Tutto inizia
a casa mia nell'attesa del taxi che mi porti a Peretola (io credo sia
l'unico ridicolo nome che un povero aeroporto si trova addosso).
All'ora fissata scruto l'orizzonte
niente di niente.
Per puro caso richiamo al telefono dove la gentile, tranquilla, informale
voce della centralinista di turno mi dice "ma guardi che la sua
prenotazione è stata annullata".
"Come? Quando? Dove? Perché ?
.Aiuto !".
Il fato che incombe comunque è cancellato da un altro taxi e,
mentre lentamente le mie pulsazioni riprendono un ritmo normale, raggiungo
la prima di una serie di tappe a ostacoli.
Dopo il trasferimento con l'apposito, inutile e pomposo bussino dal
terminal all'aereo
che è praticamente lì a dieci
passi di distanza
quando scendo rapida e leggera sento una voce
dietro di me "ma qui è rimasto uno zaino !".
E' un attimo
il cuore si ferma di nuovo. Torno indietro e lo afferro
farfugliando un grazie che vorrebbe dire (la bendico
l'adoro
sono
ai suoi piedi
) e mi avvio verso la scaletta.
Santi Numi! Questo sì che è quello che si dice un buon
inizio!
Quando vedo sotto di me la Manica con le bianche scogliere di Dover
(esistono davvero), mi sento commossa. Ho lasciato dietro di me il continente
e sono arrivata nell'"Isola che non c'è" (infatti Peter
Pan abita qui).
Ma non sono ancora a Londra. L'ultimo colpo di coda della famosa maledizione
è il treno che dall'aeroporto va in città. A un certo
punto si ferma. Spiegazioni a me incomprensibili, e poi inaspettatamente,
fa marcia indietro e ritorna quasi al punto di partenza. Altra sosta
poi si riparte
piano piano però. Insomma sembra che il macchinista
sia in uno stato di confusione totale che naturalmente mi contagia subito.
Come Dio vuole si arriva!
Una sorpresa è
stata l'albergo (scelto a caso, all'ultimo tuffo) situato in una posizione
di una fortuna sfacciata
proprio di fronte ad Hyde Park. La fortuna
ha voluto anche strafare fornendomi, alla reception, una ragazza italiana
con la quale è stato un sollievo poter spiegare tutte le mie
necessità e ricevere un sacco di aiuti e consigli.
E ora che dire di Londra ?
Ho cominciato da Parigi per arrivare a Londra. Sono così vicine,
ma ci sono voluti cinque anni.
Io amo Parigi
è il mio primo amore, ma ora posso dire che
amo anche Londra. Certo che si possono amare cose molto diverse e Londra
lo è
."diversa" intendo dire, bizzarra, pittoresca,
unica.
La prima cosa che mi ha colpito è il colore. E' una città
che stordisce di colori, ma su tutti quanti domina incontrastato il
rosso. A "Red city" tutto è rosso fiamma
. I cari
vecchi bus a due piani, le cabine telefoniche, la pietra dei palazzi,
le giacche delle guardie della regina, le cappe dei dignitari di Westminster,
la divisa dei guardiani della Torre di Londra, il rosso dei semafori
con cui passano tutti i pedoni.
Riguardo ai taxi, oltre i classici "cab" neri, verde scuro
o amaranto, vecchi, nobili e ostinati, vengono gli altri che fanno allegria.
Sono dei veri gioielli in cui si scatena la fantasia. Su ognuno c'è
una festa di colori, come un bambino che mette le mani nella pasta colorata
e poi fa un gran casino, li sparge qua e là come viene viene
...Non
si potrebbe fare di meglio.
Le facciate dei negozi poi fanno a gara con i taxi per stupire e darci
sotto con le più rare combinazioni cromatiche. Se si aggiungono
i bobbies che indossano un giubbotto giallo fosforescente sulla loro
classica divisa nera, col loro classico casco nero, gli operatori ecologici,
presenti ovunque, in arancio squillante c'è davvero di che essere
storditi.
Ecco, direi che la prima occhiata che ho dato alle strade di Londra
è stata proprio questa - una festa per lo sguardo. Forse perché
essendo spesso grigia e piovosa ha bisogno di riscattarsi
.e ce
la mette tutta.
A proposito dei taxi, qui, come il resto delle macchine, vanno a sinistra
(del resto Londra è diversa). Quando sono uscita dalla stazione,
aspettando sul lato destro, mi sono accorta che, pur essendo sola, nessuno
dei taxi che passavano si fermavano ai miei cenni. Appena ho inquadrato
il problema era troppo tardi. Avevo già fatto la mia bella figura.
Sulla sponda opposta appariva una fila lunghissima e ordinata a cui
ho dovuto accodarmi con gli orecchi bassi.
Mi aspettava subito un'altra sorpresa.
Da noi, di solito, il taxista che ti vede carica di valige scende per
metterli nell'apposito bagagliaio. Ho ben presto capito, guardando chi
mi precedeva, che qui non va affatto così.
Arriva il tuo turno, apri la portiera, metti dentro da sola i tuoi enormi
bagagli uno per uno nell'apposito spazio fra l'autista e il sedile posteriore.
