Terminata la visita al castello, usciamo sotto un sole che spacca le pietre.
Franco ci ha attesi, spolverando amorevolmente la Chevrolet.
Non abbiamo programmi per il pomeriggio, decidiamo al momento di passarlo al
mare, nella splendida caletta sotto il Morro che abbiamo visto dalla
macchina tornando a casa.
Ci accompagna un amico di Raul, un vecchietto tarchiato, quasi completamente
calvo, quasi completamente sdentato.
Ha una Chevrolet gialla che tiene sempre parcheggiata sotto casa.
Non è ben tenuta come quella di Franco, e non è così giovane: fatti i debiti
conti, avrà cinquant' anni.
Siamo d' accordo che ci riporterà indietro alle cinque.
La spiaggetta del Morro è in una piccola baia, chiusa su un lato dalla costa
rocciosa, dall'altro dalla strada che scende verso il mare per poi risalire
al castello. Non è tenuta bene come quella di Ancom, non vi sono strutture
pubbliche né guardiani, ma l' acqua è stupenda.
Al momento vi sono alcune famigliole, tutta gente di colore.
Siamo già sul chi va là.
Come scendiamo dalla macchina, veniamo avvicinati da due ceffi: un ragazzo
smilzo, da capelli neri molto corti, e un giovanottone piuttosto scuro, con
i capelli crespi a treccine.
Antonio cerca di darsi un contegno disinvolto e sicuro:
-Olà, amigo, todo bien? Io aquì en vacança, io gendarme de policia. - (o
qualcosa del genere)
E' una sua tattica: ogni qualvolta fiuta il pericolo, si presenta come un
agente della polizia.
Italiana, ovviamente, data l' improbabilità del suo spagnolo, ma con
importanti agganci con quella locale. E il bello è che ogni volta cambia
ruolo e sale di grado. E perchè la nostra vacanza dura quindici giorni, se
ci fermassimo un mese alla fine diventerebbe "comandante della guarnigione
special del Leader Maximo"
-Oh, no problema - risponde il giovanottone - anch' io de policia. -
Dopo pochi minuti i due falsi poliziotti stanno conversando insieme, come
vecchi amici.
Il ragazzo smilzo si chiama Ulisse, ha una macchina privata e arrotonda con
vari lavoretti, l' altro è pescatore e, all' occasione, cucina per i turisti
che scendono alla spiaggia, meglio se italiani o spagnoli. ("tedeschi
popolo malo !")
La giornata passa tranquillamente. Edoardo, fanatico del mare, fa cinque
bagni, uno dei quali in compagnia di un cavallo.
E' apparso a metà mattina, tenuto per le briglie dal padrone.
Nell' acqua fino al garrese, s'è lasciato lavare docilmente dal ragazzo che,
tra una nuotata e l' altra, lo spruzzava con ampi gesti della mani.
Poi, tranquillamente come sono venuti, se ne sono andati, come se nulla
fosse.
Al pomeriggio riappare Franco, il taxista: ha accompagnato al Morro quattro
turisti italiani. Ma non sono bravi e accomodanti come noi, sono
"Italiani-vaffanculo-rompicoglioni"
Dice tutto di seguito, senza rabbia né volgarità, in modo quasi elegante.
Probabilmente non conosce neppure il significato delle parole: sa che non è
un complimento e gli basta.
Una dei quattro si avvicina: è quella che si dice "una signora distinta".
Non più giovane, carina, i capelli biondo-castani raccolti dietro la nuca,
fare compassato. Deve essere un' insegnante: ho fatto parte della categoria
e ne ho esperienza.
-Di dove siete?- chiedo
-Di Roma-
Ulisse, che ha sentito, si avvicina
- Di Roma? Allora tu Romanaccia!-
Ulisse è un grande estimatore dell' Italia: me ne parlava prima, mentre
chiacchieravamo.
- Italia storia mui antigua. Roma, imperatori: Ottaviano, Claudio, Nerone.
Nerone mui malo!-
Ora non gli sembra vero di far ulteriore sfoggio della sua cultura in
merito.
La signora, che mai si sarebbe aspettata di essere apostrofata in tal modo
a 10000 km da casa, in un paese del terzo mondo, accusa il colpo, ma è
impietrita.
Soprattutto per la presenza degli eterni rivali: i Milanesi
-E perché dici così? - fa, un po' piccata.
-Perché io so; io sento sempre turisti italiani dire: abitanti Roma,
Romanacci -
La signora tenta la strada della mediazione :
- Ma non siamo tutti uguali: c'è la lana e c'è la seta..- il tono è
paziente e didascalico, quasi materno.
Ma Ulisse, incoraggiato forse dalla risata che, ineducatamente, non sono
riuscita a trattenere, è irrefrenabile:
- No, no, voi di Roma Romanacci!-
-E allora tu Cubanaccio ! -
-Romanaccia -
- Cubanaccio -
La signora mantiene un tono pacato, anche se risentito.
