Di Massimiliano Coccetti
Racconto del viaggio Arluno (MI) – Fermo (AP)
13-18 Luglio 2008
Premessa
Eccomi qua, finalmente riposato e appagato, a ricordare quella
singolare esperienza ciclistica di cui voglio rendervi
partecipi attraverso la lettura di questo racconto; lo sto
scrivendo soltanto ora, a distanza di una settimana,
rigorosamente in piedi; in piedi non per orgoglio e sfregio
verso chi non avrebbe scommesso un centesimo sul mio successo,
né per onore e rispetto nei confronti di un’impresa così
nobile, bensì per ragioni che si chiariranno più avanti, nel
corso della lettura.
Ebbene sì, perché proprio di un’impresa si tratta, sia per la
distanza percorsa (630 Km), ma soprattutto per le condizioni
spartane e primitive con le quali abbiamo deciso di affrontare
codesto lungo viaggio in bicicletta (Lorenzo, il mio compagno
di avventura, sicuramente più organizzato di me, io – il “Max”
- più estremista).
La peculiarità di questa insolita iniziativa consiste, infatti,
proprio nella “NON preparazione” (soprattutto da parte mia),
ovvero nell’improvvisazione del tutto; soltanto una Mountain
Bike da supermercato, uno zaino, ricambi intimi e un sacco a
pelo per le notti all’aperto. Niente allenamento dunque (non
toccavo una bicicletta da quindici anni), né attrezzature
particolari o prenotazioni in camping o alberghi; tra le cose
portate con me, un atlante stradale e un navigatore satellitare
che ci avrebbe aiutato a trovare le strade segnate in via del
tutto indicativa sull’atlante, oltre ai piccolissimi paesini
(spesso sconosciuti anche alle persone dei dintorni) che
avremmo sorpassato tappa dopo tappa, e un’indicazione di
massima sul posto dove avremmo dormito al termine di ciascun
giorno di pedalata.
A dire il vero, non è stata la prima volta che ho tentato di
compiere questa impresa. La prima risale al lontano 1996;
allora fui solo, e i mordenti che mi spinsero a provare una
simile esperienza erano ben diversi. Delusioni sentimentali e
voglia di rinascere, la conferma di un senso di onnipotenza che
ho sempre sentito forte in me, ma che iniziava a vacillare; o,
forse, il desiderio di non spegnere una tradizione che vantava
nella mia famiglia l’esistenza di giovani temerari, le cui
gesta si sono tramandate di padre in figlio, fino alla mia
generazione.
Si narra di uno zio lontano che, di tanto in tanto, partiva
solitario dalle sponde di Porto San Giorgio, sulla riviera
adriatica, e nuotava, nuotava, nuotava fino all’orizzonte, fino
a dove arrivavano i pescherecci - raccontano i vecchi - con un
elmetto da guerra appoggiato sul capo, dentro il quale teneva
una frittata che consumava al largo, prima di rientrare. E la
madre, ogni volta preoccupata nel vederlo partire, se ne
rimaneva sulla spiaggia, ore ed ore ad aspettarlo
fino al tramonto, quando finalmente, da lontano,
sembrava scorgere la sagoma della testa di un
uomo che rientrava, e allora si tranquillizzava e
tornava verso casa col sollievo nel cuore. Ma
torniamo a noi.
Era, dunque, l’anno 1996, quello del fatidico primo tentativo
di riuscire a raggiungere in bicicletta la mia terra natale –
Fermo (prov. Ascoli Piceno, Marche) – che da sempre ha
rappresentato per me una meta bucolica da
raggiungere dopo
impegni e fatiche, già da quando, terminate le scuole, mi
portavano al mare in treno, per trascorrere due mesi da sogno
prima di rientrare a Milano, per le sfide del nuovo anno.
L’impresa, allora, tuttavia fallì a causa di un problema
logistico; persi il portafoglio con documenti e soldi
all’altezza di Imola, e lì finì la mia avventura in bicicletta.
Mi rimase solo rabbia, amarezza, e la promessa che sarei
riuscito, un giorno, a compiere ciò che non ero stato capace di
portare a termine in quell’occasione. Ma sapevo che sarebbe
successo soltanto molto tempo dopo quell’anno, il 1996.
Pare fosse – quello - anche l’anno in cui diversi testimoni
marinai raccontavano di aver visto volare il “Max”, che da
un’altezza di oltre 5 metri rimase appeso in aria per svariati
secondi, a mo’ di uccello migratore, impegnato in un tuffo
“liberatorio” da uno scoglio isolato
al largo della Sardegna,
all’altezza di Villasimius (Cagliari); ma non si parlò molto di
quell’episodio, e tutt’oggi sembra rimanere avvolto in una
sorta di leggenda.
Dunque, a distanza di dodici anni ho deciso di riprovarci,
accompagnato da un amico con cui affrontare i momenti più
difficili e gioire delle emozioni più dense, quelle che è
difficile raccontare, quelle per cui l’unico modo per non
dimenticarle a posteriori è averle condivise con qualcuno nel
momento in cui le hai provate.
Ma andiamo con ordine, e partiamo dal primo giorno di viaggio,
il 13 Luglio 2008, Domenica, ore 8.00 del mattino.
1° Giorno: 13 Luglio – Domenica
La sveglia è suonata alle 8.00; avevo intenzione
di partire attorno alle 9.00 alla volta della
prima tappa prevista dalla tabella di marcia,
Fossadello, a 10 km ad est di Piacenza, 115 Km circa da casa
mia, Arluno (MI), il punto di partenza.
In realtà, Lorenzo non è partito con me, come stabilito
inizialmente, poiché un improvviso impegno di lavoro lo aveva
portato in Croazia fino al giorno prima, Sabato 12, e non
avrebbe fatto in tempo ad arrivare da casa sua (Chiari, prov.
Brescia) fino ad Arluno, per poi partire assieme. Quindi,
abbiamo deciso di incontrarci proprio lì, a Fossadello, tappa
che segnava la fine della prima giornata di viaggio. Da lui la
tappa distava solo 70-80 Km, e già io avanzavo le prime battute
sul vantaggio che lui si sarebbe portato dietro, e che gli
avrebbe giovato per tutta la durata del viaggio. Poi, in
realtà, ci si renderà conto che solo di una battuta si
trattava, dato che le diversità tra il “Max” e Lorenzo, in
termini di preparazione, organizzazione, stanchezza e dolori,
andavano ben al di là della mera conseguenza legata a quei soli
40-50 Km in meno fatti da Lorenzo durante il primo giorno.
Tra le 8.00 e le 9.00, prima di partire, ho dato un’ulteriore
ingrassata alla catena della mia bici, ho fatto un check up
delle cose da non dimenticare e ho caricato sulla bici i
bagagli, preparati con la maniacalità di chi non vuole
rischiare per nessuna ragione al mondo di fallire una seconda
volta; non avevo tralasciato nulla, a parte il problema del
peso che poi, chilometro dopo chilometro, si sarebbe fatto
sentire e forse, tornando indietro, avrei rivalutato
l’inventario d’officina che mi sono portato appresso:
catenaccio con lucchetto e bloster (da solo pesava 3 Kg almeno)
per legare anche la ruota al telaio, grasso, forbici, scotch,
metro, kit per forature, 2 camere d’aria di scorta; non mancava
la scatola con l’intero kit di chiavi esagonali e brugole,
senza dimenticare una pinza e, ovviamente, la pompa. Dentro lo
zaino, oltre ai normali ricambi intimi, non potevo tralasciare
giacchetta, pantaloni e scarpette antipioggia, giacca
fosforescente per eventuali pedalate all’imbrunire, sebbene non
fosse nostra intenzione viaggiare al buio. Lo zaino lo tenevo
sulle spalle, mentre alcuni attrezzi e l’atlante erano
contenuti in una rete elastica che avevo posizionato nella
parte interna del manubrio; avevo poi un borsello con
l’occorrente da tenere sotto mano (integratori, navigatore,
cellulare, pastiglie per il mal di stomaco che da qualche mese
mi stava attanagliando), e un marsupio che proteggeva una
videocamera per eventuali riprese dei paesaggi. Lorenzo,
comunque, mi aveva comprato un portapacchi, che avrei montato
al nostro incontro, per sgravare le mie spalle del peso dello
zaino, dal secondo giorno in poi. Si rivelerà una soluzione
che, a dispetto della mia iniziale superficialità, sarà invece
determinante per la riuscita del viaggio. Ultimo,
ma non meno pesante, un sacchetto che tenevo a
mo’ di borsa della spesa, appeso sul braccio
destro del manubrio, contenente crema solare per
evitare ustioni, occhiali dalle lenti colorate,
maglie di ricambio “al volo”, MP3 per ascoltare
musica, bandana per le ore più assolate e “Beauty case” con
tutta la farmacia immaginabile contro dissenteria,
escoriazioni, crampi; poi garze, cerotti, disinfettante,
bustine di POLASE SPORT con relativo bicchiere in vetro e
cucchiaio per mescolare; inoltre, mascherina per la luce del
mattino, tappi per le orecchie e...deodorante per possibili –
quanto improbabili - serate di gala. Al posto della borraccina
fissata sul telaio della mountain bike, direttamente il
bottiglione da 1.5 litri di acqua, cui mi attacco regolarmente
anche a casa nella quotidianità, e che svuoto mediamente in due
bevute, facendo a meno del bicchiere.
Per cercare di ovviare ai miei 100 Kg di peso corporeo (15 kg
in più rispetto a quando ci avevo provato da solo nel 1996), la
sella era stata avvolta da due strati di gommapiuma, tenuta
assieme da nastri di scotch largo da pacco. Sopra la sella
anche un asciugamano piegato accuratamente per evitare che i
lembi finissero dentro i raggi della ruota posteriore.
Ebbene, ci siamo. Si parte!
Esco super caricato dal cancello del cortile di casa alle 9.05,
e già dopo i primi metri mi rendo conto della potenza che
occorreva imprimere alla pedalata per spostare tanta zavorra,
ma la cosa mi esaltava, ero pregno di energia che avevo bisogno
di bruciare da mesi di lavoro sedentario, forse da anni, dal
1996.
Dopo una breve deviazione a casa dei miei genitori, che erano
assenti quel giorno, per dare da mangiare al cane “Picchio”, mi
dirigo alla volta di Morimondo, prima tappa del giorno e del
viaggio intero.
Morimondo è un paesino a circa 25 Km da Arluno, e, certo, non
rappresentava ancora un traguardo che fosse al di là del
territorio cosiddetto “noto”. Anni fa, era per me normale meta
che si raggiungeva nel classico giro domenicale di parrocchia;
era ancora all’interno di quelle che mi piace definire “acque
sicure”; qualunque tratto percorso per arrivare a Morimondo era
strada già conosciuta, fatta svariate volte da adolescente;
insomma, se un imprevisto doveva succedere tra Arluno e
Morimondo, che mi avesse costretto a tornare e rinunciare
all’impresa, nulla di più sarebbe stato, quel giorno, rispetto
ad una qualsiasi uscita domenicale di quei vecchi tempi, una
scampagnata come tante altre in bicicletta, alla volta della
nota abbazia, di fronte alla quale ragazzi di oratorio e di
centri estivi sedevano in cerchio sul prato, suonando la
chitarra e cantando le note di Battisti.
Ma stavolta Morimondo rappresentava qualcosa di
più. Era solo il punto di passaggio verso un
pellegrinaggio spirituale, ancor prima che un
viaggio in bicicletta; segnava il confine tra il
territorio conosciuto e l’ignoto, tra la
sicurezza di tornare a casa in giornata e la
solitudine in terre anguste e spesso isolate da qualunque
centro cittadino per svariati chilometri.
Dopo un’oretta abbondante di pedalata, dove la fatica era
completamente dominata dall’adrenalina e dall’esaltazione
alimentata dai brani musicali del mio MP3, arrivo finalmente e
senza colpi di scena a Morimondo, ma non entro in paese, non
arrivo all’abbazia ormai familiare, davanti alla quale ero
solito scendere per bermi il classico caffè al tavolino, ma
rimango sulla strada e continuo oltre, lasciandomi alle spalle
la certezza di cui parlavo prima, e, con essa, anche il timore
di esplorare ogni metro di asfalto che mi si proponeva davanti
da quel momento in poi. La sensazione era la stessa che si
prova quando, dirigendosi per la prima volta in mare aperto con
un’imbarcazione di modeste dimensioni, si inizia a perdere di
vista la costa, che ha sempre rappresentato l’unico riferimento
chiaro per il ritorno, in tutte le precedenti uscite meno
impegnative. Nasce una nuova consapevolezza, la necessità di
ricorrere a strumenti che mai penseresti di utilizzare, per
proseguire o per tornare a casa fin tanto che la costa rimane
visibile; ma anche che da quel momento inizia una vera nuova
esperienza, un’avventura grazie alla quale, inevitabilmente, si
deve passare attraverso insoliti stati d’animo, mai ricordati
prima, tra lo smarrimento e un quieto senso di irrazionale
benessere.
La strada intanto correva, non era una strada affollata; era
piccola e secondaria, e ogni curva che mi si presentava era
nuova; mi sorprendeva il fatto che la sequenza di qualche
migliaio di quelle curve mi avrebbe condotto - prima o poi - a
più di 600 Km da lì, al mio paese, al mare che avevo sempre
raggiunto in treno o percorrendo l’autostrada, come in una
sorta di teletrasporto.
Il paesaggio iniziava a prendere quell’aspetto tipico dei
quadri di Van Gogh: terreni arati, campi di grano infastiditi
dalla leggera brezza, balle di fieno accuratamente preparate e
il rumore di una trattrice, anch’esso udibile se si porge
l’orecchio dinnanzi alla celebre tela “Mietitura (Piana della
Crau)” dello stesso Van Gogh, e se la si interpreta in una
chiave più moderna.
Alle 12.40 mi trovavo a Pavia, seconda tappa del giorno. C’era
il mercato, e le vie del centro erano zeppe di bancarelle; il
cielo così limpido e la forte luminosità del sole, quella
domenica di Luglio, mi mettevano addosso un buon umore e una
positività verso ciò che ancora mi aspettava nel pomeriggio.
