Di Marco Brando
Da Ginosa a Campomarino: dal lusso al panino in spiaggia
«E mo'? Speriamo che dall'altra parte ci sia
più vita», dicono due turisti dalla cadenza laziale,
sotto il sole a picco di mezzogiorno. La Puglia
comincia duecento metri più in là, oltre un vecchio
ponte abbandonato e il cavalcavia della
Statale Ionica, proveniente dalla Calabria. Sotto
scorre il Bradano. Un confine al di qua del
quale, nel territorio lucano di Metaponto, ci sono
le vestigia del tempio greco di Hera, moglie
di Zeus, protettrice delle donne, del matrimonio,
dei pascoli e della fertilità: due file di belle
colonne doriche, lì da 2600 anni e vigilate da nessuno,
manco da un cane randagio, malgrado un
edificio deserto presidi l'ingresso e ci sia una recinzione
nuova di pacca, con il cancello aperto.
Superata l'italica tentazione (data la latitanza
di chicchessia) di scrivere su un capitello «Sono
stato qui!», con tanto di data, apprendiamo,
grazie a un cartello, che per i colonizzatori greci
la terra a Nord di questo tempio era già straniera.
Però alla tentazione di spingersi più a Sud i
greci non ressero. E superarono il Bradano, sulla
costa dell'Ionio, diretti verso il luogo in cui sorse
l’antica Taranto. E noi, 26 secoli dopo, li seguiamo
idealmente e modestamente a ruota. Il
nostro viaggio lungo gli ottocento chilometri di
coste pugliesi - fino a Marina di Chieuti, poco prima
del Molise - prende il via da qui, dal confine
più meridionale; alla faccia dell'ulteriore tentazione
di iniziare sempre tutto da Nord, anche
se, per ovvie ragioni, chi oggi viene in ferie nel
Tacco d'Italia giunge per lo più da lassù.
Insomma una pensata
meridiana», questa
scelta di partire da Sud;
o, se vogliamo, una lancia
spezzata a favore degli
antenati greci, che da
queste parti si dettero
davvero un gran da fare,
senza offesa per eventuali
radici celtiche.
L'obiettivo? Quello di
fare una rapida incursione
tra la natura e la gente,
le scogliere e le spiagge,
lungo i bordi di una
regione che sta consumando
- tra turismo «forestiero
», rientro di emigrati
e villeggiature
più
meno fugaci
dei pugliesi
delle città e
dell'interno -
il rito ancora
molto pagano
dell'estate.
Riecco dunque
i due turisti
provati
dal solitario
impatto con
Hera. Potranno
trovare al
di là del confine
tra Basilicata
e Puglia
un po' più di
vita? Oltre il
Bradano la faticosa
Ionica
dà l'illusione
di essere una
superstrada.
Illusione concessa
per pochi
chilometri.
Quanto
basta comunque
per imboccare
la
strada diretta
verso la prima
Marina
p u g l i e s e ,
quella di Ginosa,
i l cui
centro abitato
è trenta
chilometri
più su, verso
le Murge tarantine.
I due turisti,
ammesso
che si siano
diretti in direzione delle
vaste pinete che si intravvedono
verso il mare,
la prima testimonianza
di vitalità potrebbero
raccoglierla imbattendosi
in un pub dal nome sfizioso
e un po' ermetico:
«Le Freak c'est Chic». Alla
ricerca, in teoria, di
fricchettoni modaioli;
una specie che a Marina
di Ginosa, tuttavia, più
che in via d'estinzione
non deve essere mai esistita.
Descritto come
«una deliziosa località
balneare all'ombra di pinete
e di dune sabbiose
che si affacciano su un
mare cristallino», questo
paese è già il primo
esempio dei generi di turismo
che convivono,
senza fondersi quasi
mai, in Puglia.
Quali? Un'ipotesi di lavoro
è questa: ci solo le
località, non tante, destinate
quasi solo al turismo
di largo raggio (italiani
centrosettentrionali
e stranieri), come
Otranto o Vieste; quelle,
più rare, destinate
ad un
turismo misto,
in cui giocano
un ruolo
anche i villeggianti
locali
o d'origine
locale, come
parrebbe Porto
Cesareo; e
quelle, numerose,
destinate
quasi esclusivamente
alle
vacanze di
chi vive o è
nato nell’area circostante.
Come
Marina di Ginosa,
appunto.
Dove - al
di qua e al di
là della ferrovia
- si riproducono
senza
alcun patema,
in versione
smutandata
e pareata, i
ritmi dell'
ozio domestico,
a base di
mangiate,
panni stesi e
overdose di
tv.
Qui nessuno
è straniero,
nel senso
che tutti si conoscono.
A
giudicare dalle
targhe delle
auto, Marina
di Ginosa
è la seconda
casa di tantissimi
materani, più tarantini
e baresi. Con qualche
debolezza per la lontana
riviera adriatica
nordista, se si considera
che incontriamo il Bagno
Cesena e l'Hotel
Emiliano, l'unico a tre
stelle.
Fatto sta che la vocazione
alla «seconda casa
» e la mancanza di criteri
di sviluppo hanno
creato, in riva ad una
mare effettivamente bellissimo,
un paesone non
disordinato ma tutto
uguale, con rari negozi,
senza un'identità precisa;
e forse riconoscibile
solo da parte di chi ci va
da sempre, con nuovi palazzotti
ancor più anonimi
in perenne costruzione.
Morale: un turista «a
largo raggio» qui verrà
difficilmente, perché
non sembra una località
turistica normale e, oltre
tutto, gli parrebbe
d'essere in casa d'altri.
Eppure la Puglia riserva
subito sorprese. Perché
Marina di Castellaneta,
appena dopo, è
una copia già più evoluta
della prima, dal punto
di vista dell'industria
turistica. Il paese ha tanti
stabilimenti balneari,
una parvenza di lungomare,
una pretesa di cosmopolitismo.
E, pochi
chilometri oltre, la specie
pare essersi evoluta
ancora, come in una sorta
di frenetico esperimento
genetico tra meravigliosi
pini d'Aleppo:
ecco un varco con sbarra
e guardiani, l'ingresso
dell’oasi di Riva dei Tessali,
con famoso campo
da golf annesso; e il complesso
di Nova Yardinia,
polo turistico di nuovissima
concezione nel
Sud, che scommette sul
turismo tutto l'anno e
su hotel a cinque stelle
lusso.
Un pezzo riveduto e
corretto, in meglio, di riviera
romagnola, con un
profilo internazionale;
nato però quaggiù, in riva
a un mare incomparabilmente
più limpido
dell’Adriatico settentrionale.
Bello? Bellissimo.
Ciò che colpisce, semmai,
è la disparità tra
aree vicine, anzi confinanti,
ma pressoché impermeabili
le une alle altre.
Di rado i due gruppi
di turisti, di lusso e di tipo
«locale», s'incrociano.
Un turismo a compartimenti
stagni.
Fine degli esperimenti?
Macché. Nella graduatoria
dei «villeggianti
» pugliesi, c'è anche la
casta dei pendolari
«mordi e fuggi». Dopo i
villaggi turistici di lusso,
ecco quasi subito il regno
dei tarantini che dalle
periferie «vanno al mare
», il più vicino possibile.
Ci sono angoli della
costa ionica nord-occidentale
che sembrano
usciti da un film neorealista.
Seguendo le frecce
per Pino di Lenne, ci
s'inoltra in un bella pineta
da cui, nell'ordine,
spuntano prima un agglomerato
di finti trulli
ancora in costruzione e
poi una serie di vecchie
casette in legno che paiono
dacie russe: deve essere
stato un tentativo
di colonizzazione turistica
finito male, cosicché
ora solo alcuni bungalow
sono utilizzati e i ruderi
della piscina lasciano
intendere che l'acqua
ci deve essere stata in
un'altra era geologica.
Più avanti si apre una
specie di fiordo formato
dal fiume Lenne, che
non solo ha creato una
zona di paludi e canneti
inattesa da queste parti;
la furia dell'alluvione
dell’altro anno ha spianato
il pontile in cemento
che stava alla foce creando
un vasto estuario,
scavalcato dalla ferrovia.
Sulla spiaggia, oltre
le dune presidiate da
vecchie roulotte, la gente
gioca a pallone, consuma
panini e si dedica alla
pesca. Sullo sfondo
c'è già il profilo dell'area
industriale.
Una ventina di minuti
d’auto ancora: gru e ciminiere
sono davvero vicinissime,
Taranto è pochi
chilometri
e pare impossibile
che
il mare possa
ispirare una
nuotata. Invece
qui c'è Lido
Azzurro:
nella pineta
dietro le ultime
dune un
banchetto di
tavoli da picnic
mischiati
a vecchie automobili,
un
proliferare di
pasta al forno
e griglie
per arrostire
il pesce, segnalano
la festa
della Taranto
popolare.
Ci lasciamo
la grande
città alle spalle,
con il suo
arsenale militare
e le sue fabbriche.
Appena usciti
dal capoluogo
ionico,
un cartello
scritto a mano
da un benzinaio
avverte:
«Per i turisti.
Ultimo distributore
fino
a Gallipoli
». Pensiamo
ad una trovata
pubblicitaria,
dato che
per arrivare a
Gallipoli dovremo
percorrere più di
cento chilometri. Sbagliato.
E' un cartello serissimo.
Infatti lungo la
strada s'incocciano alcuni
turisti forestieri che
elemosinano qualche litro
di carburante.
Pittoresco? Naif? Mica
tanto. Più che altro fa
imbufalire e rende la lontana
cittadina cara a
D’Alema una meta tanto
agognata quanto improbabile.
Anche perché
dopo Taranto il mare
torna di proprietà dei
tarantini che hanno più
chance di quelli di Lido
Azzurro: tra pizzerie,
chioschi, seconde case
più o meno rifinite,
spiagge più chic e lidi
più folk (tutti presi d'assalto),
qualche albergo
e auto ovunque; fino a
lambire le onde di un
mare azzurrissimo, a
tratti quasi caraibico.
Ma non c'è manco un simulacro
di pompa di
benzina, un rudere di distributore,
uno spacciatore
clandestino di ottani.
Si procede così, senza
pigiare sull'acceleratore
e centellinando la preziosa
super, oltre le marine
di Leporano,
Pulsano, Lizzano
e via
elencando.
Ormai l'area
dei tarantini
di città sta finendo.
Comincia
la zona
delle seconde
case
più stanziali,
almeno in
questi mesi.
Un tipo ci confida che
nell'entroterra,
verso Maruggio,
un distributore
c'è: «Certo -
ammette compassionevole
- se uno
non lo sa come
fa ad avventurarsi
».
Siamo rincuorati
da
tanta comprensione
e
dalla prospettiva
di un pieno.
Anche se
il sole picchia
e il caldo provoca
qualche
allucinazione,
mentre si
osserva la sequenza
di varia
umanità
che popola
cale e scogliere.
Anzi no, è
tutto vero:
due piccole
suore vestite
di bianco camminano in
riva al mare tenendosi
per mano, con l'acqua
che supera appena le caviglie.
Una visione che ci
riconcilia col mondo.
Alle porte di Campomarino
sfioriamo di nuovo
l'acceleratore, più sereni.
E viriamo verso l'interno.
Inseguendo il miraggio
di un benzinaio.
Campomarino-Leuca: il regno delle seconde case
«Ahò, come va?». «Ovvìa, non si può stare
tutto il giorno al sole». «Hai visto quel pirla che
a momenti mi stende col vespino?». Passeggiando
in estate per Campomarino, frazione
marinara di Maruggio, si può dubitare d'essere
in Puglia. Stessa impressione verso sera, quando
plotoni di ragazzi intasano l’incrocio tra la
litoranea e le strade che portano verso il nuovo
porticciolo e l'entroterra. Si dirà: chiaro che
gli accenti sono diversi, sono turisti. Ma no…
Troppo facile. Perché qui aleggia un'atmosfera
di consolidata familiarità, sia tra le generazioni
più fresche che tra quelle più stagionate. Familiarità
che mal si spiega ricorrendo al regola
della semplice conoscenza estiva tra gente proveniente
di mezza Italia.
Tanto più che alcuni ragazzi
sfoggiano anche un
italiano con curiosi accenti
francesi o tedeschi. Il
fatto è che nei paesi e paesini
sfiorati lungo la strada
proveniente da Taranto
predominano i pendolari
o i tarantini del capoluogo
muniti di seconda casa.
Da Campomarino in
poi s'incontra un'umanità
in parte diversa, per quanto
a sua volta «villeggiante
». In che senso? Dopo
un rapido sondaggio, svolto
carpendo discorsi o
chiedendo lumi ai baristi,
s'apprende quanto segue:
qui in estate vengono moltissimi
pugliesi nati nella
zona (o famiglie in cui uno
dei genitori è nato in Puglia)
che, per varie ragioni
ma soprattutto per lavoro,
sono andati a vivere
nel Nord Italia o all'estero:
emigranti veri e propri
o gente che scelse la carriera
militare o nella pubblica
amministrazione. In
questo periodo tornano
nelle loro case, comprate
o ereditate, più o meno
ampliate e rimaneggiate.