Poi, sconfitta, si allontana per raggiungere i suoi.
Una volta a Roma parlerà ad amici e conoscenti della sua vacanza, mostrerà
le foto, porterà qualche regalo, forse, ma questa, sono sicura, non la
racconterà.
Noi, invece, quella della ballerina di Santiago la raccontiamo.
L' abbiamo incontrata sulla spiaggetta del Morro. Se ne stava seduta in una
angolo, all' ombra delle rocce.
Antonio, che non ama star fermo né nuotare e lì non aveva la possibilità di
lunghe passeggiate, l' ha subito puntata ed ha attaccato bottone. Lei
sembrava non aspettare altro.
Si chiama Tzaritza ( o un nome simile). Trent' anni circa, né alta né bassa,
né bella né brutta. E' prima ballerina, ha studiato danza all' Havana.
Fuma continuamente, gesticola, ride, si passa le mani nei capelli. Ieri
sera Antonio ha assistito con Angela ad uno spettacolo di danza e gliene
parla: si è svolto in un salone nella piazza di Santiago ed era riservato a
un pubblico giovane, tutti ragazzi delle scuole superiori. E' stata una
cosa splendida: danza classica, danza moderna, coreografie che lasciavano a
bocca aperta. E i ragazzi del pubblico, che cantavano e battevano i ritmi,
erano uno spettacolo nello spettacolo.
- Si, lo so, io lì, ballavo, prima ballerina: non mi riconosci? -
Solleva i lunghi capelli ricci e li raccoglie dietro la testa, nell'
acconciatura usuale di quando danza.
L' entusiasmo di Antonio è alle stelle. Ma tu guarda, la combinazione e l'
onore di incontrare, il giorno dopo, la protagonista di un simile capolavoro
e si complimenta e chiede ulteriori spiegazioni, addirittura la fa alzare e
accennare qualche passo di danza. Lei accetta: si muove ondeggiando, alza
una gamba, poi l' altra, volteggia..
Lavora a "Las Americas", questa sera, appunto, c'è lo spettacolo. Antonio
non sta più nella pelle: invece che alla Casa della Trova, perché non
andiamo lì ? E lei potrebbe prenotare un tavolo? Ma certo, no problema:
un tavolo per quattro.
Tzaritza non ha più i genitori e il marito l' ha lasciata: vive con la
figlia di sette anni, e la vede poco, perché i loro orari non coincidono.
Quando la bambina torna da scuola, qualche volta sta con la vicina di casa,
ma spesso è sola.
Io ed Edoardo andiamo a fare il bagno, mentre la conversazione continua. L'
acqua è splendida, non si uscirebbe mai. Dopo un po' anche Antonio,
invogliato, decide di entrare.
E, guarda, caso, ha voglia anche Tzaritza.
Fanno il bagno insieme.
Angela li osserva dalla spiaggia, senza scomporsi:.
-Sbaglierò, ma quella ha intenzione di cuccare -
Sintetico, ma chiaro.
Durante il pomeriggio ci spostiamo, per seguire gli ultimi raggi del sole
che sta abbassandosi dietro le rocce.
- Adios, Italiani - Franco se ne sta andando con il gruppetto dei Romani e
ci saluta con simpatia. Ma prima è riuscito a farsi regalare il cappellino
di Antonio. Ha notato la scritta chevrolet ricamata sopra la visiera.
E' stato sufficiente che dicesse:
-Ma quello più adatto a me, che a te !-
E in pochi istanti il piccolo copricapo ha cambiato padrone.
Improvvisamente vengo distratta da piccoli strilli concitati: Angela e
Tzaritza hanno scoperto di essere nate lo stesso giorno. Eccitata, la
ragazza saltella, ride, batte le mani: sembra una scolaretta.
Vuole essere fotografata con Angela e l' abbraccia. Poi s' allontana e
torna con un regalo: un campioncino-omaggio di profumo che le offre insieme
a una piantina raccolta sulla spiaggia.
E riprende a parlare di sé, della sua vita, di sua figlia che, mentre la
mamma danza a "Las Americas" , è sola in casa: mangia un uovo, guarda la
televisione fino alle dieci, poi va a dormire.
Per fortuna è una bambina molto intelligente: a scuola è bravissima. Ma
avrebbe bisogno di una nuova divisa, di altri indumenti, e lei non se lo può
permettere. Tutto questo è colpa di Fidel:
- Fidel, bha !- fa, con una smorfia di disgusto, e mostra il pollice verso.
Antonio è costernato: una bambina di sette anni, in casa sola la sera ! Ma è
possibile in un paese civile ?
E trova il modo di lasciarle qualche cuc. Poi, senza farsi sentire, ci
propone di raccogliere una sommetta in euro.
