Trekking sui Tassili n’Ajjer

di Davide Bergami e Antonella Bergonzoni –
Tra genti Tuaregh c’è un antico detto che dice “….. il deserto fu donato da Dio agli uomini per ritrovare la loro anima”.
Durante la prima volta di un viaggio nel Sahara, si può rimanere catturati dalla sua misteriosa bellezza, così prima o poi saremo costretti a tornarci una seconda volta e poi magari sempre più spesso. Il Sahara, è il deserto per antonomasia, ed un viaggio alla sua scoperta è molto più di un’avventura; la sua vastità ed immutabilità di questo mondo senza tempo, la si può avvicinare al nostro concetto di perfezione. Chi riesce a vivere e percepire la magia che sprigionano questi luoghi aridi ed inospitali, sa benissimo che ritornare tra le rocce e le sabbie di questo deserto, è una scelta che ci permette di affrontare con rinnovato piacere le “scomodità” di una vacanza sahariana.
La repubblica d’Algeria, indipendente dal 1962, è situata nella parte nord occidentale dell’Africa; con i suoi 2’800’000 kmq è il secondo paese in ordine di grandezza del continente africano, il decimo al mondo e vasto ben otto volte più dell’Italia.
Con questi numeri è facile parlare di grandi spazi e grandi orizzonti. Il territorio del grande sud sahariano, occupa ben il 52% dell’intero territorio algerino, con un clima tipicamente desertico, con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e precipitazioni assai scarse. Vista l’enorme desertificazione del territorio, la quasi totalità della popolazione si concentra lungo la fertile fascia costiera.
Il deserto algerino lo si può considerare il capostipite del turismo sahariano. L’Algeria era una delle colonie francesi più vecchie; qui oltre ai numerosi interessi economici, vi era un legame affettivo molto forte e profondo, in quanto la popolazione francese la considerava un’estensione della Francia e con un attaccamento al territorio forte quanto la loro patria.
Questi legami uniti alla presenza di molte infrastrutture ed una profonda conoscenza del territorio, furono i motivi che spinsero molti francesi ed europei a questo nuovo tipo di turismo, nato dopo l’indipendenza del paese nei primi anni sessanta.
La barriera naturale che offre il deserto sahariano, ha risparmiato le genti Tuaregh del sud algerino, dalla guerra civile che infuria (e che non si è ancora conclusa nonostante gli sforzi dell’attuale governo in carica) nel nord del paese, che ha provocato una vero e proprio bagno di sangue dei suoi stessi cittadini, stimato in oltre centomila vittime. Qui il richiamo del fondamentalismo non ha fatto presa sul popolo Tuaregh; un popolo con una forte identità, da sempre fiero della propria libertà ed indipendenza.
Il turismo è praticamente l’unica risorsa di queste genti; è da qualche anno che i turisti europei stanno timidamente ritornando alla riscoperta delle bellezze di questo angolo del Sahara. Il nostro viaggio avviene a distanza di circa due mesi dagli attentati su NYC ed il Pentagono; molti sull’onda emotiva di quanto è successo hanno preferito rinunciare. Dopo aver ricevuto dall’agenzia ampie rassicurazioni in fatto di sicurezza e di fattibilità, sotto lo sguardo a dir poco allibito di parenti ed amici, raggiungiamo all’aeroporto di Fiumicino i nostri altri due compagni di viaggio Paola e Felice e la nostra guida Tuaregh, Monseur Djaba che ci accompagnerà durante tutto il tour.

Il viaggio
Partendo da Roma in volo per Algeri, siamo costretti ad una notte nella capitale algerina; purtroppo non è possibile avere la coincidenza in giornata per il sud est del paese.
“Algiers la blanche”, così la descrive lo scrittore e premio Nobel per la letteratura Albert Camus (nato in Algeria nel 1913 da una famiglia francese); nella mezza giornata a nostra disposizione, abbiamo passeggiato sul lungomare Rue de la Marine, ammirando i suoi eleganti palazzi dagli alti porticati intonacati di bianco, ricordo dell’occupazione coloniale francese.
Subito alle spalle di questa zona in stile prettamente europeo, si trova una collina dove è ubicata la Casbah, vero e proprio cuore arabo della città, fatta di vicoli stretti e in parte decadenti.
