Di Elda Torres
Karachi, Pakistan, 5 ottobre ‘83
Lunga notte di sosta a Karachi, in scalo transito per
Bombay.
Sala d'attesa tutta bianca, sedie scomode, bar sfornitissimo,
solo acqua, aranciata e pseudocola, tre negozi di artigianato
pakistano. Conto nove europei in mezzo alla folla di arabi,
indiani e nepalesi.
Quasi l'alba quando le donne mussulmane, finendo di
avvolgersi nei lunghi pepli neri, sciamano dalle toilettes dove
hanno appena fatto le abluzioni mattutine. Mettersi in fila per
essere tutti accuratamente perquisiti è cosa lunga, due belle
file distinte, una per gli uomini, l'altra per le donne. Agita un
metal detector la poliziotta pakistana vestita all'occidentale, con
gonna al ginocchio, camicia e berretto; apre veli, palpa
addosso e ispeziona ogni borsa. Per la fila degli uomini è lo
stesso. Dopo la crisi del '71, lo stato di tensione tra i due paesi,
Pakistan e India, pare continuare.
Giorno fatto, già molto caldo, quando l'aereo si alza
finalmente in volo e sotto la città desolata si estende in un
paesaggio arido e brullo. Diretti a Bombay, degli europei siamo
restati solo noi, gli altri passeggeri: qualche mussulmano dal
ventre prominente col fez in testa e gilet di lana colorata,
vecchi indù magrissimi vestiti di mussola bianca, e alcuni
giovani indiani con camicie cucite addosso e pantaloni a zampa
di elefante. Con uno sguardo ammiccante ci mostrano fieri il
loro duplical, così chiamano una radio registratore di grandi
dimensioni, esibito sopra la spalla, chiaro segno del
cambiamento, del desiderio di ingresso nella modernità delle
nuove generazioni. Di quelle almeno che si possono permettere
di viaggiare in aereo.
Arrivo a Bombay
Una burocrazia lenta, in fila per ore e ore, in piedi, in attesa di
far visionare passaporti e visti, mentre una folla innumerevole
di visi spiaccicati sulla vetrata guarda da fuori. Dopo la dogana,
ancora calca, la folla strabocca e preme alle transenne che
regolano l’uscita con mille braccia e mani che si tendono verso
di noi che stiamo passando in mezzo. Mi sento come un
animale allo zoo, anche per un fatto estetico-iconico, ho messo
per il viaggio dei pantaloni e una camicetta, ma all'improvviso
mi sento totalmente estranea all'estetica del luogo.
Una ventata d’aria calda ed eccoci infine sotto il sole
dell’India. Il piazzale è pieno di taxi, ma i tassisti stanno
pigramente appoggiati alle vetture, scuotono la testa e indicano
altrove. Nel giro di tre minuti si sono formate frotte di bimbi
intorno che chiedono soldi con le piccole braccia e mani
allungate verso di noi, piccoli come sono vorrebbero portare le
nostre valigie, non sanno che sono pesantissime e mai
permetteremmo una cosa del genere. Ecco che gesticolando e
vociando contro quei ragazzini, arrivano due lunghi individui,
magrissimi, cenciosi, un turbante in testa e un piccolo quadrato
a scacchi per coprire il pube, due coolies come qui chiamano i
facchini. Senza chiederci nulla hanno caricato i nostri bagagli
sopra la testa e le spalle, subito dopo si allontanano
velocemente sulle lunghe gambe rinsecchite. Non ci resta che
seguirli, insieme a noi si sposta il corteo dei ragazzini che sono
diventati in un quarto d’ora ancora più numerosi. Occhi neri
intensi e mani tese intorno, da tutte le parti tirano i nostri
vestiti e si allontanano solo dopo l’immancabile distribuzione di
monetine, più volte ripetuta. Altri a gruppi stanno arrivando,
mentre stiamo pagando i coolies ed entrando in taxi.
Il paesaggio ha colori sgargianti. La luce adesso sta
diventando dorata, molti alberi di banani nell'orizzonte piatto
ma verdissimo che sfuma lontano nella caligine. Sui prati a
perdita d'occhio panni stesi ad asciugare, tutte le sfumature
dell’arancione, e poi i gialli, i turchesi, i viola, mille tipi di rossi,
più sanguigno, meno acceso, carminio, amaranto.
