Sono appena le cinque del mattino. Assonnata come
sono infilo un paio di jeans sopra il solito costume da bagno ed una
maglietta rossa e raggiungo l’uscita. Il compagno della mia vita, un
passo dietro a me, spegne la luce nella stanza e l'aria condizionata
dell’intero residence, anche se non ce ne sarebbe bisogno.
Nella semioscurità attraversiamo il parco. Poca e fioca la luce dei
lampioni. Cerchiamo di non calpestare le ranocchiette che saltellano
fiduciose sul viale...costeggiando la piscina illuminata dal fondo.
Il guardiano dorme su una sdraio,proseguiamo quindi in silenzio, per
non disturbare il suo sonno.
Appena sulla strada,notiamo un pulmino con i fari accesi. E' ancora
vuoto e ha le portiere aperte. Solo una ragazza thai è al volante mentre
un'altra, venendoci incontro, c’invita a salire dopo averci "abbracciati"
alla maniera europea.
Sento il suo sorriso pur non riuscendo a vederlo ancora. La ragazza
al volante ha una vocina squillante e allegra.
Mette in moto e l'auto parte tra sobbalzi su una strada sconnessa per
i continui lavori in corso. Il caldo e l'umidità qui rendono necessarie
continue manutenzioni.
Ci troviamo
quasi all'estremità sud di Phuket, a Kata. Poco più in basso c'é solo
Chalong Bay. Uno dei due porti importanti dell'isola.
L'auto si ferma innanzi ad un ristorante già aperto. Appare, dall'ombra,
un uomo alto e rugoso, scopriremo poi che è un medico francese. Lo vediamo
salutare affettuosamente la sua donna thailandese prima di salire a
bordo. L'auto continua a costeggiare l'oceano e le sue lunghe spiagge.
A Patong Beach si unisce a noi Andrea, un giovane italiano che ha aperto
un ristorante nelle vicinanze. E' innamorato, come molti della Thailandia
e del suo vivere. Tranquillo, posato si siede dietro a noi e si lascia
subito cullare dal ritmo delle ruote che continuano a macinare la strada.
Ci dirà poi che dell'Italia gli manca soltanto la gran vitalità e il
nostro modo elettrico di vivere, anche se qui, con la calma e la gentilezza
arrivano ai nostri stessi risultati ottenuti con l'agitazione.
Man mano che proseguiamo nel nostro viaggio verso il Nord dell'isola
proseguono le fermate e salgono a bordo altre persone. Alla fine saremo
otto "Farang" (dispregiativo thai nel chiamare i forestieri
pieni di soldi) e le due ragazze thailandesi.
I ristorantini lungo il percorso sono i primi ad essere aperti e riordinati
mentre già ai bordi della strada si vedono dei bonzi in cammino scalzi
e vestiti di stracci arancione. A tracolla portano una sacca di tela,
arancione anch'essa, che strada facendo sarà riempita di cibarie a loro
offerte da devoti che li aspettano per inchinarsi, prostrarsi e chiedere
una sorta di benedizione in cambio di spiccioli fatti scivolare nella
sacca con fiori e cibarie...
48 sono i KM in lunghezza dell'isola fino al ponte Sarasin che l'unisce
alla terra ferma, ma paiono 200.
Ed ecco apparire l'alba dietro le colline formate da folta vegetazione
prosperosa e ricca d'un lucente color verde smeraldo.
Ha piovuto la notte scorsa e tutto ora appare
lucente e lustro. Le piantagioni d’alberi della gomma sono numerosissime
e si alternano ai boschi di banani e di palme altissime ricche di frutti.
I cespugli selvatici di bouganville qui sono davvero prosperosi e gli
altri arbusti fioriti sono altrettanto belli.
E' benedetta questa terra, benedetta nella ricchezza delle sue bellezze
naturali e gli animali qui vivono tranquilli mentre la maggior parte
degli uomini spesso fatica anche a respirare. Eppure c'è molta ricchezza
anche tra i thailandesi e si vede, guardando le bidonville che si alternano
a bellissime case di tipo occidentale.