Una veloce visita poi ci porterà al Piazzale del Memoriale del Martire, dove svetta un’imponente monumento dedicato ai martiri della liberazione; da qui si ha una bella vista sulla capitale, sul suo lungomare e su un bel palmeto del giardino botanico che abbiamo di fronte.
Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto e con un volo raggiungiamo DJANET, dove ci attende Elkher il fido compagno di tanti viaggi di Djaba. Situata nel profondo sud algerino e adagiata sul fondo dell’Oued Edjeriu, che conserva ancora intatta la sua vita di città nomade di frontiera. DJANET ex Fort Charlet, dal nome di un comandante della guarnigione francese, è chiamata anche la perla del Tassili, ed è una bella oasi di montagna saharaina posta ai bordi dell’antica falesia dell’altopiano n’AJJER, punto di partenza e d’arrivo per le escursioni sul Plateau del TASSILI. Lo splendido isolamento geografico di questa oasi è dovuto al fatto che a nord si estende per circa 1’000 km il grande Erg Orientale, a sud centinaia di km di pista desolata la separa dalle saline del Algeri – Rue de La Marine Kaouar, ad ovest si trovano le magnifiche dune dell’Erg di Admer e infine a est si erge l’imponente altopiano roccioso del TASSILI n’AJJER, meta del nostro viaggio.
La parte antica di questa splendida oasi è abbarbicata sull’erta della falesia, ed è costituita da abitazioni di fango e pietra; da qui è possibile ammirare il grande palmeto con circa 20’000 palme da dattero e gli orti sottostanti, decisamente lussureggianti se si tiene in considerazione a quale latitudine ci troviamo. DJANET conta circa 7’000 abitanti ed è suddivisa in quattro villaggi: EL MIHANE (dei nobili), ADJAHIL (degli schiavi affrancati), AZELLOUAZE e TIN KHATAMA (dei Tuaregh sedentarizzati), le cui origini affondano nella notte dei tempi.
Quest’oasi basa la sua economia sulla produzione delle oltre 30’000 palme e degli orti, che garantiscono la sopravvivenza ai Kel Djanet, sulla ripresa delle attività legate al turismo e sui contrabbandi con il confinante Niger. Un breve giro a piedi ci fa entrare in contatto con la realtà pigra e cordiale del luogo; gli uomini sono seduti lungo i muri delle case, mentre alcune donne in abiti scuri portano carichi sulla testa. Uno sguardo veloce al mercato, piccolo ma essenziale e subito corriamo ad acquistare qualche souvenir, in particolare le famose e splendide croci Tuaregh. I dintorni di DJANET offrono parecchi luoghi suggestivi che meritano senz’altro una visita, come TIKOBAUIN dove ci aspetta una splendida distesa di guglie e torrioni di arenaria, creati dall’erosione del vento, posti tra corridoi di sabbia dorata finissima. ESSENDILENE è una sosta obbligata per ammirarne il parco; dapprima si entra in un vasto oued, delimitato ai suoi fianchi da imponenti torrioni di arenaria, dove una volta L’oasi di Djanet La regione di Tikobauin arrivati in fondo troveremo con nostra sorpresa una rigogliosa vegetazione costituita di palme ed oleandri.
Per raggiungere la guelta, lasciati i fuoristrada, percorriamo a piedi uno stretto canyon incastonato da alte pareti rocciose, ricco di oleandri, acacie e tamerici; alla fine possiamo finalmente ammirare questa misteriosa guelta di un colore verde cupo.



 

Nel nostro peregrinare abbiamo la possibilità di vedere una grande tomba solare, splendido esempio di sepoltura neolitica, composta da un tumulo centrale e da due circonferenze di pietra. In seguito ci attende una piacevole “cavalcata” fra le morbide dune di sabbia dal color cipria dello splendido Erg ADMER. Qui si potrà ammirare un insolito panorama; il contrasto fra il colore scuro dei contrafforti del TASSILI e la morbida tinta d’orata delle sabbie dell’Erg, donano al paesaggio un tocco di magica irrealtà. Costeggiando poi la falesia del TASSILI n’AJJER, si raggiunge TERARART, dove alti torrioni di arenaria si innalzano dalle sabbie per svettare nel cielo, sulle cui pareti si può ammirare una delle più belle incisioni del neolitico, “le vacche che piangono”, un bassorilievo di grande pregio.