E lei continua. L' effetto delle sue parole su Antonio la incoraggiano: il
tono è sempre più patetico, sempre più arrabbiato, ripete le stesse cose
con ritmo quasi maniacale: la ragazza allegra e un po' farfallona di questa
mattina si è completamente trasformata .
Sono le cinque passate, e siccome il nostro autista ancora non si vede
decidiamo di andargli incontro. Tzaritza ci segue, taciturna e pensierosa:
le daremo un passaggio fino in centro.
Lungo la strada un gruppo di muratori lavora intorno a una casa
- Macchina gialla, là! - e indicano.
Infatti, ecco la cinquantenne accostata al ciglio della strada e il nostro
uomo che armeggia sotto: ha forato.
Cambiare la gomma di un' auto è lavoro da ragazzi.
Se gli attrezzi funzionano.
E, per l' appunto, il cric non vuole saperne.
Il nostro uomo sbuffa, si divincola, si contorce sotto la vecchia amante in
panne, ma il cric gira a vuoto e la macchina rimane inchiodata sull'
asfalto.
Assistiamo impotenti e preoccupati, mentre Il sole scende sul mare: in
breve verrà buio, allora sì sarà un bel problema!
E Tzaritza deve andare a lavorare.. Ma lei non sembra preoccupata: se ne
sta silenziosa e indifferente, come se il tutto non la riguardasse. E
fuma.
Arrivano, nel frattempo, Ulisse e il Trecciolino.
Spieghiamo la situazione e Ulisse si offre di accompagnare Tzaritza con il
motorino. La ragazza lo segue docilmente e i due si allontanano seguiti
dalle nostre raccomandazioni:
- Ulisse, l' affidiamo a te, mi raccomando: fa' il bravo, comportati bene !-
- Certo, no problema, io non mangio persone, io no cannibale - fa lui, che
non ha capito il senso della nostra battutaccia.
Ed è ovvio: loro non sono maliziosi, perchè non sono inibiti.
Finalmente, grazie anche alla collaborazione del Trecciolino, la gomma viene
sostituita. Nel breve viaggio di ritorno teniamo un silenzio un po'
imbarazzato.
- Grazie - diciamo all' ometto appena arrivati - ci spiace per l'
inconveniente.. -
- Oh, non problema - fa lui - tutto risolto -
E ci omaggia di una splendido sorriso senza denti.
Poi, mentre saliamo verso casa, toglie dal baule uno straccio e comincia a
lucidare....
Ed eccoci pronti per andare a "Las America". Mi spiace di non tornare alla
Casa delle Trova, nello stesso tempo sono curiosa.
E poi Tzaritza ballerà per noi, questa sera..
Antonio è un po' cambiato: le sue certezze cominciano a vacillare, non è più
tanto sicuro di voler dare altri soldi alla ragazza
- Alla peggio ho perso cinque cuc.- borbotta
Una cosa, in particolare, ha insospettito un po' tutti: una donna con una
bambina appena uscita da scuola e sola a casa, cosa ci fa sulla spiaggia di
Santiago a prendere il sole e a parlare con estranei?
Il taxi ci porta in poco tempo.
Las Americas è un grande complesso con vari locali.
-Danza qui la prima ballerina? -
- Certo... No, non si chiama Tzaritza. No, non è stato prenotato un tavolo
per quattro... -
Sarà allora nell' altro locale.
- Sì, questa sera lo spettacolo di danza è qui !- (sospiro di sollievo )
- Certo, la prima ballerina: è appena arrivata, eccola. -
Ovviamente non è lei.
Stessa cosa negli altri locali. E ogni volta i commenti di Antonio si fanno
più accorati e pittoreschi.
- Se solo avessimo potuto accompagnarla a casa, vedere dove abita... -
Alla fine scegliamo un tavolo, mangiamo un' ottima bistecca e ascoltiamo
musica.
Attratto dalla nostra parlata, si avvicinerà e si unirà a noi, con la
moglie, un ragazzo italiano sposato a una splendida ventenne cubana.
Per tutto il corso della piacevole serata, la signora, che parla
perfettamente l'italiano, converserà amabilmente, scoppiando a ridere di
gusto, ogni tanto, al pensiero di quattro ingenui turisti italiani e di una
sedicente prima ballerina, sua simpatica connazionale...
8 febbraio, venerdì
Oggi si parte per Holguin, ultima delle sette città del nostro tour cubano.
Alle 8,30 , puntuale, il taxi è sotto casa. Ma non è quello che abbiamo
prenotato ieri, sotto la cattedrale. Ce lo comunica Lorena, la figlia di
Migdalia, in un inglese perfetto.
Capita frequentemente che si prenoti un taxi, ma l' autista arriva con una
macchina diversa da quella fissata, oppure è la stessa , ma con un altro
autista. Nel nostro caso entrambe le cose.
Comunque il taxi è statale, in ordine, le valige ci stanno tutte, perciò no
problema.
Migdalia abbraccia me: - Gracias de la compagnia -
abbraccia Edoardo: - Gracias de la compagnia- E partiamo.
