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Impressioni...
Uno sguardo veloce dal finestrino d'aereo mentre questo s'inclina virando
sopra la città. Il mare è colorato di rosa dal sole che sorge. Rosa,
rosso e verde sono i primi colori che ricordo di questa terra. Uscito
dal Kinsford Smith Airport di Botany Bay, la
vista ancora abbagliata dalla forte luce esterna dopo la penombra della
sala arrivi, vengo investito dall'intenso profumo balsamico nell'aria.
Sydney è a tutti gli effetti una città verde e "verde" qui
vuol essenzialmente dire una distesa sconfinata di eucalipti che diffondono
le loro benefiche essenze nella calura australe. La luce che mi accoglie
è quella intensa e carica di certi paesaggi del sud Italia. Brilla un
sole caldo da mattina di prima estate e la fredda e grigia giornata
autunnale, che ho lasciato a Milano, contribuisce ad accentuarne il
contrasto. Nel cielo di un blu carico le uniche nuvole in vista sono
quelle artificiali create da un paio di piccoli aeroplani che, disegnando
invisibili arabeschi, scrivono messaggi pubblicitari in aria con sbuffi
bianchi di vapore. Uno di questi scrive "welcome", ed è bello
pensare che stiano dando il benvenuto proprio a me.
A prima vista...
Nel tragitto dall'aeroporto vedo per la prima volta Sydney. Un'immagine
in movimento come una serie di fotogrammi, dal punto di vista mutevole
dell'automobile, per descrivere le primissime sensazioni su questa città.
Vedo una città bassa ed incredibilmente estesa, cresciuta chissà come
in mezzo ad un paesaggio selvaggio di colline e fitte foreste, che cerca
di contendere spazio a questa natura, in un paese dove lo spazio è l'ultima
delle preoccupazioni. Una metropoli adagiata in un sito eccezionale,
dove la terra e l'oceano si incontrano formando quello che è conosciuto
come uno dei porti naturali più spettacolari del mondo. Attraversiamo
zone di costruzioni basse dai fronti eterogenei, simili a moderni villaggi
di frontiera; quartieri residenziali di villette con giardini ben curati
che sembrano case per le bambole; schiere di terrace houses con le ringhiere
di ferro battuto ricamate al tombolo; fronti compatti di costruzioni
basse da "far west" animate da mille colori di insegne. Di
tanto in tanto grossi centri commerciali ingombrano la vista, goffi
attori dell'allegra cacofonia di edifici che dà un ché di confusionario
all'ambiente, alimentando un sentimento di anarchia e libertà che non
ho mai trovato fastidioso, anzi! Qua e là si riconoscono le forme di
una chiesa o una moschea, una sinagoga, un tempio indù o una chiesa
ortodossa importata direttamente dalla Grecia. Un esercito variegato
di dimore per altrettanti Dei (o per lo stesso Dio con differenti nomi?)
che esprimono meglio di ogni altra cosa una cultura, quella australiana,
fatta di culture. Ed ovunque il verde e l'acqua.
Notturno...
Il primo incontro con la city ed i suoi grattacieli è velato e reso
magico dalla notte che, con le sue ombre e le mille luci che vi si oppongono,
riesce ad
aggiungere fascino al fascino diurno, a volte un po' opaco, di queste
immense metropoli. E' quasi mezzanotte, dal piccolo promontorio detto
Mrs Macquarie's Point, in fondo ai Botanical Gardens, si gode una vista
spettacolare sul porto e lo skyline. Le masse imponenti dei grattacieli
illuminati, che si riflettono nelle acque scure, fanno da quinta multicolore
ai giardini botanici debolmente rischiarati dalle luci dei lampioni.
