Amori in vinile

di Ena Villani –
Liz, Annamaria e Licia, un trio fisso di giovani amiche, fra l’ombroso cortile del Liceo Artistico, l’assolata via Costantinopoli e le loro case a cui facevano ritorno nel filobus, col peso dei libri sul braccio e la cartella grigia del disegno. Liz, di corporatura normale, non alta, occhi e capelli castani, abitava in via Merliani al Vomero, all’ultimo piano di una palazzina del ‘25 – detta ”dei bagni” – la sua amica del cuore, Anna Maria invece stava in via Martucci: la finestra, sempre fiorita, della sua camera dava sulla strada, lei era piccoletta, occhi vivaci e languidi al tempo stesso; soprannominata “venere tascabile” (come Zizi Jeanmarie).Era la più precoce di tutte.

Di Licia invece, bionda, pallida, quasi lunare, occhi chiari e tristi dietro gli occhiali spessi, poco loquace, si seppe che aveva una relazione col padre (oscuro e bruttarello) di una loro compagna di studi.

I due si scrivevano lettere cogli pseudonimi di Tatiana e Ivan; Liz e Annamaria consideravano questa storia come qualcosa di molto più grande di loro, divise com’erano tra l’obbligo pesante dello studio e lo spensierato vagheggiare sui ragazzi coetanei. Nell’intervallo fra le ore in aula della mattina e quelle del pomeriggio, si compravano una pizza a Portalba per mangiarla sedute in giardino o sul muretto dietro le grandi statue in bronzo dei due leoni, all’ingresso principale dell’ Accademia.

Fra un boccone e una chiacchiera, i libri sulle ginocchia, ripassavano la lezione, augurandosi di non essere interrogate. Liz, al di fuori della scuola, ricomponeva il trio con altre due amiche vomeresi: Carmelina (che voleva essere chiamata col più raffinato”Carmen”) e Claudia: spesso andavano a passeggio in Floridiana. Girando nei meandri verde scuro delle siepi si scopriva, tra gli alti alberi, un piccolo anfiteatro di pietra: proseguendo lungo il viale centrale, il verde si apriva poi sullo scenario della grande scalinata, con in basso la fontana e, al fondo, Napoli distesa come una pigra odalisca, digradante fino al mare.

Con le amiche, di sabato o di domenica, era di prammatica il “balletto”, a casa di qualcuno della comitiva-che si incontrava tutta in strada,per conoscere dove si andasse a ballare. Una cugina di Carmelina, Paola, abitava in via Aniello Falcone: una bella casa di ricchi; 

 

solo all’abituale proprietario dei dischi (di cui era gelosissimo) era permesso cambiarli, sul giradischi a valigetta: sapientemente lui alternava il rock’n’roll di Bill Haley e i “lenti” romantici con la passionale sonorità di Frankie Laine, per il ballo sulla mattonella.



La padroncina di casa invitava sempre un suo giovanile zio (per le amiche già vecchio): i due ballavano spesso “cheek-to-cheek”, entrambi molto concentrati.
Ci veniva anche Mario G. (oggi noto editore), allora magro e allampanato, che simpatizzava per Carmelina: c’era anche un altro Mario, soprannominato ”Montgomery Clift” per la sua somiglianza con l’attore.

Ho rievocato l’atmosfera simpatica di quelle festicciole in un mio quadro, con tutti i personaggi classici: al centro, l’immancabile ”vamp” della situazione che si “pappava” sempre i ragazzi più carini; euforica, vistosamente vestita di rosso, bionda e cotonata alla “B.B”, ai piedi, le basse ”ballerine”.

