Scesa
da poco da un Jumbo Jet, all'aeroporto di Dong Muang, mi ritrovo seduta
accanto ad un ragazzo appena ventenne, l'autista della limousine. Mi
sta accompagnando a Pattaya. Lì cercherò i miei ricordi, per ricucirli
insieme e, provare ad accettarmi quale mi ritrovo adesso.Una persona
interiormente diversa e cresciuta troppo in fretta.
"Vedi, lungo questa strada, c'era una recinzione, lunga e forte, che
cercava di trattenere le tigri al suo interno" dico.
"Non ci sono mai state tigri da queste parti, madame!"
Guardo il viso del mio vicino nascosto dietro a dei Ray Ban troppo scuri.
"Oh si che c'erano! E una volta hanno anche azzannato un bambino che
era riuscito a sconfinare nel loro territorio!" Silenzio. Allora cambio
argomento: "Ho visto costruire questa strada sai. La stavano tagliando
nella giungla, lunga e dritta come una ferita. Qui degli uomini e delle
donne lavoravano dall'alba al tramonto. Delle ceste di ratan venivano
riempite di sassi, caricate sulle spalle, e depositate su dei camion.
I lavoratori calzavano solo delle semplici "Bata" e spesso i loro piedi
venivano morsi dai cobra disturbati.Tutto questo per permettere agli
americani, sempre più numerosi, di raggiungere velocemente una delle
loro basi militari che si trovava vicino a Pattaya. Da li sarebbero
partiti per andare a combattere nel Vietnam. Si chiamava "Utapao"! Partivano
ogni mattina, i famigerati B.52, per ritornare alla sera. I piloti allora,
cercavano la compagnia delle dolci ragazze thai e le portavano nell'unico
albergo che c'era, il Nipa Lodge. Anche io vivevo là con la mia famiglia
". "Utapao? Utapao è un aeroporto civile, madame, gli aerei che partono
da li vanno verso Phuket, Chiang Mai, Songkhla." m'interrompe il giovane.
Guardo i suoi occhi a mandorla, il suo sorriso accattivante e smetto
di pensare ad alta voce.
Gli chiedo di fermarsi, lungo la strada, dove è apparsa una piantagione
d'ananas, e nonostante la stanchezza, le tante ore di viaggio accumulate,
scendo dall'auto, per lasciarmi andare a perdere tempo, a respirare
in un clima tanto gradevole per me. Cammino tra i raccoglitori sorridendo,
congiungendo le mani così, com'è usanza qui.
"Sawasdee", "Buongiorno"e loro contenti giù a tagliarmi un frutto fresco
dietro l'altro, ridendo dei vestiti pesanti, toccando i miei capelli
biondi.. Ebbene si! Si!… li ho ritrovati.Questa è la mia gente…sto tornando
a casa!"
Prem depone i bagagli all'ingresso di un albergo, relativamente nuovo
e a me sconosciuto di Pattaya Sud, che con gran sorpresa, adesso si
fa chiamare "Pattaya City".
"Come City"? Dov'è il villaggio dei pescatori? Dove sono i sampan con
le reti?" Dov'è il tempietto che sorgeva in quest'estremità della baia?"
Prem alza un braccio e indica con il dito un luogo sacro riccamente
ornato d'oro e specchietti, che erge su una collina, al posto delle
decine d'alberi di teck.Mi guarda e vedendomi confusa sorride, risale
in macchina e avvia il motore pronto a ripartire per la capitale. "Buona
vacanza madame, verrò a riprenderti per ricondurti a Bangkok quando
vorrai" e mi lascia sola con tutte le mie perplessità.
E va bene! Eccomi qui! Seguo un boy fino alla stanza dove mi aspetta
un cesto di frutta esotica, un biglietto di benvenuto scritto in quattro
lingue ed un invito per un cocktail nella terrazza che s'affaccia sul
mare.
L'albergo è splendido, come tutti gli alberghi nel paese, sempre in
competizione tra loro in quanto a sfoggio d'eleganza e offerte di servizio.
Cerco di liberarmi in fretta dall'ultima sensazione di stress europea,
immergendomi nella percezione magica, di trovarmi in compagnia di persone
che non possono essere materialmente qui con me. Le sento ridere, scherzare
tra loro e con me, battibeccarsi l'un l'altro e trasmettermi una grande
gioia di vivere.
Sono felice? Si, per qualche attimo, sono felice. Rido con loro all'unisono
e mi lascio andare su di un letto troppo grande per me sola, di traverso,
con indosso ancora parte dell'abbigliamento invernale, infilato in un
altro continente tante, troppe, ore prima…
Ripenso al nome: "Pattaya City" e mi viene da ridere! L'hotel si trova
all'estremità sud della baia, proprio alla fine del "Village", com'era
chiamato il quartiere composto da locali notturni, tutti rigorosamente
all'aperto dove si poteva vedere passando, come a teatro, tutto ciò
che accadeva. C'erano gli americani allora grandi e grossi, con ragazze
thai sulle ginocchia. Piccole donne, quasi bambine dai lunghi capelli
lisci e neri. Giovani allegre e vocianti che vendevano sesso con la
mente rivolta a Budda. Accettavano dollari con il pensiero rivolto verso
le famiglie lasciate a casa, nei paesi di un Nord povero e rurale. Che
contrasto! Ragazze dal seno piatto e dalla carnagione di pesca con degli
uomini grossi e pelosi, supervitaminizzati, capelli tagliati a spazzola,
esseri senza cervello né pensiero, con due soli elementi del corpo attivi,
la bocca per ubriacarsi e il resto per scacciare la paura.