L'aria è fresca in una notte tranquilla, i rumori della civiltà arrivano
lontani e ovattati lasciando fiato allo sciabordio dell'acqua lungo
la passeggiata ed agli acuti di grossi pipistrelli tra gli alberi. In
cima ai 350 metri della Amp Tower, sopra al ristorante girevole di 4
piani, due enormi statue in metallo sorvegliano la città. Montate per
le olimpiadi ricordano ancora l'epopea sportiva che ha appena portato
Sydney al centro del mondo. Tutt'intorno, illuminati dai fari, grossi
uccelli bianchi volteggiano lenti, dando al tutto un aspetto quasi surreale.
In mezzo alla baia giace immobile, adagiata su un fluido velluto nero
trapuntato di riflessi, la primadonna della scena. Come eburneo volatile
l'Opera House sembra ritrarsi con altezzosità per librarsi leggera sull'acqua,
nella quale le forme espressioniste dei tetti si riflettono come ali
di gabbiani a volo radente sull'oceano. Il traffico di imbarcazioni
che le danzano attorno incornicia l'effetto di "edificio galleggiante",
purtroppo rovinato di giorno dal rozzo e pesante basamento, che perde
invece ogni materialità nell'illuminazione notturna. Tutto sembra fermo
sotto il brillio fioco della croce del sud, ed è fissato nella mente
come una di quelle cartoline notturne che quando arrivano ti fanno sognare
ed invidiare chi ha avuto la fortuna di stato essere là. Sullo sfondo
la struttura metallica dell'immenso Harbour Bridge disegna atmosfere
cubiste in bianco e arancio su tela blu.
Gente...
Un mercato: quale luogo più appropriato per osservare un popolo e le
sue particolarità? Individui di tutte le razze, vestiti nei modi più
svariati, circolano tra le bancarelle allegramente. Moltissimi sono
asiatici, qualcuno corrisponde allo stereotipo che si ha all'estero
degli italiani, che qui è uguale a quello dei greci o dei libanesi.
Alcuni hanno carnagione chiara e tratti nordici o anglosassoni e penso
che stonino leggermente sotto questo sole forte e intenso. Una contagiosa
aria di allegra rilassatezza li caratterizza in ogni modo tutti, riunendoli
sotto la comune definizione di "aussies" per i quali "no
worries" vuol dire prego e "it's easy" è attributo di
ogni problema. C'è sempre tempo per un sorriso, una battuta o una pacca
sulla spalla e nessuno è mai troppo di fretta per non ascoltare cosa
si ha da dire. Non è raro vedere qualcuno a piedi nudi o magari con
i bigodini in testa, ma non siamo di certo qui per giudicare. Andare
a fare la spesa in pigiama è una sensazione spassosissima, da provare
per uno che, a Milano, è abituato a sentirsi a disagio se i calzini
non si intonano perfettamente con i calzoni. Per loro noi siamo raffinati,
per me spesso snob. Loro sono Inglesi, Irlandesi, Scozzesi, Italiani,
Greci, Libanesi, Russi, Asiatici di ogni paese, Sudamericani e chi più
ne ha più ne metta. Gravosa macchia in questo cocktail multicolore,
dal sapore indubbiamente gradevole, è purtroppo la figura sotterranea,
non presente, nascosta degli aborigeni. Gli antichi abitanti di questi
territori si vedono raramente, più come essenze eteree per l'etere dell'alcol,
che come antichissimi custodi della terra dove sono nati e dei suoi
segreti. Ne incontro pochi che portano addosso la fierezza delle loro
radici e su quei volti dai tratti forti vedo il retaggio di secoli di
vita in un tutt'uno con la natura. Una pianta è forte se ha radici forti,
se quelle si ammalano o vengono recise la pianta muore, ma fino alla
fine rimane viva la speranza che possa tornare rigogliosa.
Sotto le torri di vetro...
