Appunti di viaggio in Costarica

di Claudio Perotti –
Ho deciso di buttar giù questi appunti fondamentalmente per 3 motivi.
Innanzi tutto per avere una traccia grazie alla quale il ricordo può mantenersi sempre vivo, per il piacere di rivisitare con il pensiero quei momenti che oggi, a poca distanza dal rientro, sono ancora limpidi, ma che domani, inevitabilmente, il tempo offuscherebbe.
Poi perché sono un grande appassionato di viaggi, amo parlarne e mi rallegra poter raccontare questa mia esperienza vedendola pubblicata su un sito web tematico.
Infine perché mi piacerebbe essere almeno un po’ d’aiuto a qualche altro viaggiatore, nella speranza che possa condividere le stesse gioie, evitando gli stessi errori. La prima parte, “Impressioni di viaggio”, è un piccolo sunto di quelle che, a mio avviso, sono le caratteristiche più interessanti del Costa Rica.
La seconda parte, “Diario di viaggio”, è una cronaca quotidiana di ciò che ho vissuto io e i compagni del gruppo di cui facevo parte.

Invito chiunque desideri avere notizie di dettaglio su questo viaggio, a contattarmi all’indirizzo: claudiomail@tiscalinet.it
Claudio.

COSTA RICA:
Impressioni di viaggio.

Il paesaggio:
Estremamente vario. Si passa dalle ampie spiagge del Pacifico, orlate di palme e con le lunghe onde del suo mare, alle nebulose vette dei vulcani (Poàs 2.700, Irazù 3.400), passando per sconfinati bananeti e per pascoli con tanto di mucche. Ce ne è per tutti i gusti, in Costa Rica. E’ comunque il tropico a farla da padrone, in tutte le sue espressioni più esuberanti, i colori, la luce, le piante, i fiori.

Il territorio:
Ma quale è il motivo fondamentale per cui si decide una vacanza in Costa Rica? Senza dubbio i parchi. La natura. Le foreste. Vi sono svariati ecosistemi, ognuno dei quali genera la propria flora, la propria fauna. Il Costa Rica possiede decine tra parchi nazionali, aree protette, riserve naturalistiche ecc. E’ all’avanguardia, tra i paesi del terzo mondo, per quanto riguarda la protezione e la valorizzazione del suo enorme patrimonio naturale. E’ tangibile l’impegno rivolto all’educazione verso il rispetto della natura.

Il clima:
Durante il nostro soggiorno (dal 23 febbraio al 9 marzo), è stato eccellente. E’ la stagione secca, quindi caldo in pianura, più fresco sui rilievi. Non ha mai piovuto. Nemmeno sulla costa atlantica, dove a causa del suo particolare clima estremamente umido, gli acquazzoni sono all’ordine del giorno anche nella stagione secca.

Il paese:
Il Costa Rica, fa parte dell’America istmica. Confina con Nicaragua e Panama ma a differenza dei suoi vicini, gode di stabilità e di un relativo benessere, essendo stato immune, in tempi recenti, da tensioni sociali e politiche.

La gente:
Non vi si trova certo il folklore delle altre popolazioni del centro-sud america! Apparentemente non vi è un’identità particolare che li accomuna. Non ci sono usi, costumi, colori o manifestazioni evidenti che contraddistinguono la tradizione popolare.
In genere le persone, se non sono in qualche modo direttamente interessate, sono abbastanza indifferenti nei confronti del turista. Qualsiasi forma di assillo o di pressione di vario genere, sono completamente assenti.
Il Costa Rica (capitale inclusa) non è certo pericolosa come altri paesi del centro-sud america. Per le strade extra-urbane di tanto in tanto si incrocia qualche pattuglia di polizia stradale, mentre per le vie di S. Josè è facile incontrare ronde di poliziotti a piedi, specialmente di notte.

Gli alberghi:
Il ventaglio dei prezzi è estremamente ampio. Da un minimo di 5 dollari a testa a notte in su. Noi abbiamo spesso optato per sistemazioni molto spartane, a volte arrangiati in 3-4 occupanti per stanza. Comunque, considerando che si tratta di un paese del terzo mondo, il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori.

Gli spostamenti:
Esiste una discreta rete stradale, anche se alcune zone vi sono dei lunghi tratti sterrati. Ci siamo spostati con un pullmino a noleggio, con con autista, percorrendo più di 2000 Km, toccando la costa atlantica, gli altopiani centrali, la costa del pacifico e l’estremo sud. Comunque i mezzi pubblici (autolinee) collegano con una certa frequenza tutti i maggiori centri tra loro.



Il mare:
E’ senza dubbio il paradiso dei surfisti. Onde lunghe e ampie spiagge. Di contro, la possibilità di snorkeling e nuoto, lascia molto a desiderare.

La vita notturna:
Decisamente scarsa. I locali, intesi come discoteche, disco-bar e simili, sono rari. Esiste qualche cosa a S. Josè ed a Jaco. Per il resto è tutto limitato a ristoranti e bar.

A tavola:
Vi è un buon numero di ristoranti e di “sodas” (una via di mezzo tra ristorantini e snack-bar), che permettono di pasteggiare anche a prezzi molto contenuti. Riso e fagioli neri compongono la base di quasi tutti i piatti costaricensi, le cui varianti sono invece composte da uova, pollo, manzo o pesce.
Buona la frutta (ananas, papaie e banane), servita ovunque.

Cosa vedere e come:
Questo è l’aspetto più delicato e importante di tutti. Una buona riuscita di un viaggio di questo tipo dipende in larghissima parte dall’aspetto logistico, da come si organizzano gli spostamenti in funzione delle distanze da percorrere, a quello che si vuole vedere, a quanto tempo dedicarvi, a dove pernottare. Ripeto, gestire in modo preciso questi aspetti è fondamentale per la buona riuscita del viaggio. In linea di principio è assolutamente auspicabile entrare nei parchi il più presto possibile alla mattina (circa alle 07:00). Questo per avere maggiori possibilità di avvistare animali (per le foreste) e per godere delle condizioni atmosferiche migliori (per i vulcani). Ne consegue la necessità di pernottare il più vicino possibile ai luoghi che s’intende visitare e sopportare le relative levatacce. Non è facile coordinare tutto questo avendo poco tempo a disposizione e tanto da vedere! Considerando anche il fatto che in alcuni tratti le strade sono sterrate o strette o di montagna, e quindi i tempi di percorrenza diventano abnormi rispetto ai chilometri percorsi. Quindi, lo ripeto ancora una volta, è fondamentale avere una tabella di marcia precisa predisponendo un itinerario in funzione dei giorni a disposizione.

Cosa mi ha più colpito:
In genere, tutto ciò che ha a che vedere con la natura, le foreste, i vulcani. In particolare tengo però a citare cosa assolutamente non ho mai visto in nessun’altra parte al mondo; e cioè:
* La larghissima diffusione delle piante epifite; cioè quelle piante che crescano su altre piante, utilizzando queste ultime come sostegno. E’ uno spettacolo vedere questi alberi i cui tronchi e rami sono avvolti da felci, dieffenbachie e chissà quali altri tipi di piante. Oserei dire che un albero su due in Costa Rica è protagonista di questo fenomeno, mai visto prima con questa frequenza.
* I bradipi. Oltre a scorgerli in 2 – 3 occasioni nella foresta, attaccati ai rami, ho avuto la fortuna di ammirarne uno a un palmo di distanza, un cucciolo trovato a terra pochi giorni prima e momentaneamente ospite presso “un centro d’accoglienza”, che lo ridarà alla foresta non appena possibile. Penso che siano tra gli animali più strani e dolci al mondo. Non ci sono altre parole per descriverli.
* I morfi blu. Delle farfallone che definirei fiabesche, nel modo di volare, colore e dimensioni.

COSTA RICA:
Diario di viaggio.

Venerdì 23/02/2001:
Inizia il viaggio. Partenza da Roma Fiumicino alle 10:35, scalo ad Atlanta di 3 ore circa e ripartenza per S. Josè, dove arriviamo intorno alle 22:00 ora locale. Ad attenderci all’aeroporto c’è un pullmino dell’agenzia con la quale ci siamo messi in contatto dall’Italia già qualche giorno prima della partenza. Le strade sono poco trafficate e percorriamo la distanza che separa l’aeroporto a S. Josè in circa 30 minuti. E’ buio pesto, dal finestrino non si riesce a farsi un’idea di come sono i dintorni, solo le luci al neon delle insegne pubblicitarie (anche qui!) rompono l’oscurità. Entriamo in città e anche qui si vede poca gente in giro. Pernottiamo all’hotel “Bienvenido”. Zona centrale, ma piuttosto squallida (come del resto, anche l’albergo!). Prezzo 9 dollari a testa, sistemazioni in camere doppie, molto spartane, con bagno privato con acqua calda che a volte c’è e a volte no.