Nelle giravolte del rock dalla gonna a ruota o a palloncino si doveva scoprire la rigida sottogonna bianca, ribattezzata, a Napoli, ”parapallo”. Quello dei dischi, solitamente un po’ racchietto, si dava un contegno destreggiandosi fra i suoi ’78 e i ’45 giri, scegliendoli con occhio esperto e non ballando quasi mai. Le ragazze si controllavano nello specchietto delle ”trousses” ricamate di perline, tra una sorsata e l’altra con la cannuccia di caste bibite: lungo le pareti, le sedie per riposarsi fra un ballo e l’altro, le meno carine facevano tappezzeria, con aria assente. Una bella luce centrale e bianca illuminava la festa: niente mezze luci! Se qualcuno per scherzo la spegneva ogni tanto, erano urli e subito veniva riaccesa: un po’ fuori dal cono spietato del lampadario, una coppietta avvinghiata e persa nell’estasi, ma, sulla porta sempre aperta della stanza, ecco un padre vigile e un po’ scocciato che veniva a controllare l’andamento della festa e l’orologio appeso alla parete. Nell’arredo non mancavano mai un gagliardetto azzurro del Napoli, un poster di Elvis (peccaminosamente ”the pelvis”), lo specchio per sbirciarsi, mensole con libri e gadgets “esotici”, che davano un tocco di originalità all’ambiente. Le ”dame” chiacchieravano o flirtavano amabilmente coi ”cavalieri”: fuori il balcone, nell’ombra, una coppietta bisbigliava, tentando di nascondere agli altri la propria “inclinazione nascente”e lo scambio di un primo, timido bacio. Sullo sfondo le ultime luci del tramonto lambivano le cime dei palazzi circostanti, dove già occhieggiava qualche finestra illuminata. Il micio di casa sgattaiolava fra i piedi in movimento degli instancabili ballerini. Per un certo periodo alla comitiva si aggiunse Margot, una ragazzona bionda e forse abbastanza più grande: portava sempre dei guanti, che non toglieva mai: un certo Cesare, corteggiatore non gradito di Liz, su quei guanti, con aria saputa e protettrice, una volta commentò: “è tutta salute che se ne va”… chissà cosa intendeva dire! C’era il bel bruno Enzo.C. (divenuto poi un politico), molto popolare fra le ragazze.

Si andava, naturalmente, alle feste dell’Accademia Aeronautica e a quelle dei ”cappelloni” della Nunziatella. A settembre poi si aspettava la Piedigrotta del Vomero (snobbando un po’ quella di Napoli centro, ritenuta troppo confusionaria e popolaresca: i grandi carri sfilavano lungo l’affollatissima via Scarlatti, in un tripudio di colori e luci, con le orchestrine che suonavano dal vivo gli ultimi successi canori.
Sui marciapiedi, ai due lati del corteo, la folla fluiva vociando: non mancavano gli scherzi, come furtive “mano-morte” sui sederi delle donne, rese quasi lecite dalla Piedigrotta, gli“scopettini”di cartavelina che, spolverandoti simbolicamente la faccia, rischiavano di accecarti, come le palle di pezza lanciate con l’elastico. Qualcuno dietro di te, molto distante, poteva toccarti la spalla con una finta mano guantata di nero, fissata ad una lunga asta, tu ti giravi e non potevi sapere di chi fosse! Dall’alto dei balconi gremiti di spettatori, scendevano poi i ”coppoloni”, grossi cilindri di cartone, calati a sorpresa sulle teste degli ignari passanti. E’ il ricordo di una tradizione ormai scomparsa, il cui svolgimento, allegro ed innocuo, sarebbe forse impensabile nella Napoli di oggi.

Liz e le sue amiche avevano una grande passione, il pattinaggio a rotelle: nel pomeriggio, quando erano libere dallo studio, si ritrovavano in una palestra di via Solimene, o anche in una pista rotonda all’aperto in via Morghen. Liz imparò su di un paio di pattini vecchi regalatole da sua cugina: erano lenti e bisognava forzare per farli avanzare; quando la mamma gliene comprò un paio nuovo fiammante, risultarono velocissimi, quanto frequenti furono le cadute: le sembrava di volare, nel rumore corale, ininterrotto delle tante rotelle sul pavimento polveroso della palestra. In un angolo un po’ riservato una campionessa di pattinaggio, Aurora Ferrero insegnava ai suoi allievi; le comuni pattinatrici autodidatte come Liz e le sue amiche concupivano i suoi costosi stivaletti bianchi, allacciati alle gambe abbronzate e robuste, sotto il gonnellino della tuta. La più piccola delle apprendiste aveva solo cinque anni: con aria di sufficienza eseguiva varie figure, come la ”trottola”, girando velocemente su se stessa sulle ruote anteriori, o l’”angelo”,con una gamba tesa all’indietro ad angolo retto e le braccia aperte..l’”affondo”, l’”egiziana”. Pattinando all’indietro si disegnava con le rotelle una serie di losanghe intrecciate, per poi frenare aprendo i piedi e mettendosi sulle punte, onde far toccare per terra i gommini anteriori. Che invidia! guardando, qualcosa impararono anche le amiche: le ore passavano in fretta e bisognava rientrare.