Mi piaceva osservare le persone passeggiare tra
le vie di Pavia; io mi sentivo un forestiero
senza dimora, tra tutta quella gente che aveva
scelto di restare in città quel giorno, senza
allontanarsi da casa, rimandando magari alla
prossima volta una gita fuori porta un po’ più
impegnativa.
Avevo già finito il primo litro e mezzo d’acqua, e mi sono
fermato in un bar per comprare un’altra bottiglia e riposare.
Ho approfittato per chiamare Lorenzo che non avevo ancora
sentito dalla sera prima; lui stava già arrivando a Fossadello
e pedalava alla media di 25-30 Km/h. A me mancavano invece
ancora 60-65 Km, avendone percorsi già una cinquantina (del
resto, come già accennato, dovevo macinare 115 Km, contro i 70-
80 di Lorenzo). Tirandomi giù lo zaino cominciavo ad acquisire
piena consapevolezza del peso che gravava sulle mie spalle, e
percepivo anche strani gonfiori in prossimità delle ascelle,
dove le bretelle dello stesso zaino avevano insistito,
tesissime, per oltre 3 ore e mezza. Il sollievo che ho provato
nel sentire le spalle libere era preoccupante; mi rendevo conto
sempre più di quanto sarebbe stato difficile, d’ora in avanti,
tirare altri 60 Km in quelle condizioni; di quanto sarebbe
stato impossibile proseguire nei giorni successivi senza il
portapacchi di Lorenzo, che da quell’istante, mi si proponeva
davanti agli occhi come un miraggio. “Da domani sarà tutta
un’altra storia, un altro andare”, ripetevo tra me e me.
Ormai avevo chiaro un concetto fondamentale, non si trattava
più semplicemente di una lunghissima passeggiata bucolica tra i
campi lombardi ed emiliani, ma di una sfida con me stesso, dove
l’unica cosa che contava davvero era arrivare, arrivare,
arrivare. Era importantissimo trovare - e non perdere mai -
quella condizione ottimale che permette di ottenere il massimo
con il minimo dispendio di energia; in altre parole, la
situazione di massima efficienza. Nel mio caso particolare,
diversi erano i fattori che concorrevano a determinare la
situazione di “Pedalata Perfetta”; la posizione sulla sella,
ovvero se ci si siede in posizione molto avanzata piuttosto che
arretrata, la cadenza della pedalata, la posizione delle mani
sul manubrio, la curvatura della schiena, la piegatura degli
avambracci che afferrano il manubrio, la posizione dei piedi
sui pedali (in punta, di tacco, piegati all’interno o paralleli
al telaio). E’ chiaro che non esisteva una configurazione
migliore in assoluto per ogni singola problematica elencata
sopra; ogni soluzione a ciascuna di queste problematiche
risultava ottimale solo in relazione alle altre scelte fatte;
non solo, la combinazione “perfetta” di tutti questi elementi
poteva essere diversa, di volta in volta, nel corso della
giornata, a seconda del proprio stato fisico, dei dolorini che
via via si manifestavano, delle posizioni tenute nelle ore
precedenti. La condizione di “Pedalata Perfetta”, dunque, era
la chimera da inseguire ogniqualvolta mi rimettevo in sella
dopo una pausa, poichè garantiva il massimo
numero di chilometri di autonomia prima di
sentire nuovamente il bisogno di fermarmi.
Ecco perché sono passato davanti alla celebre
Certosa di Pavia senza neanche scendere, per
effettuare, magari, una ripresa più meritevole di
quella che ho effettuato al volo con una mano tremante, mentre
cercavo di non interrompere il giusto ritmo che ero riuscito a
trovare sulla bicicletta.
Da lì, uno dopo l’altro, raggiungevo e sorpassavo paese dopo
paese, stringendo i denti per lo zaino che feriva le ascelle, e
isolando il dolore con stoica rassegnazione; “da domani sarà
tutta un’altra storia, un altro andare”, ripetevo sempre tra me
e me. Belgioioso, Campo Rinaldo, Ospedaletto Lodigiano,
Valloria, San Rocco. Quasi quattro ore tutte d’un fiato, ormai
ero alle porte di Piacenza; i glutei mi facevano male e la
schiena non rispondeva più. Tuttavia, l’idea che ad una
quindicina di chilometri c’era Lorenzo che mi aspettava con il
portapacchi e, soprattutto, che il primo giorno di viaggio era
stato consumato e potevamo farlo finire in bellezza con un bel
paio di pizze a testa, mi confortava. Avevo dietro di me circa
cento chilometri, erano le 18.30; mancava ancora un’oretta, poi
il riposo fino al giorno successivo. Ho chiamato Lorenzo per
aggiornarlo; lui era lì dalle 15.30, a Fossadello che mi
aspettava. Ho chiudo il cellulare e sono ripartito di slancio
verso la circonvallazione di Piacenza, a circa 3 Km da dove mi
trovavo, per poi prendere un pezzo di statale, direzione
Cremona, che mi avrebbe guidato diritto a Fossadello. Ma
neanche cinque minuti dopo essere rimontato in sella, dopo la
chiamata a Lorenzo, ho frenato lentamente fino a fermarmi; sono
rimasto immobile e fisso davanti a un cartello, non mi sono
mosso per qualche secondo. Poi ho abbassato la testa in segno
di sconfitta; mi veniva da piangere. Di fronte a me, la strada
era bloccata, e una deviazione obbligava a tornare indietro, o
a prendere una direzione totalmente diversa dalla mia; il
cartello informava che il ponte di Piacenza, che permetteva di
attraversare il Po, sarebbe rimasto chiuso tutto il giorno,
fino all’indomani alle 7.00 di mattina. Eh sì, perché era così
che funzionava, c’erano dei lavori per tutto il periodo di
Luglio e Agosto; La Domenica l’accesso non era consentito per
tutte le 24 ore, mentre in settimana si chiudeva il transito
solo nelle ore notturne. Ma era Domenica, ed ero bloccato senza
sapere bene come reagire a tale imprevisto (chi poteva
immaginarlo?). Ho richiamato Lorenzo per avvisarlo del fatto e
per cercare un’alternativa insieme; senza stare a giocare
troppo con la fantasia, erano due le possibilità che si
presentavano: aspettare l’indomani alle 7.00, quando avrebbe
riaperto il ponte, per poi arrivare a Fossadello nelle prime
ore della mattina. Ma erano troppe le penalità che ciò
comportava; in primo luogo, avremmo avuto già un ritardo sulla
tabella di marcia (l’indomani, infatti, dovevamo partire presto
da Fossadello con portapacchi già montato sulla mia bici);
inoltre, avrei dovuto buttare via del tempo
prezioso che ancora mi rimaneva da quel momento –
18.30 – fino all’imbrunire. Oltre al fatto di
dover dormire fuori in sacco a pelo, come
previsto, del resto, ma separatamente e con un
pizzico in più di pericolo; ma quest’ultimo era,
comunque, un aspetto abbastanza irrilevante.
La seconda possibilità consisteva nel passare un ponte
parallelo più ad est, scendere giù a sud, raggiungendo
direttamente la tappa successiva, Cortemaggiore (la prima del
giorno seguente, secondo il programma). Questo ci avrebbe
permesso, al contrario, di portarci addirittura in vantaggio di
una tappa sulla tabella di marcia e di ripartire, l’indomani,
con portapacchi già preparato. D’altro canto, il tempo per
raggiungere l’altro ponte e arrivare a Cortemaggiore c’era (per
Lorenzo avanzava pure, trovandosi la nuova tappa a soli 10 Km
da Fossadello), e il tardo pomeriggio di questa Domenica
sarebbe stato pienamente sfruttato da quel momento fino alle
20.00-21.00, quando avrebbe iniziato a fare buio. Il prezzo da
pagare, però, era alto per me: il ponte più a est stava a circa
25 Km dal luogo in cui mi trovavo, più altri 15 Km per
raggiungere Cortemaggiore, facevano ancora 40 Km da affrontare
in un momento in cui già pensavo di essere arrivato alla fine
del primo giorno, e ancora con tutto lo zaino sulle spalle; per
non parlare del fatto che i 40 Km non erano tutti d’anticipo
rispetto alla tabella di marcia, ma includevano un surplus di
almeno 15 Km dovuti alla deviazione, che avrei risparmiato se
avessi optato per la prima opzione, accettando il ritardo e lo
spreco di tempo di quel pomeriggio che ancora mi rimaneva da
giocare.
Ne ho parlato per telefono con Lorenzo, ho controllato le
distanze con cartina e navigatore. Alla fine, ho optato per la
seconda, più coraggiosa ma anche più sensata alternativa.
Intanto si erano fatte le 19.00, e mi rendevo conto che
disponevo solo di poco più di un paio d’ore per arrivare a
Cortemaggiore,
prima che iniziasse a fare scuro; e altrettanto
mi rendevo conto che mai sarei riuscito a compiere altri 40 Km
in quelle condizioni e tale stanchezza. Sono ricorso allora ad
un piccolo “aiutino” che avevo giurato di non utilizzare per il
bene della mia salute, se non in caso di vera emergenza (non
era questo un caso di emergenza?). Al primo bar mi sono scolato
tutto d’un fiato una doppia “RED BULL”, e sono risaltato in
sella. Avevo trovato subito la condizione di “Pedalata
Perfetta” e galoppavo nel vero senso della parola, alla volta
della nuova meta.
Dopo essere tornato un pezzetto indietro, mi sono diretto verso
il ponte di S. Nazzaro. Ho passato Gerrone, e prima di
raggiungere Caselle Landi, mi sono accorto di non avere più
acqua, e che i negozi, qualora ne avessi trovato uno in quei
paesini sperduti, erano probabilmente già chiusi a quell’ora.
Ho notato una famigliola che stava cenando nel cortile di una
piccola fattoria; erano radunati attorno ad un lungo tavolo,
abbondantemente apparecchiato. Ho fatto cenno con
la mano, attraverso il cancello di cinta, e loro,
gentilmente, mi hanno invitato ad entrare. Erano
in sei, c’era anche qualche bambino. Quando ho
chiesto cortesemente una bottiglia d’acqua, che
sarei stato disposto a pagare, me l’hanno offerta
senza accettare un centesimo; piuttosto mi domandavano,
incuriositi, dove fossi diretto e io spiegavo loro che si
trattava soltanto del primo giorno di marcia verso Fermo, nelle
Marche. La signora conosceva la zona di Porto San Giorgio,
c’era stata qualche anno prima, e si capiva che era stata
contenta di aiutarmi; aveva apprezzato quel gesto spontaneo, di
chi ritiene sia ancora lecito chiedere aiuto quando se ne sente
il bisogno. Ci siamo salutati dopo una breve chiacchierata e
sono ripartito verso Caselle Landi, che ho poi superato senza
fermarmi; ho raggiunto il ponte di S. Nazzaro e poi giù verso
Polignano.
Era, ormai, una acerrima corsa contro il tempo; contro
l’imbrunire che avrebbe costituito un pericolo molto più grande
a causa della scarsa visibilità da parte degli automobilisti.
Gli occhi erano sbarrati, rigagnoli di bava iniziavano ad
uscire dalla bocca e i gonfiori, stavolta nei bassi glutei,
tornavano a farsi sentire, mentre la pelle iniziava ad
escoriarsi in prossimità delle ascelle, strozzate da bretelle
sempre più in tiro. La voce di Venditti era diventata
insopportabile, ma la paura di perdere la condizione di
“Pedalata Perfetta” che avevo ancora una volta trovato, mi
costringeva a non fermarmi, e a sopportare quello strazio
ancora per un’oretta al massimo.
Mancavano circa 15 Km da San Nazzaro a Cortemaggiore, ed erano
già le 20.30; quell’ultimo tratto di strada sembrava non finire
mai. La velocità media cominciava a scendere, terminato
l’effetto RED BULL che mi aveva regalato una propulsione alla
stregua di una bombola al NOS, che si monta sui veicoli nelle
gare di accelerazione.
A Polignano ci sono arrivato con le gambe che si erano fatte
anche dure; erano ormai le 21.00 e il sole era già calato. Ho
indossato il giubbetto giallo fosforescente e acceso il faretto
posteriore a intermittenza rossa, che mi rendeva più visibile e
meno bersaglio da 1500 punti.
Pedalavo lentamente, sentendo tutta la fatica degli ormai 140
Km percorsi con una mountain bike al “cromo-molibdeno” (tra le
più pesanti in commercio) e uno zaino spacca ossa sulle spalle.
Ero attaccato al ciglio della strada. Non sapevo neppure dove
stessi prendendo le forze per gli ultimi Km, ma procedevo, e
questa era l’unica cosa che contava. Evidentemente, il Polase
Sport che di tanto in tanto mi preparavo e somministravo al mio
fisico, stava facendo un buon lavoro contro crampi e
disidratazione.
Finalmente la meta. Erano le 21.30. Intravedevo il cartello che
annunciava “Benvenuti a Cortemaggiore”; riuscivo anche a
scorgere le luci del campanile nella notte, che
spiccava dai tetti diroccati della piazza
principale. Lorenzo mi aspettava proprio in
piazza, e quando mi ha visto mi ha fatto segno
con la mano; ma io non riuscivo a muovere le
braccia dal manubrio. Appena mi sono fermato
davanti a lui, mi ha aiutato a scendere dalla sella, ho tolto
lo zaino di piombo, per poi precipitare a terra proprio lì, sul
marciapiede della piazza, dove alcuni adolescenti giocavano a
pallone in notturna.
Ero sdraiato con gambe distese e braccia larghe, supino sul
pavè in mattoncini che facevano molto “quadro” impressionista.
Qualcuno, di passaggio in auto, accostava e mi chiedeva se mi
sentissi bene; io non rispondevo e li guardavo con un sorriso
fisso in bocca, alzando appena la testa con l’intento di
comunicare un qualche gesto di ringraziamento.
Lorenzo, basito, continuava a ripetere che ero un pazzo ad
essere arrivato fin lì con quel “cancello”, come lo aveva
definito da subito, appena mi aveva visto. Del resto, il
paragone con la sua artiglieria veniva naturale e spontaneo:
bici da corsa ultraleggera modello “SPECIALIZED”, con scarpette
da ciclista ad attacco e sgancio rapido. Portapacchi e mini
zainetto da ciclista con 3 paia di calzoncini da ciclista.
