Di Alessandro Magri
Kyoto – 8 febbraio 2002
Camminavo da solo a Kyoto, e il freddo stava paralizzandomi pure le punte
dei capelli. A che cosa serve che i distributori automatici di bibite
sputino per strada del caffe’ e delle zuppe di patate caldi, se poi
bastano 20 secondi perche’ il calore si sia completamente dissipato
nell’entropia dell’universo?
Non volevo seguire quella coppia, ma erano sinuosi e sembravano felici,
cosi’ mi ci sono aggrappato con tutta naturalezza tra i sentieri di un
parco tra i templi.
Poi loro hanno attraversato al semaforo, imboccato lo stradone verso GION,
e io li ho seguiti. Non volevo, prometto, ma mi ci sono aggrappato di
nuovo – e l’ho fatto senza nessuna cattiva intenzione. Loro hanno
continuato dritti filati, e forse avrei dovuto continuare a seguirli. Ma
ho girato a sinistra, dove la strada perdeva l’asfalto per guadagnare
delle vecchie pietre, e balzava cosi’ nel girone delle strade nobili.
C’era pure la luce dei lampioni a riflettersi sui lastroni levigati. Tra
le vecchie case basse ai due lati della strada, delle scarpe di legno
stavano arrivando da dietro – a passi piccoli e veloci. Del legno contro
della pietra macchiata dalla luce dei lampioni: come poteva pretendere di
passare inosservata ? Non gli ho lasciato il tempo di superarmi sulla
destra, mi sono voltato di scatto, e ho sbattuto gli occhi contro una
faccia bianca come della farina di riso, e una bocca rossa che sembrava un
petalo di rosa rimasto appeso su delle labbra morbide.
«Ma che COS’E’ una geisha?» mi chiedevo la mattina di quello stesso
giorno, abbandonando il circuito canonico tra i templi della riva est di
Kyoto, per perdermi tra le strade su per la collina.
[Si tratta di una semplice domanda, avrei forse dovuto formularla con un
“chi” anziche’ un “che cosa”. Ma per favore, non siate polemici, e non
accusatemi subito di misoginia !]
Tanto per cominicare, le geisha sono delle donne giapponesi. Molti sono
convinti che si tratti di donne che – se siete un uomo – vi seguono
camminando a circa mezzo metro dietro di voi. Il che e’ una fandonia,
perche’ tutte le donne giapponesi (nel rispetto delle tradizioni sociali)
dovrebbero avere l’accortezza di camminare dietro agli uomini. E’ ben
possibile, peraltro, che un certo numero di coppie non rispetti piu’ il
precetto; ma non mi sembra il caso di criticare in questa sede delle
tradizioni secolari.
I piu’ scafati risponderebbero sornioni che una geisha e’ una PROSTITUTA.
Non esattamente. Sarebbe decisamente riduttivo prendere le geisha per
delle puttane ! Qualcuno potrebbe tentare di rettificare, dicendomi che le
geisha sono delle prostitute d’alto borgo, che si fanno pagare a suon di
Yen per le loro prestazioni sessuali. Non ci siamo. Anche cosi’ la
definizione resta tremendamente riduttiva.
Cio’ che e’ certo, e’ che le geisha sono delle donne, di una raffinatezza
inaudita, che si fanno pagare per il tempo che passano in vostra
compagnia. Ma le prestazioni che offrono ai propri clienti non sono di
natura precisamente sessuale. O almeno, non lo sono in modo esclusivo, e
certamente il sesso non costituisce l’attivita’ centrale nella professione
di una geisha. Non ne e’ l’elemento di facciata, non e’ il vettore di
abbordaggio, ne’ il pimo grado che la societa’ riconosce e accetta.
Le geisha non si vanno a comprare ai bordi di una strada, cercando di
stimare la prelibatezza dell’acquisto attraverso i vetri della macchina,
nell’oscurita’ livida dei lampioni, abbassando il finestrino per chiederne
il prezzo e rifugiandosi in un vicolo buio per godere dei piaceri della
carne a pagamento.
