ArcheoSardinia 2017 – Cicloviaggio nella Sardegna Occidentale

di Pierluigi Cortesi – Pedalando senza fretta tra tombe dei Giganti, Nuraghi, Domus de Janas, necropoli, pozzi sacri e altari megalitici

Premessa – Era da tempo che avevo voglia di compiere un viaggio in bici nella Sardegna Occidentale e, magari, rivedere o visitare per la prima volta alcune di quelle località d’interesse archeologico di cui l’isola è ricca. Il mio ciclo viaggio precedente (cinque anni fa) era consistito nel percorso di più giorni Livorno – Golfo Aranci, Golfo Aranci – Siniscola – Nuoro,  Nuoro – Bosa – Alghero, Alghero –Ittiri – Nuoro. Era il mio primo viaggio a pedali in Sardegna, anche se non il primo in assoluto e senz’altra motivazione oltre a quella di raggiungere le località in cui via via si trovava mia figlia Arianna.

Stavolta invece ho deciso di partire da Sassari e di scendere attraversando la Sardegna Occidentale fino alla zona di Carbonia. Anche il leitmotiv del viaggio ha una connotazione più varia: visitare nella parte occidentale dell’isola alcune località di interesse non solo naturalistico e paesaggistico, ma anche archeologico che ancora non conosco.

Già il sassarese, che in questi anni ho avuto modo di percorrere ampiamente in bici, si è rivelato ricco di siti archeologici interessanti e in qualche caso davvero notevoli: in primo luogo il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi, costituito da un altare in cima ad un terrazzamento a gradoni che richiama alla mente le ziqqurat mediorientali, con alla base interessanti manufatti quali dolmen, menhir, altari e stele oltre ai resti di un villaggio, a testimonianza del fatto che l’intera area fu abitata a più riprese fin dal IV millennio a.C. almeno.  

Altri siti notevoli tra Sassari e la costa occidentale sono rappresentati dal nuraghe Palmavera a Fertilia dalle mura megalitiche di Monte Baranta, vicino a Olmedo, dal pozzo sacro di Serra Niedda presso Sorso, dalle necropoli ipogeiche di Su Crucifissu Mannu vicino a Porto Torres o di Anghelu Ruju e Santu Pedru, rispettivamente a est dell’aeroporto di Fertilia e a sud di Monte Baranta; per non parlare della miriade di domus de janas o nuraghi minori sparpagliati in tutta l’area (e spesso inarrivabili o in pessime condizioni).

Quest’anno, però, anziché esplorare a fondo un’area circoscritta come il Sassarese, ho scelto di compiere un cicloviaggio a tema archeologico di quattro giorni verso sud, correndo più o meno parallelamente alla costa, ovvero alla Occidentale Sarda, fino a raggiungere la provincia di Cagliari.

Per il primo giorno, anche per non ripercorrere la pur splendida costiera che da Alghero scende a Bosa, decido di passare dall’interno: da Usini si raggiunge Ittiri, si sfiora Monteleone, puntando verso Padria, Suni e Cuglieri, per poi fermarsi a dormire sulla costa dalle parti di S. Caterina di Pittinuri. Il percorso, rispetto a quello costiero da Alghero, è forse di qualche km più breve, ma con un maggior numero di saliscendi; per cui prevedo che il tempo impiegato sarà più o meno lo stesso: 6 ore per un centinaio di km.

La tappa successiva, completamente pianeggiante,  dovrebbe attraversare il Sinis e tutto l’Oristanese per fermarsi a Guspini e costituirà l’occasione per ammirare alcune delle distese sabbiose sulla costa del Sinis e gli stagni salmastri dell’oristanese e soprattutto visitare siti già noti come Tharros o sconosciuti come Neapolis.

Il terzo giorno prevedo di attraversare le zone montuose del Sulcis-Iglesiente, ricche di siti minerari e dell’area archeologica di Antas. Qui, compatibilmente con il tempo disponibile e con la stanchezza, valuterò l’ipotesi di prendere il traghetto per l’isola di S. Pietro, percorrerne una parte e dormire a Carloforte, oppure di puntare direttamente verso Carbonia. A seconda degli itinerari scelti le distanze coperte in questa tappa dovrebbero spaziare tra gli 80 e i 110 km, per una durata ancor più imprevedibile.

Il quarto giorno, nel primo caso da Carloforte con un altro ferry sbarcherei a Calasetta e potrei visitare l’isola e la città di Sant’Antioco per poi tornare nel pomeriggio a Carbonia. Nel secondo caso resterei nel capoluogo, avendo però l’opportunità di vedere, tra l’altro, i resti di un insediamento sardo-punico a Monte Sirai. In ogni caso prevedo poi di ripartire in treno da Carbonia per Sassari in giornata.

Questo il programma, quanto all’equipaggiamento in viaggio indosserò i soliti pantaloncini imbottiti, una canottiera antisudore, un paio di sneakers e naturalmente il casco.

Altrettanto minimale, dato il clima mite di queste settimane, sarà il bagaglio, limitato a uno zainetto (Decathlon da 20 l.) con il minimo indispensabile: in pratica gli abiti “civili” per la sera, un ricambio di calzini, slip e pantaloncini da bici, oltre all’occorrente per l’igiene personale; nella borsa al manubrio un panino, dei biscotti e un po’ di frutta, oltre alla fotocamera.

Non ho cartine, né guide con me; ma prima di partire ho studiato bene l’itinerario e ho formulato su Komoot.com (il programma che uso con grande soddisfazione ormai da anni per le mie uscite di breve durata o ciclo viaggi di più giorni) le varie tappe del mio percorso, per poi memorizzarle e trasferirle sulla relativa app del mio smartphone, in modo da non essere costretto ad essere sempre connesso con internet.

La bicicletta, infine, non sarà quella da corsa che uso di solito per i miei viaggi, ma quella che mia figlia Arianna possiede qui in Sardegna, un po’ più pesante, con manubrio piatto, portapacchi posteriore con tre borse (peraltro vuote), pedali senza attacchi, copertoni da 28 anziché 23 e un assetto più cicloturistico, ma sicuramente affidabile e adatta al tipo di viaggio che intendo affrontare e che comprende anche dei possibili tratti di sterrato.

 

Domenica 23 Aprile

 

Partenza di buonora, anche perché la giornata si preannuncia abbastanza calda. È domenica e il traffico è quasi inesistente; da Corea, il quartiere più in alto di Sassari all’estrema periferia  sudorientale della città, scendo velocemente per via Milano, prendo per viale Giovanni Paolo II e imbocco la provinciale, la sp.15 per Ittiri.

Il tempo di lasciarmi alle spalle la città è già sono immerso in un paesaggio aspro e montano: passo su un alto viadotto la cui lunga ombra arcuata si staglia obliqua su una profonda forra, mentre colline e altipiani si alternano a brulle mesetas e canyons degni di qualche spaghetti-western (non per niente ne sono stati girati molti proprio qui in Sardegna). Man mano il colore bluastro del primo mattino cede al rosato e regala alle cose toni più caldi e contorni più nitidi. La strada sale e a tratti la vista si apre incuneandosi tra verdi vallate fino a qualche tratto di mare  in direzione di Porto Conte o dell’Argentiera.

Dopo Usini e il bivio per Uri la salita diventa decisa, ma regolare e mi trovo a superare senz’affanno i 400 m. Poco dopo entro in un paese che lì per lì non riconosco: devo controllare sul navigatore prima di rendermi conto di essere già a Ittiri, paesone di circa 9000 abitanti allungato su un poggio e ricco di chiese e conventi nell’area urbana  e di nuraghi e necropoli nelle campagne circostanti. Ma non ho previsto soste in questa zona, perciò continuo senza fermarmi. Scendo di qualche decina di metri lasciandomi a sinistra il bivio per il bacino artificiale del Bidighinzu e Thiesi e prendendo la sp 28 bis per Romana. Contrariamente alle mie aspettative la strada torna a risalire, sfiorando i 500 m., ma mi regala immagini di speroni rocciosi che si innalzano improvvisi tra le colline, macigni giganteschi rotolati giù da chissà dove e isolati blocchi di arenaria in cui si aprono innumerevoli caverne grandi e piccole, prodotte verosimilmente dall’erosione degli agenti atmosferici e dalla mano degli antichi abitanti della regione.

Dopo Romana, arrivo al bivio per Monteleone Rocca Doria, la cui fortezza fatta costruire dalla potente famiglia genovese dei Doria, spicca in alto a dominare la vallata; la strada, continuando attraverso il lago del Temo, conduce fino a Villanova Monteleone, nota per una razzia di pirati barbareschi nel XVI sec. e per la presenza sul suo territorio del complesso nuragico Appiu.

Ma non vi passerò, stavolta. Voltate le spalle a Monteleone Rocca Doria, lascio la sp 28 bis per la Occidentale Sarda, la ss.292, e raggiungo Padria. Mi fermo a rifornirmi d’acqua e a fotografare il gigantesco murale che campeggia sul retro di alcune case affacciate su uno spiazzo; come è frequente nei murales, la realtà rappresentata è quella corale della vita di paese:  donne vestite con i costumi tradizionali della festa a passeggio davanti alla chiesa o uomini a cavallo in un bosco o a chiacchierare su una panchina o a condurre al pascolo un gregge in prossimità di un nuraghe..

La strada prosegue con una continuo susseguirsi di saliscendi e di curve che fanno la gioia di carovane di motociclisti, in pratica l’unica tipologia di motorizzati che a gruppi di 10-20 elementi per volta scorrazzano rumorosamente su queste strade altrimenti deserte e silenziose.

Ho da poco superato il rio Mannu, che la strada in salita mi mostra ad una curva  un ripido costone di roccia in cui numerose cavità stanno a testimoniare la presenza di una serie di domus de janas. Un cartello me lo conferma: sono le domus de janas Chirisconis, una dozzina di sepolture prenuragiche scavate nella trachite 5.000 anni fa circa e definite appunto case di fate perché popolarmente ritenute per le loro ridotte dimensioni abitate da piccole creature dei boschi. Peccato che, essendo oggi domenica, il sito risulti chiuso. Tento di avvicinarmi e magari trovare un varco nella recinzione, ma questa è costituita da una solida rete metallica e da un cancello chiuso con un robusto lucchetto. Provo a cercare almeno una posizione  meno sfavorevole da cui scattare qualche foto, però un tondino di ferro segato alla base, ma sporgente quel tanto che basta, mi sbilancia e mi fa cadere come un sacco di patate, trascinato anche dallo zaino, proprio sullo spunzone di metallo. Sono fortunato, perché è il muscolo della coscia e non le ossa del bacino ad assorbire il colpo e me la cavo con un po’ di dolore e qualche accidente. Approfitto della sosta per fare un rapido spuntino e riparto.

Risalgo su un piccolo altopiano caratterizzato da una strada insolitamente diritta costeggiata da macchie e oliveti, dove Komoot mi segnala la presenza del nuraghe Nuraddeo. E infatti dopo due-tre km alla mia destra avvisto la mole svettante del nuraghe, uno dei più alti e meglio conservati della Sardegna, è costituito da una torre principale, alta quasi una quindicina di metri, con la camera centrale in buono stato e copertura a tholos, unito a una cinta muraria che racchiude altre tre torri (in peggiori condizioni di conservazione) a formare un’unica struttura fortificata. Purtroppo tutto questo lo devo desumere dalle indicazioni lette sullo smartphone e da ciò che riesco a ricavare a distanza, arrampicandomi su un muretto a secco che cinge l’area, perché anche questo sito risulta chiuso, nonostante che le indicazioni dichiarino il lunedì come giorno di riposo.

Non mi resta che riprendere il cammino, un po’ deluso. Una chiesetta campestre, costruita con file alternate di pietre scure e chiare, sbozzate grossolanamente secondo uno stile vagamente romanico, interrompe la monotonia del paesaggio, fatto di olivi, lecci, sughere, roveri e cespugli di cisto, mirto, rovi e grandi distese incolte dove il giallo della colza la fa da padrone.

