Una costa senza tempo

di Marcello Cavallo – 
Se c’è una terra che più di ogni altra stimola l’immaginazione di chi va per mare questa è l’Albania. Poco meno di 200 miglia di costa praticamente inesplorata, un pezzo di Mediterraneo rimasto quasi per incanto assolutamente intatto … un’isola che non c’è. Nessun insediamento urbano o industriale, nessuna flotta peschereccia, niente reti a strascico, nulla che possa nel bene o nel male sfruttare le immense risorse che il mare offre.
Navigare lungo le sue coste ha un sapore magico, quasi un viaggio a ritroso nel tempo. Ovvio che queste premesse suscitano un richiamo irresistibile. Sapere poi che questo pezzo di paradiso naturale è a poche ore di gommone dalle nostre coste è una tentazione troppo forte.
Il tam tam del raid in programma questa volta richiama solamente gli irriducibili (qualcuno dice incoscienti), si parte comunque, rotta indiretta da Otranto per la Grecia… poi si vedrà. Solo due gommoni con cinque uomini e una donna alle tre del mattino di venerdì 4 giugno si ritrovano nel porto di Otranto. Solite operazioni per il varo, un caffè caldo in attesa delle prime luci dell’alba. Attraversare il canale dà sempre una forte emozione.
Lo scirocco offre una discreta visibilità, ma il mare non è dei migliori. Il Loran stranamente non aggancia una secondaria. Per fortuna la vecchia bussola non ha di questi problemi, così puntiamo per 115° alla volta di Fano (Othony). A una decina di miglia notiamo alla nostra dritta l’inconfondibile sagoma di una nave militare e dopo alcuni minuti un aereo da ricognizione ci sorvola a bassissima quota; siamo molto imbarazzati, chiamiamo “Watchman” sul ch. 16 e timidamente con un inglese scolastico balbettiamo nostre notizie.
Dopo altri tre o quattro passaggi del ricognitore, ci troviamo soli nel canale. Non è facile mantenere la rotta, il mare è “serio” ma navigabile. Dopo tre ore finalmente avvistiamo terra. Arrivati al porto di Fano – ferma tecnica per la colazione – si riparte per Merlera. L’Albania è di fronte a noi, si scorgone le alte montagne, la meta sognata per un lungo inverno è ormai a portata di mano. Decidiamo di pranzare sull’isola nell’unica trattoria del piccolo villaggio, facciamo scorte di viveri e salutiamo i nostri vecchi amici greci che ci invitano a cena per la sera (agnello alla brace); rifiutare non è proprio possibile. Variazione alla tabella di marcia, pernottamento a Merlera e partenza per l’Albania l’indomani mattina. Una pescata pomeridiana sul basso fondale dell’isola e grande cena con saraghi, agnello e tanto “ouzo”.
Siamo molto stanchi, il mare non vuole calare anche se il vento è girato da Maestrale; rinforziamo per sicurezza gli ormeggi e… sveglia alle 6. Spyros, un amico greco, ci raccomanda di non fare imprudenze in Albania e ci sconsiglia ripetutamente di scendere in porto o di pernottare. Purtroppo è un Paese che sta vivendo una situazione travagliatissima, estremamente povero e affamato; la gente a volte è disposta a tutto per “il solito tozzo di pane”, la stessa polizia è capace di creare mille problemi pur di essere “corrotta” con sigarette e poco altro.
A Merlera abitano alcune famiglie albanesi, parliamo con loro; non capiscono la nostra voglia di Albania, comunque ci forniscono una serie di informazioni che si riveleranno utilissime. L’indomani mattina di buon ora siamo pronti per continuare il viaggio, il Maestrale soffia e al largo il mare ci sembra ancora mosso. Notiamo che abbiamo consumato molta più benzina del previsto, briefing in panchina per concordare l’ennesima variazione al programma. Rotta diretta alcune miglia a nord di Porto Palermo saltando Valona per poi proseguire a sud fino a Saranda. Si naviga con mare di poppa e in meno di un’ora siamo in Albania. Avvicinarsi alla costa ha un fascino tutto particolare, l’inusuale panorama che ci appare con montagne altissime che si stagliano sul mare blu smeraldo, immense vallate con cavalli al pascolo, poca macchia mediterranea e un paesaggio quasi alpino.
Ogni tanto si intravede un villaggio arroccato sui monti, sulla costa assolutamente nulla. Si naviga per decine di miglia e l’unico segno umano sono i bunker, forse migliaia, uno ogni due o trecento metri lungo tutto l’intero perimetro costiero, un’opera “grandiosa” quanto inutile. Nei pressi di Sopri Ruga (Strade Bianche) le prime case, alcuni pastori e ancora bunker. Cerchiamo di scambiare qualche parola ma è un parlare tra sordi. Un giovane a petto nudo pantaloni militari e pistola in cinta ci invita con gesti a prendere terra, vuol venderci un vecchio binocolo e ci invita a seguirlo. La nostra diffidenza a torto o ragione ci suggerisce di andar via ed evitare inutili complicazioni. Regaliamo alcuni pacchetti di sigarette e proseguiamo il nostro viaggio. Non avendo fatto dogana a Valona ci sentiamo clandestini”: contiamo di risolvere le formalità burocratiche a Porto Palermo, un grande golfo naturale con il piccolo villaggio di San Nicolò.