Una paura incalzante che li avrebbe poi piegati senza misericordia sotto
la forza d'altri piccoli uomini gialli, tutti con lo stesso nome "Charlie".
Era solo una strada in fondo, a formare un unico bordello, un corto
tratto che congiungeva una punta della baia alla giungla. Io la chiamavo
"la strada perduta" perché lì, tutti stavano perdendo qualche cosa d'importante,
avvolti nell'euforia che offre un paese confinante con la guerra.Le
ragazze stavano dando l'addio alle tradizioni, alle persone amate, l'addio
alla capanna coperta di foglie di banano, al bufalo sottomesso al giogo,
alle risaie e alle rincorse felici lungo i klong. Gli americani avevano
salutato una patria distante, un college lontano, i canti domenicali
in una piccola chiesa anglicana. "Addio" al baseball rimasto laggiù.
"Addio" al promesso sposo venuto quaggiù….
"Perché lo fai Chanit?" domandavo alla ragazza distesa su una sdraio
in riva al mare.
"Così posso aiutare la mia famiglia, mandare dei soldi a casa, far studiare
il mio fratellino, comprare un altro bufalo…" e sorrideva senza smettere
di guardare il suo uomo che sguazzava poco lontano dalla riva come un
bambinone. Ecco ciò che sconcertava in quelle giovani, la loro completa
disponibilità di sentimenti. Si affezionavano persino ai loro sfruttatori
e soffrivano quando questi sarebbero poi partiti. Talvolta rimanevano
in attesa di bebè, meticci che sarebbero diventati bellissimi. Avete
mai visto un bambino biondo, occhi verdi dal taglio orientale e la pelle
ambrata? L'aborto non era mai preso in considerazione e la vita sarebbe
continuata per loro prostituendosi, ancora e ancora, aggiungendo bambini
ad una famiglia sempre più numerosa da mantenere. E si affezionavano
sempre, niente riusciva a distruggere il loro candore!
Mi sveglio congelata da un aria condizionata che gira al massimo. Per
me senza il cambio del fuso orario sono le 10 del mattino, qui appena
le quattro.
"E adesso che faccio!" mi dico girando per la stanza e spogliandomi
finalmente da panni troppo pesanti…Alzo la cornetta e telefono a Roma,
a Walter.
"Che tempo fa lassù?" chiede
"E che ne so..è notte fonda e in stanza c'è l'aria condizionata!"
"Beata te! Qui sta quasi nevicando…"
Devo aspettare l'apertura del ristorante per scendere a far colazione.
Potrei alzare nuovamente la cornetta ed ordinare ciò che voglio. Il
servizio in camera è disponibile 24 ore di seguito qui, ma non vorrei
disturbare chi forse si trova disteso in un momento di pausa. So bene
che per quattro soldi qui si lavora 12/13 ore di seguito, senza mutua,
pensione o riconoscenza.
Indosso quindi sandali e shorts, dopo una lunga doccia ristoratrice
e mi reco sulla spiaggia. In Thailandia mi sento tranquilla. Non succede
mai niente che tu non voglia che accada. C'è il rispetto qui, per tutti,
anche se troppi occidentali lo ignorano. Non c'è da stupirsi quindi
se una donna gira da sola, o se due uomini si abbracciano. Fa parte
del loro modo di pensare buddista, una filosofia difficile da comprendere
e ancor più da accettare. I Thai non dimenticano mai il ciclo delle
rinascite, così un bonzo potrebbe essere stato un fratello in una vita
passata, una studentessa una madre, e altri legami famigliari potrebbero
unire chiunque ad un pescatore, un contadino, una ballerina o un gay.
Così tutti convivono tranquilli rispettandosi e non smettendo mai di
sorridere.
Questo era il modo di vivere che io ricordavo in un Thai.
Cammino piedi nudi adesso, sentendo il piacere d'una sabbia finissima
scivolarmi tra le dita. Rasento l'acqua tiepida e calma del mare che
si sta lentamente alzando con la marea. Alzo gli occhi ad un cielo pronto
a tingersi di rosso e abbraccio, con lo sguardo, la baia nel suo insieme,
nel suo tutto. Le albe e i tramonti sono veri e propri incantesimi della
natura, ai tropici, ripetitivi come il susseguirsi dei giorni, eppure
sempre diversi. Tutto si svolge molto rapidamente. Ti siedi in riva
al mare, hai appena il tempo di fumare una sigaretta e l'incanto è già
finito.
