Di Marco Brando
Quel Salento di pietre e binari lungo l’antica via del tabacco
Se non fosse che siamo certi d’essere in Puglia,
nella punta estrema del Salento, potremmo
anche sospettare d’essere in Gallia: quella
fumettistica in cui «vissero» Asterix e Obelix,
creati nel 1959 da Goscinny eUderzo. Perché
anche qui, sebbene pochi ci facciano caso,
ci sono molti menhir. Sono monumenti
preistorici risalenti all’età del bronzo (III-I
millennio a.C.), costituiti da una grande pietra
di forma allungata e piantata
in terra. Che c’entra Obelix? C’entra.
Il corpulento Gallo è un intagliatore
e portatore di menhir; dato
che il menhir della Croce (nell’agro
di Arigliano) non c’è più, e
non ne resta che il basamento, sospettiamo
che Obelix sia passato
di qui. «È stato urtato a suo tempo
da un veicolo ed è caduto», ci
rassicurano. Ora è in un deposito
comunale. In compenso lì vicino
ce n’è un altro, quello dello Spirito
Santo, altro due metri. E ce ne
sono altri 44 solo nel resto dell’entroterra
salentino.
Il fatto è che il cuore della Puglia
nasconde, con pudore, molti
tesori. Basta dirigersi verso l’interno.
E la storia della regione - quella
dei suoi genitori e progenitori, ma anche la
storia del loro lavoro - riemerge. Lontano dai
riti dell’estate balneare. Lontano dal mare.
Senza offesa per l’Adriatico e lo Ionio, il nostro
viaggio «dentro» la Puglia - dopo quello
dell’anno scorso lungo gli 850 chilometri di costa
- comincia da Gagliano del Capo, alla fine
del Salento, dieci minuti d’auto da Santa Maria
di Leuca. Il viaggio proseguirà, attraverso
le Murge e il Subappennino dauno, fino al cocuzzolo
del Gargano.
Così ecco Gagliano, sulla Serra dei Cianci;
Arigliano ne è una frazione. Se non si cerca
uno spiraglio tra le case bianche, e qualche condominio
non proprio in armonia, è difficile intravedere
il mare, per quanto sia vicino. Lì in
mezzo, nel punto più alto del paese,
c’era quella che la gente chiamava
«la Fabbrica». Con la «F» maiuscola:
dagli anni Venti a metà degli
anni ’70 ha offerto lavoro,merce rara
quaggiù. Le foto color seppia offrono
ancora la vista di un bambinaia
con i figli delle tabacchine, intente
a conciare il tabacco. E poi le
donne al lavoro, davanti a piccoli
banchi.
Quelle foto nella «Fabbrica» ci
sono ancora, esposte con orgoglio
lungo la hall, assieme a quelle di Andrea
Morgante, un bravissimo fotografo
che sta salvando il passato a
colpi di immagini. Infatti il vecchio
tabacchificio è rinato, ristrutturato
dal gruppo Italgest di Casarano e
gestito da Mario Coscia , barese
«fuggito» quaggiù, con la socia Paola Pellegrino.
È diventato il Capoalto Hotel, inaugurato
da meno di un mese, dopo due anni di lavori
firmati dall’architetto Francesco Spada, tra i
maestri del design mediterraneo. Uno dei primi
interventi italiani di recupero d’archeologia
industriale per fini turistici, il primo in Puglia e
forse nel Sud.
Un modo per recuperare la storia locale, senza
costruire nuovi casermoni. Così qui la vita
delle operaie del Salento - raccontata nel bel
libro Tabacco e tabacchine nella memoria storica,
a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello
(Manni, 2003) - si coniuga con «un nuovo
modo di fare turismo, lontano dal caos e vicino
alle tradizioni locali», dice Coscia. Perché il vituperato
(oggi) tabacco è stato (in passato) una
delle poche risorse certe di questa terra. Le stesse
stazioni delle Ferrovie Sud Est (quasi dimenticate,
potrebbero diventare una vera risorsa turistica)
seguivano più le tappe dei raccolti che i
centri abitati. Le tabacchine, quaggiù, erano
l’equivalente delle mondine della Padania, con
le quali condivisero proteste e repressione (nel
maggio 1935 a Tricase perirono in cinque).
Altri tempi. Oggi da Gagliano il «turista-
non-solo-mare» può inoltrarsi attraverso le
serre, piccole alture, sorelle minori delle Murge
tarantine e baresi. Qui, tra rocce e macchia
mediterranea, è difficile coltivare; ma nel Medioevo
furono il rifugio della popolazione costiera,
in fuga dai pirati, saraceni e non solo. Ad
esempio, gli abitanti della non lontana Casarano
si salvarono sulla Serra Campana: in memoria,
vi costruirono la Chiesa della Madonna
«della Campana». Sull’«alta» serra di Alliste
nell’antichità i fuochi accesi servivano come faro
naturale per i naviganti. E un’ottantina di anni
fa fu avviato il progetto di Cardigliano, sulla
serra di Specchia; un paese concepito tra 1920
e 1930 per colonizzare la terra, come usava allora
(si pensi a Sabaudia e Latina). Fu voluto dal
possidente Giovanni Greco. Realizzò un villaggio-
azienda per la lavorazione del tabacco: cento
abitanti stanziali, seicento durante il lavoro;
scuole, negozi, frantoio, una chiesa (la facciata
ricorda la Basilica veneziana di San Marco, in
miniatura). Abbandonato nel Dopoguerra per
decenni, anche Borgo Cardigliano è diventato
da poco un originale villaggio turistico, «città
del sole e del vento».
Le strade, sulle serre, s’insinuano tra vallette,
boschi di ulivi, paesi che in estate il sole sembra
prosciugare, facendo «sparire» le persone.
Qui si possono fare altre scoperte inattese, quasi
magiche: come la Centopietre, «nascosta» a
Patù. Una costruzione rettangolare, massiccia,
costruita nel IX secolo dopo Cristo con cento
blocchi di tufo, sottratti alle rovine dell’antica
città messapica di Vereto. E’ di fronte alla piccola
chiesa romanica di San Giovanni Battista.
Cos’é? Un monumento funebre, costruito probabilmente
per accogliere le spoglie del barone
Geminiano. Si narra che egli, giunto via mare a
Gallipoli con l’esercito cristiano del re di Francia
Carlo il Calvo, era andato a trattare con i
saraceni che minacciavano Vereto. Fu ucciso,
scatenando così la battaglia del 24 giugno 877. I
francesi vinsero; recuperato il corpo di Geminiano,
lo sepellirono nella Centopietre, realizzata
per accoglierlo. Tra il XIII e il XIV secolo
fu trasformata in luogo di culto cristiano con affreschi
in stile bizantino. Oggi nella Centopietre
si può entrare indisturbati. Non c’è alcun
controllo. E degli affreschi non restano che labili
tracce, tanto che ci si chiede se sia (o sia mai
stato) possibile salvarli. In attesa di saperlo, ci
avviamo verso Lecce, per raggiungere - superata
la più nota Maglie - l’altopiano dei nove comuni
della Grecìa salentina. Qui - oltre a dolmen
e menhir - conservano pure la lingua, la
cultura e le tradizioni dei loro antenati greci.
Buongiorno, anzi Calimera Qui si parla ancora il griko
«Stia tranquilla... Scherzava», abbiamo dovuto
dire alla signora, barricata dietro al banco.
Non c’è stato il tempo d’approdare - assetati,
durante un torrido pomeriggio - in un bar di Calimera,
che s’è subito dovuta mettere una pezza:
all’intraprendenza milanese. Motivo? Occorre
fare una premessa... Questo è uno dei nove
comuni della Grecìa salentina, tra Maglie e
Lecce. Vi è ancora diffuso un idioma (guai a
chiamarlo dialetto) con robuste radici elleniche.
Calimera, come rivela il nome («Buongiorno
», nella lingua di Atene), ne è un
po’ il cuore. Anche se qui di turisti
se ne vedono pochi; perché, come
al solito, solo rari pionieri decidono
di avventurarsi all’interno, lasciando
i lidi di Torre dell’Orso od
Otranto.
Tra quei pochi, ecco un gruppetto
di milanesi, tra cui spiccava una
tipa di nome Sara, la traumatizzatrice
di bariste calimeresi. Un’attenuante?
È vero che nella vicina Corigliano
d’Otranto, sempre in Grecìa,
c’è persino una fonte d’acqua
minerale che si chiama «Eureka»
(cioè «ho trovato», prima persona
singolare del perfetto di «heurískein
»): magari può dare alla testa.
Comunque, ecco Sara vantare
pubblicamente gli «antichi» studi
al Liceo classico «Berchet» del capoluogo
lombardo: nel tentativo di sfoggiare le
memorie del suo greco scolastico e di conversare
- a colpi di aoristi - con la signora in questione.
Tentativo vano, almeno quanto quello in
cui potrebbe cimentarsi un greco dei nostri giorni
in vena di parlare latino a Roma.
Rassicurata la signora, tramortita dall’aoristo/
milanese, eccoci a vagare in questa zona del
Salento. Proprio la barista, per riconoscenza, ci
ha indicato in quale angolo dei giardini pubblici
è «nascosta» una stele funeraria di marmo attico,
risalente al IV secolo aC e donata nel 1960
da Atene, come simbolo dell’origine comune.
Tanto è vero che sul frontone dell’edicola c’è
un’iscrizione in greco, tradotta in italiano, che
rassicura pure la stele: «Straniera tu non sei qui
a Calimera». Un tempo si parlava greco in venticinque
paesi, oggi sono nove: oltre
Calimera e Corigliano, Castrignano
dei Greci, Martano, Martignano,
Melpignano, Soleto, Sternatia
e Zollino. Nella Grecìa una parte
della popolazione riesce ancora
a esprimersi in griko, lingua assai simile
a quella parlata oggi in Grecia
e, pare, normale evoluzione di quella
usata queste zone all’epoca della
Magna Grecia. Poi il flusso di nuove
genti greche e greco-sicule - tra
il VII ed il IX secolo, a causa soprattutto
delle invasioni arabe - fu favorito
dall’esistenza di lingua e costumi
ellenici nel Salento. Tanto che il
rito religioso greco s’è mantenuto
fino al XVII secolo.
Comunque non tutti i milanesi,
quaggiù, vengono per traumatizzare.
Ai margini della Grecìa, a Borgagne,
abbiamo scoperto - oltre all’isola grecofona
- anche un atollo «meneghinofono». È la
masseria «Bosco di Makyva», un vero hotel di
campagna più che un agriturismo. La gente del
posto lo conosce come Bosco Coppola, dal nome
dei vecchi proprietari. E infatti quando alla
persone si chiedono informazioni dicendo
«Makyva», ti guardano, anche loro, tra il perplesso
e il preoccupato. Il bosco c’è davvero, un
po’ surreale, tra gli ulivi. Al centro, uno strano
edificio ottocentesco, una via di mezzo tra la
classica masseria salentina e uno chalet tirolese
(fu voluto nell’Ottocento da un Coppola, diplomatico
in Germania, innamorato di una tedesca).