Portattrezzi mini, versione ciclista 50 in 1, a mò di
coltellino svizzero e, sul portapacchi, sacco a pelo modello
“formica” che si teneva nel palmo di una mano. Ovviamente, non
mancava il caschetto da ciclista.
Intanto, io non riuscivo a rialzarmi da terra e lo sforzo che
provavo nel tentativo di farlo mi ricordava quello di quando mi
si svegliava e mi si scaraventava fuori dal letto ogni mattina,
per andare a scuola.
Le risate isteriche che sporadicamente riuscivo a cacciar
fuori, sdraiato a terra e con lo sguardo all’insù, mutavano via
via in un pietoso lamento, mancandomi la forza di portarle a
termine in maniera dignitosa.
Ma trascorso poco più di un quarto d’ora, ero già in piedi. Ho
sempre creduto nella straordinaria capacità di recupero del mio
fisico. E’ stata sempre una caratteristica che ho posseduto,
fin da piccolo, quando mi accorgevo che bastavano poche ore di
riposo per tornare in forze, pronto per una nuova prestazione;
ero sicuro che sarebbe stato così anche questa volta.
Ho ripreso lo zaino e la bici, e ci siamo avviati verso una
pizzeria che Lorenzo aveva già collaudato qualche ora prima;
ero stato io stesso a consigliarli di cenare poiché le garanzie
che ci saremmo incontrati quella sera erano abbastanza labili.
Ci siamo seduti al tavolo in veranda e, dopo aver ordinato una
pizza per me, e la seconda per lui, abbiamo approfittato del
tempo morto per montare il tanto atteso portapacchi sulla mia
mountain bike in Cromo-Molibdeno. “Da domani sarà tutta
un’altra storia, un altro andare”, ripetei questa volta ad alta
voce.
Si è chiacchierato del più e del meno, di tutte
le fatiche del giorno, del da farsi il giorno a
venire, di dove dormire quella stessa notte. Io
dovevo anche dare un’occhiata alle mie ascelle e
a quei gonfiori che sentivo sotto i glutei, e
dopo aver preparato l’ennesima soluzione di
polase per recuperare i sali persi, ho cercato il bagno per
effettuare qualche ritocco tecnico alla mia carrozzeria.
Effettivamente, in prossimità delle ascelle spiccavano due
strisce rosse, poco escoriate, che ho coperto di PASTA FISSAN.
Sotto i glutei, invece, erano visibili due grosse bozze gonfie,
che ho massaggiato con una buona dose di VOLTAREN, anche per
attenuare il dolore osseo, oltre che cutaneo, dovuto
all’eccessivo peso sulla sella durante tutte quelle ore. Avevo
sulla groppa 140 Km, la più alta soglia di chilometri
giornalieri percorsi, in tutti i successivi giorni di viaggio,
in tutta la mia vita passata.
Ci siamo mangiati voracemente le nostre pizze e abbiamo
caricato la roba sulle rispettive bici. Lorenzo mi dava una
mano nel caricare anche la mia, dato che non potevo troppo
piegarmi o abbassarmi con le gambe. Intanto, le proprietarie
della pizzeria avevano lavato per sbaglio il mio bicchiere di
vetro,
che utilizzavo per sciogliere il POLASE in polvere, e
che oramai era diventato qualcosa ad alto rischio di epidemia,
con tutto quello zucchero secco attaccato da ore. Me lo hanno
riconsegnato lustro da lavastoviglie.
La voglia di rimettersi in sella per uscire dal paese e
cercarsi un campo dove dormire non era molta; pertanto, ci
siamo limitati a spingere le nostre bici cariche un po’ in
periferia, nei pressi di una chiesa, un’abbazia simile a quella
di Morimondo. Le luci si stavano tutte spegnendo, era già
mezzanotte inoltrata, e il prato che avevamo trovato al di
fuori del muro di cinta dell’abbazia sembrava offrire un buon
riparo da probabili occhi indiscreti o da possibili ronde
notturne della polizia. Io avevo scelto una pianta, Lorenzo
un’altra a qualche decina di metri. Abbiamo tirato fuori i
sacchi a pelo, io i tappi per le orecchie e la mascherina per
la luce del mattino. Lo zaino lo utilizzavo come appoggiatesta,
e lo schiacciavo con tutto il peso morto del mio cranio stanco;
era la mia vendetta per ciò che mi aveva fatto passare nelle
ore addietro.
Ma purtroppo, l’avventura del primo giorno non finiva qui.
Lorenzo già dormiva. Era oramai l’una passata e il rumore delle
ultime auto che passavano mi impediva di prendere sonno,
assieme a qualche zanzara, più per il suo ronzare, che per le
sue punture. Il cielo era scuro, molto più scuro di un normale
cielo notturno, e all’orizzonte scorgevo i primi lampi che
facevano presagire il peggio. La mia (poco) proverbiale
pigrizia, mi induceva tuttavia a temporeggiare, sperando, se
non addirittura che il temporale desistesse, almeno che
temporeggiasse quanto me.
Ma il primo vento è arrivato presto, quello che
si fa sentire grazie alle foglie che iniziano a
strisciare per terra e a sollevarsi. Poi sempre
più lampi. Poi un enorme tuono! Allora mi sono
alzato e ho svegliato Lorenzo, ormai in preda
alle grinfie subdole di Morfeo.
Un secondo gigantesco tuono, intanto, aveva dato il via ad un
diluvio improvviso che ci ha colto impreparati, nonostante
tenessi d’occhio la situazione da una decina di minuti. Lorenzo
è corso sotto la mia pianta e mi ha chiesto, spaesato, qualcosa
per coprirsi; io avevo già un giacca antipioggia e gli ho
passato l’asciugamano della sella sulla mia bici, potendo così
cercare nel frattempo, di infilarsi un qualcosa di più
adeguato. L’acquazzone, comunque non ci ha risparmiato.
Costretti a cercarci un riparo più serio, abbiamo attraversato
tutto il prato con le bici a mano, per arrivare al primo
palazzo, che aveva un atrio con tre portoni. Era nei paraggi di
dove avevamo mangiato la pizza. Lì poteva andare bene per
terminare la notte, badando che verso le 6.30-7.00, i primi
pendolari sarebbero potuti uscire dal portone, e non era il
caso di farci trovare accampati col sacco a pelo, a mò di
zerbino.
Una volta cambiati, ci siamo sdraiati a terra, e la pioggia
lentamente si faceva sempre più sottile, fino a sparire.
2° Giorno: 14 Luglio – Lunedì
Il VOLTAREN aveva fatto un ottimo lavoro. Me ne
sono accorto la mattina seguente, quando la luce
del giorno ci aveva aperto gli occhi ancor prima
del suono della sveglia. Erano circa le 6.15. Di fretta,
abbiamo preparato tutto in modo da non dare nell’occhio, e in
effetti, già alle 6.30 i primi lavoratori si apprestavano ad
uscire di casa. Confesso che tutto sommato non avrei desiderato
per nessuna cosa al mondo essere nei loro panni, anche se più
asciutti dei miei.
Qualcuno ha fatto solo in tempo a notare la nostra presenza
nell’atrio, con le bici in mano, ma non penso potessero
immaginare come avevamo dormito; in fondo, per loro potevamo
essere appena arrivati, o soltanto di passaggio.
Ci siamo recati al primo bar per fare colazione.
Lì potevamo
anche sederci con più calma. Nel bagno, io mi ero stupito della
meravigliosa reazione dei miei glutei alla pomata, e questo mi
spingeva a cercare, per i giorni futuri, una qualche soluzione
più intelligente; che potesse essere addirittura preventiva,
non solo curativa. Qualcosa di più automatico, meccanico; di
più industriale.
Lorenzo, nel frattempo aveva ordinato due cappucci e due
cornetti. Mentre mangiavo, pensavo che avrei dovuto chiamare in
ufficio, essendo Lunedì, e il Lunedì ci sono sempre problemi
più o meno seri nelle procedure di aggiornamento settimanale
dei databases; Ma era troppo presto, così ho deciso che avrei
fatto una telefonata non appena saremmo arrivati alla prima
meta di quel secondo giorno, il primo insieme a Lorenzo:
Carzeto. Carzeto non distava molto da Cortemaggiore, ed essendo
freschi di mattina, contavamo si arrivarci in un’oretta.
Nel macinare chilometri sotto le ruote, abbiamo passato un
paesino, Spigarolo, fatto di una strada principale e niente
più. Lì, ho intravisto un supermercato e mi sono fermato di
colpo. Sono entrato dentro ed ero fuori poco dopo, con due
spugne in mano, una blu e una gialla; di quelle spugne
morbidissime che si usano per farsi il bagno. Lorenzo non si
capacitava di cosa potessi farne, se non banalmente aggiungerle
sopra la sella già imbottitissima, ma ciò non avrebbe dato,
comunque, ulteriore valore aggiunto alla comodità. Di lì a poco
ogni suo dubbio sarebbe svanito.
COS’E’ IL GENIO? Come recita la voce fuori campo in una celebre
commedia di Monicelli, “è colpo d’occhio, intuizione, rapidità
d’azione; un battito d’ala che faceva del “Max” un essere
dall’intelligenza superiore alla media”. Ho preso le due
spugne, le ho impregnate di VOLTAREN e me le sono infilate
sotto le mutande, le quali, grazie all’elastico, erano in grado
di tenere le spugne a diretto contatto - e soprattutto solidali
- con i glutei; in tal modo veniva evitato lo strofinio sulla
sella che, per quanto imbottita, costituiva sempre un qualcosa
che “grattava”, invece che “avvolgere”. C’è di più. Il continuo
movimento del gluteo nel corso della pedalata, provocava il
- 15 -
lento e regolare rilascio del principio attivo
contenuto nella spugna, che massaggiando la
pelle, ne garantiva un assorbimento graduale ed
efficace.
Eh, si signori, era proprio un altro andare. Con
lo zaino nel portapacchi e le spugne sotto, tutto
sembrava diverso; i campi erano più verdi, il fieno più giallo,
il sole...più sole. Persino avere un culo sembrava più bello!
Ho trovato subito la “Pedalata Perfetta” ed arrivammo a Carzeto
già alle 8.30-9.00. Ci siamo fermati per una sosta in un
piazzale a ridosso di una curva, tra un piccolo agglomerato di
case; io ho fatto la mia telefonata in ufficio, e come previsto
ho dovuto perdere una buona ventina di minuti per risolvere
qualche piccolo problema gestibile “on phone”. Poi siamo
ripartiti subito alla volta di Viarolo.
Viaggiavamo ad una media di 18-20 Km/h in questo pezzo. Era
mattina, io stavo bene, le spugne e la pomata facevano un buon
mestiere; era tornato il piacere di passeggiare tra la
campagna, che in questo tratto assumeva l’aspetto di immensi
appezzamenti quadrati di terreno coltivato. Le stradine
parevano piste ciclabili per quanto erano strette, e il
navigatore Tom Tom ci indicava le direzioni da prendere agli
incroci più assurdi, tra quelli che sembravano i viottoli di un
labirinto.
Siamo giunti a Viarolo e abbiamo proseguito senza sosta, ma più
lentamente, verso Sorbolo, passando per Vicomero, attraverso
una gincana curiosa di vie sempre a schema quadrato. Il sole,
quel giorno era carogna. Batteva a martello sulla testa
passando la mia bandana, rigorosamente bianca per riflettere
meglio il calore, e di tanto in tanto dovevo bagnarmi la testa
per refrigerarmi.
In lontananza si intravedeva la statale 343 PARMA-VERONA, che
avremmo dovuto attraversare perpendicolarmente per proseguire
verso Sorbolo. Camminavamo da ormai oltre tre ore da quando
avevamo lasciato Carzeto e io dovevo comperare l’ennesima
bottiglia d’acqua. Poi iniziavo a sentire il bisogno di
fermarmi per controllare la posizione delle spugne.
Arrivati all’incrocio con la statale, tra Vicomero e Sorbolo, e
non lontano da noi, Lorenzo aveva intravisto malauguratamente
una trattoria. Ci siamo lasciati tentare con la promessa di non
esagerare. In realtà, avevamo bisogno di una sosta di qualche
mezz’ora anche per ricaricare il Tom Tom, che in quel groviglio
di stradine si era rivelato molto utile.
Lorenzo ha ordinato pappardelle al ragù, io ho preferito riso
al radicchio, ma entrambi ci siamo trovati d’accordo su un
invitante cinghiale al sugo,
come secondo. Abbiamo spazzato via
tutto. I piatti potevano essere rimessi a posto senza essere
lavati, da quanto luccicavano. Lorenzo aveva preso anche del
vino, mentre per quanto mi riguardava, mi ero fatto bastare
dell’acqua, sia per paura di un ritorno di bruciore allo
stomaco, sia per timore delle conseguenze letali per il mio
proseguimento in bici. Di tutta sincerità, mi sembrava che
Lorenzo avesse proprio esagerato questa volta, con un pranzo
del genere e del vino a rafforzare il potere
soporifero del cinghiale; e in effetti lo vedevo
chiudere gli occhi di tanto in tanto, ma questo
mi sollevava poiché io ero nel suo medesimo
stato, senza aver bevuto.
Era solo l’una e mezza, e il sole avrebbe fatto
secco chiunque avesse azzardato a mettere il naso fuori. “C’è
il Tom Tom che deve finire di caricare”, ci dicevamo l’un
l’altro.
Ma sapevamo, d’altronde, che non potevamo restare a lungo così.
Bisognava percorrere ancora una cinquantina di chilometri, e
aspettare qualche decina di minuti in più non sarebbe certo
servito ad attenuare la potenza dirompente del sole, anzi.
Cercavamo, dunque, di alzarci. Usciti dalla porta, sembrava
l’inferno. La crema protettiva era quasi terminata ed io avevo
trovato il modo di legarmi due magliette sulle braccia per
ripararmele dal sole. Le gambe erano già coperte da pantaloni
leggerissimi, ma lunghi. Era anche il momento dei miei occhiali
colorati per gli occhi.
