E' quasi sera quando l'Airbus della compagnia del Qatar inizia l'atterraggio
su Khartoum, la capitale del Sudan. Cerco di affacciarmi al finestrino, mi
piace osservare le città dall'alto, ma sotto di me faccio fatica a
intravedere le vie della città, c'è un grande polverone, l'aereo scende un
po' ma poi deve risalire, scoprirò poi che durante la fase di atterraggio
sulla capitale imperversava una tempesta di sabbia. Cambia solo il colore,
per il resto è come quando a Milano c'è la nebbia.
Si gira sopra l'aeroporto per ancora venti minuti, poi si atterra senza
difficoltà.
Dopo le brevi formalità doganali raggiungo il mio autista che mi sta
aspettando subito dopo i cancelli degli arrivi, una stretta di mano e siamo
subito in auto diretti verso l'albergo nel centro di Khartoum.
La Capitale è un insieme di strade polverose tagliata in due dal Nilo che la
attraversa da nord a sud, il bazar è animato e ricco di colori, anche il
museo nazionale è interessante, ma la mia mente è già proiettata verso il
grande deserto che mi aspetta.
Si percorre il nastro di asfalto per un centinaio di chilometri in direzione
nord attraversando il villaggio di Tam Tam, poi, finalmente è sabbia. Si
entra in un deserto "abitato", si è nella sabbiosa vallata del Wadi Milk ed
ai pozzi è facile incontrare gruppi di nomadi con le loro bestie. Questi
nomadi vivono in tende costruite da un'intelaiatura di rami coperte da
stuoie. Il rapporto con questa gente è molto piacevole, dimostrano un
profondo senso dell'ospitalità e, nei limiti di una povertà evidente,
offrono quello che hanno a loro disposizione. Non siamo nel deserto degli
uomini blu ma questo deserto ha ugualmente il potere di trasformarci
facendoci sentire altre persone. E' una terra affascinante che, secondo me,
appartiene a ogni uomo; è veramente dentro di noi e quando sei lì, hai come
la sensazione di conoscerla da sempre, di esserci già stato, tutto ti sembra
diverso, oppure antico, in qualche modo già conosciuto.
Nel deserto è possibile "gustare" un paesaggio sconfinato, a volte crudele,
in parte inesplorato. Qualche ciuffo d'erba , qualche cespuglio ingiallito
dal sole, qualche piccolo rettile, i dromedari che corrono all'orizzonte, il
paesaggio è lunare, non si riesce a vedere oltre l'infinito, forse sta
proprio qui l'inquietudine che noi viaggiatori del "nulla" abbiamo dentro,
l'inconscia spinta alla ricerca della "novità", il desiderio di andare al di
là delle cose e bucare il muro dell'invisibile. Andare verso il mare di
sabbia vuol dire cercare il contatto diretto con la natura e con l'uomo che
la abita, contatto che, in una società come la nostra soffocata dal
consumismo e stimolata solo dalla sete di progresso, non è più possibile
avere, perché qui è tutto calcolato, tutto è programmato, il tempo, i
minuti, i secondi sono diventati degli idoli da rispettare. Nel deserto la
proporzione della natura è predominante, è la natura stessa che vince su
tutte le tentazioni di sostituirla a qualcosa d'altro, rimane lei l'unica
interpretazione possibile per un contatto che qui rimane esclusivo tra gli
elementi naturali e l'uomo.
Il viaggio continua in direzione nord in un'area desertica grande circa due
volte l'Italia che raggiunge il confine con il Chad a ovest e l'Egitto a
nord, un percorso completamente fuori pista non attraversato da nessuna
strada o da piste cammelliere, è un deserto totale.
Si viaggia con un occhio sul terreno e uno sul gps per l'intera giornata,
poi, quando il vento che ha accompagnato tutta la giornata cessa il suo
urlo e la sua rabbia, quando il caldo si mitiga, quando tutto si distende,
ovunque regna una grande pace come se, elementi e uomini volessero rifarsi
dopo la grande battaglia del giorno e del sole. Il tempo passa non turbato
dalla fretta né dall'orologio. Nessun impegno mi assilla, nessun rumore mi
disturba.
Mi sazio così, in silenzio, mentre nel cielo si accendono le stelle. Pochi
spettacoli della natura sono così puri come un mare di dune sotto il cielo
stellato. Sabbia e cielo separati solo da un tratto di linea orizzontale,
nient'altro.
Dopo cinque giorni di "nulla" si raggiunge la cittadina di Dongola, il più
importante centro abitato sul Nilo delle regioni del nord. E' l'occasione
per controllare i mezzi provati dalle sabbie roventi e dalle buche del
deserto nonché per rifornire le nostre scorte alimentari. Solo una breve
sosta, il traghetto per attraversare il Nilo ci sta già aspettando.
L'attraversamento del fiume è un momento molto interessante che permette di
vivere a stretto contatto con la gentilezza e la disponibilità del popolo
sudanese.
Il viaggio prosegue sulla pista che costeggia il Nilo, è un susseguirsi di
villaggi alternati a meravigliosi siti archeologici, in questa zona si
trovano i più importanti templi della civiltà nubiana. La visita a queste
meraviglie è anche l'occasione per incontrare gli abitanti del luogo, è
piacevole parlare con loro, scattare qualche fotografia ai bambini che
timidamente si mettono in posa. Negli altri paesi musulmani le donne si
coprono il volto, qui in Nubia, invece, sorridono allo straniero e a volte,
anche se con discrezione, chiedono di essere fotografate.