Accanto piscina, camere e suite.
Al timone, appunto, un milanese. E che milanese:
è proprio lui, Michele Girani, classe 1941,
qui con la sua collaboratrice Luisa Airoldi.
Un’istituzione, in senso ludico. Girani è stato
un inventore-creatore di ristoranti e ritrovi alternativi
nella Milano degli anni Sessanta e dopo.
Partì col mitico Tencitt, primo di una serie
di locali belli e informali frequentati da giovani
ma anche dal fior fiore della politica e dell’intellettualità
cittadina: dai Craxi ai Montale, per intenderci;
per poi passare pure ai sessantottini,
«molti dei quali - conferma lui - oggi ai vertici
delle istituzioni e dei giornali». Anni fa, a cavallo
tra anni Settanta e Ottanta, Girani capitò ad
Otranto in una appartamento in affitto, accanto
alla casa di Carmelo Bene: «Allora ci andavano
pittori, artisti, bella gente di tutta italia. Mi
piacque molto».
Cosicché dopo qualche anno - facendo il pendolare
con Milano - ha rimesso le radici qui, inventandosi
il «Bosco di Makyva» (nome coniato
da Luisa, mescolando i nomi di Michele e di
sua sorella). Lui è un appassionato di golf e spera
di portare quaggiù molti golfisti, oltre ai normali
turisti, grazie al vicino Acaya Golf Club. E
dice: «Per gli amanti del golf, è garantita l’attività
tutto l’anno. Certo, siamo aperti dal 2004 e,
così come stanno le cose, si lavora appena due
mesi in estate. Ma se solo i voli per la Puglia
fossero più economici, come quelli che portano,
ad esempio, da Milano a a Sharm o in Tunisia
». «Possibile - si chiede - che non ci si dia da
fare, quaggiù, per raggiungere questo obiettivo?
La Puglia potrebbe diventare come la Toscana.
È bellissima, sul mare e anche all’interno.
Se potessi, lo direi direttamente al nuovo
governatore, Vendola. Incoraggiate i voli charter
dal Nord, Italia ed Europa. Non ve ne pentirete
». E accanto a lui, annuisce Franco Testa,
ospite del Bosco: un altro mito milanese, padre
della Magolfa sui Navigli, ospite del Bosco. Se
lo dicono loro, che se ne intendono, c’è da crederci.
Beh, tanti saluti e via, verso la prossima tappa:
Manduria. Prima, nell’arco di pochi chilometri,
ci sono il paese natale di Carmelo Bene
(Campi Salentina), quello dove visse da ragazzino
Domenico Modugno (San Pietro Vernotico)
e quello dove è nato e regna Al Bano Carrisi
(Cellino San Marco). Poi Copertino, il paese,
appunto, del francescano San Giuseppe, «santo
dei voli»: patrono di aviatori, viaggiatori, studenti
e anche, udite udite..., di Cupertino, cittadina
californiana della Sylicon Valley, sede della
Apple. Fu Padre Pedro Font a dare alla baia
cui guarda Cupertino il nome di Arroya St. Joseph
de Copertino, perché quel giorno, 23 marzo
1776, cadeva la ricorrenza del santo. Nel
1963 il municipio della cittadina Usa scrisse al
lontano fratello salentino,rivolgendo «an invitation
to become a sister-city», «un invito a diventare
una città gemella». Così è stato.
Un giro di boa a Leverano - il cui vino Primitivo,
prodotto dalla Cantina sociale
(0832/925053) nel 2002 meritò sul Corriere della
Sera le lodi di Luigi Veronelli: «M’incanta.
Sì, m’incanta!» - ed eccoci a Manduria, su un
gradino della Murgia tarantina. Promette, in teoria,
bene: tra l’altro, al Primitivo offre il proprio
nome, tanto da avergli dedicato un museo.
I Messapi chiusi al pubblico ma i turisti si rifanno a Oria
«Ah, cerca quelli che producono pure vino?
», ci dice l’addetto d’un distributore di benzina,
nel centro di Manduria, sotto un sole spaccapietre.
È una di quelle risposte che lascia un
po’ storditi, soprattutto se un istante prima
s’era chiesto: «Gentilmente, mi sa dire dov’è il
Fonte pliniano?». Come chiedere, invano, aRoma
dove sia la Fontana di Trevi. Per la cronaca,
il Fonte pliniano è una grotta naturale, poi ampliata:
scesi quaranta gradini, s’arriva
in un spiazzo sotterraneo di diciotto
metri di diametro e sette d’altezza;
al centro sgorga acqua freschissima,
con un flusso costante e
ininterrotto che dura almeno da
duemila anni. Da quando lo storico
e naturalista romano Plinio il
Vecchio (Como, 23-24 - Pompei,
79) la descrisse nella sua Naturalis
Historia col nome di «lacus» (Nat.
Hist. 111, 6).
Detto questo, all’inizio dell’avventura
prendiamo la risposta del
benzinaio come un aspetto pittoresco
del nostro tour, dedicandoci
poi alla ricerca della meta con l’aiuto
di eventuali cartelli e lo spirito
di Indiana Jones. Peccato che i cartelli
siano rari; per giunta, quando
s’arriva esausti davanti al parco archeologico,
con Fonte annesso, si trova tutto chiuso, senza
neppure un avviso che giustifichi qualcosa. «Sono
parecchi mesi che è chiuso», c’informa una
signora, seduta con tutta la famiglia di fronte
all'uscio di casa. «Ma se vuole può scavalcare»,
aggiunge, impietosita dalla nostra timida ricerca
di un varco. Peccato che il Fonte sia sotto
terra, strachiuso. Una telefonata alla Pro Loco
non aiuta: «C’è da tempo una controversia in
corso tra il Comune e il gestore». Quando riaprirà?
«Purtroppo non lo sappiamo». Amen.
Pare siano tre anni che il gestore, un privato cittadino
di Galatina, litiga col municipio. Così
tutto resta serratissimo, con tanti saluti a Plinio.
Roba che fa innervosire noi; figurarsi un
tedesco con famiglia assetata al seguito.
Insomma, un vero «requiem
» per quella Puglia che vorrebbe
puntare su cultura e turismo.
Il fatto è che s’arriva aManduria,
provenienti da Avetrana, con le migliori
intenzioni. Come se fossimo
alle porte di Pompei o Siena o Venezia.
Complice la guida rossa del
Touring Club, che di questa antichissima
città - «di nobile aspetto,
su un gradino delle Murge tarantine
» - racconta meraviglie. Complici
pure gli enormi e prolissi cartelli posti
lungo la superstrada: per avere il
tempo di leggerli bene non serve andare
a passo d’uomo, meglio fermarsi
sul ciglio della strada: oltre al
Fonte pliniano, il Palazzo Imperiali,
il Ghetto degli Ebrei, il Duomo,
le mura megalitiche, la necropoli e via promettendo.
Infatti Manduria ha una storia trimillenaria:
nacque come insediamento di popolazioni messapiche,
poi fu assediata da Archidamo di Sparta
nel 338 aC, conquistata da Annibale durante
la seconda guerra punica, devastata dai Romani,
distrutta da Goti e Saraceni. Ora le beghe
tra Comune e gestore rischiano di far rimpiangere
gli antichi invasori. E pensare che lo stemma
di Manduria è costituito da un mandorlo
che emerge da un pozzo; ai lati dell’albero le
lettere maiuscole F ed M, che sono le iniziali
dei termini «Fons Mandurinum». Tanto è vero
che il pozzo raffigurato nello stemma è quello
che sovrasta il lucernario naturale della volta
della caverna del Fonte. Per la legge del contrappasso,
si propone al Comune di lasciare sullo
stemma solo il mandorlo, in attesa di tempi
migliori.
Fortunatamente, a Manduria c’è anche il bel
Museo della Civiltà del Vino Primitivo
(099/9735332), all’interno del Consorzio Produttori
Vini: un vero abbecedario sulla civiltà
contadina. Tra l’altro, s’apprende che il nome
del Primitivo (oggi diffuso come doc a cavallo
tra le province di Taranto, Brindisi, Bari e Matera
e introdotto dai Fenici o dagli Illiri oltre
duemila anni fa) non significa che sia un vino
un po’ rustico; il nome deriva dal latino «primativus
», che vuol dire maturazione precoce: i
grappoli sono raccolti in genere a fine agosto.
Mentre «di Manduria» nasce dal fatto che - fino
a qualche decennio fa - vagoni di Primitivo
prodotto nel Tarantino per raggiungere il Nord
Italia («assetata» di vino da taglio) partivano
dalla cittadina, l’unica servita da una stazione
ferroviaria. «Giunto a destinazione - ci spiegano
alle Cantine Soloperto - il vino era identificato
col nome della città da cui era partito e che
risultava in bell’evidenza dall’etichetta daziale.
Da qui l’origine del nome».
Un’altra fortuna? Il fatto che a 11 chilometri
da Manduria, in provincia di Brindisi, c’è Oria,
l’antica Hyria o Uria messapica. Deve la fama
soprattutto al suo castello che domina dall’alto
il tavoliere. Fu voluto da Federico II di Svevia,
poi restaurato negli anni Trenta dal proprietario
conte Giuseppe Martini Carissimo. I suoi
eredi ci vivono ancora. E qui funziona tutto alla
perfezione («Sarà che la gestione è privata e sa
com’è...», ci dice la guida): i turisti - italiani ma
incontriamo anche danesi, tedeschi, brasiliani -
entrano a scaglioni, su e giù per i merli. Ma il
castello non sarebbe così affascinante se non
fosse incastonato in un paese che sembra trapiantato
qui dalle colline toscane, tanto è pulito,
piacevole e a misura d’uomo. Lo testimoniavano
i signori più o meno anziani, ma tutti sorridenti,
seduti in cerchio davanti al Circolo Europa,
intenti a chiacchierare. Per di più, nel primo
sabato d’agosto vi si svolge un corteo storico
con quattrocento figuranti in costume «medievale
», dedicato a Federico II. E’ giunto nel
2005 alla trentanovesima edizione e, sebbene
abbia radici storiche non proprie solide, rende
Oria ancor più gradevole.