Prendo il trenino, puntualissimo, che in 45 minuti circa mi porta dalla
piccola stazione di Toongabbie, in questi sobborghi giardino deserti,
anonimi e un po' noiosi, fino nel cuore di una città modernissima di
grattacieli, negozi, traffico e folla. Quando esco dalla stazione di
Winyard, alla base di uno dei palazzi del centro, mi viene naturale
alzare subito gli occhi per cercare l'abbraccio rassicurante del cielo
ed è strano non trovarlo oltre il limite consueto degli edifici. Lo
sguardo scorre lungo i piani fino a scoprire una sottile striscia azzurra
lassù, molto in alto. Volevo provare la sensazione di camminare per
le strade dritte, fra questi colossi e devo dire che ti fa sentire minuscolo,
schiacciato, quasi fuori luogo visto che questo è il loro luogo e noi
siamo creature piccole piccole che si arrampicano nel ventre di giganti
di vetro e cemento. Il forte vento freddo che soffia dal mare si incanala
lungo le strade, stretto tra i fianchi delle costruzioni, come respiro
possente della città. Questa è la città delle torri di vetro, la città
per l'uomo è molto più in basso, al livello consueto dello sguardo,
quello che non ti fa venire il male al collo o le vertigini. I negozi,
le luci e le insegne riportano i piedi dei giganti ad una dimensione
più umana. Palazzi vittoriani ben tenuti e file di terrace houses strette
fra di loro si accoccolano di tanto in tanto alla base dei grattacieli
come ricordi retrivi di vecchia Europa.
George Street e il quartiere "The Rocks"...
Cammino a caso seguendo il reticolo geometrico di streets e lanes nella
direzione che, secondo me, dovrebbe portare all'acqua. Per chi è abituato
al labirinto del centro di Milano orientarsi in questo spazio cartesiano
non è poi così difficile. Improvvisamente l'altezza degli edifici si
fa più contenuta e fra i tetti a falde appare incombente la gigantesca
mole dell'impalcato del ponte. L'atmosfera da vecchio continente si
fa più intensa ed una scritta coloratissima avvisa che sono entrato
nel quartiere The Rocks, primo insediamento europeo in Australia. Il
confronto con la modernità lasciatami alle spalle imprime un clichè
di anziano signore aristocratico su questo quartiere carino, tagliato
a misura di turista. Le cortine compatte di edifici bassi delimitano
la famosa George Street intarsiata di locali e pubs e gallerie d'arte.
Dagli interni oscuri, nel più classico stile irlandese, si intuiscono
figure di gente che beve e si diverte, mentre armonie di jazz, irish
music, R&B si mischiano a risa e chiacchiere in un reel multicolore.
Con un po' di fantasia non è difficile immaginare facce di avventurieri,
marinai e disperati di altri luoghi ed altri tempi seduti ai banconi.
Domenica, mercato "on The Rocks"...
Vengo accolto dalla confusione e dall'allegria del mercato domenicale.
Koala, vombati e canguri di peluche, collanine ed anelli, vestiti e
cappelli, vasi, statue e stampe aborigene dagli inconfondibili colori,
calendari, cartoline e francobolli, magliette e cappellini delle Olimpiadi,
gli immancabili boomerangs e molto ancora: mirabilia di ogni tipo, forma
e colore occhieggiano ed ammiccano dalle bancarelle a clienti e curiosi
ammaliati. Un aborigeno sorridente, vestito all'occidentale, vende dei
bellissimi didjeridoos. Siede suonando su uno sgabello di legno e dal
lungo ramo lavorato esce un suono profondo, continuo ed ipnotico, con
acuti e cambi di ritmo improvvisi. Tra gli spettatori affascinati un
grosso turista è particolarmente interessato e chiede di provare, ma
dallo stesso strumento che prima vibrava di un suono magico e antico
esce una corta e fiacca pernacchia più simile ad un meno nobile brontolio
intestinale.
Il Circular Quay...
Dovessi indicare il cuore pulsante di Sydney penserei subito al Circular
Quay: il molo semicircolare che porta da "The Rocks" fino
all'Opera House ed ai giardini botanici. Al centro dell'insenatura quattro
pontili si protendono ad accogliere il via vai dei traghetti. Un andirivieni
eterogeneo di imbarcazioni, barche a vela, e grosse navi fa sembrare
la baia una placida ma trafficata autostrada blu. Lungo la passeggiata
centinaia di persone vanno a spasso nella quiete domenicale, destreggiandosi
fra spettacoli di funambolici performers, bancarelle e negozi di souvenir.