Adios, variopinta Santiago.
Adios anche a te, misteriosa Tzaritza, svanita nel tramonto, sulla strada
del Morro, con l' aiuto una vecchia, acciaccata chevrolet gialla.
Il nostro autista è di colore, molto compito e attento nella guida.
Viaggiamo tra estensioni sterminate di canna da zucchero, la strada è
discreta e non molto battuta.
Poco prima di Holguin siamo costretti ad alcune deviazioni viziose, perché c'è
una gara ciclistica in corso.
E, all' ingresso della città, siamo accolti dal fischietto di un poliziotto
che ci intima di accostarci e di fermarci.
Nel breve tempo che l' agente impiega ad attraversare la strada per
avvicinarsi, facciamo un rapido esame di coscienza: il taxi è statale, i
passaporti e i visti in ordine, non trasportiamo droga, in teoria non stiamo
rischiando la galera. Ma non si sa mai...
L' autista scende, seguito a ruota da Antonio che si guarda bene dal
presentare le solite credenziali.
Multa: nel superare una bicicletta che marciava sul ciglio della strada, ci
siamo allargati troppo.
Pagata la contravvenzione, i due risalgono in macchina, dando sfogo ognuno
ai propri commenti.
L' autista è indignato non tanto per la sanzione (gli verrà poi rimborsata,
con il prezzo della corsa), quanto per l' onta ricevuta: quei due punti
sottratti alla patente sono lì a infangare una carriera immacolata, che ora
non è più tale, per colpa di un poliziotto esoso e "malo" Tutto il popolo
di Holguin è malo, e se scoppia la guerra con gli Stati Uniti lui combatterà
contro Holguin..
Antonio, a sua volta, comincia ad elencare tutte le cose più importanti cui
la polizia dovrebbe badare, invece di dare multe per sciocchezze.
E prima ancora che l' elenco finisca arriviamo a destinazione.
L' arrendador è una giovane, imponente, bella signora.
Si chiama Jodalis ed è medico di medicina interna e docente nel policlinico
locale. Organizza la casa, aiutata dalla mamma, da una ragazza e dal
marito, un giovane dall' aria simpatica e giovale che è la sua metà in
tutti i sensi.
Nel tempo libero, e non so come lo trovi, ama dondolarsi sulla balança e
telefonare alle amiche..
Ha una graziosissima bambina di quattro anni, con neri capelli a caschetto,
vivace e socievole che intrattiene piacevolmente gli ospiti della casa.
Jodalis scambia qualche parola con il taxista, che le sta raccontando la
disavventura holguinera.
Poi si rivolge a noi e, in modo sicuro e preciso, ci ragguaglia sul ménage
familiare. Mangeremo sempre da lei, io e Edoardo, però, abbiamo la camera
da Sonia, che abita lì vicino.
Lei non ha mai visto la casa di Sonia, ma tutti assicurano che è mui linda.
Comunque, se qualcosa non ci va, non facciamo altro che rivolgerci a lei:
- Jodalis, hesta abitation non me gusta ! -
E Jodalis - No problema - e cerca subito altra abitation..
Ma va tutto bene, per fortuna. La nostra camera è al primo piano e si
raggiunge attraverso una stretta scala a chiocciola esterna e indipendente.
Sonia e il marito sono molto discreti, non li vedremo quasi mai. Vedremo
invece, ogni volta che usciamo e rientriamo, l' anziana e grassa mammy,
seduta sulla balança di fronte al televisore, che ci sorride e agita la
mano in segno di saluto.
Holguin è una città vivace e moderna, meno cubana di Santiago.
Non so se è dovuto al fine-settimana, ma si respira aria di festa e di
allegria. Il suo elegante boulevard, con le aiuole, le fontane , le
panchine e la pavimentazione tirata a lucido, è frequentato da una gran
varietà di gente: molta gioventù, famiglie intere, attempati turisti,
pateticamente convinti di essere irresistibili grazie ai capelli ossigenati
e a un vezzoso foulard, annodato intorno al collo al posto della cravatta.
E le solite, accoglienti piazze con le panchine piene di gente che si gode
il fresco sotto le piante.
Le panchine al sole, invece, sono sempre deserte.
E' curioso, perché dovrebbero essere abituati al clima. Eppure anche quando
la temperatura è sì alta, ma a nostro parere non eccessiva, i condizionatori
funzionano al massimo. Più di una volta nei pullman, nelle sale d' attesa
della Viazul, nei locali pubblici abbiamo sofferto il freddo, per questo
viaggiamo sempre con un leggero giacchino di scorta.
E gran parte delle signore circola con gli ombrellini riparasole: li abbiamo
visti all' Havana, per la prima volta, e pensavamo fosse un caso isolato,
ma abbiamo poi constatato che è un' abitudine molto diffusa in tutto il
Paese. Ombrellini normalissimi, per niente ricercati, ma portati con l'
eleganza tipica di qui, sotto il sole cocente, hanno qualcosa di frivolo e
di ricercato.