Una volta Annamaria, la piccoletta precoce, fidanzata con un bel biondo di paese, telefonò a Liz, chiedendole di andare subito da lei per una notizia sensazionale: “aspetto un bambino!”. Tutte emozionate ne parlarono fitto fitto, nel silenzio della cameretta della presunta neomamma ,ma non risultò essere che una semplice mancanza mensile.
Fra loro barattavano dischi e Liz, per ottenere un 33 giri di Juliette Grèco, musa dell’esistenzialismo francese e suo idolo, dovette cedere, con dispiacere, un 45 giri de Los Paraguayos e un EP di Ella Fitzgerald. Pochi fortunati allora avevano il registratore ”Gelosino”.
In estate, ad uno stabilimento marino fra Posillipo e Marechiaro, si giocava anche a mimare i titoli dei films, che bisognava indovinare: al suo turno Annamamaria si stese a terra e, senza alcun imbarazzo, imitò l’agitazione scomposta del corpo durante l’amplesso.. (era una delle pochissime o forse l’unica che lo avesse sperimentato, in quel tempo di severi tabù. Dopo la maturità era ormai fidanzata ufficialmente col suo biondo: i genitori le avevano comprato i mobili per la nuova casa e una Fiat 600, da lei chiamata ”cilestra”, per il suo colore. Una volta ci uscirono in quattro, in un assolato pomeriggio: sul sedile posteriore sedevano Liz e P., uno dei suoi primi flirtarelli-un bel ragazzo eritreo, cadetto dell’Accademia Aeronautica di (allora) Nisida. Annamaria, con affianco il suo ragazzo, guidò fino ad Agnano, cercando un luogo tranquillo: si fermò nel piazzale deserto davanti all’Ippodromo e con la solita disinvoltura tese un golfino o una stoffa a mo’ di sipario, fra i due ordini di sedili, per creare un po’ di “privacy”. Liz e P., limitandosi a qualche bacetto e abbraccio, senza altri esiti, (respinti da lei), un po’ imbarazzati, sentivano languidi sospiri provenire da dietro all’improvvisata tendina. Annamaria prestava spesso la macchina al suo promesso; proprio in quella piccola alcova, in seguito, scoprì le prove del duplice tradimento di lui, quasi alla vigilia delle nozze. Il bell’E. aveva un’altra ragazza e in più si “teneva” anche una donna sposata! In preda a rabbia e dolore lo mollò subito, si trasferì in Toscana ed in un solo mese sposò un certo A. – che non amava- per superare lo smacco. In una lettera a Liz, grondante simulata felicità, le comunicò di essere molto contenta del suo sposo, che lui la adorava, le portava la colazione a letto, con fiori e poesie dedicata a lei. Liz seppe poi che A.Maria aveva avuto un bambino, ma, ammalata di cancro, ne morì presto; sua madre, per il dolore, le sopravvisse di poco. Ancora oggi Liz, passando per via Martucci, guarda a quella finestra fiorita da dove, affacciata, la sua amica aspettava il suo arrivo.
In quante strade ed angoli della Città potrebbero vagare i miti fantasmi di tanti amici scomparsi o persi di vista lungo il cammino della vita.

L’Accademia Aeronautica organizzava le feste del ”Pinguino”(o “Pingue”- così erano chiamati quelli del 1° corso). Molte ragazze vi venivano invitate: il cavaliere in divisa di ognuna le regalava la spilletta con lo spadino e la statuetta in ceramica del proprio corso. Liz finì per innamorarsi del bell’eritreo, inizialmente poco incoraggiato: per il suo colore, a quel tempo si nutrivano ancora delle remore. Ma proprio allora lui finì i suoi corsi a Napoli, per continuarli a Foggia ed in altre destinazioni obbligate: Liz lo rivide a Reggio Calabria, dove lui aveva la famiglia: fu loro ospite per qualche giorno. Durante la notte si alzò per andare in bagno, sperando che lui la sentisse e la raggiungesse almeno per un furtivo bacio, ma una matura zia del ragazzo, subito sveglia e vigile, fece sfumare questo tentativo. P., esperto pilota di aerei, sembrava avere una vocazione agli incidenti a terra! Andando da soli insieme al mare, fra Scilla e Catona, la Vespa sbandò in curva per la velocità, finirono a terra, per fortuna senza danno: lui ammirò molto il coraggio di Liz in quella situazione. Una volta sulla spiaggia deserta, fecero il bagno: lui in acqua si tolse il costume: come una piccola statua di ebano,si beava della frescura e trasparenza del mare.. Dopo, con insistenza, finì per convincere Liz, sebbene riluttante, ad entrare dentro una delle vecchie casematte sparse sulla spiaggia, una volta dentro però, ancora una volta, lei, suo malgrado, gli resistette: allora la verginità delle ragazze era da difendere strenuamente, contro ogni seducente tentazione! I ragazzi si vendicavano accusandole di essere frigide o anormali: P.voleva essere il primo, ma non lo fu. Liz, piangendo, in parte pentita della sua rinuncia, prese il treno per Napoli, convinta di aver perso il suo amore. Fecero in tempo a rifarsi in qualche breve incontro prima che, nell’ autunno di quello stesso anno, una sua lettera scritta a P. le tornò indietro con la semplice scritta ”al mittente”: lei ebbe poi la notizia che lo spericolato ragazzo era morto a 20 anni in un ennesimo incidente, correndo di notte con la sua moto.