Sabato 24/02/2001:
Sveglia alle 07:00 (un lusso, non capiterà più!). Alle 14:00 abbiamo appuntamento con il titolare dell’agenzia che ci noleggerà il pullmino. Dovremo definire itinerario, prezzo e i termini del contratto.
Alle 08:00 il gruppo (siamo in 12 persone) si raduna e cominciamo la visita a S. Josè. Innanzi tutto colazione. Dove? Da “Manolo” (Avenida Central), locale consigliatoci dal ragazzo della reception dell’albergo. Posto decisamente artificiale, per turisti, caro e con personale abbastanza scortese. Paghiamo intorno ai 3,5 dollari a testa per una colazione misera in quantità e qualità.
Giriamo per le strade del centro. Tutti concordiamo nel dire che questa S. Josè è decisamente bruttina. Anonimi caseggiati, negozi e poco altro. Qualcuno di noi cambia un po’ di dollari in valuta locale (1 dollaro = 320 colones, 1 colone = 6,8 lire italiane). Ci dirigiamo nella piazza centrale, dove si trova il Museo d’Oro Precolombiano. Purtroppo è chiuso per restauro, dobbiamo ripiegare verso un’altra meta. Decidiamo di visitare il Museo Nacional, a circa un quarto d’ora di cammino. Il biglietto costa 200 colones, l’edificio che ospita il museo racchiude anche un bel giardino. Il museo, piacevole, raccoglie reperti e testimonianze a tutto campo della storia del Costa Rica, dalle popolazioni precolombiane ai giorni nostri. Pranziamo alla soda “La Central” dove assaggiamo, per meno di 2 dollari a testa, il nostro primo gallo pinto con pollo. All’ora prestabilita ci rechiamo nella hall dell’hotel “Bienvenido”, dove facciamo conoscenza con Fabio Vega, titolare dell’agenzia “Velero del Rey”. Sconsiglio vivamente questa agenzia a coloro che vorranno visitare il Costa Rica seguendo la stessa formula da noi adottata. I motivi si evinceranno ora e in seguito. Proponiamo l’itinerario (già comunicato allo stesso Fabio Vega qualche giorno prima via e-mail), ma ci viene detto (solo ora) che non è possibile impostare il giro come lo avevamo concepito noi. Motivo? Ha addotto a spostamenti troppo lunghi, a strade troppo brutte ed a altri particolari che, poi, si sono rivelati delle vere e proprie scuse. Probabilmente vi era qualche motivo a noi sconosciuto, oppure semplice pigrizia mentale (la sua), dato che il tour da noi studiato e proposto si discostava in parte da quello standard adottato da altri gruppi. Fatto è che noi, ad inizio viaggio, non avevamo elementi certi per capire che ciò che asseriva potesse essere verosimile oppure no. Altro motivo di accesa discussione, il prezzo per il noleggio del pullmino. Chiede 160 dollari al giorno. Prezzo esorbitante, visto che fino ad un anno prima altri gruppi pagarono 120 – 125 dollari. Dopo 2 ore di estenuanti trattative, concordiamo tragitto e prezzo: 140 dollari al giorno.
Sono quasi le 17:00. Finalmente partiamo. Destinazione Limon, sulla costa atlantica. 157 Km separano S. Josè da Limon. La strada è buona, arriviamo in 3 ore. Lungo il tragitto, attraversiamo il parco Braulio Carrillo, che si trova nella zona degli altopiani centrali. Si estende su un’area molto vasta, per buona parte montana e ricoperta da foreste primordiali. I panorami sono a dir poco suggestivi. La vegetazione è rigogliosissima. Felci, strane piante e palmizi: tutto di dimensioni gigantesche. Ad aumentare la suggestione, le prime ombre della sera e le nuvole basse, che creano un’atmosfera veramente primordiale. A mano a mano che scendiamo dall’altopiano e ci si dirige verso le pianure dell’Atlantico, cominciano a comparire i primi bananeti che aumentano sempre di più, all’avvicinarsi della costa. Ad un certo punto spuntano prepotenti, uno dopo l’altro, gli enormi complessi delle multinazionali della frutta. Dole, Del Monte, Chiquita, in ordine d’estensione. Grandi piazzali che contengono motrici di TIR, containers e hangar, tutto illuminato da potentissimi riflettori.
Alle 20:00 arriviamo a Limon. E’ un paesone decisamente brutto e insignificante, ma è una tappa obbligata verso la nostra meta: il parco di Tortuguero. Pernottiamo all’hotel “Centro Conferencia Episcopal” (10 dollari a persona). Si presenta malissimo, l’ingresso è a dir poco squallido, i gestori tutt’altro che simpatici. Fortunatamente le stanze sono invece pulite, ampie, con bagno privato ed un minimo di arredamento funzionale. Una doccia veloce e appuntamento per la cena. Andiamo al ristorante “Park”. Mangiamo abbastanza bene, spendendo circa 8 dollari a testa. Qualcuno assaggia per la prima volta il cheviche , specialità costaricense, si tratta di pesce crudo marinato nel limone, con aglio, cipolla e coriandolo. Qui incontriamo Alfred Brown (mandatoci da Fabio Vega), con il quale contrattiamo l’escursione a Tortuguero. Dopo una breve trattativa, svoltasi alla presenza del nostro autista Diego, in inglese e spagnolo, grazie anche all’aiuto di una componente del gruppo la quale parla spagnolo (il suo aiuto è stato fondamentale in più di un’occasione), si pattuisce la cifra di 40 dollari ciascuno per il trasferimento su lancia da Puerto Moin a Tortuguero e viceversa, più la visita del parco.

Domenica 25/02/2001:
Appuntamento con il gruppo alle 07:00 nella hall dell’albergo. Colazione e partenza verso Puerto Moin. Una ventina di minuti di pullmino separa Limon da Puerto Moin. Passiamo nei pressi del porto commerciale, dove sono alla fonda le mastodontiche navi bananiere della Dole, cariche di containers. La giornata è luminosissima. Un tripudio di fiori e di colori ci accompagna all’imbocco del canale dove ci attende l’imbarcazione che ci porterà a Tortuguero. Partiamo. 77 chilometri di navigazione all’interno di corsi d’acqua è il tragitto che ci attende ed è una delle esperienze più belle dell’intero viaggio. Questi canali si allargano, si stringono e la vegetazione color smeraldo è fittissima e copre completamente le rive. Vediamo uccelli di tantissime specie, ogni tanto qualche scimmia, iguane, due bradipi (purtroppo un po’ troppo lontani), due basilischi, qualche caimano, qualche tartaruga. Disporre di un binocolo è fondamentale, per poter scorgere gli animali tra i rami impenetrabili degli alberi e nelle intricatissime mangrovie, per catturarne i particolari. Tutti a bocca aperta, a guardarsi intorno, in attesa del prossimo avvistamento, anche se la sola flora basta a riempire gli sguardi, tanta ne è la bellezza. Dopo 5 ore arriviamo a Tortuguero. E’ un piccolo paese di abitazioni modeste e discrete, non c’è asfalto, le strade sono dei sentieri in cemento, terra battuta, ghiaia, o addirittura erba. Tutto, ovviamente, immerso nel verde, fiori e piante ornamentali che crescono spontanee o quasi. Luogo estremamente piacevole, questo paese, racchiuso da una parte dal canale dal quale siamo arrivati e dall’altra dal mare. Quel mare, ci confermano, da cui tra luglio e settembre emergono frotte di tartarughe verdi che nidificano sulle spiagge di Tortuguero. Ora neanche l’ombra, siamo clamorosamente fuori periodo! Cerchiamo Morena, una signora italiana trasferitasi qui da qualche anno, la quale gestisce assieme al suo socio Beppe delle cabinas, dove intenderemmo passare la notte. Avevamo chiesto a Fabio Vega di mettersi in contatto con lei per avvertirla del nostro arrivo. Non lo ha fatto. Morena non ne sapeva nulla e non aveva più posto. Morena e Beppe sono dei tipi molto disponibili e cordiali. Ci hanno aiutato a trovare un’altra sistemazione. “Cabinas Ara Cari”. 7 dollari a notte a testa. Camere doppie e triple molto piccole, estremamente spartane, bagno privato con acqua fredda.
Il resto del pomeriggio lo passiamo passeggiando piacevolmente sulla spiaggia e per le vie del paese. Ceniamo in un ristorantino, consigliatoci da Morena, gestito da tre-quattro signore nicaraguensi. “Miriam” è il nome di questo locale. La cena è ottima ed abbondante (provare i gamberoni di fiume) e le donne che servono e cucinano sono simpatiche e sorridenti. Paghiamo 6 dollari a testa. La soddisfazione è tale che concordiamo anche la colazione per il mattino successivo.