Le geisha non sono affatto delle prostitute ! Godono di uno statuto ben
piu’ elevato, perche’ sono un elemento chiave della sociata’ tradizionale
giapponese. [E’ altrettanto vero che si potrebbe sostenere la tesi per cui
le puttane sono degli elementi chiave di ogni societa’ che si rispetti !
Ma non mi addentrero’ nella querelle].
Nella societa’ tradizionale giapponese, dove la donna e’ relegata a un
ruolo di sottomissione completa, era necessario modellare delle
super-donne - capaci di intrattenere gli uomini di mondo in un rapporto
“da pari a pari”. Discutere con loro, stupirli con la magia del canto e
della danza, trangugiarsi insieme una bottiglia di sake’, e punzecchiarsi
dialetticamente con le parole, o con le dita sulle natiche. E’ questo il
ruolo ufficiale, il PRIMO GRADO delle geisha. Delle donne, intrattenitrici
raffinate, con cui passare le serate dopo gli impegni della vita
professionale.
Le geisha costituiscono tutt’universo, un mondo parallelo, basato su delle
regole rigorosamente codificate. Un universo che ha pure la sua capitale:
KYOTO. E’ qui che da sempre vivono le geisha piu’ rinomate, ed e’ qui che
ancora oggi la formazione e l’esercizio della professione si basano su un
rispetto assoluto delle tradizioni. Esiste pure un Ufficio di
Registrazione dove le geisha devono iscriversi per poter praticare in
piena regola; in questo ufficio tutti gli introiti sono rigorosamente
contabilizzati, il che obbliga le geisha a ripagare il dovuto alle casse
dello Stato.
All’inizio del 900, c’erano la bellezza di 800 geisha – soltanto a Kyoto.
Piu’ varie decine di altre professioniste del settore nel resto del
Giappone. Oggi, spazzate via dalla bufera impetuosa del progresso, ne
rimangono solo una sessantina, praticamente tutte concentrate nel mitico
quartiere di GION a Kyoto.
Se parlate un po’ giapponese, saprete forse che la parola GEI (in bella
vista nel termine GEIsha) significa “arti”. Ebbene si’, le geisha sono
etimologicamente delle artiste, o delle artigiane se preferite. Le geisha
eccellono nelle arti del canto [con una voce che sembrera’ forse un po’
stridula alle orecchie delicate di noi buoni occidentali], della musica
[lo SHAMIZEN, uno strumento della famiglia dei tamburi, e’ il loro
compagno preferito] e soprattutto della danza. L’arte della danza e’
l’attivita’ suprema, la piu’ prestigiosa per una geisha; e ogni movimento
si ispira agli antichi insegnamenti della scuola INOUE.
Le geisha vanno a scuola, e seguono un lungo iter formativo prima di
potersi dichiarare tali. Ci sono le apprendiste (dette MAIKO), e ci sono
le geisha confermate. E per passare dall’uno all’altro statuto,
un’apprendista deve trovarsi una madrina, che l’introdurra’
progressivamente agli incontri esclusivi con i clienti-uomini. Vi avevo
pur detto che si tratta di un sistema perfettamente codificato … !
Le geisha vivono nelle OKIYA, delle case per-cosi-dire “comunitarie”, che
in generale ospitano 2 o 3 geisha ciascuna – senza contare le eventuali
apprendiste. L’okiya e’ di proprieta’ di una geisha in pensione, che –
ritiratasi dal mestiere – investe nelle nuove leve per ricavare i profitti
della loro attivita’, una volta che saranno delle geisha confermate.
Tradizionalmente, l’okiya COMPRA delle bambine, paga per loro vitto,
alloggio e spese scolastiche, e richiedera’ che tutto le sia rimborsato
(con i dovuti interessi, e senza dimenticare il costo di acquisto della
bambina) quando la geisha cominciera’ ad incassare i ricavi della sua
attivita’ di intrattenitrice di lusso. Un sistema sorprendente dove delle
SCHIAVE si affrancano col tempo, esercitando la professione per la quale
sono state comprate ed educate!