I turisti si accalcano alle balaustre per fotografare il teatro dell'Opera
ed il ponte che si fronteggiano sui due lati opposti della baia, cinta
dai grattacieli della city. Sulle panchine o sdraiati nell'erba verde
delle aiole gli aussies osservano la scena con la tipica flemma e noncuranza.
Soltanto i gabbiani ed i grossi ibis, che scorrazzano tra la gente in
cerca di qualcosa da mangiare, sembrano affannarsi e ricordarci che
questa è l'epoca del "tutto (s)corre".
Il teatro più fotografato al mondo...
L'Opera House è senza dubbio un edificio pensato per essere visto a
360 gradi, da infinite inquadrature, ognuna delle quali differente.
Persino
i percorsi di avvicinamento sono adatti allo scopo, sia che ci si accosti
da terra, percorrendo le due insenature arcuate che convergono in Bennelong
Point, sia che lo si faccia dal mare, col rollio della barca. Si dice
sia uno dei teatri più fotografati al mondo e, viste tutte le foto che
scatto avvicinandomi, mi sento di crederci. Probabilmente ciò è dovuto
ad un riuscito mix di "mito", che ne ha fatto un simbolo in
tutto il mondo, e ragioni compositive simili a quelle descritte sopra.
Solo quando mi trovo ai piedi della grande scalinata d'accesso al basamento
mi accorgo anche di quanto sia maestoso. La sensazione di leggerezza
delle coperture lascia il posto alla loro imponenza. Ora posso notare
come le vele in calcestruzzo, che mi sembravano dei gusci di avorio,
siano in realtà rivestite di piccole piastrelle in ceramica, poste in
diagonale in un'alternarsi di bianco e giallo per un accorgimento ottico.
Ampie vetrate, con le strutture metalliche dipinte color salmone, lasciano
trasparire gli interni dei foyer dove bionde ragazze in divisa aspettano
sorridenti i visitatori.
Botanical Gardens...
Fiori, odori, profumi e sciami,
foglie verdi e verdi d'erbe,
alberi come monumenti. Momenti,
momenti di vite passati sdraiati a osservare,
pensare, fermarsi.
Rincorrersi di voli di uccelli colorati,
rossi e blu di colori sfumati
con bianchi e gialli: pappagalli!
Volano macchie nel verde brillante,
macchia minuscola in macchia gigante,
viola, odorosa di Jacaranda in fiore.
Sole e ombra, ombra e sole, lente passano le ore
tra armonie di suoni, lontani in un lieve mormorare.
L'acqua mi abbraccia da un lato e dall'altro
la città, in disparte, si limita a guardare.
Sul vecchio traghetto per Manly Beach...
Il cielo plumbeo, il mare grigio e spumoso ed il vento freddo danno
alle alte scogliere viste dal battello un aspetto nordico ma affascinante.
La city e i suoi personaggi scompaiono lentamente dietro il frattale
della costa mentre si avvicina in lontananza la spiaggia di Manly. La
cittadina assomiglia a mille altre località di villeggiatura, con negozi
e caffè e gente in aria vacanziera che ciondola per le strade. Ovunque
regna la più assoluta serenità. La spiaggia è un grande arco di sabbia
fine, gialla, fra due promontori rocciosi. Pochi temerari sono sdraiati
in riva al mare livido ed arrabbiato che ha impedito, per oggi, l'accalcarsi
estivo dei bagnanti. Voli di uccelli e onde fragorose sono l'unica parte
in movimento di questa polaroid di giornata in bianco e nero. Finestre,
terrazzi e verande vetrate si protendono verso l'oceano, mostrando orgogliosamente
arredamenti minimali di una asettica modernità come medaglie sul petto
di un generale. Su uno dei moli di legno del porticciolo una piccola
ruota da luna park è ferma aspettando giorni migliori.