Lunedì 26/02/2001:
Levataccia: alle 6:00 abbiamo appuntamento con il barcaiolo che ci accompagnerà nel cuore del parco di Tortuguero. Tutto il gruppo è puntuale e in perfetto orario saliamo sull’imbarcazione. Si parte, e lentamente cominciamo a costeggiare il canale principale. Forse troppo lentamente….il tempo passa e l’entrata del parco non si vede. Insospettiti, chiediamo spiegazioni al barcaiolo e questi candidamente ci dice che Alfred Brown gli ha detto che non sarebbe dovuto entrare nel centro del parco, ma che sarebbe stato sufficiente un giro così, nei dintorni. Apriti cielo, che notizia! Dietro-front. Ordiniamo al barcaiolo (che sembra in buona fede) di portarci immediatamente all’entrata del parco. Ma perché tutto questo? E’ ormai evidente, quel mascalzone del signor Brown intendeva lucrare sul costo del biglietto d’ingresso (6 dollari a testa), compreso nella tariffa pattuita. Quando, due sere prima, contrattammo il prezzo dell’escursione a Tortuguero, fummo chiarissimi, e la descrizione di ogni servizio fu esplicitata e ripetuta in inglese, in spagnolo e alla presenza di 5 persone. Non si tratta di un’incomprensione, ma di dolo vero e proprio. Avrà pensato: “A questi gli faccio fare un giro nei dintorni, tanto mica se ne accorgono…” Errore, ce ne siamo accorti. Non siamo stati così gonzi. Alle 7:45 arriviamo all’ingresso del parco. Paghiamo i 6 dollari del biglietto ed entriamo. Chiaramente, la visita è un po’ pregiudicata, in quanto abbiamo perso 2 ore di tempo. Nei parchi si entra presto la mattina per un preciso motivo, e cioè avere più possibilità di vedere animali. Inoltre dovremo fare un po’ tutto di fretta……. A mano a mano che ci si addentra, i canali si fanno sempre più stretti e la vegetazione che cresce sui lati forma quasi un tunnel. Animali effettivamente ne vediamo pochi, a parte un caimano, un’iguana e qualche uccello, ma l’impressione di attraversare la giungla è una sensazione chiara e forte che ammutolisce. Ad un certo punto arriviamo ad un sentiero nel quale è facile trovare la famosa rana rossa. Lasciamo la nostra imbarcazione e ci addentriamo a piedi in questo intricato viottolo. Dopo poche decine di metri riusciamo già a vederne qualcuna. Si tratta di minuscole rane, grosse quanto un’unghia di un dito, di colorazione rosso-arancione e dalle zampe nere. Un quarto d’ora circa e ritorniamo alla lancia.
Riprendiamo la via del ritorno e poco dopo le 10 arriviamo al paese. Facciamo colazione da “Miriam” con te, caffè, uova pane tostato marmellata e tanta frutta. Prezzo: meno di 2 dollari a testa. Ringraziamo e salutiamo quello che si rivelerà uno dei migliori ristoranti del viaggio. Alle 11:00 siamo di nuovo sulla barca che ci riporterà a Puerto Moin. Alle 15:00 arriviamo a destinazione. Diego (il nostro bravo autista) ci sta aspettando con il grosso dei bagagli già caricati. Gli raccontiamo dello spiacevole inconveniente capitato e anche lui ci conferma che gli accordi presi erano chiari: 40 dollari a testa comprensivi del biglietto d’ingresso. A questo punto non vediamo l’ora di rincontrare Mr. Brown, per dirgliene quattro e riprenderci, almeno, i 6 dollari dell’entrata del parco. Lo andiamo a cercare all’ufficio suo, non lo troviamo. Andiamo a casa sua, non lo troviamo. E nessuno ci sa dire dove sia o quando torna. Non possiamo aspettare oltre, dobbiamo arrivare a Cahuita prima di sera. Telefoniamo all’altro galantuomo (don Fabio Vega), e lo mettiamo al corrente dell’accaduto, dato che è stato proprio lui a indirizzarci a Mr. Brown. Si dice dispiaciuto e s’impegna a mettersi in contatto con il fuggitivo per trovare una soluzione all’incresciosa situazione.
Partiamo alla volta di Cahuita. Sono ancora i bananeti ad avere il sopravvento su qualsiasi altra forma vegetale che incontriamo. Alle 17:00 arriviamo a Cahuita. E’ un paese piccolo, simpatico, sonnacchioso (di giorno) e l’atmosfera è molto freak. Non riusciamo a trovare alloggio per tutti presso la stessa struttura. Ci dividiamo. 8 persone trovano posto presso la “Cabinas Smith”, gli altri 4 presso “Cabinas Surfside”. Il prezzo è per tutti di 6 dollari a testa in camere doppie, ma la sistemazione migliore è certamente presso “Cabinas Smith”. Più curate, più pulite, più spaziose i cui proprietari, una coppia di anziani di colore, sono di poche parole ma di sguardi molto profondi. Facce oneste e leali. Ceniamo al ristorante “Los Palenques”. Una bella struttura in legno, a forma di capanna, semiscoperta e ben tenuta. Dopo cena, il giudizio su questo ristorante è stato abbastanza diverso, tra le dodici persone del gruppo. Alcuni asseriscono che non è stato nulla di che. Per quanto mi riguarda, ho preso un pescione alla griglia con contorno di riso, insalata e patate. Buonissimo. Una volta finito, facciamo quattro passi nel paese. Ora, che è sera inoltrata, è più evidente l’anima “hippy” e “sballona” di questa simpatica località. Passiamo nei pressi di un paio di locali, dove alle note di musica reggae vediamo bere e fare baldoria. Incrociamo diversi rasta, poi ad un certo punto c’è un black-out. Così sparisce anche la poca illuminazione presente nelle strade. Per fortuna abbiamo delle torce, così arriviamo abbastanza agevolmente ai nostri alloggi. Appuntamento a domani mattina alle 07:00.

Martedì 27/02/2001:
Con la solita puntualità che oramai caratterizza il gruppo, ci si incontra all’ora stabilita. Anche oggi è una magnifica giornata di sole. Colazione e via, verso il parco di Cahuita. L’entrata è successiva alle ultime abitazioni del paese, termina l’agglomerato urbano, inizia il parco. Un piccolo ponte di legno, sopra un ruscello, separa le due realtà. L’ingresso costa un dollaro. Vi è un solo sentiero lungo 7 km che attraversa il parco, che arriva alla stazione delle guardie forestali di Puerto Vargas. E’ lì che ci diamo appuntamento con Diego, il nostro autista, verso mezzogiorno. E’ una piacevole camminata, tranne un breve tratto fangoso, il percorso è pianeggiante e in buone condizioni. E’ completamente immerso nella vegetazione e costeggia il mare. Il colpo d’occhio è notevole, una lunghissima striscia di sabbia lambita dalle onde, con le folte palme che vi si affacciano……non male! Animali visti: scimmie cappuccino, qualche coloratissimo granchio, diverse processioni di formiche tagliafoglie e una di formiche legionarie. E’ sbalorditivo vedere le vere e proprie autostrade che questi insetti, numerosissimi, tracciano. Qualcuno del gruppo ha pure visto un grosso serpente giallo. Dopo una sosta e un bagno ristoratore, giungiamo al termine del parco, dove Diego ci sta aspettando con il pullmino. Partiamo per Turrialba, località sita nell’altopiano centrale, strategica per la visita al vulcano Irazù. I chilometri sono molti, e li copriamo in tre ore e mezzo. Il primo tratto di strada è piuttosto stretto e lento, e le campagne circostanti sono ancora ricoperte di bananeti. Dopo la prima ora, il paesaggio si fa più vario, e si ripropone in tutta la sua magnificenza. Piante, alberi, fiori, cascate di ibiscus e di bouganville. Arriviamo a Turrialba e prendiamo alloggio presso l’hotel “Turrialba”. Le stanze sono dignitose. Sistemazioni in camere doppie con bagno privato e acqua calda. 9 dollari a testa. Facciamo una passeggiata per il paese, operoso, dove abbiamo la piacevole sensazione d’essere gli unici turisti, ubicato alle pendici dei primi contrafforti montuosi. Cena al ristorante “Turrialtico”, consigliatoci dal proprietario dell’hotel. E’ situato a 9 km dal centro abitato, verso le montagne. Il ristorante è piuttosto elegante e da lì si gode la vista di tutta la vallata sottostante. Si mangia bene, soprattutto la carne è squisita. Paghiamo 10 dollari ciascuno.