La risorsa principale di un’okiya e’ rappresentata – oltre naturalmente
dalla presenza di fanciulle promettenti – dal guardaroba preziosissimo dei
KIMONO. Quando sono in pubblico, le geisha si presentano con degli abiti,
un trucco e delle acconciature di una raffinatezza inaudita. I kimono sono
spettacolari, ricamati con dei disegni raffinati e dei materiali pregiati;
e c’e’ sempre un OBI – un grande fiocco annodato posteriormente – da
abbinare al colore e ai motivi del kimono. Le geisha camminano su degli
OKOBO, delle scarpe che assomigliano a degli zoccoli di legno, ma
decisamente piu’ raffinati. Tanto che paragonarle a degli zoccoli mi
sembra sinceramente fuori-luogo. E poi c’e’ il trucco bianco sulla faccia,
e le labbra dipinte di rosso carminio, e tutto il resto. Per finire con la
pettinatura di “ pesca tagliata a meta’ ”, perche’ se la guardi da dietro
sembra che ci sia un taglio in mezzo. Si tratta di una pettinatura cosi’
complicata che le povere geisha sono obbligate a dormire su un cuscino
speciale – il TAKAMAKURA – che serve a sorreggerne solo il collo senza
toccare nemmeno un capello.
Basta guardarlo, il collo di una geisha, per riconoscere se si tratta di
un’apprendista o di una professionista accreditata. Le prime portano un
colletto rosso, le seconde un colletto bianco; cosicche’ tra di loro
parlano di “cambiare il colletto”, per indicare una geisha che ha
raggiunto il grado di professionista confermata.
Gli appuntamenti delle geisha con i propri clienti - anch’essi regolati in
modo millimetrico – si svolgono in luoghi ben precisi. E tremendamente
esclusivi. Solo ed unicamente nelle CASE DEL TE’. Delle specie di club
privati, dove [naturalmente] non si va soltanto a bere del te’. E non si
tratta in generale di tête-à-tête tra una geisha e il suo cliente, ma
piuttosto di feste private, dove un uomo invita alcuni amici e richiede la
presenza di varie geisha; le sue preferite. Il padrone della casa del te’
prende le ordinazioni e passa le richieste all’okiya. Durante il festino,
in una delle stanze private della casa del te', le nostre intrattenitrici
raffinate si siedono ciascuna dietro a un cliente, discutono e bevono,
cantano, suonano e ballano come si conviene. Per una geisha fare del
marketing significa assicurarsi il numero massimo di richieste, ed avere
un circolo di clienti abituali piu’ ampo possibile. Per massimizzare i
profitti, le geisha partecipano in generale a piu’ feste ogni sera, dove
vengono pagate in funzione del tempo passato in compagnia del cliente che
le ha richieste. Se la vostra curiosta’ e’ ancora affamata, sappiate che
il tempo e’ misurato con il numero di bacchette d’incenso bruciate durante
la presenza della geisha. Un cronometro poco preciso, ma decisamente
suggestivo.
SENTO pero’ che qualcosa vi sfugge ancora - in tutta questa bella storia.
D’accordo le doti artistiche. E passino pure i festini cortesi nelle case
del te’. Ma suvvia, non siamo mica cosi’ naif ! Non vorrete mica farci
credere che non c’e’ neppure un po’ di sesso in tutta questa faccenda ?
Vi avevo avvisato che – se anche c’e’ del sesso – se ne sta’ ben nascosto.
A dire il vero, una geisha non metterebbe mai in gioco la propria
reputazione offrendosi per una notte sola. [A meno, beninteso, di essere
colta lei stessa da un’irrefrenabile passione – ma questo non fa piu’
parte della sfera professionale]. Anche le faccende piu’ strettamente
erotiche sono quindi governate da regole immutabili !
C’e’ innanzitutto la “prima notte”; detta anche sverginamento – volendo
essere piu’ prosaici. In Giappone lo chiamano timidamente MIZUAGE. I
clienti interessati si fanno avanti, e la giovane geisha presa di mira
vagliera’ (con la padrona della propria okiya) l’interesse economico di
concedersi a questo o a quel cliente. La geisha offrira’ allora un Ekubo a
ciascuno dei pretendenti selezionati, ovverossia una torta di riso dolce
dalle sembianze a quanto pare evocative, soprattutto a causa di quel suo
“cuore” rosso. Questo gesto dara’ inizio a una vera e propria asta tra i
pretendenti, con tanto di rilanci. La geisha regalera’ naturalmente la
propria verginita’ al migliore offerente. A quanto pare alcuni mizuage
furono pagati con cifre astronomiche. Ma nessuno vada a raccontare a una
geisha le gioie adolescenziali del primo amore!
