La nostra Land Rover corre
veloce attraverso le colline sassose ricoperte da cespugli ingialliti
dal sole e dalla siccità , sollevando una nube di polvere che penetra
e si deposita ovunque .
Dopo una settimana le narici sanguinano la gola sempre più secca implora
un po’ di liquido . 
La temperatura nonostante la stagione autunnale è torrida e la birra
ghiacciata promessa da una insegna scolorita che ci appare all’improvviso
, diventa un miraggio irresistibile .
Siamo ad Opuwo un paesotto di frontiera alle porte del Kaokland la regione
semidesertica che si trova al limite nord della Namibia .
E’ un insieme di grossi negozi , poche case, tante baracche , bordelli
e bettole che si allineano lungo la strada principale . In una di queste
ingurgitiamo la nostra birra osservati da giovani in jeans, T shirts
ed occhiali neri . Da una radio una musica rock urla note disordinate
e fuori posto .
Seduti a terra all’ombra della tettoia, scostati dai giovani , uomini
non ancora vecchi annegano nell’alcool a poco prezzo i resti di una
dignità che ancora traspare da occhi sempre più opachi . Vestiti con
resti sbrindellati di vecchie giacche militari indossate sul tradizionale
costume , i capelli raccolti a crocchia sotto una specie di turbante
, gli uomini Himba , sradicati dalla realtà della loro tradizione ,
bevono lentamente un’altra dose di veleno aspettando che mogli e figlie
, spesso solo adolescenti , si procurino prostituendosi i pochi denari
necessari per la successiva bottiglia .
Le ragazze sono belle , fiere , e nonostante il loro mestiere e la seminudità
del tradizionale costume quasi pudiche . Siedono appoggiate al muro
delle bettole e giocando con i loro bambini aspettano di essere scelte
da qualche occasionale amante . E’ la prima choccante immagine che ,
chi arriva fino a questa cittadina polverosa , ha di una delle ultime
etnie africane di pastori seminomadi , di un popolo la cui tradizione
e originale sistema di vita costituisce l’unico richiamo per un viaggio
in questa zona dell’ Africa australe .
Sono
parte di una etnia che fino a pochissimi anni or sono viveva la propria
vita seguendo il sentiero delle tradizioni degli avi , isolati nella
desolata terra del Kaokland , una delle più selvagge e meno conosciute
regioni dell’Africa sudoccidentale
Solo circa 3000 di loro ancora persistono nel vivere l’antica vita pastorale
, percorrendo l’arido territorio semidesertico che il fiume Kunene separa
dall’Angola , seguendo nella continua transumanza le mandrie di bovini
, che sono la loro ricchezza , orgoglio , motivo di vita , ed anche
fonte di credenze religiose .
Fino a pochi decenni or sono nessuno si avventurava in queste terre
; erano l’esclusivo dominio degli Himba , non esistevano strade e neppure
l’organizzazione centralista imposta dai coloni di origine tedesca si
era mai interessata a questi territori considerati troppo sterili ,
anche in un paese perennemente assetato quale la Namibia .
Gli Himba non solo riuscivano sopravvivere , ma addirittura prosperavano
, le loro mandrie assommavano a decine di migliaia di capi , e permettevano
a questo popolo di essere totalmente autosufficiente e libero da ogni
imposizione .
L’isolamento territoriale e la mancanza di contatti con genti diverse
hanno fatto si che gli Himba abbiano evoluto una forma sociale assolutamente
originale .
Costretti a continui spostamenti al seguito del bestiame , la loro struttura
sociale si basa sulla famiglia allargata , il clan agnatizio , ma con
particolarità assolutamente uniche .
Come in quasi tutte le società africane è l’anziano a reggere il comando
della famiglia e ne determina la provvisoria residenza , le precedenze
e la turnazione ai pascoli , gli spostamenti stagionali , le minute
decisioni , le relazioni con gli antenati , in altre parole la vita
nella sua quotidianità . 
Ma è il clan uterino , la discendenza in via matrilineare che determina
l’aspetto sociale , le relazioni interfamigliari e tra i vari gruppi
, le parentele di sangue od acquisite , i matrimoni , e soprattutto
la discendenza e l’accesso all’eredità .
La preponderanza della stirpe materna differenzia nettamente gli Himba
dagli altri popoli simili , qui la posizione sociale della donna è enormemente
superiore .
Per matrimonio entra nel clan paterno del marito ma senza uscire dall’omanda
, il proprio clan materno , anzi portando i figli a farne parte , al
punto che il maggiore di essi erediterà dal fratello della madre anziché
dal proprio padre .
Questo aspetto in apparenza complesso e astruso deve essere valutato
nell’ottica dei legami e delle necessità che la vita in questi territori
comporta .
La parentela per discendenza materna e l’interesse per la prosperità
dei consanguinei , diventa un fattore di coesione sociale che inibendo
la concorrenza permette alle famiglie che vivono in questo ambiente
ostile di contare sempre sul mutuo aiuto e sulla solidarietà non solo
formale dei parenti .
E’ normale che un bambino trascorra parte della propria vita nella famiglia
dello zio materno , che considera la sua reale famiglia , visto che
le vere parentele si trasmettono solo all’interno del matriclan .