L’altopiano del TASSILI n’AJJER si sviluppa per 750 km di lunghezza, con una larghezza variabile da 60 a 100 km, ed è paragonabile ad un’immensa astronave che emerge dalle sabbie che lo circondano. Il Parco nazionale del TASSILI n’AJJER per il suo immenso valore nautrale e culturale, è dal 1982 inserito nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dal 1986 è stato inoltre inserito nella rete La guelta di Essendilene internazionale del Patrimonio dell’Uomo e della Biosfera (MAB – UNESCO), diventando così la prima riserva della biosfera sahariana al mondo. L’accesso a questo parco nazionale è severamente proibito se non si è in possesso di un’apposita autorizzazione ufficiale e di una guida al seguito. Quello che rende il TASSILI singolare ed unico al mondo, sono le sue celebri pitture e graffiti disegnati sulla roccia, in una delle più grandi concentrazioni al mondo di arte rupestre, che raccontano la straordinaria evoluzione che ha subito il clima e le popolazioni in questa zona del pianeta. Il valore artistico più alto è raggiunto nell’epoca neolitica e nella preistoria, approssimativamente tra il 7’000 e il 6’000 a.c. Questo vastissimo altopiano è formato da arenarie antichissime create dai sedimenti marini, quando decine di migliaia di anni fa i mari occupavano queste terre. In lingua tamashek TASSILI n’AJJER significa altopiano dei fiumi; qui in tempi remoti i fiumi scorrevano numerosi e l’acqua ha scavato i profondi canyon che ora solcano l’altipiano. Grazie alla sua scoperta e alle successive esplorazioni di Henri Lhote, siamo in grado di comprendere come 8’000 anni fa vivevano i nostri antenati, in un clima completamente diverso dall’attuale, con la presenza di fiumi impetuosi, di foreste lussureggianti e molte specie animali come giraffe, ippopotami, coccodrilli e rinoceronti che hanno popolato tutta l’Africa settentrionale. Ora, l’ambiente del TASSILI si presenta con un paesaggio pietrificato di rocce di arenaria dalle forme singolari e bizzarre, arido, praticamente inospitale dove sole e vento regnano incontrastati. Falesie scoscese, foreste di pietra, canyon e gole talmente incassate che il sole vi penetra soltanto quando è sulla Erg di Admer – incontro tra sabbia e roccia verticale, formazioni rocciose dalle incredibili forme scolpite dall’acqua, dal vento e dall’equilibrio statico in apparenza impossibile, guelte scavate nell’arenaria, sono le componenti paesaggistiche che colpiscono il viaggiatore, immerso in un mondo totalmente diverso da tutto ciò che lo circonda. Vista la natura geografica di questo altipiano, per raggiungere i siti ove si trovano le pitture rupestri più importanti, è necessario effettuare un trekking a piedi; questo itinerario si svolge nell’area nord orientale del TASSILI.
Si parte da DJANET di buon ora con i fuoristrada fino ai piedi dell’Agba di TAFELALET, dove inizia il sentiero che ci porta sulla sommità del Parco Nazionale. Qui troveremo i Tuaregh con una carovana di asini che saranno utilizzati per portare i bagagli, i viveri e l’acqua necessari per essere autosufficienti per tutta la durata del trekking. Iniziamo la salita in un ampio canalone dalle pareti scoscese su di una pietraia sconnessa, che si restringe man mano che ci inerpichiamo verso la sommità dell’altipiano. Dopo quattro ore di marcia, superato un dislivello di circa 500 metri raggiungiamo l’altipiano; qui improvvisamente le alte mura rocciose scompaiono, lo spazio si apre su di un tavolato piatto perfettamente orizzontale, coperto di sassi neri che brillano sotto un sole implacabile. Ci incamminiamo verso est, in fila indiana, in un paesaggio desolato sferzato dal vento, senza punti di riferimento e privo di qualsiasi forma di vita, se non la presenza di qualche filo d’erba ingiallito. Dopo un pomeriggio di marcia, quando al crepuscolo la luce cambia, raggiungiamo la valle dell’oued TAMRIT, più conosciuta come “la valle dei cipressi”. Qui, circondato da un deserto che si estende per centinaia di chilometri, Gli incredibili canyon del Tassili sopravvivono nel letto del fiume fossile decine di grandi cipressi millenari, (il loro nome botanico è cupressus dupreziana) ultimi testimoni di una flora un tempo rigogliosa ed oramai estinta. La loro età è stata stimata intorno ai 4’000 anni; i Tuaregh li chiamano “Tarout” e sono dei veri e propri fossili viventi, viaggiatori del tempo che hanno attraversato la nostra storia, all’ombra dei quali madre natura ha compiuto trasformazioni praticamente irreversibili. Questa specie endemica di cipresso è localizzata ad un’altitudine variabile dai 1’600 e i 2’000 metri di altezza; ora le attuali condizioni climatiche non permettono più la germinazione e non ci rimane che sperare in un aleatorio capriccio climatico tale da rendere nuovamente possibile il loro perpetuarsi.