Il paesaggio prosegue simile per chilometri. Giungla ai bordi della
strada davanti alla quale si ammassano, nel vero senso della parola,
catapecchie dalle pareti di legno e tetti composti alla meno peggio
con bandoni arrugginiti. Non esistono quasi negozi chiusi a Phuket a
parte un paio di supermercati giganteschi. Tutta la vita si svolge all'aperto
e tutto si vende all'aria sotto improvvisate tettoie, dai frigoriferi
ai mobili di giunco spesso con una sola parete improvvisata che li divide
da mercatini di frutta tropicale o vendite di pesce essiccato o bancarelle
con fiori dagli stupendi colori dove primeggiano le orchidee dai colori
vivaci con sfumature incredibili...e dalle forme così diverse da sembrare
fiori diversi...invece sono sempre e solo "orchidee"...Affascinanti
Orchidee!
Lo stesso paesaggio per ore...e il viaggio durerà un'eternità...troppo
spesso siamo costretti a procedere a passo d'uomo.
Nel nostro andare attraversiamo il Ponte Sarasin , sospeso su un tratto
d'oceano da far venire i brividi, all'estremo nord di Phuket. Congiunge
l'isola alla terra ferma e noi proseguiamo lungo la costa per trovare
altre spiagge, altre giungle, tante piccole fattorie nascoste tra i
palmeti ed estensioni d'alberi della gomma. ...ancora e ancora. senza
fine. Sono sorprendenti questi alberi che appaiono tanto fragili. Possiedono
una linfa preziosa, un liquido bianco, lattiginoso e appiccicoso all'interno
dei lunghissimi tronchi orgogliosamente dritti e fieri alla cui base
degli indigeni esperti producono dei tagli orizzontali ferendo la corteccia
da dove uscirà lentamente il liquido tanto prezioso. Questo sarà poi
raccolto in una mezza tazza di cocco. Quando una ferita dell'albero
non produrrà più. ne verrà inferta un'altra un poco più in alto, mentre
le cime degli alberi primeggiano tra loro per la folta chioma che pare
voglia raggiungere sempre più la luce...
Quante passeggiate ricordo di aver fatto tra quelle foreste. Quante
volte ho aiutato i raccoglitori a versare il latte delle innumerevoli
ciotole in un solo contenitore per poi fermarmi ad osservarne la lavorazione....Si
stende il liquido su un tavolaccio e lo si lavora proprio come si fa
da noi, con la sfoglia per stenderla poi ad asciugare al sole. E' un
commercio, quello della gomma, ancora molto redditizio da queste parti!
E sulla terra ferma avanziamo imperterriti nel pulmino quasi in silenzio
tra noi. La piccola thai al volante canticchia seguendo la strada, mentre
una voce miagolante esce in sordina da una radio tenuta a basso volume.
Ci fermiamo per far colazione in un posto di ristoro prettamente thai
sotto un’ennesima tettoia...che promiscuità di cibarie. Mi guardo intorno..
affollatissimo il locale a quest’ora e incredibile quanto possano mangiare
i thai al mattino. Di più, molto di più di un abbondante pranzo nostrano.
Cerco una spremuta d’arancia…mi manca la vitamina C qui....ma questa
mattina dovrò rinunciarvi…mi portano una brodaglia mielosa…è qualcosa
da “farang” il succo di frutta fresco. Mi accontento quindi di un caffè
con la crema da sciogliere dopo aver aperto l’anonima bustina…
Troppo bello e interessante il viaggio e non protesto…ora potrei descrivere
le “loro” toilette ma lascio alla vostra immaginazione un mio entrare
ed uscire da una porta quasi in simultanea…
Dopo 5 ore giungiamo a Ranong e subito ci addentriamo lasciando la via
maestra, in un agglomerato di catapecchie ammassate in un viale appena
percorribile nella polvere, in fondo al quale si vede il mare…
Il mare! Non è mare qui...non è oceano...è un’estesa pozzanghera dalla
superficie mielosa e maleodorante…
Decine di long boat
aspettano i passeggeri sotto alcune rampe di scale che scendono verso
l’acqua. Una vera sfida imbarcarsi poi dall’ultimo scalino su una barca
e poi da questa ad un’altra ed un’altra ancora fino a raggiungere quella
più vicina al mare aperto…almeno dieci imbarcazioni da attraversare
prima di giungere alla n. 37 tra un allargare e stringere di legni chiamate
troppo pomposamente “boat”. Una vera peripezia quella di non cadere
in acqua. Il peggio dovrà ancora venire…
Un passo indietro. Prima del cosiddetto porto...abbiamo dovuto sostare
alla frontiera thai. Un edificio in muratura più che dignitoso sull’ultimo
lembo di terraferma. Una stanza con aria condizionata e funzionari gentili.