Una volta in sella, tuttavia, mi sono sentito letteralmente
aggredito da un’adrenalina che non mi aspettavo, per di più in
quelle circostanze dove, al contrario, avrei giurato di cadere
a terra dal sonno provocato dal cinghiale; ma quel cinghiale
galoppava, altroché se galoppava; era infuriato e mi dava una
carica amplificata dal sollievo offerto dalle mie spugne,
riposizionate in maniera corretta. Ero inspiegabilmente una
bestia.
E, in effetti, di cose strane ne succedevano nel corso di quei
giorni randagi, all’insegna dell’assoluta antiquotidianità e
contro ogni forma di omologazione al consueto standard di vita
giornaliero. Avrei giurato che se fossi tornato in quelle
condizioni sulla scrivania del mio ufficio, avrei dormito fino
a quando il suono del mio orologio sveglia non mi avrebbe fatto
sobbalzare per avvertirmi dell’imminente partenza della navetta
aziendale, che ci portava casa come sempre, dopo il lavoro.
Ma si trattava – al contrario - della meravigliosa macchina
umana che stava lavorando; un complesso di muscoli e tendini
capaci di sprigionare la massima potenza soltanto se messi
nelle condizioni di regime per le quali sono stati progettati:
il movimento continuo, la lubrificazione completa delle parti.
Dunque, non provavo il minimo segno di cedimento, il mal di
stomaco non sapevo dove stesse più di casa. La velocità media
in quel tratto superava i 20 Km/h, come pochissime volte era
successo prima. Non era male per la mia Bike in “Cromo-
Molibdeno” e con un allenamento pressoché assente da parte mia,
oltre ai miei 100 chili di peso.
Sorbolo, Poviglio, poi Cadelbosco di Sopra e, risalendo
lievemente verso nord, Correggio, attraverso una strada poco
bella, più trafficata delle precedenti. Correggio sarebbe
dovuta essere la meta finale di questo secondo giorno di
viaggio, in linea con la tabella di marcia. Ma erano solo le
18.00 e la voglia di non perdere il margine guadagnato grazie
al ponte chiuso di Piacenza, ci aveva portato a scegliere di
continuare, fino a percorrere comunque i 100-105
Km giornalieri previsti. Questo ci avrebbe fatto
arrivare dalle parti di Nonantola.
Dopo una sosta rigenerativa a Correggio, una “Red
Bull” ci avrebbe garantito di superare Gargallo,
sotto la più grande Carpi, Soliera e Albereto.
Eravamo nel Modenese e le strade, più trafficate rispetto a
quelle lasciate indietro nella mattinata, trascorrevano senza
alcun intoppo, se non per qualche cavalcavia che metteva a dura
prova le mie prestazioni di ciclista improbabile. Che fossi un
improbabile ciclista lo si capiva anche da quanto spesso
cambiassi rapporto tra le corone, a seconda delle diverse
pendenze; a volte arrivavo ad utilizzare quello in assoluto più
favorevole, quello che Lorenzo ripudia perché – dice – fai
trenta pedalate e rimani sempre lì; per me, tuttavia, era
l’unico modo per avanzare in salita. Abbiamo avuto anche il
fiato per intavolare una breve discussione su quale fosse il
vero segreto della “Pedalata Perfetta”: lo sforzo costante o la
cadenza della pedalata costante. Io ero dell’idea che
un’andatura ottimale si ottiene mediante uno sforzo costante,
mantenuto attraverso una buona gestione dei cambi di rapporto
tra le corone. Lorenzo, probabilmente nel giusto, sosteneva che
un corretto ed efficiente avanzamento è quello risultante da
una regolare cadenza della pedalata; dunque occorre trovare il
proprio rapporto ideale, tra le corone, che meglio si adegua al
nostro tipo di pedalata costante. E’ chiaro che questo concetto
presuppone di trovare un determinato rapporto congeniale e un
ritmo che vanno mantenuti a costo di sforzi maggiori o minori
(quindi variabili), in presenza di salite piuttosto che
pianure.
La sera era già inoltrata, e soltanto verso le 21.00 siamo
arrivati a Nonantola. C’eravamo arrivati percorrendo gli ultimi
chilometri con il solito giubbetto fosforescente e il fanalino
posteriore acceso; da quel punto di vista eravamo prudenti.
Per quella notte avevamo pianificato di trovarci un albergo.
Secondo la tabella di marcia, infatti, l’idea originale era di
dormire alternativamente alla “selvaggia” e in albergo, in
quest’ultimo caso, comodi, e dove potevamo lavarci dopo due
giorni di pedalata. Ma abbiamo capito subito che non era cosa
semplice trovare un alloggio a Nonantola. Ci aspettavamo di
avere l’imbarazzo della scelta, circa dove andare a trascorrere
la notte, ma attorno neanche l’ombra di una struttura. Una
donna ci aveva consigliato un posto, che grazie al Tom Tom
abbiamo raggiunto subito; ma era chiuso da anni, come ci ha
confermato poi un gruppo di volontari della croce rossa, che
chiacchieravano seduti su un piazzale lì vicino. Uno di loro si
è offerto di condurci presso un hotel, l’hotel “Abbazia”, tanto
per rimanere in tema. Ma anche quello era chiuso; c’era un
numero di telefono attaccato alla porta, ma chi ha risposto
aveva una voce confusa e balbettava qualcosa dicendo
che...erano chiusi per turno(???). Rimaneva l’ultima chance,
l’affittacamere che, all’ingresso del paese, avevamo subito
snobbato perché pareva troppo “circolino-bar”; ma
ora rappresentava l’ultima spiaggia. E,
indovinate...tutto esaurito.
Era entrato Lorenzo per chiedere, e dopo un buon
venti minuti era uscito con questa brutta
notizia. In compenso, il gestore era stato
gentile nel prendersi la briga di telefonare a tutti gli
alberghi della zona, per rimediare un buco per due persone. E
c’era riuscito. Lorenzo, uscendo, mi ha detto che ci aspettava
il titolare di una locanda-affittacamere nella frazione “La
grande” di Nonantola, che però distava 4 Km, ancora tutti da
pedalare al buio. Mentre Lorenzo era dentro il bar, io curavo
le bici. Si era formato una sorta di capannello davanti a
quella di Lorenzo, nessuno davanti alla mia.
Ormai alle 21.30, ci siamo recati alla frazione “La Grande”,
completamente al buio e su una strada non proprio adatta da
percorrere in bici; niente lampioni, trafficata, e non molto
larga. E’ stato il pezzo più brutto e pericoloso di tutta
l’avventura.
Sempre con il Tom Tom in mano abbiamo trovato la locanda. Il
titolare ci ha fatto accompagnare da un ragazzo
con accento
straniero, in una specie di cantina; lì potevamo lasciare le
bici a patto di riprenderle non prima delle 9.00 di mattina del
giorno seguente, quando sarebbe arrivato il personale di
servizio. Abbiamo accettato, sapendo bene che l’indomani non ci
saremmo svegliati prima di quell’ora, anche perché questa era
una notte “da recupero”; la serata successiva sarebbe stata
nuovamente per prati.
Siamo entrati nella locanda per la cena, prima ancora di salire
in camera a sistemare le nostre cose. La fame era atavica. Il
padrone, tipo robusto e baffuto, lo ricordo come uno strano
personaggio, arcano; allo schioccare di un dito, passava dalla
risata amichevole alla più assoluta serietà. Non aveva un menù
cartaceo da proporci, non ci aveva chiesto i documenti per
l’alloggio, e la colazione era compresa nel prezzo, ma era
offerta da lui, in maniera del tutto informale, al bar a pochi
metri da lì. Senza complicarci troppo la vita nel chiedere cosa
ci fosse da mangiare, abbiamo optato per la pizza. Il locale
era essenziale, piccolo, in alcuni punti anche troppo stretto
per un tavolo da due.
Dopo la pizza, che è stata spazzata via a mò dell’uragano
“Caterina”, ci siamo recati nelle stanze di sopra, e dopo una
doccia d’obbligo - sebbene stessi già dormendo in piedi – sono
caduto a peso morto sul letto morbido che aspettavo da due
giorni.
3° Giorno: 15 Luglio – Martedì
La sera prima non avevo né le forze né la voglia
di controllare lo stato generale della mia
carrozzeria. La mattina, non appena svegliati
(attorno le 9.30-10.00), avevo notato che il rossore delle
ascelle era completamente passato, anche perché con il
portapacchi non avevo in alcun modo insistito ulteriormente più
sulle spalle durante il secondo giorno di pedalata. Ero un po’
più preoccupato, però per i bassi glutei, quasi a inizio gamba.
Sebbene le spugne avessero fatto un buon massaggio (altrimenti
non sarei qui a raccontarlo), sentivo un po’ di bruciorino nei
pressi di due grosse chiazze arrossate, evidentemente
dall’eccessivo peso corporeo. Non sono sicuro, che avendo avuto
i classici pantaloncini da ciclista, avrei evitato problemi di
ogni sorta, come sostengono in molti. La soluzione trovata da
me rendeva i glutei solidali con le spugne, almeno quanto la
gommapiuma cucita nei pantaloncini da ciclista.
Comunque, non
era una cosa insopportabile; era importante controllare ad ogni
pausa, la posizione delle spugne sotto il mio sedere.
Dunque, siamo scesi in cantina, abbiamo preso le bici e, dopo
aver pagato senza ricevuta, ci siamo diretti al bar per
consumare la colazione compresa nel prezzo dell’alloggio. Un
semplice biglietto da visita lasciatoci dal “baffo” era il
salvacondotto per il bancone dei cappuccini e delle brioches
alla marmellata. Alla fine, siamo partiti tardi quella mattina,
erano le 11.20 quando siamo montati in sella, alla volta di San
Giovanni.
L’andatura era buona, e il senso di ritardo, ben giustificato
da un salutare riposo, ci induceva tuttavia a tirare un po’ più
del normale. Siamo arrivati presto a San Giovanni. Lorenzo
cercava un fruttivendolo per comperare delle banane, io una
farmacia per prendere un altro tubetto di VOLTAREN. In farmacia
però, mi hanno consigliato una pomata più efficace, proprio
contro i gonfiori, e io mi sono lasciato convincere dalla bella
signorina che serviva al banco.
Lorenzo, nel frattempo, aveva trovato le sue banane, piene di
potassio anticrampi. Sembravano da ciclista anche quelle, non
superavano i 15 cm di lunghezza.
Un giretto per la piazza, molto carina, e poi a prendere la
solita bottiglia d’acqua da litro e mezzo, con la quale mi sono
preparato anche la sistematica dose di POLASE.
Di nuovo, il sole batteva a picco, e riprendere la pedalata,
per di più in una via del centro fatta di mattoncini, non è
stato invitante. Siamo usciti, ad ogni modo, da San Giovanni
per rimetterci su una provinciale che ci avrebbe condotto
diritti fino alla meta finale del terzo giorno; non era una
strada di quelle che amavo di più; di quelle che solcano i
campi di grano le cui fronde, talmente alte, coprono il pezzo
di curva seguente, senza però la paura di qualche auto che
possa arrivare in senso opposto.
Pedalavamo di buona lena fino ad oltrepassare
Osteriola e Budrio, per giungere a Medicina,
paesino il cui nome mi era sembrato ideale per
una nuova sosta di cura alle mie escoriazioni.
Iniziavano a farsi sentire con un certo dolore,
queste maledette escoriazioni, nonostante la
presenza delle spugne tra sella e glutei.
Abbiamo trovammo un piccolo bar, alla periferia di Medicina
(erano le 15.00 circa), e lì siamo restati fino alle 16.30-
17.00.
Lorenzo stava fumando un sigaro e io avevo ordinato un panino.
A servire c’era una giovane ragazza, carina anche se un po’
troppo magra. Me ne stavo seduto, anche quando ho chiesto una
Red Bull, che si trovava nel frigo a pochi passi da me. Ma ben
presto lei ha capito che non era una questione di abitudine a
farsi servire in maniera sfacciata, bensì di un problemino che
si notava in maniera palese ogniqualvolta tentavo di alzarmi e
sedermi. E poi, quelle spugne infilate dietro creavano due
enormi protuberanze, che potevano far pensare ad una qualche
escrescenza o malattia tumorale.
Lorenzo, rientrato, ha tirato fuori le poderose banane al
potassio, e ne abbiamo mangiate due a testa. Il cocktail di
energia era stato regolarmente somministrato al fisico e
potevamo anche ripartire per lo “strappo” finale alla volta di
Prada. In realtà, la tappa finale per quel terzo giorno,
prevista dalla tabella di marcia, era Fluno, a pochi chilometri
da Medicina, ma era chiaro che, alla luce del margine che
avevamo guadagnato il primo giorno, e magistralmente mantenuto
in seguito, potevamo tranquillamente spingerci oltre. Avevamo
calcolato che, pedalando fino a sera, partendo da Nonantola,
avremmo raggiunto senza particolari difficoltà proprio Prada.
La ragazza, curiosa - come tutti coloro che incontravamo - di
sapere dove ci stessimo dirigendo, ci ha augurato buon
proseguimento dopo averci raccontato di un suo amico
appassionato di ciclismo, ridotto all’obesità dopo aver appeso
la bicicletta al chiodo. Probabilmente, le avevo fatto anche un
po’ pena, dato che mi ha regalato una bottiglia d’acqua da due
litri.
Per Prada rimanevano ancora una quarantina di chilometri, che
aggiunti ai 60-70 già percorsi in questo terzo giorno, ci
avrebbero garantito il raggiungimento della dose quotidiana di
asfalto macinato.
Ci siamo fermati più di una volta, nel tragitto che ci guidava
verso Fluno, passando per Castel Guelfo di Bologna; poi a
Solarolo, Felisio. Facevamo delle pause, oltre che per dare un
po’ di respiro alle mie natiche - non lo nego -, anche per
lasciarci trasportare da quella particolarissima circostanza,
che tutti e cinque i sensi riuscivano a modellare a tutto
tondo: la visione di una natura tanto selvaggia, quanto
semplice, tanto semplice nei suoi componenti elementari da
nascondere comunque qualcosa di maestoso. Poi, il vento che
lambiva le parti più esposte del corpo,
il rumore degli animali di campo, persino il sapore dell’aria, che
sembrava così spesso e buono da masticare, e
l’odore del fieno appena tagliato, contribuivano
a dare maggior realismo e profondità a quel
tiepido pomeriggio che Van Goh (il mio pittore
preferito, ormai sarà chiaro a tutti) cercò di
riprodurre nella sua famosa tela “La siesta”, nel 1890.