Da Oria la strada porta a Francavilla Fontana,
dove sono nati gli stilisti Emanuel Ungaro
(da anni vive a Parigi ma racconta di pretendere
dalla moglie Laura la tipica pasta con le polpette
alla vigilia delle sfilate) e l’emergente Angelo
Galasso. Poi si risale la Murgia verso Ceglie
Messapica, culla dell’arte culinaria regionale
(ben tre dei dodici migliori ristoranti pugliesi
sono qui), ai margini della Valle d’Itria. La bella
strada che conduce alla nota città barocca e
roccocò di Martina Franca (dovè nata la show
girl Rossella Brescia) comincia a svelare le magia
dei trulli. Finché di fronte a noi spunta Cisternino:
un gioiello dall’aspetto orientale, con
le sue case bianche che brillano al sole.
Quei menù scritti in giapponese fra trulli e scenari alla Van Gogh
«Buono è buono. Lo dicono tutti, ci va un
sacco di gente. Forestieri, chiaro. Io mica ci
vado. Sono di Cisternino e quindi se proprio
devomangiare fuori vado in altro paese. Altrimenti
che gusto c’è...». Se la canta e se la suona,
come si suole dire, la signora cistranese (o
cisterninense, a seconda delle scuole di pensiero)
cui abbiamo chiesto solo informazioni
sulla strada da percorrere per raggiungere un
ristorante nel centro storico. Combattuta,
alla fine ci ha detto dove
dirigerci. Un incontro strano, comunque
in armonia con luogo, altrettanto
strano e surreale: Cisternino,
già circondato dai trulli della
Valle d’Itria, è forse il borgo
più «orientale» di Puglia. Nel senso
che mantiene e conserva la sua
antica genuinità mediterranea:
piccolo al punto giusto; bianco
brillante sullo sfondo del cielo azzurro,
tanto da far socchiudere gli
occhi, quando il sole è alto; splendente
nella notte. Con quel fascino
da piccola casbah sopravvissuta
lassù dai tempi delle invasioni
saracene. Insomma, un rappresentazione
quasi teatrale del Mezzogiorno,
inteso come categoria dello
spirito: roba da indurre in pensieri meridiani
pure chi non conosce il sociologo barese
Franco Cassano, che ne è il teorico.
Certo, Alberobello è la capitale della valle.
Ma è preferibile passare prima da Cisternino
e da Locorotondo. Per cogliere come si deve
la gradualità del cambio del paesaggio; e per
immaginare come doveva essere la suddetta
capitale prima che diventasse una meta turistica
da tour organizzato (inclusi i giapponesi),
con tutti i pregi e i difetti del caso. Se ad Alberobello
è pressoché impossibile, per quanto
sia splendida, cogliere un po’ di genuinità dietro
boutique e negozi di souvenir, a Cisternino
- malgrado tutto - la gente ha conservato
di più le proprie radici, carattere estroverso
compreso. E una passeggiata scarpinando
sulle chianche delle viuzze
restituisce serenità: per quanto
si giri, pare di percorrere un spirale
che trascina sempre verso le
piazzette del centro, in un luogo
sia chiuso che aperto, sia pubblico
che privato: costruito con la logica
spontanea di chi nei secoli ha pensato
a tessere rapporti umani, ancor
prima che a costruire architetture.
D’altra parte in tutta la Valle
d’Itria, unica al mondo, quei coni
bianchi - i trulli - sembrano fuori
posto e nel posto giusto, allo stesso
tempo, contribuendo a creare
un’atmosfera magica. Atmosfera
cui, come in tutte le favole, non sono
estranei neppure i nomi dei luoghi.
Cisternino, ad esempio, potrebbe trarre
origine da Sturnoi, il compagno di Diomede,
che - terminata la guerra di Troia - avrebbe
fondato questo centro che i Romani hanno
poi chiamato Sturninum. Nell’ottavo secolo i
monaci braciliani costruirono una badia di rito
greco che chiamarono San Nicolò cis-Sturninum,
(cis in latino significa «dallo stesso alto
»), dove oggi sorge la Chiesa Matrice. Alberobello
deve il suo nome alla Sylva Arboris Belli
(«selva dell’albero della guerra»), un querceto
che anticamente ricopriva la zona. E Locorotondo
potrebbe chiamarsi così non solo
per il suo originale perimetro circolare ma, secondo
lo storico locale Francesco Fumarola,
pure grazie a coloni greci originari di Locri:
da «Locros-Tonos», ovvero «forti locresi», a
Locorotondo.
Per giunta sopravvivono tradizioni millenarie:
ad esempio, sempre a Cisternino le gestanti
vanno ancora in processione, a piedi, fino
alla chiesetta dedicata alla Vergine d’Ibernia,
detta anche «delle uova» - cioè, la Madonna
dell’abbondanza, della vita e della fertilità
- in inconsapevole memoria delle prerogative
di antiche divinità pagane: non lontano c’era
un tempio dedicato alla dea della fertilità Cibale;
tanto è vero che al santuario mariano è
portato in dono, nelle feste primaverili, lo
stesso dolce, il chïrrùchele (dal latino auguraculum,
dono propiziatorio), che i bambini pagani
offrivano a Cibele per propiziarsi la fecondità.
Con un balzo di duemila anni in avanti,
a Locorotondo si può osservare anche la
targa che ricorda un altro mito, Giuseppe Di
Vagno, il «Matteotti di Puglia»: deputato socialista
di Conversano (non lontano) assassinato
dai fascisti nel lontano 1921. «La codardia
nemica due volte distrusse. Il popolo due
volte pose. Locorotondo, 2 maggio 1947», vi
si legge.
Infatuati da queste reminiscenze, si torna
alla realtà nel bel mezzo di Alberobello, protetta
dall’Unesco. Qui la Puglia celebra la proclamata
vocazione al turismo internazionale.
Vi si osservano frotte di turisti giapponesi, segnalati
nel resto del Tacco d’Italia solo a Lecce,
Otranto e Castel del Monte. E ci s’imbatte
nella preveggenza - questa sì, solo alberobellese
- dei commercianti: esibiscono anche cartelli,
avvisi, listini, menù scritti nella lingua del
Sol Levante, circostanza che tranquillizza i
diffidenti nipponici; e non pochi commercianti
sfoggiano un inglese che, per quanto elementare,
è efficace (quanto raro nel resto delle
località turistiche pugliesi). Nell’impeto del
marketing, si offrono, ai religiosi, trulli presidiati
da Padre Pio; agli sportivi, trulli con i colori
di Inter, Milan, Juventus, Bari, Lazio, Napoli
e via elencando. Gli amanti degli animali
possono accettare i fischi di richiamo emessi
da «Ba Ciccio», vivace canarino che ovviamente
«vi invita alla visita del trullo».
Il conseguente stordimento da overdose di
trulli e rosoli (forniti «innocentemente» dai
proprietari) è curabile finendo nel mezzo di
un quadro di Van Gogh; o meglio, del quadro
che il pittore olandese avrebbe senza dubbio
dipinto se avesse visto, poco lontano dal caos
di Alberobello, l'Abbazia di Barsento. I colori
sono degni della Provenza, sullo sfondo di
campi gialli costellati da covoni di fieno. E’
nel territorio di Noci, fu realizzata per i monaci
di Sant’Equizio da Papa Gregorio Magno
nel 591, in cima a una collina affacciata sul canale
di Pirro. Merita, da sola, l'onere di un
viaggio. La strada da qui s’abbarbica su per i
colli della Valla d’Itria, raggiunge Noci, svolta
verso Putignano, quindi scende in direzione
di Castellana e delle sue grotte e, attraverso
distese di vigne e di ulivi, raggiunge Conversano,
laddove regnarono, con piglio di
amazzoni, le badesse mitrate.
Nel regno delle badesse il cicloturista parla tedesco
Può capitare di raggiungere un paese come
Conversano - sulle Murge baresi - stando in coda
dietro un plotone di ciclisti. Anzi, di cicloturisti
tedeschi; di tutte le età, dai ragazzini agli
anziani. Con pullmino al seguito. Perché le strade
interne della Puglia sono care ai cicloturisti
di tutto il mondo. Ma è più facile incontrare
francesi, tedeschi e persino australiani piuttosto
che italiani. Anche se, a onor del vero, ci
sono eroiche associazioni pugliesi
come Ruotalibera e Cicloamici.
«In Puglia servono infrastrutture,
servizi e interventi di promozione
e incentivazione. E qualcuno che ci
creda. Al momento siamo ancora
in pochi», ci ricorda Lello Sforza,
presidente di Ruotalibera Bari.
Intanto ci sono tour operator,
nazionali e internazionali, che offrono
assistenza, studiano tappe di
marcia, prenotano ristoranti i e hotel
di charme. Non a caso i cicloturisti
che abbiamo incontrato alle porte
di Conversano poco dopo erano
in coda davanti alla reception della
Corte Altavilla Relais & Charme,
uno dei rari esempi italiani di «albergo
diffuso»: attici, sottani e suite
sono disseminati lungo un vicolo
a fondo chiuso, nel borgo medievale. Tempo fa
c'è stato anche il regista statunitense Francis
Ford Coppola, che ha radici nella vicina provincia
di Matera, a Bernalda.
C’è da dire che Conversano di charme ne ha
molta per vocazione. Ad esempio, dietro la bella
cattedrale c’è un quadrivo, dominato dalla
statua di San Benedetto. Poco più avanti c’è
l’omonimo convento, nascosto dalle mura di
cinta: davanti all’ingresso, due signori a torso
nudo, intenti a pulire con spazzole e ramazze.
Ebbene, quello è stato un centro di potere tale
da meritarsi, fino ad «appena» 195 anni fa, un
anatema tipo: «Deleatur hoc monstrum Apuliae
», ovvero: «Che questo "Monstrum" (cioè fenomeno
terrificante e meraviglioso assieme,
ndr) delle Puglie venga distrutto».
Perché? Beh, lì il potere per quasi
seicento anni lo hanno avuto le donne.
Donne? Esatto. Erano le «badesse
mitrate», «monstrum» più
unico che raro nel mondo cristiano
di tutti tempi: portavano la mitra e
il pastorale come i vescovi (maschi)
e a loro era dovuto il baciamano,
privilegio incredibile se attribuito a
una donna. Cosicché proprio con i
vescovi furono in conflitto per seicento
anni.
Dunque, nel 1266 giunsero a
Conversano alcune monache cistercensi
guidate da Dameta Poleologo.
Il monastero era già protetto
dal Papa (dal 1110) ma in più ricevette
il potere abbaziale: Dameta e
le sue sorelle diventarono «Abbatissae
infulatae», «Badesse Mitrate». Dato che
erano spesso parenti dei nobili della zona, fu
difficile per i vescovi di Conversano piegarle.
Alla fine questi ultimi ottennero ragione, ironia
della sorte..., proprio da un figlio della Rivoluzione
francese, Gioacchino Murat (cognato
di Napoleone e Re delle Due Sicilie dal 1808 al
1815): nel 1810 inviò a Monsignor Carelli, vescovo
di Conversano, un dispaccio nel quale dichiarava
l’abolizione del potere delle badesse e
il passaggio del convento sotto il suo vescovado.