Voglio vivere il più possibile la vita locale, mischiarmi con la gente,
ritrovare forse qualcuno che ho conosciuto, curiosare tra la vita delle
nuove generazioni e il mutare dei tempi, avvenuto in un periodo così
breve. Perché se i cambiamenti si susseguono in tutto il mondo, qui
le trasformazioni sono addirittura fulminee. Ci vogliono anni per costruire
un grande albergo da noi, qui un paio di mesi soltanto.Ci vogliono secoli
per costruire un pezzetto di metropolitana a Roma. Qui bastano pochi
mesi per sotterrare i "klongs" facendoli diventare autostrade. Purtroppo
si distruggono anche foreste trasformandole in spiagge o paesi che in
altrettanto pochissimo tempo diventeranno porti o città. Bisogna correre
in Thailandia, e correre veloci per assaporare ciò che resta di tradizionale
e genuino.
Da noi, in Europa, il Natale è trascorso da poco, mentre qui sta esplodendo
la stagione balneare che confonde l'odore degli abbronzanti con quello
della frutta tropicale, il profumo intenso dei fiori rigogliosi con
quello inebriante degli incensi.
Uscendo dall'albergo, questa mattina, guardo in alto, al nuovo imponente
tempio che ha preso il posto dell'altro, umile e fragile e decido di
andarlo a visitare. Prendo così una camionetta, una di quelle collettive
che si fermano dove vedono una persona in attesa, seguono un percorso
flessibile e ti fanno scendere proprio dove vuoi.
Nel tempio, incontro solo qualche bonzo qua e là che si ferma a chiedermi
da dove vengo. Per tutti ho una risposta diversa, ora dico di provenire
dalla Francia, ora dalla Scozia oppure dall'Italia, tanto so benissimo
che sono solo dei nomi per loro. Di noi altri, conoscono solo una fisionomia
diversa, un'arroganza a loro sconosciuta, spesso una mancanza di rispetto.
Inoltre, temono il valore dei nostri soldi con i quali ci arroghiamo
il diritto di comperare tutto.
Poco distante, c'è la spiaggia, parzialmente nuova, di Jomtien. E' diversa
dalla baia che ho appena lasciato. La spiaggia è più larga, l'acqua
chiarissima, non ancora battuta da decine d'imbarcazioni.
Le
onde sono lunghe e molti si cimentano nel surf. E' la spiaggia frequentata
da famiglie Thai che malvolentieri si mischiano con i turisti. I bambini
giocano con niente: un barattolo, una bottiglia vuota, un vecchio copertone
d'auto.
Mi immergo nelle acque tiepide, prestando attenzione a non calpestare
i ricci di mare, facendomi largo tra le miriadi di pescetti che abitano
le acque basse. E nella gioia e nell'entusiasmo mi allontano un po'
troppo fino ad abbracciare con lo sguardo questa seconda baia, ancora
incontaminata.
Pranzo in costume, ad un tavolo in comune con i Thai, vicino alla spiaggia,
avendo cura di indossare shorts e maglietta, per rispetto verso questa
gente per cui le nudità sono un'offesa, un affronto verso il loro credo.
Il pesce abbonda e anche i pasti più umili sono presentati con fantasia
e raffinatezza.
Si ride, si scherza, senza comprenderci; si è sciolti e sereni….
In Thailandia e a Pattaya più che mai, è alla sera che tutto si esalta.
Le strade si riempiono di bancarelle, emergono dal nulla mercati, illuminati
a giorno a mostrare meravigliosi frutti esotici, che è un peccato consumare,
banchi ricoperti di fiori tropicali, e non è raro vedere dei passanti
con dei gibboni giocosi sopra la spalla, o degli elefantini passeggiare
come cani insieme ai padroni. Allora tutto si trasforma in gioia. Ti
fermi ai carrettini per gustare un dolcetto, più in là compri una maglietta,
dopo aver sudato sette camice per barattarne il prezzo, altrimenti che
divertimento c'è! Io baratto sempre per ore, poi finisco con il pagare
il primo prezzo richiesto, tanto mi sono divertita lo stesso….
I ristoranti all'aperto si riempiono di persone allegre e mangione,
mentre i turisti del "tutto compreso" si richiudono nei locali con l'aria
condizionata.
Venivamo sempre da questa parte della baia a mangiare la sera, quando
eravamo residenti, la mia famigliola ed io. E i posti sono sempre gli
stessi: tavoli in riva al mare, piedi sulla sabbia, sciacquio in sottofondo
e sopra la testa, la luna come il lampadario più prezioso.
Ebbene, in questi momenti mi sento confusa ad essere sola, a mangiare
da sola. Per fortuna c'è sempre qualche bambino che si avvicina per
vendermi dei fiori e che faccio accomodare vicino a me offrendogli un
grande gelato. Mi tiene compagnia e impedisce alla malinconia di raggiungermi.
Ci raggiungono invece altri bambini, tutti con qualche cosa da vendere
e vedendo il loro amichetto comodamente seduto a riempirsi la pancetta,
gli si fanno intorno con cinguettii strani, poi si siedono a loro volta
intorno a noi. E ci sarà gelato per tutti e incomincerà la "nostra"
festa privata, quella che ogni sera della mia permanenza rallegrerà,
ora un ristorante ora l'altro.
E' quando sono nella stanza d'albergo, che cerco di personalizzare con
tutto il disordine possibile, che mi trovo, mio malgrado in difficoltà.
Ora gli occhi non si distraggono più da ciò che mi accade intorno durante
la giornata. Le orecchie non rimbombano più di mille suoni diversi.