Tornano con figli nati a
Milano o a Zurigo, a Lione
o a Roma. Figli, alcuni già
diventati padri, che hanno
i loro bravi accenti
d'originemache qui si sentono
a casa loro. E in effetti
è così. Perché dei famosi
turisti veri e propri anche
da queste parti non
c'è quasi traccia o sono
una minoranza.
Così capita a Campomarino
come nel paese successivo,
San Pietro in Bevagna:
la leggenda narra
che la nave che conduceva
Pietro Apostolo a Romavi
fece scalo per il rifornimento
di acqua, grazie
ad una ricca sorgente, tanto
che probabilmente Pietro
avrebbe celebrato qui
i primi battesimi cristiani
in terra italiana. Comunque,
mentre Campomarino
si sente a pieno titolo
frazione di Maruggio, San
Pietro, ufficialmente frazione
di Manduria, è guardato
con occhi bramnosi
anche anche da Avetrana,
che è più vicina. Si mormora
che sia pure questione
di tasse e gabelle, Ici e
condoni inclusi. Sentimenti
che non s'alleviano
neppure considerando
che entrambe le frazioni
da fine settembre a fine
maggio si spopolano e tutto
chiude, perché non ci
abita, in maniera stanziale,
quasi nessuno.
Già, i condoni…Da queste
parti su un mare bellissimo,
che si potrebbe godere
cinque mesi all’anno,
si specchiano file e controfile
di palazzine, villini, villette,
casette, alcune costruite
in parte, alcune in
perenne edificazione. Le
vie spesso, soprattutto a
San Pietro, sono nate così
in fretta che nessuno ha
fatto in tempo, o ha avuto
voglia, di dare loro un nome,
così magari sono contraddistinte
da una sigla,
scritta col pennello su un
muro. Viene in mente che
19 anni fa, nel 1985, Michele
Serra, allora all'Unità,
passò da queste parti per
un viaggio lungo le coste
italiane, da Ventimiglia a
Trieste. Della zona scrisse:
«Il mar Jonio, pulitissimo,
fragrante di salmastro,
ricchissimo di calette
e ancora di sabbia fino
a Leuca, è una miniera
sfruttata poco ma quasi
sempre male… E' difficile
percorrere lunghi tratti
senza imbattersi in lottizzazioni,
cantieri, costruzioni
casuali e approssimative,
insediamenti
umani che hanno il classico
aspetto di quel precariato
cementizio che ha rovinato
gran parte dei litorali
italiani». Poi: «Il caos
è spicciolo, diffuso, continuo;
e aggravato dal senso
di sciatteria che danno
le case non rifinite per
mancanza di denaro, per
improvvise grane legali o
per qualunque altro motivo
». Morale: «E' un mare
meraviglioso che non basta,
da solo, a dare ordine
e senso a uno sviluppo casuale
e improvvisato».
Quasi vent'anni dopo l'impressione
che si ha passando
da queste parti non
è molto diversa, sebbene
si legga che, malgrado il
condonismo continui a dilagare,
qualcuno abbiamo
messo saggiamente la
testa a posto.
Anche Porto Cesareo,
malgrado goda di un turismo
che pare più composito,
non si smentisce. Il «caos
spicciolo» è accompagnato
da quello chiassoso
dei residence, alcuni ancora
in costruzione, che all'
architettura mediterranea
preferiscono catafalchi
postmoderni e colori
psichedelici da far invidia
a qualsiasi ipermercato.
Poco prima c'è la frazione
di Torre Lapillo, che - malgrado
l'aria un po' abbandonata
e le solite villette
fin sulla spiaggia - ha un
aspetto familiare e rassicurante.
Giovanni, nel
suo bar «Mare chiaro»,
sforna ottimi fritture di calamari,
polpette di ricotta
e chele di granchio fritte a
prezzi d'altri tempi, in un
atmosfera da anni Settanta.
Ma non nasconde qualche
brontolio: «Qui la stagione
turistica vera dura
poco più di un mese. Pochissimo
per riuscire a fare
progetti. Tranquillità
garantita a parte, la gente
non sa che fare. D'altra
parte, se qualcuno volesse
venire a villeggiare fuori
da quel mese e mezzo di
stagione piena, troverebbe
tutti i negozi chiusi. E
se ne andrebbe. Occorrerebbe
programmare bene.
Invece...».
Ne deduciamo che invece
la pubblica amministrazione,
qui come in vari comuni
vicini, forse s'accontenta
di quel che passa il
convento del turismo da
cinque settimane l'anno.
Oltre tutto, a Porto Cesareo
si comincia a sentir dire
che «quest'anno ci sono
in giro meno turisti dell'
anno scorso». Gli alberghi
sono pochi. Proliferano invece
gli appartamenti in
affitto, qualche bed e
& breakfast,
rari agriturismo.
Anche il residence multicolore
incontrato poca prima non
sarà un hotel, ci dicono,
ma verrà frazionato
in appartamentini. Insomma,
seconde case. E un’offerta
di altre seconde case
in un'area con pochi servizi
turistici manterrà pure
bassi i prezzi degli alloggi,
ma continua a ghettizzare
la stagione nelle poche
canoniche settimane; senza
stimolare la creazione
di infrastrutture, servizi,
luoghi di svago in grado di
«catturare» turisti italiani
e stranieri a cinque stelle,
quelli che portano davvero
tanti soldi e consentono
investimenti. Insomma,
ci vorrebbe un colpo
d'ala, finora esibito solo
dai gabbiani che passeggiano,
al mattino presto,
sul pontile di Porto Cesareo.
Dopo il paesaggio cambia.
Inizia la riserva naturale
di Porto Selvaggio,
da Torre Uluzzo a Torre
dell'Alto. Un miracolo di
scogliere alte quaranta
metri, mare blu notte e pinete
immense. Miracolo
dovuto al coraggio della
gente che nel 1980 ottenne
dalla Regione l'istituzione
del «parco naturale
attrezzato», 424 ettari,
per frenare altre colate di
cemento, che già incombevano.
L'idea di salvare
questo tripudio di bellezza
ha funzionato, anche
sul fronte turistico. Qui
cominciamo a sentire le
voci di villeggianti provenienti
dal resto d'Italia e a
vedere targhe straniere.
Un'antica tradizione di villeggiatura
dei benestanti
dell'interno offre lungo la
strada più interna ville liberty
ben tenute. Sul mare,
Santa Caterina e Santa
Maria al Bagno, appoggiate
alla roccia, malgrado
qualche eccesso edilizio
paiono ordinate, pulite
ed eleganti, ricordano
la Riviera ligure tra Rapallo,
Portofino e Camogli.
Gallipoli ci accoglie col
suo solito terribile grattacielo
grigio, spaparanzato
davanti al centro storico.
Malgrado quell'ombra incombente,
qui il turismo è
internazionale. E la cittadina
lo ha meritato, anche
se potrebbe essere
più pulita. La strada corre
lungo la costa fino a Leuca,
passando da una marina
all'altra. Il «caos spicciolo
» non demorde ma è
meno sguaiato rispetto alla
costa precedente il parco
di Porto Selvaggio. Un
enorme sedia a sdraio, alta
almeno quattro metri,
segnala che Marina di Pescoluse
vuole essere ricordata
come «le Maldive del
Salento». Il mare se lo merita,
il seggiolone un po'
meno ma non sta proprio
malissimo, lungo la strada.
Semmai lascia perplessi,
poco più in là, una chiesa
nuova nuova, che pare
la via di mezzo tra l'elmo
di un gladiatore e una pagoda
giapponese. Non essendo
banale, anche se costruita
nel continente sbagliato,
deve aver richiesto
molte riflessioni. Almeno,
ce lo auguriamo. Si va
avanti. E una curva strettissima
ci catapulta verso
Santa Maria di Leuca, dove
la Puglia, con l'Italia, finisce,
puntando verso
Oriente.
Leuca-Torre dell'Orso: qui il buon senso ha vinto sul cemento
Ore 12 del ventisette luglio scorso. S'arriva a Leuca
sull'onda delle parole lette, a fianco del rinomato
motto latino «De Finibus terrae», nel sito Internet
del Comune di Castrignano del Capo: «Impossibile
non perdersi nell'orizzonte dei due mari che si
incrociano all'estrema punta d'Italia, Punta Meliso,
e diventano Mediterraneo sul quel promontorio
che è custode geloso della cultura del Salento.
Santa Maria di Leuca,
con le sue splendide ville
ottocentesche, è uno dei
luoghi più eleganti e suggestivi
del Mediterraneo
». Vero. Tuttavia, malgrado
le suggestive premesse,
veniamo accolti
da un quesito: «Ma proprio
adesso, in piena estate,
devono smantellare la
strada e sfasciare il pontile?
». La domanda, posta
da una turista
molto
milanese
ad un'amica,
non è
per nulla retorica.
Appena
dalla
litoranea si
precipita
su Leuca,
provenienti
dalla costa
ionica,
ecco un
cantiere, in
mezzo allo
slargo che
precede il
lungomare.
Poi l'ormai
ex pontile
degli Inglesi
trasformato
in pietrame.
Merito dell' escavatrice
che un mese
fa tentò
di portare
a termine
la sua missione:
far
spazio all'
idroscalo,
inteso proprio
come
scalo per
idrovolanti,
che un
Aeroclub locale,
col beneplacito
del Comune,
avrebbe
voluto, o
vorrebbe,
realizzare lì
davanti. L'amica della milanese
comunque risponde:
«Si vede che nelle altre
stagioni non hanno
avuto tempo». Risposta
di circostanza ma sbagliata.
Sembra proprio che la
piena stagione sia il periodo
peferito per smantellare
e demolire.
Per quel che riguarda
l'idroscalo, ci sono ancora
le tracce della recente rivolta
della gente del posto:
poche centinaia di
persone stanziali durante
l'inverno, più battaglioni
di villeggianti e plotoni di
ambientalisti. Ora il pontile
non c'è quasi più, troppo
tardi; ma forse non ci
sarà neppure l'idroscalo.
In compenso, si preferirebbe
una rete fognaria efficiente,
giardini con giochi per i bambini,
servizi un
po’ più seduttivi
per
i turisti. In
verità da
queste parti
- a giudicare
dai cartelli
di protesta
scritti
dai nemici
degli idrovolanti
- la
gente mostra
un po'
d'insofferenza
verso
il «lontano»
municipio
di Castrignano
del
C a p o , a
qualche chilometro
nell'entroterra:
si sentono
sottovalutati, malgrado
quel municipio
debba
la fama
a questa famosafrazione.
«Vogliamo
più attenzioni
concrete e
meno retorica
», diconovari
commercianti.
Tanto è vero
che alcuni
residenti
più o meno
stanziali hanno riso un
po’ amaramente quando
il 20 giugno scorso è stato
costituito il Principato di
Leuca, con tanto di cerimonia
con costumi e pergamene
e sponsorizzazione
comunale. L’occasione?
»L’insediamento del
Principe Paolo Francesco
I di Barbaccia degli
Hohenstaufen… alla presenza
delle autorità civili,
militari ed ecclesiastiche
presso Villa Reale La Meridiana,
sede ufficiale del
Principato e del Sovrano
Ordine Teutonico». Lo si
legge nel sito dell'Ordine,
che, per quanto teutonico,
è aggiornato sulle nuove
tecnologie e fornisce
pure la lettera con cui il
Comune «formula i migliori
auspici per la costituzione
del Principato di Leuca,
augurandosi che nel rispetto
delle leggi dello
Stato italiano e della religione
cattolica possa realizzare
un'utile opera di
marketing territoriale».
Marketing? Auguri. E
pensare che Santa Maria
di Leuca, malgrado nuovi
principi e futuri idrovolanti,
mantiene un fascino
particolare. Vengono in
mente le parole con cui
Franco Antonicelli - uno
dei più noti intellettuali
piemontesi del Novecento,
con radici pugliesi -
scrisse nel 1954 in occasione
di un viaggio nella zona
in compagnia di Italo
Calvino (riproposto nel
volumetto Finibusterre,
Besa editore): «Correvamo
verso un punto preciso,
un nome, uno scoglio,
in cui con la Puglia finiva
anche l'Italia. Ora la testa,
la chioma dell'Italia si
sperde in monti e foreste
di altri paesi, e i confini
non si avvertono,mail mare
è l'infinito, il mare è il vero
limite di un paese. Anche
Reggio è alla fine della
Penisola, ma subito dopo
c'è l'isola e subito dopo
l'Africa; non c'è il senso di
perdersi. Ma a Leuca sì».
La sensazione è ancora la
stessa, mezzo secolo dopo,
correndo verso il capo
estremo del Salento e verso
quel «bianco faro che -
come scriveva Antonicelli
- provava la luce nel suo
occhio d'insetto».
Dopo Santa Maria di
Leuca la litoranea procede
verso Otranto, attraversando
varie marine e
due cittadine linde e pulite,
Castro e Santa Cesarea
Terme. Se prima di
Leuca le spiagge s'alternano
a basse scogliere, dopo,
procedendo verso
Nord, la costa diventa scoscesa,
a picco, segnata
dai fichi d'India, dai muretti
a secco. Di fronte,
nelle giornate limpide,
s'intravede l'ombra della
prima isoletta greca,
Othonoi, al largo di Corfù;
e il telefonino, a volte, si
connette addirittura alla
rete ellenica: col rischio di
farci trovare sul conto telefonate
internazionali,
ma con il piacere di constatare
che siamo proprio
su quell'antico confine tra
noi e l'Oriente.
