Appunti di viaggio in Perù: Canyon del Colca

di Massimo Gallizia –
Oggi sarà una giornata molto piena. Mi sono alzato alle sei ed ho preparato quanto necessario per una battuta di pesca nel torrente senza dover rientrare per il pranzo. Alle sette e trenta sono saliti dal piano ove avevano montato la tenda i tre ragazzi americani provenienti dalle cascate. Non intendono sostare per colazione in quanto un’oculata amministrazione delle loro finanze non lo consente. Offriamo loro la colazione che accettano con sommo gaudio. Ad Anna ed al sottoscritto la “Vecchia” porta trota con patate e riso, la mia finisce tutta nel piatto di Lobo e quella di Anna per metà. Facciamo portare ancora burro, biscotti e caffè per i nostri amici americani. Ci salutiamo commossi con la promessa di rivederci magari in Italia, diamo loro l’incarico di avvisare i proprietari dell’albergo dove alloggiamo a Cabanaconde che, contrariamente a quanto stabilito, tardiamo qualche giorno a rientrare e che il loro cane Lobo è con noi. Li osservo partire, sono giovani ed aitanti, affrontano a grandi falcate i tornanti dopo il ponte sospeso ed in men che non si dica spariscono oltre il dosso.
Raggiungo Anna nel nostro rifugio, mi carico lo zaino e giù per il sentiero sino al fiume. Insegno ad Anna i rudimenti della pesca a spinning che apprende subito, ha l’intelligenza di tutti i grandi rompicoglioni. A pensarci bene anch’io sono un gran rompicoglioni, solo che sono meno intelligente. Comincia ad agganciare trote e ad ognuna grida eccitata Galizia Galizia…….
La giornata è lunga, siamo nervosi ed immancabilmente arriva il battibecco quotidiano. Mi allontano, vado a cercar vermi per pescare a galleggiante, ne monto uno da luccio, è tutto quello che ho e malgrado ciò aggancio trote a tutto andare fino a vergognarmi.
Una trota lasciata abbandonata un’istante sui sassi viene divorata lestamente dal mio grande amico Lobo mentre ancora scodinzola (la trota non il cane).

Alle sedici e trenta decidiamo di rientrare, Anna non si sente molto bene e la costringo a prendere un antibiotico. Mentre riposa, mi siedo sulla rustica panca posta dietro l’abitazione dei nostri ospiti, sorseggio una birra ed osservo il serpeggiare del fiume che scorre nel fondo del canyon, con la mente lo percorro per le centinaia di chilometri che ha scavato nella roccia. Riuscirò un giorno a percorrerlo tutto?
Abbiamo deciso di ritornare a Cabanaconde per il percorso più breve, vale a dire circa tre o quattro ore di sentiero pianeggiante ed una di salita sostenuta sino a raggiungere un villaggio ove un tizio che dispone di un camioncino, potrà trasportarci fino a Cabanaconde. La nostra guida improvvisata, la vecchia proprietaria del “residence” ha settantacinque primavere sulle spalle, ma alle sette del mattino, puntuale s’incammina per un viottolo che, alla faccia del pianeggiante, s’inerpica a quarantacinque gradi a mezza costa. Lo zaino che ho sulle spalle pesa diciotto chilogrammi e non è il massimo per dare stabilità al corpo. Il sentiero si restringe sino a misurare non più di venti centimetri di larghezza. Sotto alla suola delle nostre scarpe pareti a picco sino al fiume che scorre trecento metri più in basso. Non devo guardare giù, la paura non mi permette di pregare; ma Dio è consapevole che se avessi potuto lo avrei fatto. Sono preoccupato, la vecchia avanza agile, la lunga gonna che struscia a terra dà l’impressione che invece di camminare ella galleggi. Alcuni passaggi sono estremamente pericolosi, penso che Anna ha cinque figli e non è giusto rischiare più di tanto. Interrogo con lo sguardo la vecchia che mi rassicura. Dopo un’ora di cammino, ad una svolta, il sentiero non c’è più, al suo posto una voragine si apre dritta sino al fiume che scorre impetuoso in fondo al canyon. Le piogge recenti hanno fatto franare un tratto di montagna. Decidiamo di tornare indietro. Al “residence” dopo un rapido consulto, optiamo per il percorso più lungo. Dobbiamo affrontare un dislivello di di oltre duemila metri, attraversare due fiumi su altrettanti ponti sospesi e sperare di farcela. Noleggiamo un somaro per trasportare gli zaini sino ad un terzo del percorso, di più non è possibile in quanto la vecchia non può lasciare sguarnito il suo “supermarket”. In uno spazio di tre metri per due convivono: emporio, camera da pranzo e camera da letto per lei ed i suoi due figli. La cucina è esterna ed è circoscritta per tre lati da un breve muro di mattoni di fango mentre il quarto lato è una semplice tenda in tessuto vegetale, il tetto: canne e foglie. Alcune volte ho potuto vedere la vecchia accovacciata a terra intenta a cucinare, ma non ho voluto indagare. Occhio non vede stomaco non duole.