Giunti al cartello che indicava “Prada”, erano circa le 21.00,
e abbiamo scoperto che Prada è solo una frazione di un centro
abitato che doveva distare comunque qualche chilometro da lì;
sia sulla cartina che sul Tom Tom, non era segnato alcun paese
nei dintorni. Non c’erano case, guardandosi in giro. Soltanto
la strada che stavamo percorrendo, buia, nel pieno della
campagna, tra vigneti e canneti, che nell’oscurità della notte,
acquisivano il loro aspetto più caratteristico.
Era un buon posto per passare la notte, sebbene ci aspettassimo
qualcosa di più abitato, di più civilizzato. L’idea di dormire
tra i vigneti, in mezzo alla completa solitudine, a distanza di
diversi chilometri dal primo paese nella zona, mi emozionava.
Abbiamo deciso che nel caso non avessimo trovato nulla di
meglio da lì a breve, saremmo tornati qui ad accamparci sotto
quelle uve, che sembravano già prometterci il loro vino
migliore.
Proseguendo per qualche centinaio di metri, siamo passati
davanti ad una trattoria, poi di fronte ad una specie di
circolino, dietro il quale si estendeva un campo da calcio; a
fianco, un vastissimo prato e, in fondo a questo, alcuni
alberi. Anche quello ci pareva un ottimo posto per dormire,
magari sotto una di quelle piante che si scorgevano in
lontananza nell’oscurità, per evitare di essere notati all’alba
dell’indomani, o per non essere travolti da qualche trattore
distratto. Poi, era anche abbastanza vicino alla trattoria che
ci eravamo lasciati alle spalle, unico posto per riempirsi la
pancia dopo un giorno di quasi digiuno.
Siamo tornati indietro verso la trattoria, con le bici a mano
poiché i bassi glutei, ormai escoriati, mi dolevano, e
camminare sembrava farmi stare molto meglio. Legate le bici nel
retro, i camerieri ci hanno fatto accomodare all’aperto, nel
giardino; non c’era molta gente, in linea con l’aspetto
generale della zona, che pareva dimenticata da Dio. Sono andato
in bagno a medicarmi e a riposizionare le spugne. Stavo meglio,
ma le ferite non erano proprio piccole e già mi chiedevo come
avrei fatto a sopportarle ancora per due giorni abbondanti di
pedalata.
Le prime ordinazioni avevano spaventato il cameriere; ce ne
siamo accorti dalla sua faccia attonita, come si fa quando si
crede di non aver capito bene. Doppio primo per entrambi, due
razioni di pappardelle ai funghi e salsiccia per lui,
pappardelle al ragù e panzerotti burro e salvia per me. Abbiamo
divorato le nostre pietanze a mò di chi si trova davanti agli
occhi un piatto di pasta, dopo uno sciopero della fame.
In realtà, però, la nostra cena era finita così;
ci erano bastati due primi senza null’altro.
Lorenzo era curioso di ascoltare la canzone di
Venditti che mi dava la carica nei momenti più
difficili, e da quel momento non ha fatto altro
che canticchiarne il ritornello per il resto
della biciclettata, anche nelle pause. Una breve chiamata con
suo fratello (proprietario della bici che teneva Lorenzo), che
ho avuto anche il piacere di conoscere per telefono, e poi un
caffè corretto per finire.
Eravamo già cotti e la stanchezza era scesa, fattasi da parte
l’adrenalina che ci teneva svegli pure nelle situazioni più
impensabili. Ma d’un tratto, mentre stavamo proprio pensando
che da lì a poco avremmo sonnecchiato in mezzo al prato, ha
cominciato ad alzarsi una strana musica proveniente da non
molto lontano. Abbiamo pensato allo stereo di qualche auto, ma
non poteva essere; era troppo potente. Si trattava di brani
revival degli anni ’80; non poteva essere vero, doveva essere
un’allucinazione. Era la musica che ascoltavo da vent’enne,
quando, in macchina, vinceva chi possedeva lo stereo che più
faceva tremare i vetri, anche se più che a far tremare i vetri,
io provavo maggior piacere nell’ascoltare musica di ottima
qualità, ad alto volume, non lo nego.
Eppure il suono arrivava da lì vicino, anche Lorenzo lo udiva;
non si trattava di un’impressione. “C’è una festa!”, abbiamo
pensato.
Non so perché, ma la cosa mi eccitava, pur rendendomi conto che
ciò avrebbe comportato problemi al nostro sonno, che non poteva
essere trascurato. Laggiù, nel campo sportivo che già avevamo
notato prima di cena, si erano accesi i lampioni a giorno,
c’era un gazebo con una console da deejay e dei banconi dai
quali si serviva della birra alla spina. Sul campo da calcio,
decine di tavolini a lume di candela. Ero entusiasta di questa
sorpresa! Sembrava preparata per noi, che dopo centinaia di
chilometri, avevamo anche un po’ il diritto di svagarci con
qualcosa di inconsueto.
Con le nostre bici sempre alla mano, ci
siamo diretti là, per conoscere meglio di cosa si trattasse; si
entrava da un recinto aperto, che dava l’accesso al campo da
calcio. Appoggiammo i nostri mezzi alla rete di cinta.
Un’oasi di svago in mezzo al deserto della campagna che ci
circondava. Questo pensavo tra me e me. Ero agitato. Lorenzo,
più preoccupato per il sonno perso, si era seduto ad un tavolo,
e aveva acceso uno dei sigari che ogni tanto fuma nelle
occasioni più particolari. Io, ho preso due birre, una era per
lui, e l’ho raggiunto al tavolino. Si è chiacchierato un po’,
ubriachi dalla stanchezza. Poi, mentre Lorenzo si stava
allontanando per telefonare, io ho frugato nel mio beauty case
e – come ogni buon agente 007 che non lascia mai nulla di
inutilizzato tra ciò che ha a disposizione – ho tirato fuori il
deodorante che mai avrei pensato di adoperare nel corso del
nostro viaggio.
Mi avvicinai alla pista da ballo, dentro la quale
avevo notato un gruppetto di ragazze che si
stavano divertendo molto. Sembrava una di quelle
feste di paese, cui partecipano i giovincelli e
le ragazzine, alle prime uscite serali, quelle
che i genitori consentono sotto stretta
sorveglianza. Ma erano più grandi e non v’era ombra di alcun
paese nelle vicinanze.
Intanto il deejay si era prodotto in una “strambata” musicale,
che ci ha portato ancora più indietro nel tempo. Erano i Bee
Gees, con “la febbre del sabato sera”, “stayin’ alive” e altre
di quell’epoca.
Con il bicchiere in mano, tra un sorso e l’altro, constatavo
che tutto sommato c’era bella gente, tranquilla e che aveva
voglia solo di star bene; sono entrato appena nella pista,
muovendomi leggermente, più per assecondare il ritmo che per
ballare, mentre dei fastidiosi bruciori nel retro mi
ricordavano da quanto lontano stessi venendo. Ero curioso di
conoscere cosa ci fosse dietro ad una situazione che, almeno
per come l’avevamo scoperta noi, nelle nostre condizioni,
risultava strana ed insolita. Poi ho preferito non chiedere. In
fondo, come succede sempre, la verità toglie mistero e magia
alle cose; e sapere che si trattava di una normale festa di un
paese dietro l’angolo, e che forse così fuori dal mondo poi non
eravamo, mi avrebbe dato una grossa delusione. Oppure, che
quella strada non era così buia e minacciosa come sembrava,
bensì arcinota e iper-trafficata di mattina poiché i pendolari
la battevano in massa per recarsi al lavoro, era una
consapevolezza che mai avrei voluto avere. Mi piaceva
continuare a credere che le imprevedibili combinazioni della
sorte ci avessero voluto riservare questo stravagante regalo,
pensato solo per noi due che avevamo osato spingerci tanto al
largo. Ho saputo solo che si trattava di una festa che si
ripeteva ogni Martedì sera, per tutto Luglio e Agosto, e che
molta gente arrivava anche da piuttosto lontano; ma questo, io
e Lorenzo già lo sapevamo.
Si era fatta l’una. Chi prima, chi dopo, s’apprestava ad uscire
dal campo, la musica andava via via morendo, e scemava in un
lento che pochi erano rimasti a ballare sulla pista. Le cose
però promettevano di andare per le lunghe. Anche dopo la
conclusione della serata musicale, rimanevano tuttavia da
sbrigare le faccende post-festa; la presenza di luci e persone
addette ai lavori ci ha costretto a cercare un’altra soluzione,
a meno che non volessimo iniziare a dormire all’alba. Del
resto, non era prudente farsi notare mentre ci si inoltrava nel
mezzo del campo coltivato, a fianco di quello da calcio, con
biciclette alla mano e sacco a pelo in spalla; qualche
pattuglia sarebbe sicuramente venuta a farci visita.
E’ toccato a Lorenzo montare in sella per andare a cercare un
posto alternativo più avanti, mentre io non volevo insistere
sulle mie parti lese, e interrompere il difficile lavoro che
PASTA FISSAN stava facendo già da qualche ora.
Quando ho visto Lorenzo rientrare, sbucare
dall’oscurità totale di una via secondaria, aveva
una pedalata veloce; il faretto rosso e la testa
rivolta verso il basso - come prevede la postura
sopra una bici da corsa come la sua - gli
conferivano un aspetto sinistro. Ero sicuro di
aver visto Lucifero, quella notte, tornare indietro
dall’inferno.
Si è fermato davanti a me con un mezzo sorriso e mi ha chiesto:
“Hai mai dormito in un cimitero?”.
Era un piccolissimo cimitero, non più di 20 metri di lato. La
porta era semiaperta, sebbene fossero ormai circa le 2.00
inoltrate. Abbiamo deciso, tuttavia di non andare all’interno,
per non rischiare di incontrare, la mattina seguente, il
custode o gente in visita ai propri cari. Ci siamo sistemati
nel retro del cimitero, al di là del muro, lontano dalla
visuale dei passanti che, al levarsi del mattino, avrebbero
potuto infastidirsi nell’accorgersi di noi.
Regnava un silenzio che raramente si riesce a trovare e a
godere, forse perché era molto tardi, forse perché davvero era
dimenticata da Dio quella frazione di nome “Prada”, tanto che
persino il cancello di un cimitero era stato lasciato aperto
chissà da quanto tempo; o forse semplicemente perché al fianco
del muretto di un cimitero, doveva esserci silenzio per
definizione, un silenzio che pure le zanzare rispettavano. Ho
indossato la mascherina sugli occhi per non essere sorpreso
dalla luce del giorno dopo. Ero già dentro il sacco a pelo.
Lorenzo si era accampato 4-5 metri più giù di me. Non mi sono
addormentato subito; mi sono lasciato coccolare ancora qualche
minuto dalla pace e dal senso di serenità, che si prova nel
riposare vicino a chi ci ha preceduto in passato, e che lascia
qualcosa di diverso da ciò che luoghi comuni e storie perverse
ci hanno sempre raccontato.
4° Giorno: 16 Luglio – Mercoledì
A svegliarmi non è stata la luce del mattino,
resa completamente inoffensiva dalla mascherina
che tenevo sugli occhi; ma il caldo, che iniziava
a farsi consistente già alle 8.00, corroborato dall’effetto
serra del mio sacco a pelo consigliato per altitudini al di
sopra dei 1000 metri.
Siamo tornati al bar-ristorante della sera prima, per fare
colazione e i bisogni impellenti di inizio giornata; ma abbiamo
trovato chiuso.
Allora, ho approfittato nell’utilizzare il
gazebo WC, adibito all’interno del centro sportivo, dove si era
tenuta la festa la sera prima. Il cancello non era chiuso a
chiave, quindi sono entrato lasciando la bici appoggiata alla
cancellata, in custodia da Lorenzo, il quale si trovava un po’
distante e pronto per ripartire. Quando sono uscito, una
signora sui 50 anni mi stava aspettando per “cazziarmi”, ma le
le ho spiegato gentilmente che avevo trovato aperto ed ero
entrato d’urgenza. In realtà, il vero motivo di tanta ostilità
me lo ha spiegato Lorenzo, che aveva assistito, nel frattempo,
ad una anziana donna assieme ad un ragazzino, che invano
tentava di spostare dal cancello la mia “Cromo-Molibdeno” con
tutto il carico da guerra annesso. In effetti, vi era una
porticina dietro la mia Mountain Bike, e ci sono volute due
donne per riuscire a muoverla di qualche metro.
Ci siamo fermati, poi, una decina di chilometri dopo, a
Coccolia, per una sosta più tranquilla e una colazione che
sognavo da quando mi ero alzato da terra, quella mattina. Era
un circolino, con sedie e tavolini fuori. Un gruppo di
vecchietti chiacchierava di futilità, e i pochi giornali che
rimanevano sui tavoli raccontavano, pieni di esclamazioni e
caratteri in neretto, dell’aumento del petrolio e del problema
del nucleare in Iran; ma erano notizie che leggevo di sbieco,
senza particolare interesse o preoccupazione, con la curiosità
di chi voleva trovare cinque minuti di svago, prima di
rimettersi in sella, tra fatiche e dolori.
La prossima tappa era Cannuzzo, che abbiamo raggiunto in poco
più di 45 minuti e, senza fermarci, siamo poi proseguiti in
direzione di Gatteo.
Per raggiungere Gatteo, la strada si presentava come un
lunghissimo rettilineo, almeno una decina di chilometri
attraverso un paesaggio che, intanto, si era fatto diverso da
quello che eravamo abituati a vedere. Non era campagna
coltivata, bensì una pianura con qualche costruzione qua e là;
aveva già l’aspetto di un paesaggio costiero. A sinistra,
l’orizzonte sembrava molto più vicino, delimitato dalle ultime
case a qualche chilometro da noi, prima del mare che ancora,
però, rimaneva nascosto.