Una decina di chilometri
dopo Leuca s'incontra
il Ciolo, una ponte a strapiombo
su un fiordo d'acqua
spumeggiante. Dal
ponte - che compare in un
film del 2002, diretto e interpretato
da Sergio Rubini,
«L'anima gemella» -
ogni tanto c'è chi si tuffa,
con un salto di oltre dieci
metri. In fondo c'è una
grotta in cui l'acqua è fredda
e blu, dai riflessi incredibili,
con i piccioni appollaiati
sulle pareti. Si scende
verso il mare, riparato,
lungo un sentiero che parte
accanto a un piccolo
bar. Un'Acapulco di casa
nostra, in questa insenatura
dove, non a caso, fanno
buoni affari tre o quattro
ristoranti, per non parlare
del Gibò, il night che
accoglie vip, aspiranti vip
o osservatori di vip provenienti
da tutta la Puglia e
dintorni.
Se al Ciolo la folla c'è
sempre, poco oltre ci si
può imbattere in zone più
tranquille.E' il caso di Marina
Serra, una frazione di
Tricase cui si giunge scendendo
per una ripida stradina
piena di tornanti. In
fondo, sulla scogliera, poca
gente; e, lungo la strada,
un simpatico parcheggiatore,
Maurizio, non più
giovanissimo, che vigila
con grande pacatezza su i
rari automobilisti che scelgono
i trecento metri di
strisce blu per parcheggiare.
A proposito, lungo tutte
le coste salentine le strisce
blu sono state disegnate
ovunque, anche dove
non c'è nessuno
né a vigilare
né a parcheggiare;
come
se ci si augurasse
che,
nel dubbio,
qualche svizzero
o varesotto
ligio al dovere
un grattino
possano decidere
di grattarlo
davvero. In ogni caso
Maurizio ogni tanto si
sofferma a meditare guardando
il mare. Un esempio
di calma olimpica:
«Quest'anno c'è meno gente.
Me lo dicono anche i
colleghi. Ma speriamo in
agosto». Come sempre.
Di certo, i 51 chilometri
percorsi dal nastro d’asfalto
che unisce Leuca e
Otranto costituiscono
una tra le più belle litoranee
italiane. Il paesaggio
a tratti pare quello delle
scogliere islandesi, miracolosamente
baciate dal
sole. O una savana, che si
getta in un mare sempre
accarezzato dal vento. Castro
e Santa Cesarea sono
all'altezza. Pare che da
queste parti la frenesia cementizia
sia stata quasi
del tutto sedata dal buon
senso; e, forse, dall'amore
a prima vista che il panorama
suggerisce. Santa
Cesarea gode del privilegio
di poter contare sugli
stabilimenti termali, in
grado di garantire una stagione
più lunga. Castro è
una meta costante di visitatori,
grazie pure alla
grotta Zinzulusa; anche
se non si capisce perché,
con tutto quel mare azzurro
lì sotto e nei dintorni, la
gente faccia la coda per
tuffarsi in una piscina vicina
al parcheggio della famosa
caverna. Mistero...
E poi ecco Otranto: anche
se forse il centro è diventato
fin troppo «turistico», un po’ artificiale, parlarne
bene è quasi scontato,
sebbene di strada se
ne debba fare ancora.
Una strada imboccata
quando, nelle pinete vicine
ai laghi Alimini, nacque
nel 1970 uno dei primi
villaggi, il Club Med, seguito
da molti altri. «Le cinque
vele ottenute per il miglior
mare d'Italia sono il
punto di partenza per
ogni ragionamento», affermaRenato
Bruni, direttore
dell'Hotel Solara. «Quest’anno
le presenze sono
in calo ovunque, ma
Otranto riesce a tenere
bene», aggiunge Ernesto
Refolo che,
con i l socio
Stefano Rizzo,
gestisce la
«Croce del
Sud Viaggi».
La strada
continua lungo
le coste
dell'Adriatico,
tra spiagge e
scogliere, con
tratti molto
belli e non solo per mare:
è il caso dei laghi Alimini.
Vi si possono noleggiare
canoe. E avere visioni: ecco
un vero taxi di Milano
che si materializza tra i pini,
guidato da un vero taxista
meneghino. Allarmato
dalla nostra sorpresa,
ci rassicura: «Sono fuori
servizio. E sono qui in ferie». Ricomparirà, poco
dopo, a Sant'Andrea, di
fronte a faraglioni e archi
di roccia. Tassinaro originale
in vacanza o autentico
miraggio estivo? Se fossimo
turisti milanesi in crisi
d’astinenza metropolitana,
dovremmo davvero
cominciare a preoccuparci...
Ancora pochissimi chilometri
ed ecco la spiaggia
stracolma di Torre dell’Orso.
Da San Foca a Torre Guarceto, le cabine diventano case
Torre dell’Orso - nella Marina di Melendugno, di cui è una frazione - pare
una cittadina in pieno fermento. C’è un’atmosfera, come dire…, romagnola.
Le rosticcerie arrostiscono a più non posso. La pasticceria sull’incrocio principale
sforna paste e pasticcini. Le bancarelle gestite da alcuni cinesi lasciano
intendere che gli affari si fanno, altrimenti non sarebbero giunti dalla Cina fin
quaggiù. Non solo. C’è anche spazio per la trasgressione:
dietro l’insegna "Il
Canapaio", ecco un negozio
che propone, in
franchising, prodotti
derivati dalla canapa
indiana e relativi accessori,
più magliette
e gadget vari dedicati
al tema. Ovviamente
un cartello avverte
che pipe, pipette, grossi
bocchini e cartine
non sono che roba da
collezione; mica servono
per fumare davvero.
Tuttavia - di fronte
ai rassicuranti striscioni
che annunciano, secondo
tradizione, la
"Sagra te
lu purpu"
e ai paciosi
manifesti che
propongono
la "Festa
della
cucuzzata"
- qualcuno
potrebbe davvero essere
tentato,
per una
volta, di
trasgredire,
tradendo sia
"purpi"
che "cocuzze".
Altroche
Amsterdam.
Infatti,
non
si sa se per merito
della
trasgressione o
della tradizione,
qui s’incrociano
sia villeggianti
con
radici pugliesi
che
g i o v a n i
con tutti
gli accenti
d’Italia.
E la spiaggia
all’ombra
della
torre è assai
affollata.
Le ragioni per cui
questa località piace a
tanta gente forse non
è chiara, ma di certo
funziona. C’è da dire
che tutto il litorale da
qui alle frazioni marinare
di Lecce, fino a
San Cataldo e oltre, è
affollato. Man mano
che si procede verso
Nord aumentano i pugliesi
e diminuiscono i
forestieri. Tuttavia di
gente ce n’è. E, sebbene
pure qui si segnali
una flessione di turisti,
se ne vede molta.
La vicinissima San
Foca (per i perplessi:
dal nome di un martire
cristiano ai tempi
dell’imperatore Traiano)
non smentisce
questo andazzo. Anche
se il palazzotto
che accoglie oltre centocinquanta
immigrati
giunti in Italia clandestinamente,
posto
all’entrata del paese,
crea qualche scompenso:
almeno a chi non è
abituato a vedersi di
fronte, tra un canneto
e la spiaggia affollata,
una costruzione che
pare proprio un carcere,
anche
se tanti
assicurano
il contrario.
E’ il Centro
di permanenza
temporanea
Regina
Pacis,
ma, a torto
o a ragione,
fa
venire in mente nel suo piccolo,
soprattutto
Regina
Coeli, il vecchio
penitenziario
romano.
Ci
sono telecamere
ovunque,
alte cancellate,
reti
ancora
più alte,
panni
stessi sui
bordi di
piccole finestre,
carabinieri
di fronte
all’ingresso che
guarda la
spiaggia,
nel canneto
retrostante,
dentro i recinti.
C’è da osservare
che sulla spiaggia,
trenta metri avanti,
la vita balneare scorre
implacabile. Anche
se il 12 luglio scorso
l’odore dei lacrimogeni
giunse fino alle prime
file di ombrelloni,
a causa di una manifestazione
pro-immigrati.
Oramamme in bikini
con bimbi al seguito
passano davanti alle
reti del centro: al di là
ci sono due ragazze, sedute
su una panchina,
non lontano da un carabiniere.
Paiono
orientali. Salutano i
bimbi, i quali rispondono
al saluto. Il tutto
mette abbastanza tristezza
e induce all’augurio
che le «autorità
competenti», da Roma
in giù, sappiano
quel che fanno.
La strada si lascia alle
spalle San Foca e
raggiunge San Cataldo.
E’una delle cosiddette
frazioni marinare
di Lecce, tutte servite
da una linea di autobus
urbani. Insomma,
è proprio il mare dei
leccesi di città e bisogna
ammettere che
qui hanno usato la mano
(dal punto di vista
del cemento) in maniera
un po’ meno pesante
rispetto ai tarantini.
Tra gli ombrelloni
sventola una bandiera
nera dei pirati, con
tanto di teschio e tibie,
certamente un gesto
scaramantico. Marina
di Frigole, rispetto
a San Cataldo, un
debole per il cemento
invece ce l’ha: non ci
sono condomini spacciati
per villette, in
compenso le cabine,
quelle dove i bagnanti
si spogliano, sono di
cemento e si sono spinte
fino sulla riva del
mare, marciapiedi
compresi. Manca solo
la metropolitana. Alcune
casette, un po’ più
a ridosso, hanno l’aria
di essere state cabine
poi amalgamatesi per
diventare, appunto,
casette: forse non è così
ma sarebbe bastato
buttare giù qualche
muro tra una cabina e
l’altra.
Le antiche torri costiere,
più o meno cadenti,
proseguono, accerchiate
dalle relative
frazioni. L’ultima è
Casalabate, luogo di
villeggiatura privilegiato
dagli abitanti di
Squinzano, Campi Salentina,
Trepuzzi, più
qualche forestiero.
Squinzano lo vorrebbe
tutto per sé; e infatti
nel sito internet del
Comune si legge che
Casalabate «ha un solo
requisito negativo:
quello di giacere in territorio
dipendente dal
capoluogo di provincia
e di essere soggetto,
quindi, amministrativamente,
al Comune
di Lecce». In verità
una signora, da dietro
il banco del suo bar-rosticceria-
appartamento,
ci dice che pure da
queste parti ci sono
meno villeggianti: «Sono
tutte seconde case,
più appartamenti in affitto,
che in parte sono
rimasti vuoti pure in
agosto. Mai successo.
Ora la folla c’è solo nei
fine settimana, anche
se dicono che il campeggio
è pieno». Però
il tempo qui sembra essersi
fermato: non ci
sono obbrobri edilizi
vistosi, la gente conversa
ancora fuori dalla
porta di casa, riunita
in crocchi; e le vie
sono piene di paciosi
venditori di frutta fresca,
lupini e arachidi,
trecce d’aglio, peperoni
secchi, angurie, cesti
di vimini, vasi di terracotta.
E s’organizzano
cacce al tesoro e
tombolate. Trenta o
quarant’anni fa la sceneggiatura
doveva essere
identica.
Se Casalabate ha
una sua fisionomia, invece
le marine di Lecce
più prossime al capoluogo
qualche problema
d’identità ce
l’hanno: un
manifesto
chiama a raccolta
«tutti i proprietari
di
unità immobiliari
di
Torre Chianca,
Case Simini,
Zona
Gelsi, Spiaggia
Bella e
Torre Rinalda. Tema:
«Problematiche del litorale
interessato in
continuo degrado dopo
la non conferma
dell’assessorato alle
marine e il poco impegno
dimostrato dal
consiglio litorale». Vogliono
una farmacia,
un ufficio postale e un
ambulatorio medico.
In bocca al lupo.
Ancora pochi chilometri
e lo scenario
cambia di colpo. Non
solo perché la provincia
di Lecce lascia il posto
a quella di Brindisi.
Uno stradone offre
la maggior concentrazione
mai vista di lampioni
alimentati da
pannelli solari, come
se qui l’energia elettrica
normale fosse una
rarità. Tuttavia, tra
un lampione e l’altro,
spunta un’enorme ciminiera,
in lontananza:
quella della megacentrale
termoelettrica
Enel di Cerano. E’
intitolata, come recita
una grande scritta posta
su una facciata, al
solito incolpevole Federico
II, cui evidentemente
tocca cuccarsi,
oltre agli onori per esser
stato il primo vero
affezionato turista tedesco
di Puglia, anche
l’onere di prestare il
proprio nome a qualsiasi
cosa, compreso il
mastodonte elettrico.
Viene in mente quel
che ci raccontò Al Bano,
che abita a Cellino
San Marco, qualche
chilometro nell’entroterra.
«Da bambino, all’inizio
degli anni Cinquanta,
i miei genitori,
che erano agricoltori,
mi portavano al mare
a Cerano: un posto
bellissimo, non c’erano
ancora le centrali.
A noi toccava raccogliere
giunchi per costruire
le ceste; il nostro
asino poteva fare
il bagno, per rinforzarsi
».
Altri tempi? Eppure,
verificare per credere,
il mare di fronte alla
centrale ha ancora i
suoi fan: una freccia
con scritto «Lido Cerano
» indica una strada
che s’inoltra tra pini,
cipressi, pioppi e vigneti.