Seminascoste dagli alberi, tra la vegetazione, compaiono i primi
gruppi di piccole capanne, fatte di impasto di terra e foglie di
cocco, umili donne con grandi ceste in capo camminano svelte
ai bordi della strada con portamento da regine. Un camion ci
sorpassa strombazzando come un ossesso, dietro è pieno
zeppo di giovani uomini, accatastati gli uni sugli altri, quando ci
vedono cominciano a lanciare sorrisi e grida.
Man mano che ci avviciniamo alla città, il traffico aumenta. Una
periferia di baracche, la maggior parte in lamiera, grandi cortili
brulli dove i bimbi giocano tra caprette, polli in libertà e panni
stesi. Una marea di gente formicola ovunque intenta alle
occupazioni più varie: lavano, cucinano, intrecciano fili di
paglia, evacuano, tutto all'aria aperta, sulla strada.
Approssimandoci al centro, il traffico diventa sempre più
convulso, disordinato, caotico al massimo, rumorosissimo. Tutti
strombazzano come pazzi, moto, auto, taxi, piccoli camioncini,
biciclette, carri di buoi, bus stracolmi. Una follia. A ogni
semaforo, subiamo l'assalto delle frotte di ragazzini che
arrivano come fulmini a chiedere soldi, facendo finta di pulire il
vetro. L’inquinamento dell'aria è altissimo, orribile puzza di
scarichi di macchine.
La grande baraccopoli continua per chilometri e
chilometri, poi cominciano a vedersi piccole case in muratura, o
in legno, aperte sulla strada, tante piccole scatole una accanto
all'altra dove si muove il popolo degli artigiani: falegnami,
fabbri, calderai, sarti. Dietro, in seconda fila, si stanno
costruendo palazzine di tre, quattro piani, che non ancora
terminate, hanno i muri già mangiati dall'umidità salmastra.
Interi quartieri mercato, le botteghe si aprono sulla strada,
cariche di merci esposte, moltissimi gli oggetti inutili o facenti
parti del superfluo, piccoli giochi, pupazzetti, mille altre
cianfrusaglie. I tabac-shop sono quadrati ricavati nel muro a un
metro di altezza da terra, dentro vecchi magri seduti nella
posizione del loto con accanto ceste colme di foglie di menta e
di betel. Le donne hanno fiori freschi nei capelli, sempre lunghi,
tenuti stretti alla nuca. Sono bellissime.
REX Hotel
Arriviamo infine nel quartiere di Colaba, al nostro
albergo, il Rex. Da fuori l’edificio ha un aspetto piacevole, la
facciata guarda il porto e ha tanti piccoli balconi di legno
intagliato e dipinto. Vicino il grand hotel Taj Mahal risplende
nella luce dorata.
Abbiamo prenotato una stanza al Rex perché sulla
guida è scritto acqua corrente in camera e deliziosi balconi sul
porto, ma il ragazzo alla reception, in divisa verde militare con
galloni dorati, saprò poi che in altro orario fa il poliziotto, dice
che almeno per una notte non sono disponibili stanze con
bagno né balcone. Domani forse. Dopo la notte insonne a
Karachi, troppo stanchi per cercare un altro hotel.
La stanzetta che ci viene data è all’ultimo piano, sotto
tetto, quattro piani in ascensore e l’ultima scala è di legno a
pioli, c’è una finestra minuscola che da su un muro di fronte,
soffitto basso e pendente, nemmeno uno spiraglio di luce
indiretta. Rischio un attacco di claustrofobia, mi stendo sul
letto, chiudo gli occhi, cerco di pensare che domani andrà
meglio, ma ho la mente sovraccarica di pensieri inutili e
negativi. Cado nel sonno senza rendermi conto, mi sveglio alle
undici e mezzo del mattino dopo, immersa in un bagno di
sudore, la sensazione claustrofobica non è ancora passata, anzi
è aumentata. Da fuori giungono profumi di spezie, voci e suoni.
Scendo al piano di sotto per fare una doccia perché ora
quello che voglio è uscire all’aria aperta. La stanza da bagno mi
fa orrore per quanto è sporca, solo acqua fredda che viene a
gocce, il sistema che escogito è quello di bagnare un
asciugamano di lino che ho portato in valigia e faccio un bagno
di frizione. Quando rientro nel sottotetto, nonostante fuori sia
mattino accecante di luce, dentro nessun riverbero. Infine esco
con la speranza di cambiare camera entro la giornata, se così
non fosse dovrò cercare un altro hotel.