E per fortuna è inverno; in estate, ci spiegano, "mucho calor" la
temperatura arriva persino a 35 gradi. (?).
Domani ci attende Guardalavaca, una delle tante, famose spiagge del
litorale. Sarà l'ultima occasione di mare. Dista circa 50 km e non ci sono
mezzi pubblici, quindi è d' obbligo il taxi. Non una macchina americana
(consuma troppo), né un taxi privato ( è rischioso). Occorre un taxi
pubblico, che non ci faccia pagare troppo. Lo troviamo e dopo varie
contrattazioni ci accordiamo sul prezzo.
Seduti a un tavolino, mentre la sera si anima di luci e di suoni, Angela,
coinvolta da quest' atmosfera libertina e ruffiana, scoprirà il fascino
segreto e sottile del daiquiri e apporrà la parola fine alla breve, ma
intensa passione per il moihito.
9 febbraio, sabato
Si parte verso le 8, la mattina è calda e piacevolmente ventilata.
Le solite strade larghe e senza traffico, fiancheggiate di verde, con
parecchi rappezzi dissestati che l' autista evita con ampie, accurate
manovre.
- No es diniero por la reparation - è, ogni volta, il commento di Antonio.
Nello spazio antistante l' ingresso alla plaja, che ovviamente è libero, c'è
un simpatico mercatino artigianale, ma non ci tratteniamo, passeremo poi.
Una giovane donna incinta, con un aspetto chiaramente europeo, quasi
anglosassone, mi chiede sommessamente qualcosa per il futuro bebè. Per
fortuna ho in borsa l' ultimo bagnoschiuma, che rischiavo di riportare in
Italia.
La spiaggia è superiore ad ogni aspettativa: grandi alberi ombrosi, il mare
con tutte le possibili tonalità dell' azzurro e del blu, ma, soprattutto, la
sabbia: lieve e impalpabile, di un delicato color crema come non avevo mai
visto.
Ci accomodiamo sulle sdraio.
Dietro a noi due uomini, uno giovane, uno di mezza età, stanno sciogliendo
degli involucri di plastica nera.
Ed appaiono due grossi tronchi di mogano abilmente intagliati.
Il primo, ormai terminato, è un trionfo di animali: palmipedi, uccelli,
selvatici che l' abile mano dell' artista ha liberato dal legno grezzo dando
loro una nuova vita. E, intrecciati con essi, fiori e rami ricchi di
foglie. La gente si avvicina e ammira stupefatta.
I due artisti si mettono all' opera: il più giovane lavora a terminare un'anatra,
che tiene in grembo, l'altro continua il secondo tronco, in cui sono
raffigurate decine di mani intorno a un globo, a significare l' unione e la
fratellanza dei popoli.
Entrambe le opere sono destinate al Museo Nacional de l'Havana.
L' artista si chiama Juan e s' intrattiene volentieri con la gente che lo
guarda mentre lavora.
Siamo Italiani ? Lui ha un' amico italiano: gli ha spedito il piccolo
scalpello che sta usando ora. E' di Siena, Siena è una bella città, gli
hanno detto, e molto antica .
C'è sulla sabbia un pezzo di legno, lungo come la mia mano.
Vorrebbe incidere la sua la firma ?
Lui fa di più: con una piccola lesina comincia a sgrezzarlo e gli dà, via
via, la forma di pesce.
Lo liscia bene, aggiunge le scaglie, accenna i tratti del piccolo muso,
termina con il suo nome e la data.
Puoi mettere la vernice, se vuoi, ma è bello anche così, grezzo: è legno di
mogano, tipico della zona, viene da questo albero, vedi?
E mi indica l' albero sotto cui abbiamo messo le sdraio.
Ho nella borsa l' ultimo omaggio della serie, un profumo maschile, e sono
felice di lasciarlo a lui.
Ora il piccolo pesce è posato sul tavolino del salotto, accanto alla
ballerina di Santiago e ai sassi di Ancom.
Nel pomeriggio camminiamo lungo la spiaggia, fino allo splendido complesso
alberghiero. Sulla sinistra, oltre la costa che ora si è fatta alta e
rocciosa, il verde-blu del mare, sulla destra i piccoli padiglioni dell'
albergo immersi nel verde, ed è un tripudio di palme, piante grasse,
cespugli di ibisco e alberi di mango.
E' uno dei luoghi più belli che mai abbia visto, ma una vacanza lì non mi
attira, mi dà l' idea della prigione dorata e non la cambierei con nessuna
delle case degli arrendador.
Tony compreso.
Le due ragazze torinesi incontrate sulla spiaggia, infatti, vi hanno
trascorso una settimana deludente e noiosa.
Prima di tornare a casa è d' obbligo passare da Bariay: è il punto in cui
sbarcò Cristoforo Colombo.