Sullo sfondo ammiriamo le inconfondibili rocce un po’ tozze di TAMRIT, che somigliano sorprendentemente ai castelli di sabbia che si fanno sulle nostre spiagge, facendo gocciolare dalle mani la sabbia bagnata. Dopo al prima notte passata nelle vicinanze di TAMRIT, sotto un sole tiepido ci incamminiamo di buon ora verso l’ampia vallata di IN – ITINEN, dove incontriamo splendide pitture, che troviamo nascoste nelle cavità che sono alla base delle pareti rocciose. Dipinte con terre policrome e polveri colorate che unita alla porosità della roccia ne favorisce l’attecchimento, ecco comparire dinnanzi ai nostri occhi, magnifiche scene di caccia ad animali selvaggi e momenti della vita quotidiana degli uomini che vissero qui, dove oggi infierisce un vento violento e torrido, che nel corso dei secoli, ha inaridito tutto. Ammiriamo inoltre la raffigurazione del famoso “carro dei Garamanti”; un dipinto che raffigura un carro a quattro ruote trainato da cavalli al galoppo e risalente all’incirca al I millennio a.c. I Garamanti erano un’antica popolazione di nomadi – guerrieri – esploratori che nel I millennio a.c. furono i padroni incontrastati delle grandi vie di comunicazione, che dal Mediterraneo attraverso il Sahara, allora verde, arrivavano ai grandi regni dell’africa Nera, che si trovavano a sud del sahel. La loro capitale era l’antica Garama, le cui rovine si trovano ora in territorio libico.
Dopo mezza giornata di cammino si raggiunge SEFAR, una delle zone più ricche e più importanti al mondo di arte rupestre, dove troviamo dipinti raffiguranti “gli uomini dalla testa rotonda”; dipinti tra i più antichi e raffinanti che si possono trovare nell’area sahariana. Qui a poco a poco un mondo sconosciuto e sepolto da migliaia di anni emerge sotto i nostri occhi, raccontando per immagini la vita quotidiana dei nostri antenati sahariani.
La datazione di queste pitture va dal 4’000 al 3’000 a.c. e che raggiungono qui nel TASSILI la loro massima espressione. Si caratterizzano per la raffigurazione di esseri umani con la testa di grandi dimensioni e perfettamente rotonda, il contorno delle figure e ben delineato e numerosi sono gli ornamenti e le acconciature piuttosto fantasiose. Verso la fine di questa fase, intorno a circa il 3’000 a.c., queste figure assumono dimensioni gigantesche, fino ad avere altezze di 5 ÷ 6 metri.
SEFAR è anche un immenso labirinto dove le rocce completamente nude hanno assunto forme stranissime per effetto dell’erosione eolica; un labirinto di torri cilindriche, guglie sottili, terrazze sporgenti e lunghi corridoi sabbiosi, in un paesaggio lunare, incombente che incute quasi paura.