Quel rettilineo certo non incitava la pedalata; così diritto,
omogeneo, senza movimento, senza la sorpresa di nuove viste per
decine e decine di minuti. Abbiamo pensato di
fermarci, anche se non vi era ombra di un bar
dove poterci sedere o ristorare. La pedalata non
era proprio “Perfetta” quella mattina, e la mia
autonomia iniziava ad essere al limite dopo soli
15 chilometri dall’ultima sosta. Ormai funzionava
così; sarà stato per il sudore che, col caldo irritava di più,
o forse per la maggiore fatica legata all’afa delle ore più
torride; la verità era che soltanto dal tardo pomeriggio il
“Max” cominciava a dare il meglio di sè, percorrendo almeno gli
stessi chilometri che riusciva a tirare nelle prime 6-7 ore del
giorno.
Lorenzo sfotteva, ghignandosela, dicendo che il suo computer di
bordo doveva essersi rotto: dichiarava “VELOCITA’ MAX = 40
Km/h”.
D’un tratto siamo stati assaliti, e incuriositi allo stesso
tempo, da un tuono assordante, un boato crescente da far
spaventare gli uccelli che dal lato della strada prendevano il
volo, come prima di un terremoto. Era un aereo da guerra, un
caccia, che attraversava il proprio punto di non ritorno, in
piena fase di decollo; una potenza impressionante alimentata da
milioni di cavalli, che sollevavano in aria quella massa enorme
d’acciaio, attimo dopo attimo, sempre più in alto, sempre più
lontano. Dopo qualche secondo di stupore, uno stesso identico
pensiero è passato per la nostra mente, la mia e di Lorenzo;
riuscivamo a vedere chiaramente i nostri contributi bruciare,
istante dopo istante, nella bollente scia generata dalla
turbina urlante e prepotente, di quello che rimaneva, tuttavia,
un vero monumento volante.
Eravamo di fronte all’aeroporto militare di Cervia, situato
lungo la provinciale tra Pisignano e Montaletto; lì trova
attualmente la propria sede il “5° Stormo Caccia”, alla memoria
del Maggiore pilota Giuseppe Cenni, caduto il 4 settembre 1943
in azione di guerra, e in onore del quale fu dedicata la
“Medaglia d'Oro al Valor Militare”. Il reparto del 5° Stormo
venne costituito il 1° gennaio 1934 nella base di Ciampino Sud,
e ricoprì ruoli importanti durante la seconda guerra mondiale;
contrastò lo sbarco degli anglo-alleati in Sicilia, nell'estate
del 1943; intraprese azioni belliche con voli sui fronti
francese, greco-albanese, Mediterraneo e Nord-Africano.
L'incarico assegnato oggi allo stormo è quello di assicurare la
difesa aerea di questa zona di interesse nazionale, concorrendo
anche al controllo dello spazio aereo relativo.
Nel pieno di un rischio di insolazione, provvedendo con
frequenti innaffiate d’acqua in testa, abbiamo ripreso il
cammino attorno alle 14.00, per arrivare a Gatteo tutto d’un
fiato, e proseguire senza accorgercene fino a Sant’Arcangelo;
qui ci siamo ricongiunti alla statale n°9, una brutta strada,
trafficatissima da auto e TIR, che ci hanno spinto ad
abbandonarla al più presto, una volta arrivati
all’ingresso di Rimini. Non è stato un bel pezzo,
quello.
Ci siamo buttati subito sul lungomare, partendo
da Rivabella, passando per Bellariva, Marebello.
Non eravamo proprio sul litorale, in quanto lì il
senso di marcia era unicamente in direzione nord; abbiamo
percorso, quindi, la strada in seconda fila, che, se pur non
costeggiando il mare, lasciava comunque trapelare una
suggestiva atmosfera di goliardia e voglia di divertirsi.
Avevamo il vento contro, e ce lo saremmo tenuto per gran parte
del tragitto, fino a Gabicce; questo conferiva alla nostra
andatura una parvenza di visione al replay in “slow motion”, di
quelle che si vedono in televisione durante il tratto finale di
un’importante tappa al tour de France; di quelle che mettono in
evidenza la muscolatura dei polpacci che lavorano, le smorfie
più allucinate del volto, in mezzo a tante persone che
affollano i bordi della strada.
In ogni angolo, piadinerie, locali, discoteche, ristoranti e
centinaia di negozietti che, pur vendendo oggetti assolutamente
inutili, da sempre concorrono a dare quell’aura estiva e di
mare, tipica delle località più turistiche.
Io sentivo sempre più insopportabile il dolore delle piaghe,
che ormai erano diventate vere ferite aperte. Dovevo tenere
duro ancora per un giorno abbondante, contando su quei momenti
in cui, inspiegabilmente, le parti escoriate sembravano
assopirsi e dimenticarsi per un po’ di fustigarmi.
Ero arrivato col coltello fra i denti a Miramare, alle porte di
Riccione, dopo piccole numerose pause senza scendere di sella.
Qui ci siamo fermati in una piadineria all’aperto, erano circa
le 18.00. Avevo bisogno di una ripassatina fatta bene, di
quelle da chiudersi in bagno e starci per una ventina di
minuti.
La medicazione standard, da quando le piaghe si erano fatte più
serie, doveva essere più curata e meno superficiale. Si
iniziava spogliandosi completamente per potersi lavare nella
parte bassa dei glutei, con abbondante acqua e sapone; prima da
una parte, poi dall’altra, sollevando la gamba sopra il
lavandino. Dopo aver asciugato le parti, coprivo le “rose” con
abbondante crema (quella che mi aveva consigliato la farmacista
di San Giovanni), al punto di lasciare uno strato di protezione
quasi “meccanica”, che schermava da possibili infezioni
assolutamente da evitare. Due strati di carta igienica a
coprire il tutto e sopra, tra la carta e l’elastico delle
mutande, le spugne morbide e asciutte, non più inzuppate di
Voltaren come quando si trattava solo di ridurre i gonfiori
innocui dei primi giorni. Era l’unica vera soluzione che mi
permetteva di riprendere con assoluto giovamento, e l’unico
modo che mi avrebbe consentito di pedalare ancora per più di
una giornata. Avevo bisogno di un paio di queste medicazioni
ogni giorno.
Finalmente, sono uscito dal bagno e ho raggiunto
Lorenzo al tavolino; ci siamo sbranati una piada
romagnola farcita di prosciutto crudo e
stracchino, una birra per lui, acqua naturale per
me.
Intanto Lorenzo, durante la mia assenza, aveva
scambiato due chiacchiere con la cameriera che ci aveva
servito; lei gli aveva chiesto incuriosita, come tutti, da dove
stessimo arrivando e dove fossimo diretti. Aveva un accento
straniero. Doveva essere rumena o comunque dell’est, venuta in
Italia per il classico lavoretto estivo.
Si stava facendo tardi, e la tappa finale che ci eravamo
imposti per questo quarto giorno era Pesaro. Per arrivare a
Pesaro, c’erano due vie: la prima consisteva nella classica
statale, più dritta e probabilmente più corta; la seconda, era
più tortuosa, a vederla sulla carta; e questo già mi
preoccupava, dato che faceva pensare ad un groviglio di salite;
ma sicuramente sarebbe stata più panoramica e godereccia,
costeggiando il litorale adriatico.
Giunti a Gabicce, ci eravamo resi conto che i miei sospetti
erano fondati. All’altezza del bivio tra le due scelte, abbiamo
constatato chiaramente che la via litoranea partiva verso
l’alto, con una forte pendenza; non ne ero né preparato, né
degno. Sono stato quindi costretto ad optare per la piatta e
asettica statale 16, che ci avrebbe condotto per via diretta a
Pesaro.
Erano già le 19.00 e mancavano circa una ventina di chilometri.
In condizioni regolari, saremmo arrivati nel giro di poco più
di un’oretta, ma la speranza di raggiungere Pesaro in serata, è
svanita dopo poche centinaia di metri. La strada iniziava a
dispiegarsi lentamente in una pendenza sempre crescente, che ha
finito per sfiancarmi nel giro di poche spinte, quando non vi
erano più corone da cambiare per favorire il rapporto di
pedalata.
Ho preso la bici a mano e ho iniziato ad incamminarmi nel buio
che scendeva progressivamente. La statale in quel punto non era
proprio adatta per una passeggiata con bicicletta al traino,
specie in notturna. Lorenzo, intanto, era avanzato a mò di
stambecco, per cercare di capire dove finisse la salita, ma da
come si presentava la situazione, vi era la netta impressione
che dovesse proseguire fino a Pesaro.
Stavo già studiando dove potessimo passare la notte, nel mezzo
di una strada a doppia carreggiata e doppie corsie per senso di
marcia, in salita e con avvallamenti proprio al di là del
ciglio dell’asfalto, ma una cosa era certa: mai avrei accettato
uno “strappo” da quelle decine di motorini che mi passavano a
fianco, probabilmente al rientro verso Pesaro, dopo una
giornata di mare nel riminese.
Avevo spinto per circa mezz’ora, avanzando poco più di un
chilometro e mezzo. Pensavo di dover dedicare almeno tutta
l’intera mattinata del giorno successivo, per passare quel
tratto infelice e maledetto, ma fortunatamente mi
sbagliavo. Lorenzo, in cima all’ennesima piana,
oltre la quale mi aspettavo anche l’ennesima
nuova salita, mi ha fatto un cenno col braccio.
Presagivo qualcosa di inaspettatamente gradito;
ho accelerato il passo e quando sono arrivato su,
la strada iniziava a scendere; ma soprattutto non vedevo più
ulteriori salite, avendo da quel punto, una squisita e
rassicurante visuale dell’orizzonte, per svariati chilometri.
Sono saltato nuovamente in groppa al mio bolide e, in preda
alla totale euforia, sono schizzato giù toccando i 40-45
all’ora! IIIEEEAAAHHH!
Lorenzo mi seguiva attaccato, e allora sì che gli ho gridato
con orgoglio, che il suo computerino non sbagliava: VELOCITA’
MAX 40 Km/h! Cronometrati e registrati!
Avevo ricominciato a credere che in serata, prima delle 21.30,
saremmo arrivati a Pesaro; i cartelli davano 10 Km per la meta.
A quella media da discesa, ci siamo arrivati in una ventina di
minuti e abbiamo iniziato a cercarci un albergo, come da
tabella di marcia. Il Tom Tom ci aiutava a cercare gli
alberghi, memorizzati tra i punti di interesse, ma non era
facile trovarne uno con camere disponibili, neanche qui;
venivamo sistematicamente respinti. Ad essere maligni, ero
persino arrivato a credere che ci rifiutassero per la nostra
apparenza poco galante – il nostro biglietto da visita in un
posto balneare di una certa classe, non era dei più indicati -,
o perché privilegiassero coloro che avrebbero impegnato le
stanze per la classica settimana, a scapito di chi chiedeva
soltanto singoli giorni. Ma forse era veramente solo la malizia
che mi porto dietro da quando sono nato.
Infine, siamo giunti al centro, affollatissimo di gente che
“strusciava” tra bancarelle e gelaterie; le vie erano chiuse al
traffico automobilistico, ed era difficile passare anche in
bicicletta, tra la mischia densa e sicura dei propri diritti di
pedone. C’era aria di festa a Pesaro, ma non era certo una
sorpresa come quella che ci aveva accolto a Prada, in mezzo
alla più sperduta campagna, e lontano da qualunque centro
d’attrazione turistica.
Il padrone di un hotel, molto gentilmente, ci ha raccomandato
ad un conoscente, che teneva una camera libera a qualche
chilometro dal centro, dove ci trovavamo in quel momento.
Eravamo al sicuro anche questa volta; pedalavamo con la
tranquillità di chi sapeva che stava per buttarsi su un letto e
farsi una doccia fresca, da lì a pochi minuti. Quando siamo
entrati dal cancello dell’albergo, ci hanno fatto segno di
salire alla reception con le biciclette, e con tutte e due le
biciclette, ci hanno poi invitato a salire in camera, senza
alcun problema.
Erano le 22.00-22.30 quando siamo usciti, finalmente lindi e
deodorati; abbiamo mangiato una pizza al centro, ormai in
chiusura del locale, dopo due passi per sgranchire i
quadricipiti gonfi e ancora bollenti. Ma era
troppo tardi per partecipare alla “movida” di
questi paesi perbene, non ancora presi d’assalto
e saccheggiati dai giovani assetati di ore
piccole e notti brave.
5° Giorno: 17 Luglio – Giovedì
Come prevedibile, ci siamo alzati tardi la
mattina. Era successo anche a Nonantola, quando
la lusinga di un letto comodo ci aveva trattenuto
molto più a lungo di quanto avesse fatto il terreno duro del
primo e del terzo giorno.
Erano le 10.30, e dopo essere usciti con le nostre bici
dall’albergo, ci siamo lasciati guidare dal Tom Tom per
imboccare la statale adriatica alla volta di Fano, Senigallia,
Ancona.
Oramai sapevo che ciò che mi aspettava da quel momento in
avanti era soltanto sofferenza e dolore, per giunta senza il
compenso dei piacevoli quadri dell’Emilia Romagna; da quel
punto fino alla meta ultima, la strada sarebbe stata quasi
tutta interamente la statale 16 adriatica, che poco offriva dal
lato paesaggistico e naturalistico; si trattava solo
esclusivamente di arrivare alla destinazione che mi ero
prefissato. Ero consapevole del fatto che le pedalate in mezzo
ai colori più disparati, tra i rumori meno ricorrenti erano
solo un ricordo, già da quando avevamo raggiunto la riviera; da
Rimini a Gabicce, tuttavia, la nostra passeggiata non era stata
ancora male, dolori a parte, per via dell’eccitazione che
trapelava da ogni angolo delle strade, dalle spiagge fino alle
vie più centrali, pregne di locali dove consumare aperitivi o
una piadina tipica del posto. E questo entusiasmo arrivava
anche a noi, in mezzo alla gente come due esseri invisibili che
percepivano – non visti – lo stordimento e la frenesia della
Rimini di Luglio. Ma erano cose già note, già provate da
ragazzo; al massimo potevano riportarmi indietro nel tempo con
un sorriso; niente a che vedere con la sensazione di vera
ribellione che avevo assaporato nei giorni precedenti, e che
ancora tenevo dentro di me, come una sorta di assoluta nuova
conquista.