Fine del «femminismo» delle tenaci monache.
Da Conversano si prosegue per Turi, cittadina
nota per le ottime ciliege «ferrovia». Eppure
anche Turi nasconde un segreto, legato a fatti
storici più recenti: nel massiccio carcere ottocentesco
fu detenuto dal 19 luglio 1928 al 19 novembre
1933 Antonio Gramsci, uno dei padri
del Pci, che condivise quelle sbarre con altri antifascisti,
come Sandro Pertini. Gramsci vi cominciò
a scrivere, l’8 febbraio 1929, i suoi trentatrè
Quaderni del carcere, immenso patrimonio
di idee pubblicato da Einaudi solo nel 1948.
Una lapide, sulla facciata, lo ricorda così: «In
questo carcere visse in prigionia Antonio Gramsci
/ maestro liberatore martire / che ai carnefici
stolti annunciò la rovina / alla patria morente
la salvazione / al popolo lavoratore la vittoria».
È scritta con caratteri un po’ tremanti e porta
la data del 27 aprile 1945. Non abbiamo potuto
fotagrafarla, un agente della polizia penitenziaria
ci ha detto che non è possibile; infatti la casa
di reclusione funziona ancora, sessant’anni dopo,
e minacciosi cartelli insistono: «Limite invalicabile
», «Vietato fotografare o produrre rilievi
a vista».
Da Turi la strada corre verso Sammichele di
Bari (patria della «zampina», prelibata salsiccia
locale, e sede di un interessante Museo della
civilta contadina, tel. 080/8917297 ) e poi verso
Acquaviva delle Fonti, La cittadina deve il
nome ad una falda acquifera perenne; e ha dato
il suo nome alla «cipolla rossa di Acquaviva
», raro e dolce ortaggio che Slow Food conta
tra i suoi «presidi». «Vuolsi notare che fra i ricolti,
onde maggiormente si avvantaggia la classe
agricola è quello delle cipolle, ricercatissime
anche da lontane regioni», si legge nella Storia
della Chiesa Palatina di Acquaviva delle Fonti
dal 1779 al 1875. La prima domenica di ottobre
la cipolla rossa è protagonista di una festa organizzata
dalla Pro Loco.
Poi via verso Gioia del Colle. Tra le città pugliesi
ha uno dei centri storici conservati meglio,
col suo splendido castello federiciano. Tutto
lindo, ordinato e pulito (potrebbe fare scuola).
Qui, nella calura estiva, è pure possibile imbattersi
in un antico cocchio funebre trainato
da quatro cavalli bianchi: visione quasi onirica,
che sarebbe piaciuta allo scrittore Dino Buzzati.
Per chi desidera emozionimenometafisiche,
c’è a disposizione anche il vicino aeroporto militare,
sede del 36esimo Stormo (caccia e caccia
bombardieri). Anche qui le foto sono vietate.
Ma è possibile vedere i jet decollare e atterrare.
E, tanto per restare sul filo della storia, forse
non tutti sanno che l’aeroporto è ricordato
per un’impresa memorabile, portata a termine
da Gabriele D’Annunzio nel 1917: partendo da
qui verso il calar della sera, con una formazione
di quindici velivoli Caproni da bombardamento,
col buio e senza strumenti di navigazione,
attraversò l’Adriatico e raggiunse la Dalmazia,
dove bombardò la flotta austriaca. I Caproni
rientrarono tutti alla base seguendo una
«strada» di fuochi accesi, da Bari fino all’aeroporto
di Gioia. D’annunzio festeggiò l’epica impresa
proprio nel castello di Federico II. Mentre
noi, osservando nel nostro specchietto retrovisore
un caccia in atterraggio, prendiamo la
strada per Mottola, nel Tarantino.
Chiese rupestri «dimenticate», un po’ meno Rodolfo Valentino
Si può anche essere fiduciosi nella guida rossa
del Touring Club Italiano, che scrive: «Fu
abitata fin dalla preistoria», «Mura greche di
età ellenistica (IV sec. aC)» e via di questo passo.
Però il primo impatto con Mottola lascia
perplessi. Invece delle mura ellenistiche si vede
un muraglione di condomini e palazzine, precipitato
sulla Murgia tarantina. Per ovviare allo
choc, il sito www.comune.mottola.ta.it offre
una ricca documentazione dedicata
al centro storico, alla Murgia dei
boschi, alla gravina di Petruscio e
alle «grotte di Dio».
Grotte in che senso? Al primo
rondò una scritta indica la direzione.
Il pomeriggio arroventato dal
sole deve averci favorito. Perché in
giro - lungo una strada priva d’altre
segnalazioni - non c’è anima viva:
né turisti né «indigeni» in grado
di darci indicazioni. Così - quando
ci siamo imbattuti nel cartello,
un po’ sbilenco, «Madonna del Carmine
» - la sorpresa è stata pure
maggiore. Un posto di certo magico,
secondo i credenti miracoloso.
In una piccola gravina, adattata
per ospitare visitatori e pellegrini,
c’è questa piccola chiesa bianca,
ben tenuta, in parte scavata nella roccia, circondata
da rosmarino, piante di capperi, oliveti.
Nessuno in giro. Da dove si entra? Un cancello
pare chiuso. Finché lo sfioriamo. S’apre. Dentro,
in un ambiente fresco, un tripudio di affreschi
bellissimi. «C’è nessuno?», proviamo a sussurrare,
invano.
Viene voglia di restare qui a lungo. Indisturbati.
Con le rondini che volano attraverso le finestre.
Il santuario è noto alla gente del posto
come «Madonn’ Abbasc’». Durante la Settimana
santa cento personaggi in costume svolgono
la Sacra rappresentazione. Sembra la grotta sia
stata il ricovero del pastore «Chierico Francesco
Pietro di Filippo», come recita una lapide.
Ebbe una visione miracolosa il 22 aprile 1506.
Nella lapide è lo stesso pastore a
raccontare, a modo suo: stava «riposando
sopra il letto ad ora di vespro
voltata la faccia verso la porta dormendo
sentendo una voce angelica
e vedendo tutta la grotta illuminata
di fuoco celeste». La voce: «Sono la
Madonna SS.ma del Carmine voglio
che fate una cappella in nome
mio qua in questo deserto».
Oggi la chiesa è ancora una meraviglia
nel deserto. E non è l’unica.
Nei dintorni ci sono tante chiese rupestri.
Bisogna cercarle, magari nascoste
in terreni privati e quasi abbandonate.
Una delle più famose è
quella di San Nicola. Famosa in teoria,
perché trovarla è un’impresa:
una freccia, scritta anche in russo,
indica una stradina. Si percorrono
piccoli canyon, si oltrepassano gallerie, si costeggiano
discariche emuretti. Trattori in lontananza.
La strada diventa sterrata e polverosa.
Un’altra freccia conduce a un sassoso viottolo
fiancheggiato da fichi d’india. Poi finisce pure
il viottolo. Occorre inerpicarsi a piedi, fino a costeggiare
la ferrovia; s’intuisce da vecchi segni
di ruote dei carri sul tufo che deve essere passata
tanta gente, nei secoli. Poi una scala scende
in una gravina. Ecco San Nicola, scavata nella
roccia, con un cancello chiuso che consente di
scattare fotografie. Pare d’essere fuori dalla realtà:
tre navate con pitture a più strati sovrapposti,
realizzate tra l’XI e il XV secolo. E non abbiamo
incontrato assolutamente nessuno.
La Murgia intorno a Mottola nasconde centinaia
di affreschi analoghi. Le chiese rupestri sono
più di trenta, «orientate - leggiamo nel sito
Salentopoint (www.salentopoint.com/Archeologia/
Archeo_17.html) - secondo un preciso
schema liturgico, le absidi verso Oriente». Ci
sono Sant’Angelo, Santa Margherita, San Gregorio,
San Cesario, Sant’Apollinare...: «Potrebbe
essere uno dei parchi naturali ed archeologici
più importanti della regione. Nel buio della
terra le facce dei santi risplendono, quasi ad invocare
pietà contro l’insulto degli uomini. Molti
hanno la testa tranciata, altri gli occhi cavati
dal piccone. Vandalismo, superstizione, speculazione:
questa l’amara sorte di un mondo silenzioso
e imponente che mille anni dopo non riesce
più a sopravvivere neanche nascondendosi
». Difficile non essere d’accordo. Questo mondo
sotterraneo fu usato pure per costruire città
nascoste, rifugi delle gente in fuga dalle invasioni
di Bizantini, Goti, Longobardi, Slavi, Franchi,
Saraceni, tra VI e XIII secolo. Meriterebbe
d’essere conosciuto; e d’essere tutelato.
Da Mottola si raggiunge Palagianello, con altri
esempi di civiltà rupestre. La strada s’inerpica
verso Castellaneta. Ha un bel centro storico
ma deve la sua fama all’attore Rodolfo Valentino,
nato qui centodieci anni fa. Il suo mito resiste
inossidabile, anche se morì negli Stati Uniti
a soli 31 anni, nel 1926; a diciotto s’era imbarcato
per New York. Era nato da un veterinario e
da una bella donna d’origine francese, dama di
compagnia della marchesa Giovinazzi, che contribuì
a innescare i suoi sogni. Nel film I quattro
dell’Apocalisse, tratto dal romanzo di Blasco
Ibanez, era il protagonista: un gaucho che balla
il tango. Successo internazionale, senza precedenti.
Rodolfo è sepolto all’Hollywood Memorial
Park. È stato chiesto che sia trasferito a Castellaneta.
Si vedrà. Intanto in città l’unico cinema
è intitolato a lui, ovviamente. C’è poi una
sua statua in ceramica azzurra, realizzata dallo
scultore Gheno nel 1961, che lo rappresenta vestito
come nel film Lo sceicco: è soprannominata
«capasone» («otre», in dialetto), comunque
pare porti fortuna. E poi c’è un museo a lui intitolato
(099/8492398).
Da Castellaneta la strada va verso Laterza
(da «Latentia», luogo di caverne e di nascondigli;
o da «Tertiam», la terza legione romana,
qui accampata) e Ginosa (da «Genusia», forse
con riferimento ai fondatori giunti da Genusim,
l’odierna Cnosso, nell’isola di Creta). A
Santeramo in Colle, già in provincia di Bari,
batte il cuore della Natuzzi. Il paesaggio cambia,
gli ulivi scompaiono quasi del tutto, ci sono
vigne e soprattutto campi di grano appena mietuti.