Sorpasso Suni, ignorando il bivio per Bosa e mi fermo a Tinnura cercando un posto dove mangiare un boccone, visto che l’ora canonica del pranzo è passata da un pezzo. Il paese che attraverso seguendo la strada principale, è gradevole e curato: case basse, spesso in pietra, ben restaurate e colorate ma in modo non pacchiano, qualche angolino ombreggiato, spiazzi impreziositi da una fontana o da pittoreschi murales raffiguranti scene di vita campestre, il selciato in pietra basaltica disposta geometricamente…

Ma tutto sembra deserto e immobile nel caldo del primo pomeriggio. Trovo finalmente un bar aperto;  attirato dal simpatico stile etnico della facciata, entro con mille speranze, ma non deve essere la mia giornata fortunata perché non hanno né toast, né panini o spuntini salati e nemmeno paste dolci; mi accontento di un misero buondì e di un cappuccino e cerco di farmi spiegare la strada per raggiungere il nuraghe Nuracale, mia prossima tappa.  Il problema è che la barista, il marito e due avventori intenti a una partita a carte in giardino, si lanciano in un’animata discussione su quale sia e dove si trovi il nuraghe, ognuno sicuro del fatto suo. Alla prima pausa del dibattito, che sembra volersi protrarre a lungo, riesco a liberarmi e a ripartire, contando sulle sole indicazioni che Komoot riesce a fornirmi al primo incrocio in uscita dal paese, confortato anche da un murale che indica curiosamente la strada verso Sagama.

Lascio dunque alle mie spalle Tinnura e la sua appendice Flussio e mi dirigo verso Sagama e il Montiferru.  La regione del Montiferru è montuosa; è qui che si trovano le cime più alte di questa parte della Sardegna, come l’Urtigu; niente di strano, quindi, che la strada inizi a salire in maniera più decisa.

Ogni tanto dietro una curva si apre la vista di una vallata in cui puntini bianchi sparsi nel verde identificano greggi di pecore al pascolo senza apparente controllo di pastori. In realtà, laddove non ci sono gli uomini, la funzione di guardiani è comunque svolta egregiamente dai cani i quali, senza bisogno di muovere altro che la testa, controllano attentamente che nulla venga a minacciare l’integrità del gregge. Ne ho la riprova quando, passando a lato di un muretto a secco oltre il quale delle pecore stanno brucando insieme ai loro agnellini, mi viene la tentazione di fotografare quel quadretto bucolico. Il tempo di un clic e un ringhio minaccioso, proveniente da non so dove, mi avverte che non è il caso di soffermarmi. Non me lo faccio ripetere, tanto più che il muretto presenta un varco non del tutto chiuso da un cancelletto di legno: a tempo di record, dimenticando il caldo e la pendenza, schizzo mezzo kilometro avanti.

La strada ora si fa più pianeggiante e si apre su una vallata dominata dalla cittadina di Sagama; anche se l’attraverso senza fermarmi, non posso non rilevare che, come Tinnura,  anche questo è un paesino ben tenuto, assai lontano dallo stereotipo dei piccoli centri del meridione, poveri e trascurati. Superata la seicentesca chiesa di  S. Michele Arcangelo, dallo stile non facilmente identificabile, proseguo sulla provinciale ed esco dall’abitato in direzione di Scano Montiferro.

Pochi kilometri in falsopiano ed ecco che, passato il bivio per Macomer, dietro una curva all’improvviso mi appare Scano, con le case che rivestono un poggio partendo dalla base con le abitazioni più recenti, fino alla cima con le costruzioni più antiche, compreso il centro storico e l’immancabile chiesa che domina tutto dall’alto.

Anche questo, probabilmente, sarà un paese in grado di offrire motivi di interesse ai visitatori; stavolta, però, non lo attraverserò: so che da qualche parte tra Sagama e Sennariolo si dovrebbe trovare il fantomatico nuraghe Nuracale, perciò prima di entrare in Scano devio a destra per Sennariolo.

 La strada procede in discesa per qualche km fino a raggiungere Sennariolo; qui con una stretta curva a sinistra seguo le indicazioni per Cuglieri.

A questo punto è chiaro che  la visita al nuraghe è saltata. La strada continua a scendere, ma non dura molto: un piccolo rio incassato tra le pareti di roccia della valle segna il punto più basso: l’altimetro mi annuncia che dai 400 m. di Scanu sono a quota 240 m.

Ora non posso che risalire e infatti la strada prende a inerpicarsi senza tregua, pedalata dopo pedalata, curva dopo curva; la fatica, il caldo e il semi-digiuno mi impediscono di allontanare lo sguardo dalla striscia bianca a bordo strada ed è così che salto l’incrocio che  doveva permettermi di aggirare Cuglieri e puntare direttamente verso S. Caterina Pittinuri. Quando me ne accorgo ho percorso inutilmente due km di salita; torno perciò indietro ma la mancanza di segnale GPS mi fa imboccare una stradina che diventa ben presto un sentiero che procede tortuosamente tra gli oliveti.

Alla fine Komoot recuperato il segnale mi riporta sulla retta via, ma al prezzo di una salita di 150 m. su una “scorciatoia” sterrata affrontata con le mani e i piedi.

Cinque minuti dopo la bici sfreccia sul rettilineo ben asfaltato della ss.292 che scende verso S. Caterina di Pittinuri. La netta discesa e un fresco vento di mare mi fanno provare qualche brivido accentuato dalla disidratazione dovuta alle sudate precedenti, ma nell’insieme l’effetto è piacevole. Una  macchia azzurra in fondo all’orizzonte si rivela per quello che è: il mare. La mia esultanza è la stessa degli uomini di Senofonte quando al termine della loro lunga e durissima marcia avvistarono il mare gridando “Thalassa, thalassa”: qualunque sorpresa possa riservarmi la strada, mi conforta il fatto che la meta di questa prima giornata è ormai vicina.

Sono 11 i km di discesa ininterrotta che mi portano fino a S.Caterina e il piacere di rivedere la costa dopo tante ore passate tra i monti mi spinge a rendere omaggio alle acque marine andando sulla spiaggia a mangiare all’ombra di una tamerice un panino appena comprato.

A parte una coppia seduta su un tronco che il mare ha levigato e lucidato prima di restituirlo alla terra, la spiaggia è deserta, ma il caldo, seppur temperato da una piacevole brezza, è già estivo. La baia, in cui il blu intenso dell’acqua fa da contrasto con la sabbia chiara e il verde delle tamerici, è racchiusa da alte falesie di calcare bianco ed è divisa al centro dal fiume che dà il nome al paese.

Dopo una sosta ristoratrice e qualche foto, riprendo il cammino con l’intenzione di raggiungere la vicina borgata di Torre Pozzo dove nel frattempo ho fissato un B&B. Di solito, nella ricerca di un posto dove dormire, mi affido al caso, anche perché non so mai in anticipo dove e quando arriverò; ma la mia giornata di viaggio è ormai vicina alla conclusione, per cui ho consultato Booking.com e ho fatto la mia scelta fra le varie possibilità nel raggio di una decina di km.

Una piccola salita mi porta a S’Archittu, al pari di S. Caterina, frazione del comune di Cuglieri. Scendo al lungomare e raggiungo la passeggiata che sovrasta la spiaggia di una decina di metri; una striscia di sabbia bianchissima è delimitata da un lato dal mare e dall’altro da un tappeto di carpobrotus, punteggiato da agavi e cespugli di tamerici, cisto, mirto e altre piante fiorite. Percorro la passeggiata con la bici a mano, dato che sono molti i bambini che vi giocano tra mamme con passeggini, giovani e adulti che frequentano bar e locali. Dopo qualche centinaio di metri una seconda passeggiata conduce a quel monumento naturale che dà il nome alla borgata, s’Archittu, cioè l’arco naturale alto una decina di metri che si trova su una lingua di roccia calcarea protesa sul mare. Dall’alto la vista è da cartolina e lo spettacolo cresce scendendo verso il basso: anche prima di raggiungere il livello del mare, attraverso l’ampio foro nella roccia candida si intravede aldilà dell’arco l’acqua spumeggiante sospinta dalla risacca e uno spicchio di cielo. È un tripudio festoso di bianco e di blu che io non sono il solo a osservare: un piccolino di 6-7 anni a poca distanza da me si sofferma incantato a guardare, per un tempo inconsueto per un bimbetto di quella età.

Riprendo a malincuore il cammino verso il traguardo finale della giornata e affronto l’ultima, breve e modesta (ma le mie gambe non sono di questo parere) salita verso la frazione Torre su Puttu, ovvero Torre del Pozzo, che deve il suo nome alla presenza sia di una torre seicentesca, sia di una voragine che, scendendo nelle profondità del promontorio, entra in una grotta in comunicazione con il mare attraverso un cunicolo sommerso; nei giorni di mare in tempesta, poi, dei potenti getti d’acqua risalgono questo pozzo naturale dando origine a degli sbuffi che ricordano quelli di un cetaceo; per questo il promontorio stesso viene soprannominato Sa Balena.

Il mio B&B, “Andrea e Valentina”, si trova all’estremità opposta del borgo, proprio a fianco all’altro B&B segnalato da Booking.com. Impulsivamente, al momento della scelta, ho scartato il secondo perché il suo nome “Torre del Pozzo”, che ricalcava quello della località, mi pareva anonimo e poco originale, a differenza del primo che, utilizzando due nomi di persona, rievocava il calore di un contatto umano più diretto.

E in effetti mai intuizione si è rivelata più felice. Appena entro nel giardino prospiciente la casa, mi accoglie sorridente il sig. Gianni, padre dei due ragazzi che dànno il nome al B&B, mi invita a sedere sotto un piccolo gazebo e mi offre un bicchiere di prosecco freddo. È l’inizio di una cordiale conversazione in cui le reciproche informazioni su di sé si alternano a quelle sui propri interessi e sui rispettivi luoghi di origine. Gianni, che dimostra una vasta cultura e una spiccata passione per la storia e l’archeologia, mi spiega molte cose sulla storia sia antica che recente di Torre del Pozzo e di questo tratto di costa, di come si sia trasformata in questi ultimi anni sotto l’impulso del turismo crescendo un po’ caoticamente e prive di uno stile architettonico preciso, senza però arrivare a snaturarsi, come altre zone della Sardegna, soprattutto nel Nordest. Mi dà inoltre una serie di informazioni utili sia sui ristoranti in cui cenare, sia sulle località meritevoli di visita che io dovrei sfiorare domani.

Soddisfatto più che mai per la mia scelta fortunata, parcheggio la mia bici in un cortiletto interno e salgo al primo piano della villetta, dove si trovano le stanze del B&B. I locali sono spaziosi, luminosi e molto curati, ma la cosa più bella è lo spettacolo che si gode dalla balconata: il sole, basso sull’orizzonte, inonda di una luce dorata il mare, gli scogli e il promontorio su cui si staglia il cono della torre aragonese che dà il nome alla località.

Perciò, appena fatta una doccia indilazionabile, attraverso la strada e mi dirigo verso il mare. La torre spicca su una scogliera verticale alta una quindicina di metri e coperta da un mantello fiorito di carpobrotus; le piante, la roccia, il mare e il cielo sono accomunate dalle medesime sfumature rosso-violacee. La torre, che fa parte di un sistema di avvistamento fatto costruire dagli spagnoli per prevenire le incursioni moresche, è imponente, ma non è visitabile e si presenta in condizioni non buone: le pietre delle pareti esterne in alcuni punti sono sconnesse, qualcuna è caduta a terra e la parte più alta è in parte diroccata.

Consumo gli ultimi sprazzi di vita della batteria del mio smartphone per scattare una dozzina di controluce mal riusciti, ma consumo anche troppi minuti. Quando mi decido a muovermi, con il sole se ne è andata anche la possibilità di raggiungere uno dei locali consigliatimi. Ripiego sulla seconda scelta ed entro nel ristorante vicino alla torre. Lì per lì ho la sensazione che sia giorno di chiusura: le luci sono attenuate, non ci sono avventori né odori o rumori provenienti dalla cucina, solo una persona che su un tavolo colmo di fogli fa dei conti. Appena mi vede, mi fa accomodare; io mi posso permettere di scegliere tra i tanti tavoli vuoti quello più vicino alla ampia finestra con vista sul tramonto.