Mercoledì 28/02/2001:
Alle 07:00 ci troviamo fuori dall’hotel, carichiamo i bagagli e cerchiamo un posto per fare colazione. Diego si ferma in una specie di bar-panificio-pasticceria. Ottima scelta, merita veramente. Ampia scelta di dolci e di paste, tutto squisito. Con 1 dollaro ci si prende caffè e 2 porzioni abbondanti di dolce. Il nome di questo locale è “Panaderia La Castellana”. Partiamo alla volta del primo dei tre vulcani che ci siamo prefissi di visitare in questo viaggio: il vulcano Irazù. Il cielo è terso, il sole splendente, l’ideale per salire a quota 3.400, tanta è l’altezza del cratere. A mano a mano che si sale, si cominciano a vedere le prime piante del caffè. Anche questo tratto ci dona dei paesaggi stupendi. La vegetazione tropicale è sempre presente con i suoi fiori ed i suoi palmizi, ma ora cede il passo anche a dei prati verde smeraldo ed al verde più cupo delle piante del caffè, le quali diventano sempre più frequenti. Di tanto in tanto si scorgono le “fincas”, le fattorie alcune delle quali hanno anche il loro bravo recinto con tanto di mucche al pascolo. Ci vogliono quasi un paio d’ore per percorrere i 70 km che separano Turrialba dall’entrata del parco dell’Irazù. Paghiamo i soliti 6 dollari d’ingresso e dopo pochi minuti arriviamo alla meta. Sono le 09:30, l’aria punge, ma il bel sole scalda quanto basta per non aver bisogno delle felpe. C’incamminiamo lungo il bordo del cratere. Il sentiero principale non è più lungo di 1 chilometro, vi sarebbero anche altre camminate, ma per motivi di tempo dobbiamo rinunciarvi. Dopo poche decine di metri, innanzi ai nostri occhi si apre uno scenario mozzafiato. Nel cratere sotto di noi compare un lago, di una colore verde intenso, che definirei irreale, tanto è forte e tanto contrasta con le pendici brulle e terrose. E sullo sfondo, oltre il limite opposto del cratere, più in basso, le nuvole. E’ difficile descrivere la bellezza e l’immensità di tutto quello. Proseguiamo, lenti, il cammino fino a raggiungere la fine del sentiero, dopodichè, sempre lentamente, ritorniamo. Fioccano le fotografie, tutti vorrebbero fermare quelle immagini, quelle sensazioni. Raggiungiamo il pullmino, nei pressi del quale c’è un grosso cespuglio di campanule rosse, dove abbiamo modo di scorgere i primi colibrì. Partiamo, purtroppo i ritmi serrati dell’itinerario scelto ci impongono una continua lotta contro il tempo. Dopo una trentina di km scendiamo a Cartago, dove ci fermiamo per una sosta e visitiamo la famosa cattedrale, tanto decantata su ogni guida. Per noi italiani, abituati alle nostre meraviglie architettoniche, non sarebbe proprio nulla di che, se non vi fosse la particolarità dell’interno, completamente ricoperto di legno. Non lo definirei bello, ma senz’altro molto particolare, di uno stile indefinibile. Entriamo, è in corso una funzione religiosa (oggi è il mercoledì delle ceneri, ah già…) e da come ci guardano non devono essere molto abituati a ricevere turisti, qui. Ripartiamo e in meno di mezz’ora raggiungiamo la prossima nostra meta, i giardini botanici Lankester. Il biglietto costa 4 dollari e ne vale senza dubbio la pena. Si tratta di un luogo estremamente curato, dove si trovano raccolte tantissime specie di orchidee ed è un po’ il riassunto di tutta quella che è la flora del Costa Rica. E’ delizioso passeggiare per i viottoli, ammirando i migliori esempi delle piante epifite, le fantastiche orchidee, o gli enormi bambù. Ci restiamo un paio d’ore, dopodichè riprendiamo il viaggio verso S. Josè. Circa a metà strada ci fermiamo per visitare la finca S. Antonio, dove viene lavorato il caffè. Un dipendente ci accompagna all’interno per una visita e ci illustra tutte le fasi della lavorazione, dal suo arrivo avvolto nel frutto verde e rosso, alla sua completa trasformazione in chicchi torrefatti e macinati. Al termine della visita, ognuno di noi ne acquista almeno una confezione. Prezzo 1.000 colones (circa 3 dollari) il chilo. Prezzo un po’ sospetto, qualcuno asseriva che era troppo basso. Il caffè è risultato invece buono (provato a casa!). Tutti sul pullmino, per dirigerci a S. Josè, al caro (si fa per dire) hotel “Bienvenido”. Ma prima, una sosta all’ufficio di Fabio Vega, per sapere se la conferma dei voli di rientro è Ok per far presente ancora una volta la mascalzonata fatta dal signor Alfred Brown. Ci accoglie sempre sorridente, ci dice ha provveduto personalmente alla conferma dei voli e che per quanto riguarda Mr. Brown, si sarebbe impegnato a farci riavere i soldi al nostro rientro a S. Josè, l’ultimo giorno. Oramai è quasi buio e fa piuttosto freddo, torniamo all’hotel “Bienvenido”, ci accomodiamo e ci accorgiamo che nessuno ha l’acqua. Per problemi di pressione, ci dicono. Usciamo a cena e troviamo tutta S. Josè completamente bloccata causa l’incontro di calcio Costa Rica – Honduras (per la cronaca, finita 2-2). Ristoranti e sodas sono stracolme di tifosi urlanti. Mangiamo poco e male nell’unico locale in cui abbiamo trovato accesso. Meglio andarsene a dormire.

Giovedì 01/03/2001:
Alle 07:30 siamo già partiti. La meta di oggi è il vulcano Poàs. Ci vogliono un paio d’ore per raggiungerlo. La strada è buona, ma è in continua ascesa e le curve sono tante. La vetta è 2.700 metri. Il panorama è simile a quello di ieri, piantagioni di caffè ovunque. Avvicinandosi alla cima, il sole sparisce, siamo immersi nelle nubi. La vegetazione cambia nella tipologia, ma non nell’esuberanza. I palmizi lasciano il posto ad altre piante, tra cui spicca per particolarità un arbusto che notammo anche ieri sulle pendici dell’Irazù, ma la cui presenza qui è molto maggiore. Si tratta di una pianta con foglie larghe, ruvide e carnose. Colpisce per la sua stranezza e per le sue dimensioni. I soliti 6 dollari d’entrata al parco e, una volta scesi dal nostro mezzo, percorriamo a piedi la strada che in una ventina di minuti ci condurrà al cratere. Ci sentiamo come immersi in un’atmosfera quasi irreale, avvolti come siamo da queste nubi che lasciano intravedere appena appena i contorni della vegetazione che cresce lungo la strada. “Chissà che cavolo riusciremo a vedere”, pensiamo tutti. Giungiamo alla fine del cammino, dove un parapetto chiude la via. Guardiamo in basso. Nuvole. Non facciamo nemmeno in tempo a scambiarci le prime impressioni, quando un alito di vento comincia a spirare e poi di più, sempre più continuo. Assistiamo, increduli, ad uno spettacolo tanto magnifico quanto insperato. Le nuvole lentamente si diradano e lasciano intravedere, gradatamente, il cratere. Da fiaba. Giù in fondo c’è un lago. A fianco, sulla destra, dal terreno che sembra d’argento, si vedono delle leggere striature gialle dalle quali fuoriescono delle ombre di fumo, probabilmente vapori di zolfo. Che meraviglia! Il pensiero poi va ai colori violenti di ieri, con il cielo blu intenso, la luce gialla del sole, il verde acceso dell’acqua del lago, contro le tinte pastello di oggi, l’azzurro delicato dell’orizzonte e dell’acqua di questo lago, il grigio-celestino delle cineree pendici del cratere, che si confondono con il cielo e con la foschia lasciata dalle ultime nuvole. Ci godiamo questo spettacolo. Ci incamminiamo per un sentiero, che si inerpica sul fianco destro del rilievo. E’ immerso nella vegetazione e dopo circa mezz’ora di cammino arriviamo al lago Botos, che occupa il cratere più antico del vulcano Poàs. Il panorama è bello, facciamo una breve sosta, fotografiamo, scherziamo, ridiamo, siamo felici. Riprendiamo il cammino dopo aver avuto un incontro ravvicinato con uno scoiattolo, che nonostante la nostra vicinanza è sceso a raccogliere una bacca, mettendosi anche a mangiarla lì, indisturbato. Proseguiamo per ancora quasi un’ora, sempre in mezzo a questa selva, e alla fine sbuchiamo nei pressi dell’area di parcheggio dove Diego ci sta aspettando. Ripartiamo verso mezzogiorno, scendendo a valle dall’altro versante. Entriamo in una zona abbastanza circoscritta, consacrata alla coltura delle fragole. Per qualche chilometro non si vede altro che piantine di fragole. Come non approfittarne? Sostiamo presso una delle tante bancarelle che lungo la strada vendono questo ed altri frutti. Davvero buone. Ripartiamo e dopo circa due ore arriviamo a Sarchis, località famosa per la lavorazione del legno e per l’artigianato in genere. Tutto abbastanza turistico, anche se alcuni oggetti non sono male. Riprendiamo il viaggio alla volta di Fortuna, cittadina alle falde dell’altro famoso vulcano: l’Arenal. Arriviamo a destinazione alle 17:00, prendiamo alloggio all’hotel “Las Colinas”, sistemati in camere quadruple ma molto spaziose, con bagno privato con acqua calda. Sistemazione senz’altro decente, a 8 dollari a testa. Il tempo di sistemare i bagagli per poi dirigerci al famoso Balneario Tabacon. Dista circa 10 minuti di pullmino, si tratta di un complesso termale costruito nei pressi di sorgenti calde che scaturiscono dalle falde del vulcano Arenal. Lo scenario è d’effetto anche se decisamente artificiale: la struttura è sviluppata intorno ad un vero e proprio giardino tropicale, nel mezzo del quale scorre questo fiumiciattolo d’acqua calda, che forma pozze, cascate ecc. Bar, ristorante, spogliatoi con tanto di docce e bella vista sul vulcano Arenal, completano l’opera, piuttosto lussuosa e molto americaneggiante. Ma il punto di forza è la possibilità di vedere le eruzioni notturne dell’Arenal. Siamo fortunati, nelle circa 4 ore in cui ci tratteniamo in questo complesso (tra bagni, cena e convenevoli vari), assistiamo a 5 o 6 fenomeni, un paio dei quali di tutto rispetto! La lava incandescente esce da quella che è una sagoma appena percettibile nell’oscurità, e questo rende il tutto ancora più suggestivo! Tutto questo per 35 dollari a testa (cena compresa)! Non è certo poco, dato che fino ad un anno prima il biglietto ne costava 21. Dato il grande afflusso, i signori hanno ben pensato di aumentare un po’ il prezzo……