Dopo la prima notte, anche le notti seguenti si pagano a caro prezzo. Non
individualmente, ma solo per blocchi di incontri amorosi, su un periodo
lungo generalmente di una anno. Il principio e’ lo stesso: i pretendenti
si fanno avanti, c’e’ una prima selezione da parte dell’okiya, e VIA con
il gioco dei rilanci e dei lunghissimi negoziati. L'uomo identificato come
miglior partito [per qualsiasi motivo – economico o meno – che l’okiya
ritenga rilevante] diventera’ il “DANNA” della geisha per il periodo
stabilito. E potra’ godere allora di un diritto esclusivo su di lei in
materia di incontri erotici. DANNA significa tradizionalmente “marito” in
giapponese. Beninteso, il danna puo’ essere un uomo sposato. Ma sta di
fatto che la geisha e il suo danna sanciscono la propria unione erotica
temporanea con una sorta di matrimonio ufficiale. Una cerimonia che –
manco a dirlo – si svolge con tanto di invitati, nelle stanze della solita
casa del te’. C’e’ da supporre che la moglie ufficiale del DANNA non
faccia parte del pubblico presente.
Non so per quali strani meccanismi interni, ma quella sera avevo addosso
un BLUES preoccupante. Se non avessi preso la nobile strada a sinistra, il
mio blues sarebbe probabilmente sopravvissuto fino al giorno dopo. E se
non avessi incrociato quella faccia di riso bianco con un petalo di rosa
sulle labbra, non si sarebbe certo trasformato in eccitazione repentina.
Avevo trovato il primo varco per mettere finalmente a tacere le domande
che mi ronzavano in testa da quella mattina. E non avevo nessuna
intenzione di lasciarmelo scappare. Ho sfoderato la mia macchina
fotografica digitale, indossato i gesti di un PAPARAZZO, e ho cominciato
ad indagare. Dove stanare una geisha ? Sapevo che – senza parlare una
parola di giapponese, ma soprattutto senza l'appoggio di un padrino – non
sarei mai riuscito a varcare la porta segreta di una casa del te’. Ma
almeno uno sguardo, quello si’ … non volevo scivolar via dalle pietre
levigate della strada HANAMI-KOJI di Gion senza aver catturato almeno uno
sguardo di geisha tra i pixel della mia macchina digitale.
Ho incontrato un uomo barbuto; parlava bene l’inglese. Faceva foto anche
lui, ma professionali. Ed era terribilmente informato sui FATTI. Mi ha
mostrato l’ingresso di una okiya, e le targhette di legno sulla porta con
incisi i nomi delle 3 geisha che ci abitano. Mi ha spiegato che il
prossimo cambio (da un appuntamento a un altro) sarebbe stato alle 8 e
mezzo di sera, e mi ha portato davanti alla casa del te’ ICHIRIKI, senza
alcun dubbio la casa del te’ piu’ celebre di tutta Kyoto, e quindi del
mondo intero.
Poi 4 di loro sono uscite per andare dai clienti del turno successivo, e
io sono scivolato ancora un po’ di piu’ nelle vesti del paparazzo. Le ho
seguito di soppiatto, quelle povere geisha che correvano via, braccate,
facendo rimbombare le suole di legno sulle lastre di pietra. Completamente
pazzo di loro. E come Aladino faceva con il suo genio nella lampada, ne ho
imprigionate quattro tra i pixel mobili della mia macchina digitale, E ME
LE SONO PORTATE A CASA.
Questo racconto e' un frammento di un viaggio intorno al mondo durato undici mesi.
Puoi leggere tutti i racconti del viaggio e vedere le foto sul sito di Alessandro Magri
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