Non passano più di 5 minuti dall’ordinazione che il direttore-cuoco-cameriere mi serve i piatti, soffermandosi al mio tavolo per quasi tutto il tempo a commentare sconsolatamente la triste congiuntura economica per cui mentre tasse, adempimenti burocratici, lacci e lacciuoli vari rimangono gli stessi,, se non aumentati, i turisti sono drasticamente diminuiti a vantaggio di quelli “mordi e fuggi”, soprattutto motociclisti e camperisti che attraversano il territorio, ma in totale autonomia e senza produrre ricchezza per i locali.

La chiacchierata si protrae oltre il tempo necessario alla cena, peraltro sostanziosa; quando finalmente pago il conto (davvero modico) ed esco, è ormai notte fonda e non mi resta che tornare rapidamente al B&B per riposarmi da una giornata davvero impegnativa, sicuramente al di là delle mie previsioni: Komoot mi dice che i km percorsi sono stati 117 in 6 ore e soprattutto i dislivelli superati si attestano complessivamente sui 1700 metri. Giusto il tempo di complimentarmi con me stesso tra uno sbadiglio e l’altro e poi di corsa a dormire.

 

Lunedì 24 Aprile

 

Appena sveglio, la luce e l’aria fresca che entrano dalla finestra semiaperta e la consapevolezza di un sonno profondo e ristoratore mi stimolano l’appetito, ma non ho bisogno di chiamare o di aspettare: appena entro nel soggiorno trovo la tavola apparecchiata con ogni ben di dio e il sig. Gianni che mi invita a farmi sotto. Non me lo faccio ripetere e tra caffè, caffellatte, spremute, pane e marmellata, biscotti, crostatine etc. faccio il pieno, sfruttando fino al limite dell’umano la capienza del mio stomaco;  non contento, su suggerimento del mio anfitrione, mi preparo due panini supplementari da portarmi via; infine vado a prepararmi.

Avevo previsto di partire con calma, intorno alle 9, ma al momento dei saluti chiedo informazioni supplementari sulla strada da percorrere stamani e sugli scavi di Monte ‘e Prama, luogo del ritrovamento dei famosi “giganti”. Ne ricevo la deludente risposta che le statue sono state trasferite ai musei di Cabras e Cagliari, mentre gli scavi sono attualmente chiusi per mancanza di fondi, problema, questo, che affligge anche altri siti archeologici (e non solo), che, con una visione politica un po’ più lungimirante, potrebbero essere resi fruibili dal pubblico e al tempo stesso costituire un’occasione di lavoro per i giovani e di valorizzazione del territorio.

Alla conversazione si unisce anche l’altro ospite del B&B, una persona di mezza età originario del Settentrione, ma buon conoscitore di Torre del Pozzo e dei dintorni. E così, tra una chiacchiera e l’altra, quando do il primo colpo di pedale, sono le 10,30 passate.

Ormai è troppo tardi per tornare indietro verso Santa Caterina di Pittinuri e prendere la deviazione (pochi km di sterrato) per Cornus: la visita alla basilica proto cristiana di Columbaris e ai resti della città punica di Cornus (poi romanizzata dopo la sconfitta di Ampsicora e la fine della resistenza antiromana, come mi ha spiegato il sig. Gianni) dovrà essere rimandata ad un’altra occasione.

La giornata è assolata, senza ombra di nubi, ma un discreto vento da ovest ne attenua la calura. A differenza di ieri, oggi non dovrebbero esserci salite; la strada infatti si mantiene sostanzialmente pianeggiante; a sinistra il terreno sale leggermente verso le ultime propaggini del Montiferru, mentre a destra una fitta pineta digrada impercettibilmente verso il mare, invisibile ma poco lontano, come dimostrano dei mucchietti di sabbia, qua e là sul ciglio della strada.

Appena passato l’ingresso di un camping, il navigatore mi avverte di girare a destra XXXX di inoltrarmi su uno sterrato che si addentra nella vegetazione di pini, lecci e acacie della pineta di Is Arenas. Originariamente quest’area era un vero e proprio deserto costiero, caratterizzato da dune spoglie di vegetazione per kilometri e kilometri; poi nella prima metà del secolo scorso fu deciso di rimboschirla ed oggi è diventata un’area protetta ricca di biodiversità. Così, almeno, mi è stato spiegato, ma in verità l’unica abbondanza e varietà non vegetale di cui sono costretto ad accorgermi è quella delle zanzare.

Seguo il sentiero per qualche centinaio di metri, ben attento a non cadere a causa dei banchi di sabbia che fanno sbandare le ruote lisce della mia bici. Finalmente Komoot mi segnala che sono arrivato; nella pianificazione del percorso io avevo impostato la ricerca di un ponte romano che dovrebbe trovarsi da queste parti, ma qui la vegetazione rigogliosa copre tutto, lasciando poco spazio perfino all’azzurro del cielo.

Faccio qualche passo in avanti dove mi pare che il verde diradi un po’, ma anche qua, a destra o a sinistra, non c’è ombra di ponte, né di fiume o fiumiciattolo. Il sentiero, poi, prosegue in salita, dov’è ancor più improbabile la presenza di corsi d’acqua ma mi viene una intuizione: un varco nella vegetazione lascia intravedere una discesa; appoggio la bici ad un albero e mi calo giù e mi rendo conto di trovarmi nel letto di un torrente in secca, quel modestissimo Riu Ozzana su cui i Romani costruirono il ponte per la loro strada che doveva mettere in comunicazione Cornus con Tharros.

Ed ecco che, quasi per magia, mi appare anche il ponte: limitato ad un’unica arcata per la modestissima ampiezza del rio, in compenso è molto alto e si presenta ben conservato nella struttura, a quanto si può a malapena intuire, dato che in alto è completamente avviluppato da piante rampicanti e parassite che ne nascondono in parte l’ arcata in pietra, mentre in basso, dove poggiano i piedritti, tra felci, caprifogli, ortica e altre erbe fanno pessima mostra di sé oggetti di plastica, fogliacci e  altri rifiuti.



Un po’ deluso, ma non molto sorpreso, riguadagno la statale 292, o Occidentale Sarda, costeggiata da gialle distese di colza in fiore su cui spiccano le macchie rosse dei papaveri. Qua e là in lontananza intravedo qualche nuraghe; provo ad avvicinarmi al primo che incontro, il nuraghe Tradori, ma una recinzione e soprattutto  una fitta cortina di fichi d’India mi dissuadono.

Lasciata la ss.292 poco prima della città di Riola, mi dirigo a sudovest. Mi trovo ormai nel pieno del Campidano oristanese in una vasta pianura occupata dalla penisola del Sinis, compresa tra Santa Caterina di Pittinuri, Cuglieri, Montiferru, Riola, Cabras, Punta S. Marco e il mare.

Le coste che alternano falesie calcaree a litorali bassi e sabbiosi, dalla acqua turchese cristallina, sono ancora poco frequentate dal turismo di massa e conservano una loro selvaggia bellezza; ma la caratteristica principale è la presenza di una serie di stagni costieri e saline che contribuiscono alla biodiversità e costituiscono l’habitat di molte specie di uccelli, sia stanziali che di passo, tra i quali vi sono il fenicottero rosa, il cavaliere d’Italia, il cormorano, l’airone cenerino e il gabbiano reale. In realtà non sono molto fortunato negli avvistamenti: per quanto scruti in ogni direzione non vado oltre qualche cormorano, forse un airone e, naturalmente immancabili, molti gabbiani, reali o plebei, ma dei famosi fenicotteri rosa neanche l’ombra.

Sorrido al ricordo di quanto accadde un buon quarto di secolo fa, quando scelsi di portare moglie e figlie a visitare in auto la Sardegna: procedendo da Cagliari verso nord decidemmo di deviare verso Tharros e poi di andare alla ricerca dei fenicotteri rosa, di cui aveva parlato anche la maestra delle Elementari.

Quando arrivammo nel Sinis in prossimità di non so più quale stagno, era ormai il tardo pomeriggio, il sole stava calando e l’aria silenziosa tremolava di una foschia rosata; a un certo punto, con voce eccitata le bambine mi avvisarono che stava arrivando un gruppo di fenicotteri. Guardando nella direzione indicata scorsi nell’aria fumigante per il caldo una macchia scura che si avvicinava, che non mi pareva rivelare uno stormo di fenicotteri, ma, casomai, di storni. Non ebbi il tempo di risolvere le mie perplessità, che, prima con un brusio crescente, poi con un frastuono improvviso e incredibile, lo stormo si precipitò sulla zona in cui eravamo: sembrava un attacco deliberato e incomprensibile, simile a quello degli “Uccelli” di Hitchcock, solo che stavolta non si trattava di volatili, ma di enormi cavallette che in uno sciame di dimensioni bibliche avevano deciso per chissà quale ragione di abbattersi sulla mia auto: non sarebbe esatto dire che si posavano, dato che a tutta velocità, con un rumore sgradevole che si sommava a quello prodotto dalle ali degli altri insetti, grandinavano a centinaia sui vetri e sul tettuccio dell’auto, la maggior parte delle volte spiaccicandosi e morendo all’ istante; qualcuno riuscì in qualche modo a infilarsi nell’abitacolo attraverso i finestrini che non avevamo fatto in tempo a chiudere del tutto. Gli strilli delle figlie e il disgusto di mia moglie (e anche mio) mi convinse senza sforzo a lasciare immediatamente la zona e la ricerca dei fenicotteri.

Dopo averlo a lungo cercato, sulla destra finalmente mi appare il sito archeologico di Mont’e Prama dove una quarantina di anni fa sono stati rinvenuti i famosi Giganti, le uniche statue della civiltà nuragica finora conosciute e attualmente ospitate nei musei di Cabras e di Cagliari. Come mi aveva avvertito il sig. Gianni, gli scavi al momento sono sospesi e il sito archeologico è chiuso, per cui non mi resta che scattare dall’esterno una foto di scarso significato al sito e al terreno alle sue spalle, che per quanto si fregi del titolo di Monte, è poco più di un collinetta alta qualche decina di metri.

Pochi km più in là, ad un incrocio subito prima di San Salvatore di Sinis, mi faccio tentare dal cartello che a destra indica le spiagge di Is Arutas. La strada, assolutamente deserta, è asfaltata e abbastanza diritta, ma il vento contrario, il caldo e qualche saliscendi consigliano di non forzare.

Raggiungo la costa dopo circa 6 km e una ventina di minuti; il panorama mi ripaga della fatica: davanti a me, un po’ più in basso, la spiaggia di Is Arutas, (conosciuta come la“spiaggia dei chicchi di riso”, essendo composta da piccoli granelli di quarzo, che presentano sfumature cangianti dal rosa, al verde, al bianco candido), si estende per diversi chilometri e delimita un mare trasparente che assume colori tra il verde e l’azzurro intenso. Di fronte si scorge la forma caratteristica dell’isola di Mal di Ventre, un paradiso naturalistico disabitato e protetto, dove nidificano le tartarughe marine.

Per larghi tratti, è una area ancora selvaggia e poco edificata (prima di arrivare ho incontrato solo un camping e un paio di agriturismi) frequentata da qualche famiglia dell’oristanese, ma fortunatamente ignorata dai grandi flussi del turismo nazionale e internazionale: sulla spiaggia a perdita d’occhio  ho contato non più di una decina di persone, attirate dal sole e dal caldo di questo anticipo d’estate.