La strada scende verso Cassano delle Murge,
nel cui territorio sorge la Foresta Mercadante:
1.300 ettari voluti oltre settant’anni fa per
difendere Bari dalle alluvioni. La selva è la maggiore
attrattiva turistica della piccola Cassano:
ospita pini, lecci, cipressi, querce, cedri, olmi,
robinie, frassini, eucalipti. È attrezzata per i
pic-nic, con grandi recinti che ospitano daini e
struzzi. Superata la foresta, la strada si dirige
verso Altamura. Mentre in cielo volteggiano decine
di rapaci.
E l’«Uomo di Altamura» cerca di diventare poliglotta
«Come mai fin qui?», chiede. «Turista». «Turista?
». «Turista, sì sì» (mentiamo, contando
sull’accento non proprio pugliese). «Da solo?
Strano… Qui, poi». «Beh, ci sono altri, sono rimasti
al mare». «Dove?». Per sfuggire all’interrogatorio
- condotto sotto un sole rovente, senza
risparmio di colpi, lungo la balaustra che
guarda il pulo di Altamura - abbiamo dovuto
inventarci un improrogabile impegno e tagliare
la corda. Altrimenti il tipo non ci
avrebbe mica mollati. Non aveva altre
«prede». Anche se ci dicono
che, quando fa più fresco, quassù
arriva chi fa jogging o va in mountain-
bike. Adesso però siamo soli
con l’inquisitore.
In realtà dobbiamo essergli grati,
perché le indicazioni stradali sono
rare, sparpagliate un po’ a caso
per le campagne, spesso annerite
da sole e ruggine. Così è stato lui a
farci da guida, fin qui. Comunque,
una volta svincolatici, possiamo
guardare con calma il pulo di Altamura,
a 9 chilometri dalla cittadina,
nel mezzo delle Murge. Sul vocabolario
la parola «pulo» non c’è:
è la versione locale di «dolina»,
«depressione a forma d’imbuto, tipica
delle regioni carsiche». E infatti la Murgia
è carsica. Questo è il pulo più grande della Puglia:
sembra il cratere di un meteorite, più o meno
circolare, con una diametro di mezzo chilometro,
profondo 75 metri, creato dallo scorrere
millenario delle acque piovane verso la grotta,
un cosiddetto inghiottitoio, che si apre al centro.
Lo spettacolo è unico. E nel pulo sono stai
trovati anche molti reperti archeologici, soprattutto
preistorici. Peccato che non si facile trovare
questo posto. E peccato che lo trovino quelli
che ci arrivano per scaraventare la loro vecchia
automobile giù per la scarpata. Sul fondo ci sono
decine di carcasse, alcune arrugginite da
tempo. Tirarle fuori? Un’impresa. Sarebbe carino,
almeno, far cessare questo costume
locale, lasciando i «reperti»
già finiti laggiù agli archeologi del
futuro, sperando che non vogliano
farsi di noi un’opinione troppo cattiva.
Non lontano da Pulo, tre chilometri
verso Altamura, c’è una meraviglia
ancora più… meravigliosa.
L’uomo di Altamura. Anche qui è
non è facile arrivare. Noi incontriamo
solo due turiste austriache e
una coppia di napoletani. Ci conforta
il fatto che, secondo la guida, in
poco più di anno sono arrivate
17 mila persone. L’«Uomo di Altamura
» è stato rinvenuto nella Grotta
di Lamalunga il 7 ottobre 1993.
Era un cacciatore del Pleistocene
medio - via di mezzo tra l’Homo
Erectus e l’Uomo di Neanderthal - che più o
meno 250.000 anni fa cadde in un voragine e
rimase intrappolato sottoterra, morendo. La
stessa sorte di tanti animali. Poi la voragine si
chiuse. Il suo scheletro, ricoperto da concrezioni
che paiono brillanti, è incastrato tra stalattiti
e stalagmiti, dove fu scoperto dagli speleologi
del Centro Altamurano Ricerche Speleologiche.
Si può osservare solo per mezzo di telecamere,
sui monitor installati nel centro espositivo,
la Masseria Ragone (080/3143930).
La visita è interessante. E bisogna rendere
onore all’ingegno della guida naturalistico/speleologica
Francesco del Vecchio, uno degli scopritori:
grazie ad un eroico linguaggio italo-mimico-
inglese persino le due turiste austriache
hanno potuto capire. «Da tempo chiediamo almeno
depliant in inglese - dice lui, alla fine,
esausto - ma per ora niente. Beh, speriamo in
bene. Faccio quello che posso, sono uno speleologo,
in fondo, mica un interprete...». Bravissimo,
in ogni caso. Sperando che «chi sta in alto»
- dopo anni di beghe burocratiche necessarie
per aprire la masseria - prenda atto del fatto
che l’italiano non è la lingua più diffusa nel
mondo.
Ecco Altamura, la «Leonessa di Puglia», bella
e antica cittadina, con le sue tipiche «stradicciole
» e le piazzette chiamate «claustri». Deve
quel soprannome alla resistenza contro le truppe
sanfediste del cardinale Ruffo, dopo che nel
1799 era stato piantato l’albero della Libertà
con i simboli della rivoluzione francese. Altamura
cercò di resistere: inutile. Il 10 maggio
dello stesso anno l’esercito filoborbonico entrò
in città, saccheggiando e uccidendo. Per la cronaca,
il Comune non ha ancora fatto la pace
con il principe Ruffo di Calabria, pronipote del
cardinale: da tempo chiede ad Altamura una
«riappacificazione». Invano.
Da Altamura si raggiungeGravina, il cui borgo
ricorda quello di Matera. In centro, l’Osteria
di Salvatore Cucco espone sulle sue pareti
le foto dei clienti blasonati: da Arbore a D’Alema,
da Vissani a Placido. Il suo motto è «Mente
sapiente in pancia capiente». Slogan gastronomico
o slogan politico? Con questo interrogativo
ci s’inoltra nel grande solco tra le Murge
e l’Appennino lucano: vi scorrono il Basentello,
il Bradano e il Locone. In mezzo c’è la sella
su cui sorge Spinazzola. Poco prima, Poggiorsini,
1.500 abitanti affacciati sul lago artificiale
del Basentello: di eccezionale questo paese lindo
e pulito ha la calma serafica che trasmettono
le sue strade e i suoi abitanti, sospesi in
un’atmosfera rurale d’altri tempi. Spinazzola,
7.500 abitanti, è nota, tra l’altro, per aver dato i
natali a un papa, Innnocenzo XII: il cardinale
Antonio Pignatelli, nato nel 1615 da Francesco
Pignatelli II Marchese di Spinazzola e Porzia
Carafa Principessa di Minervino, figlia di Fabrizio
Carafa Duca d’Andria e Marzia Carafa dei
Pricipi di Stigliano. Fu l’ultimo papa con la barba,
infatti dopo di lui s’instaurò l’abitudine alle
facce rasate. E grande impegno profuse per
stroncare la piaga del nepotismo. Un altro religioso,
più modesto come incarico, si distinse in
paese il 23 settembre 1943: Padre Ilario fermò i
soldati tedeschi in ritirata, che avevano già minato
il centro del paese. Spostò con le sue mani
le mine, chiamando poi a raccolta cittadini, carabinieri,
soldati sbandati, per difendere la cittadina.
Padre Ilario Giovine, classe 1915, ha
poi retto per decenni la parrocchia San Francesco
d’Assisi di Japigia, a Bari.
La strada provinciale 39 scavalca la Murgia
di Serra Ficaia, dove verso sera può capitare
d’incrociare una volpe che insegna al suo cucciolo
a cacciare. La strada scende verso Ruvo
di Puglia, col suo splendido centro storico. Diciannove
chilometri ci separano da Castel del
Monte.
Alla corte di Federico II tra Artù e il Santo Graal
«Vorrei andare a vedere il castello di Federico
II». «Niente da fare - ci risponde Che
Guevara - deve parcheggiare laggiù, nel parcheggio,
poi venire qui col pullman». Che c’entra
Che Guevara con l’imperatore? Niente paura.
Non è un altro escamotage esoterico-spiritistico.
È il soprannome del giovanotto che
presidia la strada per Castel del Monte, seduto
in tenuta da spiaggia a controllare il maniero
immortalato sulla moneta italiana
da un centesimo di euro. Fuori
stagione s’arriva lassù in auto. In
estate, giustamente, no. Il parcheggio
è in una spianata posta un chilometro
più a valle. Un collega del
Che, in cambio di tre euro, offre
un ticket che consente di lasciare
l’automobile e di usufruire, per andare
e tornare, di un pullman, che
si ferma ai piedi della rocca e di
fronte a un’armatura (finta) degna
di Re Artù e Lancillotto.
Bisogna però ammettere che i
racconti quasi mitologici intorno
a Federico II trovano qualche alibi
sia nel reale carisma del sovrano
sia nella collocazione di Castel
del Monte. Percorrendo la strada
che porta fin là, l’ottagono di pietra
ben presto appare in fondo al nastro
d’asfalto e troneggia solitario, tra i rapaci (cari
allo Svevo) che in questa stagione volano numerosi
su tutta la Murgia. Una specie di piccolo
Olimpo pugliese, che piacque molto al sovrano
come punto di osservazione più o meno
metaforico, così come pare molto utile agli uomini
del servizio antincendio che da quassù dominano
l’altopiano, passeggiando tra i turisti.
In ogni caso la ragazza che guida i turisti pare
miracolosamente immune da suggestioni esoteriche.
Alla domanda: «A cosa serviva un castello
così strano?», invece di dire - come si legge
spesso e si sente pure in tv - che serviva per
custodire il Santo Graal, ha risposto: «Aveva
uno scopo di rappresentanza politica». Sincera
e preparata. Anche perché smitizzare
Federico (Jesi 1194 - Fiorentino/
Foggia 1250) è quasi rischioso:
è considerato dai pugliesi
quasi un patrimonio esclusivo,
guai a ricordare che stava da queste
parti come altro nel regno del
Sud. E poi qui vicino ha una masseria
il Maestro Riccardo Muti, molfettese
da parte di padre, che dello
Svevo è un noto e irriducibile fan.
Un paragrafo a parte lo merita
l’allegra combriccola che accoglie i
turisti-automobilisti nel parcheggio.
Malgrado il caldo pomeridiano
non deponga a favore dei nervi
calmi, elargiscono gratis sorrisi battute
e consigli; meno gratis bevande,
gelati e panini, proposti dal
banco del bar. Un cartello scritto a
mano e posto di fronte alla macchina del caffè
si commenta da solo: «Attenzione!!!» (in rosso).
Poi: «Rilassati!! Sei in vacanza!!! Il bus navetta
parte ogni 10 minuti!! Non stressarti e
goditi le vacanze!!! Il centro di accoglienza turistica
del Monte vi augura buone vacanze!!!».