L'unico profumo che sento adesso è quello delle saponette e dei bagni
schiuma che filtrano dalla porta del bagno lasciata aperta. Allora il
silenzio diventa un tuono, uragano dentro, e la pelle è percossa da
fremiti così come avviene quando si è preso troppo sole! Ed è triste.
Non c'è nessuno con cui condividere una complicità di pensiero. Nessuno
da cui ricevere il bacio della buonanotte, quel bacio che ti copre e
ti fa sentire finalmente al sicuro.
Il più delle volte cerco di concentrarmi su un libro, per accorgermi
poi di essere rimasta troppo a lungo su una stessa pagina. Qualche volta
accendo la TV che trasmette in una lingua che non è la mia, e, pur comprendendo
mi pare si rivolga a tutti meno che a me. Così apro la finestra del
balcone. L'aria fuori è umida e appiccicosa e già si mischia con quella
congelata dell'interno formando un pasticcio atmosferico ancor più sgradevole.
Infine mi chiudo nella stanza e lascio liberi i pensieri di vagare dove
meglio credono, fino al momento in cui, anch'essi stanchi, mi concederanno
un'altra notte di sonno agitato…
Oggi ho scelto un posticino a ridosso degli scogli che si gettano in
verticale sulla sabbia impalpabile per prendere parte al giorno che
si sta alzando. Già un cane randagio mi si è accucciato vicino. Ce ne
sono tanti qui e nessuno fa loro del male, e nemmeno se ne curano, così
loro si arrangiano come possono, anche elemosinando un pezzo di pane
ai turisti solitari come me. In lontananza vedo avvicinarsi una barca
di pescatori…ora si ferma. La bassa marea le impedisce di avanzare oltre.
Un gruppo di uomini appare sulla spiaggia. Si tirano su i lembi dei
calzoni e s'incamminano nell'acqua, verso la barca. Quando la raggiungeranno
saranno fradici fino alla cintola. Li vedo raggruppati intorno all'imbarcazione,
gesticolano, contrattano, poi si caricano dei fardelli sulle spalle
e ritornano verso la riva, uno alla volta. Quando sono abbastanza vicini
posso osservare il loro carico. Sono pesci enormi: barracuda, pesci
spada e altri a me sconosciuti. Li depositeranno sul retro delle camionette
parcheggiate lungo la strada, su carrettini e persino sui manubri delle
loro moto, prima di ritornare verso la barca per munirsi di un altro
carico. Adesso i pesci riportati sono più piccoli e saranno lasciati
sulla spiaggia, dove delle donne, munite di buste ne prenderanno qualcuno,
solo il loro fabbisogno, senza togliere ad altre la propria razione.
Tutto questo in silenzio, come in processione, come in un rituale. I
pesci più grossi saranno venduti ai ristoranti, quelli medi ai venditori
di strada quelli piccoli sfameranno i poveri… Alla fine resteranno dei
pescetti ormai intrisi di sabbia, e allora sarà il cane a lasciare il
mio fianco per avvicinarsi ai rimasugli e mangiarli.
Aveva meno di tre anni il nostro piccolo quando siamo venuti a Bangkok
per
la prima volta, per installarci poi a Pattaya, e le nostre giornate
trascorrevano in una atmosfera di continua vacanza. Le scimmie libere
per il parco della nostra casa/albergo erano i nostri animali, cosi
come il baby elefante e i pappagalli noiosi. Aprivo la finestra al mattino
ed eccoli lì sul davanzale, i volatili voraci, pronti a piazzarsi davanti
al frigobar reclamando noccioline e frutta, mentre le scimmie a turno
entravano per rubarci i vestiti lasciati ovunque nella stanza, scappare
con essi, e andarli a depositare sugli alti rami degli alberi. E Roby
chiedeva in un miscuglio di lingue tutto suo: "Sanno nuotare le isole?"
e ancora " Si mangia anche il sole?" quand'era arrivato alla parte centrale
della fetta d'ananas che stava divorando…
E, con il passare dei mesi, la guerra nel vicino Vietnam si era intensificata
e ci trovammo a condividere piscina, abitudini e talvolta la tavola
con i militari americani.
Spesso un giovane in divisa mostrava le sue armi al nostro cucciolo.
Allora Walter andava su tutte le furie. A casa nostra non sarebbero
mai entrate nemmeno armi giocattolo…mentre lì, i B. 52 passavano proprio
sopra le nostre teste al mattino, partendo da Utapao con il loro carico
di morte, le bombe, per portarle e farle cadere a solo mezz'ora di volo
da noi. Li contavamo mentalmente: "uno..due..dieci!" e alla sera al
loro ritorno li ricontavamo e ci sussurravamo:
"…Ne mancano due….ne mancano tre…"
Ci trovavamo a Pattaya, quando il presidente Johnson annunciò l'inizio
di trattative di pace. Una pace che non sarebbe mai arrivata, se non
con la sconfitta degli Stati Uniti d'America, ben sette anni dopo, quando
eravamo tornati in Italia da tempo.
Noi, in Italia, ormai non ci trovavamo più a nostro agio. Si soffriva
di nostalgia, prigionieri in una casa dalle mura di mattoni, emarginati
da persone egoiste e accapparatrici. E lottavamo con tutti i mezzi per
ritornare il più spesso possibile al nostro "niente" che era il nostro
"tutto". Inoltre una guerra ingiusta stava continuando nel Sud Est Asiatico
estendendosi anche, seppur in maniera diversa, nella vicina Cambogia.