Torno rapidamente indietro fino all’incrocio e raggiungo in un paio di minuti San Salvatore di Sinis. Entro in una specie di piazza con tante casette colorate affiancate tra loro e una chiesa al centro. Appoggio la bicicletta ad un albero e inizio a girare. È un luogo di difficile classificazione, non solo per le sue ridottissime dimensioni, che potrebbero far pensare a un minuscolo borgo o alla frazione di un paesino. Al primo impatto sembra un antico villaggio disabitato. Non c’è nessuno in giro e nessuno non significa poche persone, ma proprio nessuno, come se qualche sortilegio avesse fatto sparire improvvisamente tutti i suoi abitanti, lasciando in perfetto ordine l’abitato o come se una ondata di caldo torrido avesse imposto alla popolazione di rintanarsi all’interno delle case per una siesta in stile messicano. Non per niente questo villaggio, a quanto mi risulta, ha fatto da scenario proprio ad alcuni film western.

In realtà, mi è stato spiegato ieri, San Salvatore è nato intorno alla omonima chiesetta campestre: in occasione dei novenari (cerimonie religiose della durata di 9 giorni) centinaia di pellegrini provenienti dalla regione circostante accorrevano per celebrare San Salvatore. Perciò intorno alla chiesa vennero costruite decine e decine di piccole abitazioni temporanee (in genere composte da un solo locale, ma con un sedile in pietra subito fuori della porta, destinato alle conversazioni tra i fedeli o a proseguire le preghiere quando la funzione religiosa era terminata); questi alloggi, chiamati cumbessias, erano destinati appunto a ospitare i pellegrini, per e poi tornare deserti una volta concluse le novene. Col tempo, alcune di queste casette sono diventate alloggi privati, ma ancora oggi tra fine Agosto e inizio Settembre il villaggio si ripopola in occasione della festa del santo patrono.

La chiesa, che è il cuore di questo strano villaggio, è di epoca medioevale, ma –come spiega una lapide posta sul muro esterno- il luogo era sacro fino dalla preistoria: sotto l’edificio si cela un ambiente sotterraneo di 5 vani intorno ad una stanza circolare centrale, nella quale troneggia il pozzo sacro nuragico; qui si celebrava il culto delle acque ritenute curative fin dal neolitico. L’ipogeo frequentato fin dall’epoca nuragica e poi rimaneggiato in età tardo romana (III-IV sec. d.C.), contiene disegni e iscrizioni in lingua punica, greca, latina e perfino araba a testimoniare un continuum di religiosità.

Improvvisamente una scolaresca guidata da due o tre indaffarate maestre irrompe nella piazza, facendo svanire l’incantesimo.

Riparto in direzione di San Giovanni di Sinis e di Tharros.

San Giovanni è una frazione del comune di Cabras. Si trova nella parte meridionale della penisola del Sinis, lungo la strada che conduce all’antica Tharros.

Ex villaggio di pescatori oggi è diventato un centro di villeggiatura. Nella piazza centrale si trova una piccola chiesa paleocristiana in arenaria, a cui la luce del sole conferisce un intenso colore caldo. Costruita intorno al V secolo, utilizzando in parte le pietre provenienti dalle rovine di Tharros; è strutturata su una pianta inizialmente a croce greca e in seguito restaurata a croce latina; ha tre navate con volte a botte e una cupola all’altezza dell’abside che le conferisce un’impronta orientale o meglio bizantineggiante, confermata anche dalle linee ondulate che contornano in alto la facciata. I rifacimenti avvenuti nel tempo sono evidenti anche lateralmente, dove una coppia di bifore in stile romanico testimonia un rimaneggiamento posteriore di qualche secolo alla costruzione originaria.

L’interno è suggestivo, specialmente per chi entra provenendo dalla luce accecante dell’esterno: molto buio per la mancanza di finestre, si presenta spoglio di ornamenti, ma è impreziosito da un fonte battesimale ben lavorato con dentro un pesce a rilievo.

Proseguo, raggiungendo gli scavi che lascio alla mia sinistra e inizio, su uno sterrato a tratti ripido e disagevole, la salita verso Capo San Marco: è lo scenografico promontorio che conclude con un faro la parte meridionale della penisola del Sinis e si affaccia da nord sul golfo di Oristano. Lunghe strisce di sabbia delimitano sui due lati la stretta lingua di terra che sale verso il  promontorio.

Raggiungo una sorta di casamatta-osservatorio, da cui lo sguardo spazia a 360 gradi; è il punto più alto di Capo San Marco (l’altimetro indica una cinquantina di metri soltanto, anche se quassù mi pare di essere sulla cima di un monte).  Davanti a me a un centinaio di metri, oltre il verde intenso della macchia mediterranea, il bianco edificio del faro spicca sullo sfondo color cobalto del mare; voltandomi indietro, la vista è ancor più spettacolare sia verso la spiaggia di Capo San Marco che guarda in mare aperto, sia su quella di Mare Morto che si affaccia all’interno del golfo di Cabras.

Scatto una dozzina di foto, ben sapendo che nessuno singolo scatto potrà rendere la bellezza che l’occhio umano si trova a contemplare in ogni direzione, abbracciando cielo, terra e mare con tutti i loro contrasti di forme e di colori, con le increspature delle onde, il volo degli uccelli, le strida dei gabbiani, le corse delle nuvole… Per non parlare degli effluvi delle piante resinose, del rosmarino, del mirto, dell’ elicriso, del corbezzolo e chissà quante altre.

Riprendo lo sterrato scendendo verso Tharros. Vorrei mangiare un boccone, ma credo che gli scavi con l’orario invernale chiudano fra un paio d’ore; perciò decido di visitare prima il parco archeologico.

Una volta nei musei statali italiani come nel resto d’Europa per gli ultra-sessantacinquenni l’ingresso era gratuito, ma poi i governanti devono aver pensato che questo sì che era uno spreco intollerabile e che agli anziani avrebbe fatto piacere essere loro a sanare l’oneroso debito pubblico rinunciando all’ingiusto privilegio. Perciò non mi aspetto sconti di sorta. Ma il sito è gestito da una cooperativa privata; e l’addetta quasi si scusa di potermi praticare lo sconto di 1 € soltanto; anzi mi suggerisce di aggregarmi a una comitiva di studenti che partiranno tra mezzora per una visita guidata. Ma io ho un po’ di fretta e preferisco iniziare subito il percorso, tanto più che ho già visitato Tharros una quindicina di anni fa.

Pagati i miei 4 €, inizio il giro seguendo le indicazioni di percorso della piantina che mi hanno consegnato col biglietto. La strada costituita da scure lastre di basalto, scende fino al cosiddetto “castellum aquae”, che costituiva un serbatoio per l’approvvigionamento idrico, e continua in basso verso il mare, dove fanno bella mostra di sé due bianche colonne doriche appartenute a un tempio e alcuni templi ed edifici monumentali.

La città, fondata dai Fenici nell’ottavo secolo e successivamente insediamento punico, fino alla definitiva romanizzazione nel terzo secolo a.C., risente naturalmente della sovrapposizione di queste civiltà ed è proprio l’ultima ad aver lasciato maggiormente il segno, con la pavimentazione delle strade, le terme, le condotte idriche e la rete fognaria, i templi e gli edifici monumentali; ma del periodo cartaginese sono ancora ben visibili il cosiddetto tempio delle semicolonne, l’imponente cinta muraria e in alto, all’estremo nord dell’area urbana, il tophet, cioè il tipico santuario a cielo aperto con le urne cinerarie dei bambini e le necropoli.

Il porto, come sembrano testimoniare alcuni ritrovamenti, doveva trovarsi in un tratto di costa immediatamente prospiciente, lentamente inabissatasi per un fenomeno di subsidenza.

La decadenza di Tharros, come di molti altri centri, soprattutto costieri, iniziò nel Medioevo, anche per le frequenti incursioni saracene; tanto che nell’XI sec. non solo la città era praticamente morta, ma buona parte delle sue pietre vennero smantellate e portate via per essere usate nella costruzione della vicina Oristano, come testimonia anche un antico detto locale, di cui però non rammento le parole.

Lasciata l’area archeologica, ritorno verso il villaggio di San Giovanni alla ricerca di un buco qualsiasi dove mangiare; scartati un fast-food e un ristorante tanto superaffollato quanto superolezzante di fritture non meglio identificate, entro in uno snack bar e mi faccio confezionare un panino mozzarella-e-pomodoro, accompagnato da un succo di frutta. Il prezzo -8 €- mi pare un po’ eccessivo, “acchiappa-turisten”, ma il panino è buono e raggiunge lo scopo.

Prima di lasciare il villaggio, passo dal Centro Visite di San Giovanni di Sinis, che arrivando qui avevo scorto a due passi dalla chiesa; chiedo indicazioni sulla città di Neapolis, una delle più antiche della Sardegna, anch’ essa di origine fenicio-punica, ma ricca pure di siti nuragici e romani. Spiego che dovrebbe trovarsi a sudovest di Oristano, vicino a uno stagno di cui però non ricordo il nome, ma i ragazzi del centro informazione, per quanto disponibili e volonterosi, non riescono a trovare nessuna indicazione nemmeno in internet, anzi lasciano trasparire i loro dubbi sulla reale esistenza del sito e, forse, sulle facoltà mnemoniche dell’anziano cicloturista che hanno di fronte.

Io, che purtroppo avevo dimenticato di registrare la località su Komoot, riparto rassegnato, per non perdere altro tempo, anche perché il pomeriggio è ormai avanzato e il mio programma prevede, dopo un percorso pianeggiante, di salire sulle colline di Guspini prima di sera e possibilmente cercare da dormire ad Arbus.

Percorro la sp6 fino ad arrivare al bivio per Cabras, quindi attraverso un lungo ponte che divide lo stagno di Cabras dal golfo omonimo e nella periferia della città svolto in direzione di Oristano. Una lunga pista ciclabile mi porta fin dentro il capoluogo; qui, seguendo le indicazioni per il porto industriale, costeggio lo stagno di Santa Giusta e poi quello di S’Ena Arrubia in direzione di Arborea.

Il caldo è diminuito ma si fa fatica a pedalare a causa di un fastidioso vento contrario. Il traffico, che avrebbe dovuto interessare soprattutto la vicina superstrada 131, è piuttosto intenso anche qui sulla sp 49 (forse sarà l’ora del rientro) e, nonostante la strada sia assolutamente pianeggiante e diritta, occorre stare attenti, soprattutto quando si è sorpassati dai numerosi camion.

Eccoci ad Arborea, cittadina anonima, né bella né brutta; come Latina nel Lazio è stata fondata in terre paludose e malariche da Mussolini e chiamata appunto Mussolinia. Si sviluppa lungo la provinciale, tagliata perpendicolarmente e a intervalli regolari da vie laterali- Mi fermo nel centro per un cappuccino e per fare rifornimento d’acqua e riparto subito dopo in direzione di Terralba, utilizzando a tratti uno spazio ciclabile alla destra della strada, che non è particolarmente larga, ma almeno è scorrevole. La distanza è inferiore a 10 km, che però sembrano non finire mai.

Rispetto ad Arborea, Terralba è un po’ più varia e interessante, ma non ho né il tempo né la disposizione d’animo per approfondirne la conoscenza. Il sole sta inesorabilmente declinando e manca ancora una ventina abbondante di km a Guspini, dopodiché dovrò affrontare una salita non so quanto dura, fino ad Arbus.

Comincio a rendermi conto che è più realistico -e quindi saggio- abbreviare la tappa a Guspini o alla vicina Gonnosfanadiga, dove comunque dovrei visitare domattina una tomba dei giganti. Per ogni evenienza prima di partire, mi ero premunito di trascrivere i numeri di telefono di vari B&B della zona: il primo squilla a vuoto, al secondo, invece risponde un signore che, dispiaciuto di non potermi dare ospitalità, perché la stagione non è ancora iniziata, mi fornisce l’indirizzo di un ristorante di Gonnosfanadiga che saprà sicuramente indirizzarmi a un B&B aperto.

Chiudendo la conversazione, mi accorgo che la batteria dello smartphone è quasi completamente esaurita; chiamo allora mia moglie e chiedo a lei di fare il giro di telefonate necessario a trovare e fissare un B&B.