Venerdì 02/03/2001:
Prima di partire per Monteverde, decidiamo di dare un’occhiata un po’ più da vicino a questo vulcano, che è il più irrequieto del Costa Rica. Il punto più vicino al quale è possibile accedere (oltre è proibito, data una certa pericolosità del luogo), è l’Observatory Lodge. Da qui, in effetti, è possibile osservarlo in tutta la sua imponenza. Nonostante i suoi 1.700 metri (pochi, se si pensa all’Irazù o al Poàs) e a differenza degli altri due, è un cono perfetto, che si staglia nel cielo, con tanto di pinnacoli di fumo che fuoriescono dal cratere. Rispetta proprio l’iconografia classica del vulcano che tutti immaginiamo! Partiamo alla volta di Monteverde, costeggiando il lago Arenal, che ci regala anch’esso vedute mica male.
Il tragitto è lungo, molto più lungo del previsto. Nonostante la distanza che sembra contenuta, la seconda parte della strada è sterrata e in pessime condizioni. Sono due ore buone di buche, di sassi e di polvere. Arriviamo a Monteverde dopo 4 ore complessive, alle 14:00. Dalle guide e dalle relazioni di precedenti viaggi, non vi erano informazioni chiare sulla condizione stradale, immaginavamo di arrivare in molto meno tempo, anche perché Monteverde è uno dei parchi più interessanti del Costa Rica. Ma questa non è l’unica sorpresa che ci attende. Ad aspettarci c’è un altro pulmino della “Velero del Rey”, con un altro autista. Cosa è successo? Quest’altro signore informa Diego che deve urgentemente ritornare a S. Josè, in quanto la sua famiglia ha bisogno immediatamente della sua presenza. La cosa ci disorienta, in quanto Diego, visibilmente preoccupato e con le lacrime agli occhi, cerca in tutti i modi di mettersi in contatto con casa, senza riuscirci. Riesce solo a parlare con Fabio Vega, il quale gli dice di non preoccuparsi, che non è nulla di grave, ma che deve subito rientrare. Ci dispiace separarci da Diego, è stato molto simpatico e disponibile, e in questo modo poi…….. Sull’accaduto continueremo comunque ad avere qualche perplessità, in quanto alcuni particolari ci sono parsi abbastanza strani, primo tra tutti il fatto che Diego doveva ritornare con il pulmino nuovo e noi dovevamo continuare il viaggio con quello più vecchio, portato lì da Julio (l’altro autista). Un po’ strano, no? Prima di dirigerci verso il parco, cerchiamo alloggio per la notte. Lo troviamo al “Camino Monteverde”. Una costruzione in legno, che ci avrebbe ospitato tutti, sistemati in tre per camera, e con un solo bagno. Accettiamo e paghiamo 5 dollari a testa per tanta comodità, ma non vogliamo perdere altro tempo. Sono già le 15.00, abbiamo solo tre ore di luce ed il parco ci attende. Un quarto d’ora di pulmino separa il paese dall’entrata del parco. Il paese è veramente, quel che si suol dire in questi casi, 4 strade in croce; tutte ricoperte di sola ghiaia. Si respira un’aria strana, quasi selvaggia. Ci sono un sacco di giovani. Si vedono girare diverse moto fuoristrada, non è raro vedere passare addirittura qualcuno a cavallo. L’ingresso costa 9 dollari. Le camminate possibili sono diverse, qualcuna necessita di diverse ore. Chiediamo consiglio ad una guardia forestale, affinchè ci indichi un giro che possa essere concluso in due-tre ore. Sono 5 o 6 i diversi sentieri che si possono percorrere e che, in alcuni casi si intrecciano tra loro. Il “Sendero Nuboso” è quello che ci conviene fare, data l’ora. Si addentra nella foresta per poco più di 2 chilometri e si ritornerebbe, poi, dal sentiero chiamato “El Camino”. Partiamo. Già dopo poche decine di metri siamo colpiti dalla maestosità di tanta natura. E qui voglio dire delle piante epifite, che trovano in questo parco forse la loro migliore espressione, come diffusione e come esuberanza. Ovunque, in Costa Rica, se ne possono ammirare, ma qui sembra che ogni pianta ad alto fusto ne ospiti almeno un’altra, di specie diversa. E’ un aspetto interessantissimo della natura di questo paese e mi ha veramente colpito. Proseguiamo in fila, in un silenzio reverenziale, tanto è ciò che suscita in noi quello spettacolo della natura. Lungo il percorso di animali se ne vedono pochi, solo uno scoiattolo, qualche uccello e un paio di orsetti lavatori. Sono circa le 17:00, quando facciamo ritorno all’entrata del parco. E’ tutto chiuso, siamo gli ultimi visitatori, ma facciamo ancora in tempo ad assistere allo spettacolo dei colibrì. Infatti una decina o forse più di questi uccelli, si stanno abbeverando a delle vaschette poste appositamente sotto una tettoia. Sono di colori accesi e diversi tra loro, verdi, blu, viola, sono velocissimi e schizzano da una parte all’altra del porticato con una velocità incredibile, con quel loro ronzio che li fa assomigliare a dei grossi insetti. Li vediamo a non più di un paio di metri di distanza ed, entusiasti, ci cimentiamo nell’improbabile impresa di riuscire a bloccare in un fotogramma le loro rapidissime incursioni agli abbeveratoi. Torniamo verso il paese, ma prima ci fermiamo ad uno spaccio di una cooperativa agricola ad acquistare del caffè, dato che più di una persona ci ha assicurato che a Monteverde è prodotto il miglior caffè del Costa Rica. In effetti ne compriamo molto, e quindi riusciamo a strappare il prezzo di 600 colones per ogni confezione di 250 grammi. Ceniamo (secondo me male, secondo altri discretamente) alla soda Aldo, posta ad una delle estremità del paese, al prezzo di 1.200 colones a testa.