I villeggianti hanno l’aria soddisfatta, stranieri
inclusi. D’altra parte questo è uno dei pochi
luoghi della Puglia (con Alberobello) in cui si
possono incontrare anche giapponesi e persino
cinesi (le prime avanguardie).
Dal colle di Castel del Monte la strada è
punta verso Minervino Murge, diecimila abitanti.
Il nome deriva dal fatto che forse qui
c’era un tempio dedicato aMinerva. Ma la cittadina
- graziosa, con un centro storico veramente
caratteristico - ha tre caratteristiche curiose.
Primo: un faro, alto 32 metri. «Anche se
non serve a niente, gira», confida il barista del
Bar . In effetti che ci fa un faro in un altopiano,
a 420 metri d’altitudine, dove una nave
non s’è mai vista? Beh, «è un monumento eretto
nel 1932 ad esaltazione del fascismo e dei
suoi caduti», si legge nel sito della Pro Loco.
In effetti è così ricoperto di scritte e simboli
del Ventennio che pure dopo la Liberazione
non sono riusciti a trovare la voglia di cancellare
tutto. Lo stesso Mussolini offrì diecimila lire
per la costruzione, affidata all’architetto Aldo
Forcignano. Prima pietra il 28 ottobre
1923. Inaugurazione il 29 giugno 1932, presente
il Segretario del Partito fascista, Starace.
Fra i trenta caduti pugliesi citati, cinque minervinesi.
Su una delle facciate fu scolpita l’epigrafe:
«Più che faro nelle tenebre, più che sole
a meriggio, splenderà nei secoli, conforto ai fedeli,
rampogna ai traditori, la luce del martirio
fascista». Nel Dopoguerra fu cancellata, a
colpi di scalpello, solo la scritta «fascista».
Ora ufficialmente è un monumento a tutti i caduti
di Puglia,ma molti fasci littori sono lì, anche
perché sarebbe impossibile toglierli senza
far crollare tutto. Oggi la lanterna ruotante «irraggia
un fascio di luce di modesta intensità
che sostituisce quello originario donato dal ministero
della Marina Mercantile della potenza
di 2 milioni di candele, a suo tempo visibile
per un raggio di 80 km».
La seconda curiosità consiste nel fatto che
in paese fu girato e ambientato I basilischi
(1963), diretto da Lina Wertmuller e premiato
al Festival di Locarno. La regista, d’origine
pugliese malgrado il cognome, dipinse una realtà
ancora attuale: mentre tanti emigrano, ragazzi
più o meno agiati della cittadina trascorrono
i giorni nell’ozio e nella noia. C’è chi potrebbe
uscirne, ma rinuncia. Una commedia
sorridente e, allo stesso tempo, amara. Nel
maggio 2003, per Tv7, la regista tornò a Minervino.
Disse: «Certo che ci sono ancora i basilischi.
Però sono in evoluzione. Come in tanti
posti e in tanti Sud del mondo. I Sud hanno
delle radici antiche, dei vizi antichi, dei difetti
antichi, dei pregi antichi». La terza curiosità?
A Minervino ci sono laboratori in cui sono
confezionati quei capi d’abbigliamento griffatissimi
che le griffe ci fanno pagare a peso
d’oro altrove.
Da Minervino la strada (fiancheggiata da
una superstrada in perenne costruzione) scivola
verso Canosa: ogni volta che si costruisce
un nuovo edificio emerge qualche vestigia della
sua storia, che affonda fino al VII secolo
AC. La scoperta dell’ipogeo con la Tomba degli
Ori (IV sec. AC), ad esempio, risale appena
al 1991 (era già stata scoperta casualmente
nel 1928, ma poi era stata ricoperta e dimenticata).
Ci lasciamo alle spalle (anche perché le
indicazioni sono scarse e poco comprensibili)
l’Arco di Traiano e il ponte romano sull’Ofanto
(II sec. DC.), per dirigerci verso la vicina
Cerignola.
Sulle note di Cavalleria rusticana Cerignola ricorda il suo Mascagni
«Il ristorante è dietro l’isolato. Ma non lascerà
mica l’auto lì?». «È all’ombra…». «Sì. Ma si
vede che non siete di Cerignola. Rischiate di
non trovar più niente». Così il custode di un palazzo
non solo si raccomanda più volte di spostare
l’auto, ma ci spiega neiminimi dettagli come
raggiungere la meta, a non più di 500 metri.
Cerignola, 57mila abitanti, ha questo handicap:
la fama d’essere una città in cui la criminalità è
particolarmente vivace. Un fondo
di verità c’è; ed è un problema che
- a livello politico e istituzionale - si
sta cercando di risolvere. Purtroppo,
se si chiede in giro, anche quasi
tutti pugliesi associano il nome della
città a quello del rischio suddetto.
Noi siamo passati per il centro
cerignolese, all’ora di pranzo, un
po’ perché sapevano che c’è
un’osteria con un nome che la dice
lunga: «’U Vulesce», che significa
in dialetto «la voglia di qualcosa di
buono e gustoso». Scelta di gola
che potrebbe dirla lunga sulla capacità
di attrazione turistica (non crediamo
d’essere i soli viandanti affetti
da «vulesce»…) che il recupero
della tradizioni culinarie può
rappresentare anche per località in teoria fuori
dai tour consueti. Vorremmo dare un contributo
alla causa cerignolese ricordando che l’antica
Keraunania deriva il suo nome, forse, da Cerere,
la divinità più cara agli agricoltori. Infatti
Cerignola è un importante centro agricolo. Si
sviluppò ai tempi dei normanni e degli Svevi
(Ceriniola), ancor più sotto gli angioini. Tartassata
dal terremoto del 1731, si è poi ripresa nel
corso dell’Ottocento. E il Duomo «goticheggiante» merita una visita.
Ma Cerignola è interessante anche per i vip
cui ha dato i natali o che ha ospitato. Il musicista
livornese Pietro Mascagni (1863-1945), ad
esempio, vi compose la famosa Cavalleria rusticana.
Era un nomade impenitente, giunto per
caso a Cerignola nel 1886 con la
compagnia Maresca. Il vivace musicista,
ventiquattrenne, fu subito stimato:
il sindaco gli propose di stabilirsi
nella piccola cittadina per dare
lezioni private. E Mascagni con la
giovane compagna, Lina Carbognani,
accettò. Divenne maestro di suono
e di canto nella nuova Filarmonica
della città e sposò Lina. È lo stesso
Mascagni - si legge sul sito
www.pietromascagni.com - a raccontarci
della vita spensierata a Cerignola:
«con meno fama e più fame
», con i cenacoli letterari improvvisati
a Bari nella bottega di musica
e strumenti di Giannini, suo caro
amico. Nel 1904 si trasferì definitivamente
a Roma. Sul suo pianoforte
preferito scrisse: «Coll'aiuto di
Dio e di questo pianoforte Pietro Mascagni
compose la "Cavalleria Rusticana" a Cerignola
nell’anno 1889».
E a Cerignola nacque Giuseppe Di Vittorio
(1892-1957), figlio di contadini, padre della
Cgil, leader comunista. La sua vita accompagna
i grandi processi di trasformazione economica
e politica che hanno attraversato l’Italia
tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento,
con il lungo percorso di riscatto sociale
del mondo del lavoro. La città, poi, nel 1935 ha
visto nascere Pinuccio Tatarella (1935-1999),
uno dei padri di Alleanza Nazionale, che è stato
vice premier. Né si può dimenticare Nicola
Zingarelli (1860-1935), critico, dantista e filologo,
l’artefice nel 1917 dell’omonimo Vocabolario
(continuamente aggiornato fino a oggi). Un
pilastro. Basti pensare che nell’ultimo romanzo
di Gabriel Garcìa Márquez, Memoria de mis putas
tristes, il protagonista lo cita: serve «per assistermi
nell’idioma di miamadre, che ho imparato
già in fasce».
Da Cerignola la strada si dirige verso Candela:
38 chilometri lungo la provinciale 98, durante
i quali non s’incontra un paese. Se non Borgo
Libertà, frazione di Cerignola a ben 16 chilometri
da capoluogo. Il Borgo, inaugurato nel
1956 dall’allora ministro dell’Agricoltura Colombo,
nacque proprio per popolare questa
spianata vastissima di campi agricoli. Appare
tuttora un avamposto da film western, complice
l’arsura. È dominato dalla bella Torre Alemanna,
rocca medievale che fu usata dai Cavalieri
teutonici: vincolato nel 1983, il complesso,
dal 1988, è oggetto di interventi che lo dovrebbero
riportare all’antico splendore. Per ora la
torre è transennata e i lavori paiono fermi. Un
cartello cadente del 1998, posto dal Comune,
riporta «completamente del restauro con destinazione
a centro di cultura polivalente» e l’importo
dell’investimento, ancora in lire: 920 milioni;
i lavori si sarebbero dovuti concludere nel
2000.
Si continua verso Candela lungo la provinciale:
sconsigliato restare in riserva qui. Primo,
perché non c’è un distributore di benzina durante
tutto il percorso; secondo, perché si costeggia
l’autostrada, dove i distributori ci sono
ma sono inaccessibili. Un vero supplizio di Tantalo
in versione automobilistica. Davanti allo
svincolo di Candela, finalmente un distributore.
Poi via, verso Ascoli Satriano, bella cittadina
arroccata su un colle e poco abituata a vedere
turisti: ha dato i natali a Michele Placido e,
oltre duemila anni prima, ha «ospitato», quando
si chiamava Asculum Apulo, la seconda battaglia
di Pirro, re dell’Epiro, contro le legioni di
Roma (279 AC). Dopo Ascoli s’abbandona il
tavoliere riarso per salire verso il verde Subappennino,
dove la vita quotidiana - con le donne
anziane vestite di nero - ci porta indietro di decenni.
Ecco Deliceto, col suo castello. E Bovino,
l’antica Vibinum, ricordata da Plinio e Polibio:
vi si accampò Annibale nel 217, un anno
prima della battaglia di Canne. Sul cocuzzolo il
maniero normanno-svevo, dove una targa riporta
una bella poesia di Maria Bernardini: «…Bovino
ha una torre e un castello/ e, dentro, c’è un
pino / antico e contorto. / O forse Bovino è il
sogno di un pino che sogna un paese».
Si va verso Accadia, lungo una strada malmessa,
tra greggi e pale eoliche. Da Accadia a
Panni: 1018 abitanti a 800 metri d’altezza, ai
confini con la Campania. L’origine del nome
sembra legata a Pan, dio dei boschi, raffigurato
sullo stemma municipale. Per raggiungere la
tappa finale bisogna scendere fino a valle, dove
Panni condivide la stazione ferroviaria, in territorio
campano, con Montaguto. Dopo mezz’ora
d’attesa al passaggio a livello (un treno
merci fermo e troppo lungo…), si risale verso
Orsara.