Intanto pedalo a tutta forza sulla ss126; superato S. Niccolò d’Arcidano, dovrei aver lasciato il Campidano di Oristano per entrare nel Medio Campidano (ma non ne sono tanto sicuro perché faccio molta confusione tra le diverse denominazioni delle sub regioni storiche e amministrative della Sardegna); quel che conta è avvicinarmi a Guspini; ed è un sollievo scorgere prima la sua periferia industriale poi il paese.

Sono nella parte più alta di Guspini, quando mi raggiunge la telefonata di Gea col nome e l’indirizzo del B&B: “Carpe diem” a Gonnosfanadiga; poi lo smartphone esala l’ultimo respiro. Non mi resta che girare la bici e prendere la strada verso il vicino paese. La lunga discesa mi riporta una cinquantina di metri più in basso nella piana che separa le due cittadine, per poi risalire fino a Gonnosfanadiga.

Mi fermo vicino a una piazzetta e mi accorgo di aver dimenticato l’indirizzo. Poco male, il nome lo ricordo e interpello un passante, che però non ne ha mai sentito parlare e a sua volta lo chiede ad un altro sul lato opposto della strada e questo a sua volta si rivolge a una terza persona. Tutto inutile. Scusandosi per non essermi stati d’aiuto, se ne vanno. In compenso si ferma un’auto che mi fa cenno di avvicinarmi. Mentre rivolgo le mie domande al guidatore, nella stretta strada si forma una piccola coda, ma nessuno protesta; non sapendo darmi risposta il mio automobilista interpella quello dell’auto che segue, dopodiché fa marcia indietro tornando nella piazzetta e tira fuori il suo smartphone, mentre io lo seguo sempre più imbarazzato. Lo vedo consultare freneticamente Google e finalmente, trionfante, mi dice di seguirlo. Fa nuovamente inversione e in cinque minuti attraverso un dedalo di viuzze mi guida fino al sospirato B&B. poi mi rassicura dicendo che nel caso non ci fosse nessuno o non avessero posto, può darmi una mano a cercare un’altra sistemazione. Ma la porta del “Carpe diem” si apre ad accogliermi e non mi resta che ringraziare lo sconosciuto automobilista per la sua straordinaria gentilezza.

Non è la prima volta che in Sardegna riscontro forme di cortesia e disponibilità ad un livello non rilevato altrove, ma stavolta sono rimasto davvero sbalordito.

Entro dopo aver parcheggiato la bici in un cortiletto interno.

Il B&B mi mette a disposizione non una stanza, ma un intero appartamento, arredato in maniera funzionale e con gusto. Si tratta di una abitazione del primo ‘800 perfettamente restaurata, con le travi  di rovere al soffitto, muri a calce e sobri mobili in legno; una scala in pietra conduce al piano superiore dove si trova la mia stanza. La cucina è provvista di tutto l’occorrente per prepararsi non solo la colazione, ma anche la cena e il proprietario, il sig. Antonio, mi invita a usare tranquillamente le provviste contenute in dispensa. Ma io non ho intenzione di mettermi ai fornelli e gli chiedo di un ristorante nelle vicinanze; lui mi suggerisce “L’ulivo” e si offre di accompagnarmi, ma declino la sua offerta, ancora una volta colpito dalla gentilezza riscontrata in questo paese.

E non è finita: quando dopo la doccia esco per andare a cena, finisco in un vicolo buio e chiedo conferma a un gruppo di ragazzini fermi a chiacchierare, due di loro muniti di bicicletta senza perder tempo lasciano gli amici e mi invitano a seguirli. Comincio a pensare di essere io ad avere qualcosa (i capelli bianchi scarruffati, il viso segnato dalla stanchezza, l’andatura traballante di chi ha passato 6-7 ore in bici, o magari l’abbigliamento non proprio da Lord Brummel) che catalizza la compassione altrui.

Entro nel ristorante, sono le 22 passate, ma per fortuna non hanno problemi ad accettarmi, anzi mi accolgono con un gradito bicchiere di Vermentino freddo. L’ ambiente non è particolarmente ampio, ma è di un certo tono, gradevolmente silenzioso, con arredamento elegante ma essenziale e un personale gentile e sorridente. Anche il menu è all’altezza del locale e ben diverso dal solito piatto di verdurine grigliate o di insalata e pomodoro; tra le numerose opzioni vegetariane disponibili scelgo gnocchetti sardi allo zafferano in crema di zucchine, medaglioni di ceci e patate con verdure marinate e un dolce a base di mandorle dal nome incomprensibile; piatti tutti gustosi, presentati in maniera  raffinata e serviti dopo una attesa più che ragionevole. Al momento di pagare sono pronto al peggio, invece il conto resta poco sopra i 20 €.

Il ritorno al B&B è rapido, ma perdo un po’ di tempo a esaminare i dépliant che trovo in camera e che descrivono la regione del Sulcis Iglesiente che domattina mi troverò ad attraversare e, naturalmente il circondario di Guspini e Gonnosfanadiga, ricchissimi, a quanto pare di siti archeologici, di luoghi di culto cittadini e chiese campestri, di monumenti e musei (del coltello sardo, del miele, del formaggio, delle attività minerarie…). E qui scopro che la città fenicio-romana di Neapolis, della cui esistenza i giovanotti di San Giovanni di Sinis dubitavano, esiste davvero e si trova a Santa Maria di Nabui (chiara deformazione di Neapolis) presso gli stagni di S. Giovanni e Marceddì, a nord di Guspini. Pazienza, quello che non ho potuto vedere in questo viaggio, lo recupererò nel prossimo (magari in auto e famiglia al seguito).

Poi finalmente mi decido a concludere una giornata abbastanza impegnativa: anche oggi i km percorsi (senza contare quelli a piedi) sono stati più di quelli programmati, 122 in 6 ore e con 970 m. di dislivello, nonostante il percorso sia stato, almeno sulla carta, prevalentemente pianeggiante. Sicuramente domani ci sarà da sudare di più su rilievi del Sulcis-Iglesiente.

 

 Martedì 25 Aprile

 

Il terzo giorno inizia con una buona colazione intervallata da una lunga chiacchierata col sig. Antonio, che in realtà è più un monologo che un dialogo. Mi racconta l’origine della casa, il suo restauro e la recente decisione di farne un B&B (questo spiega perché tante persone nel paese ne ignorassero l’esistenza). Poi, mentre io continuo a svuotare e riempire una tazza di caffellatte dopo l’altra, in cui inzuppo ogni ben di dio, passa a elencarmi le attrattive di Gonnosfanadiga e dintorni. Infine, mentre io mi dedico ad un assaggio di frutta, amplia l’orizzonte delle sue descrizioni con le bellezze ancora poco conosciute della Sardegna sudoccidentale: la lussureggiante Costa Verde, la spiaggia di Piscinas con le sue dune alte decine di metri, le più grandi d’Europa, e poi l’incantevole spiaggia di Portixeddu e il suggestivo scoglio del Pan di Zucchero, e poi…

Lo interrompo spiegandogli che il mio programma prevede di passare dal tempio di Antas e di raggiungere in serata l’isola di San Pietro e quindi non mi permette consistenti deviazioni; ma lui insiste, raccomandando almeno l’ultimo tratto, cioè da Antas tornare indietro a Fluminimaggiore e scendere sulla litoranea, passando almeno per Buggerru e Nebida, prima di raggiungere l’imbarco a Portoscuso.

Commosso da un tale appassionata dimostrazione di amore per la propria terra, gli prometto che al momento buono ci penserò seriamente. Soddisfatto, lui mi remunera con una banana da portarmi in viaggio.

Infine pago, carico le mie carabattole sulla bici ed esco dal  cortiletto, dove lui date le ultime indicazioni per uscire dal paese, mi regala una bottiglia di acqua minerale.

Prima di lasciare Gonnosfanadiga, passo da una pasticceria che mi era stata consigliata per la freschezza, la bontà e la genuinità dei suoi prodotti. Appena entrato, la proprietaria interrompe il dialogo con una cliente o amica e si dedica a me. Lo spazio (sulla bici e nel mio stomaco) per immagazzinare quelle leccornie è molto ridotto, perciò a malincuore devo limitarmi a comprare solo due pardulas, paste ripiene di ricotta di capre e coperte di miele, una goduria locale a un prezzo davvero ridicolo.

Lascio quello che per me rimarrà il paese della gentilezza, diretto alla prima meta culturale della giornata, la Tomba dei Giganti, a pochi km da qui, sulla via per Arbus, nella località di S. Cosimo.

Tomba dei giganti è il nome popolare, che gli archeologi hanno fatto proprio per designare un tipo di sepoltura megalitica a galleria realizzato da popolazioni nuragiche durante l’Età del Bronzo. Diffuse in tutta la Sardegna, finora ne sono state scoperte oltre trecento. Si trattava di sepolture collettive, probabilmente senza distinzione di classe sociale, usate come ossari che potevano contenere fino a 200 scheletri, ma non si può escludere che avessero anche la funzione di santuari dedicati a riti di guarigione.

Quella di San Cosimo, risalente al XV sec. A.C. e lunga complessivamente una trentina di metri per 24 di larghezza, è probabilmente la più grande di tutta la Sardegna.

So che la sp.67, la strada che poi prosegue per Arbus, dovrebbe salire fino a oltre 300 m., invece, appena fuori dal paese, scende e scorre per un paio di km lungo una piana fino a un ponticello su un rio. Qui il sig. Antonio mi ha spiegato che sulla sinistra troverò uno sterrato che in poche centinaia di metri mi porterà alla Tomba dei Giganti di san Cosimo, detta anche “Sa Grutta de Santu Giuanni”.

L’indicazione risulta esatta e in un paio di minuti arrivo a destinazione, uno spiazzo che dalla strada permette di salire dolcemente su una collina.

Purtroppo l’erba non è stata ancora falciata e ricopre tutta l’area, ma non tanto da impedire di notare una serie di massi disposti sul terreno in maniera non casuale. Non ci sono recinzioni (o se ci sono state, hanno smesso da tempo di essere operative), perciò mi avvicino ed entro nel complesso archeologico, peraltro non segnalato né delimitato da alcunché.

Una fila di blocchi di granito grezzo a forma di C maiuscola con l’apertura in basso circoscrive l’esedra come due ampie braccia intese ad accogliere il visitatore; nel punto in cui si incontrano si apre l’ accesso alla tomba vera e propria. L’ ingresso, rivolto verso Sud, consiste di due aperture sovrapposte e separate da un architrave di granito. Entro e mi trovo in un primo corridoio di un paio di metri, leggermente svasato, oltre il quale c‘è la camera sepolcrale vera e propria: è a sezione tronco-ogivale e a pianta rettangolare allungata (circa 17 m. x 1 m. x 2 m. d’altezza, se ricordo bene quanto ho letto ieri sera). La copertura, realizzata da lastre granitiche orizzontali, è abbastanza ben conservata e la luce che filtra da un paio di aperture, oltre che dall’ingresso, neutralizza ogni possibile impressione claustrofobica e conferisce all’ambiente semibuio e silenzioso la sensazione di essere fuori dal tempo, mentre la fantasia corre a quelle epoche in cui uomini di foggia strana e lingua incomprensibile si radunavano presso questi monumenti per svolgere misteriosi rituali.

Tornato all’esterno, esamino più da vicino i massi che delimitano l’esedra e quelli sparsi nell’area circostante, come se proprio a me fosse stato riservato l’onore di fare chissà quale scoperta; ma debbo limitarmi a farmi incuriosire dalla forma non casuale di alcune pietre isolate o da incrostazioni rossastre (ossidazioni ferrose?) su un muretto o ancora da due cerchi di pietre seminascosti nell’erba alta ai lati dell’esedra, questi sì manufatto degli antichi abitatori del posto, ma per funzioni a me sconosciute.