Sabato 03/03/2001:
Partiamo con un po’ di rammarico. Ognuno di noi si rende conto che un parco del genere merita ben più di 2-3 ore veloci di visita. Ma cosa ci possiamo fare? Trattenerci un giorno in più andrebbe a discapito di qualche nostra prossima meta e nessuno se la sente di calare l’accetta su una parte del programma, verso il quale tutti abbiamo ancora grosse aspettative. La destinazione è Tamarindo, sulla costa del Pacifico, regione del Guanacaste, nella penisola di Nicoya. Questa zona è famosa per le sue spiagge, che, si dice, siano le più belle del Costa Rica. Noi siamo più che altro interessati alla possibilità di vedere nel parco marino di Las Baulas, la posa delle uova delle tartarughe schiena-di-cuoio, i più grandi rettili viventi del mondo, che nidificano da quelle parti tra ottobre ed aprile. La posa avviene solo di notte e per avere più chances di vederle, pensiamo di trattenerci per 2 sere. Sarebbe la prima volta che dormiamo per due volte successive nello stesso posto, quindi ne approfitteremmo anche per riposarci un po’, data l’intensità del viaggio che stiamo facendo e la difficoltà di alcuni spostamenti. E proprio questo si rivelerà uno dei trasferimenti più pesanti. Vuoi per le 2 ore di strada sterrato costellata di buche, vuoi per il caldo intenso di quest’oggi e vuoi per la sorpresa di attendere per 3 ore (causa traffico dovuto ad un numero elevato di veicoli presenti) l’imbarco sul traghetto che attraversa, nel suo punto più stretto, il Golfo di Nicoya e che ci porterà sulla omonima penisola. Risultato quasi 9 ore complessive, prima di arrivare a Tamarindo. E qui le brutte sorprese non sono finite. Per prima cosa ci siamo affrettati ad avere informazioni riguardo l’escursione notturna al parco e: colpo di scena, ci informano che il parco aveva chiuso 3 giorni prima. Non è possibile! Ebbene sì, sembra che quest’anno le tartarughe abbiano concentrato la posa delle uova in un lasso di tempo più limitato e da qui la decisione delle autorità forestali, di chiuderlo con largo anticipo, per preservare la schiusa delle uova stesse. Delusione profonda. Cerchiamo di prenderla con filosofia, anche se è difficile. Ci guardiamo sconsolati e ci diciamo: “Avremmo dovuto telefonare prima!!” Certo, col senno di poi….Comunque è vero, se l’avessimo fatto avremmo potuto correre ai ripari. Ora è tardi, vorrà dire che domani ci riposeremo e ci godremo queste spiagge, pensiamo. Troviamo alloggio presso l’aparthotel “Portofino”, gestito da italiani. Bello, ma un po’ al di sopra rispetto al nostro budget standard. Dopo non poche trattative, riusciamo a strappare la cifra di 15 dollari a testa, sistemati in 2 appartamenti da 6 persone ciascuno. Tamarindo è un paesotto abbastanza gradevole, dai connotati un po’ più turistici, rispetto agli altri siti fino ad ora visitati. S’affaccia su una classica lunga spiaggia e su un mare con le lunghe onde da surf. Un grande spazio, di ampio respiro, bello dal punto di vista panoramico, ma se poi guardiamo i dettagli, notiamo che la spiaggia e di quella sabbia grigiastra e polverosa ed il mare non ha i colori che tutti si aspettano. La sera ceniamo da “Pedro”, un minuscolo ristorantino all’aperto, in riva al mare composto da tre tavoli tondi e due lunghi e rettangolari, con panche, dove ci accomodiamo. Cena a dir poco squisita, superbo pescione fritto intero, freschissimo, con il solito ma buon contorno di riso, fagioli e patatine fritte, il tutto innaffiato abbondantemente da birra locale (non ne ho ancora parlato ma l’ho sempre bevuta. E’ molto diffusa, si chiama Imperial, è gradevole e piuttosto leggera). Paghiamo 6 dollari a testa, e poi ce ne andiamo a gironzolare per il paese, visto che domani per la prima volta non ci sveglieremo all’alba. Facciamo tappa in un locale un po’ artificiale, dove alcuni di noi hanno il piacere di assaggiare per la prima volta il rum locale. Non è niente male, la marca si chiama “Centenario”, ed è un’alternativa a quella che dicono sia la bevanda superalcolica locale più diffusa e cioè il “Guaro”, acquavite distillata dalla canna da zucchero, che non è altro che del cacique, chiamato con altro nome e che a mio parere è tutt’altro che consigliabile.

Domenica 04/03/2001:
Il programma di oggi è la visita delle famose spiagge Conchal, Brasilito e Flamingo, a circa una dozzina di chilometri da qui: obiettivo sole, bagni e relax. La strada è sterrata e i chilometri sembrano di più. Ai nostri occhi compaiono i paesaggi già incontrati ieri, nel momento in cui siamo sbarcati sulla penisola di Nicoya. La vegetazione non è più folta e verde, è tutto più secco, ricorda un po’ la savana. Altra caratteristica di questa zona è il numero impressionante di iguane. Se ne vedono ovunque. Stese ai bordi della strada, penzoloni di qualche albero o beatamente piazzate su qualche muretto. Arriviamo a Playa Brasilito e……..non è possibile. Siamo investiti da una puzza fetida. C’è stata una moria di pesci, dovuta all’improvviso proliferare di una particolare alga. Carcasse di vari tipi di pesce si notano lungo la spiaggia, specialmente i pesci-palla, che sembra la specie più colpita. E il mare è di colore bruno-rossastro, il colore, ci dicono, di quella maledetta alga! Proviamo a Flamingo e a Playa Conchal. La stessa identica cosa. Uno schifo. E pensare che le avevano descritte come le spiagge più belle del Costa Rica. Per fortuna!. Abbiamo chiesto qualche informazione su tutto quel disastro, ci hanno risposto che si tratta di un fenomeno periodico, che accade ogni anno per un paio di settimane ….o giù di lì. Siamo senza parole. Altra delusione. Decidiamo di ritornare a Tamarindo, lì la spiaggia non è stata toccata da questo fenomeno e possiamo almeno farci un bagno e prendere un po’ di sole. Così facciamo, passiamo quello che resta della giornata sulla spiaggia, sonnecchiando.
La sera ceniamo al ristorante “EL Pescador”, aspettiamo un sacco di tempo, ceniamo discretamente pagando quasi 8 dollari a testa (nulla a che vedere però con il ristorante di ieri) e poi ci facciamo una passeggiata notturna sulla spiaggia, dove abbiamo il piacere di incontrare (noi non la vediamo, è troppo buio, ma evidentemente lei vede noi) una scimmia urlatrice, su un albero, che si mette a strillare e schiamazzare nemmeno fosse king-kong!

Lunedì 05/03/2001:
Altra giornata dedicata al trasferimento. La destinazione di oggi è Quepos, località a poca distanza dal parco Manuel Antonio, che visiteremo domani. Ci aspettano 8 – 9 ore di pulmino, considerando anche che faremo la strada più lunga, tutta via terra, passando per Liberia, evitando così il rischio di attendere altre 3 ore l’imbarco sul traghetto. La giornata è calda. Le soste sono frequenti, una di queste, a Jaco, ci consente di dare un’occhiata a questo paese costiero, che praticamente è la località marina più vicina a S.Josè e, di conseguenza, la più frequentata dal turismo locale. Infatti ciò è evidente dalla stessa struttura urbana, classicamente turistica e da un susseguirsi di negozi, agenzie che organizzano escursioni, bar, baretti, ristoranti ecc. ecc. Questo è di gran lunga il centro più marcatamente turistico, finora incontrato. La spiaggia, ricorda quella di Tamarindo, come tipologia, anche se questa mi sembra più bella e ancora più ampia. Altra sosta, segnalataci da Julio, l’autista, è nei pressi del viadotto sul rio Tarcoles. Dal ponte stesso è possibile vedere un bel gruppo di coccodrilli che se ne stanno beatamente prendendo il sole sulle rive del fiume sottostante. Apparentemente sembrano davvero dei grossi tronchi sporchi di fanghiglia, ma se si osserva bene……altro che tronchi! E questi sono coccodrilli di dimensioni considerevoli, non come i caimani visti a Tortuguero! Rimaniamo per un po’ a guardare questi grossi rettili, anche perché di tanto in tanto se ne vede affiorare, minaccioso, qualcuno d’altro dalle acque del fiume. Proprio una bella colonia, non c’è che dire! Arriviamo a Quepos nel primo pomeriggio. La cittadina è veramente brutta. Cerchiamo alloggio presso un paio di alberghetti, ma entrambi ci sembrano decisamente squallidi e opprimenti. Decidiamo quindi di uscire dal paese e dirigerci verso il parco Manuel Antonio. Dopo pochi chilometri la situazione cambia, le vecchie e spesso fatiscenti strutture di Quepos, lasciano il posto a complessi più nuovi, immersi nel verde, ma anche molto costosi. Alla fine troviamo quello che fa per noi, si chiama “Mono Azul”. Contrattando non poco sul prezzo con il proprietario, un bizzarro americano, sosia dell’attore Steve Martin e rivelatosi poi molto simpatico. Abbiamo spuntato 14 dollari a testa compresa una ricca colazione per il giorno dopo. Siamo disposti in tre per camera. Forse questa è stata la nostra sistemazione migliore, analizzando il rapporto qualità/prezzo. Si tratta di una struttura molto curata, composta di una decina di unità abitative, non grosse ma pulite e confortevoli, inserite in un giardino con davanti anche una piccola piscina. Davvero gradevole, anche come atmosfera. Presso questa struttura vi è pure un’associazione naturalistica e qui abbiamo avuto la fortuna di osservare un cucciolo di bradipo, ospite provvisorio. E’ stata un’occasione tanto unica quanto rara, quella di poter osservare così da vicino questo incredibile animale, trovato a terra nelle vicinanze e ora sotto osservazione, prima di ridarlo alla foresta. E’ impossibile descrivere la tenerezza che fa questo cucciolo. Ceniamo al ristorante Isabel, un locale tutto nuovo ma di dubbio gusto e di atmosfera artificiale, spendendo 8 dollari a testa e mangiando discretamente.