Se sei fortunata riesci ad entrare anche tu, ormai colpita da dolori
lombari. E poi li chiamano gentlemen!
Il traffico è spaventoso, caotico, un flusso continuo che si
incrocia, si sorpassa, si aggroviglia
.con semafori ogni cento
metri in cui - questo è strano veramente - il rosso dura un tempo
interminabile e il verde, giusto quell'attimo per far passare due vetture.
Eppure non ho mai sentito suonare un clacson, o visto qualcuno innervosirsi.
E quindi il mito della flemma inglese è davvero una realtà..
Ad esempio, alla fermata dei bus, la incredibile, inossidabile fila,
uno dietro l'altro, in fila indiana, degli impiegati della City in completo
grigio o nero (la bombetta forse è stata abolita).
E che dire quando salgo la mattina alle otto sul metro e trovo tutti
i londinesi che vanno al lavoro, seduti o in piedi, uomini o donne,
ricchi o poveri, dico tutti, con il loro giornale spiegato davanti (nessuno
che dorma o dia un'occhiata in giro). Silenzio assoluto. Solo io mi
trovo lì senza nemmeno una copia arretrata della Nazione.
E le scale mobili che vanno su e giù nei corridoi infiniti del
metro portano altre file serrate e silenziose come in un rito consueto
e immutato. Un suonatore di tromba, in mezzo alle due colonne di chi
scende e chi sale, lancia note struggenti. Ci sarà chi ascolta
quei magnifici suoni? Sono in tanti a suonare dovunque, così
come li ho trovati in ogni città. A me danno gioia e pena insieme.
Lo fanno per sopravvivere certo, ma spero sappiano che c'è chi
si emoziona e si perde dentro quelle note. Tutto ciò che è
grigio e squallido prende vita con la musica.
Eppure, a dispetto della calma che aleggia nei meandri e nelle vetture
dei metro, la folla nelle ore di punta è straripante e si infila
dentro fino all'incredibile. "No, vi dico che non c'entra più
nessuno"
"ma sì
altri cinque
.forse
sette
magari dieci"
Ma non bisogna credere che gli inglesi siano solo forma e compostezza,
questa è appena una delle tante facce di questa città
incredibilmente varia.
La gente si muove, vive, le strade sono un brulichio della più
diversa umanità. Non ci si annoia mai, c'è sempre qualcosa
di pittoresco che colpisce lo sguardo e la mente.
Certo la faccia predominante di Londra è la nobiltà, la
tradizione. Fa parte del gioco. Si respira ovunque. Come in quei tipi
in elegante e apposito abbigliamento che, coi loro splendidi cavalli,
passano a lento trotto vicino ai parchi, fermando al loro passaggio
il traffico che quasi s'inchina
.."Noblesse oblige".
Se guardi bene puoi vedere ancora intorno a te i Tudor, gli Stuart,
gli York, Enrico VIII straripante di mogli morte ammazzate, Maria Stuarda,
la regina Vittoria e uno stuolo immenso di teste coronate che hanno
fatto la storia del passato, ma continuano ostinatamente a vivere nel
presente e hanno già un piede nel futuro.
I londinesi amano anche le statue e gli eroi. Dovunque troneggiano re,
regine (in particolare, Vittoria
..quasi un marchio DOC), Wellington
(che sconfisse quel francesucolo di Napoleone), Nelson e la sua Trafalgar,
.Churchill
e tante statue alate di pace e di vittoria che
svettano su alti obelischi.
Facendo il giro turistico della città in bus, continuamente ti
vengono indicate le dimore di blasonati e lord con rendite da favola,
titoli e proprietà a sfare.
Quando penso che ci sono anche fra di loro dei "nobili decaduti"
non li immagino certo come poveracci senza una lira
.solo che,
con il loro appannaggio (che potrebbe coprire la nostra liquidazione
nei secoli dei secoli) non consente quel certo tenore di vita per essere
all'altezza degli altri. C'è una specie di distinzione in caste,
come in India, dove del resto gli inglesi dominarono a lungo.
Poi, magari, lì accanto ti indicano le banche più famose,
i centri finanziari del potere
la sede della onnipresente BBC
.i
negozi più prestigiosi.
Ma quello che invece mi fa sobbalzare il cuore è tutt'altro.
E' il pensare alle persone vere o immaginarie che qui hanno vissuto,
quel pezzo di passato che mi resta dentro come un patrimonio di ricordi,
di conoscenze, emozioni.
C'è, fra queste strade, Dickens che ha riempito la mia infanzia
.rivedo
Davide Copperfield, Oliver Twist
.Carl G. Lewis protagonista dello
splendido "Viaggio in Inghilterra"
Passo davanti a Scotland Yard, mi pare di essere in un film
.potrei
voltarmi e vedere Jack Lo Squartatore (magari sotto le spoglie di un
oscuro impiegato).
Dietro quell'angolo la casa di Scherlock Holmes
. Mi pare di udire
l'odore del suo tabacco da pipa e il ticchettio della sua mente laboriosa.