Tornato coi piedi per terra, smetto i panni del Giovane Esploratore e mi avventuro su per la collina. Zigzagando per evitare gli affioramenti di roccia più impervi o i cespugli più fitti e spinosi, salgo qualche decina di metri più in alto, fermandomi su un possente ammasso di roccia. Da qui vedo chiaramente, più in basso, l’area della tomba dei giganti, di lato, su una vicina collina, una torre nuragica (forse il nuraghe di San Cosimo?) e di fronte l’ampia vallata verde scuro chiusa a Sud dalle creste dell’imponente gruppo del monte Linas. Il luogo incute soggezione: non si ode suono o rumore di sorta un alito di vento, non si scorge a distesa d’occhio alcun segno di attività umana, c’è soltanto il sole e questo cumulo di rocce bianche nelle cui crepe si annidano insetti, fiori e piantine d’ogni colore e varietà, quasi a voler testimoniare la versatile creatività della natura.

Torno sull’asfalto della provinciale e mi avvio in direzione di Arbus. Se prima mi stupivo perché il percorso procedeva in pianura, ora mi colpisce la repentinità improvvisa con cui la strada prende a salire: non è un’ascesa impossibile, nei punti più duri non sarà superiore al 4-6%, ma è allo scoperto e i raggi solari dardeggiano ora una spalla ora l’altra, lasciate incautamente scoperte. Pure stavolta ho dimenticato di portare una crema protettiva; eppure l’esperienza dovrebbe avermi insegnato che anche ad aprile ci si può scottare.

Supero Arbus, attraversandone la periferia e imbocco la ss126, la Sud-Occidentale Sarda, che dall’oristanese, attraversando tutto il Sulcis e l’Iglesiente, arriva fino a Sant’Antioco. Dopo una breve tregua riprende la salita che in una decina di km mi porta al passo di Bidderdi. Non so se mi trovo ancora nel Medio Campidano o sono già nell’Iglesiente; le spiegazioni che ho ricevuto tra ieri e stamattina collocavano il confine dopo Arbus, ma non erano molto convinte.

Qui, sul passo, qualche casa e un bar, intorno al quale si aggirano alcuni motociclisti, animano un paesaggio altrimenti deserto. Poco prima ho oltrepassato il bivio che porta a Ingurtosu e alle spiagge di Piscinas e al loro sorprendente sistema di dune ancora “vive” e capaci di sfiorare i 100 m. d’altezza; dovessi incontrare nuovamente il sig. Antonio, per non addolorarlo, gli dirò che ci sono stato e che mi sono piaciute moltissimo; ma oggi la priorità è arrivare al Tempio di Antas; poi si vedrà.

Inizia finalmente la discesa: è davvero ripida e sono contento di non doverla affrontare in senso contrario; la velocità sale a 30-40-50 km/h e i continui tornanti rendono divertente la corsa; io mi godo il vento che mi rinfresca e asciuga il sudore, ma mi fermo poco dopo ad un tornante per un paio di foto allo strapiombo sottostante in cui precipitano le due coste ravvicinate su cui corre la strada  e all’aspro profilo dei monti lontani.

Continuo a scendere ininterrottamente per 8 km, con le mani rattrappite sui freni; poi subito dopo il bivio per Buggerru, tocco la quota più bassa ed entro nel comune di Fluminimaggiore.

L’impressione molto superficiale di chi lo ha semplicemente attraversato, è che come paese non abbia nulla di veramente notevole, ma che sia un ottima base per visitare località davvero meritevoli di una visita: Portixeddu e la Costa Verde, Antas, le grotte di Su Mannau, i siti minerari…

All’uscita da Fluminimaggiore ricominciano le curve e la salita; se non altro la folta vegetazione sul lato destro mi ripara un po’ dal sole e il traffico è quasi assente: le auto e soprattutto le moto che ho incontrato tra Arbus e Fluminimaggiore sembrano sparite come d’incanto: probabilmente hanno deviato verso il mare di Piscinas o Is Arenas e, se erano diretti a sud avranno preferito percorrere la costiera passando per Buggerru, Masua, Nebida, Portoscuso, seguendo lo stesso itinerario suggeritomi dal proprietario del B&B.

Finalmente mi appare il bivio per Antas; lo imbocco e subito la strada prende a scendere fino a una stretta valle ricoperta da un tappeto rosso di papaveri. Mi guardo intorno cercando indicazioni o tracce visibili del sito, ma inutilmente. Mi conforta però l’arrivo di un’auto che va nella mia stessa direzione. E infatti dopo poco, superato un ultimo tratto davvero ripido, raggiungo Antas.

Non si tratta di un paesino o di un piccolo agglomerato di abitazioni, ma unicamente del parco archeologico, che prende il nome da un rio che l’attraversa e che è costituito da un ampio spazio verde recintato e da un edificio basso che funge da biglietteria e bar. Però il tutto è ben tenuto dalla cooperativa che lo gestisce; ci sono un berceau con sedie e tavolini, terrazzamenti piastrellati, vialetti, aiuole, piante con i cartellini esplicativi e bordure di fiori.

Pago 4 € per il biglietto e ricevo un pieghevole formato A4 con le informazioni sul parco. Dato che non ci sono al momento visite guidate, mi arrangerò con questo mini-depliant. Indossata la mia migliore grinta da Grande Esploratore, mi avventuro alla scoperta del passato, accodandomi a un gruppo familiare; ma poi lo lascio, preferendo scegliere da me il percorso. Giro a sinistra oltrepasso un cancellino aperto che un primo cartello di avverte di tenere chiuso, mentre uno successivo raccomanda da qui in poi di non uscire dal sentiero e a fare attenzione agli animali selvatici (probabilmente cinghiali che vagano liberi fuori dalla zona recintata, penso).

Tutta l’area presenta qui sfumature di colore dal verde al marrone, fitta  com’è di cespugli e arbusti di rovi, ginepro, cisto, mirto, lentisco, oltre che di sughere e lecci. Continuo a salire sul sentiero finché giungo in uno spiazzo aperto con un paio di muretti in pietra di forma circolare e provvisti di un’apertura: si tratta evidentemente dei resti di strutture abitative con la base in pietra e la copertura in legno e paglia, appartenenti a un villaggio nuragico del 1200 a.C., come conferma anche un cartello esplicativo lì vicino. Il mio depliant, andando avanti di 2-3 km, mostra su un sentiero da trekking un tratto di un’antica strada romana (forse collegata a quella proveniente da Tharros) e, più avanti ancora, a una quota di 130 m. più in basso, delle grotte nelle quali venivano officiati riti religiosi legati all’acqua. Ma la mulattiera in cui mi trovo si divide in almeno due viottoli sprovvisti di segnaletica e, mentre sono indeciso sul da farsi, da uno di questi esce una coppia indispettita dall’aver fatto tanta fatica senza riuscire a vedere quello che cercavano. Facendo tesoro dell’altrui esperienza e dimostrando uno spirito non proprio da Indiana Jones de Noantri, decido di tornare sui miei passi e di dedicarmi al tempio di Antas; in fondo era questo che ero venuto a vedere, no?

Mi avvicino all’ampio falsopiano su cui troneggia il Tempio e nell’ accostarmi mi rendo conto di come i progettisti avessero pensato anche all’effetto scenografico: l’edificio si innalza nella parte più alta del pianoro, sgombra da alberi (immagino lo fosse anche in passato), sopraelevato rispetto al terreno circostante grazie ad un podio e alcuni gradini. Ha una forma rettangolare ed è diviso nelle consuete tre parti dei templi romani: Pronao, lo spazio oltre il quale i fedeli non potevano andare, caratterizzato da quattro alte colonne frontali e due laterali con capitello ionico sormontate da architrave e timpano; Cella, la parte centrale, riservata ai sacerdoti con un pavimento a mosaico bianco e nero; e alle funzioni religiose;e Adyton, il sancta sanctorum, la parte più inaccessibile, qui costituito non da una ma da due stanze in cui era ospitata la statua del dio dedicatario del tempio e presumibilmente di una seconda divinità.

In sé questo edificio non presenta all’apparenza granché di particolare rispetto a tutti gli altri consimili; in realtà la sua storia è molto più interessante. Innanzitutto quello che ho sotto gli occhi non è il tempio originario, bensì l’opera di restauro effettuata da Caracalla nel III sec d.C. su un precedente tempio fatto erigere da Augusto nel I sec. A.C. e poi andato in rovina. A sua volta quello di Augusto era il rifacimento secondo uno stile romano di un preesistente tempio punico; i Cartaginesi, infatti, intorno al V sec. A. C., avevano ingrandito e abbellito con sculture e decorazioni un precedente austero tempietto fenicio (in pratica un semplice altare all’interno di un recinto quadrato) di un paio di secoli prima. E infine si ipotizza che questo rappresentasse la continuazione di un precedente culto nuragico in onore di una divinità indigena.

Ma non è tutto; ancor più interessante è il fatto che il nome di questa divinità paleosarda, Babay (un dio legato al culto delle acque e della vegetazione, ma anche cacciatore e guerriero), si è tramandata nei secoli, diventando Sid Addir (signore potente) Babay per i Cartaginesi, quando questi si installarono nell’isola ne assimilarono alcuni elementi culturali, tra cui appunto questa divinità sarda che identificarono con il “Padre” dei Sardi.

Lo stesso spirito sincretistico mostrarono i Romani, quando, strappata la Sardegna ai punici, si imbatterono nel tempio e nel culto dedicato al dio Babai; automaticamente designarono quella che doveva essere la massima divinità sarda (almeno di questa parte dell’isola) col nome di “Sardus Pater” Babay, come è attestato sia da una tavoletta di bronzo, sia da alcune monete romane sia soprattutto da un’iscrizione dell’architrave soprastante le colonne che riporta il nome della divinità: “… TEMPLUM DEI SARDI PATRIS BABI…”, cioè tempio del dio  SARDUS PATER  Babay, identificabile col Sid Addir Babay dei cartaginesi, tramandato come condottiero nordafricano, figlio di Melqart e primo ad aver colonizzato pacificamente la Sardegna. E proprio di Melqart (versione punica di Eracle) sarebbe la seconda statua che avrebbe trovato luogo nel tempio.

Terminata la visita degli scavi torno verso la biglietteria e mi concedo una sosta pranzo con un ricco panino acquistato al bar e un po’ di riposo all’ombra del berceau: solo ora avverto la stanchezza per i kilometri pedalati in salita e il caldo di questo sole quasi estivo.

È già il pomeriggio inoltrato quando mi riscuoto ed è ora di decidere come organizzare la parte finale della giornata. Il progetto finale prevedeva di arrivare a Portoscuso e cercare di prendere il traghetto per Carloforte, in modo da attraversare domattina l’isola di S. Pietro, traghettare verso S.Antioco, visitare l’isola e la città e da qui raggiungere la stazione ferroviaria di Carbonia per il ritorno a Sassari in treno.

Ma un rapido controllo degli orari e dei tempi di percorrenza rivela piuttosto ambizioso questo programma: anche riducendo il giro all’attraversamento senza soste delle isole di S.Pietro e S. Antioco, non è realizzabile. La soluzione più logica è dunque quella di saltare isole e traghetti e puntare direttamente su Carbonia, dove domattina avrò modo di visitare il sito archeologico di Sirai e il vicino omonimo nuraghe.

Quanto al pernottamento, ora che so dove concluderò la tappa odierna, chiederò a Gea di fissarmi un B&B non lontano dal centro; lei farà finta di brontolare un po’ sostenendo che mentre a me tocca la parte piacevole della vacanza, a lei è riservato il noioso “lavoro” di agenzia di viaggio e che la prossima volta dovrò arrangiarmi da solo etc… È un gioco delle parti, ma in fondo, lo confesso, un po’ di ragione ce l’ha.

Riprendo in senso inverso la strada già percorsa, ritrovo la valle dei papaveri, ormai in ombra, e proseguo baldanzosamente sulla salita che porta al bivio per Antas. Ma la baldanza dura poco, la pendenza della ss.126 si fa subito decisa e mi fa venire in mente un particolare che avevo comodamente rimosso dalla memoria: prima di arrivare a Iglesias c’è da superare il passo di Genna Bogai a 550 m.