E sbuca davanti
ad uno stabilimento
balneare, decoroso e
non affollato, che s’affaccia
sulla baia. La
gente prende
il sole,
nuota, chiacchiera,
incurante
della centrale
Enel, vasta
come quattro
stadi di
calcio e alta
come un palazzo
di trenta
piani, ciminierona
esclusa. In
fondo basta guardare
sempre davanti a sé o
a destra, senza mai girarsi
verso sinistra,
verso il catafalco. E il
luogo pare pure bello,
così come l’acqua è
limpida e pulita. Un
posto da intenditori,
evidentemente, anche
se a un profano può
sfuggire quale sia il
suo fascino. D’altra
parte anche chi decide
di installare cartelli
deve esserne convinto,
visto che - accanto
alla freccia - ce n’è anche
una che, nella stessa
direzione, indica un
«Belvedere». E infatti,
superata la centrale,
su un dosso c’è uno
slargo con vista sul mare
e sulla centrale. Geniale.
Non resta che dirigersi,
superate Brindisi
e Punta Penne, verso
la non lontana Oasi
naturale di Torre Guaceto,
una delle più belle
della Puglia. Chiedendosi
quale sia la ragione
per cui c’è chi
preferisce prendere il
sole schivando l’ombra
di una ciminiera.
Perché una ragione ci
deve pur essere…
Da Torre Guaceto a Monopoli, ignorate spiagge da sogno
Si lascia la superstrada e ci s’inoltra verso la costa, dopo
aver superato un piccola masseria che vende frutta e
ortaggi ai bordi della carreggiata. Un tempo qui sbarcavano
gli arabi, i saraceni, durante le loro scorribande
lungo l’Adriatico. Prima ancora era un luogo prediletto
dagli uomini dell’età del bronzo, messapi e micenei.
Insomma, una vera
chicca, da sempre. Tanto
è vero che nel XVI secolo
il marchese spagnolo
Ferdinando De Alarcon
fece costruire una
torre di avvistamento
per tenere d’occhio la
baia. Perché questa zona
era una specie di stazione
di servizio, ben riparata
dal vento, lungo
chilometri di costa arida:
vi si poteva trovare
acqua fresca, indispensabile
per dissetare marinai
di ogni razza, religione
e risma. E così la
torre in questione prese
il nome del luogo, Guaceto,
che
deriva dall' arabo "gawsit" e
significa
"luogo di
acqua dolce".
E oggi?
Oggi l’intera
area, in
provincia
di Brindisi
e nel Comune
di Carovigno è una
delle oasi
naturalistiche
più
belle dei litorali
italiani,
affidata
dallo
Stato alle
cure del
Wwf. Con
la differenza,
rispetto
a cinquecento
anni fa,
che di spagnoli
non
c'e' piu'
traccia (e,
d’altra parte,
è una
delle categorie
di turisti
stranieri
meno
rappresentati
in
Puglia e
Sud Italia,
forse perché
si sono
tolti lo
sfizio quando qui erano
i padroni i casa), tanto
meno di marchesi; in
compenso qualche arabo
c’è: vende asciugamani
e parei ai bagnanti
che scelgono questa
zona della costa per bagnarsi
e prendere il sole.
L’acqua dolce a disposizione,
sotto forma
di una solitaria fontana
pubblica dell’Acquedotto
pugliese, c’è sempre;
ma la gente preferisce
trascinarsi dietro enormi
"frigobar" e/o fare la
coda davanti al pulmino
che vende panini, birre,
bibite varie e patate
fritte, serviti da gentile
ragazze col camicie
bianco sopra il costume
da bagno. Infatti il novanta
per cento dei bagnanti
s’affolla nei paraggi
di parei e panini,
trascurando il resto.
Un vero peccato, perché
è come se la folla -
accompagnata da centinaia
di automobili per
fortuna "confinate" in
un parcheggio a pagamento
- si fosse fermata
a gozzovigliare sull'
uscio di casa.
Il fatto è che in questa
splendida
oasi - provare
per credere
- ci sono,
poco lontano dai due lidi presi
d’assalto,
alcuni angoli
di paradiso,
tanto da
far rimpiangere i
soldi spesi
per trasvolate
ai Caraibi
in cerca
di spiagge
quasi
uguali ma
più affollate.
Certo, bisogna
aver voglia
di sudarsele
le spiagge caraibiche
di Torre
Guaceto.
Nel vero
senso della
parola.
Perche' per arrivarci
si deve
camminare
almeno
per tre
quarti d’ora, o pedalare
per
una ventina
di minuti,
sotto il
sole cocente
d’agosto, a meno che
non si parta al mattino
presto. Un tragitto, tutto
sommato breve, che
non scoraggia i ruspanti
turisti nordici, i villeggianti
italiani ecologisti
e naturisti (intesi come
nudisti) e molte coppie
omosessuali in cerca di
privacy. Come testimoniava,
urlando nel telefonino,
una signora romana
giunta ansimando
fino ad una delle prime
zone isolate: «Bello
è bello. Eccome. Ma fa
un cardo che se more. E
poi oltre a essere tutti
nudi so’ pure… gay (a
dire il vero, la vivace signora
ha usato un termine
molto più romanesco,
ndr)».
In verità i gay, come
sempre, non danno fastidio
a nessuno. E qui
è difficile che qualcuno
dia fastidio. Tra un bagnante
e l’altro, nelle
spiagge e negli anfratti
lungo la bassa costa rocciosa,
ci possono anche
essere trecento metri.
Insomma, bisogna avere
il coraggio di farsi la
camminata assolata (o
una pedalata con le bici
a noleggio nello stand
dell’Oasi, come abbiamofatto
noi) e il paradiso
è alla portata di tutti:
non c’è solo il mare,
diviso in tre zone potette
a seconda della rilevanza
naturalistica, ma
anche una cosiddetta
zona umida, formata da
sorgive d’acqua dolce
che alimentano canneti
estesi fino ad Apani, graditissimi
a tante specie
di uccelli; poi c’è la macchia
mediterranea: timo,
ginepro, pino
d’Aleppo, mirto e via
elencando. Proprio la
prova ginnica, pur se
modesta, richiesta per
goderne, dà un’idea delle
due categorie in cui
sono divisi i bagnanti:
quelli pigri, la maggior
parte, e quelli disposti a
qualche piccolo sacrificio.
Mentre pedaliamo
al fianco di una famiglia
di sudatissimi bergamaschi,
consideriamo che i
pugliesi - sarà che tutto
questo ben di Dio l’hanno
sempre a disposizione,
anche se pochi conoscono
l’esistenza della
riserva di Torre Guaceto
- appartengono quasi
integralmente alla prima
categoria. Perché?
Un po’ deve essere questione
di pigrizia, un po’
questione di affetti: nei
confronti della propria
automobile, s’intende.
Pare proprio che l’osservazione
antropologica
del bagnante con automobile
lungo le coste
pugliesi confermi un affetto
quasi kamasutrico
tra il primo e la seconda.
Altrimenti non
si spiegherebbe per quale
motivo il lido successivo
a Torre Guaceto,
procedendo verso
Nord, all’altezza di Punta
Penna Grossa, mostri
torme di bagnanti
accatastati gli uni sugli
altri, con l’amata utilitaria
parcheggiata a non
più di quaranta centimetri
dall’ombrellone,
dalla suocera e dalla carrozzina
del bambino.
C’è una tale folla di gente
e di quattroruote che
anche la più affollata delle
spiagge di Torre Guaceto
pare quella desolata
dell’isola di Robinson
Crusoe. Come se le ferie
se le fossero meritate le
automobili invece dei loro
proprietari. Eppure
poco più in là c’è lo spazio
per parcheggiare
con comodo…
Commossi da tanto
inspiegabile affetto tra
l’uomo e la macchina,
proseguiamo in direzione
di Bari, lungo quel
dedalo di strade liquidate
ovunque, sui cartelli,
con l’ingiusto epiteto di
«viabilità di servizio».
In realtà consentono di
raggiungere tutte le cale
e calette, ma chi non
è del posto viene tenuto
accuratamente all’oscuro
ed è confinato nella
superstrada. Tanto da
rischiare di perdersi il
semplice ristorantino
di Ninì a Specchiolla: si
chiama Tav, che sta per
«tiro a volo»; infatti qui
si pratica ancora il tiro
al piattello, sul mare,
mentre, tra i cinque o
sei tavoli, si pratica la
degustazione dei prelibati
piatti di
pesce, preparati
con la
giusta lentezza
da Ninì.
Una goduria
che induce a
perdonare
persino una coppia di
chiassosi fidanzati
milanesi,
decisi a
farsi confessare che
quelle cozze gratinate
al momento si posso ottenere
anche con il loro
forno a microonde.
Inizia un tratto di costa
in cui sono nati parecchi
complessi residenziali
formati da ville
e villette: i più noti sono
quelli di Rosa Marina e
di Monticelli. Si tratta
di aree presidiate e recintate,
che rendono anche
difficile raggiungere
il mare, se non si é nella
schiera dei residenti.
Ci sono barre mobili e
guardiole. Sono per lo
più seconde case: a Rosa
Marina prevalgono i
baresi del capoluogo
(compreso, tra gli ospiti,
il nuovo sindaco Michele
Emiliano) e non
c’è barese di un certo
rango che non voglia far
sapere di avere la sua
brava villetta qui (o
qualche amico in grado
d’ospitarlo); a Monticelli
il rango regge ma, a
prima vista, i baresi "di
città" sono meno. Per
entrare a Rosa Marina
bisogna aver l’invito di
uno dei "proprietari", come
ci dicono al posto di
blocco. Altrimenti, nisba.
Per intrufolarsi a
Monticelli, dove evidentemente
vige un regime
più democratico, basta
avere la pazienza di attendere
che qualcuno
entri o esca, sollevando
la barra. Si riesce ad intrufolarsi
persino con
l’auto, anche se poi non
si da dove andare.
Dopo Rosa Marina,
Torre Canne: con le sue
terme, la sua aria molto
mediterranea, il suo faro
e scarse brutture edilizie,
ha un aspetto e
un’atmosfera tutto sommato
gradevoli e rilassanti.
Nell’entroterra,
intorno a Ostuni, spopolano
gli agriturismo dai
prezzi non sempre abbordabili,
dove villeggianti
stranieri (s’incrociano
parecchi inglesi)
e italiani settentrionali
si godono una vacanza
intellettuale in stile toscano,
pendolando tra
il mare e la Valle d’Itria.
Uno degli ultimi presidi
brindisini è Savelletri.
Un paese normalissimo,
se non fosse che qui
si consuma il rito della
scorpacciata di ricci:
non solo nei ristoranti
ma, soprattutto, ai margini
di baraccotti in cui
il prelibato animaletto
spinoso viene
servito a
colpi di cinquanta
esemplari
a testa,
con tanto di
mollicoso pane
pugliese,
necessario
per spazzolarne
con cura
la polpa.
L’epicentro
della ricciomania è
il piccolissimo borgo di
Forcatella, tra gli scavi
di Egnazia e Savelletri,
con sistemazione molto
spartana e vista sulla
scogliera: ottimi ricci
appena pescati, sarde
al limone, volendo una
spaghettata, piatti di
plastica, tovaglie di carta
e bidoni per buttare
quel che resta del fiero
pasto. I prezzi sono assai
meno spartani. Ma
si deve essere sparsa la
voce che nell’entroterra
ci sono quei turisti intellettuali
inglesi e settentrionali,
tentati in maniera
irresistibile da
proposte culinarie molto
naif e pittoresche.
Una tentazione irresistibile
anche per i gestori
dei baraccotti, che però
ai ricci preferiscono, ovviamente,
i turisti, adeguando
i prezzi a questa
preferenza. Ancora
pochi chilometri ed eccoci
in provincia di Bari,
a Monopoli.
Da Monopoli a Giovanazzo, centri storici da sogno ma senza turisti
Dopo Torre Canne, ecco Monopoli. E’la prima
cittadina barese che s’incontra venendo
da Sud. La costa è diventata rocciosa. Ma a
segnare l’ingresso nel Barese è anche, appunto,
il barese: inteso come dialetto e accento,
molto diversi da quelli, percepiti da Leuca fino
a Ostuni. Pure qui gli "indigeni" avvertono
subito il forestiero del fatto che «il dialetto
parlato a Bari non si capisce», vantando le
qualità della propria cadenza: tuttavia il suddetto
forestiero stenta a capire gli uni e gli altri,
se davvero parlano il proprio amato idioma,
in cui si nota solo lo stagliarsi, ecumenicamente,
della classica «O» contratta. D’altra
parte - qui come altrove nela variegata Italia
dei campanili, ma forse con una leggera insistenza
in più - la questione del dialetto è un
fatto di principio: ognuno rivendica il primato
di parlare quello più elegante, riferendosi alla
«lingua» dei paesi vicini con qualche spocchia.
Nell’impossibilità di vantare radici locali
e non capendo, altrettanto ecumenicamente,
alcun dialetto della zona,
possiamo solo dare
credito a tutti e non capire
(quasi) nessuno.
La città ci accoglie
con un lungomare in allestimento
e la sua periferia
arroccata sulla scogliera:
sul bordo di una
piccola insenatura un
paio di vecchi cartelli avvertono
che il terreno è
franoso e che è pericoloso,
anzi vietato,
sostare.