La guida Tuaregh ci infonde sicurezza e tranquillità, guidandoci sicuri tra questi meandri, dove la natura è priva di ogni forma di vita ed ogni angolo pare sia perfettamente identico all’altro. In lontananza i profili di queste rocce assomigliano ai grattacieli di un’antica metropoli di pietra oramai abbandonata; tra questi palazzi diroccati, intravediamo un cielo color cobalto attraverso gli squarci, che ricordano finestre di edifici abbandonati. SEFAR è divisa in due dall’oued che prende il suo nome; verso est troviamo SEFAR MELLET, la città bianca, mentre ad ovest incontriamo SEFAR SETTAFET, la città nera. Queste forme bizzarre dovute all’erosione dell’acqua unita a quella eolica, danno un senso di magia tale che i Tuaregh credono che questa in questa zona dell’altipiano si trovino i djenou, gli spiriti maligni che qui vi trovano dimora. Possiamo inoltre ammirare in tutta la sua maestosità e grandezza l’affresco noto come “il Dio di Sefar”, una figura mascherata antropomorfa alta 3,20 metri, attorniata da donne ornanti e antilopi; siamo perplessi e letteralmente increduli di fronte a questa fantascientifica figura umanoide. Chi era ? Un dio dimenticato ? Un sacerdote ? Oppure un semplice stregone ? Parecchi anni fa c’è chi ha avanzato ipotesi suggestive su queste figure fantastiche. In alcune di loro c’è chi ha voluto scorgere la conferma che esseri extraterrestri in epoche remote avrebbero visitato il pianeta Terra. Si rimane comunque letteralmente increduli di fronte ad alcune figure umanoide, che sembrano indossare un vero e proprio scafandro spaziale.
A fine giornata la stanchezza comincia a farsi sentire ma tuttavia questa è una dolce fatica. Il trekking è stato fino ad ora un’esperienza per noi nuova ed entusiasmante; la solitudine, il dilatarsi del tempo, l’assenza di qualsiasi rumore, tranne quello prodotto dai nostri passi, affascina i sensi e ti permette di concentrarsi maggiormente su tutto ciò che ci circonda. L’incontro con il deserto condotto in questo modo, ci dà l’impressione che questa sia la prima volta che ci avventuriamo nel cuore del Sahara.
Immaginate un deserto che cambia in continuazione, che ora si restringe come in un labirinto naturale in stretti corridoi tra alte pareti di arenaria e ora si apre su piatti tavolati rocciosi in uno scenario sconfinato, dove l’occhio corre senza sosta; questa è la magia del TASSILI n’AJJER.
Di fronte a tanta grandezza del creato, ci viene spontaneo riflettere che madre natura abbia voluto riappropriarsi questo territorio, rendendolo inospitale ed invivibile al genere umano. All’imbrunire, quando la luce diviene più morbida, ci si ferma per posare il campo. Qui ritroviamo la nostra carovana di asini che con tutto il loro carico di bagagli e vettovaglie ci ha preceduto, percorrendo sentieri diversi. Mentre noi allestiamo le nostre tende per la notte, i Tuaregh che ci accompagnano cercano una sistemazione in qualche anfratto roccioso, al riparo dal vento, dove Elkher si appresta a prepararci un’ottima cena ristoratrice.
Trascorsa la notte a SEFAR, l’indomani mattina si riprende il cammino in direzione UAN TUAMI, dove in un punto panoramico è possibile ammirare per intero la rara bellezza paesaggistica dell’altopiano del TASSILI n’AJJER.
Qui troviamo una presenza di rocce massicce che assomigliano vagamente a gusci di tartaruga; alla base di queste si trovano anfratti, creati dalle erosioni eoliche, che celano un’impressionante quantità di pitture e graffiti. In questa vera e propria pinacoteca all’aria aperta, davanti ai nostri occhi, emerge a poco a poco un mondo oramai sepolto da migliaia di anni. Tutti gli stili sono qui rappresentati da quello delle “teste rotonde”, al “bovidiano”, al “cavallino”, al “camellino”, sono un’importante testimonianza di un’antica fecondità e floridezza di questi luoghi, che oramai si è persa per sempre. Non si riesce a resistere; ho scattato decine e decine di diapositive a queste straordinarie raffigurazioni nel tentativo di salvarle nella nostra memoria e sottrarle così all’inevitabile scorrere del tempo. Abbiamo inoltre l’occasione di ammirare una delle rare guelte di questo arido altipiano; questi imbuti naturali raccolgono quel po’ di acqua piovana che cade durante i rari acquazzoni, alimentando così un piccolo microcosmo ecologico.
Durante una breve sosta, incontriamo tre individui che con passo spedito percorrono una delle tante piste di questo altipiano che collegano DJANET con la vicina Libia; queste sono percorse per lo più da clandestini o da contrabbandieri.