Dunque, si camminava, si stringevano i denti lungo quei 60 Km
che da Pesaro ci avrebbero portato ad Ancona. Chilometri e
chilometri di rettilineo, interrotto saltuariamente dal
passaggio all’interno di un centro abitato.
Ci siamo fermati due volte prima di arrivare a Fano, alle 15.30
circa. Il bisogno di fermarmi per medicare le piaghe sempre più
profonde e per sistemare le due spugne, ormai logorate e
consumate, arrivava sempre più di frequente. La “Pedalata
Perfetta” era un sogno che riuscivo a realizzare solo in
particolari momenti, sempre più rari, e l’autonomia che
riuscivo ad avere non superava i 10-15 Km.
Da Fano, dopo la consueta sosta “ripristinatoria”, abbiamo
proseguito alla volta di Senigallia. Abbiamo raggiunto
Senigallia dopo un’altra oretta e mezza, poi, ad una decina di
Km da Ancona, ci siamo fermati in un bar per una sosta più
cospicua, dove ho bevuto la solita Red Bull per la spinta
finale del giorno. Come al solito, mi sono recato in bagno dopo
aver ordinato un panino. Lorenzo mi aspettava
fuori. Erano circa le 17.30.
Il vero chiodo fisso che mi attanagliava fin
dall’inizio del viaggio, era il modo in cui
avremmo oltrepassato il monte Conero, nei pressi
di Ancona; è un monte che cade a picco sul mare e
che non offre strade pianeggianti per arrivare dall’altra
parte, nella zona di Numana e Porto Recanati, ma costringe a
passare per Sirolo; vale a dire, una sequenza di saliscendi cui
non ero preparato. Del resto, avevo bene in mente da quando,
sulla carta, avevo concepito questo viaggio, che durante il
tragitto avrei sempre cercato di evitare salite, scegliendo
solo tratti pianeggianti, e qualora mi fossi trovato di fronte
ad una pendenza, l’avrei affrontata con “bici alla mano”, senza
vergognarmene. Ciò non avrebbe tolto nulla alla maestosità
dell’impresa, dato che tali tratti rappresentavano meno dell’1%
di tutti gli oltre 600 Km di strada da battere; poi, non
costituiva certo una sorta di scorciatoia, considerando che per
percorrere 3 Km a piedi, pagavo il prezzo pari a quasi un’ora
di tempo speso. E’ chiaro che rimaneva una soluzione “in
extremis”, impossibile da utilizzare di frequente per
facilitare le cose. Per sfidare le salite del Conero occorreva
necessariamente una preparazione raggiungibile solo con un duro
e sistematico allenamento preventivo, ma non era il caso mio.
Era assolutamente vietato, per contro, farsi trasportare da un
punto all’altro da qualsiasi mezzo, in qualunque circostanza.
Ero già rassegnato a spendere 3-4 ore per la tratta Ancona-
Sirolo-Numana, che consisteva, appunto, nel salire in cima al
Conero per poi scendere dall’altra parte; ma il proprietario
del bar mi ha spiegato, con mia grande sorpresa e gioia, che
un’alternativa c’era: arrivare fino alla stazione di Ancona, e
seguire per la ripidissima salita del “Pinocchietto”, lunga
soltanto un chilometro e mezzo (che potevo fare a piedi in
circa mezz’ora) e da lì avrei potuto ricongiungermi alla
statale 16 che portava, tutta in discesa e senza gallerie,
direttamente a Porto Recanati. Per me era una manna dal cielo,
ma Lorenzo è rimasto perplesso e deluso nel momento in cui gli
ho proposto questa novità; sotto sotto io avevo già capito; lui
desiderava fare il monte, non vedeva l’ora di mettere alla
prova i suoi limiti, spinti all’estremo potenziale anche dal
possesso di una bici virtuosa e talentuosa.
Abbiamo deciso quindi di separarci provvisoriamente; lui
avrebbe seguito la direttiva che passava per Sirolo, e che
senz’altro lo avrebbe appagato con un panorama mozzafiato (si
dice che da lassù si possano intravedere le coste della
jugoslavia, nelle giornate di cielo limpido); io la statale 16,
che circondava la montagna.
Lorenzo è subito partito con l’andatura di un ciclista degno
del nome, e già mi aveva staccato appena ripartiti dal bar;
pensavo fosse in svantaggio di tempo rispetto a me, dovendo
attraversare “di petto” l’intero monte Conero.
Alla stazione di Ancona ci sono arrivato verso le
18.30, e mi sono poi diretto, senza fermarmi,
verso il quartiere “Pinocchio”, ben visibile sul
Tom Tom. Ho fatto qualche centinaio di metri,
qualche curva a destra, un paio di svolte a
sinistra, ed eccola! Imponente e austera;
infinita, allo stesso tempo affascinante ed intimidatoria: la
salita del “Pinocchietto”! A vederla da lontano, appare alla
stregua di un muro, quasi perpendicolare alla strada che passa
ai suoi piedi. D’altro canto, si spiega. Un chilometro e mezzo
di salita, avrebbe regalato svariati chilometri di discesa,
fino a Porto Recanati.
Appesi a quella lingua di asfalto, auto e autobus che
sfrecciavano a grande velocità verso il basso, quasi come non
fossero in grado di frenare la loro folle corsa a peso morto.
Guardando in su, si riusciva, invece, a scorgere il punto in
cui la pendenza iniziava a diminuire e si riassestava il piano,
ma era molto lontano; doveva essere quel chilometro e mezzo di
cui parlava il proprietario dell’ultimo bar.
Non è stato un pomeriggio divertente, quello. Ho portato la
bici a mano per tutta la salita e, dopo una mezz’oretta, ero
nel quartiere “Pinocchio”; già vedevo l’indicazione per
l’innesto con la statale 16, in completa discesa. Camminando a
piedi, non provavo dolore, anzi, le spugne era meglio toglierle
per evitare sfregamenti. Era servito anche ai miei glutei per
respirare un po’. Intanto pensavo quale sorte migliore stava
vivendo Lorenzo; beh, era certamente un giro che valeva la pena
di essere fatto, il suo. La mia strada era solo un modo per
arrivare dall’altra parte.
In un bar ho comprato il solito bottiglione d’acqua, e mi sono
rimesso in sella, diretto all’imbocco della statale 16 che
sembrava la rampa di un’autostrada.
Di fatto proprio di un’autostrada si trattava. Non c’erano
barriere, è vero; ma non ero sicuro che le biciclette potessero
accedervi. Era una doppia carreggiata separata dal classico
muretto in cemento e le corsie d’emergenza ai lati.
Tutto sommato avevo provato più paura in alcuni tratti in cui i
tir ci affiancavano a meno di un metro, che non qui, ora, dove
giravo in bici su una sorta di tangenziale, ma con una corsia
di circa due metri e mezzo di larghezza, dove pedalare
relativamente tranquilli. Qualcuno, suonava e imprecava; ma non
potevo agire altrimenti.
La parte positiva era che, effettivamente, aveva ragione il
proprietario del bar; una totale discesa da godere a 40-45
km/h; tanto che la catena della mia “Cromo-Molibdeno”, è uscita
fuori dalle corone per la troppa velocità, nel momento in cui
avevo soltanto tentato di inserire un rapporto molto lungo (per
le discese). Persi non più di un quarto d’ora, fermandomi in
una piazzola per rimetterla su; d’altro canto, gli attrezzi non
mi mancavano (almeno questo), e non mancavano neppure il sapone
per le mani e l’acqua, che avevo preso dal nuovo
bottiglione appena comprato.
Dopo una buona mezz’ora, consultando cartina e
Tom Tom, ho deciso di uscire dalla statale che
stava “circumnavigando” il Conero, all’altezza di
Camerano. La speranza era quella di aver già
superato la parte in salita del monte, e che da quel punto in
avanti sarebbe stata tutta discesa, anche tagliando all’interno
del Conero, verso Numana e Marcelli. E, in effetti, è stato
abbastanza così. Dico “abbastanza” perché le discese per un
NON-Allenato non sono mai troppe, e in questo caso, si
presentavano tuttavia alcuni saliscendi odiosi che sono andati
avanti per 6-7 Km prima di arrivare a Numana, pur rimanendo, la
strada, comunque prevalentemente in discesa.
Sono arrivato a Numana solo verso le 21.00. Era già parecchio
buio, e intanto Lorenzo mi aveva comunicato per telefono che
era già a tre chilometri da Porto Recanati. Ci siamo accordati
per prendere un albergo, sebbene quella notte avessimo dovuto
dormire fuori. Ma, un po’ perché avevo assoluto bisogno di
medicazioni, e non di sabbia sulle piaghe; un po’ anche perché
in fondo bivaccare sulla spiaggia era una cosa provata tante
volte, e che avrei riprovato senza dubbio prima o poi, avevamo
stabilito così.
Con il solito giubbetto fosforescente e faretto anticentramento,
passavo tutti gli scorci che conoscevo di Numana,
da quando, con mio padre, venivo a fare dello snorkeling, in
questo pezzo di mare che rappresentava un’isola felice nelle
acque torbide di tutto il resto dell’Adriatico. Si parla degli
anni ’80.
Numana era già un punto che profumava di meta finale, anche se
non ancora entro i limiti di quelle acque sicure – questa volta
relative al traguardo - menzionate nel primo giorno, parlando
di Morimondo. Nella notte, riuscivo a riconoscere il
porticciolo, da cui partivamo con il nostro gommone, e da cui
partono tutt’oggi le imbarcazioni alla volta delle “Due
Sorelle”; due scogli a ridosso della parete del Conero, che si
riversa a picco sul mare; vi è, ancora oggi, una spiaggia che
non si raggiunge se non per via mare, o facendo trekking lungo
i sentieri selvaggi interni al monte.
Sono uscito presto da Numana, prendendo il lungo mare e
dirigendomi verso l’hotel che mi aveva indicato Lorenzo,
accennandomi ad un parco giochi e al bagno numero 34. Il buio
era impressionante, soprattutto lungo i tratti di strada
intermedi tra un paese e l’altro. Col fresco della notte, mi
sembrava facessero meno male anche le piaghe, e riuscivo a
tenere un passo decente senza fermarmi continuamente come
durante il giorno. Avevo passato Marcelli ed ero arrivato a
Porto Recanati, ma non vedevo parchi giochi, o meglio, ce ne
erano fin troppi ma nessuno che potesse essere distinto dagli
altri in maniera netta e inconfondibile; né vedevo bagni con il
numero 34; arrivavano al massimo fino al numero 11. Ho chiesto
del bagno 34 ma nessuno sapeva dirmi nulla, qualcuno nemmeno mi
rispondeva. Pedalando, riconoscevo locali e
discoteche a me familiari: Il “LOLA” e, più
all’interno, le luci del “Green Leaves”. Ovunque
mi girassi, scorgevo piccole realtà fatte di
episodi già vissuti; il gruppetto spazientito che
aspettava il solito ritardatario, le auto in
cerca disperata di un parcheggio, le code interminabili
all’entrata dei night-club, il personale che faceva selezione
agli ingressi. Ma del bagno 34, neanche l’odore. Ho telefonato
a Lorenzo; mi diceva di andare avanti fino a quando non avrei
visto il parco con un’insegna della coca cola. Io proseguivo,
ho fatto anche un cavalcavia, ma un cartello a lato della
strada comunicava che lì terminava Porto Recanati. Avevo la
netta sensazione di aver superato il luogo dell’incontro, e non
volevo sapere nemmeno di quanto.
Lorenzo finalmente mi ha comunicato la via dell’hotel, che
prima non conosceva in quanto lui era in stanza, e non ci aveva
fatto caso. PANICO! Il Tom Tom inizialmente non trovava la via.
Erano già le 22.00 e avevo una quantità di stanchezza
accumulata e di dolori alle cosce che mi facevano pedalare come
una checca. Ho provato a inserire la stessa via a Marcelli, il
paese prima di Porto Recanati, che avevo superato da più di una
mezz’oretta. Era proprio lì! A 6 Km da dove stavo io. In
pratica, l’ultima volta che io e Lorenzo c’eravamo sentiti, ero
già in prossimità dell’Hotel, ma per un malinteso, avevo
proseguito fino ad oltre Porto Recanati. Il Tom Tom urlava come
un disperato di tornare indietro. 6 Km da percorrere, diceva,
che aggiunti agli altri 6 dell’andata, facevano 12 Km in più,
che quella sera mi ero sparato per il gusto di provare solo del
dolore aggiuntivo.
Questa volta erano la rabbia e l’incazzatura che mi hanno fatto
trovare la “Pedalata Perfetta”, e sono arrivato da Lorenzo, che
mi aspettava fuori, soltanto dopo 20 minuti.
Mi hanno dato tutti e due il benvenuto i titolari dell’hotel,
moglie e marito probabilmente, e dopo una breve chiacchierata e
una bottiglia da un litro e mezzo finita in un sorso, mi hanno
invitato a salire per sistemarmi in camera, mentre Lorenzo
aspettava fuori dall’atrio. C’era un piccolo giardino di fronte
all’entrata, era molto curato. Ci si poteva sedere su un
divanetto e sedie in canna, con un ombrellone per riparare dal
sole durante il giorno.
La camera, invece, era deludente; il bagno aveva la tazza
vacillante e la doccia non aveva nemmeno il pianerottolo; la si
faceva sul pavimento, leggermente pendente per convogliare
l’acqua verso lo scarico. Dopo la doccia sanatoria e la
medicazione consueta, mi sono gettato sul letto, che in questo
hotel, era rigorosamente matrimoniale.
Ormai, per le strade non c’era più nessuno, erano le 23.00. Io
e Lorenzo cercavamo una pizzeria e finalmente ne abbiamo
trovata una che stava per chiudere, lo si capiva dal non far
nulla dei camerieri, che si apprestavano a sistemare le cose
per un “fine servizio” anticipato. Ma noi
volevamo mangiare la pizza, e pizza fu.
Ci siamo accomodati su un tavolino all’aperto,
che dava proprio sulla spiaggia. ‘Sto giro si è
mangiato più tranquilli, senza la foga dei giorni
passati, forse perché l’aria di casa e di
traguardo che iniziavo ad annusare, mi portavano a pensare che
avrei dovuto ricominciare a badare alle calorie. L’adrenalina e
la super attività fisica stavano per cedere nuovamente il posto
alla sedentarietà e alla noia routinaria dei giorni lavorativi,
quando, per tenersi in forma, ci si accontenta di un’oretta di
tapis roulant o di fare le scale di casa senza prendere
l’ascensore.