Forse nei vicoli, di notte, striscia l'ombra di Mister Hyde
.o
magari si potrebbe rabbrividire sfiorando quell'uomo eternamente giovane
dalla espressione innocente e l'animo dannato che si chiama Dorian Gray.
E' qui che Bernard Shaw ha già pensato al suo Pigmalione, finchè
non arriverà la deliziosa My Fair Lady e Mr. Dolittle a danzare
e cantare per le strade di Londra. E Philas Fogg
..è esistito
davvero
c'è la sua casa
. lui che ha ispirato "Il
giro del mondo in ottanta giorni".
Agata Christie ha trovato in queste strade, fra queste case, i personaggi
delle sue storie.
Ma quello che mi attira più di tutti è l'immagine di un
ragazzetto povero che, poco meno di un secolo fa, giocava nelle strade
di periferia sognando di andare in America e diventare ricco e famoso.
Lo diventò davvero
e chissà se immaginava che sarebbe
stato per sempre " un Vagabondo"
...ma il più
grande di tutti i tempi. Il suo nome era Charlie Chaplin.
E ancora, andando indietro nei secoli, avrei potuto incontrare re Artù,
Merlino, Lancillotto o magari Robin Hood venuto in città a sfidare
l'usurpatore di Riccardo Cuor di Leone.
E il piccolo Lord giocherà ancora nel castello del nonno?
Comunque, il personaggio più vicino a noi che mi viene in mente
è
"qui Londra, vi parla Sandro Paternostro".
Scusate, mi sono lasciata trascinare, ma mi accorgo ora che Londra,
l'Inghilterra è stata la patria dei più vari e favolosi
personaggi che sono un patrimonio per tutti.
Ma anche i londinesi che sembrano volare in alto per orgoglio e tradizione,
a volte scendono a terra e diventano comuni mortali, fra l'altro di
una encomiabile cortesia.
Ci sono tanti pregiudizi un po' su tutti i popoli
i francesi sono
nazionalisti, i tedeschi troppo inquadrati, gli inglesi snob
.c'è
del vero certo, ma io non ho trovato ovunque che persone molto disponibili.
Stavolta, dato che ormai avevo quasi dimenticato le circa venti parole
di inglese che conosco, è stata dura. Le richieste erano quasi
continue. Tutti si sono fermati, hanno dato lunghe risposte e, ai miei
gesti di sconforto quando non capivo proprio un' acca, spesso mi hanno
perfino accompagnata per un tratto di strada. Devo dire che, a un certo
punto, per non apparire troppo importuna, dopo la seconda spiegazione
preceduta da un "scusi non ho capito, può ripetere ?"
.pur
non capendo di nuovo assolutamente nulla facevo un luminoso sorriso
di comprensione
OK
"that's all right!". Tanto per
farli contenti.
C'è una cosa che forse non dovrei dire, ma dovete sapere che
ho continuato per giorni a fare domande di questo tipo.."excuse
me, save you where is
.?", con l'intenzione di dire "mi
sa dire dove
?" e invece stavo dicendo "scusi, mi salvi,
dove
?" (che in fondo in fondo però aveva un ché
di verità). La mia salvezza dipendeva da loro ed erano troppo
cortesi per sgranare lo sguardo o fare un piccolo cenno di divertito
compatimento. Anche qui comunque ho fatto la mia bella figura.
Bisogna dire che a me piace tanto fermare la gente, ancora di più
se la richiesta è semplice, come quella di una foto. Quasi sempre
è uno scambio di favori.
Una compagnia di giovani, dopo che gli ho chiesto una foto, mi ha catturata
e ho avuto il piacere di ricambiare. Praticamente tutti volevano apparire
nella foto, fatta ognuno con la propria macchina. Me ne sono prese non
so quante e ho fatto scatti a ripetizione. E' stato divertente.
Alcuni addirittura, prima di scattare, dicevano pure "one
two
three
."
E' molto buffo non l'avevo mai sentito
..mancava solo il "cheese"
finale.
Tanto per cambiare argomento, se vogliamo parlare del tempo, "purtroppo"
il meccanismo si è inceppato. Io che aspettavo le grigie e piovose
giornate londinesi ho trovato sole e persino un caldo non indifferente
(tutto compreso nel prezzo).
Però forse per non lasciarmi questo rimpianto, la tradizione
è stata rispettata. Mi è stato concesso molto più
di quanto pensavo. Alcuni giorni piovosi, freddissimi e ventosi
.forse
anche un po' troppo direi. Ma non si può avere tutto.
Anzi direi che è stata un'esperienza molto simile alla sauna
finlandese. Caldo - freddo. Solo gli inglesi appaiono imperturbabili
col sole o col freddo, nei loro vestiti leggeri a camminare nei prati
quando la gente normale si fornisce di giacche a vento e dopo sci.
Una cosa che mi ha veramente scioccata è stata il vedere, l'ultimo
giorno, quando la pioggia cadeva a dirotto, che la maggior parte della
gente di tutte le età non portava l'ombrello, ma camminava a
passo normale, lasciandosi inzuppare con estrema indifferenza. Nessuna
corsa per mettersi al riparo o passare fra goccia e goccia,
Evidentemente per loro la pioggia è un evento talmente naturale,
che sono arrivati ad ignorarlo. Certo che gli inglesi, bisogna lasciarli
stare, sono unici nel loro genere.