Sono ormai le nove e trenta ed è tardi per un viaggio del genere in quanto buona parte del cammino avverrà sotto il sole cocente; ma siamo in ballo e quindi balliamo. La vecchia ha approntato l’asino con il suo carico ben disposto, mi affibbia la cavezza che altro non è che una corda di fibre vegetali legata intorno al collo del somaro dicendo di incamminarci che a breve ci raggiungerà. Possiedo la patente “c”, la patente nautica, la patente internazionale, ma non credo di essere abilitato alla guida di un ciuccio, mi rassegno, afferro la cavezza e tiro, tutto sembra abbastanza facile: il somaro mi segue.
Qui devo fare una parentesi e presentare Lobo. Lobo è il cane di Paolo che a sua volta è il proprietario dell’albergo dove alloggiamo a Cabanaconde.
Lobo, dicevo, ci ha seguiti di sua iniziativa, ci ha fatto da guida, ci ha protetti, sorvegliati, ha dormito con noi, condiviso i pasti ed il pescato (gli piacciono le trote appena pescate). Fedele alla consegna di tutore, Lobo un po’ mi segue ed un po’ mi precede. Attraversiamo il fiume di tante soddisfazioni ed affrontiamo la prima rapida salita. Raggiunta la cima, un vasto pianoro ci permette di recuperare il fiato perso in precedenza. In distanza, sotto ad alcuni alberi, due asini legati sono intenti a strappare la poca erba. Lobo nell’intento di esternare la parte più “giocosa” del suo carattere, si lancia fra le gambe dei due somari abbaiando, questi cominciano a scalciare ed a ragliare, per tutta risposta il nostro addetto al trasporto, in segno di solidarietà, si comporta allo stesso modo con una variante in più: gira vorticosamente su se stesso con me aggrappato.