A spasso per la città
Ho appena messo piede fuori sul marciapiede che arriva ad
allungare una mano verso di me un giovane senza gambe che
mi guarda muto, supplichevole, ha occhi profondi, intensi, cui
non resisto; cerco qualche moneta che lui prende bilanciando il
peso sul braccio sinistro, all’inguine ha legato un piccolo cesto
dove mette il denaro, poi si allontana camminando con le
braccia. Mentre resto qualche istante a guardarlo allontanarsi,
turbata dall’incontro, con la guida della città in mano, ancora
indecisa sulla direzione da prendere, ecco che all’improvviso ho
intorno un folto gruppo di bimbi e ragazzetti che chiedono
soldi. Il mio manuale dice che per evitare questo non avrei
dovuto dare niente a nessuno, mai mettere mano al
portafoglio, bisogna seguire l’esempio dei bramini che vanno in
giro senza mai avere nulla in mano. Ma l’errore, se di errore si
tratta, l’ho già fatto. Distribuisco monetine a tutti, ecco arriva
un altro gruppo, altra distribuzione, ne arrivano ancora altri che
se vanno solo dopo aver visto che nel mio portamonete non ci
sono più spiccioli.
In giro per la città: sono stupita del fatto che il contemporaneo
si intrecci all’arcaico in maniera stupefacente, tutto mescolato,
non riesco a capire come la cosa avvenga in maniera tutto
sommato armonica. Folla straripante, traffico caotico in cui
carri di buoi si mescolano alle auto, le apette sfiorano le bici, i
bus, i camion, tutti insieme disordinatamente. Mi resta assai
difficile riuscire ad attraversare la strada.
Colori forti e tanti insieme, sovrabbondanza di profumi, nenie e
musiche che provengono da ogni dove. Sono colpita dalla
bellezza delle donne che avvolte in shari di seta escono
sorridenti dal Taj Mahal, saprò qualche giorno dopo che almeno
alcune di loro sono prostitute d’alto bordo. Mi trovo lì accanto e
dal momento che debbo mangiare, decido di entrare per fare
una ricca prima colazione. Dentro domina il colore bianco,
grandi piante, quasi alberi, crescono lussureggianti, lusso
evidente ma con gusto, i clienti sono bramini vestiti di tuniche
candide e sikh dai turbanti rosso vinaccio. Sono meravigliata e
affascinata dalla bellezza del luogo.
Mi accomodo su un tavolo in veranda, accanto ci sono
cespugli fioriti, bellissimi fiori carnosi, forse ibiskus. Ho bisogno
di smaltire la notte passata nel sottotetto senza aria, ancora
immersa nelle mie abitudini europee chiedo un caffé con latte,
mi portano due bricchi, ma il caffé è cattivo, il latte è
annacquato e sembra quello in polvere, mangio frutta piuttosto
che è squisita, e poi su consiglio del cameriere bevo per la
prima volta un thai che trovo buonissimo.
Con la guida sottomano faccio programmi su quanto voglio
assolutamente vedere a Bombay come altrove: Mahalaxmi
temple, l’isola di Elephanta, Chanderpath temple, quello di
Shiva a Mangueshi, quello di Vishnoo a Mahalasa, Old Goa e a
seguire… passando per Margao o Marmagao o Mormugao?
forse corrispondono tutti ad uno stesso luogo?...
Dopo colazione visito l’hotel, dalla terrazza del primo piano
guardo il mare, la spiaggia lunghissima e le torri dei Parsi, i
seguaci di Zoroastro, dove un tempo costoro mettevano i
cadaveri perché fossero divorati dagli uccelli rapaci.