E del resto una Londra tutta sole, pizza e spaghetti non ci sta proprio.
Ma dove trovare, se non in quei cibi così familiari e bramati,
un po' di conforto al povero, disgustato palato? Qui tutto va bene purché
sia un ignobile miscuglio di cibi innominabili. In questo almeno gli
chef francesi battono Londra 99 a 1.
Ora, se vi interessa, ma anche se non vi interessa, potrei intrattenervi
su due o tre momenti di difficoltà che ho incontrato.
Naturalmente non poteva mancare la visita al Museo delle Cere che è
veramente impressionante, non solo per la somiglianza dei personaggi
(a volte scarsa) con l'originale, ma per la veridicità della
persona stessa.
Vi giuro che è impossibile distinguerli da quelli veri. Questo
disorienta molto. Mi è capitato di avvicinarmi a un poliziotto
per chiedere un'informazione e fermarmi perplessa a due passi da lui.
Poteva benissimo essere immobile
oppure no
.neanche dagli
occhi si capiva. Ho preferito non rischiare. Infatti ho riscontrato
che era un falso.
E' una realtà virtuale dove ti muovi e sfiori continuamente esseri
che si confondono con altri che, in più, hanno solo il respiro.
Da Bogart a Hitchcock. La Taylor e John Wayne, Sinatra e i Beatles,
Chaplin e Marylin, Elvis e Sean Connery e poi il favoloso Indiana Jones.
Ma la parte forse più impressionante è quella dei politici,
dei potenti. Mi trovo accanto Gorbaciov, Arafat, Ghandi, Mandela, Lenin
e Lincoln come se fossi finita in mezzo a secoli di storia. Poi la famiglia
reale inglese, che ormai ci ha già stufato e naturalmente nessun
politico italiano. Infatti "che c'azzecca?".. come direbbe
qualcuno. Gli unici Italiani sono il Papa (anzi nemmeno lui) e Pavarotti.
Contentiamoci.
Avevo giurato a me stessa che non avrei visitato la sala degli orrori,
ma l'attrazione era forte. Devo dire che l'atmosfera che hanno creato
è terrificante davvero. Non soltanto per i decapitati, i torturati,
gli impiccati, gli scheletri e tutto quel sangue, ma perché si
entra in un tunnel oscuro, quasi camminando a tentoni
tutto è
di pietra, il pavimento è sconnesso, buio quasi totale. La nebbia
sale dal basso come nei bassifondi dei film del terrore
..tipo
Jack lo Squartatore mentre arrivano suoni orribili di lamenti, di passi,
ghigni soffocati.
Confesso che, siccome sono entrata da sola (in quel momento non c'erano
altri visitatori), m'è presa veramente una paura notevole. A
un certo punto ho pensato "che faccio?
vado avanti, chiudo
gli occhi o torno indietro urlando?".
Ho completato la mia prova di coraggio e me la sono rapidamente svignata.
Lì accanto c'è il Planetarium e qui è cominciata
la mia odissea
chiedevo e chiedevo (col solito sottile sospetto
se l'interlocutore fosse vero o no) e ognuno di loro si sbracciava in
lingua ostrogota a darmi indicazioni completamente diverse. Non so quante
volte mi sono ritrovata a fare inutili, sconfortanti giri che mi riportavano
sempre allo stesso punto. Alla fine un ultimo pietoso guardiano a cui
quasi piangendo ho confessato "Excuse me
is impossible exit!"
.il
gentile giovanotto per evitare che ritornassi per l'ennesima volta a
scocciare, ha capito che la soluzione del problema consisteva nell'accompagnarmi
di persona nella direzione che, in realtà, nessuno mi aveva ancora
indicata. E poi non c'era nessun cartello!
Sarebbe spaventoso rimanere lì chiusi in mezzo a quelle statue
mezze morte, o forse vive
Una, vi giuro, mi è sembrato proprio
che muovesse gli occhi
.un boia giacobino con un ghigno orribile
che mi fissava anche quando mi spostavo.
Finalmente fuori da lì, lo splendido spettacolo del Planetario
dove, seduti in un grande teatro siamo immersi nell'atmosfera delle
stelle e delle galassie con una impressionante vivezza, specie quando
ti sembra di essere proiettato come un'astronave, a velocità
impazzita, in un percorso fantasmagorico. Mi ricorda la scena di Indiana
Jones su quel carrello che corre velocissimo nel tunnel del tempio maledetto.
La musica che accompagna il tutto è quella bellissima di "Balla
coi lupi".
La seconda disavventura di cui vi dicevo è accaduta nel metro.
Già disfatta da una giornata molto faticosa, trovo un posto libero
e mi siedo. Finalmente! Ci sono solo quattro fermate e poi mi aspetta
la doccia, un pasto (chiamiamolo così) e il letto. Dopo la seconda
fermata, arriva un lungo messaggio in lingua indigena che mi incuriosisce
"chissà se è una cosa importante?". La situazione
comincia a diventare allarmante quando tutti scendono e vedo che le
vetture rimangono completamente vuote, tranne me che sto lì come
un baccalà. "Oddio no
ma che succede?".