Insomma, mi ronzavano già questi pensieri per la testa, sebbene
mancassero ancora 40 Km buoni alla meta, e solo una mezza
giornata per concludere quella che rimarrà tra le sfide più
intense degli ultimi miei 10 anni.
Quella sera non avevo sonno; abbiamo passato gli ultimi minuti
in giardino, sul divano in canna, prima di salire in camera;
Lorenzo fumava uno di quei suoi sigari d’occasione, io mi sono
accontentato di una semplice sigaretta.
6° Giorno: 18 Luglio – Venerdì
L’ultimo giorno di viaggio è stato un po’ come la
mattinata del primo. Si trattava, d’ora in
avanti, di terreno già noto, e poteva sembrare
semplicemente il rientro a casa da una normale gita ciclistica.
Sapevamo che entro poche ore, diciamo verso il primo
pomeriggio, dolori e soste permettendo, avremmo potuto
concludere il nostro viaggio; ed era proprio questa mesta
consapevolezza che ci spingeva a rimanere lì, nel chioschetto
della spiaggia che si estendeva davanti all’hotel. Intanto i
turisti erano già arrivati in massa e gli ombrelloni erano
tutti aperti. Era abbastanza tardi, potevano essere le 10.30,
come tutte le mattine dopo le notti comode passate in albergo.
E pensare che avevamo anche un posto in spiaggia incluso nel
prezzo dell’hotel, per tutto il giorno; ma avevamo una missione
da portare a termine, e le piaghe, che oramai mi costringevano
a rimanere in piedi senza sedermi, mostravano sempre più il
rosso della carne viva. Non era il caso di insabbiarle.
Poi, a ritardare la partenza, c’era anche un sole battente che
rallentava ogni mio movimento, come succede ai bradipi quando
cercano invano di darsi una mossa.
Ci eravamo anche mangiati il margine guadagnato e mantenuto nei
primi quattro giorni, per via delle varie salite incontrate dal
“Pinocchietto” di Ancona, ai saliscendi che da Camerano mi
avevano condotto a Numana.
Finalmente partiamo. Direzione Potenza Picena. Superiamo Porto
Recanati (strada che avevo già fatto per sbaglio il giorno
prima), arrivando a Civitanova - da cui iniziano le vere acque
sicure, il terreno noto -; poi, Porto Sant’Elpidio, Porto San
Giorgio e Fermo.
Per quanto ormai potessi sistemarmi le spugne, dure e
schiacciate, i dolori si facevano sempre più lancinanti, e le
mie grida risuonavano in totale contrasto con gli schiamazzi
dei ragazzi che vedevamo divertirsi in spiaggia, o in acqua con
il classico pallone. Cercavo di appoggiare alternativamente
sulla sella, un po’ la natica destra, un po’ la sinistra.
Stringevo i denti fino a farli sanguinare; tentavo di non
pensare al dolore, ma solo a pedalare. Quello che tuttavia mi
ha sempre stupito nel corso di questa esperienza, è stato che i
momenti in cui giuravo di non essere più capace di proseguire
per un solo chilometro – a causa delle ferite sul retro coscia
- si alternavano a scorci di ottimismo in cui il dolore
sembrava passare e, verso sera, addirittura sparire, per poi
ripresentarsi la mattina seguente. Ecco perché era di sera che
riuscivo a dare il meglio, e la Red Bull che regolarmente
consumavo verso le 18.00-18.30 di ogni giorno, sprigionava il
massimo effetto sinergico con la mia migliore condizione,
proprio in quella finestra temporale.
E’ accaduto così, fortunatamente, anche durante
quest’ultimo giorno. Arrivati a Potenza Picena, i
dolori rimanevano, ma la situazione era, diciamo,
accettabile se pur con grossi disagi. Mi fermavo
di tanto in tanto, è vero, ma in fondo mancava
poco, e non c’era più la sensazione di
smarrimento che potevo provare quando si era nel pieno
dell’Emilia Romagna.
Abbiamo superato Potenza Picena e siamo entrati a Civitanova,
senza nemmeno fermarci. Eravamo all’altezza della zona in cui i
miei amici, Stefano e Paola, hanno la casa al mare;
sporadicamente ci si incontra tutt’oggi lì per trascorrere la
serata al “Batik”, un locale della Civitanova “bene”, o per
mangiare un gelato al “Coco Loco”.
Qualche pedalata ancora e passiamo anche il McDonald’s, il
negozio di computer dove ci si dà appuntamento con gli amici,
prima di scegliere come trascorrere la serata; ancora la
rotonda di Civitanova sud, e dritti verso Sant’Elpidio, lungo
la SS 16, sempre più trafficata.
Sant’Elpidio è un paese che si estende per lo più in lunghezza,
6-7 Km, pur essendo, in pratica, costituito da quella sola
strada principale. Eravamo alle celeberrime cabine telefoniche,
ritrovo d’appuntamento con amici di dieci anni fa, ormai tutti
persi; l’incrocio da cui si taglia verso il mare per accedere
alla parte “Goliardica” del paese, zeppa di “chalet” sulla
spiaggia dove la notte si balla, si beve, si fa chiasso, un po’
come dappertutto, d’altronde, lungo la riviera.
Senza sosta, in preda ad una inspiegabile euforia e ad
un’impensabile “Pedalata Perfetta”, superiamo anche il Bowling,
alla fine di Sant’Elpidio. Pedaliamo ancora 4-5 Km, prima di
arrivare alle soglie di Porto San Giorgio. Anche se la meta
finale era Fermo, essendo lì la casa di mia nonna, tuttavia,
Porto San Giorgio ha rappresentato sempre il paese che associo
ai momenti più significativi dei miei ritorni nelle Marche.
Gran parte degli amici erano a San Giorgio, c’era il mare, la
spiaggia a San Giorgio, c’era lo “struscio” serale lì, a Porto
San Giorgio.
Qui, da qualche anno, mio zio possiede una casa, in seconda
fila rispetto al mare, e durante l’estate, vi trascorre spesso
diverse settimane, trasferendosi con la famiglia da Fermo. Era
lì la nostra prossima fermata, direttamente a casa loro. Avevo
programmato il Tom Tom per raggiungerla, dato che non ricordo
mai la strada per arrivarci. L’abbiamo raggiunta dopo soli 5
Km, 15 minuti circa.
Ad aprirci la porta c’era la moglie, Laura. Mio zio lavorava,
essendo ancora solo le 17.00 circa di Venerdì. Laura ci aveva
visto e non aveva ancora capito che stavamo arrivando da oltre
600 Km di distanza; pensava ad una normale gita da Fermo, ma
poi ha iniziato a dubitare, nel vedere tutto l’arsenale che mi
ero caricato sulla bici. Non voleva crederci quando glielo
abbiamo spiegato. Voleva addirittura accompagnarci in macchina
fino a Fermo; ovviamente non abbiamo accettato, e ci
apprestavamo a compiere gli ultimi 7-8 Km di
leggera salita verso Fermo. Io ho approfittato
per alleggerire la bici, scaricando tutto il
surplus, che sarei tornato a riprendere più
tardi, con comodo. Ancora una sistematina al
fondoschiena e VIA! Di nuovo in sella per la
conquista finale tanto attesa.
Abbiamo pensato fosse saggio, dato che saremmo passati davanti
alla stazione, fare già i biglietti per il rientro, Domenica
20, due giorni dopo, in modo da toglierci il fastidio e non
doverci più tornare.
Con i biglietti in mano, si erano già fatte le 18.00 e siamo
risaltati in sella verso la salita che portava a Fermo. Ho
consigliato a Lorenzo di andare avanti, almeno si sarebbe
divertito di più; inoltre, arrivando prima, poteva anche fare
un salto nel centro storico e visitare il mio paese natale.
L’appuntamento era al “Grande Parcheggio”, attorno alle 18.45.
Ho visto schizzare Lorenzo, carico ancora di energia e di forma
fisica, con la sua “Specialized” ultraleggera, e l’andatura sui
pedali (senza appoggiarsi sulla sella); io, nel frattempo avevo
scelto, tra le corone, il rapporto più favorevole che poteva
offrire la mia bici; con 20 pedalate, avanzavo 3 metri, ma per
il momento sembrava funzionare discretamente.
Sono sicuro che sarei riuscito anch’io ad affrontare quella
salita in maniera più decente, e soprattutto, senza scendere e
portare la bici a mano, come avrei fatto poi per diversi
tratti, se solo avessi avuto un mezzo più leggero. Lo avevo già
sperimentato più di una volta in passato. Certo, pesavo molto
meno ed ero più giovane, ma sono sicuro che ce l’avrei fatta.
Quella salita la conosco molto bene. A 14 anni rischiai la vita
in un incidente, mentre scendevo con una buona bici da corsa
assieme a mio padre, da Fermo a San Giorgio, per poi affrontare
la salita del ritorno; una macchina uscì dal piazzale di un
negozio, portandosi col muso eccessivamente fuori; nel cercare
di evitarla, finii in mezzo a quella strada a doppia
carreggiata, quattro corsie, senza semafori e incroci per
diversi chilometri. Fortunatamente in quell’istante non passava
nessuno. È stato il primo jolly che ho bruciato per rimanere in
vita. Ognuno di noi, se è fortunato, ne possiede qualcuno nel
cassetto anche se poi, magari, non lo usa. Altri, ne avrebbero
bisogno, ma proprio quando servono, non se li trovano a
disposizione. Io non so quanti ne possiedo, forse era l’unico,
come spero sia stata unica l’occasione in cui mi sono visto
costretto a giocarmelo.
Ero giunto a metà salita circa, ma un po’ perché le gambe non
riuscivano a proseguire, se non molto molto lentamente, un po’
perché le ferite mi avrebbero fatto meno male se avessi
continuato a piedi, ho deciso di fare un tratto con bici alla
mano, prestando attenzione a rimanere ben vicino al ciglio
della strada.
Poi ho cercato di rimettermi in sella, poi di nuovo giù;
l’ultimo pezzetto l’ho fatto camminando, mentre Lorenzo, che
aveva già dato un’occhiata al centro e alla bella
piazza di Fermo, stava tornando per incontrarmi,
e l’ho visto arrivare quando mi mancava solo
qualche centinaio di metri per arrivare al
parcheggio accordato.
Il parcheggio era proprio sopra la casa di mia
nonna, laddove dovevamo arrivare. Avevo alle spalle 630 Km
percorsi, quasi 400.000 pedalate, 5 litri d’acqua al giorno
mediamente bevuti.
Il momento sarebbe dovuto essere d’impatto, ma in realtà
l’euforia per l’arrivo e per il successo si era distribuita nel
tempo, già da quando eravamo a Civitanova. L’arrivo non è stato
un momento in cui ho sentito la necessità di sfoghi liberatori,
grida di esaltazione, sebbene fossi contentissimo e soddisfatto
di me. Tanta emozione, se pensavo a cosa avevo compiuto, ma
nessun impulso da esternare. Penso sia vero ciò che avevo
affermato all’inizio di questo viaggio: più che una sfida da
affrontare con atteggiamenti da supereroe, ha rappresentato per
me una specie di cammino spirituale, una sorta di percorso nel
quale trovavo - momento dopo momento - la forza di andare
avanti per compiere ciò che desideravo portare a termine, a
tutti i costi. E ce l’ho fatta. Forse è stata questa la
differenza peculiare tra il successo di questo secondo
tentativo, e il fallimento del primo, nel 1996, quando la
condizione assoluta e inviolabile era quella di farcela per
forza, indiscutibilmente da solo.
La complicità e la condivisione di situazioni più o meno
ostiche durante il viaggio, hanno dimostrato che il successo
nel raggiungimento di un obiettivo è maggiormente appagante,
quando lo si può rivivere con qualcuno che ha provato le stesse
fatiche, c’ha messo la stessa passione, ha ammirato le medesime
bellezze. E oggi, che provo la sensazione eccitante di essere
padre da pochi mesi, conservo ancora una preziosa
consapevolezza: non esiste un’età per ogni cosa.
Non appena ci ha visti, nonna Lina è corsa ad aprirci la porta
che, una volta attraversato l’orto, portava all’interno della
rampa di scale. Abbiamo posato le bici in garage, poi di corsa
a casa. Mi sono riproposto, dopo anni, uno di quei bagni in
vasca da rimanerci due ore a mollo, quando mia nonna chiamava
con una certa regolarità, per constatare che tutto fosse a
posto. Poi, mi sono disteso sul letto, prono, con i glutei
all’aria.
Lorenzo si sistemava nella cameretta che gli era stata
preparata, facendo un po’ d’ordine tra le cose da lavare, e si
è poi impegnato in una telefonata fuori dal piccolo balconcino.
Intanto, Nonna Lina si prodigava nel medicarmi e massaggiarmi
le parti lese con creme e disinfettanti, così come faceva da
giovane, quando da infermiera badava agli ammalati; perché è
sempre stata la sua passione – racconta lei stessa – prendersi
cura degli altri. E, in effetti, è sempre stata
lei a curare gli altri, raramente il contrario.
Ricordo soltanto un episodio in cui, in preda a
forti dolori legati al nervo sciatico, mi pregò
di applicarle un cerotto sulla parte posteriore
della gamba sinistra. Quasi si vergognava nel
chiedermelo; e io mi lusingavo finalmente nell’aiutarla, ma da
allora non è mai più successo. Del resto, il fatto che sia
ancora lei, all’età di 80 anni, a prendersi cura di me, 36enne,
e non sia ancora arrivato il momento in cui i ruoli debbano
invertirsi, è un pensiero che mi fa star bene; mi fa credere
che abbia ancora tante cartucce da sparare, forse molte più di
quante un giovane pensi di averne in tasca. E probabilmente è
un pensiero che fa star bene anche lei; in fin dei conti,
abbiamo tutti bisogno, di tanto in tanto, di metterci alla
prova, per capire quanto ancora siamo in grado di dare a noi
stessi, e agli altri.
Massimiliano Coccetti
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