...e Bondi Beach...
quella delle feste leggendarie; del beach volley alle Olimpiadi; dei
surfisti detti anche "biscottini per squali" e dei lifesavers
con le mutande rosse che tolgono i biscottini dall'acqua; delle bambolone
gonfiate che fanno jogging e dei muscoli ostentati. Ma anche quella
che, in questa giornata ancora di nuvole basse, trovo semideserta, con
grande delusione di turista pieno di aspettative da depliant. Il Pacifico,
schiacciato sotto il peso della cappa di piombo del cielo, si scuote
e si agita con spruzzi di spuma bianca. Soltanto i pochi surfisti sembrano
apprezzare, puntini neri intermittenti fra le onde. Sulla spiaggia rare
persone sdraiate sugli asciugamani si perdono nella sua vastità. Un'estesa
corona di costruzioni variopinte segue l'arco dell'insenatura, più ampia
e incurvata di quella di Manly. Sulle scogliere ai due lati della baia
stanno aggrappate le stesse ville moderne e lussuose, insieme ad alcune
interessanti costruzioni che sembrano incrostare gli scogli da più tempo.
La goffa mole gialla e un po' decadente dell'Hotel Bondi ingombra il
centro della vista. Tutt'intorno una costellazione di caffè, pubs, negozi
e ristoranti dovrebbero accogliere folle di giovani festanti che oggi
hanno disertato. Se Manly è la spiaggia per rilassarsi, Bondi è la spiaggia
per divertirsi, ma qualcuno oggi deve essersene dimenticato. Anche qui
gabbiani volano veloci sfruttando le correnti e la brezza mi porta un
profumo intenso di iodio: quel profumo forte del mare in burrasca che
ti resta dentro per sempre. Quando, molti giorni dopo, rivedrò Bondi
in una giornata di sole e folla, in tutto il suo splendore da réclame
in technicolor, ripenserò a questo giorno ed alla fortuna di averla
potuta vedere anche così.
Homebush Bay...1
La "casa dei cespugli", un tempo degradata ed inquinata area
nei sobborghi della città, è stata tolta ai cespugli e donata al mondo
che ha qui potuto ammirare i Giochi Olimpici di Sydney 2000. Certo dev'essere
assolutamente magnifico passarci mentre è al centro dell'attenzione
planetaria, nell'incredibile kermesse dei giochi, ma una volta conclusesi
le dirette e spenti i riflettori a me ha fatto la seguente impressione...
Ordinato deserto super-tecnologico con terra di autobloccanti rosa e
grigi, dove tribù di giapponesi, abilissimi cacciatori di immagini,
si aggirano con la stessa dimestichezza con cui gli aborigeni affrontano
il bush dei territori centrali. Le notevoli architetture dei complessi
sportivi si trovano sparse come sassi in questo spazio: giganteschi
monoliti sacri al totem dello sport, così forte da cantare e incantare
l'intero pianeta in un contemporaneo, nuovo "tempo del sogno".
Sogno di unire per una volta sotto lo stesso ideale mille culture. Sogno
per un paese giovane e dinamico, finora semplicemente definito "down
under", di stare anche solo per un po', seduto sul tetto del mondo.
Tra gli edifici spiccano l'onda dell'Aquatic Center, il volume elegante
della stazione ferroviaria e l'immenso Australia Stadium, nuova Uluru
di questo orizzonte, oggi deserto, domani chissà?
Kirribilli e Mylson's point...
New York, Toronto, San Francisco, Chicago... le metropoli ed i loro
grattacieli, un ponte, l'acqua, le luci e la notte. Questi elementi
hanno costruito nel tempo dei modelli e delle icone magiche che sono
ormai nell'immaginario di tutti. Penso che "magica" sia la
parola perfetta per definire l'atmosfera che si respira in questa notte
mentre, seduto sulle rive della baia a Mylson's Point, dalla parte opposta
della city, guardo la città per l'ultima volta dandole il mio commiato.