Noi, volevamo a tutti i costi fare ancora parte del gruppo di volontari
che partiva alla sera, con dei fragili sampan, , lasciando le spiagge
sicure per costeggiare i confini tra la Thailandia e la Cambogia, alla
ricerca di corpi feriti sulla battigia, caricarli e riportarli verso
la sicurezza di una Croce Rossa Internazionale.
A Pattaya inoltre avevamo dovuto lasciare i nostri animali, gli amici,
il nostro modo di vivere, di girare sicuri e liberi ovunque.
Ci mancava il non poter prendere una barca com'eravamo usi fare, sceglierci
un' isola dove approdare, una di quelle che si vedevano dalla riva,
di quelle che vedono i miei occhi adesso. Fermarci sottovento e gettare
in mare un filo di nailon con due ami attaccati ad una estremità per
pescare, uno dopo l'altro pesci grossi e colorati. E mentre il pescatore
che ci accompagnava, ne tagliava solo i filetti per cucinarli sulla
stessa barca, su un piccolo braciere, noi si nuotava senza paura. Non
importava se sotto i nostri piedi nuotavano anche pescecani o barracuda…
Ci mancava il nostro modo dinnocolato di camminare lungo i campi per
raccogliere ananas, trovare mango o noci di cocco dal succo dissetante
e sostanzioso, il poter comperare interi caschi di banane, quelle piccole
da noi sconosciute, così zuccherine da formare da sole una cena.Ci mancava
quel modo magico di stare insieme, l'abbracciarci e stringerci sempre,
insomma essere felici. Per questo facevamo i salti mortali per prendere
l'aereo almeno ogni due mesi e ritornare per qualche giorno a "casa".
Fu in uno di questi viaggi che, giungendo da Roma, ci trovammo schiacciati
all'aeroporto d Bangkok da una moltitudine di soldati. Stavano ritornando
negli Stati Uniti con le divise lustre e i petti gonfi su cui brillavano
medaglie e decorazioni, pronte ad essere mostrate con orgoglio in America.
Vedendo tutto ciò il nostro "piccolo" divenuto ragazzo ora chiedeva:
"Si ricevono medaglie anche per uccidere?.."
Questa
mattina ho fatto una sciocchezza. Mi sono lasciata convincere, sulla
spiaggia a prendere,con tanti altri stranieri, il barcone "Carne turistica
da macello" per una crociera votata al disgusto. Ho trascorso, la giornata
su una fantomatica isola che avrei potuto benissimo trovare al centro
di Disneyland e ben più pulita. Ed ora, sulla via del ritorno, accucciata
sul tetto della barca, e con il corpo troppo vicino a quello di altre
persone per mancanza di spazio, mi sento chiedere: "Che cosa ci fa una
signora tutta sola da queste parti?"
"Ahia, mi sono fatta prendere in castagna" penso, e lo sguardo si posa
sul libro dalla copertina tutta italiana posato sulle mie ginocchia.Sono
talmente dispiaciuta per aver sciupato una giornata così, che non rispondo
nemmeno. Anzi mi giro a guardare il mare.
Perché sono sola? Il fatto è che avevo sentito il bisogno di ritornare
in Thailandia e viaggiare in solitudine.Volevo visitare il paese in
introspezione, rivivere nel posto che avevo così ben conosciuto e vissuto
per anni e dove mio figlio era cresciuto.
Ora, davanti a noi, si sta avvicinando sempre più la baia semicircolare
di Pattaya. Non c'é più la fitta vegetazione ad accogliere i naviganti,
solo ammassi di cemento, alberghi, ritrovi, grattacieli, revolving restaurants,
case per massaggi, Mc. Donalds, pizzerie "Hunt". Anche i mercati si
sarebbero aperti da li a poco, lungo il viale che costeggia la spiaggia,
dove si mercanteggia di tutto, al suono tintinnante delle piccole voci
asiatiche, che imitano così bene il nostro modo di vendere. Quel tipico
guardare di traverso il probabile acquirente e poi esclamare: "Ci rimettooo!"
Questa non è più la mia Thailandia. Non la riconosco, eppure so bene
che per ritrovarla dovrei solo spostarmi un poco più in là, così come
stanno facendo gli elefanti, quando si ritrovano in una boscaglia povera
e ormai priva di vegetazione. Indietreggiano nella giungla rimasta intatta,
almeno per un poco!
Devo andare verso Sud, o più a largo sull'oceano, oppure verso il Nord,
all'interno delle foreste tropicali! Ma intanto sono qui a Pattaya,
ad assaporare l'amaro di una disfatta della natura, delle tradizioni,
di una gentilezza repressa in un popolo che noi occidentali abbiamo
trasformato così.