Martedì 05/03/2001:
Parco Manuel Antonio: entriamo alle 8:00. E’ di gran lunga il più frequentato del Costa Rica e il meno selvaggio di quelli finora visitati, e si nota subito. E’ facile incontrare gruppi di turisti lungo i 4 – 5 percorsi del parco. Le passeggiate sono comunque gradevoli, e gli animali sembra che siano abituati alla presenza umana, e forse è per questo che abbiamo visto scimmie cappuccino in grande abbondanza, a volte addirittura a non più di 2 metri di distanza e alcune delle quali si atteggiavano vanitosamente davanti gli obiettivi delle macchine fotografiche. Iguane e orsetti lavatori non sono rari, ma ripeto, si ha come la sensazione che siano addomesticati. Siamo anche riusciti a scorgere una scimmia scoiattolo, evento abbastanza raro, dicono le guide, in quanto sono molto schive e Manuel Antonio è uno dei pochi parchi dove è presente. Abbiamo 4 ore di tempo per la visita. E’ un’altra giornata molto calda, il sole batte mica male. Le indicazioni che dovrebbero descrivere i sentieri, lasciano molto a desiderare, come del resto anche la piantina che hanno fornito all’ingresso, che secondo me è addirittura sbagliata, non conforme con quello che è il reale percorso interno. C’è un tratto del parco che ha le spiagge più belle viste fino ad ora, mare pulito, palme fin sulla riva e panorama di tutto rispetto, dove per la prima volta ci è venuta veramente voglia di tuffarci. Purtroppo ci siamo arrivati troppo tardi, non c’è più tempo per sguazzare in acqua. Quindi, se qualcuno volesse godere di ciò che Manuel Antonio offre sotto l’aspetto balneare, non fate come noi che ci siamo diretti verso Playas Gemelas e Playa Escondido, che fanno schifo, bensì dirigetevi verso Playa Manuel Antonio (bella ma affollata) o Playa Espadilla, bella e solitaria. Ne vale la pena. Alle 12.30 partiamo. Destinazione Puerto Jimenez. Ci attendono almeno 5 ore di strada, per arrivare a questo paese posto all’estremità sud della penisola di Osa, ove è situato il Parco Nazionale di Corcovado, il più selvaggio, in cui riponiamo buone aspettative, essendo anche l’ultimo parco in programma. A mano a mano che ci dirigiamo verso sud, si incrociano sempre meno veicoli e le abitazioni si fanno più rare. A rompere i lunghi tratti di vegetazione spontanea, ora vi sono delle grandi distese di palme da olio, che sembra essere la coltivazione più diffusa da queste parti. Ci stiamo dirigendo in tutti i sensi ai confini del Costa Rica, infatti ci dicono che fino a una ventina di anni prima, la penisola di Osa era veramente una terra di confine, percorsa soprattutto da cercatori d’oro, in quanto in questa zona furono scoperti giacimenti che attirarono avventurieri e compagnie senza scrupoli
che iniziarono a violentare il territorio. Fortunatamente i filoni si esaurirono in fretta e lo stato non fece mai nulla per favorire questa effimera corsa all’oro. Nonostante quel periodo sia passato, resta chiara la sensazione che ci troviamo in una terra di confine. Ce ne rendiamo conto una volta arrivati a Puerto Jimenez, dopo un’ora di strada sterrata, il paese è tutt’altro che turistico. Sono le 17:30, è quasi il tramonto e delle minacciosissime nuvole scure si stanno avvicinando. Cerchiamo una sistemazione. Ci fermiamo alla “Cabinas Brisas del Mar”. Le camere sono vecchie, brutte e poco pulite, ma siamo sfiniti, sta iniziando a piovere e i nostri bagagli sono sul tetto del pulmino. Non abbiamo scelta. Questa è stata senz’altro la sistemazione peggiore di tutto il viaggio, considerato che abbiamo anche pagato 8 dollari a testa (ne volevano addirittura 10!). Dopo pochi minuti scende il diluvio universale, che fortunatamente dura non più di un’ora. Black-out in tutto il paese. Molti di noi hanno una torcia, quindi ci incamminiamo verso il centro del paese, dove cerchiamo un ristorante e, cosa importantissima, la guida per l’escursione di domani al parco Corcovado, dato che le caratteristiche del parco stesso fanno sì che non sia possibile accedervi senza. Alcune relazioni di viaggi precedenti, segnalavano un certo Oscar Cortes Alfaro come una buona guida alla quale ci si poteva rivolgere e così abbiamo fatto, non avendo, tra l’altro, altri nominativi. Lo rintracciamo, concordiamo con lui l’escursione, facendo chiaramente presente il nostro desiderio e cioè di vedere il più possibile degli animali, non c’importava di svegliarci nel cuore della notte, era l’ultimo parco, avevamo grosse aspettative e le abbiamo esposte chiaramente. Oscar ci dice che le 06:00 di mattino sarebbe stata l’ora ottimale per partire. Restiamo perplessi sul prezzo, in quanto chiede molto di più rispetto a quanto indicato nelle relazioni precedenti. Non vuole concedere sconti in quanto, dice, i 2 pick-up che ci porteranno al parco dovranno stare a disposizione nostra per tutta la durata dell’escursione. Alla fine accettiamo, convinti che per Corcovado ne valga la pena e che sia il coronamento di un viaggio già di per sé appagante. Il prezzo è di 300 dollari, 100 per ogni pick-up e 100 il suo compenso. Ceniamo abbastanza male al “Restaurante Carolina”, pagando 8 dollari cadauno.