C’è un dedalo di stradine a est di Colaba, mi ci inoltro attratta
dal ritmo ossessivo di una musica che prevale sulle altre, mi
ritrovo davanti a un piccolo tempio di Krishna aperto sulla
strada. Dentro un suonatore picchia instancabile su una serie di
piccole campane, su tamburi e altri metalli, mentre un giovane
sacerdote dalla carnagione chiara, quasi biondo, vestito solo di
un minuscolo telo come perizoma, danza convulsamente su un
altare davanti ad una piccola statua del dio. L’atmosfera non è
affatto mistica né meditativa, piuttosto festaiola invece. Sembra
lo spaccato di una casa, da un lato un gruppo di donne sedute
in modo rilassato stanno facendo chiacchiere ridendo tra loro,
qualcuno arriva con corone di rose e gelsomini, qualcun altro
con una piccola ciotola con dentro una banana e una noce di
cocco. Festa pagana ai miei occhi, la cerimonia va avanti con
l’officiante che continua a danzare con gesti vagamente
froceschi, muovendo un candeliere con cinque fiammelle
davanti alla serie di pitture alle pareti che penso riproducano le
gesta del dio. Mi colpisce la foggia del candeliere che ricorda
quella ebraica, con i bracci che giungono tutti alla stessa
altezza, anche la cerimonia evoca una specie di via crucis priva
di dolore.
Quando esco da lì, continuo a camminare senza troppo
riflettere, le strade traboccano di gente, i marciapiedi ingombri
di ceste di banane, accanto donne accoccolate a terra con in
bocca grosse sigarette che assomigliano a spinelli, gridano
incessantemente “dieci banane tre rupie”, sorridono mostrando
denti neri. Un gruppo di vecchie vestite di stracci mi avvicinano
mostrandomi sete finemente ricamate ma fragili come carta, o
giocattoli che appena in mano si rompono. Ne acquisto uno
come ricordo: un minuscolo uccello piumato, multicolore, che si
dondola su un asticella. Lo infilo in borsa e lo ritroverò rotto
senza averlo più toccato.
Le case in queste vie sono come piccole scatole, a un solo
piano aperto sulla strada, case laboratorio e insieme botteghe
dove dentro i sarti sono chini sulla macchina da cucire, in
un’altra via lavorano il cuoio, in un’altra il ferro, in un’altra
ancora sono calderai, fanno brocche di ottone e rame,
strumenti musicali. Mi accorgo ad un tratto di essermi
allontanata troppo, baracche di lamiera hanno preso il posto
delle piccole case, sono sempre calderai quelli che le abitano,
ma a un livello più basso perché costruiscono pentole.
A questo punto con i miei pantaloni bermuda blu e maglietta
marinara a righe mi sento totalmente fuori posto, frotte di
bimbi mi circondano, tutti mi guardano con curiosità. La strada
è ora uno stradellino di terra battuta dove insieme agli umani si
muovono capre, galline, cani. Gli adulti, uomini e donne, sono
intenti alle loro occupazioni: battono il ferro, cucinano, lavano,
stendono panni, evacuano, tutto davanti casa, sulla strada che
non è più una strada ma uno spazio del tutto occupato dal
formicolio dell’andirivieni. Sono diventata l’attrazione del
momento, mi circondano e mi parlano in una lingua per me
incomprensibile, hanno occhi che brillano, sembrano
febbricitanti.
È scesa improvvisa la sera, c’è poca luce, solo quella di qualche
rara lampadina attaccata alla meno peggio su qualche palo,
candele e torce dentro le miserevoli baracche, solo qualche
stuoia sulla terra battuta. Torno velocemente sui miei passi
seguita dalle frotte di bimbi nudi che non mi mollano, ho finito
le monete, scopro di non avere più denaro con me, nemmeno i
soldi per un taxi. Ritrovo la via che suppongo dei calderai, ma
le botteghe hanno chiuso e il paesaggio è ai miei occhi del
tutto mutato, non riesco più a trovare punti di riferimento,
vado avanti ma non riconosco nulla, cerco di trovare i nomi
delle vie ma sono in hindi, per me incomprensibili. Non c’è più
nessuno per strada, deve essere tardi.
Vago senza sapere dove sto andando, cerco di chiedere
informazioni. Continuo a camminare tentando di razionalizzare
ma è passata quasi un’ora e non so davvero in quale parte
della città io sia finita. Quando trovo un thai-shop aperto
chiedo di nuovo, il mio punto di riferimento è la Porta
dell’India, l’uomo mi indica una direzione e mi ci dirigo.
Percorro una lunga via dove intere famiglie dormono a terra,
molte biciclette, qualche auto, nessun taxi. Non riesco a
rendermi conto di quanto io abbia camminato, il paesaggio mi
è talmente estraneo che faccio fatica a capire quale delle tre
strade che mi trovo di fronte io debba imboccare. Resto
perplessa per qualche istante, vado a destra, sinistra o diritto?