E' quasi mezzogiorno ormai, il sole picchia a mille sul lungomare.Tutti
i turisti si sono già imbarcati per le stesse mete e qui sono rimasti
solo pochi motoscafi a solcare le onde, portando avanti e indietro degli
sciatori d'acqua improvvisati che cadono in continuazione… Mi ricordo
di un pomeriggio in cui due motoscafi solcavano lo stesso tratto di
mare quasi affiancati. Uno trainava una fune dritta in verticale su
cui era appeso un uomo ciondolante da un parasailing in alto nel cielo,
l'altro trainava un'altra fune tesa in verticale al limite della quale
si teneva aggrappato un bambino sul suo mono sci, il nostro bambino.
All'improvviso l'uomo alla guida del primo motoscafo si mise a zigzagare
pericolosamente sulla superficie dell'acqua guardando solo in alto per
cercare di tenere su il suo cliente, e si dirigeva velocemente proprio
sulla traiettoria della nostra imbarcazione:
"Buttati Roby…Lasciati andare…" gridavamo gesticolando Walter ed io
in direzione del piccolo cercando di superare il frastuono dei motori
…Furono attimi di terrore, ma nostro figlio comprese, lasciò la presa
e mentre la sua fune correva ormai libera sull'acqua il bolide gli passò
solo vicino a tutta velocità…Roby era salvo, si era buttato evitando
l'incidente per un paio di metri soltanto! E mentre lo andavamo a recuperare
il nostro cuore continuava a battere all'impazzata. Più tardi, sulla
spiaggia, l'incauto conducente si scusò, con le mani giunte. Un paio
di giorni dopo un altro suo cliente fu fatto atterrare male con il parasailing
su cui era appeso ed invece di planare sulla spiaggia si trovò ad abbracciare
una palma. Fu il suo addio alla Thailandia e alla vita!
Continuo nella passeggiata, coperta dal solo costume da bagno e i soliti
sandali, la consueta borsa a tracolla contenente pantaloncini, maglietta
asciugamano e appesantita da almeno un paio di libri. Mi fanno ridere
i turisti che incrocio sul mio cammino, pare che si portino dietro una
casa, ingombri come sono di cineprese, macchine fotografiche e copricostume
che non indosseranno mai. "Non fotografare! Guarda invece! Quello che
incamerano i tuoi occhi è prezioso, non quello che rimane stampato sulla
carta" mi diceva sempre Walter. Così ho smesso di fare "clic".
Un bimbo sui cinque anni corre felice tra una palma e l'altra della
"passeggiata". Si nasconde, poi riappare giocando a nascondino. Un omaccione
gli si avvicina. Un olandese forse, si inginocchia alla sua altezza
e lo accarezza. "Sarà…." Ma anche a me viene spontaneo di precipitarmi
verso di lui, prenderlo in braccio e cercare la sua mamma che ci osserva
a poca distanza. Glielo riporto e mi metto a chiacchierare un poco con
lei mentre l'omaccione si allontana senza voltarsi…
Alle nove di un altro mattino attraverso la "Via del male". Mi guardo
attorno curiosa. Molti sono gli alti seggioloni rovesciati sui banconi,
ove la sera prima erano seduti grassi tedeschi o scandinavi con in braccio
le solite esili thailandesi, le figlie forse di quelle che avevo incontrato
anni prima, o altre piccole contadine arrivate come le precedenti.
Sono cambiati i clienti, non più americani pieni di dollari, molti dei
quali passati per caso, per spassarsela un poco, prima di morire nel
Sud Est Asiatico. Questi "nuovi clienti" sono senza scrupoli, di una
volgarità ancestrale e di una cattiveria innata.
Vista così, al mattino, mi pare una stradina d'educande, immersa in
un sole pieno e accecante. Le bottiglie di birra vuote hanno sostituito
i bicchieri colmi di wiskey e sono le stesse ragazze che si offrivano
la sera prima probabilmente, quelle intente a ripulire ora,ciò che una
baraonda selvaggia ha lasciato la notte precedente. Se le guardi, vedi
che hanno gli occhi gonfi, qualche segno di violenza sul viso ed un'espressione
di rivalsa per un candore rubato o mai conosciuto! Fa già caldo. Ovunque
le piante crescono rigogliose qui, e i locali sono sempre molto attenti
nella manutenzione e pulizia delle strade.
Arrivavamo fino ad un vecchio albero, nel nostro passeggiare con nostro
figlio alla sera. Era il limite oltre il quale non andavamo, evitando
di fargli conoscere così, un lato della vita troppo spinto per un ragazzino.
Ma una sera ci fu un black out. Tutte le luci si spensero. Si fermarono
tutte le attività e furono proprio le "signorine della notte" nella
loro allegria a divertirsi, a sparpagliarsi oltre il percorso a loro
permesso, spogliandosi completamente e correndo per tutta la strada,
al lume della luna, superando il vecchio albero e correndo nella la
nostra direzione. Le loro voci risuonavano come campanelli a festa.
Scherzavano, abbracciavano il ragazzino, lo riempivano di baci, con
gioia, prima di ritornare, con la luce dai loro "uomini" compagni d'una
notte. Tutto era stato così gioioso e naturale! Uno scherzo, un gioco,
una voglia di vivere che i thailandesi non hanno mai abbandonato!