Ci hanno stampato il passaporto con il visto di uscita ben sapendo che
entro un paio d’ore al massimo ci avrebbero rincontrati per stampare
sullo stesso documento il visto di rientro. Una presa in giro insomma…un
gioco per far guadagnare e lavorare un
gruppetto di persone in “più”. Questo per noi occidentali, visto che
la permanenza in thailandia ci è stata concessa solo per 30 giorni e
che ogni giorno in più, ben lo sappiamo, ci costerebbe una multa salatissima
da pagare all’imbarco definitivo. Da qui lo stratagemma di uscire e
rientrare nella nazione prima che il visto scada.
Noi, il compagno della mia vita ed io, la prendiamo come una esperienza
in più…un modo di ficcanasare per quel che possiamo in un altra nazione…sbirciando
in un mondo soltanto intuibile attraverso gli abitanti del luogo che
incontreremo..
Ed eccoci a bordo, noi impavidi 8, ognuno con il suo bravo passaporto
in mano o in tasca, a tenerci in bilico, appoggiandoci ridendo anche
su di noi…la long tail n. 37 si è fatta largo tra le altre…e il solito
motore di camion adattato per navigare con aggiunta per mezzo di una
lunga pala , un elica…romba…sbuffa.. manda fumo nero...ma la barca va…
“Se tutto va bene mi gioco il numero 37 al lotto al rientro in Italia”
dico, mentre un anziano marinaio manovra la lunga barra con dimestichezza
e maestria…Siamo in mare. Dietro di noi lasciamo palafitte puzzolenti
e putride appartenenti a tutti gli abitanti di frontiera, e sono tailandesi
questi…Avanti a noi all’arrivo troveremo lo stesso scenario...ancora
non lo sappiamo. Intanto da qui...dall’alto...lo scenario appare bellissimo
e accattivante.
Dopo una mezz’ora di navigazione l’antico Siam appare distante e ormai
immerso nella foschia emanata dal calore e dall’umidità del luogo mentre
la Birmania si avvicina.
Si intravede il
luccicar di un tempio dal tetto dorato..si intravede un qualcosa che
assomiglia ad una casa galleggiante tra uno stretto di mare sulla nostra
sinistra. Man mano che ci avviciniamo la costruzione appare sempre più
misera e improvvisata…decine di copertoni ne coprono le pareti. Ad essi
si ancoreranno le lunghe barchette per mezzo di una corda ormai slabbrata
e putrida. La guardo e mi meraviglio, pare si regga a malapena a galla
quella casa… poi con sollievo noto che è per un lato appoggiata ad un
lembo di terraferma,,,un isolotto appena accennato. La nostra n. 37
si avvicina piano e ormeggia legandosi ad un paio di copertoni…leggo
“immigration” e vedo sventolare una bandiera che sembra cadere...è sporca
anch’essa e lisa..la bandiera del Myanmar (Birmani)..non è possibile…non
credo ai miei occhi..una frontiera composta da una palafitta in acqua
ricoperta di copertoni di auto e di camion….
Altra avventura…e comincio a temere sulle capacità di sapermi
tenere in bilico questa volta e sulle difficoltà che avrà il compagno
della mia vita con una gamba “non troppo allenata” rispetto all’altra.
Ho paura per i salti che dovremo improvvisare dall’imbarcazione al primo
scalino (si fa per dire) della palafitta.
Passo per prima, i sette uomini cavallerescamente mi cedono i passo…bene,
lo sbarco è andato e mi trovo ora con il dover affrontare il terzo gradino…la
salita per “l’ufficio diplomatico” appare come un mucchio di sassi posti
l’uno sull’altro coperti di sabbia…un cane mi ferma il passo.. Sta scendendo
per salire sull’imbarcazione forse…In due non si passa...quindi o lui
o io...scende prima lui mentre dietro di me la fila dei coraggiosi uomini
farang si mette in disparte..
O.K.…sono su. arrivata su un pianerottolo che mi pare ballarmi sotto
i piedi…e ora? Adesso un musulmano in divisa sdrucita m’indica l’entrata…un’unica
stanzetta semibuia .dove man mano ci riuniremo tutti e otto. Ci sono
dieci sedie di plastica e ci invitano a sederci.