Le terre pugliesi d’oltralpe nel cuore della Capitanata
Incontriamo la famiglia a Orsara di Puglia,
635 metri d’altitudine, 3.229 abitanti, tra boschi
dell’Appennino dauno, sul confine campano.
Mentre stiamo facendo colazione sotto il
porticato del ristorante (con alloggio) di Peppe
Zullo, chef e sommelier, uno dei pilastri,
non solo sul fronte gastronomico, della comunità.
Lui, il padre, di cognome fa Miriello. E da
queste parti non stona. Di nome però si chiama
Ron; e già qualcosa non torna.
Lei, la madre, di cognome si chiama
Agriesti. Però, ci risiamo: di nome,
Marlena. Sono con il figlio Beniamino,
un adolescente alto alto.
Il look ha qualcosa di esotico, molto…
americano. Infatti sono statunitensi,
per la precisione californiani.
Da queste parti per riscoprire
le loro radici. Perché Ron - che ha
un’azienda di graphic communication
a San Diego - vanta bisnonni
di Pisticci (Matera), in Basilicata.
Mentre il nonno di Marlena è originario
di Celle di San Vito, poco
più di 297 abitanti, nella valle a
fianco.
Può capitare anche questo, vagando
«dentro» la Puglia. Orsara,
tra i paesi arroccati quassù, è uno
dei più tredy. Nel suo piccolo, ha l’aspetto e le
aspettative del centro turistico: in queste sere
d’estate il piccolo e fresco centro storico viene
chiuso, i negozi e le trattorie restano aperte, assieme
ai bar, fino a tardi. Nelle due vie del centro
si pratica lo struscio. I turisti ci sono. Per
giunta d’estate viene organizzata la «Rassegna
di jazz d’autore di Orsara», giunta alla XVI edizione.
Vanta poi la chiesa medievale dell’Angelo
e il Palazzo baronale, sede nel XIII secolo
dei cavalieri spagnoli di Calatrava. E c’è pure
un forno a paglia che risale al 1526, tuttora funzionante:
si chiama «Pane e salute» e, su prenotazione,
vi si può cenare (0881/709253).
Ron s’aggira per «Pane salute» raggiante.
Ha l’aspetto molto americano, ma è pure assai
orgoglioso delle sue radici: parla
un buon italo-americano che vorrebbe
trasformare in vero italiano;
ed è entusiasta di tutto ciò di pittoresco,
genuino, italico che gli si para
davanti, tanto che sta realizzando
un libro sugli ultimi artigiani
(veri) della Penisola. La moglie conosce
solo qualche parola della lingua
dei suoi avi e sorride. Beniamino
osserva entrambi i genitori con
soddisfazione e pazienza. Il giorno
prima del nostro incontro erano
andati a visitare Celle di San Vito,
dove vivono ancora cinque famiglie
Agriesti. E dove hanno incontrato
il sindaco Achille Cocuzzi.
«La forza dell’Italia è la capacità
di rinascere sempre», dice soddisfatto
Ron. A Orsara sono giunti
perché, ovvio, lui è appassionato di buona tavola.
Così ha trovato il nome di Peppe Zullo
sulla guida di Slow Food. E a Orsara non si
può avere miglior cicerone che Peppe.
Sorprese orsaresi finite? Ma no. Nel cuore
di Orsara, ad esempio, c’è una chiesa protestante
valdese, edificata nel 1932. «Il delegato
di pubblica sicurezza Mariani, inviato…per il
mantenimento dell’ordine pubblico, fu colpito
con un pugno al volto da una donna, perché
scambiato per dimostrante valdese». Era il 13
marzo 1914. Così racconta Maria Adelaide Rinaldi
Lupi nella sua tesi di laurea in Teologia,
dedicata alla storia della cittadina in cui è stata
anche Pastore protestante. Quel giorno a
Orsara ci furono scontri, feriti leggeri, alcuni
arresti. Nulla di irreparabile: lì è stata sperimentata
per molto tempo (oggi se ne valutano
i buoni risultati) la possibilità di far convivere,
in Italia, cattolici e protestanti. Tuttora Orsara
è il cuore della comunità valdese di Puglia,
dalla quale sono nate comunità minori a Foggia
e Cerignola.
Oggi i valdesi di Orsara sono una quarantina,
cui vanno aggiunti una ventina di simpatizzanti;
a Foggia sono circa trenta, più altri trenta
simpatizzanti. Tutti sotto la guida di un Pastore
che si chiama Jean-Félix Kamba Nzolo:
è nato in Congo trentotto anni fa, da 18 anni è
in Italia, è sposato con una connazionale, ha
due figli. E pensare che le prime comunità valdesi
in Capitanata risalgono al Quattrocento.
Vi giunsero al seguito degli Angioini. Ma nel
Cinquecento furono cancellate, spesso con le
cattive maniere, dal Sant’Uffizio. Finché il 13
febbraio 1900 alcuni ex emigranti orsaresi,
che avevano conosciuto la chiesa protestante
negli Usa, fondarono la Chiesa Valdese di Orsara.
Così la comunità continua a conservare
la propria confessione, la propria tradizione e
la propria vivacità.
Anche il paese di Marlena, Celle di San Vito,
e la vicina Faeto (799 abitanti), hanno caratteristiche
curiose: hanno molto in comune
con la Valle d’Aosta, perché vige il bilinguismo
e si parla franco-provenzale. Per scoprirlo,
dato che le montagne non collaborano, bisogna
scendere fino al Troia (sorge sul luogo
dell’antica Aecae, distrutta da Annibale nel
216 AC, subito dopo la battaglia di Canne, e
poi ridistrutta del 1229 da Federico II; resta
comunque affascinante) per risalire le montagne,
tra campi di girasoli. Finché ci s’imbatte
in un vecchio cartello giallo arrugginito e rovinato
da una fucilata a pallini nonché dagli adesivi
di un candidato alle scorse elezioni. Vi si
legge «Minoranza franco provenzale dell’alta
valle del Celone», con tanto di stemma angioino
e cartelli bilingui: Faeto diventa «Fait»,
Celle di San Vito diventa «Cell di Sant Wit».
A Celle, come a Faeto, le vie, per capirci, sono
chiamate «Rûe». All’ingresso di Faeto si legge:
«Bunvnì a Faìt, lu paìj me aut d la Puglj»,
«Benvenuti a Faet, il paese più alto della Puglia
». Perché? Verso la fine del secolo XIII vi
giunse una colonia di provenzali, soldati mercenari
di Carlo d’Angiò, reduci da Lucera dopo
essersi scontrati con i Saraceni, là assediati.
Da Faeto - nota anche per i suoi prosciutti -
raggiungiamo, lungo una strada provinciale
tortuosa e in gran parte sterrata, l’isolato ma
grazioso paese di Roseto Valfortore, «città
del miele e del tartufo». Anche da qui partirono
molti emigranti: dopo l’Unità d’Italia tanti
rosetani andarono a cercare lavoro in Nord
America, a tal punto che nel 1912 negli Stati
Uniti fu fondato Roseto Pennsylvania. Si risale
quindi l’Appennino per ridiscendere verso
il tavoliere, attraverso Alberona. Diretti proprio
a Lucera, la Luceria saracenorum assediata,
oltre ottocento anni fa, dagli antenati dei
cellesi e dei faetani.
Lucera «tomba» dei musulmani di Sicilia Monte Sant’Angelo cuore della cristianità
Lucera domina la piana occidentale del Tavoliere.
È una bella città, con 35mila abitati.
Lo è sempre stata, ricca com’è di monumenti,
dall’anfiteatro romano al duomo, al castello
angioino. È stata pure importante. Ne sono
convinti, i lucerini: sullo stemma municipale
c’è un leone con la scritta «SPGL», tanto per
far capire ai romani che non hanno il monopolio
del più noto «SPQR» (Senatus Populusque
Romanorum). D’altra parte
è qui che i sanniti rinchiusero i seicento
cavalieri romani avuto in
ostaggio alle famigerate Forche
caudine, nel 321 aC.
Eppure la circostanza storica
che sollecita di più la fantasia è
quella legata ad un passato di cui
non resta più traccia, ma che fece
attribuire alla città, in età sveva, il
nome di Luceria saracenorum.
Dal 1224 al 1300 è stata il più
grande centro musulmano d’Italia,
per volere di Federico II. Finché
Carlo I e soprattutto Carlo II
d’Angiò - finita l’era degli Svevi -
li massacrarono, distruggendo le
moschee e tutto il resto (un po’
per volere del Papa un po’ perché
erano sgraditi agli importanti signori
cristiani del luogo). Ancora oggi, nel sito
internet della comunità islamica ligure, si
legge che la moschea di Segrate (Milano),
inaugurata nel 1988, «è la prima costruzione
definibile dal punto di vista architettonico come
moschea (con cupola e minareto) realizzata
in Italia, dopo la demolizione della moschea
Giami di Lucera dei Saraceni e il massacro
di tutta la sua popolazione musulmana».
Quei musulmani erano stati deportati a Lucera
dalla Sicilia, tra 1224 e 1246, per ordine
di Federico II, che pose termine alla loro ribellione
nell’isola, dove vivevano da centinaia
di anni. Certo, Federico aveva trascorso l’infanzia
a Palermo. I suoi insegnanti erano stati
arabi, ne aveva assorbito la cultura. Però nel
1219 Girgenti era divenuta una loro
roccaforte. Per l’imperatore la
rivolta saracena era un atto di tradimento
contro la corona non meno
che una minaccia al cristianesimo.
I sopravvissuti furono deportati
in Puglia: a Stornara, Girofalco
o Castelluccio dei Sauri. E soprattutto
a Lucera. Ben presto i musulmani
lucerini diventarono fedelissimi
degli Svevi, tanto da costituire
la guardie del corpo reale. Versarono
sangue per loro in Siria,
Lombardia, Umbria, Marche,
Abruzzi, Lazio. Morto Federico
II, suo figlio Manfredi continuò a
utilizzare i saraceni. Con gli Angioni
non ebbero lo stesso feeling. Ed
ebbero la peggio.
Il destino però volle che Federico
II, nel 1250, morisse a una decina di chilometri
dalla sua Luceria Saracenorum: nella
città di Fiorentino, ora nel Comune di Torremaggiore,
dove oggi ci sono tra l’altro i ruderi
di un edificio religioso e, forse, di una reggia.
Arrivarci è arduo: giungendo da Lucera, le rare
indicazioni si vedono solo quando, di fatto,
si è già fortunosamente arrivati. E, di fronte
all’attaccamento dei pugliesi verso Federico
II, si rimane un po’ sconcertati per lo stato di
abbandono dell’antico centro: a fatica si capisce
che è sull’estremo versante occidentale di
una collina, detta dello Sterparone. S’intravedono
qualche rovina e la colonna donata nel
2000 da Stoccarda, nell’attuale Svevia, per il
750esimo anniversario della scomparsa del sovrano.