Un detto Himba recita : “ Se incontri un fratello di tuo padre lo devi
salutare e riverire ma se incontri un parente di tua madre devi farlo
entrare nella tua capanna e dividere con lui la tua birra “.
Le loro abitazioni , piccole capanne di rami intonacate dalle donne
con fango e sterco , sono rinchiuse all’interno di un recinto di ramaglie
spinose , l’otjunda , che alla notte le protegge dagli animali selvatici
che ancora vivono in queste regioni , sono utilizzate solo come ricovero
notturno nel periodo invernale quando , al tramonto , la temperatura
scende repentinamente.
All’interno del recinto sono protetti anche i vitelli ed i capretti
che ancora non sono in grado di seguire la mandria . Brandelli di carne
poggiati ad essiccare al sole e di crani di bovini testimoniano periodici
macelli ad uso alimentare ma anche ad uso sacrale . Ogni pastore possiede
vacche che considera sacre escluse dall’eredità matrilineare e collegate
agli avi paterni . Tra tutte la preferita , quella nella cui pelle alla
morte sarà avvolto e sepolto .
Molte altre a seconda della ricchezza del defunto saranno sacrificate
sulla sua tomba .
Il pastore Himba vive la propria vita assieme alla mandria che deve
proteggere dagli assalti delle iene e provvedere a dissetare alle poche
sorgenti e pozze di acqua che progressivamente si asciugano durante
la stagione secca .
Sono sempre pochi gli uomini presenti al villaggio , guidano in continuazione
i loro animali , e la ricerca di un buon pascolo può portarli a decine
di silometri dal recinto , dove rimangono solo le donne , qualche vecchio
troppo anziano o malandato , ed i bambini ancora incapaci di seguire
il padre o di portare al pascolo le capre .
Le donne vestono solo un gonnellino di pelle di capra , sul capo un
fiocco di morbida pelle sta a significare il loro stato di spose , sul
dorso portano il bambino più piccolo sorretto da un triangolo sempre
di pelle annodato tra i seni . Le più giovani sono belle ed hanno fascino
, il corpo snello è ricoperto da una impasto di burro ed ocra , profumato
con essenze selvatiche che le protegge dagli insetti e dal sole e le
fa apparire di un bel colore nero ramato . Le donne sposate fanno valere
l’anzianità acquisita ed a loro volta accettando quella della matriarca
, che con decisione e cipiglio tipico di chi è abituato al comando impone
la propria autorità , simboleggiata dalla conchiglia di strombo che
pende tra i seni avvizziti .
E’ lei la custode del sacro focolare , l’ okuruwo , che arde davanti
alla sua capanna , è su quel focolare che ogni mattina il latte appena
munto viene consacrato ed offerto agli antenati per chiamarli a rinnovare
quotidianamente il legame tra il presente ed il passato , immutato e
ritenuto fino a poco tempo fa immutabile .
Oggi per la prima volta , è il futuro a preoccupare i vecchi . Sta mancando
loro giorno per giorno la sicurezza che veniva dalla
certezza delle tradizioni . Il territorio è stato sconvolto da una guerra
che non potevano capire , e la guerra ha generato problemi che stanno
cambiando i lenti ritmi pastorali portando inevitabilmente ad un cambiamento
totale della loro vita .
Il conflitto che ha opposto i guerriglieri della SWAPO all’esercito
Sudafricano si è risolto da ormai un decennio e dopo mille problemi
sotto le piante di mopane sono tornati a pascolare le vacche .
Ma le ferite che la guerra ha lasciato sono più che mai aperte e non
potranno mai più richiudersi .
Le
piste ad uso militare sono diventate strade di penetrazione e sfruttamento
, che complice il turismo porta anche qui necessità altrimenti sconosciute
.
L’apparato statale impone la propria autorità a chi non ha mai avuto
padroni e , legato alle economie di mercato , ora deve imporre balzelli
richiesti dagli allevatori bianchi che temono l’ingresso sul mercato
delle decine di migliaia di capi di bovini che gli Himba prima d’ora
non avrebbero mai pensato di vendere .
Questo è inevitabile ma determinerà la morte del popolo Himba .
La possibilità di commerciare il bestiame contribuisce ad accentrare
nelle mani dei maschi il potere che deriva dal denaro , scalzando il
secolare diritto di discendenza matrilineare e l’importanza dei legami
di interessi incrociati e parentali .
L’utilitarismo di mercato genera concorrenza tra le famiglie di allevatori
e la monetizzazione del valore del bestiame fa apparire agli occhi delle
nuove generazioni , selvagge ed arretrate le forme religiose ad esso
collegate .
Anche in questo angolo di mondo il profitto sta creando attraverso la
ricchezza di pochi quelle differenze che sempre si traducono nella miseria
delle maggioranza , che assolutamente impreparata ad affrontare la società
dei consumi , ne è abbagliata e ne sarà divorata nel volgere di pochissimi
anni . E’ una amara conclusione , il popolo Himba sta soccombendo ed
ancora una volta siamo noi , i popoli ricchi portatori di una cultura
ritenuta superiore ad esserne responsabili .