Così mi accodo agli altri e poi, per capire qualcosa di più,
chiedo a una donna poliziotto.
Ma capire non è esattamente l'espressione giusta
.mi sento
perduta di fronte a un profluvio di spiegazioni ripetute pazientemente
tre o quattro volte, finché mi metto le mani nei capelli "help
me"
a quel punto la mente si apre e finalmente capisco.
La vettura del metro è guasta e ci trasferiamo in superficie
su un bus di soccorso.
Questo dimostra che a volte il caso fortuito crea dei miracoli. Quante
volte, vedendo passare quei meravigliosi bus rossi a due piani avrei
desiderato salirci. Ma non riuscivo mai a capire dove andavano ed era
troppo rischioso ritrovarsi poi chissà dove. Ed ora ecco che
questa occasione mi viene presentata su un piatto d'argento. Dalla disperazione
al desiderio esaudito!
Mi dovete scusare, ma penso di aver fatto un po' di confusione, passando
da un argomento all'altro così come mi veniva alla mente, ma
Londra mi ha messo in subbuglio. Le emozioni, le sollecitazioni sono
state talmente tante che non sono più in grado di riordinarle.
Lascerò così che affiorino una per una come succede per
i ricordi che a tratti aprano immagini vissute davanti agli occhi della
mente.
Non ho ancora detto niente di tutti i monumenti classici che fanno di
Londra quella che è.
Indovinate la prima cosa che ho cercato?
il banalissimo e scontato
Big Ben.
Chi avrebbe immaginato che fosse così perfettamente inserito
nella piazza del parlamento, con quelle meravigliose guglie gotiche
che ricamano i tetti fra terra e cielo.
Quando mi sono vista proprio sotto e ho guardato in alto quel mitico
orologio, dentro di me gridavo piano.. "sono a Londra
ci sono
eccomi
qui
sono io!"
Un altro avvenimento che a Londra non si può perdere è
il Cambio della Guardia a Buckingham Palace. Certo che, arrivandoci
dall'ampio, imbandierato the Mall, appare laggiù in fondo come
un miraggio da favola. Io sono arrivata di lato ma il colpo d'occhio
è stato grandioso. Direi che qui si assapora e si respira il
massimo della tradizione e della forma, in una cerimonia perfetta come
una macchina con tutti gli ingranaggi ben oliati.
Se penso che questo avviene ogni giorno da secoli, mi chiedo come possano
farlo per ore, sempre allo stesso modo con lo stesso convinto rigore.
Per chi, come me, assiste per la prima volta è una festa. Io
arrivo col mio solito anticipo
.circa un'ora e mezza. Dicono che
si devono prendere i posti per tempo e infatti, vista la splendida giornata,
minuto dopo minuto la folla si ingrossa e riempie l'ampio cortile, davanti
a quelle superbe cancellate con le due solite guardie rosse immobili
sotto il loro alto colbacco, che compiono rituali movimenti ogni circa
cinque minuti.
Stavolta c'è un sole a picco così caldo da cuocere il
cervello. Cerco di ripararmi il più possibile all'ombra, poi,
quando tutto sembra imminente, riesco con noncuranza ad avanzare e infiltrarmi
fra la gente e raggiungo indisturbata la prima fila.
Qui, se qualcuno cerca di fare il furbo e di andare troppo avanti, non
ha vita facile. Passano di continuo poliziotti a cavallo che, se fai
tanto di spostare un piede di dieci centimetri oltre il limite stabilito,
ti strapazzano con ordini secchi e perentori. Uno di loro in particolare,
un poliziotto di colore, pare il più burbero e severo. Non concede
nulla. Nulla sfugge al suo sguardo. Dentro di me penso che sia il più
antipatico. E' l'unico che grida e mette tutti in riga. Poi si ferma
proprio davanti a me. Io mi faccio piccola piccola e stretta, ritirando
il mio piede di qualche colpevole millimetro. Il suo cavallo mi sta
a dieci centimetri. E' un animale stupendo, vorrei carezzarlo ma non
oso, dato chi lo cavalca. Qualche bambino in fretta allunga la mano
e gli tocca la coda.
Accade che quell'odioso poliziotto comincia a parlare con la folla ed
evidentemente spiega lo svolgimento della cerimonia. Ora appare più
umano. Credo che parli di sé, che faccia battute, perché
tutti ridono e fanno domande. Si crea un feeling particolare fra la
gente e quest'uomo che ora scopro avere una faccia simpatica e sorridente.
Si diverte a divertire. Io non ho il coraggio di guardarlo perché
temo che pensi, dato che non rido alle sue battute che ce l'abbia con
lui. Solo che non capisco un cavolo, ma non posso stare neppure troppo
seria perciò ogni tanto lo guardo e lancio un sorriso di intesa.
Quelli che sembravano preliminari imminenti durano un'altra mezz'ora.