In realtà
il messaggio
non è chiaro:
è pericoloso
stare
sopra la
scarpata o
sotto, nella
spiaggetta?
Il rischio
non
c a m b i a
granché, a
causa dell’inesorabile
forza di gravita'.
Tuttavia
forse l’ambiguita' consente
di far finta
di niente;
e poi non
c’è scritto
«è severamente
vietato
», con
l’avverbio
che, come
ama ricordare
Enzo
Biagi, solo
in Italia
viene spesso
usato
per sottolineare
che
in altri casi
qualcosa
può essere
blandamente vietato.
Cosicché
il blando
divieto viene digerito
dalle frotte di bagnanti
assiepati sotto la potenziale
frana con beata
spensieratezza: c’è chi
prende il sole, che si tuffa,
chi nuota, chi fa merenda.
Non lontano una
coppia, ai margini della
scogliera, si bacia.
Poco dopo la strada
s’imbatte nella mole del
castello di Monopoli,
ben tenuto, proteso verso
il mare, oltre le case.
Pare che blocchi la strada;
e un tempo di certo
serviva anche a questo
scopo. Però ci si può
inoltrare nel centro storico
della cittadina, che
è bellissimo. Entrarci
con l’auto pare un pochino
uno sfregio a quelle
antiche strade incassate
nel borgo. Ma non è
vietato, neppure blandamente.
Così ci s’insinua
tra famiglie sedute al fresco
sull’uscio, panni stesi,
vicoli che si diramano
come le
dita di una
mano, col
mare che
compare e
scompare
tra archi e finestre.
Morale? Il
centro storico
di Monopoli
meriterebbe
di essere
conosciuto
meglio
dai turisti,
ma non se
ne incontra
neppure uno. Scarsa
pubblicità? Può
darsi.
Di certo
i centri storici
di molte
cittadine
rivierasche
baresi
sono forse
i più belli
della Puglia ma
non sono
altrettanto
conosciuti,
neppure
dai
pugliesi. Il
tour, da queste
parti, raggiunge
al
massimo
Polignano
a Mare e
Trani. Luoghi
meritevoli, certo;
ma il fascino di paesi
meno, o per nulla, visitati
- come Monopoli, Giovinazzo,
Molfetta - pare
proprio un patrimonio
non adeguatamente
sfruttato per rendere
più interessante e gradevole
il soggiorno da
queste parti. Peccato.
Monopoli lascia spazio
alla zona balneare di
Capitolo, forse una delle
uniche aree balneari
in provincia di Bari attrezzata
per favorire un
turismo che non sia solo
quello «a corto raggio
» di pugliesi e lucani,
ma anche di respiro nazionale
e internazionale;
tanto più che da qui
sono facilmente raggiungibili,
nell’entroterra,
la valle d’Itria con i
suoi trulli e le grotte di
Castellana. Qualche
camper tedesco o francese
s’incrocia. La litoranea
raggiunge ben
presto Polignano a Mare:
il seduttivo borgo antico
a strapiombo sull’Adriatico
e la fama di
Domenico Modugno ne
fanno una meta, come
dicevamo, abbastanza
nota. Tuttavia anche
qui si lamenta un calo
del turismo: i ristoranti,
all’ora di pranzo, sono
quasi vuoti e non è un
buon segno, in agosto
per giunta.
Comunque, di certo
Polignano è un paese romantico,
da cartolina.
E, infatti, se ci sono pochi
turisti, si materializzano
invece coppie di
sposi ovunque, inseguite
da fotografi, cameramen
e parenti. Non c’è
scalinata (decorata
spesso dalle poesie di
un poeta locale), muro
con vasi di fori, balconcino
sul mare, scorcio di
scogliera, in cui non s’incoccino
coppie appena
sposate: impegnate in
pose così plastiche che
più plastiche non si
può, con occhi che si
guardano languidi e il
bouquet in bella mostra.
Se il Comune decidesse
di far pagare un
pedaggio agli sposi che
scelgono Polignano per
loro album di nozze potrebbe
anche riempire
le casse, alla faccia dell’austerità
governativa.
Ma oggigiorno ci mancherebbe
una tassa sui
matrimoni, in stile medievale.
Meglio non infierire.
Intanto ci sono
buoni nuotatori che si
danno da fare proprio
nello specchio d’acqua
di fronte agli sposi e alla
Cala Porto, che è in via
di consolidamento, con
gli operai al lavoro sospesi
tra il mare e la roccia.
Cala Paura - malgrado
il nome - è un’oasi,
anche se affollata, tra
piccole case bianche,
barche colorate e bagnanti
dall’aria domestica.
Subito dopo San
Giovanni con la sua abbazia,
un altro gioiellino
poco noto.
Pochi minuti d’auto e
spunta Mola di Bari: pare
una copia in piccolo
del capoluogo, con la
gente che prende il sole
sul molo. Da qui in poi
inizia il lungo, lunghissimo,
tratto di litorale pugliese
compreso nel territorio
del Comune di
Bari, da Torre a Mare fino
a Santo Spirito, passando
per le spiagge cittadine
di Torre Quetta
e Pane e Pomodoro, a
Sud, e quelle del quartiere
San Girolamo
(San Francesco e Trampolino)
a Nord. In tutto,
oltre 35 chilometri,
un record. Torre a Mare
ha l’aria del paese vero
e proprio, con una bella
piazza rifatta accanto
alla torre e un piccolo lido
con pontile e ragazzini.
La frazione è preceduta
da un agglomerato
cementizio non troppo
attraente, dove sopravvive
qualche villetta liberty
e in cui si stagliano
il Lido del Carabiniere
e un misterioso fortilizio
che appartiene, leggiamo,
al «Distaccamento
di Torre a Mare della
III Regione Aerea - zona
militare»: in verità entrano
ed escono famiglie
in tenuta balneare.
Non è finita. Usciti da
Torre a Mare c’è il Lido
della Polizia di Stato,
lindo e pulito. Di certo,
da queste parti - almeno
d’estate -
non mancano
presidi
delle forze
dell’ordine. Il
borgo è «presidiato
» pure
da una gradevole
statua
in bronzo,
che rappresenta
un tipo
nudo in procinto
di infilzare una piovra.
L’altro anno, in occasione
dell’inaugurazione
da parte del sindaco,
qualcuno disse che il
tipo aveva proprio la faccia
dell’allora primo cittadino,
Simeone di Cagno
Abbrescia. Malgrado
le smentite, a ben
guardare, il sospetto resta.
Con questo dubbio superiamo
una curva per
sbattere (metaforicamente,
non vorremmo
fare danni) contro i palazzacci
di Punta Perotti,
l’ecomostro che tutti
c’invidiano. A forza di
vederlo e sentirne parlare,
un giorno forse ne
avremo pure nostalgia.
Sulla spiaggia di Torre
Quetta, malgrado
l’amianto e i relativi divieti,
alcuni ragazzi s’apprestano
a praticare il
surf a vela. "Pane e pomodoro",
lido redivivo
purché non piova e le fogne
non debordino, è un
tripudio di tuffi e lazzi.
Superata la Fiera del Levante,
davanti alla quale
nella notte si consuma
il rito del polpo alla
brace sulle bancarelle,
comincia con la serie di
lidi per baresi che continueranno
a Palese e a
Santo Spirito. O meglio:
Santo Spirito sarebbe
il lido dei bitontini,
cui una volta la frazione
apparteneva: i quali
sono pure un po’arrabbiati
perché tutti dicono
che il Comune di Bari,
consapevole dell’infiltrazione
di extra-comunali
(e pure di qualche
extracomunitario), incassa
le tasse ma non ricambia
con adeguati
servizi. Di certo, molte
case e i tanti residence
sono popolati da cittadini
di Bitonto: e altri ne
giungono la sera, per
concedersi la classica
passeggiata estiva. Emiliano,
pensaci tu… Al
sindaco, per riuscire a
toccare la sensibilità
dei santospiritesi (si dirà
così?) in caso di comizio,
potrebbe
essere utile
sapere che
tre dei pilastri
dei fan di
Santo Spirito
sono: numero
uno, la
gelateria sovrastata
dalla scritta
"Qui si gode",
che compare
pure in alcune foto
d’epoca esposte in un
bar vicino, a testimonianza
del fatto che da
queste parti si godeva
già almeno negli anni
Venti (per altro, lo testimoniano
anche alcune
belle ville d’epoca incastrate
tra le imprese dell’edilizia
post anni Sessanta);
numero due, il
vergalone, nome attribuito
ad uno scoglio, la
cui punta affiora appena
al centro del porticciolo
e che è stato meta
di generazioni di bagnanti;
numero tre, il
profumo del mare, da
queste parti garantiscono
sia più intenso che altrove
(in effetti, una sniffata
pare confermare la
teoria), forse grazie ad
un tipo d’alga. Dopo
Santo Spirito il Comune
di Bari finisce. E si entra
in quello di Giovinazzo,
il cui bel centro storico
è stato restituito negli
ultimi anni all’antico
splendore.
Da Giovinazzo a Manfredonia: i giapponesi si fermano solo a Trani
S'arriva a Giovinazzo, diciotto chilometri dopo
Bari. E si resta a bocca aperta. Nel nostro caso
un po' meno, perché non è la prima volta. Ma i forestieri
che finiscono qui, probabilmente quasi
per caso, mostrano l'aria di coloro che hanno appena
scoperto un tesoro ignoto ai più. Infatti sono
ancora pochissimi, persino in Puglia e forse
persino in provincia di Bari, coloro che ne conoscono
il centro storico, affacciato sul mare con la
sua cattedrale, i palazzi nobiliari, i vicoli, le volte,
le antiche chiese. Un piccolo gioiello, ristrutturato
e recuperato negli ultimi anni con rispetto
per la struttura originale, affacciato
sul mare.
In un assolato primo pomeriggio
entriamo nel centro storico medievale
attraverso l'arco di Traiano, unico
varco nelle mura aragonesi che circondano
il porto naturale. Non c'è
anima viva o quasi. E' l'ora della siesta.
Per la cronaca, quell'arco si chiama
così per un ragione precisa: è formato
da quattro colonne miliari della
via Appia beneventana, una delle
«autostrade» degli antichi romani.
Secondo la leggenda, il nome deriva
da «Iovis Natio», cioè , perché sarebbe
stato fondato da Perseo. Comunque
ai tempi dell'impero romano si
chiamava Natiolum, poi divenuto Iuvenis
Netium: una città fortificata,
costruita per raccogliere i profughi
peuceti scampati alle guerre puniche.
Una divagazione storica per significare
che questo paese ha tutto per
diventare una meta turistica di qualità.
Il fatto che non s'incontri un turista
vero e proprio (cioè, non pugliese)
- già un po' meno raro nella successiva
Molfetta e piuttosto diffuso
a Trani, subito dopo - è una rappresentazione
lampante della scarsa capacità
della Puglia di sfruttare le proprie
risorse. Ovviamente non è possibile
prendersela con la piccola amministrazione
comunale. D'altra parte
sono tante,
troppe, le località
del Tacco
d'Italia con un
fascino paragonabile
a quello
dei numerosi paesi
della Toscana
o dell'Umbria
che, appunto,
del loro antico
fascino hanno
fatto la principale
fonte di
reddito. Eppure
paesi come
Giovinazzo restano
al palo,
pur essendosi
garantiti - grazie
alla recupero
del nucleo
storico e alla nascita
di vari locali
- le scorribande
serali dei baresi.
Invece la scarsa dimestichezza
con le esigenze dei turisti «a largo
raggio» si può verificare costatando
che alle tre del pomeriggio di un giorno
d'agosto non c'è un ristorante
aperto. I rari baristi con le saracinesche
alzate ci guardano, allorché
chiediamo un panino e una birra,
con l'aria di chi ha chiesto una dose
di cocaina. Alla fine un bar ci serve
un toast, frutto di non si sa quale catena
umana, dato che, pur essendo
gli unici clienti, ci è stato consegnato
dopo mezz'ora, con la nostra birra
che ormai pareva un brodino. Masiamo
certi che se qui si facessero arrivare
un po' di turisti «bisognosi» e danarosi,
la specie dei baristi giovinazzesi
s'evolverebbe in fretta.
Dopo Giovinazzo il mare si scorge
in lontananza, perché i campi coltivati
arrivano fino a pochi metri dall'
Adriatico, come alcune piccole fabbriche
e cantieri. Le spiagge, frequentate
soprattutto da ragazzi, ci sono
ma non si vedono. Molfetta ha un
centro storico altrettanto bello, appena
più noto, e un porto peschereccio
che è stato a lungo la maggiore risorsa.
Un'altra corsa tra mare e orti
ed ecco Trani: ci offre il suo antico
porto, che pare disegnato. Tra reti
stese ad asciugare e le ultime bancarelle
dei pescatori davanti alle barche,
un'apparizione: un signore con
un ombrellino giallo, inseguito da un
plotone di giapponesi, diretti a ranghi
serrati verso la cattedrale. Un avvistamento
raro, da fanatici del touristwatching
(disciplina inventata or
ora e dedicata alla caccia indolore di
turisti rari).