Quando arriviamo siamo circondati da alcune decine di persone incuriosite che ci chiedono di tutto. Uno di loro parla italiano e si presenta come poliziotto. Senza scendere a terra mostriamo i documenti, ci informiamo sulla possibilità di fare benzina. Purtroppo l ‘incerta situazione politico economica albanese non può dare garanzie di sicurezza e al momento non ci sono le basi per uno sviluppo turistico programmato. Mancano tutte le strutture e infrastrutture, e un viaggio in questa terra impone uno spirito di adattamento quasi pionieristico. Il rovescio della medaglia è il mare, i suoi fondali sabbiosi poco spettacolari con immense praterie di posidonia sono ricchissimi di pesce. Il tutto concentrato nelle poche zone con massi o roccia porosa; tane poco profonde ma difficili da individuare ripagano comunque delle difficoltà del viaggio. Dopo oltre un’ora passata a scandagliare il fondale, finalmente ci immergiamo sul la secca di Lukovo. L’acqua un po’ torbida dà subito una cernia di oltre quindici chili; evitiamo un’inutile mattanza e dopo un paio d’ore riprendiamo a navigare. Nel tardo pomeriggio il forte maestrale ci rende proibitivo prendere terra. Troviamo un ridosso a Capo Kiephali, un fiordo con un vecchio molo militare circondato da bunker. potrebbe essere l’ideale per trascorrere la notte, ma il solito senso di diffidenza ci suggerisce di raggiungere Saranda e trovare un albergo o qualcosa di simile.
Doppiato il Capo, la costa cambia decisamente aspetto, più bassa, ricoperta di pini, con piccole spiagge nascoste tra gli anfratti. Di fronte si intravede Corfù e due navi passeggeri che ci riportano alla realtà. Poche miglia dividono questa terra povera ma bella da una delle capitali del turismo internazionale. La tentazione di mondanità è forte ma proseguiamo per Saranda. Il porto abbastanza attrezzato nasconde un paese a prima vista molto bello , alcune case dalla caratteristica architettura veneziana, alternate a casermoni di cemento, una chiesa, un ospedale, vialoni deserti, nessun negozio e i soliti bunker. In panchina tra le vecchie “carrette” anche un caicco greco, nessuna barca da diporto. Ci rechiamo in Capitaneria dove le formalità doganali sono lunghe e laboriose. Cerchiamo un albergo e troviamo una locanda con prezzi proibitivi, da mangiare quasi nulla, benzina forse l’indomani.
Decidiamo di dormire in gommone ma poi l’aria si fa pesante, ci fidiamo poco e così in meno di 20 minuti eccoci nuovamente in Grecia a Kassiopi. Ci sembra di essere tornati a casa, ci diamo una ripulita e serata mondana alla Taverna di Yanis. L’indomani alle 7, una volta riempiti i serbatoi di carburante siamo pronti per ripartire: risaliremo l’Albania fino a Valona per poi ritornare a Otranto. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e quando il mare si monta da Maestrale alle 7 di mattina la prospettiva non è delle migliori.
Navigare lungo costa in Albania con mare formato di prua è molto rischioso, pochi i ridossi, costa alta, spiagge con cavalloni che si rompono con violenza e nessuna possibilità di lasciare i mezzi incustoditi. Dopo alcune miglia decidiamo di non continuare a rischiare, deviamo la rotta e puntiamo su Fano dove contiamo di arrivare in un paio d’ore. In effetti facciamo quattro ore di navigazione durissima e quando finalmente siamo in rada, la voglia di continuare per l’Italia è praticamente passata. Aspettiamo il tardo pomeriggio, il “Maistro” sembra calare, anzi si gira da ponente, proviamo ad uscire; l’onda diventa lunga e non si fatica a navigare, il miraggio di tre ore di mare per raggiungere Otranto ci spinge a una decisione imprudente.
Partiamo. Riusciamo a mantenere una media intorno ai venti nodi, qualche salto spettacolare, ogni tanto una secchiata d’acqua, ma si procede. Alle nostre spalle una visibilità eccezionale ci fa vedere Fano e i monti albanesi per oltre venti miglia. Davanti a noi il sole comincia a nascondersi tra le nuvole. Il Loran improvvisamente perde nuovamente il segnale, il mare comincia a ribollire e a imbiancarsi di schiuma. Il cielo si incupisce e nel giro di pochi minuti ci troviamo letteralmente in una burrasca. Il vento a raffiche ci costringe a procedere a dislocamento, tuoni e fulmini preannunciano una pioggia torrenziale. Non è il solito temporale estivo, la situazione si fa presto estremamente precaria, di terra neanche a parlarne. Proseguiamo con molta fatica; intanto comincia a farsi scuro, stimiamo la terra a una decina di miglia. Scrutiamo l’orizzonte cercando nel buio il faro di Otranto (scopriremo poi non in funzione). Ogni tanto una battuta per rompere la tensione, mai avremmo voluto trovarci in quella situazione e dire che una semplice telefonata in Capitaneria ci avrebbe messo sull’avviso.
Passano oltre tre ore: siamo completamente zuppi d’acqua, benzina non più tanta quando avvistiamo alcune luci. Deviamo la rotta e risaliamo con molta fatica le ultime miglia che ci separano da terra.
Finalmente in porto, baciamo letteralmente i motori, un abbraccio liberatorio in panchina e la sensazione profonda di averla scampata. Poco dopo, davanti a una pizza fumante pensiamo alla prossima avventura, ripercorreremo la stessa rotta ma con un mese a disposizione e… mai più senza meteo.



 
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