Mercoledì 06/03/2001:
Tutti puntuali, alle 06:00 ci incontriamo. Il cielo è sereno. Veloce colazione e via, verso il parco. Siamo a bordo dei due pick-up, sui quali ci dovremo sorbire circa due ore di strada sterrata. Dopo poco, uno dei due mezzi si stacca, ci supera e scompare avanti a noi. Il nostro invece, procede ad una lentezza piuttosto sospetta. Ci fermiamo un paio di volte, Oscar che sta sul pick-up più “lento”, ci illustra un sacco di cose riguardo gli alberi del tratto di foresta pluviale che stiamo attraversando (peraltro bellissima), ma fa tutto in modo estremamente lento e flemmatico. Ci sembra strano, visto che ne dobbiamo percorrere di strada. Lungo questo tratto, vediamo per tre volte i morfi blu, stupende farfallone con la parte superiore delle ali turchese e con la parte inferiore marrone, che volteggiano nell’aria. Incredibilmente belle. Vediamo anche una splendida coppia di ara-macao scarlatti, dai colori vivacissimi. Peccato che sono un po’ troppo lontani, ma nonostante questo ci colpiscono per il variopinto piumaggio e per le loro considerevoli dimensioni. Arriviamo a Playa Carate, dove dovremo lasciare i pick-up e continuare a piedi. Qui ci ritroviamo con gli altri componenti del gruppo, i quali ci dicono che sono arrivati qui (e quindi ci stanno aspettando) da mezz’ora. Un po’ troppo velocemente. Playa Carate si trova al termine della strada percorribile con mezzi, nei pressi dell’ingresso del parco Corcovado. Oscar dice di non avere ancora fatto colazione e desidera prendere un caffè. Il suo caffè dura più di dieci minuti e un certo ragionevole disappunto comincia a manifestarsi tra i componenti del gruppo. Ci incamminiamo per un sentiero, all’interno della vegetazione. Di tanto in tanto Oscar si ferma, ci informa sui nomi dei vari alberi, le loro caratteristiche, ci spiega gli aspetti più strani e impensabili della foresta. Come botanico, sembra molto ferrato. Un piccolo problema è che siamo in dodici su un sentiero spesso stretto e quindi chiediamo ripetutamente di aspettare che tutti possano mettersi nelle condizioni di ascoltarlo, prima di dare inizio all’erudizione. Richiesta che non ha mai avuto effetto. Dopo l’ennesima sosta e più di un’ora di cammino, qualcuno ha avuto l’intuizione di chiedere dov’era l’entrata del parco vero e proprio. Risposta: a 2 chilometri più avanti. Ma data l’ora, secondo lui non valeva neanche la pena di arrivarci, dato che quello che si sarebbe visto era né più né meno quello che si era già visto. A queste parole qualcuno ci è rimasto decisamente male, chiedendo spiegazioni, o cosa conveniva a questo punto fare. Lui, incalzato dalle domande e dal nostro disappunto, non risponde con nulla di concreto, ma sempre vago e con quel velo di calma serafica. E lì gli abbiamo chiaramente espresso il nostro disappunto, in quanto ieri avevamo fatto presente in modo inequivocabile la nostra richiesta che era di entrare dentro il parco all’ora più opportuna, dandogli carta bianca su orari ecc. Lui stabilisce tempi e modi e poi ci viene a dire che si è fatto tardi e che tutto sommato non conviene entrare nel parco. E no eh, così non si fa!. Ormai tutti sono abbastanza incavolati, indisposti da tanto lassismo, vogliamo ritornare ai mezzi e andarcene. Lui non si indispone, anche se gli diciamo che poi il prezzo si ridiscute. Dietro-front, in marcia. Arriviamo a Playa Carate e…sorpresa, i pick-up sono uno anziché due. Come mai?. Ieri sera ci aveva detto che sarebbero stati lì tutto il giorno, a nostra disposizione. Ecco perché tanta fretta all’andata! Doveva scaricare i passeggeri al più presto per poi andarsene a fare altro! Gli ingiungiamo di mettersi in contatto immediatamente con il mezzo assente e di farci venire subito a prendere. Passa circa un’ora, il mezzo arriva. Ritorniamo a Puerto Jimenez. Breve conciliabolo tra noi, decidiamo di pagare i cento dollari pattuiti per un pick-up, 50 dollari all’altro pick-up a mezzo servizio, e 50 dollari a lui, anziché 100. Totale 200 dollari contro i 300 stabiliti ieri. Oscar strabuzza gli occhi e comincia ad apparire un po’ meno calmo. Non accetta, comincia a dire che quello è il tour che tutti fanno, che se avessimo voluto saremmo potuti entrare nel parco e un sacco di altre amenità. Noi siamo irremovibili, lui anche, vuole 300 dollari. Minaccia di andare dalla polizia. Non ci spaventa, anche perché pensiamo che sia un bluff. Invece se ne va e dopo un po’ ritorna accompagnato da due poliziotti. Cominciamo un po’ a preoccuparci, data la situazione, in quanto siamo in un paese tipo far-west dove nessuno di noi ha l’impressione che vi trionfi il diritto, e poi figurarsi se non si conoscono o non saranno pure d’accordo! Le parti spiegano la propria versione (benedetta la ragazza del gruppo che parla spagnolo, altrimenti non saprei come sarebbe finita), i poliziotti replicano che dovevamo seguirli al posto di polizia, per parlare con il capo. Le cose sembrano volgere al peggio, ma oramai siamo in ballo e balliamo…Riesponiamo tutto al loro capo e questi, contro ogni previsione, dice che per risolvere la questione sarebbe il caso che le parti si andassero incontro e conciliassero una cifra. Appunto quello che vogliamo noi, 200 dollari. La diatriba è andata avanti per più di mezz’ora, a tratti in modo anche piuttosto acceso, ma la cosa stupefacente è che la polizia non prendeva le parti del loro concittadino leso. Veramente strano. Ad un certo punto, una poliziotta lì presente, che ha ascoltato tutto standosene in disparte, improvvisamente ha iniziato ad inveire, urlando, contro Oscar e i suoi due scagnozzi (gli autisti dei pick-up) dicendo (le uniche cose che abbiamo capito) che non era il modo, quello, di trattare i turisti!!! A quel punto, la calma olimpica di Oscar lo ha abbandonato definitivamente, ha iniziato a schiumare di rabbia, ha arraffato i 200 dollari e se n’è andato, con reciproco scambio di vaff… nelle rispettive lingue. L’abbiamo spuntata. La sera cena al ristorante “El Jardin del Buho”, dove abbiamo mangiato bene e speso 8,5 dollari a testa.
Dopocena tutti al bar, a commentare gli accadimenti del giorno e a berci gli ultimi rum, siccome purtroppo il viaggio sta volgendo al termine. Domani si ritorna a S. Josè e dopodomani l’aeroporto ci attende.

Giovedì 07/03/2001:
Partiamo alle 07:00. Anche oggi ci attendono 7 ore buone di pulmino. Il sole splende. Vediamo un’altra copia di ara-macao volare nell’azzurro intenso del cielo. Rimaniamo ancora una volta stupiti da come risaltino i variopinti colori dei loro piumaggi, nonostante ci separi una certa distanza. Ripercorriamo la penisola di Osa, bella e selvaggia e una volta giunti a Cortes, pieghiamo verso Palmar Norte, per prendere la Carretera Interamericana, che ci condurrà a S. Josè. Raggiunta la zona dell’altopiano tra Bueno Aires e S.Isidro del General, il paesaggio cambia notevolmente e si vedono ampie distese di campi coltivati a ananas. Questo per chilometri e chilometri. Dove non c’è ananas, c’è canna da zucchero. Passato S.Isidro, la strada comincia a salire, tra le montagne, non belle come altre già attraversate, fino ad arrivare al Cerro de la Muerte, il punto più alto di questa catena montuosa, a 3.490 metri. Poi a scendere, fino ad arrivare a S. Josè, intorno alle 14:00. Prima di andare in albergo, decidiamo di fare una visitina a Fabio Vega, visto che con lui abbiamo ancora in sospeso l’affare legato a quel galantuomo di Alfred Brown. Arriviamo alla sede della sua agenzia, la “Velero del Rey”, ma lui non c’è. Lo facciamo chiamare sul telefonino dalla sua segretaria. Ci dice che Mr. Brown passerà all’hotel Bienvenido intorno le 17:00. Voi ci credete? Chiediamo notizie riguardo il problema familiare avuto da Diego, lui bofonchia qualcosa di vago, quasi come non se ne ricordasse (!). Andiamo al Bienvenido, sistemiamo i bagagli e ce ne andiamo a fare un giro per il centro, chi a telefonare, chi a fare qualche acquisto. Rientriamo in albergo verso le 18:00. Del signor Brown, neanche l’ombra. Chiamiamo per l’ennesima volta la “Velero del Rey”. Fabio Vega non c’è, c’è invece uno dei suoi figli, con il quale intratteniamo una lunga quanto inutile riesposizione dei fatti. Lui, ovviamente, non sapeva niente. E’ chiaro, ne abbiamo fatto una questione di principio. 6 dollari a testa non sono nulla, dà però molto fastidio sentirsi presi in giro così.
La serata è freddina, S. Josè è a 1.100 metri e spesso spira questo venticello freddo. Andiamo a cena alla soda “La Vasconia” (Avenida 1, Calle 5). Locale molto verace, all’apparenza frequentato esclusivamente da costaricensi. Scelta indovinata, abbiamo mangiato ottimamente per 5 dollari a testa. Da segnalare il fatto che il menù, a differenza della stragrande maggioranza dei ristoranti finora conosciuti, qui è molto ricco. Provate i gamberetti. Squisiti.
L’ultima sera della vacanza, a tavola. E’ inevitabile fare un bilancio del viaggio. Gli sguardi, i sorrisi, le battute di 12 persone che per 2 settimane hanno vissuto assieme questa esperienza. Ripercorriamo le tappe del viaggio, ricordando le sensazioni di gioia, di delusione, i momenti topici. Ci rendiamo conto che è stato un vero tour de force, considerando le levatacce, gli orari ferrei e il ritmo serrato che la caratteristica del viaggio ha imposto. Tutti concordiamo che è stata senz’altro un’esperienza positiva. Costa Rica è natura: il trionfo della natura. Non è altro. Tutti abbastanza contenti. “Abbastanza” per due motivi. Il primo, il meno importante, è che nell’immaginario di tutti noi forse ci aspettavamo di poter vedere qualche animale in più. Ma questo, in buona parte dipende anche da una buona dose di fortuna. Il secondo, quello che ha lasciato di più l’amaro in bocca, è che in realtà gli inconvenienti maggiori li hanno causati gli uomini, nelle persone dei signori (o meglio, dei farabutti) Fabio Vega, Alfred Brown e Oscar Cortes Alfaro, i quali nonostante gliel’abbiano messa tutta, non sono riusciti a rovinarci questa vacanza che, nonostante loro, è stata una bella vacanza.

Venerdì 08/03/2001:
L’aereo parte alle 08:50. E’ opportuno arrivare all’aeroporto non oltre le 07:00. Quindi, tanto per essere coerenti con tutte le altre mattine passate, sveglia alle 5:45, doccia, bagagli e partenza alle 6:30. Dopo mezz’ora siamo all’aeroporto. Tassa d’imbarco di 17 dollari. Cerchiamo un bar all’interno dell’aeroporto per fare colazione. Ne esiste solo uno, sprovvisto di quasi tutto. Delusione per chi è abituato a riempirsi la pancia a colazione! Attenzione anche per chi immagina di comprare chissà cosa al duty-free. Anche questo è piccolissimo e vende poche marche di sigarette, poche marche di caffè, rum
(fortunatamente il “Centenario” c’è!) e poca chincaglieria orrenda. Null’altro. Puntuale, l’aereo della Delta decolla alle 8:50. Scalo ad Atlanta di 3,30 ore. Partenza ed arrivo a Roma sabato alle 9:15.

 
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