Non vorrei farlo ma “devo”. Stringo tra le mani la macchina fotografica
aperta…la tentazione è grande…due uomini in divisa sono seduti dietro
al tavolaccio che ci divide. Uno prende i passaporti, li ammucchia e
uno dopo l’altro li apre alla pagina dove è stato posto il visto d’uscita
dalla Thailandia…l’altro uomo batte forte, un timbro sopra un cuscinetto
d’inchiostro quasi asciutto, prende un passaporto dalle mani del collega
e si prepara ad apporre il timbro. Il passaporto gira e rigira tra le
sue mani stanche mentre il primo ufficiale cerca di indicargli il punto
esatto dove dovrà essere posta la timbratura…Il timbro si mette in moto
nuovamente, è pronto a partire…e si ferma in aria…a questo punto il
sotto ufficiale si ricorda e chiede a noi 5 dollari a testa... si ..lo
sapevamo...e tutti noi avevamo la nostra brava banconota tra le mani.
Ora la moneta americana con scritto “In God we trust” (e non in Allah!)
sarà girata e rigirata, contata e ricontata e infine il timbro di “accesso
e ‘d’uscita” nel e dal Myanmar sarà applicato.
Come si fa ad entrare e uscire contemporaneamente in una nazione? Come
si fa? Si fa…si fa…per cinque dollari si fa questo ed altro qui…
Ho il dito sopra lo scatto della macchina fotografica posata strategicamente
sulle mie ginocchia. I compagni di viaggio mi guardano folgorandomi
tutti…compreso l’americano studioso d’oceanografia tanto conosciuto
da queste parti per le numerose entrate ed uscite…allora rinuncio e
richiudo lentamente l’apparecchio nel suo fodero.
Alzo gli occhi...una sola foto è incollata alla meno peggio su una delle
pareti. Il capo del Myanmar circondato da ghirlande di fiori veri ormai
appassiti. Ha una faccia antipatica. Sopra la foto una bandiera scolorita.
..
Qualcosa continua a pungermi le gambe nude. Non
so trattenermi dal grattarmi. Nugoli d’insetti si stanno nutrendo del
mio sangue... mentre Andrea m’indica con gli occhi una tenda alle nostre
spalle. Si alza lentamente e riesce a scostarla di pochi centimetri…dietro
vediamo un mucchio di vestiti appoggiati in terra sopra tre stuoie…
Questa è la “camera da letto” degli ufficiali mentre del bagno non vi
è nessuna traccia.
Tutto qui per due o tre funzionari, di uno Stato esistente al mondo.
Tutto qui per degli uomini dalle divise sgualcite e i piedi fasciati
semplicemente da sandali di gomma….200 euro al mese…e sono dei privilegiati!
Salutiamo cortesi e affrontiamo la discesa…che sarà ancor più dura della
salita…Il vecchio barcaiolo ci aiuta a risalire a bordo. Altra prova
d’equilibrismo. Gli chiediamo, noi italiani, di portarci a terra almeno…sorride
e si avvicina alla terra ferma…
Ed eccoci in Birmania. Cinque di noi aspetteranno su una panchina al
molo mentre Andrea, W. Ed io approdiamo al nuovo mondo. Uno sguardo
almeno. Poco lontano il tempio avvistato dal mare ospita una grande
statua del Budda…mentre tutto intorno appena un accenno di villaggio.
palafitte luride.. un tanfo insopportabile sotto un caldo asfissiante
ed opprimente…Notiamo della merce in vendita che da noi non si troverebbe
nemmeno all’interno di un secchio dell’immondizia nel più povero dei
rioni…qualche oggetto di contrabbando...sigarette...liquori per pochi
dollari americani…
“Povera gente! Povera gente!” ripeterò per ore da qui in poi, come un
rifiuto a credere a ciò che avevo visto…come una preghiera!
Ci troviamo nuovamente in terra tailandese. altro permesso di entrata
e saremo “legalmente “ospiti, per altri 30 giorni , di Re Bhumidol.
E’ ricca la thailandia in confronto a ciò che i nostri occhi hanno pur
visto...è sorridente...allegra...viva...Benedetta!
Consumiamo allegramente un abbondante pasto scherzando tra tutti noi…birra
gelata...spremuta d’arancio per me...una festa!
Sì ci vuole poco per essere al mondo...per sentirsi parte del mondo
e tra i fortunati a volte…basta attraversare una frontiera!
Ed eccoci nuovamente ad attraversare il ponte Sarasin mentre appare
all’orizzonte, per noi, il più caldo dei tramonti...
Siamo di nuovo a Phuket. Tra un paio d’ore saremo a casa…si...anche
un albergo può essere “Casa”
|