Il caldo è forte, cerco piccoli spazi d'ombra dietro persone
più alte di me che mi nascondano il sole come un'eclissi.
Finalmente si sentono lontano rullare i tamburi e arriva maestosa e
trionfante la sfilata della banda e delle guardie della regina.
L'inno inglese, quel bel rosso fiammante delle divise, il nero dei colbacchi,
il luccichio dorato degli strumenti e delle spade crea un'immagine indimenticabile.
Sono pochi minuti in cui ti senti parte di un rito collettivo, forse
inutile, ma di grande bellezza
e qualcosa brulica dentro. Ancor
più al passaggio del corpo delle guardie a cavallo, con bellissimi
destrieri ed elmi dorati, piumati bianchi e rossi.
Signori, questo sì che è stile! Cerimonia impeccabile.
Ne valeva la pena.
Ho dimenticato di dire che dal mio letto ogni giorno vedo l'alba, cosa
che non mi è mai successa a casa mia ed è stupendo. Un
giorno mi sono svegliata con davanti i raggi di un bel sole che però
mi ha ingannata. Sono uscita allegra e pimpante per visitare la Torre
di Londra. Arrivata col mio solito anticipo, ho visto che improvvisamente
le nubi cominciavano a oscurare il sole e soprattutto ho sentito che
la temperatura era scesa vicino allo zero e tirava un vento gelido da
tagliare le orecchie.
Nonostante che, dopo venti lunghissimi minuti fossi quasi un ghiacciolo,
mi ha scaldato il cuore la vista del London Bridge. E' così semplice
e così straordinario. Torri gotiche di stile antico traversate
da moderne campate metalliche, bianche e azzurre che ricordano un po'
il famoso ponte di New York, quello che si vede dalla altrettanto famosa
panchina del film Manatthan.
Il tutto è come guardare una cartolina viva o entrare in una
foto.
Quando finalmente la Torre apre, ci accolgono i caratteristici Beefeater,
i guardiani della Torre che da secoli portano quella pittoresca divisa
nera e rossa con quello strano copricapo. In effetti in molti luoghi
di Londra non sai mai se sei nel presente o nel passato.
Anche qui arriva la mia solita, magra figura.
"Dove vendono i tickets?"
All'ennesimo tentativo
di spiegazione fallito, un maestoso Beefeater in alta uniforme mi scorta
di persona. E la fila, al solito, è già lunghissima. Mi
metto al mio posto preferito
in fondo.
Gli abitanti tipici della Torre, oltre ai Beefeater sono, non delle
persone, ma semplicemente cornacchie. Non so perché, ma questo
da sempre è il loro regno. Non temono nulla. Camminano fra le
gambe, ignorando ormai i visitatori e, gracchiando, danno il loro benvenuto.
Io ho trovato che erano enormi, come un tacchino rispetto a un pollo.
Forse le nutrono esageratamente o forse sono semplicemente una razza
superiore, regale.
Ora, a parte che in queste torri ci sono più che altro ricordi
di prigionie, condannati a morte, esecuzioni (basta ricordare Maria
Stuarda), la loro fama deriva dal fatto che, nella torre bianca, quella
centrale, è conservato il tesoro del trono d'Inghilterra.
Infatti i poliziotti all'ingresso esaminano tutti da capo a piedi per
evitare sorprese.
Che so
. qualcuno magari potrebbe avere con sé un martello,
una mazza da golf, per sfondare le teche di vetro, o una bomba al plastico,
più pratica e sbrigativa, o bombole di gas per addormentare i
custodi
..e così via.
Se fossi Arsenio Lupin però, riuscirei lo stesso a ingannare
i controlli e fare un bottino favoloso.
C'è da rifarsi gli occhi a guardare tutto quel profluvio di ori,
diamanti, zaffiri, smeraldi, rubini che riempiono sale intere, e molte
di queste si sono posate su infinite teste coronate.
Teste che, a volte, sono cadute (recuperando prima la corona, che si
poteva sporcare di sangue) o che avrebbero fatto miglior figura se,
invece di farsi incoronare, si fossero date all'ippica. Cosa che in
effetti facevano già.
Ad ogni incoronazione - è chiaro - serviva una nuova corona
."My
God!
.ma che cos'è questo orrore?
..non vedete che
ormai è passata di moda
..mettetela pure nell'armadio
.non
posso fare la figura di uscire con la stessa corona del mio predecessore".
Ma il bello è che in realtà queste numerose corone sembrano
tutte uguali. La differenza forse sta solo in una perla in più,
o nella piega più stretta della stoffa. Fatto sta che in due
sole stanze ci saranno miliardi e miliardi di valore. Mai che ci sia
una svendita o un riciclaggio.
L'unica cosa certa è che qui fanno proprio tutto in grande!
Finora ho parlato di tante cose, la cui vista mi ha dato emozione e
piacere, ma c'è, anche in questo vissuto, un gradino in più.
E cioè tutto quello che non solo emoziona, ma procura una vera
beatitudine, uno stato particolare che fa sentire fuori dal tempo, come
in un'altra dimensione dove ci si può perdere, col desiderio
che quel momento duri per sempre.