Cerco di non forzare e di tenere un’andatura costante anche per evitare disidratazione e crampi. Mi fermo solo per rispondere al telefono: è Gea che mi comunica di aver fissato e già pagato via internet il B&B; è in centro, costa solo 30 € colazione compresa, dalle recensioni e dalle foto su Booking.com risulta ottimo, solo che… solo che devo arrivare entro le sette, perché dopo la proprietaria deve andar via. È un colpo duro, non credo che ce la farò mai, sono le cinque passate, mi mancano ancora oltre 40 km, dei quali chissà quanti ancora di salita e poi comincio ad avvertire un po’ di stanchezza.

Mi metto a pedalare a testa bassa e con mio grande sollievo finalmente raggiungo il passo e inizio la discesa. Non faccio neanche 500 metri che una frenata al limite mi salva dall’investire un gregge: uscendo da un viottolo laterale e preannunciata dal suono di campanacci, una massa di pecore sta risalendo di corsa la statale per infilarsi in una carrareccia dalla parte opposta. Gli animali sono una quantità incredibile, qualche centinaio sicuramente, e impiegano dei minuti a passare, sollevando un grande polverone. Non c’è il pastore e nemmeno il cane, in compenso le pecore corrono come se fossero terrorizzate, tanto che alcune montano in groppa e scavalcano i più lenti.

Improvvisa come si era presentata, l’apparizione si dilegua e io riprendo la mia corsa. Tempo cinque minuti e trovo la strada occupata da tre bovini, che mi guardano con aria di paziente sopportazione, come se l’intruso fossi io; poi, senza scomporsi troppo si fanno da parte.

Rinnovo la mia corsa contro il tempo e mi fiondo giù in discesa, prendendomi anche qualche rischio in un paio di curve in cui la velocità mi fa invadere l’altra carreggiata, ma per fortuna il traffico è quasi inesistente, nonostante si tratti di una statale importante che collega il nord-ovest al sud-ovest.

Attraverso il lago Corsi, un bacino artificiale a nord di Iglesias e, guardando l’orologio, mi si riaccende la speranza di arrivare in tempo al B&B. Appena un km dopo, entro nella periferia di Iglesias; ad un bivio la segnaletica mi propone a dritto il centro del capoluogo e a destra Carbonia e naturalmente scelgo la seconda opzione. Solo che anziché continuare a scendere la strada torna a salire e in direzione nordovest, anziché sud. Chiedo conforto a Komoot, ma il GPS ha smesso di funzionare per assenza di segnale. Maledico la tecnologia, alla quale ci affidiamo troppo spesso e che ci tradisce quando più ne avremmo bisogno.

Continuo a pestare sui pedali, dicendomi che si tratta probabilmente di un percorso ad anello che deve girare intorno alla città, ma intanto si continua a salire, mentre il sole continua a scendere; e non passa nessuno a cui chiedere.

Breve sosta per tirare un po’ il fiato, ma soprattutto per provare a chiamare il B&B. mi risponde una ragazza sollecita e cordiale che mi conferma la prenotazione e il pagamento fatti da Gea; però, quando le chiedo se è possibile accogliermi anche nel caso che io arrivi dopo le sette, mi risponde che l’orario è inderogabilmente quello; provo a commuoverla accampando (di solito funziona) un guasto alla bici, ma “Non posso farci nulla; non posso cambiare l’orario” è la risposta tassativa.

Ci rimango un po’ male, anche perché è la prima volta che trovo scarsa elasticità in un B&B, tanto più sardo. Anche questo della indefettibile disponibilità dei sardi, mi dico, è un pregiudizio –seppure in positivo- come quello che vede il genovese tirchio o il siciliano mafioso; sì, però il pensiero non può non andare agli esempi di gentilezza riscontrati ad esempio ieri a Gonnosfanadiga. Mentre sono immerso in queste riflessioni sopraggiunge un’auto. Non faccio in tempo ad agitare la mano per richiamare la sua attenzione, che l’automobilista si ferma e abbassa il finestrino. (“Visto? – dice la parte filo-sarda di me – Questo è la regola; la ragazza del B&B è l’ eccezione che la conferma!”).

L’uomo mi conferma che la strada non è sbagliata, anche se un po’ più lunga e faticosa, e che fra un po’ inizierà a discendere nella piana. In effetti dopo non molto la salita cessa e inizia una lenta discesa. Vedo in fondo un ampio agglomerato, sfumato per la distanza e la calura e mi illudo possa essere Carbonia.

Il primo cartello che incontro mi riporta coi piedi per terra:si tratta di Gonnesa, non di Carbonia, purtroppo, ma almeno ho capito grossomodo dove mi trovo.

Manca meno di un’ora alle sette e debbo ancora percorrere una ventina di km, ma la fretta non può impedirmi di notare poco lontano dalla strada l’ennesimo alto edificio abbandonato. È da stamattina, da quando ho lasciato Arbus, che non faccio che imbattermi nei resti di quella che fu una fiorente attività mineraria: ciminiere, parti di superficie dei pozzi estrattivi, ruderi di “laverie”, officine o magazzini, uffici e direzioni, carrelli, cippi commemorativi…

Ieri sera prima di dormire nei vari depliant disponibili presso il “Carpe Diem”, avevo trovato parecchie informazioni sulle miniere della zona, che se avevano dato opportunità di lavoro alle genti del luogo, poi, sopravvenuta la crisi, ne avevano determinato la disoccupazione e l’emigrazione, per tornare infine ad assumere un ruolo positivo con la valorizzazione a livello museale di spazi e impianti minerari.

Già prima dell’era cristiana, le ricchezze del sottosuolo sardo si erano rese appetibili a Fenici, Cartaginesi, Romani, tanto più che potevano disporre, oltre ai minerali, anche del legno e dell’acqua necessari per l’estrazione e la lavorazione.

Anche nel passato più recente, e in particolare nel Sulcis-Iglesiente, l’attività mineraria è stata molto intensa, soprattutto a partire dalla metà del 1800, con l’estrazione di piombo, zinco, carbone e in misura minore argento e oro, per poi raggiungere il culmine negli anni ’50 e ’60 del Novecento. Da quella data il declino delle attività estrattive ha portato alla crisi del settore e alla decadenza delle miniere, fino alla definitiva chiusura negli anni ‘70 e ‘80. Della maggior parte delle miniere di un tempo oggi è operativa solo quella di Nuraxi Figus, presso Gonnesa. Alcune, come quella di Serbariu a Carbonia, sono state riconvertite a fini turistico-culturali ospitando musei e parchi tematici, attività di studio e recupero di strutture di archeologia industriale, iniziative di educazione ambientale.

Nel 1997, tra l’altro, l’UNESCO ha istituito in  Sardegna un “Parco Geominerario Storico e Ambientale”, il primo al mondo, comprendente otto aree, tra cui appunto il Sulcis-Iglesiente.

La Sud Occidentale Sarda, ormai sostanzialmente pianeggiante, si distende diritta davanti a me, intersecata qua e là da strade minori. Continuo la mia cavalcata sotto il sole basso del tramonto, ignorando prima il bivio per Nebida, poi un grappolo di possibili deviazioni per Portoscuso, che sembrano invitarmi a non rinunciare al mio programma originario.

Sono le sei e mezzo e per poco, dopo un grande incrocio, non salto un cartello che indica Carbonia a sinistra e S. Antioco a diritto. Sono dunque nella periferia della città. Seguo il flusso delle macchine, poi alla prima rotonda chiedo a due motociclisti della Polizia stradale; le loro spiegazioni sono esaurienti e precisissime, ma un po’ troppo piene di sinistra, destra, grosso distributore, curva, centro commerciale, in fondo, semaforo, piazza, chiesa… Perciò dopo trecento metri sono già nel dubbio e devo chiedere di nuovo e così per un altro paio di volte, finché giungo, finalmente sotto l’agognato B&B. Guardo l’orologio: le 18:53. Puff! Appena in tempo.

Sono stravolto dalla fatica e dalla tensione nervosa, ma fiero di me. Come nei film americani in cui l’eroe di turno disinnesca all’ultimo secondo la spoletta della bomba che avrebbe annientato l’umanità, così premo il pulsante del campanello ben cinque minuti prima delle fatidiche 19:00. Niente. Forse non ho premuto a fondo; riprovo. Niente. Vuoi vedere che è andata via dieci minuti prima, senza aspettarmi? Pronto a una sfuriata telefonica, la chiamo e lei placida  placida risponde : “Ah, sì, bene; vengo entro cinque minuti”.

I minuti sono cinque, quindi dieci, poi quindici e infine la mia poco partecipe “ostessa” fa la sua apparizione e mi guida su al primo piano; io, con casco appoggiato di sghimbescio sul capo, zaino in spalla e bici in braccio, ansimando, la seguo come posso.

Il B&B, una serie di camere che si aprono su un lungo corridoio, è grande, lindo e luminoso, sembra sia stato aperto o rinnovato da pochissimo tempo; altrettanto valida è la mia camera con un bagno arredato in maniera completa.  Almeno in questo le recensioni non mentivano. Ricevute le chiavi e pagato il conto, ci accordiamo sull’ora della colazione; dopodiché lei va via e io mi annullo sotto una delle docce più lunghe e rilassanti della mia vita.

Sono quasi le nove quando, ripulito e rinfrescato, esco. Dopo una serie di giri concentrici intorno al B&B e alla vicina piazza dove svetta il campanile della cattedrale di San Ponziano, vado alla ricerca di un posto dove cenare, a parte un kebab e una piccola gelateria, è tutto chiuso, data anche l’ora; perciò, quando trovo dietro la cattedrale un ristorante-pizzeria, non sto a perder tempo.

Il locale è fumoso con l’odore acre dell’olio bruciato e soprattutto è molto rumoroso a causa dei clienti che parlano tutti ad alta voce e dei vari schermi televisivi che nessuno segue. Già questo mi indispone e le cose non migliorano quando mi portano i piatti ordinati, che nonostante la presentazione pretenziosa sono untuosi e insapori. Se non altro, il conto è modesto quanto la qualità della cena 

Esco un po’ di malumore e per farmelo passare mi metto a girellare per il quartiere, stando ben attento a non perdere di vista il campanile e la piazza come punto di riferimento; ma le luci di vetrine e locali pubblici sono tutte spente, non si vede anima viva e non riesco a trovare nulla che possa attirare il mio interesse.

Dopo una doverosa telefonata a Gea, senza la cui collaborazione logistica in questi giorni avrei avuto qualche difficoltà in più, non mi resta che concludere con una buona dormita una giornata un po’ stressante per la tensione e l’affanno provati nel pomeriggio più che per i km percorsi oggi; anzi, sotto questo aspetto, quella odierna si è rivelata la tappa più breve, anche se impegnativa per quanto riguarda le salite: 81 km in 4,40 ore con 1460 m. di dislivello totale.

 

Mercoledì 26 Aprile

 

Ho dormito come un sasso e i rumori della strada o i cinguettii dei passerotti che col sole vivo entravano dalla finestra lasciata aperta, non sarebbero stati capaci di svegliarmi se non fosse entrata in funzione la soneria dello smartphone.

Per prima cosa su Google controllo sommariamente l’orario dei treni e la durata del viaggio di ritorno (che si prospetta incredibilmente lunga: l’unico treno che impiega meno di 7 ore parte alle due), poi – per scrupolo più che per altro – verifico il percorso da fare per raggiungere Portoscuso  da qui e gli orari dei traghetti da lì a Carloforte e da Carloforte a S. Antioco. Anche calcolando il solo attraversamento delle due isole, alla massima velocità e senza soste (e senza senso), mi rendo conto che si tratta di un proposito irrealizzabile. Molto meglio investire il tempo rimasto puntando sull’ultima meta archeologica di questo mio cicloviaggio sardo: Monte Sirai.

Arrivo nel soggiorno con un po’ di ritardo rispetto ai tempi pattuiti, ma la ragazza, mi accoglie cordialmente, prepara un caffè per tutti e due e, sorseggiando il suo, si siede al tavolo, imbandito senza risparmio, mentre io comincio a imburrare, spalmare, inzuppare, divorare, ingurgitare, sorbire, trangugiare, tracannare, con meno pudore e costumatezza di quelli che metto in mostra quando ho di fronte il padrone di un B&B; ma in certo qual modo debbo farle scontare la sua intransigenza di ieri.