Da Guardalavaca è un quarto d' ora di taxi.
Arriviamo in un piccolo villaggio immerso nel verde, con la strade sterrate,
mentre il sole che tramonta allunga le ombre e tinge gli alberi di luce
rosata. Pochissime indicazioni: soltanto un semplice cartello.
Lasciamo la macchina e facciamo pochi passi a piedi.
Il luogo è deserto e silenzioso: ci siamo solo noi. Qui niente aiuole,
vialetti, cespugli in fiore, assolutamente nulla della pompa che solitamente
precede i grandi monumenti nazionali: è tutto molto semplice ed essenziale.
In una radura erbosa, circondata da vegetazione spontanea, alcune colonne
in stile greco classico sono disposte su due file che convergono verso
grandi monoliti di ocra rossa, raffiguranti le antiche divinità inca, maya e
atzeche.
Il tutto vuole rappresentare l' incontro pacifico e scambievole tra il
vecchio e il nuovo mondo, tra due culture, due civiltà.
Vuole rappresentare quello che avrebbe dovuto essere e non è stato.
Il sole è sceso definitivamente.
10 febbraio, domenica
Ed è arrivato l' ultimo giorno. Tornare a casa, riprendere le mie
abitudini, il solito tran-tran non mi dispiace, anche se so che è un piccolo
segno di vecchiaia.
Ma l' idea di lasciare Cuba, probabilmente per sempre, mi mette un piccolo
nodo alla gola.
C'è l' atmosfera tipica della domenica mattina, fuori: uguale, penso, in
ogni paese del mondo. Sulla piazzetta antistante la chiesa due squadre di
ragazzi si allenano con gli istruttori, cimentandosi in gare di atletica,
che seguiamo per un po', mentre Antonio ed Angela assistono alla Messa.
Nella piccola piazza il via-vai della gente sta aumentando, sono tutti
vestiti a festa; le bambine, in particolare, indossano vestitini ampi e
svolazzanti.
Su un lato della piazza si stanno radunando dei bandisti con i loro
strumenti.
Poco prima che termini la messa, inizia il concerto.
Sono brani che non conosco, suonati con competenza, per quanto possa
capire, e piacevoli da ascoltare. Ci sono anche il violoncello, l' oboe, i
flauti traversi. Comincio a dubitare che possa trattarsi di una banda e
di suonatori amatoriali. Infatti è un' orchestra di professori del
conservatorio locale.
Intanto il pubblico si è infittito, per l' uscita dei fedeli dalla chiesa.
Ed ecco due strani tipi arrivare su dalla via: vestiti in modo bizzarro, il
volto e il capo ricoperti da una patina bianca, sembrano due clown, due
artisti di strada.
Ma sono semplicemente due ubriachi. Si appostano dietro il direttore d'
orchestra e iniziano una loro grottesca pantomima: agitano le braccia, fanno
giravolte, si inchinano.
Poi si sdraiano, o crollano, sull' asfalto. Uno mette in bocca il piede dell'
altro e finge di mangiarlo, l' altro, per contro, accenna a tagliargli il
torace e ad estrargli il cuore.
Il tutto in silenzio perfetto.
Qualcuno, nel pubblico, comincia a sorridere. Anche qualche orchestrale
sbircia, ogni tanto, sopra le spalle del direttore.
Che, terminato il brano, si gira e mormora:
- Oggi, oltre alla musica, c'è anche il teatro -
Quindi, senza scomporsi, chiude lo spartito e ripone tutto: fine del
concerto.
Antonio è a dir poco scandalizzato: non concepisce simili spettacoli, non
concepisce che si sia dovuto interrompere il concerto, e gli agenti che non
arrivano..
E aggiunge i due ignari all' elenco famoso delle priorità della polizia,
altro che dare multe ai taxisti.
Dopo circa un quarto d' ora due poliziotti verranno a prelevare i nostri
uomini, che nel frattempo stanno continuando lo spettacolo nella sagrestia
della chiesa.
Uno verrà portato fuori per la collottola, l' altro accompagnato da un
agente che, con fare, paterno, gli sta probabilmente spiegando dove lo sta
portando e che, per prima cosa, dovrà lavarsi per bene la caveza.
Oggi, ultimo giorno e giorno di festa, ci concediamo un pranzo al
ristorante, visto anche che il bilancio è ampiamente in attivo.
Ci hanno indicato il 1821: il più elegante e prestigioso della città, che,
nel nome, ricorda l' avvenuta indipendenza di Holguin dal giogo coloniale.
Così, almeno, ci spiega il cameriere, un inappuntabile ragazzo che ci serve
l' aperitivo nel grande patio ombroso.
Ma ora è presto, torneremo più avanti: ora andiamo alla Loma del la Cruz.
E' un colle non lontano dal centro, dove il 3 maggio 1790 Antonio de
Alegrìas, padre francescano, pose una croce di legno.