Per la cronaca, i giapponesi, in Puglia,
si vedono di rado e concentrati
in tre posti, come prevedono rigidissimi
(per loro rassicuranti) cerimoniali
turistici: Castel del Monte (la
cui vicinanza con Trani deve aver
suggerito una deviazione), Alberobello
e Lecce. Gli spendaccioni nipponici
(una recente indagine di
Unioncamere svela una spesa media
giornaliera pro capite di 570 euro) al
mare comunque prediligono la cultura,
l'arte e lo shopping di capi firmati.
In spiaggia, insomma, non li vedremo
mai.
E pure a Trani sono stati dei fulmini:
giù dal pullman, raffica di foto, di
nuovo sul pullman; e via. Roba quasi
da non crederci.
I pescatori che con le loro canne si
davano da fare ai piedi della cattedrale
manco se ne sono accorti. Forse
non se n'è accorto quasi nessuno.
In ogni caso Trani è frequentata da
molti vacanzieri «a largo raggio»,
spesso reduci da Castel del Monte o
diretti lassù. Qui i ristoranti si sono
evoluti da tempo: ambienti rustici
ma in genere ben tenuti, camerieri
professionali, prezzi, ovviamente,
per turisti.
Bisceglie, «città dei dolmen e dei
Normanni» (come recita uno slogan)
è una grande città e al primo impatto
non lascia sperare grandi performance
in stile balneare. Ma dopo
aver superato la scogliera mostra alberghi,
lidi, scogliere, dove intere famiglie
con guanti da cucina si dedicano
alla raccolta di ricci o molluschi.
Ed ecco le spiagge sabbiose di Barletta:
altro che «Pane e pomodoro»,
senza offesa per i baresi. La città non
arriva sul mare, a parte il porto con i
suoi silos; dal punto di vista di un bagnante,
non è uno spettacolo in armonia
col resto. Pazienza: la litoranea
di Ponente, con due chilometri
di spiaggia libera, e quella di Levante,
con spiagge libere e lidi a pagamento,
offrono spazio a più non posso.
E il mare ha persino meritato la
«Bandiera blu». Anche qui, tuttavia,
i bagnanti sono solo biscegliesi o persone
che vengono dai paesi dell'entroterra.
D'altra parte Barletta non
sembra voglia pretendere di diventare
una stazione balneare aperta al turismo
nazionale e internazionale.
Obiettivo che invece ha Margherita
di Savoia, tanto è vero che qualcuno
ricorda ancora un cartello stradale,
alle porte della cittadina, che fino a
un paio d'anni fa la definiva Santa
Margherita di Savoia ( una "contaminazione"
col nome della località ligure
in cui pare incorrano in molti).
Fatto sta che l'ambizione di Margherita
di Savoia pare scontrarsi con
un look adatto, anche in questo caso
come in altri, ad un tipo di villeggiante
molto locale. Senza offesa per nessuno,
la cittadina pare un po' lasciata
andare: con facciate disomogenee
e scrostate, marciapiedi dissestati,
prezzi in compenso piuttosto alti.
Un'aria consunta che difficilmente
può spingere turisti che hanno percorso
oltre mille chilometri in auto a
scegliere di fermarsi qui, malgrado le
grandi spiagge dall'aspetto versiliano
con stabilimenti balneari, forse
non a caso abbastanza deserti. In
piena stagione all'ora di pranzo i negozi
(almeno, così è capitato il 5 agosto
scorso) sono tutti chiusi, difficile
anche trovare un posto in cui pranzare:
dopo varie ricerche, ci siamo trovati
bene all'«Invidia», pub e pizzeria
con musica portoghese di sottofondo,
ragazza slava ai tavoli e stile tendente
verso il trandy (il mistero del
nome del locale? Beh, è il cognome
del proprietario…), che la sera propone
musica dal vivo in quello che diventa
un «lounge bar».
E dire che di argomenti per potersi
proporre meglio Margherita di Savoia
ne avrebbe. Le antiche terme, ad
esempio. E le bellissime e altrettanto
antiche saline, le più grandi e spettacolari
d'Europa: riserva naturale
statale dal 1977, habitat per i fenicotteri
e altri uccelli come la sterna zampenere,
il gabbiano roseo, il gabbiano
corallino e l'avocetta. S'estendono
lungo la costa per venti chilometri,
spingendosi nell'interno per cinque,
su una superficie di 4500 ettari.
Percorrere l'istmo tra le saline e il mare,
limitato da basse dune, è un'esperienza
unica,
quasi onirica,
dopo centinaia
di chilometri
tra gli ulivi. Terme
e saline che,
con il mare, potrebbero
essere
una risorsa in
grado di attrarre
turisti anche
da molto lontano,
senza doversi
accontentare
di quel che passa
il convento.
Vedremo.
Comunque di
certo la situazione
non scompone
gli ausiliari
di sosta di Margherita,
che ci
hanno appioppato
una multa
da 33 euro per non aver esposto il
grattino dopo le 15. Ecco la cronaca
di un dialogo alla Ionesco.
«Senta - diciamo all'ausiliario, rintracciato
mentre vagava verso l'orizzonte
- avremmo grattato il grattino
se alle due del pomeriggio avessimo
saputo dove comprarlo». Risposta:
«Si compra nei negozi». «Erano tutti
chiusi, abbiamo cercato per mezz'
ora». «In effetti a quell'ora sono quasi
tutti chiusi. Riaprono nel tardo pomeriggio.
Ma sarebbe bastato mettere
i lampeggianti e attendere che
passassi io, dopo le 15». «Un'ora con i
lampeggianti accesi in attesa? E poi
io sono qui di passaggio…». «Comunque
quella più che una multa è un avvertimento.
Se mi dà un euro siamo
a posto». «Bene. Ma se non l'avessi
rintracciata lungo la strada avrei preso
la multa. O no?».
«Esagerato. Prima di tre giorni
non l'avremmo spedita e si figuri se
in tre giorni non ci saremmo incontrati
». Inutile spiegare ancora che
«siamo a Margherita di Savoia davvero
di passaggio». Ci arrendiamo, felici
di aver risparmiato 32 euro. Dopo
le Saline, Zapponeta, poi Siponto,
con le sue belle pinete e i suoi bufali.
Infine ecco Manfredonia e, alle spalle,
il massiccio scuro del Gargano.
Gargano, il paradiso selvaggio finalmente con i turisti
Chi giunge a
Manfredonia
per la prima volta,
malgrado sia
sul mare, s'aspetta
una città industriale
e basta.
Quella creata decenni
fa all'inizio
del Gargano
con la tipica lungimiranza
di allora:
quando si
riteneva che
uno stabilimento
petrolchimico
fosse - qui come
a Marghera,
davanti a Venezia,
tanto per fare
solo un esempio
- quel che
meritava un mare
implorante,
invano, d'essere
destinato al turismo.
Sarà che si
sente parlare in
continuazione
del petrolchimico
(a un tiro di schioppo,
anche se amministrativamente
è nel Comune
di Monte San'Angelo, appollaiato
qualche centinaio
di metri più in alto).
Sarà che si sente litigare
sull'efficacia dei cosiddetti
«piani d'area»,
la cui solo definizione -
«strumento programmatico
attuativo laddove
sia necessaria una concertazione
di soggetti diversi
per definire scelte,
previsioni ed interventi
», ecc. ecc. - cozza come
un caprone contro
l'idea di farsi una nuotata.
E poi c'è quel lungo
terminal scuro che sembra
collegare la costa direttamente
con l'orizzonte…
Insomma, niente
nuotata? E' fondata
l'impressione del forestiero
al primo approccio?
Invece - udite, udite…
- Manfredonia non è soltanto
una città industriale.
E non solo per
merito di Siponto, che
la precede a Sud, o di
Mattinata, che inaugura
la costa turistica pugliese
per eccellenza, quella
garganica, a
Nord. In questa
città il legame
con il
mare, e la testardaggine
di chi pare
non essersi
voluto arrendere
nella tutela
delle proprie
radici, si
percepisce
subito. Pochi giorni fa è
stato inaugurato dal Comune
il Lungomare del
Sole, dopo due anni di lavori,
lungo la strada che
collega la cittadina con
Siponto: un paio di chilometri
nuovi di zecca,
adatto per passeggiate,
relax, attività sportive,
svago, chiacchierate,
grazie ad ampi marciapiedi,
piazzole e terrazze,
piste ciclabili, panchine,
un po' di verde, statue
interessanti, come
quella al pescatore. Sembra
un'idea non proprio
originalissima, in teoria;
ma in pratica, lungo gli
oltre seicento chilometri
di costa pugliese che
ci siamo già lasciati alle
spalle, spesso l'idea stessa
di «lungomare attrezzato
» pare fantascientifica,
visto che tante località
con l'idea fissa d'essere
«turistiche» non ne
hanno neppure qualche
metro.
Oltre tutto, Manfredonia
non ha la pretesa di
rivendicare una vocazione
per la villeggiatura,
ma il lungomare l'ha creato
almeno per i propri
cittadini. I quali hanno
pur qualche diritto a svagarsi
in santa pace, perbacco!
Così lungo la passeggiata,
alla vigilia dell'
inaugurazione ufficiale,
abbiamo incontrato tanta
gente a passeggio: ad
esempio, una signora affettuosamente
accoccolata
accanto al suo cane
boxer, entrambi in contemplazione
del mare; e
una coppia di sposi col
seguito di fotografi e teleoperatori,
in posa plastica
sui muretti. Fenomeno,
quest'ultimo, osservato,
durante il viaggio
«coast to coast», solo
a Polignano a Mare. E
quando gli sposini scelgono
un posto per farsi
fotografare, e per angustiare
così figli e nipoti
per decenni con le relative
foto, c'è da giurarci: la
scelta è azzeccata.
E la nuotata? Ebbene
sì, a Manfredonia si nuota:
c'è la «spiaggia del Castello
», che deve il suo
nome al Castello Svevo,
alle sue spalle, con sabbia
bianca e sottile, divisa
in lido in
concessione
e libero. Alla
fine del centro
abitato -
dalla baia di
Calafico, a ridosso
dell'
Enichem, fino
all'Hotel
Gargano - c'è
poi una zona
che i cittadini
di Manfredonia chiamano
«l'acqua di Cristo
», tanto è (o sarebbe)
ancora pulita.
Mica è un'invenzione
dell'ultimo minuto: lì
sgorgano tante sorgenti
d'acqua dolce, già dedicate
oltre duemila anni
fa ad Ercole per le loro
virtù terapeutiche. Con
l'avvento del Cristianesimo,
furono riconsacrate
a Gesù Cristo. Fatto sta
che, malgrado l'Enichem,
quell'acqua viene
ancora raccolta e bevuta,
in virtù delle sue qualità
salutari. Insomma,
le industrie ci sono, ma
al mare si va ancora e
per giunta bagnandosi
in acque «mitologiche».
Come se non bastasse,
non manca neppure
un accenno all'antica
tradizione pastorale: abbiamo
visto un gregge di
pecore arrivare al galoppo
proprio su questo
tratto di costa, tra i palazzi
e la scogliera, mettendosi
a brucare ciuffi
d'erba in mezzo ai bagnanti,
per nulla intimiditi.
Ancora meno intimiditi
tre grossi cani
bianchi da pastore al seguito
dei suddetti ovini:
dimenticati i doveri professionali,
si sono accovacciati,
per rinfrescarsi,
in riva al mare.
Detto questo, bisogna
sapere che, in effetti, dopo
Manfredonia inizia il
Gargano, di cui è così facile
parlare bene che ci è
parso giusto rendere
l'onore della armi alla testarda
e industrializzata
Manfredonia (e pure
all'ormai ex delfino Filippo,
fatto secco all'inizio
di agosto, che non a caso
stazionava qui davanti).
Comunque, è giusto
ricordare che il promontorio
del Gargano è lo
sperone d'Italia, percorso
da chilometri di coste
selvagge e frastagliate
che cominciano qui e terminano
a Rodi Garganico,
passando per Mattinata,
Vieste e Peschici.
La strada a quattro corsie
ben presto diventa la
solita curvosissima litoranea,
di recente graziata
dall'impatto delle auto
grazie alle nuove gallerie
che scavalcano Mattinata.
Dopo la località Macchia,
iniziano i lidi, ben
presto lindi e organizzati
come Dio comanda e
come ogni turista disposto
ad arrivare fin quaggiù
pretende. Lo devono
aver capito fin troppo
bene pure quelli del posto,
dato che fin da prima
di Mattinata, ancora
con vista su Manfredonia,
solo parcheggiare
l'auto costa 5 euro al
giorno. E non ci sono alternative.
I prezzi, man
mano che si prosegue
verso il cuore della costa
garganica, aumentano,
anche se almeno qui la
qualità dei servizi e del
mare li giustificano in
buona parte. Ecco frotte
di villeggianti in moto,
in auto e in camper,
provenienti da tutta Italia
e dall'estero, fermarsi
a guardare panorami
strabilianti, con le pinete
che raggiungono il
mare, che avvolgono
aguzzi promontori e abbracciano
archi di pietra
e faraglioni.
Di fronte a questo
spettacolo, qualche scarpata
scelta per scaricare
di sotto schifezze (pneumatici,
materassi e via
scaraventando) passa,
quasi, inosservata (quasi…).
La strada è faticosa,
per quanto affascinante.