Un breve saluto con un cenno del capo e dopo pochi attimi scompaiono come d’incanto dalla nostra vista, come se queste foreste di pietra li avesse improvvisamente inghiottiti. Il paesaggio pietrificato del TASSILI è sempre molto duro e aspro, caratterizzato da una serie infinita di passaggi labirintici, gole, canyon e piccole pianure che si aprono e tornano a morire in questo dedalo di rocce; arriveremo poi a UAN GUFFA, dove poseremo l’ultimo campo. Sempre sotto lo sguardo vigile e attento della nostra guida, andiamo alla ricerca di altri affreschi preistorici, che si rivelano di straordinaria bellezza. Questi giorni di marcia sull’altipiano a SEFAR, TAMRIT, IN-ITINEN, sono giorni, trascorsi in assoluta libertà, in un silenzio che ci , soverchiato a volte dal sibilo del vento del deserto, di bivacchi sotto un cielo stracolmo di stelle. Mai prima d’ora avevamo provato tante emozioni; si tende a cercare un contatto fisico con la sabbia e le rocce che ci circondano, come un desiderio di riappropriarsi della natura e di entrare a farne parte. E’ bello fermarsi ad ascoltare il proprio battito del cuore ed il proprio respiro e di sentire di essere in sintonia con tutto ciò che è attorno a noi. Di notte, lo scintillio dei miliardi di stelle che formano la Via Lattea, sforacchia il buio dello spazio siderale nero come l’inchiostro di seppia e ci lascia letteralmente a bocca aperta.
Tutto questo nomadismo è esattamente l’opposto della vita che conduciamo tutti i giorni, ed è per noi un riappropriarsi di una libertà perduta e assaporare momenti di vita vibranti di emozioni, unici ed irripetibili.
Qua si riesce a comprendere cosa è e cosa significa la parola libertà; capiamo perché nonostante le precarie condizioni di sopravvivenza in questi aridi territori, i Tuaregh non riescono ad abbandonare la loro vita errante.
L’ultima mezza giornata ci vede partire per l’Agba TIN ZEZEGA; percorrendo l’oued TIN ZEZEGA, lanciamo un ultimo sguardo carico di malinconia ai contrafforti del TASSILI, ed arriviamo all’oued Agba TAFELELET, per poi ridiscendere e alla cui base ci attendono nuovamente i fuoristrada per il rientro a DJANET.
Abbiamo purtroppo constatato di persona che questo inestimabile patrimonio di arte preistorica rupestre, tra i più affascinanti ed importanti dell’umanità, versa in gravi condizioni, a causa del loro stato di degrado.
Il loro deterioramento, causato soprattutto all’irresponsabilità di molti turisti, che nel corso degli anni per far risaltare il più possibile i colori nelle fotografie, non hanno esitato a bagnare con acqua o addirittura con liquido organico queste splendide raffigurazioni.
Ma non finisce qui; nei luoghi che sono deputati per l’allestimento dei campi notturni, si trovano dei veri e propri cumuli di immondizia di ogni tipo, lasciati lì da chi ci ha preceduto negli anni passati. C’è stato un timido tentativo da parte di alcuni operatori locali al fine di sensibilizzare le autorità locali, per portare a valle tutta questa spazzatura, ma fino ad oggi non si è ancora potuta fare nulla. Nel tardo pomeriggio decolliamo da DJANET alla volta di Algeri; ci godiamo dall’alto lo spettacolo che offre il deserto, con le sue immense distese di sabbia e le imponenti formazioni rocciose.
Salutiamo con profonda gratitudine e commozione Djaba ed Elkher, oramai due nostri amici nonché splendide guide sahariane, con le quali abbiamo trascorso giorni indimenticabili e che ci hanno condotto con molta disponibilità e professionalità alla scoperta di questo incredibile angolo di Sahara. Algeri ci appare improvvisamente nel buio della sera, con uno sfavillio di luci, adagiata sul golfo che si affaccia sul mar Mediterraneo; una volta rientrati in città, il rumore, la moltitudine delle persone ed il traffico caotico, ci appare fastidioso ed inutile.
Chissà perché ci sembra che solo il deserto sia perfetto.

 
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