Questo primo contatto sentimentale con l’Africa segnò tutta la vita e il destino di Liz. Conobbe poi Ab., quello che sarebbe diventato, in seguito, l’uomo della sua vita: maghrebino, abbastanza più grande di lei. Continuarono gli inviti all’Accademia Aeronautica, che era stata trasferita a Pozzuoli. L’ aspettava alla festa Guido N., un biondino romano, occhi chiari, allievo ufficiale”anziano” – e per questo, dovendo svolgere mansioni di accoglienza, la lasciava ogni tanto da sola. Liz notò un bel ragazzo un po’ scuro di pelle, con uno stemma a caratteri arabi nel fregio del cappello a visiera. ”Lei è del Marocco?” chiese timidamente e lui, in italiano un po’ stentato: ”No, sono libico”. Cominciarono a parlare e a ballare insieme. Guido, impossibilitato a dedicarsi a lei, la sorvegliava, preoccupato che il novellino gli soffiasse la ”dama”. Lei lasciò il suo numero di telefono a M.E.F. (il libico), si rividero a casa di lei il ragazzo venne a farle una visita con un suo amico e connazionale, carino anche lui. Che però poi se ne andò prima, quando capì che lei preferiva il primo: chiacchierarono molto, si piacevano; una volta al cinema lui tentò di baciarla, ma lei, già parzialmente impegnata con Ab, aveva delle remore e lo bloccò, suo malgrado, con un ”non è il momento”! L’autocensura dei costumi e l’obbligo morale di fedeltà ad Ab. la condizionavano,anche se a M.E.F. teneva molto…non vi sarebbe stata mai più un’altra occasione. Gli anni passarono, lui tornò al suo Paese, diventò un ministro, a fianco del suo Capo di stato, che però in seguito, disapprovando un’azione bellica isolata dell’ ex-cadetto, compiuta senza il suo permesso, lo schiaffò in un carcere per politici. Dopo anni M.E.F ne uscì, si sposò, ma lui e Liz non si erano mai dimenticati. Le telefonò da Londra , dove era per affari: ”una voce dal passato”, emozionato, disse a lei che, incredula e commossa, lo riconobbe, dopo tanti anni.. Ma si era intanto sposata con Ab, era già madre di quel (cresciuto) bambino, l’attesa del quale M.E.F. dovette indovinare, sotto la casacca dissimulante di Liz: era il 1962, ad Ischia e fu l’ultima volta che si incontrarono, per caso. Niente ormai poteva essere più recuperato: poco dopo il matrimonio a lui morì la giovane moglie, il giovane tornò ancora una volta nel suo Paese, dove, risultando forse scomodo al grande Capo, si mormora che sia stato poi eliminato!

Strade di Napoli, quasi ogni angolo un ricordo, da via Chiaia, oscura e brulicante, alla piazzetta Augusteo: la funicolare, simbolo di incontri possibili o non: quando, seduta sui sedili che allora erano di legno, Liz vedeva scendere – o salire in senso opposto – l’altra carrozza, al cui passaggio rapido gli occhi fibrillavano, cercando inutilmente di individuare volti conosciuti negli scompartimenti. Le due carrozze venivano veloci l’una verso l’altra, come scansandosi all’ultimo momento, sopra le grandi rotaie, i cavi e gli ingranaggi neri. Come le funicolari o le scale mobili, che si sfiorano senza mai fermarsi, simbolo quasi onirico di coincidenze mancate, in ognuna delle due direzioni si portano via, all’opposto, i destini di esseri che avrebbero potuto forse amarsi, essere felici insieme, cambiare le loro vite, sopravvivere…
Liz ricorda, ricorda… Non è più quella ragazza del Vomero: traumi ed eventi, gioie e difficoltà l’hanno segnata, in parte logorata, ma non demolita del tutto: per ora è ancora qui, col suo prezioso bagaglio di memoria.
Guarda assorta, soprappensiero, vivere la Napoli irriconoscibile di oggi – ed ha appena finito di scrivere questo racconto.

Ena Villani, giugno 2006.

Altre opere e informazioni sull’artista sono reperibili nel sito www.enavillani.com

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