Ormai è tardi per salvali . L’ingranaggio che li stritolerà è già avviato
ed ormai possiamo solo guardare con rammarico ad un’altra diversità
culturale che pressoché sconosciuta sta scomparendo La società occidentale
deve capire che non può applicare il suo metro ovunque nel mondo , e
che ciò che a prima vista appare primitivo ed arretrato spesso è il
prodotto di secoli di esperienze di vita in uno specifico ambiente .
Ogni popolo , ogni persona merita di essere avvicinata con tolleranza
, rispetto , voglia di conoscere per capire e per stupirci ancora delle
differenze che ci fanno tutti autenticamente umani .
Ruht
La
luce radente del tramonto accende di colori solari e caldi le sabbie
del Damaraland.Un
arcobaleno sorge dalla terra gialla e polverosa ed attraverso un cielo
quasi nero precipita su montagne rugginose , sterili ed assetate , ancora
una volta illuse da nubi inutilmente grigie.Ruth
, appoggiata alla capanna di canne e fango si fa schermo con la mano
e guarda la sua terra nel sole.
E' una terra
antica , carica di silenzi , di vita passata e delle cicatrici di immani
sconvolgimenti , consunta nei millenni dall'inarrestabile lavorio che
tra trasformato le montagne in rughe , i fiumi in gole riarse e sassose
, la terra fertile in sabbia dorata. Una
terra che come il volto di Ruth conserva il fascino dell'antica bellezza
nascosto sotto i segni del tempo .
E' un paese
semidesertico, assolato ed arido , ma le pietraie cotte dal sole, le
gole scavate da antichi fiumi, i deserti sabbiosi e brucianti, la boscaglia,
le immense distese di arbusti spinosi sono una tavolozza incredibile
di colori esaltati dalla limpidezza unica dell'aria.
Il verde della
vegetazione attraverso tutte le sue gradazioni si lega al giallo , arancio
, marrone, grigio, nero della terra, al blu cobalto del cielo sempre
sereno e percorso da nubi bianchissime che corrono verso l'orizzonte
limitato da colline ocra ai cui piedi incredibilmente spuntano alberi
la cui chioma ritorna al verde .
Tutti i colori
della Namibia sono riuniti ora nel tramonto a Sassfontain
Ruth, carica
di anni e di rughe come la sua terra, seduta sulla porta della sua capanna,
alza la mano, saluta e sorride.
Tra
le dune di Sossusvlei. Deserto della Namibia
Nessuna
terra , nessun panorama mi ha mai emozionato come il deserto quando,
per la prima volta lo vidi in tutta la sua ampiezza.Nonostante le fotografie,
le letture, le immagini assorbite in tanti anni ne fui colto totalmente
impreparato. I miei occhi benché pieni , lipidi e fermi erano
stranamente increduli.Da quando ero salito sulla cima di quella alta
duna non riuscivo a trovare le parole per esprimere l'effetto che tutta
quella vuota immensità esercitava su di me.Osservavo il deserto
che si spiegava in tutte le direzioni in una unica grande distesa, come
fosse di onde gialle, ocr , magenta, e via-via verso l'orizzonte, viola
e blu, onde fissate a sorpresa nel momento di un'alta marea di un mare
alieno.Era la più ampia ed aperta distesa di terra che mi miei
occhi avessero mai ammirato.
Ed
era fertile, della più rada ma perfetta fertilità che
un deserto possa esprimere.
Guardavo con attenzione tra le curve morbide delle dune , come tra ascelle
umide ed odorose, come tra morbidi seni di sabbia , dove sbocciavano
fiori rosa e gialli e tenera erba verde, accanto a quella già
scolorita e bruciata dal sole. Vicino
alla sterpaglia i cespugli spinosi risplendevano di un marrone intenso
macchiato dal verde tenero di poche foglie e la sabbia, sotto, tra gli
spazi ombrosi appariva come satinata, di un giallo così chiaro
da sembrare biodo platino.
Quel contrasto faceva risplendere il verde acido delle foglie di acacie
quasi nascoste dalle dune che ne coprivano in parte il tronco stringendole
in un abbraccio di ombra e sole, di vita e morte.
Il verde delle
foglie , il marrone dei tronchi , il giallo della sterpaglia, i vivi
colori dei pochi fiori , si fondevano in una tavolozza intensa , chiusa
dai colori pastello, dolci, caldi ed emozionanti delle dune al sole.
Mai prima
di allora avrei immaginato che il cielo potesse formare una cupola così
alta, ampia, perfetta al punto di ricondurre alla giusta proporzione
tutte le forme che si stendevano davanti a miei occhi in un cerchio
perfetto , orlato dal fregio delle colline violacee all'orizzonte.
Mai
prima di allora mi ero sentito più fuso e partecipe della natura
che mi conteneva , ma più come allora ho capito la mia pochezza
e la mia immensità nel mondo , mai più ho goduto della
gioia di scorrere quella sabbia bruciante tra le mie dita , come vita
in quel momento vissuta.
Testo e foto sono di
proprietà esclusiva di Mario Boschetti
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