Sarà per tutta questa
fatica che il Gargano,
anche se è un promontorio,
ben presto offre
quella sensazione
d'«essere
lontani»
che spesso si
prova quando
si è su una
piccola isola.
Un'isola attaccata
alla
terra ferma,
ma pur sempre
un'isola.
Vengono in
mente gli articoli scritti
all'inizio del secolo scorso
da due noti giornalisti
dell'epoca, Francesco
Dell'Erba (di origini
viestane, redattore del
Giornale d'Italia e corrispondente,
da Napoli,
del Corriere della Sera)
ed Antonio Beltramelli.
I loro reportage sono stati
riproposti da Mimmo
Aliota, del Centro Studi
Cimaglia, in Vieste nel
primo Novecento, edito
da Litostampa, con gli
auspici della Società di
Storia Patria per la Puglia.
Allora per andare
da Foggia a Vieste ci volevano
sedici terribile
ore di carrozza.
Dell'Erba scriveva che
spesso i viaggiatori dovevano
procedere a piedi
«o perché un uragano ha
rotto un ponte o perché
la strada è franata o perché
è troppo ripida la salita
». Insomma, una vera
Odissea, che rendeva
il Gargano «sconosciuto
in gran parte agli abitanti
della provincia stessa,
quasi stranieri gli uni
agli altri». Infatti, commentava
Beltramelli nel
1906, «queste sono le dolcezze
a cui deve sottoporsi
colui che abbia in
animo di visitare una fra
le più belle regioni d'Italia.
Perché il Gargano è
sì un luogo di incanti e
di meraviglie, una delle
più belle regioni d'Italia,
ma è anche fra le regioni
più dimenticate del nostro
bel Regno».
Ancora oggi la strada,
malgrado le nostre automobili
iperaccessoriate
con l'aria condizionata,
rende l'idea di quel che
devono aver passato i
nostri avi, come testimoniano
gli affari che le farmacie
lungo il percorso
fanno vendendo pasticche
per il mal d'auto, qui
indispensabile come
l'aspirina. Dopo l'ennesimo
tornate e l'ennesimo
saliscendi, si vede finalmente
la freccia per la
mitica Pugnochiuso. In
questo caso non bisogna
scomodare Ercole.
Basta ricordare il presidente-
padre-padrone
dell'Eni del Dopoguerra,
Enrico Mattei, la cui fatiche
contro le allora «sette
sorelle» del petrolio
non furono seconde alle
altrettante fatiche di Ercole:
con esiti, purtroppo
per Mattei, non altrettanto
positivi,
anzi
proprio spiacevoli,
dato
che morì in
un misterioso
incidente aereo nel 1962. Comunque
tre anni
prima, nel
1959, il presidente
dell'
Eni stava volando a bordo
del velivolo personale
lungo la costa viestana,
quando - passando
sopra Pugnochiuso e
per nulla intimidito dal
nome presessantottino
- avrebbe detto, estasiato:
«Ma questo è il Paradiso!
». Così furono messe
le fondamenta del
suo centro turistico, all'
inizio degli anni Sessanta.
L'idea funzionò; e
scosse la gente di Vieste,
poco lontano da qui.
Quella gente alzò gli occhi
dai propri orti e mosse
così i primi passi l'ormai
fiorente e consolidata
industria del turismo
garganico. Anche il lussuoso
villaggio voluto
da Mattei, ereditato dal
gruppo Marcegaglia, resiste
con i suoi prati verdi.
Fu una rivoluzione insomma,
che non poteva
che nascere da Pugnochiuso.
E poi dicono che
i nomi non contano…
Isole Tremiti, una gita con il conto salato
Si sbarca dal catamarano partito un’ora prima
da Vieste, pensando di fare il classico giro delle
isole: arrivo alle 10, partenza alle 17. E ci si arena
quasi subito dopo lo sbarco, illuminati dalla seguente
affermazione: «Mica voglio tanto. Vorrei
solo che l’architetto Renzo Piano mi desse un
consiglio per risistemare un pochino l’ingresso
del mio locale e la parte posteriore. Così poi,
quando lascerò tutto a figli e nipoti, saranno più
contenti». La causa dell’arenamento? Il senso
del dovere associato a un obiettivo: spiegare a
nonna Sisina da San Nicola - Isole Tremiti, 22
chilometri a Nord del Gargano, provincia di Foggia
- che il megarchitetto interplanetario, ai prezzi
correnti del nostro mercato e del suo prestigio,
per rifarle la veranda potrebbe esigere legittimamente
come minimo un miliardo del vecchio
conio, come direbbe Bonolis. Di certo Piano -
che a San Giovanni Rotondo nel luglio scorso ha
inaugurato la nuova cattedrale dedicata
a Padre Pio e che in Puglia
ha pure firmato lo
stadio di Bari - alla nonna
farebbe un corposo
sconto, malgrado sia un
genovese doc. In ogni caso
Sisina, dotata di notevole
senso dell'umorismo
e di un'inesauribile
parlantina, non demorde
neppure di fronte al miliardo:
«Quando è stato
qua a pranzo con sette
amici, il 3 luglio, proveniente
da San Giovanni
Rotondo, mica avevo capito
chi era.
Anche il nome
non mi diceva
granché.
Poi mio figlio
mi ha spiegato…
Comunque
io il caffè,
allora, non
glielo l'ho fatto
pagare, a
prescindere:
vuol dire che
lo considererò una caparra
sul conto che mi presenterà
per il locale». Il
«locale» è una piccola
trattoria da una trentina
di coperti che presidia il
portale d'ingresso dell'abbazia
fortificata. Sisina,
che tutti ma proprio tutti
chiamano nonna e per
la quale chiunque è uno
dei nipoti (difficile decifrare
quali siano quelli veri
e quelli «adottati»),
prepara un menù fisso a
base di squisiti «piatti poveri
delle nostre isole».
Li illustra facendo una
specie di comizio non appena
si sono raggruppati
almeno cinque o sei nuovi
clienti: pasta con melanzane,
pomodori e capperi
dell’isola: più insalata
tremitese (mozzarella,
capperi, pomodori, olive
e olio), perché ha un
certo punto si è detta:
«Ma davvero alle Tremiti
devo servine la solita insalata
caprese?». Menù
fisso: 13 euro. La nonna
infine prepara, extra
menù, la sua famosa coppa
degli innamorati (una
specie di sangria - signora,
non ci uccida … - con
biscotti locali): utile, previo
rito propiziatorio da
lei stessa officiato, alle
coppie; concessa anche
a eventuali single, occasionali
o per vocazione,
senza rito. Se si è fortunati,
si può gustare persino
la sua mitica (nel senso
che per noi resta un mito,
su questo fronte siamo
stati sfortunati) torta
di melanzane al cioccolato.
Di cui, dichiara la signora,
va pazzo anche il
tremitese d'adozione Lucio
Dalla, suo amico e «nipote
», che alla retrostante
Cala dei Benedettini
ha dedicato l'altrettanto
mitica canzone «Com'è
profondo il mare».
Dalla nonna non si trova
né pesce («Ne ho dovuto
mangiare così tanto
per decenni che non posso
più vedere neppure il
tonno in scatola», ama ripetere)
né carne: «Quattro
anni fa, quando da
Bari sono tornata vivere
qui, dove sono nata, inaugurai
il ristorante con i
soliti piatti che offrono
tutti i ristoranti: oh, non
veniva nessuno… E io lì,
seduta su una sedia al
centro del locale, a chiedermi
perché non venivano.
Finché m’è venuta
un’idea. Ho detto alla ragazza
che avevo preso a
lavorare con me: sai scrivere
su un cartone parole
come paninoteca, insalateria,
bruschetteria?
Insomma, qualsiasi cosa
purché non sia la parola
ristorante? Detto fatto,
ecco i cartelli, che sono
ancora lì fuori. Da allora,
tutto è andato
a gonfie vele
». «A proposito
- aggiunge
Sisina - dicono
che parlo
troppo. Sarà
anche vero.
Ma qui, al
di fuori dei
due mesi e
mezzo di stagione
turistica,
rimaniamo solo in
quindici, inclusi carabinieri
e finanzieri. Durante
il resto dell'anno sto
così zitta che a volte mi
viene il dubbio di poter
riuscire a riprendere a
parlare». Ci crediamo,
tanto più che la sua storia
di ristoratrice e di residente
fuori stagione ci
consentono di capire un
po' di più lo stile di vita
isolano. Sebbene sia difficile,
adesso, immaginare
il deserto invernale. In
agosto, soprattutto la domenica
(il nostro impatto
per giunta risale all'8
agosto), qui pare d'assistere
allo sbarco in Normandia.
Quello dei pendolari
della gita giornaliera,
provenienti da tutti i
centri del Gargano e da
Termoli, in Molise. In testa
hanno tutti il giro-
lampo delle isole. Eccole
qui: San Domino è
la più grande, con i suoi
pini d'Aleppo che giungono
fino al mare e tutti i
villaggi turistici e gli hotel;
San Nicola è il centro
amministrativo, col municipio,
e la zona monumentale;
c'è pure Capraia,
detta anche Capperaia,
a causa delle piante di
capperi che, prima, vi crescevano
rigogliose. Poi
c'è il piccolo e brullo isolotto
di Crepaccio. Al largo
c'è Pianosa, riserva
protettissima. Anzi, tutte
le Tremiti dal 1989 sono
riserva marina integrale.
Dire che sono belle,
anzi assai belle, è prevedibile.
Quindi lo diamo
per scontato.
Quelli che non sono affatto
scontati, alle Tremiti,
sono i prezzi. Il catamarano,
comodo, da Vieste,
costa 29 euro andata
e ritorno a persona. Un
normale pranzo costa almeno
altrettanto, se va
bene (Sisina esclusa, che
è clemente, ma bisogna
scovarla). Sbarcare costa
un euro di tasse a sostegno
del parco (giusto),
l’ascensore per risalire
fino al centro di San
Nicola un altro euro, così
come un caffè al banco.
Una bottiglia d’acqua minerale
da un litro e mezzo
minimo costa due euro,
un gelato confezionato
quasi il doppio rispetto
alla terraferma. Un euro
mezzo a testa costa superare
con alcuni motoscafoni,
equiparati a «trasporto
urbano» il tratto
di mare tra le due isole
maggiori. Morale: un persona
per stare qui sette
ore può spendere facilmente
70 euro, prezzo di
un volo Bari-Londra a/r
con qualche compagnia
«low coast». Una famiglia-
tipo di quattro persone
di euro ne spende
quasi trecento, costo individuale
di una settimana
«last minute» in Tunisia,
pensione completa.
Troppo per una gita alle
Tremiti? Oppure, è il
prezzo da pagare per tanta
bellezza? La nostra impressione
è questa: se i
prezzi galopperanno ancora,
il turismo del pendolare
potrebbe andare
in crisi. La suddetta famiglia,
in un'epoca
in cui le vacanze
sono
sempre più
brevi a causa
dell'esagerato
costo della
vita, con quei
300 euro può
starsene altri
tre giorni in albergo
o altri cinque in
campeggio, sul Gargano.
Di certo, a rigor di logica,
conviene, se proprio non
si resiste al fascino dell'
arcipelago, stare per una
settimana in qualche villaggio
turistico di San
Domino. Almeno non ci
si stressa con la maratona
della gita giornaliera
in balia del caldo e dell'
acqua a due euro a bottiglia.
Infatti sull'assolato
pontile di San Nicola, cui
attraccano tutti i battelli
e da cui partono tutti i
motoscafoni, si può assistere
a scene surreali:
gente che si fa ombra a
turno e a vicenda, pur di
non dover chiedere ospitalità
a qualche bar a cinque
stelle lusso; un'intera
famiglia, nonna compresa,
accalcata in un
metro quadro, ricavato
tendendo un pareo tra
due barche sulla piccola
spiaggia; un gabbiano
che fa la coda assieme alla
gente per bere un po'
d'acqua da una smilza e
solitaria fontanella. Fantasie?
Macché, abbiamo
le prove fotografiche.
In compenso la vita isolana
offre anche
quadretti
e personaggi
da non perdere.
Esempi?
Beh, Sisina è
sempre Sisina.
I carabinieri
girano
con una leggera
divisa molto
casual o ancche con t-shirt d'ordinanza, infradito
e boxer da bagno
blu con stemma dell'arma
e regolamentare righina
rossa di fianco.
Simpaticissimi e, come
sempre, rassicuranti. Oltre
tutto, se l'Arma mettesse
in commercio quei
boxer, farebbe un sacco
di proseliti (sono in vendita?).
Simpatici pure gli
uomini delle Fiamme
gialle - con scarpe da jogging,
pantaloni corti, in
tinta con i colori della
Gdf - che vigilano sugli
attracchi. I gabbiani, come s'è
visto, credono d'essere
i piccioni di piazza
San Marco, a Venezia, e
si comportano di conseguenza.
Il deposito bagagli
promette, per iscritto,
di poter custodire a
prezzi modici anche le
suocere. E' poi curioso
constatare che i lavori di
consolidamento della
scogliera sotto l'abbazia
di Santa Maria (3 milioni
di euro) sono legittimamente
svolti da due ditte
giunte dalla lontanissima
provincia di Belluno,
il «Consorzio triveneto
rocciatori» e «Dolomiti
Rocce» (ma non sono
proprio le Dolomiti a sbriciolarsi?