Intorno il brulichio della città, la folla che abita per strada sta
sistemando il proprio posto sul marciapiede per passarvi la
notte, anche qui c’è differenza di censo, i più ricchi tra loro
hanno stuoie, altri solo cartoni, altri ancora nulla.
Rumori indistinti di sottofondo tra i quali ecco arrivarmi
un lontano suono di campane. All’istante decido di seguirlo,
percorro per una diecina di metri la via di destra, ma il suono è
scomparso, torno indietro, imbocco la via centrale, faccio
ancora qualche passo, il suono si è attutito, torno ancora
indietro e prendo a sinistra, lo scampanio arriva più netto,
quasi corro adesso perché l’intuizione iniziale diventa sempre
più speranza concreta. Il suono delle campane di Krishna
diventa infatti sempre più forte. Adesso giro intorno all’angolo e
mi ritrovo davanti il piccolo tempio che avevo visitato qualche
ora prima. La via qui è affollata, piena di gente, di traffico,
anche di taxi, ora so da sola ritrovare la giusta direzione e
infatti in nemmeno cinque minuti sbuco sul piazzale della Porta
dell’India.
Resto qualche momento a guardare il mare nella notte
calda della metropoli tropicale: nel cielo turchino attraverso il
grande arco sul mare, detto appunto Porta dell'India, costruito
in stile ibrido nel 1911 per una visita dei reali inglesi, già
occhieggia il primo spicchio di luna nuova. Sotto, su grandi
panche di legno, ragazzetti e giovanotti a petto nudo, scalzi,
con solo un panno bianco intorno alla vita, mondano frutta e la
dispongono ad arte su grandi foglie come vassoi. La mia netta
sensazione, dopo la mia prima giornata qui, è di star
compiendo un tuffo nel passato che invece è presente.
In compagnia di Majid
Davanti ad ogni albergo, modesto o di lusso che sia, sosta
perennemente una piccola folla di questuanti che attende i
turisti, in uscita e in entrata. Un modo come un altro per
tentare di rimediare la giornata per certi gruppi del quartiere.
Dopo tre giorni che siamo a Bombay sembra che ci conoscano
in molti. Al mattino gruppi di ragazzetti in jeans, le gambe
ciondoloni dal muretto, appena ci vedono saltano agili in piedi
e vorrebbero divenire nostri cavalieri serventi per qualche rupia
donata, gli storpi allungano muti le mani con occhi imploranti, i
tassisti offrono droghe e chiedono alcol, domandando poi il
triplo del prezzo della corsa. Ogni tre passi si avvicina qualche
giovane intraprendente che spiccica qualche frase anche in
italiano, propongono tutti business di n’importe quoi.
Quando a sera rientro al Rex Hotel, la hall è piena di
arabi, un vecchio ammantato aspetta l’ascensore circondato dal
gruppo delle donne, tutte avvolte in sete nere, le più giovani
abbassano lo sguardo, occhi vivaci sottolineati da kajal, subito
fanno il gesto di coprirsi il viso alla vista del ragazzo
dell’ascensore. Saprò il giorno dopo che sono tutti iraniani, ce
ne sono molti anche fuoriusciti dall’epurazione di Komeini, ma
costoro, uomini e donne, vestono all’occidentale.
A informarmi è un altro ospite, giovane ingegnere angloindiano
che parla, oltre che un ottimo inglese, anche un
discreto italiano. Vive abitualmente a Delhi, da quando è
tornato in India dopo aver studiato e lavorato in Inghilterra, sta
passando due settimane a Bombay in visita alla città, ad alcuni
parenti che non incontrava da anni. È molto simpatico, mi piace
molto il sincretismo personificato in lui tra oriente e occidente.
Sarà lui, Majid, ad essere nostro compagno e guida per le due
settimane che restiamo in visita alla città. Due suoi amici che
conosco il giorno dopo sono colti come lui, possiedono
videocamera, macchina per foto, e altra strumentazione
tecnologica; i cugini, che qualche giorno più tardi incontro di
sfuggita nella hall dell’hotel, sono invece gente più semplice,
parlano inglese con il tipico accento indiano e quando parlano
con Majid usano un dialetto hindi.
Dal balcone della mia stanza, sorseggiando un thai,
guardo la luce dorata che inonda il mare al tramonto, le grandi
foglie di cocco si agitano al vento della sera mentre neri corvi
appollaiati sui rami gracchiano instancabilmente.