Per raggiungerla occorre risalire per almeno
un chilometro una strada scoscesa, percorribile
solo con un fuoristrada o a pedi. Nessun
turista che non voglia emulare Indiana Jones
si sogna di andarci, tanto meno sotto il sole
estivo (quando piove il fango rende la scalata
ancor più precaria).
Un destino segnato? Il degrado di Fiorentino
iniziò già nel XIII secolo: fu distrutta nel
1255 dalle truppe del Papa Alessandro IV.
Dopo il 1300, la totale rovina. Fu asportata
una lastra di marmo, usata nell’altare maggiore
della Cattedrale di Lucera: si dice fosse stata
la mensa di Federico. Per fortuna è notizia
di fine luglio il fatto che il mitico «Parco archeologico
di Fiorentino» sarebbe in dirittura
d’arrivo: a dieci anni dalla presentazione del
progetto il Comune sarebbe in grado di appaltarne
i lavori, entro agosto (420mila euro, finanziati
dalla Regione Puglia). Lo scopo?
«Conservazione e restauro dei manufatti esistenti
riportati alla luce dagli scavi archeologici;
realizzazione di impianti per la fruizione e
valorizzazione del sito; costruzione di una
strada di accesso, di un parcheggio, di stradine
interne e dei servizi igienici». Speriamo.
Da Fiorentino la strada porta a San Severo,
poi corre verso il Gargano. Risaliamo i tornanti
verso Rignano Garganico, a 590 metri
d’altitudine: è detto. Da qui si raggiunge San
Marco in Lamis, quindi San Giovanni Rotondo,
sacro a Padre Pio, santo e beato, e ai credenti.
Una benedizione che non ha aiutato la
cittadina dal punto di vista urbanistico: la selva
di alberghi costruiti ovunque, tra campi
spogli e trascurati, rende il paesaggio sgradevole
(la penserebbe così anche il frate di Pietrelcina,
probabilmente…). Il centro storico
di San Giovanni, qualche chilometro dopo, è
invece gradevole e ben tenuto: meriterebbe
d’essere conosciuto di più. Da qui la strada sale
verso i 796 metri di Monte Sant’Angelo, forse
il più affascinante paese del Gargano.
Il Santuario di San Michele Arcangelo,
uno dei più antichi della cristianità, emoziona
quasi da due millenni. Secondo la tradizione,
nel 493 il vescovo di Siponto, Moriano, consacrò
la prima chiesa, convinto che i barbari fossero
stati fermati dall’apparizione dell’Arcangelo
in una grotta del monte. È più probabile
che il santuario sia sorto nella seconda metà
del VI secolo, su una badia brasiliana più antica,
per volere del ducato longobardo di Benevento.
Di fatto, diventò il santuario nazionale
dei Longobardi. L’unica nota stonata? Ai turisti
(«Quest’anno ancora meno dello scorso anno
», dice Gegè Mangano, chef e patron della
«Taverna de li Jalantuúmene») è imposto,
nel caso indossino abiti troppo sbracciati o
sgambati, di coprirsi con orribili teli dai colori
improbabili. Abbiamo visto una coppia di
enormi villeggianti bardati e infagottati come
due mongolfiere. Siamo quasi certi che, senza
teli, sarebbero stati meno «scandalosi». Da
Monte Sant’Angelo si la strada torna a valle,
per poi rivolgersi verso la Foresta Umbra.
Non solo mare: verde e pastori nel Gargano fuori «pacchetto»
L’acqua, quando piove, scende dal bosco,
trascinando rami e terra. Qui s’incanala in un
terrapieno, verso una vasca: terra e rami si fermano.
L’acqua fluisce, pulita, verso una cisterna
sotterranea. Lui la raccoglie, per sé e per
l’abbeveratoio, usando un antico sistema
idraulico: un secchio legato ad un lungo palo,
con una grossa pietra fissata all’altro capo. Il
signor Paolo ha superato i 67 anni e fa il pastore
quassù: ha parecchie capre, quasi
trecento. Il suo mezzo di trasporto
normale («Questo qui il vostro
fuoristrada lo frega», dice, orgoglioso)
è un vecchio trattore. Poi
ha una Panda, piuttosto provata,
con la quale ogni tanto scende a
valle. Vive in una casetta fatta di
pietre, accanto all’ovile e alle cucce
dei suoi due cani.
Nella casetta la luce entra solo
dalla porta e per guardare, col suo
permesso, bisogna prima abituare
gli occhi, abbacinati dal sole, alla
penombra. Di notte l’illumina con
una lampada ad olio. Dentro ci sono
un letto, un tavolo, un fornello,
il gancio cui appendere il pentolone
con cui lavora il latte per fare
ricotta e cacioricotta, una credenza.
Paolo sta quasi sempre quassù, ogni tanto
viene trovarlo il figlio, che abita a Vieste. Ma
per lui là c’è troppo caos. «È poi qui sto bene:
guardo il panorama, non mi prendo mai neppure
un raffreddore. Cosa mi manca?». Sorride,
mentre scende dal trattore con cappellino
e canottiera. Ci pare che non voglia farsi fotografare,
non insistiamo. Poi se ne va, lasciandoci
liberi di guardare il suo regno. Quassù. A
seicento metri d’altezza, nei pressi della Foresta
Umbra, con una vista mozzafiato che giunge
fino a Vieste e al mare.
Quelli che stanno laggiù (i turisti e ormai
pure le nuove generazioni locali) non immaginano
mica che - a pochi chilometri da villaggi
e spiagge - in alternativa al rito delle vacanze
si celebra ancora il rito della pastorizia
e della vita nella natura. Perché
di solito si pensa al Gargano
come sinonimo di vacanza di mare
(d’altra parte tutta la Puglia subisce
un po’ questo torto) mentre pochi
sanno che questa montagna coperta
di foreste ha una sua vita anche
nell’entroterra. Quelli che lo
sanno, spesso non hanno voglia di
«sacrificare» un paio di giorni del
proprio soggiorno per esplorare
l’interno, anche se le agenzie turistiche
e il Parco nazionale del Gargano
promuovono, giustamente,
quest’esperienza. Alcuni in bici o
in auto raggiungono la vetta, servita
da strade asfaltate, dove c’è un
laghetto e dove ci sono gli uffici
del parco, con recinti in cui vivono
daini e mufloni. Sono meno, per ora, gli esploratori
del mondo di Paolo e degli altri suoi rari,
ormai, compagni di lavoro.
Paolo ci è stato presentato da Pinuccio Fasanella,
titolare con la moglie, dell’«Agrifoglio
Tour» di Peschici (0884/962721). Da alcuni anni
propone, tra l’altro, il «Jeep Safari» nel Parco
nazionale del Gargano. Vasto 121.118 ettari,
il Parco, presieduto da GiandiegoGatta, tutela
una grande varietà di habitat: dalle coste
alte e rocciose ai valloni caldi, ricchi di specie
rare ed endemiche di piante e animali, dalle
faggete centrali alle pinete di pino d’Aleppo,
con esemplari d’oltre 500 anni d’età, fino alle
splendide varietà di orchidee. La fauna? Ci sono,
ad esempio, i caprioli (uno dei rari nuclei
autoctoni d’Italia) e varie specie di picchi. La
Foresta Umbra è l’ambiente più affascinante.
Malgrado le devastazioni e i dissennati disboscamenti
degli ultimi tre secoli, ha conservato
quasi intatto il suo maestoso e imponente patrimonio.
Per alcuni il nome Umbra deriverebbe
da antiche popolazioni di Umbri (tribù preistorica
del ramo celto), abitanti della foresta,
che facevano dannare, con le loro scorrerie, i
pastori nomadi; per altri, semplicemente significa
«luogo ombroso».
Peppino, con il fuoristrada, ci ha offerto
l’opportunità di conoscere i segreti del parco,
percorrendo i secolari tratturi, usati un tempo
dai pellegrini che andavano a Monte Sant’Angelo:
tra frotte di maiali semiselvatici; tracce
di volpi, cinghiali, gatti selvatici, tassi, rapaci;
e mandrie di vacche podaliche. Queste - sul
punto di estinguersi, poi poste sotto tutela - sono
più piccole di quelle ma il loro quel latte è
eccezionale, tanto che Slow Food ha tra i suoi
«presidi» il prelibato caciocavallo podolico
(sarà dal 16 al 19 settembre a Bra, in Piemonte,
in occasione di «Cheese 2005»). Le escursioni
posso durare da un giorno a una settimana,
con pernottamenti e tappe nelle masserie
(come la Masseria Sgarrazza, risalente al
1860, dove abbiamo fatto una gradevolissima
tappa). «Il promontorio è così vario che riesce
sempre a stupirmi per la sua bellezza aspra e
selvaggia, anche se sono nato qui. Spesso da
solo, a piedi, mi avventuro in questi boschi.
Un’esperienza unica», dice Peppino. Imbocchiamo
il sentiero di Tacca del Lupo, tra agrifogli,
macchia mediterranea e pini d’Aleppo.
Vi s’incontrano i «cutini», caratteristiche vasche
realizzate in pietra per la raccolta dell’acqua
piovana. Sarebbe bello se, ad esempio, il
Parco trasformasse in veri rifugi le vecchie case
forestali restaurate e poi mai utilizzate.
È un mondo che sarebbe piaciuto a Dino
Buzzati (1906-1972), lo schivo scrittore bellunese,
giornalista al Corriere della Sera, che in
romanzi e racconti raccontò la magia delle Dolomiti.
Così per raccontare la magia delGargano
meno noto, con i suoi boschi che sembrano
fuggiti quaggiù dalle Alpi, prenderemo in prestito
le parole che egli usò in una nota a Il segreto
del bosco vecchio (1935). Scrisse Buzzati:
«In certe notti serene, con la luna grande, si
fa festa nei boschi. È impossibile stabilire precisamente
quando, e non ci sono sintomi appariscenti
che ne diano preavviso. Lo si capisce
da qualcosa di speciale che in quelle occasioni
c’è nell’atmosfera. Molti uomini, la maggioranza
anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece
l’avvertono subito. Non c’è niente da insegnare
in proposito. È questione di sensibilità:
alcuni la posseggono di natura; altri non
l’avranno mai, e passeranno impassibili, in
quelle notti fortunate, lungo le tenebrose foreste,
senza neppur sospettare ciò che là dentro
succede». E nel cuore magico della Foresta
Umbra finisce il nostro lungo viaggio «dentro
la Puglia».
* Questo itinerario e' stato pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno Puglia nell' agosto 2005. Potete leggere altri scritti di Marco Brando nel suo Blog personale www.professionereporter.splinder.com
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