Se fosse stato un mulo del 6° Reggimento Artiglieria di Montagna non c’è l’avrei fatta, ma con un ciuccio……..Risultato finale: il fiato ricuperato l’ho perso con gli interessi e gli zaini sono scivolati sotto la pancia del somaro, cerchiamo di raddrizzare la situazione e gli zaini, fortunatamente ci raggiunge la “vecchia”e tutto si aggiusta. Ana è in crisi e soffre, io ho stabilito un passo che tutto sommato mi consente di procedere in scioltezza. Giunge il momento di caricarci in spalla gli zaini e salutare la nostra amica. Il sole ormai è alto e brucia,ci rassegnamo e cerchiamo di non pensare alla stanchezza osservando il panorama che è da mozzafiato. Al termine del milionesimo tratto a zig-zag, atto ad ottenere il massimo in termini di dislivello con il minimo di percorso, ci riposiamo all’interno dell’unico cono d’ombra offerto da un grosso masso. Alle nostre spalle una parete di circa trecento metri in verticale ci sovrasta. Lobo è irrequieto e punta il muso verso l’alto ma non abbaia, è un compagno perfetto. Ad un tratto sopra di noi due Condor si librano maestosi. Appena uno dei due ci scorge, con una manovra acrobatica si lascia cadere ad osservarci e poi subito risale per sparire con il compagno.
Decidiamo di riprendere il cammino, Lobo punta nuovamente verso l’alto, seguo il suo sguardo ed a metà parete, su di una sporgenza,uno dei due Condor
appollaiato ci osserva, dietro di lui una cavità fa supporre che là abbiano il loro nido. Mi viene in mente che sei giorni prima nello stesso punto Lobo ebbe lo stesso comportamento, lo accarezzo, lui si siede e mi porge la zampa, si è guadagnato un vitalizio: una zuppa di carne al mese.
Il sentiero alterna tratti a mezza costa con tortuosi zig-zag. Alle due del pomeriggio facciamo una sosta di un’ora e sonnecchiamo un po’ sotto un ponte di assi adagiato su di un torrente in secca, Ana usa lo zaino a mò di cuscino, io ho il mio personale: Lobo.

Tengo d’occhio la borraccia dell’acqua a cui ho aggiunto delle pastiglie vitaminiche. La stanchezza mi costringe a respirare con la bocca spalancata e la gola si secca, devo bere frequentemente a piccoli sorsi. Ana si è resa conto che l’acqua scarseggia e rinuncia a bere. Le soste si fanno sempre più frequenti, suggerisco l’ipotesi di lasciare gli zaini e mandarli a ricuperare l’indomani, ma Ana non è d’accordo. Lobo è irrequieto, consapevole del nostro rallentamento sembra quasi incitarci con continue fughe e ritorni. Anche per lui la fatica e soprattutto la sete lo stimolano a rincasare velocemente. Non voglio che ci abbandoni ed in una circostanza in cui Lobo ci osserva fermo a circa duecento metri più in su lo chiamo, lui docile mi raggiunge. Ana mi rimprovera per averlo fatto stancare inutilmente. Procediamo sempre più lentamente, sono ormai passate le sei del pomeriggio e non dovremmo essere lontani. Vorrei fermarmi a dormire e ripartire l’indomani ma la mancanza d’acqua non me lo consente. È da un po’ che non vedo Lobo, ad un tratto Ana mi indica il cane che ritto in cima ad un’enorme roccia ci osserva immobile. Provo una grande emozione nel constatare che Lobo non ci ha dimenticati, sembra quasi preoccupato per noi, anzi toglierei il quasi. La sua figura si staglia contro il cielo, è bellissimo, più di Zanna Bianca di London. Voglio immortalarlo con una foto ma sono troppo stanco anche per questo piccolo movimento in più, passano pochi secondi e Lobo scompare definitivamente.
Ho sopravalutato le mie possibilità, non c’è la faccio proprio più e mi fermo con il proposito di non rialzarmi. Ana come sempre eccezionale, lascia il suo zaino e s’incammina verso l’ennesimo dosso. La sento urlare: siamo arrivati….siamo arrivati, alzo la testa, la vedo in cima al dosso che agita le braccia e poi si lancia a capofitto verso di me. Dall’altra parte della collina c’è finalmente Cabanaconde. Arriviamo al villaggio che sono le venti passate e devo avere scolpita in volto la grande stanchezza accumulata perché mi guardano tutti con stupore. Bé è fatta, siamo a casa.
Dopo di questa, altre meravigliose avventure ci hanno fatto scoprire angoli sconosciuti dai più ed alimentato il desiderio di continuare a viaggiare e conoscere. È per questo che da Novembre 2007 ci stabiliremo per sempre nella nostra casa di Huanchaco base di partenza per future interminabili avventure.

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