Le tante anime della città
Per merito di Majid scoprirò nei giorni seguenti le tante
anime di Bombay, da quella più vicina al modello occidentale a
quella arcaica. Nella città la presenza della colonizzazione
inglese è ancora viva nelle architetture di alcuni palazzi
governativi, come quello dell’Alta Corte o del Governo.
Un’architettura spesso ibrida dove elementi gotici si mescolano
a quelli locali, trovo stonate queste grandi costruzioni che mi
sembrano innestate senza rispetto per l’ambiente originale, vi
vedo il segno della cattiva coscienza dell’Europa. Majid è
prudente, certo contrario alla colonizzazione, ma si dice felice
di aver avuto la possibilità di studiare in Inghilterra.
Il giorno dopo, al molo sottostante la Porta dell’India,
prendiamo un imbarcadero per fare un giro nel porto e
guardare la città dal mare. Sulla barca c’è una numerosa famiglia di ricchi
sikh, quattro bellissimi bimbi, i tre maschietti portano anch’essi,
come gli altri uomini della famiglia, il turbante di mussola di
seta, i cui colori sono raffinatissimi, dal rosa salmone ai rossi
vinaccio, sotto, mi informa Majid, nascondono lunghi capelli; le
loro donne non vestono il shari ma una tunica lunga sino alle
ginocchia con spacchi ai lati e sotto pantaloni.
Fa un caldo insopportabile, l’umidità è altissima, un po’
di ristoro all’ombra sul ponte della barca. Un che di ovattato e
fantastico, per via di una leggera foschia, ha tutto il paesaggio,
forme arcaiche, un po’ sghembe quelle delle grandi barche
deserte che sembrano abbandonate da secoli, avvolte da luce
cinerea, come fossero state lasciate lì solo per estetica.
Al tramonto affittiamo una carrozzella a cavalli per
percorrere in tutta la lunghezza Malabar-Hill, dove svettano,
mescolate e a volte nascoste dai cantieri dei nuovi bulding, le
alte torri dei Parsi, che dice Majid con mia grande sorpresa,
ancora oggi vi pongono i propri morti. Lunga passeggiata a
guardare il paesaggio urbano e la folla, la gran confusione delle
vie indiane, dove tutto si mescola senza alcun ordine. Accanto
agli evidenti processi di modernizzazione avviati al centro della
città ad uso e consumo dei turisti e dei ricchi indiani, con
negozi, alberghi e ristoranti all’occidentale, come dicono da
queste parti, basta girare l’angolo di una via ed ecco grandi
mucchi di escrementi di vacca, in attesa che si secchino per
essere poi riciclati in qualche modo, abitudine di un’economia
da sopravvivenza. Accanto, ma proprio accanto, si vendono
fiori freschi, enormi ceste che emanano deliziosi profumi, le
stesse venditrici ne intrecciano corone che offrono ai visitatori
del tempio di Vishnu che è lì vicino, ma lo stesso succede
davanti ai templi di Shiva e Ganesh che visiteremo il giorno
dopo.
In fondo a Malabar-Hill è quasi sera, sulla spiaggia
gruppi di vecchi, molte ragazzine con lunghe trecce e sottane
coloratissime, qualche coppia, tutti seduti sulla spiaggia mentre
l’ultimo sole inonda il mare di luce dorata. Molti i venditori
ambulanti che pubblicizzano urlando la propria merce che è
tutta in una cesta che portano sul capo, dentro spesso c’è
anche un piccolo fornello a cherosene, padella, teiera, bricco
d’acqua per fare il thai. L’India mi appare come un popolo
multicolore e fluttuante che porta con sé, in una cesta sul capo,
tutto, compresa una stuoia per dormire. Di venditori ambulanti
è piena non solo Bombay ma tutta l’India, come scoprirò
durante i miei sei mesi di vagabondaggio dal centro al sud, poi
ritornando a nord
“Essere ambulanti, commenta Majid, è un modo per risolvere
la propria sopravvivenza senza essere in fondo alla scala
sociale perché proprio in tantissimi stanno molto peggio di loro,
hanno vita da poveri, è vero, rispetto al modello occidentale,
ma hanno una dignità”.
Il testo completo di "Vagabondages - Racconti dall'India" di Elda Torres, con foto di Paolo Pobbiati, e' disponibile in formato Adobe Pdf all'indirizzo http://osper.org/vulgo/india.pdf
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