Parlo ad esempio dei parchi di Londra.
E' impossibile descrivere a chi viene come me da una città dove
il verde si riduce a un bel mini giardino qua e là, che cosa
si prova quando lo sguardo spazia all'infinito nel verde. Ecco, qui
ho pensato, "Londra è rossa fuori ma verde dentro".
Si può camminare quasi due ore per viali di cui non si vede la
fine o in quei prati enormi, soffici, verdissimi con alberi dal tronco
e la chioma gigantesca. Le sole cose che restano sono, semplicemente
.respirare
e guardare.
Lì la gente vive e si rilassa, li attraversa prima di andare
al lavoro, fa jogging, ginnastica, sulle panchine legge libri, scrive
oppure si sdraia in mezzo all'erba a prendere il sole.
Era anche a questo che mi riferivo quando parlavo di flemma inglese.
Io credo che la natura influisca sul carattere delle persone. Forse
dove c'è tanto verde è più facile recuperare pace
e tranquillità, dando tregua al caos della giornata.
Io , Hyde Park, l'ho "vissuto" davvero come un miracolo. Ho
assaporato questa beatitudine di poter guardare anch'io verso l'infinito
dove ogni tonalità di verde tocca una corda diversa del cuore.
Ho respirato
mi sono sdraiata fra gli alberi per aderire alla terra,
carezzare l'erba fresca, guardare le nuvole e ringraziare Dio di questa
abbondanza di meraviglie. E succedeva che, mentre chiudevo gli occhi
tra foglie e cielo, sentivo gli uccelli che volavano e cantavano intorno.
Poi uno scoiattolo mi è passato accanto, così vicino come
non l'avevo mai visto. Trattenevo il respiro e, senza paura, ne è
passato un altro, poi un terzo
.Cip, Ciop e Ciap.
Si fermano per un attimo ritti sulle zampe posteriori, immobili e attenti
a ogni rumore, poi, più in fretta delle lepri, corrono via facendo
oscillare la loro morbida e lunga coda.
Nei giardini di Kensington ho cercato Peter Pan. Ci sono voluti tre
giorni per trovarlo.
Chiedevo e nessuno era sicuro, tutti mi mandavano di qua e di là
.alla
fine di fronte a un laghetto pieno di uccelli acquatici, è comparsa
quella statua.
Ma sappiamo bene che Peter Pan non è lì
vola
via, non vuole stare sulla terra
l'eterno bambino torna all'Isola
che non c'è
.e a noi lascia un bambino di pietra per ricordarci
che lui esiste.
Fra i tanti simboli di Londra ce n'è un altro che mi ha provocato
la beatitudine di cui parlavo. L'abbazia di Westminster.
Io ce l'avevo già un po' negli occhi e nel desiderio quando la
vedevo nei film
quelle cerimonie di incoronazione
.i
cori splendidi dei cantori e delle voci bianche.
Una storia soprattutto mi ha sempre appassionato. Quella del "Principe
e il povero". Era bello quando si arrivava alla scena finale e,
nell'abbazia di Westminster, il vero piccolo re arrivava, all'ultimo
momento, a salvare l'amico straccione da un non molto invidiabile destino
regale.
Quando sono entrata, anche qui accolta dai guardiani in cappa rossa
(guarda caso..), sono rimasta per un po' immobile a bocca aperta e gli
occhi in su a guardare lo splendore del soffitto della navata centrale
bianca e intarsiata come da mille ricami
e la bocca poi non
si chiude più.
In uno dei transetti laterali, scranni in legno scolpito portano, sopra
di loro, ognuno un'armatura da guerriero
.sull'elmo il simbolo
della casata e, al di sopra ancora, un enorme stendardo col proprio
stemma nobiliare. Il colpo d'occhio è notevole. Queste insegne
che troneggiano in alto sono così grandi che entrando, in prospettiva,
è tutta una serie di colori e immagini sgargianti che si inseguono
in alto sullo scuro dei sedili di legno.
Al centro c'è, sopra un tavolo, un grande specchio. Un'idea grandiosa
se
uno si affaccia vede in contemporanea il bianco intarsio, capolavoro
della volta, che si riflette sulla sequenza inesauribile di quelle stoffe
dipinte e ricamate.
La Sala del Coro è, in modo completamente diverso, altrettanto
suggestiva.
Anche qui scranni severi di legno lavorato e, a fianco di ognuno, una
lampada simile a una torcia che diffonde un morbido colore rosso e giallo.
Di fronte un magnifico altare, a sbalzo dorato.
Quando ero lì in mezzo con, da un lato nella penombra quelle
luci sfumate, dall'altro quelle brillanti delle altissime variopinte
vetrate, non sapevo dove guardare. Alla fine mi sono seduta e finalmente
ho potuto contemplare il tutto in pace.
Queste due esperienze sono state per me così straordinarie che
le posso paragonare solo ad altre due. La visita alla Sainte Chapelle
di Parigi e la navigazione sui fiordi di Norvegia.