Ancora una volta le luci, i grattacieli e l'Opera House, l'acqua
e la danza placida e variopinta di riflessi e tremolii nella notte che
tutto ammanta. Sopra la testa, da qui davvero immenso, l'ardito salto
dell'Harbour Bridge, sotto i cui piloni mi sento scomparire. Intorno
a me è disteso un parco verde e curato, attraversato da una passeggiata
che, passando sotto il ponte, porta fino ad un appartato molo di legno,
dove il ghigno luminoso della maschera-ingresso del vecchio Luna Park
smaltisce indigestioni d'euforia. In secondo piano la ruota panoramica
si sta prendendo un meritato riposo. Proseguo oltre e raggiungo una
rada placida dove alberi e sartie di piccole imbarcazioni tintinnano
al vento. Cammino così in una continua scoperta, cercando di assorbire
quanto più posso per fissarlo nella mente e portarlo a casa con me.
Gli elementi ci sono tutti per definire questa notte magica e ritengo
che questi siano un luogo ed un tempo ideali per essere innamorati,
di chi o di cosa per ora non conta. Di notte avevo dato il mio primo,
vero saluto a Sydney, di notte mi sembrava giusto dirle grazie ed arrivederci
a presto, un giorno.
Nota conclusiva...
Ebbene sì: i koala esistono davvero!!! Sono gli animali più teneri,
morbidi e finti del mondo, sembrano dei peluche e pare impossibile che
siano reali. I canguri non portano i guantoni da boxe, ma ospitano effettivamente
i piccoli in una tasca sul ventre e, per la cronaca, non scorrazzano
liberi per le strade di Sydney. Se qualcuno vi parla dagli alberi saranno,
presumibilmente, coloratissimi pappagalli e la mattina è meglio che,
prima di mettervi le scarpe, controlliate non siano state comodo giaciglio
per un inaspettato ragno, grande come il palmo della vostra mano. Io,
in Australia, mi sono sentito come a casa e l'amore che prima avevo
per questa terra è ora ancora più forte e reale. Forse "libertà"
è la parola che meglio di tutte sintetizza le sensazioni descritte.
Un infinito grazie alla mia dolce Laura, ai miei genitori e mio fratello
Paolo. Thanks from the depth of my heart to Matthew, Lisa, Dean, Erin,
Calel, Zane, Glenn, Alison, Elizabeth, Naomi, Kathryn, Cassie, Steve,
Stan, John, Meg, George, Bill, Fadia, Narella, Antoniette and anybody
else I had the pleasure to meet in Oz, the land down under.
Alcune semplici spiegazioni per capire:
- la traduzione letterale di Homebush è "casa del cespuglio",
o "cespuglio casa".
- Il "bush" è più estesamente inteso dagli australiani come
una di quelle vaste aree coperte di foreste, principalmente eucalipti
e mangrovie, che caratterizzano larghe porzioni del continente.
- Il "tempo del sogno", secondo gli aborigeni, è il tempo
antichissimo della creazione del mondo. Durante il tempo del sogno gli
antenati, detti sogni, uscirono dalla nuda terra e vagarono per tutto
il continente "cantando" le cose che iniziarono così ad esistere.
Quasi ogni elemento naturale presente sul territorio rappresenta un
luogo sacro, dove i sogni creatori si sono fermati a riposare o hanno
compiuto una qualche azione. Il più importante in assoluto, origine
di tutti i sogni, è il maestoso monolito di Ayers Rock, detto Uluru,
situato praticamente nel cuore dell'Australia sopra quello che sarebbe
un forte "polo energetico" del nostro pianeta.
- "Down Under", ovvero "giù sotto", è uno dei nomi
con cui si usa chiamare l'Australia. Comune soprattutto negli anni 80
è oggi usato più che altro da americani, neozelandesi, inglesi o irlandesi.
Caratteristici sono i mappamondi rovesciati in cui l'Australia si trova
in alto e l'Europa e gli USA, "down under", se ne stanno a
testa in giù.
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