E quando una
ditta pugliese andrà lassù
a dar loro una mano?).
E via di questo passo.
Morale? Se le Tremiti
fossero un pochino meno
care, ebbene sì, anche la
gita giornaliera, per
quanto faticosa, sarebbe
quasi obbligatoria. Se la
parte posteriore all'Abbazia
dell'isola di San Nicola
non fosse in preda ad
un degrado indescrivibile,
sarebbe anche meglio.
E se, sempre a San
Nicola, il monumento dedicato
a perseguitati politici
spediti qui al confino
da Mussolini non fosse
semiarrugginito, con il
basamento crepato e le
scritte in parte divelte,
anche la nostra memoria
storica se ne avvantaggerebbe.
Basterebbe poco.
Su su, coraggio.
Ecco Vieste, la vera capitale del turismo pugliese
«È per la mancanza quasi assoluta
di strade che il Gargano è rimasto
da parecchi secoli indietro nei
progressi della civiltà».
«Siamo riusciti ad arrivare fin dove
siamo arrivati senza porti, senza
aeroporti, con strade sgarrupate...
La prima affermazione
è datata 1906 e porta la firma
di Francesco Dell'Erba,
di origine viestane,
corrispondente da Napoli
del Corriere della Sera e
redattore del Giornale
d'Italia. La seconda affermazione
è stata sottoscritta
nel 2004 da Luigi
Manzionna, pioniere del
turismo a Vieste (sette
strutture, tra alberghi e
villaggi, con trecento dipendenti
fissi), nonché
presidente del «Consorzio
operatori turistici pugliesi
». Aggiunge: «Una
volta in Puglia si prediligevano
i petrolchimici. Noi
abbiamo sempre ritenuto
che l'unica vera industria
locale è quella del sole:
agricoltura e turismo. Ed
eccoci qua». Sono passati
novantotto anni
da quando
Dell'Erba
scrisse quelle
righe; e le cose
sono molto
cambiate. In
agosto a Vieste,
capitale -
sul fronte della
qualità e della
quantità -
del turismo
pugliese, c'è stato il pienone,
pur con qualche defezione
da parte dei cari tedeschi,
latitanti in tutta
Italia. Nella cittadina s'incontrano
pullman di turisti
svizzeri, olandesi, boemi:
in giro anche molti russi.
Un abisso da quando,
come raccontava quel
giornalista, l'arrivo a Vieste
di un forestiero, dopo
sedici ore di diligenza da
Foggia, diventava un grande
evento, di cui si parlava
per giorni. Era il paese
più isolato del Gargano,
tanto da essere soprannominato
«La Sperduta»;
un lembo d'Italia così irraggiungibile
che ancora
si usa dire, da queste parti:
«Accidi u re e scapp' a
Vieste», «Uccidi il re e
scappa Vieste». Finché
nel 1964 la Snam inaugurò,
grazie ad Enrico Mattei,
il villaggio di Pugnochiuso.
Fu il boom, che
sconvolse un'economia fino
ad allora basata sull'
agricoltura e la pesca.
Oggi il Gargano è un efficiente
«divertimentificio
», paragonabile alla riviera
romagnola ma con
un mare e una costa assai
più belli (per non parlare
del Parco del Gargano,
della Foresta Umbra e delle
isole Tremiti). «I tedeschi
sono stati i primi a
scoprirci, addirittura negli
anni '60, quando gli italiani
manco sapevano bene
dove fosse la Puglia», ricorda
oggi Manzionna. In
alta stagione solo a Vieste
la popolazione passa dai
15.000 residenti ad oltre
centomila.E i turisti «estivi
» sono, lungo la costa
garganica, più di due milioni.
Oltre il doppio, secondo
alcune stime che riguardano
anche l'ospitalità
sommersa. Nella regione
è l'area con la maggiore
«densità» di turisti. «Una
volta la stagione durava
venti giorni, ora quattro
mesi», afferma l'assessore
al Turismo Carlo Nobile,
artefice di una serie d'iniziative
che hanno portato
il paese al centro dell'attenzione
(il «Viestefilmfest
», la riqualificazione
del centro storico, il premio
giornalistico «Il Trabucco
»).
Nel 2004 il problema
consiste nel riuscire a stanare
i turisti anche durante
la bassa stagione: «Farli
venire in agosto è più
semplice. Ma, ad esempio,
senza un aeroporto vicino
in grado di accogliere
i charter perché mai un
milanese dovrebbe venire
qui per una settimana a
giugno, quando da Milano
può andare più facilmente
sul Mar Rosso? E
perché un tedesco dovrebbe
sobbarcarsi due giorni
d'auto?», aggiunge
Manzionna.
E dice:
«Oggi l'aeroporto
civile
più vicino è
quello di Bari:
a quasi duecento
chilometri
e senza collegamenti.
Non possiamo
essere noi imprenditori
a costruire le
grandi opere necessarie.
Ci devono pensare lo Stato
e la Regione». Tutti problemi
che non si notano
mentre si prende il sole
sulle spiagge - curate e pulite
come Dio comanda,
con tutti i servizi che un
turista esige in cambio di
conti altrettanto esigenti
- e si passeggia nel centro
storico di Vieste, ricco di
ristorantini con le luci soffuse
e di negozi di artigiani.
Basta spostarsi verso
Nord-Ovest, doppiando
la punta estrema del Gargano,
per notare che quei
problemi si fanno più evidenti,
in maniera direttamente
proporzionale al
calo dell'intraprendenza
dei servizi turistici.
Da Vieste a Peschici
s'attraversa un pineta bellissima,
dalla quale partono
lunghe strade private:
percorrono quelli che erano
vasti feudi agricoli, conducono
fino al mare, raggiungendo
spiagge incantante
come Cala Lunga. Il
parcheggio - 3 euro al giorno
(più 13 per l'ombrellone
in prima fila) - è curato
da un signore di mezz'età
che, come leggiamo su un
cartello, si chiama Islam.
«Nome o cognome?». «Nome,
nome ... - dice - Ho
avuto un papà arabo». E'
nato qui, parla con l'accento
di qui. E al ritorno ci restituisce
i tre euro («Vi siete
fermato poco. Mica siamo
attaccati ai soldi»).
Grazie. Peschici per certi
versi è più genuina di Vieste
anche se un po' meno
organizzata, almeno dal
punto di vista «romagnolo
». E poi siamo arrivati lì
nel primo giorno del
«black-out idrico» d'agosto
su questo lato del Gargano:
termine tecnico,
che - dal punto di vista
della gente - è sinonimo di
un'incazzatura terribile. Il
centro è caratterizzato
dalle lampie, cupole grigie
che sovrastano case
bianche, nello stile delle
casbah arabe. Nel libro Il
cafone all'inferno Tommaso
Fiore, descrivendo
l'ansia di giungere fino alla
cittadina durante il suo
viaggio, si chiede: «Come
sarà Peschici? Tante volte
ne abbiamo sognato,
tante volte ce l'han dipinta,
pittori, disegnatori, poeti,
una bellezza nuda e
primitiva che si crogiola
al sole». Poi: «Ecco, dietro
ai pini, l'apparizione sospirata:
un dolce biancore,
una soavità di grigio…».
Fiore pubblicò queste
parole nel 1955. All'epoca
era ancora una «terra di
grandi proprietari, tre o
quattro famiglie che …
posseggono terre a non finire,
e non le coltivano».
Di turisti non c'era neppure
l'ombra. Oggi, se a Vieste
nel centro ci sono solo
ristorantini trandy, a Peschici
hanno capito che
conti da 30 euro in su per
un pranzo sono per pochi
eletti: cosicché in Piazza
IV Novembre - attorno alla
roccia con l'orma pietrificata
di un dinosauro in
ferie da queste parti alcuni
milioni d'anni fa - tra le
12,30 e le 15,30 le panchine
sono presidiate non solo
da prevedibili gruppi di
ragazzi ma anche da classiche
famiglie con prole:
addentano pizze, panini e
tramezzini. I commercianti
si sono adeguati e in
ogni angolo c'è un negozio
che fornisce quel tipo di
materia prima. Deserti i ristoranti.
La bruschetteria
con tovaglie di carta ci offre
antipasto, primo, secondo,
acqua, vino sfuso,
frutta e caffè a 22 euro.
Una famiglia-tipo (quattro
persone) ne avrebbe
spesi cento. Ecco scoperta
la ragione per cui vengono
preferite le panchine
accanto al dinosauro.
Dopo Peschici la strada
s'arrampica fino al belvedere
del Monte Pucci, accanto
all'omonima torre:
ospita un venditore di verdure
essiccate e sott'olio.
Sotto una scaramantica
treccia d'aglio un cartello
con scritto a pennellate:
«Affittasi appartamenti
con i prezzi modici». Sano
avvertimento. In basso, la
spiaggia dove finisce la ferrovia
circumgarganica,
con la stazione di Peschici
- Catenella. Un vagone
dipinto dai graffitari è fermo
sotto il sole: tocco di
modernità per questa caratteristica
ferrovia che
parte da San Severo. Nata
nel 1931, è stata la prima
a trazione elettrica in
Italia. Oggi è più utile per
scopi turistici che per chi
ha fretta. Sempre Fiore ricorda
che «quando venne
inaugurata non mancò un
poeta che scrisse…: "Miracolo
si compie per volere
di Dio, nel nome di Benito
Mussolini"». Nel progetto
originale il percorso doveva
essere di 168 chilometri,
mentre dal 1931 la ferrovia
s'è fermata a 79: è rimasto
il nome, circumgarganica,
ma
non la funzione.
Per fortuna
da tempo
la società «Ferrovie
del Gargano
» ha puntato,
sensatamente, sui
pullman.
Man mano
che si procede
verso Rodi
Garganico il look da turismo
internazionale si
squaglia: Rodi è una tipica
cittadina meridionale
frequenta da un turismo
meno elitario, con lidi più
spartani. Il Gargano da
qui in poi rinuncia alle sue
asprezze mediterranee
per regalarci lo spettacolo
dei laghi di Varano e di
Lesina: sembra d'essere
piombati di colpo nella laguna
veneta, con paesi
dai nomi strani - come
Largolungo - che s'affacciano
su specchi d'acqua
vastissimi e inattesi, protetti
da una riserva naturale.
La strada provinciale
41 percorre l'istmo tra il
lago di Varano e il mare,
pochi accessi conducono
ad una «vera» spiaggia tropicale,
una volta superate
pinete e dune. Poca gente,
che predilige la natura
agli svaghi dei centri maggiori.
Dopo, il tratto tra
Torre Mileto e il Lido omonimo
attrae decine e decine
di camper, tra ragazzi
che pattinano e tedeschi
che provano sui prati gli
«aquiloni» dei loro surf.
L'erba raggiunge persino i
bordi della spiaggia di Cala
del Principe e gli ombrelloni
paiono piantati
in un campo da golf.
Ed ecco il lago di Lesina,
lungo e stretto. La Marina
di Lesina, semplice
ma decorosa, con spiagge
analoghe a quelle di Varano,
è all'estrema frontiera
settentrionale del Parco
delGargano. Intorno campi
sterminati di pomodori,
proprio nel periodo della
raccolta. Cosicché Lesina,
affacciata come una
piccola Grado sulla sua laguna,
sembra pure una
piccola Harem:
ci sono
decine di ragazzi
neri e
gruppi più piccoli
di arabi e
di slavi. La
gente del posto
pare non
vederli, vivono
un po' a
compartimenti
stagni. Quei
ragazzi lavorano nei campi.
E lo spettacolo di una
masseria diroccata, alle
porte del paese, in cui sono
ammassati molti africani,
tra panni logori stesi e
barattoli usati come pentole,
fa pensare a quanto
lontani, seppur vicini, siano
altri «accampamenti»
di lusso destinati ai turisti
del Gargano. Marina di
Lesina dista dall'ultimo lido
pugliese quindici chilometri
in linea d'aria, 26 di
strada, perché s'aggira la
foce del Fortore. Marina
di Chieuti è una piccola
frazione. Ci fa davvero
sembrare d'essere tornati
all'esordio di questo viaggio
d'ottocento chilometri
lungo le coste pugliesi:
pare una versione liofilizzata
di Marina di Ginosa.
C'è una strada statale che
l'affianca a monte, la ferrovia
che attraversa il centro
abitato; poi ci sono le
pinete e una spiaggia, con
lo stabilimento balneare;
un hotel e appartamenti
in affitto; una «Bandiera
blu» per l'acqua pulita. E'
meta soprattutto della
gente dell'entroterra. Ancora
un chilometro e mezzo
sulla Statale Adriatica
16 e, dopo un campo in
cui pascolano centinaia di
oche, un breve ponte attraversa
il torrente Saccione.
Al di là inizia il Molise.
Per accorgersene bisogna
saperlo, perché nessun
cartello segnala il confine,
se non quello che comunica
la fine delle competenze
dell'Anas pugliese e
l'inizio dei quelle molisane
(è importante saperlo?).
Più rassicurante un
cartello all'antica: «Arrivederci
a Marina di Chieuti». Arrivederci, Puglia.
Abbi cura di te.
* Questo itinerario e' stato pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno Puglia nell' agosto 2004. Potete leggere altri scritti di Marco Brando nel suo Blog personale www.professionereporter.splinder.com
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