In tutti questi casi ho fatto il bis. L'ultimo giorno è sempre
per me un ritorno, prima dell'addio, a qualcosa che si vorrebbe poter
portare con sé.
Quando ho rivisto Westminster, oltre a gustarmela con più calma,
ho fatto una scoperta che la prima volta avevo ignorato. Cioè
che all'interno sono sepolti moltissimi personaggi importanti.
Mi è capitato, camminando, di leggere davanti ai miei piedi -
"Charles Dickens". Mi sono sentita commossa. Come mi piacevano
le sue storie! Le ho lette e rilette tante di quelle volte! E' ora è
così vicino che posso dirgli grazie.
Accanto a lui Kipling
..e come non pensare a Kim? Era così
affascinante questo ragazzo coraggioso
..l'India misteriosa
.il
santo vecchio alla ricerca del fiume della vita!
Ogni nome fa passare davanti agli occhi della mia mente tante pagine
di libri sfogliati e consumati o le immagini di film indimenticabili.
C'è un'infinità di storie che mi porto dentro e mi hanno
riempito la vita.
Ecco le tre sorelle Bronte e, accanto a loro, ci sono le brughiere dove
vaga, in cerca del suo amore, il misterioso e disperato Heatcliff di
Cime Tempestose
.o il castello dove la dolce e fortissima Jane
Eyre segue il suo affascinate destino.
Leggo anche Carl Lewis Carrol e subito sento dietro di me i passi di
Alice che corre indispettita inseguendo il cappellaio matto.
E poi
..bisogna inchinarsi davanti a Shakespeare, "il mito"
.il
re di tutte le tragedie e, poco lontano da lui, Lawrence Olivier, come
per rendergli eterno omaggio recitando i suoi versi.
Mentre uscivo ho visto un'altra lapide che portava il nome di Livingstone.
Dentro di me è scattata la famosa frase "Mister Livingstone
i suppose?". E infatti era proprio lui, il missionario esploratore,
perso e ritrovato in circostanze avventurose.
Westminster è una chiesa, è vero, ma dà piuttosto
l'idea di un monumento, di un gioiello da osservare e non usare. In
più c'è che il fatto che i protestanti non celebrano la
messa e per me questo sminuisce molto il senso del sacro.
Infatti ho sentito il bisogno, come in tutti i paesi che ho visitato,
di assistere alla messa domenicale. Per caso appena arrivata, proprio
a poche centinaia di metri dal mio albergo, ho notato, quasi nascosta
fra tanti negozi, la facciata di una chiesa. Era cattolica e così
ho deciso che sarei andata lì.
Sono arrivata un po' prima delle otto del mattino, mi sono trovata in
un luogo molto particolare. La struttura della chiesa, piuttosto piccola,
era circolare, anzi un emiciclo con due piani. Non avevo quasi mai visto
una chiesa così. Ma quello che mi ha emozionato è stato
vedere come, nonostante l'ora, poco a poco i posti si sono riempiti,
forse quasi sessanta, settanta persone. E nessuna uguale all'altra -
di tutte le razze voglio dire. Neri, cinesi, arabi. filippini, polacchi
e io. Ognuno aveva a disposizione il foglio delle letture tradotto in
ogni lingua.
La celebrazione mi ha particolarmente toccata, sia perché, pur
non potendo capire, cercavo, con quelle poche parole conosciute, di
seguire il loro ritmo nella mia lingua, come una traduzione simultanea.
Mi è sembrato bello che ognuno pregasse nella sua lingua
e
mi ha contagiato il silenzio e il fervore con cui tutti assistevano
e si inginocchiavano profondamente.
Mi ha commosso e mi ha fatto un po' vergognare. Ho pensato che è
proprio dove la chiesa cattolica è in minoranza, che può
accogliere i più diversi e si mostra più unita e fervida,
perché è piccola e si sente fiera di dare testimonianza,
come i fedeli della chiesa primitiva.
Dove invece la religione è un fatto scontato è più
facile che prevalga l'indifferenza e l'abitudine. Il sacerdote alla
fine ha invitato i fedeli a prendere in caffè insieme. Questo
è bello
ogni piccolo segno crea comunità.
E così, dopo la visita bis a Westminster, ho voluto chiudere
proprio qui la mia esperienza londinese. O meglio non l'avevo deciso
ma, di nuovo me la sono trovata sulla strada cercando un ristorante
per mangiare.
Per fortuna era aperta. Dentro c'era il solito sacerdote e due uomini
inginocchiati a pregare. Il tempo è passato e quasi non me ne
sono accorta, lì in quel silenzio, con la pioggia fuori che mi
dava l'ultimo saluto di Londra, ho concluso questo viaggio.
A scriverlo mi è parso lunghissimo e mi rendo conto di come in
pochi giorni ho accumulato una miriade di immagini, di emozioni, di
esperienze.
Nella "Perfida Albione", come, durante la guerra, veniva chiamata
l'Inghilterra, io invece ho scoperto una nuova, cara, stravagante amica
e, dato che ormai mi sento un po' inglese anch'io
.
GOD SAVE THE QUEEN AND SAVE ALL THEESE MEMORIES IN MY HEART !
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