I Tramonti sono unici, e mi piacciono immensamente. E' l'ora in cui
la spiaggia si ripopola della sua gente. I ragazzi, terminata la scuola
vi si radunano per giocare al Tacrò. Calciano con i piedi nudi una durissima
palla formata da strisce di ratan. Le donne, fasciate nei loro sarong
multicolori vi vengono a passeggiare con i bambini. Gli uomini, ormai
liberi dal lavoro, vi si radunano a chiacchierare. Migliaia
di uccellini invadono l'arenile, alla ricerca di briciole dimenticate.
E tutto questo con lo sciacquio di un mare che si ritira, mentre il
cielo si prepara a bruciare le onde con i suoi colori dal rosso più
intenso. Mi fermo allora, immobile sull'arenile, attenta e presente
per non perderne la magia! Per un attimo pare che tutto vada a fuoco.
Le lingue di colore che hanno invaso lo spazio sfumano in diverse tonalità
di rosso, di giallo, arancione. Sembrano voler ballare tra loro una
danza d'amore. Vale la pena viaggiare fino a qui, solo per vedere questo
spettacolo, per sentirsi come a far parte di passato, presente e futuro
nel medesimo tempo, come se la vita si svolgesse tutta nel breve spazio
che il sole impiega per scendere e spegnersi in mare.
Quando ho qualcosa da assorbire dentro mi metto in cammino! E oggi lo
smaltimento è pesante, visto che ho deciso di arrivare all'altra punta
della baia, fino a raggiungere "casa mia". Laggiù, solo quattro chilometri
di spiaggia più in là, c'è Pattaya Nord!
Laggiù c'era la nostra casa - albergo, il nostro parco, le nostre bestie,
e tutto ciò che era la nostra vita! Laggiù, forse c'è ancora il mio
letto sfatto, il disordine, i libri abbandonati ovunque, il profumo
dell'incenso, le bucce delle piccolissime banane nel cestino, l'accappatoio
dimenticato in piscina, i nostri corpi addormentati…Laggiu'!
Il lungomare è sempre bello e largo. La passeggiata, all'ombra di alte
palme,divide la spiaggia dalla strada. Gli alberghi sono numerosi e
molti espongono cartelli con offerte speciali. Sono alberghi dalle forme
strutturali più svariate, da quello con l'entrata a pagoda, all'"O-One"
che ha forma di nave, con tanto di prua rivolta verso la spiaggia. Bastano
pochi passi per raggiungere la sabbia, gettarvi sopra il borsone e immergermi
tra le onde. E lo faccio, lo faccio spesso lungo questo percorso. Voglio
che duri a lungo, forse per ritardare il mio arrivo all'altra punta,
forse per assaporare ad ogni passo o a ogni bracciata , un flash, un'immagine,
un ricordo di questo posto tanto amato.
Facevamo parte di un gruppetto di giovani che rideva a crepapelle correndo
sull'arenile infuocato all'inseguimento di una venditrice. Lei aveva
fretta di tornare a casa e camminava veloce sull'arenile a piedi nudi.
trasportava due ceste piene di frutta, appese ad una lunga stecca flessibile,
che teneva appoggiata su una spalla. A turno, rubavamo ora una banana,
ora un ananas o un mango e poi le correvamo davanti, mostrandole dispettosi.
Lei ci chiedeva di pagare. Allora rimettevamo i frutti nei cesti rendendone
pieno uno e svuotando l'altro. Così le ceste non si mantenevano più
in equilibrio sull'asta. E la donna era costretta a fermarsi per rimettere
le ceste in bilancia. Rideva, parlando un thai dialettale. Le "erre"
diventano "elle". Finché una piccola folla prese parte al gioco. Gente
locale, sempre pronta a partecipare quando c'era allegria.
Ed eccomi giunta all'estrema punta Nord della Baia! Sopra gli scogli
dove era nascosto un semplice "tempietto degli spiriti" adesso troneggia
il secondo albergo più grande della baia, il Dusit Resort. Cerco il
"nostro" e lo trovo con un po' di difficoltà. Il vecchio e una volta
solitario "Nipa Lodge" ha cambiato nome. E'
diventato Amari Orchid Resort. Lo riconoscerei tra mille. Attraverso
la strada, lasciando la spiaggia, m'infilo la maglietta sopra il costume
e saluto a mani giunte la guardia che mi sbarra l'entrata. Mi risponde
allo stesso modo e mi fa passare. Gironzolo lentamente per il circondario,
con rispetto, ho persino paura di calpestarne il terreno. La vegetazione
nel parco si è infoltita. E' stata arricchita e impreziosita. In un
angolo c'è sempre il piccolo ristorante italiano dove abbiamo passato
tante serate, cantando e suonando la chitarra, a destra i campi da tennis,
dove abbiamo giocato tante partite. Più in là, nascosto sotto le palme,
il minigolf, e poi ..e poi…Salgo le scale che mi portano alla costruzione
principale, formata da tre ali. Non vedo più la piscina. E' stata spostata
più in là,prendendo la forma dì un serpente raggomitolato su se stesso,
con tanto di bar e seggioloni che emergono dall'acqua. Non trovo l'elefante,
non vedo le scimmie. I pappagalli sono spariti…ed eccomi, occhi in su,
a cercare la finestra della nostra stanza! E' sempre lì. Aspetta che
qualcuno le apra i vetri per fare entrare l'aria profumata. Un qualcuno
che vorrà forse abbracciare tutta l'abbondanza della natura! Un boy
mi offre premuroso una sdraio e mi chiede cosa desideri bere. Chiedo
il succo prezioso del lime che mi piaceva tanto ed accomodandomi mi
guardo intorno, come una turista qualsiasi. Dall'interno dell'hotel
sciamano gruppetti di turisti ciondolando gli asciugamani quasi fino
a terra, in mano serrano le chiavi delle stanze. Noto che sono sempre
le stesse come gli asciugamani color viola, adesso decisamente stinti
e slabbrati.