In seguito, alla croce venne affiancata una torre di avvistamento,
trasformata poi in fortilizio in cui funziona tuttora l' eliografo dell'
esercito spagnolo.
Ancora oggi si svolge il Romerìas de Mayos (pellegrinaggio di maggio ), con
lo scopo di baciare la croce, sciogliere voti e godere dall' alto il verde
panorama della città.
La lunga e impervia strada che raggiungeva la cima della loma è stata
sostituita da una scala di 450 gradini.
Eccola là, in fondo alla via, incassata nel colle: sembra di toccarla.
Sembra....
Per arrivarci percorriamo una lunga strada assolata, fiancheggiata da
casette modeste e altre di un certo lusso.
Antonio è deciso ad intraprendere tutta la salita. Parte, infatti, e in
breve non si vede più. Io mi fermo alla quarta rampa. Edoardo e Angela
nemmeno ci provano.
Angela è una buona camminatrice, ma oggi non è molto in forma. Stanno
apparendo, a lei come a tutti, i sintomi della dissenteria. Sono appena
accennati, ma tolgono un po' le forze.
Eppure siamo stati prudenti, abbiamo cercato di seguire i vari consigli, ma
sembra che sia inutile. Dissenteria del viaggiatore, la chiamano.
E allora va bene così: senò che viaggiatori saremmo?
Seduti all' ombra, osserviamo la gente che scende e sale, quasi tutti
giovani.
In un angolo, là in fondo, il corpo di una capra: gli avvoltoi dalla testa
rossa cominciano a descrivere nel cielo cerchi sempre più stretti, sempre
più bassi.
Al 1821 scegliamo la paella holguinera, buona ma un po' troppo cotta.
Un po' di verdura fresca e fine del pranzo.
Cominciamo a sentire il peso di un regime alimentare diverso dal nostro e ci
saziamo facilmente.
E, probabilmente, sentiamo il bisogno dei piatti nostrani. A Cuba abbiamo
sempre mangiato bene, da anni non assaggiavo un pollo come quello di
Jodalis, i pomodori erano eccezionali in ogni casa, ma il menu è sempre
stato piuttosto ripetitivo: riso, con fagioli o senza, assado di maiale o
pesce E per pesce la solita triade: aragosta, camaron, pescado. Cucinati
magari in modi diversi, e sempre buoni, ma sempre quelli. Come verdure
insalata e pomodori, tagliati e disposti nei piatti sempre allo stesso modo,
in tutte le case, e, immancabili, le banane fritte.
Sono banane verdi, adatte a essere cotte, gradite soprattutto da me e da
Angela, che ha preferito in particolare quelle di Jodalis. Io, invece, ho
trovato migliori di tutte quelle della moglie di Carlos, a Camaguay,
saporite e carnose.
Ogni tanto ci guardiamo e ognuno legge sul viso degli altri un desiderio
inespresso che è anche suo e che diventa sempre più difficile reprimere, ma
non si può fare sempre la figure dei soliti Italiani all' estero,
provinciali e cafoni...
La pastasciutta!
Il taxista che ci porta all' aeroporto arriverà alle 3: c' è tempo per una
breve soste nella piazzetta. Seduti su una panchina all' ombra, sentiamo uno
strombazzamento petulante e continuo che si avvicina sempre più. Proviene da
un furgone, che entra in piazza preceduto da una decapotabile con una
ragazza seduta sul tetto.
La sposa, la sposa...
Questa volta ci accorgiamo in tempo dell' errore: è un festeggiamento per
il quindicesimo compleanno.
I veicoli compiono due giri della piazza. La gente osserva e sorride, ma i
più eccitati siamo noi. Balziamo dalle panchine per vedere meglio, Antonio
si avvicina per fotografare: il convoglio si blocca per facilitargli il
compito, poi riprende per fermarsi e posteggiare un po' più in là.
Dal furgone scendono i parenti vestiti a festa, dall' auto la famiglia
della festeggiata: padre, madre, e lei con i fratello.. E' una ragazza
mora, esile e carina. I lunghi capelli neri raccolti sulla sommità del capo,
indossa un abito lilla con le spalline, lungo fino a metà polpaccio, tenuto
ampio da un evidente cerchio all' altezza delle anche. I quattro, in riga,
si addentrano nella piazza.
- Andranno in chiesa - penso
Invece il gruppo si arresta, avanzano solo i due ragazzi. Poi lei si china
e depone un piccolo mazzo di fiori ai piedi della statua situata nel
centro.
Il fratello osserva compunto. I quattro tornano indietro, mentre la madre
saluta e ringrazia la piccola folla accorsa a vedere.
- Perché hanno messo lì i fiori? - chiede Antonio a una giovane, robusta
signora dall' aria simpatica, che tiene per mano una bimbetta vestita a
festa.
