A Parigi con Benjamin

di Marco Santamaria – 
Come Benjamin chi? Malaussène naturalmente. Non ce l’ho fatta, non ho resistito: dopo aver divorato negli anni tutti i libri di Daniel Pennac ispirati alla strampalata famiglia dei Malaussène, nel buio di una sala cinematografica, mentre scorrono i titoli di coda de “Il paradiso degli orchi”, realizzo che non posso fare a meno di vederlo questo benedetto quartiere parigino di Belleville. Prenotato un volo low cost per l’aeroporto di Orly mi metto alla ricerca di un posto dove dormire. La mia idea di Belleville non e’ compatibile con l’atmosfera fredda di un hotel. Provo a digitare: “appartamenti in affitto a Parigi” e dopo una dozzina di click trovo quello che fa per me. E’ un appartamento situato in un antico palazzo parigino che si affaccia su Rue de Belleville, nel cuore del quartiere multietnico e popolare, a cinquanta metri da una comodissima stazione della metropolitana.

La sensazione che si prova appena si arriva a Belleville è quella di essere in un luogo altro rispetto a Parigi. Se non fosse per la torre Eiffel che ogni tanto fa capolino dalle vie che si aprono sul fondo della collina su cui sorge il quartiere, e per le tante boulangerie che sfornano baguette in continuazione, Belleville potrebbe trovarsi altrove, ovunque.
A proposito di boulangerie, da non perdere un assaggio in quella situata al numero 140 di Rue de Belleville: e’ il fornitore ufficiale dell’Eliseo e le sue baguette sono considerate le migliori di Parigi.

L’ex quartiere operaio, e un tempo anche vigna della città, e’ ormai una delle zone più vivaci di Parigi e comincia ad attrarre molti cosidetti “Bobo” i borghesi-bohémien. Ma soprattutto Belleville è un cocktail di etnie e culture diverse. Islamici, ebrei, cinesi, turchi, africani e francesi con la possibilità di conservare la propria cultura e l’opportunità di mischiarsi. Le lanterne rosse dei ristoranti cinesi, i negozi Koscher, le piccole botteghe che vendono formaggio, i profumi dei Doner Kebab e del tabacco aromatizzato fumato nei narguilé. E ancora, ristoranti indiani, africani, greci, thailandesi.

La gente che si incontra per le vie di Belleville sembra più gentile e disponibile che nelle altre zone di Parigi. I cinesi sempre indaffarati nelle loro attività, donne di colore con enormi sporte e i loro piccoli al seguito, operai turchi che tornano dal lavoro, i figli degli immigrati del Maghreb, ormai di seconda o terza generazione, che sfrecciano sui marciapiedi con le loro biciclette, qualche francese seduto in un cafè.
Il mercato che si svolge il martedì e il venerdì lungo la strada tra la metrò di Belleville e la stazione di Ménilmontan e’ il culmine della mescolanza di razze e culture, di sapori e profumi, di stili e tradizioni. E’ qui che ho compreso pienamente una delle frasi che Pennac regala a Clara: “ci sono tutte le storie del mondo in una lingua che non si conosce”.



Continuo a passeggiare per le vie di Belleville, non mi meraviglierei se da una strada laterale spuntassero Benjamin e Julie mano nella mano e dietro Luana, Clara, Thérèse, Jérémy, Verdun, Il Piccolo e l’ansimante Julius. Invece, al numero 72 di Rue de Belleville, incontro il ricordo di Edith Piaf. E’ qui che e’ nata la cantautrice francese, sul marciapiede davanti al portone dell’edificio, come ricorda una targa posta in suo onore. Al 5 di Rue Crespin du Gast, è possibile visitare un piccolo museo dedicato all’ “usignolo”: il celebre tubino nero che la cantante indossava è esposto insieme a foto, lettere e ai dischi d’oro e di platino. A poca distanza, in 105 rue du Faubourg du Temple, in un bell’edificio in stile Art Deco, c’e’ La Java, un locale aperto dal 1930 dove Edith Piaf si esibiva quando era ancora una sconosciuta.

 

Belleville è anche il quartiere che ospita i piu’ bei dipinti murali di tutta Parigi. Uno dei lavori più intressanti della street art parigina si trova in rue Julien-Lacroix e occupa tre piani della facciata di un vecchio palazzo: il disegno di un investigatore intento a studiare una mappa che gli indica di continuare le sue ricerche lungo la via. Sul palazzo di fronte un enorme lavagna con la scritta “Il faut se méfier des mots”.
Sui muri di rue du Jourdain si incontrano gli animali della giungla realizzati da Mosko, in rue des Pavillons “abitano” ippopotami ricoperti di fiori rosa; un gorilla e il suo piccolo mi accolgono in rue Marcadet. In rue des Poissonniers una giraffa osserva d’alto i passanti. Altri graffiti interessanti si possono vedere passeggiando per rue Denoyez e rue Ramponeau.
Un paio d’ore di completo relax me le concedo al Parc de Belleville, un grande polmone verde poggiato sul fianco della collina, 108 metri sopra la Senna. Passeggiando lungo i sentieri si possono ammirare i roseti e le molteplici varietà di piante e alberi, i ruscelli e le piccole cascate che impreziosiscono il parco, ma soprattutto si può giungere alla terrazza posta sulla cima della collina da dove si ammira un magnifico e “alternativo” panorama de la ville lumière.

Il 20 Arrondissement non smette di stupire: poche centinaia di metri separano il brulichio della vita dal silenzio del riposo eterno. Il cimitero di Père-Lachaise, la città dei morti come la chiamano i parigini, è uno degli angoli più suggestivi di Belleville. Immerso nel verde, con le sue tombe antiche e molto elaborate, viene considerato il più bel luogo di sepoltura del mondo. La pace e l’armonia sono scalfiti solo dai tanti, a volte troppi, visitatori. Tanta notorietà e’ anche dovuta al fatto che fra coloro che riposano al Père-Lachaise ci sono alcuni “immortali”: Chopin, Rossini, Oscar Wilde, Marcel Proust, Edith Piaf, Camille Pissarro, Jim Morrison. Abelardo ed Eloisa, i più antichi “abitanti” del cimitero, protagonisti di una magnifica e tragica storia d’amore, divisi nelle vita riposano insieme nella morte. A guardia del loro sepolcro la figura di un cane simboleggia la loro reciproca assoluta fedeltà.

La giornata si conclude in un altro dei luoghi simbolo di Belleville: Le Zorba, al 137 di rue du Faubourg du Temple, un pub dove si perpetua lo spirito e l’ atmosfera bohemien di Belleville e dove, fra una pinta di birra e un mojito si può ascoltare dell’ottima musica.

… Era inverno a Belleville e c’erano cinque personaggi. Sei contando la lastra di ghiaccio. Sette, anzi, con il cane che aveva accompagnato il Piccolo dal panettiere. Un cane epilettico, con la lingua che gli penzolava da un lato…

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Commenti

Ti invidio il viaggio e, soprattutto, il modo in cui hai saputo descrivere in poche pagine un quartiere, rendendolo vivo e pulsante agli occhi del lettore. Mi hai fatto rinascere il desiderio di tornare a Parigi e magari ripercorrere i passi di Malaussene…