La ricercatezza dei particolari manca, come manca la delicatezza d'espressione
e d'educazione tra i suoi ospiti. E' tutto un chiamarsi a gran voce
da una parte all'altra, un urlare storie personali e critiche offensive.
Una sera di Capodanno, dopo una cenetta intima al lume di candela, lasciamo
che il nostro piccolo continuasse per suo conto la festa ai bordi della
piscina. I camerieri lo coccolavano, offrendogli gelati e dolcetti.Le
luci diffuse dai torcieri ai bordi della piscina, ne illuminavano il
fondo dove si riflettevano le stelle. Le tavole erano imbandite e un'orchestra
suonava motivi light. Gli ospiti si erano vestiti da sera con abiti
che risaltano così bene le abbronzature. D'un tratto il nostro ragazzo,
dieci anni allora, si diresse verso una signora seduta ad un tavolo,
le prese la mano tra le sue e baciandola la invitò a ballare …Io sono
dietro una siepe, come allora. Lo rivedo danzare come un piccolo Lord,
con una bella dama e come allora,mi commuovo.
Ridiscendo le scale che mi porteranno all'uscita per riattraversare
la strada e ritrovarmi sulla spiaggia privata. Ci sono sempre le sdraio
allineate Un gruppetto di thai offre massaggi, giri in barca, water
sky, parasailing e altro ancora. Mi siedo,gambe incrociate sul bagno
asciuga in tempo per vedere atterrare un "cannotto" a pochi metri dalla
riva.
"E questo che cos'è?". E 'proprio un cannotto che trasporta due persone
più il conducente, attrezzato sia per volare che per navigare.
Questa poi! Basta ho visto a sufficienza. Sulla strada fermo una camionetta
che mi riporterà nuovamente all'altra estremità della baia, vicino al
Royal Cliff. Giunta al mio albergo telefono a Prem e lo prego di venirmi
a riprendere, poi preparo la valigia in tutta fretta. Ho voglia di ritornare
a Bangkok, di fuggire di nuovo. Ho voglia di ricostruirmelo questo paese,
ricostruirmelo dentro, ricominciando da capo.
"Sei stata felice qui?" mi chiede Prem guidando veloce e sicuro. Lo
guardo e sorrido a modo suo. Lui non può sapere quanto quella frase
si allarga nel mio mondo emotivo passato a Pattaya. La strada si consuma
velocemente anche se più di un ora ci separa ancora dalla capitale.
"Vedi li stanno costruendo un aeroporto nuovo, farà concorrenza a quello
di Hong Hong per grandezza e funzionalità" m'informa ad un certo punto.
Più in la per fortuna c'è ancora la piantagione di ananas! E ci sono
isole da qualche altra parte e giungle, popoli nomadi, bufali e risaie…
"Ci fermiamo? " "No grazie" rispondo "Tira dritto".
E tanto per passare il tempo, o meglio per curiosità, mi chiede come
è il paese così lontano dal suo, nel quale normalmente vivo.
"Fa freddo, molto freddo. La gente è coperta di indumenti pesanti in
questa stagione, e sulle montagne nevica."
"Snow? Can you explain what is snow?"
"Se posso spiegarti cosa è la neve? Sono batuffoli che cadono dal cielo
al posto della pioggia, dei fiocchi bianchi e leggeri tutti diversi
tra loro. Se li guardi con una lente, puoi vedere che sono formati da
veri ricami di ghiaccio, ma devi fare in fretta perché poi ogni fiocco
di scioglie tra le tue mani"
"Mi stai prendendo in giro?" dice. "No davvero, è così, però la neve
può anche ammucchiarsi e restare a lungo sulla terra e…" e questo sforzo
nel cercar di spiegare un effetto atmosferico dura un bel po'. Spiegare
ad un thai che cosa sia la neve e' un'impresa davvero ardua. Per fortuna
lui si distrae fermando l'auto sul ciglio della strada. Scende e lo
vedo parlottare con una venditrice di fiori, poi ritornare porgendomi
un enorme mazzo di orchidee dal colori piu' rari. "For you!" dice semplicemente
e si rimette alla guida.
Le orchidee! mi accorco solo ora di non averne parlato in questo racconto.
Comunque e' tardi, ci stiamo avvicinando a Bangkok.
Prem mi lascia davanti allo "Shangrì La" dove subito i miei bagagli
vengono catturati. "Ciao" dico in italiano al mio nuovo amico stringendo
i fiori tra le braccia. "Sawasdee" mi risponde "Buona fortuna" poi voltandosi
per l'ultima volta nella sua lingua aggiunge:
"Così una volta c'erano le tigri lungo la strada per Pattaya eh?"
Visita il sito di Diana Pasetti con molte foto sulla Thailandia
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