- Hesto es el general Garçia - risponde con sussiego, contenta e onorata di
fornire tale spiegazione - un patriota che mucho bien ha fatto per il pueblo
de Holguin e per i giovani -
Il convoglio riparte: un ultimo giro di piazza strombazzando, poi infila una
strada laterale e sparisce, mentre il suono del clacson si perde lontano.
E io sorrido, pensando all' improbabile scena di una giovane ragazza
italiana che depone fiori al monumento di Garibaldi o di Cavour.
Ci avviamo verso casa.
- Olà, Italiani, todo bien? - è un uomo di colore che, incrociandoci, ci fa
un largo sorriso, senza fermarsi.
Non rispondiamo nemmeno, per la sorpresa. Solo Antonio:
- Come fai a saperlo? -
Rallenta: - Si capisce! Ciao, Italiani... - e riparte con passo deciso
Sorridiamo, perché siamo sicuri che voleva farci un complimento.
Alle 3 il taxista arriva puntuale. Purtroppo Jodalis, impegnata a scuola
per un saggio della sua bambina, non è ancora tornata,
Mi spiace, perché le avevo promesso una foto sotto il bel pergolato di
fausto, il rampicante dai fiori bianco-rosati, e dai lunghi rami che
scendono a terra, che orna il piccolo spazio antistante la sua casa.
Il piccolo aeroporto è quasi deserto, per cui svolgiamo le pratiche d'
imbarco velocemente. L' addetto al check-in, un giovanottone allegro e
cordiale, ha voglia di chiacchierare:
- Todo bien, Italiani? Buena vacança? Divertiti aquì a Cuba ?-
Approfittiamo della sua disponibilità: è possibile avere quattro posti
vicini, due al finestrino? Ma certo ! E possibilmente, non sull' ala.
No problema. Gli offriamo un caffé.
La sala d' attesa, semivuota, si popola in breve di turisti italiani.
Ci sono anche le due piemontesi, che svolazzano qua e là, abbracciando e
salutando i ragazzi stranieri conosciuti nell' albergo di Guardalavaca e
che non rivedranno più.
Nel free-shop spendiamo in biscotti gli ultimi cuc rimasti.
Il nostro aereo arriva dall' Havana e non è ancora atterrato: sarà qui tra
breve.
Sono l' ultima dei quattro a salire, accolta da Angela che ha individuato
i posti e si è sistemata:
- Guarda un po' qui! E quello si sta bevendo il nostro caffé! -
Siamo esattamente sull' ala.
Ma non importa: la maggior parte del viaggio si svolgerà di notte.
No problema.
La pista di decollo assomiglia alla caretera central, fiancheggiata com' è
da palme che fuggono via rapide mentre, l' aereo prende velocità.
In pochi istanti siamo sospesi sul Mar dei Caraibi.
Cuba è laggiù, sempre più piccola e lontana, con le sue ballerine e i suoi
taxisti, i musicisti, gli arrendador... con Alfredo, Tzaritza, Trecciolino,
e Ninette..
Un' ampia virata, e scompare definitivamente, inghiottita dalla bruna
foschia della sera.
v
10 febbraio, lunedì
Atterriamo verso le 10,30 alla Malpensa.
Il freddo pungente, nonostante la giornata soleggiata, ci riporta di
colpo alla realtà.
Edoardo è un po' preoccupato:
- Speriamo cha la macchina non faccia storie, dopo quindici giorni ferma
all' addiaccio... -
Per fortuna va tutto bene, anche l' organizzazione del parcheggio si
conferma ottima. Ma, uscendo, sbagliamo direzione.
Giriamo un po' a vuoto, finché ci troviamo in un paese sconosciuto, uno di
quei ricchi, anonimi paesotti della pianura lombarda: belle ville, bei
giardini, belle macchine.
Di cartelli indicatori nemmeno l' ombra.
Antonio comincia i suoi borbottii, Edoardo gli fa eco.
Chiediamo a un gentile signore fermo sul ciglio della strada.
- Vadi sempre dritto in quella diresione - poi, rivolto ad Antonio:
- E lei non s'inc... che ci fa male alla salute !-
Lo spagnolo è musica ormai lontana.
A mezzogiorno siamo a casa, accolti da un lungo, lamentoso miagolio di
Jago, che per l' intero pomeriggio rimarrà incollato a Edoardo.
Il giorno dopo i media daranno l' annuncio delle avvenute dimissioni di
Fidel Castro a favore del fratello Raoul.
Nei giorni successivi una perturbazione di origine siberiana riporterà sotto
lo zero le minime delle nostre regioni centro-settentrionali; in
televisione inizieranno i soliti dibattiti al veleno, in vista della
prossime elezioni politiche; il cardinale Bagnasco rivolgerà un appello a
Nanni Moretti affinché non tralasci, nei suoi film, quei principi cristiani
che sono base imprescindibile della nostra cultura e della nostra
società..
Bentornati in Italia !
|