Le donne nubiane vivono dedicate alla famiglia in un nucleo familiare
allargato dove insieme agli anziani si ritrovano con i più piccoli in un
intreccio solidale di parentela, cugini, nipoti, zii, nonni. Con silenzioso
consenso assecondano i desideri dei loro uomini, di cui condividono la vita
con altre mogli; accudiscono i vecchi del gruppo con doveroso affetto,
allevano i bimbi, peraltro sempre numerosi, porgendo la loro fiducia nel
giorno che verrà.
Le donne nubiane le incontri in casa, intente a cucinare, a rassettare il
cortile con quelle scope un po' corte che impongono al corpo di chinarsi
fino quasi al pavimento.
Si muovono quasi volando con passi veloci, talora a piedi nudi, altre volte
indossando ciabatte leggere, ma non disdegnano sandali di foggia occidentale
che pongono in mostra le loro caviglie ornate che danno flessuosità al loro
incedere.
Vivono il loro destino di donna nella maternità e curano il loro corpo in un
desiderio femminile di seduzione. Si vestono con drappi leggeri e colorati,
dal giallo al verde, al porpora, all'indaco, al blu.
Il capo è coperto, sia per osservanza alla religione islamica, ma anche per
ripararsi dal sole e dalla sabbia e, quando il movimento talora con la
complicità del vento, fa scivolare il velo, le mani ed il corpo si muovono
in un magico gioco alchemico per trattenersi.
Amano adornarsi, quelle socialmente più ricche prediligono l'oro in fogge
ornamentali che ripropongono disegni geometrici o floreali, quelle meno
abbienti usano monili con ossi di animali o pietre.
Le donne nubiane sono spesso in compagnia di altre donne, insieme vanno alle
funzioni religiose e vivono momenti di complicità mentre si decorano le mani
e i piedi con l'Hennè. E' questo un rito che può richiedere svariate ore e a
cui le donne piace dedicarvisi nella postazione più fresca del cortile, è un
momento di aggregazione durante il quale si parla delle proprie cose, mentre
la decoratrice inventa con rapida velocità, come ispirata dal vento,
complessi motivi che rispecchiano gusti personali, usanze, funzioni
scaramantiche e rituali. In questi incontri, spesso, vengono combinati
matrimoni tra diverse famiglie. Per le ragazze nubiane il matrimonio è
l'evento più importante della vita, in questa giornata lei sarà al centro
dell'attenzione, cosa che non capiterà mai a una donna. Durante la giornata
delle nozze, la sposa sarà decorata con l'hennè, truccata e pettinata per
apparire più bella agli occhi del suo sposo. Il corpo della ragazza , prima
delle nozze, viene per la prima volta completamente depilato e tale verrà
mantenuto in seguito. La depilazione viene eseguita da una donna che
esercita questo mestiere e che, per l'occorrenza, usa polveri e cerette.
Gli occhi delle donne sudanesi sono misteriosi e penetranti, a volte, grazie
all'uso del cohol, applicato sul bordo delle rime palpebrali, li rende
ancora più profondi e lontani. Le più giovani si muovono silenziosamente e
noi, come timidi spettatori colpiti dall'intensità della luce che accende i
colori, dal soffio dl vento che domina ogni cosa, dagli odori che si
spandono nell'aria, rimaniamo sospesi in questo tempo antico.
Prima di ritornare a Khartoum, ci aspetta un altro deserto, è quello del
Bayuda, famoso per le sue tempeste di sabbia improvvise. Sono solo trecento
chilometri, ma la pessima condizione della pista e il costante vento rendono
la traversata molto difficile. Ci vogliono due giorni per attraversarlo e il
pensiero di un'altra notte da passare nel deserto riaccende la mia fantasia
e la mia voglia di solitudine. E' una bella notte stellata quella che mi
attende, non riesco a chiudere occhio, esco dalla tenda, guardo il cielo e
raccolgo una manciata di sabbia, la faccio scivolare tra le mani in una
sorta di ringraziamento. Camminare sui granelli di sabbia che non temono
nulla mi rende felice, questa terra deserta e sconfinata sfugge al mio
sguardo come carezza impalpabile.
Arriva l'alba in un attimo, si deve ripartire in direzione di Meroe. La
Necropoli reale di Meroe si trova su una collina a tre chilometri dal Nilo
coronata da oltre venti piramidi, alcune delle quali in ottimo stato di
conservazione. Il viaggio volge al termine, una corsa sul nastro di asfalto
che tutti chiamano la "Bin Laden road" (pare sia stato lui a farla
costruire) e rieccomi a Khartoum, solo il tempo per una doccia e sono già in
aeroporto.
I controlli in uscita dal Sudan sono severi e l'attesa nella sala passeggeri
sembra interminabile nonostante il duty-free sia ben fornito di bibite. Si
decolla nello splendido scenario del tramonto, il paesaggio che appare dai
finestrini dell'aereo si tinge di arancione, i ricordi nella mia mente
scorrono veloci: le oasi, i profumi, il vento gelido della notte e quello
caldo del giorno, i contrasti di colore, i volti della gente incontrata, gli
occhi misteriosi di quella ragazza che forse si chiamava Jasmine...
Il mio sguardo è incollato al plexiglass del finestrino, sto ancora vivendo
il mio viaggio o forse sto sognando, non so... sento dei passi vicino a me
e una voce, "sorry, coffè or tea", beer, thank you!
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