A onor del vero stamani sembra un’altra persona: è gentile, colloquiale, affabile. Mi parla della sua città e dei rapporti con le attività minerarie nel tempo, mi descrive il centro storico – ma in realtà si dovrebbe parlare di centro e basta data la giovane età di Carbonia – che è proprio quello in cui ci troviamo.

Conclude con le trasformazioni operate dall’economia sul tessuto cittadino: al tramonto delle attività legate all’estrazione dei minerali, e in particolare di quel carbone che in epoca fascista ha dato alla città il nome oltre alla rilevanza economica e demografica, Carbonia ha saputo, almeno in parte, riconvertirsi e passare a un terziario fatto di turismo. Oltre alle miniere, come quella di Serbariu, divenute una sorta di polo museale dell’archeologia mineraria e industriale, sono stati valorizzati i numerosi siti archeologici presenti nell’area, a cominciare da quello di Monte Sirai, e infine sono state potenziate le offerte turistiche legate in particolare alle pittoresche isole di San Pietro e Sant’Antioco e alla bellezza delle coste sulcitane.

Tutto sommato il quadro che lei dipinge è in controtendenza rispetto a quanto giornali e televisione dicono della Sardegna e dell’area del Sulcis-Iglesiente in particolare. Anche nel suo settore, B&B, affittacamere e agriturismo, la crisi non c’è – è la sua conclusione –  e chi lo sostiene ama piangersi addosso e fare del vittimismo, perché non è affatto vero che i turisti sono in calo e che le strutture ricettive rimangono vuote.

La sua assertività e la mia mancata conoscenza specifica della situazione locale mi impediscono di ribattere, per cui la conversazione in breve si esaurisce; ultimata la mia colazione, prendo congedo, torno in camera e infine, raccolte le mie cose, scendo in strada.

Faccio un giro per il centro, che ora si presenta, ovviamente, più animato di ieri sera: la cattedrale, dedicata a S. Ponziano martire, protettore della città insieme a S. Barbara (protettrice dei minatori), è ancora chiusa; posso quindi vederne solo l’esterno: è un blocco squadrato a forma di tozzo parallelepipedo preceduto da un portico e domina l’ampia piazza col suo imponente campanile in uno stile neomedioevale; sui due lati opposti del piazzale risaltano i portici del palazzo del Comune e, di fronte, la mole della Torre Littoria (che ospita gli uffici comunali) con l’attiguo Dopolavoro; lo stile si richiama al Razionalismo ed è congruente con la struttura urbanistica della città, nata in tempi brevissimi e quasi dal nulla, alla fine degli anni trenta, per volere del regime fascista che nell’area mineraria del basso Sulcis aveva bisogno di un centro urbano importante e organizzato in maniera semplice ed efficiente.

Dalle cartine e dai depliant che mi sono procurato tutto riporta a quell’impostazione: l’asse viario principale, intersecato ortogonalmente da strade minori, scende dalla piazza alla piana da cui erano facilmente raggiungibili le varie aree minerarie. Inoltre, le abitazioni vennero concepite distinte per tipologia e utenza: villette di pregio per i dirigenti, le case bifamiliari, un po’ meno rifinite e più piccole, per gli impiegati e infine casette con quattro alloggi su due piani per i minatori; a questi si aggiungeva una sorta di ostello per minatori senza famiglia.

Sarà che a me lo stile razionalista non è mai piaciuto (non sono un estimatore nemmeno del Palazzo dell’EUR), ma l’impressione che mi fa questa città non è entusiasmante: la trovo impersonale, anonima, priva di quella stratificazione di stili, tendenze, gusti operata dai secoli in tante belle cittadine italiane.

Dal centro, percorrendo in senso inverso la strada di ieri pomeriggio, scendo rapidamente verso la parte più bassa della città, ora occupata da capannoni e grosse strutture commerciali. Qui dovrò tornare, una volta terminata la visita a Monte Sirai, perché da queste parti si trova la stazione ferroviaria.

Imbocco la ss.126 in direzione Iglesias e dopo un paio di km, arrivato alla zona industriale, svolto a sinistra alla ricerca del Nuraghe Sirai: si tratta – ho letto – di un nuraghe polilobato risalente al VII-VI sec a.C., quindi tra la fase finale della civiltà nuragica e quella centrale della presenza fenicia in Sardegna, come dimostra la cinta muraria di tipo orientale che circonda il nuraghe (per cui è più giusto parlare di fortezza nuragica) e da laboratori per la produzione del vetro. Con un po’ di fatica, per la mancanza di indicazioni, arrivo a intravedere in lontananza la mole imponente della torre; mi avvicino, ma sono in corso dei lavori di scavo e l’ingresso all’area è vietato. Debbo accontentarmi di osservarlo e fotografarlo a distanza.

Torno sulla ss.126 e dopo 1 km giro a sinistra e mi inerpico su una ripida stradina che in 5-6 minuti (e in 5-6 litri di sudore) mi porta sulla sommità di una collinetta, 90 m. più in alto, all’ingresso dell’area archeologica. La sua posizione – come ho modo di verificare personalmente volgendo lo sguardo tutt’intorno –  è strategica per la possibilità di controllare le tre principali vie di comunicazione terrestri e marittime dell’attuale Sulcis, dalla piana del Campidano, alle antiche miniere metallifere dell’ Iglesiente, fino al mare e alle isole.

Dopo la biglietteria si aprono due locali con pannelli esplicativi sulla storia del centro urbano e sugli scavi iniziati negli anni ’60, i quali rivelano la sovrapposizione di varie civiltà tra le quali quella dei punici, successiva a quella dei nuragici.

I primissimi insediamenti risalgono al periodo neolitico (come testimoniano le Domus de Janas) e poi nuragico. Ma è solo con i Fenici, che la occuparono dal 750 a.C. circa, e soprattutto con i Cartaginesi (dal 520 a.C.) che la città; ha assunto l’aspetto ancora oggi visibile. A partire dal 238 a.C. i Cartaginesi dovettero cedere ai Romani il dominio della Sardegna, in seguito a varie vicende, ma la città di Monte Sirai continuò ad essere abitata dalle genti puniche, giunte tre secoli prima, mescolate ad un gruppo di coloni di stirpe berbera e ai vecchi abitanti di origine nuragica. L’insediamento venne abbandonato in maniera repentina intorno al 110 a.C., probabilmente in seguito ad una deportazione da parte dei Romani.

Seguendo un moderno lastricato e la cartina ricevuta all’ingresso, giungo alla porta d’accesso che immetteva nella città: sono ancora visibili gli stipiti e il foro che serviva a bloccare i battenti. In pochi metri raggiungo il punto più alto della città, l’Acropoli, uno slargo da cui si dipartono le strade principali.

L’unico edificio pubblico qui riconoscibile è una struttura fortificata ricavata su un preesistente nuraghe che negli ultimi secoli venne trasformata in Tempio di Astarte. Procedendo lungo la via principale, si possono ancora ben distinguere i quartieri, le piazze, le case; tra queste individuo la Casa Fantar, dal nome del suo scavatore, priva di finestre (stando alla guida, dato che io non ho elementi per capirlo) con un ingresso a corridoio, fiancheggiato da una canaletta per lo scolo delle acque; e la Casa del Lucernario di Talco, così definita per il ritrovamento di una lastra di talco che fungeva da lucernario, costituita da quattro vani (anche qui devo riportare quanto leggo, perché non ho modo di verificarlo); è presente anche una specie di contenitore di coccio con una camera di combustione nella parte inferiore, che dovrebbe essere stato una sorta di fornetto per il pane, se ho capito bene.

Dopo aver girovagato un po’ tra le rovine, alcune delle quali rivelano la necessità di ulteriori campagne di scavo, perché l’abitato dev’essere stato ben più ampio di quello portato alla luce finora,  torno in parte sui miei passi e, uscito dall’ acropoli verso Nord, mi avvicino all’area delle necropoli, come sempre fuori dall’agglomerato urbano: per prime trovo le antiche tombe a fossa fenicie che contenevano le urne con le ceneri dei defunti. Sono piccoli tumuli a malapena visibili sul terreno e non presentano ai miei occhi elementi di particolare attrattiva.

Maggiore interesse rivestono le tombe di epoca punica di un paio di secoli posteriore: si tratta di ipogei che ricordano da vicino quelli etruschi e sono costituiti da un dromos a scalini che scende fino al livello del locale sotterraneo e da una stanza di una certa ampiezza con un pilastro centrale  e i sarcofaghi incassati nelle pareti. I Cartaginesi, infatti non usavano cremare i morti, ma preferivano inumarli.

L’apertura da cui sono entrato è l’unica fonte di luce, perciò l’ambiente è semibuio; dall’esterno, poi, non provengono suoni di nessun genere; l’atmosfera è particolare, anche per questo rimango sbalordito quando nell’obiettivo dello smartphone vedo inquadrati due piccoli occhi in un viso appena abbozzato, due buchi in una maschera di pietra verdastra, che sembrano fissarmi da una parete. Non so se si tratta di uno scherzo della natura o di qualche buontempone; dubito comunque che risalgano al V sec. A.C.

Scendo poi anche in un altro paio di tombe che presentano tutte caratteristiche simili alla prima. Quindi mi dirigo ancora più a nord nell’area in cui è segnalato il tophet, cioè il santuario della comunità riservato alle sepolture di bambini piccoli, neonati o nati morti. I loro ritrovamenti in varie aree del Mediterraneo di cultura fenicio-punica, uniti alla malevolenza anti-cartaginese di molte fonti romane, avevano accreditato l’ipotesi che si trattasse dei resti di bambini vittima di sacrifici umani, ma tale teoria è stata poi smantellata.

L’area del tophet è costituita da un sacello rialzato dove sono presenti, forse, resti di altari, ma la mia attenzione è calamitata da una mezza dozzina di piccole pentole di coccio, chiuse da un piattino o da un coperchio rovesciato, e accanto una piccola stele sulla quale è scolpita la figura di un bambino, ora rozzamente, ora con maggior precisione e ricchezza di dettagli. C’è anche una stele che raffigura una figura femminile con un ventre prominente; si riferisce forse a un bambino mai nato. Quella  al tophet è forse la parte più toccante di tutta la visita.

Riprendo la via del ritorno, con la consapevolezza che ormai il mio cicloviaggio può dirsi concluso. Coi freni tirati ridiscendo in un attimo quella stradina che mi aveva tanto fatto patire all’andata; poi via sull’ormai nota strada per Carbonia.

Giunto nella periferia, chiedo della stazione di Carbonia-Serbariu che, come la grande miniera ora dismessa, prende nome da una vecchia frazione, oggi inglobata nel capoluogo. Mi indicano in lontananza i resti della miniera, di cui scorgo l’edificio centrale color ruggine e le strutture a castello che costituiscono la parte affiorante in superficie dei pozzi.

Arrivo, ma della stazione nessuna traccia; nelle vicinanze scorgo solo un grande parcheggio e degli autobus in sosta. Chiedo ancora e un signore mi risponde che la stazione ferroviaria è proprio qui, sotto i miei piedi. Scendo infatti le scale e mi trovo davanti il terminale di un binario: è di quelli a scartamento ridotto, come già ho incontrato in Sardegna. Si tratta di una stazione multimodale, in cui i pullman fanno però la parte del leone, avendo a disposizione un ampio piazzale assolato, con pensiline e numerosi automezzi. Invece qua sotto, in una penombra quasi catacombale, non vedo treni, né biglietterie, solo un bar e due tabelloni per gli arrivi e le partenze.  

Sono da poco passate le due. Controllo gli orari: è previsto un treno fra una ventina di minuti: è il più rapido; il successivo è fra quattro ore, mi permetterebbe forse di visitare il museo archeologico di Villa Sulcis, ma impiega oltre sette ore (in pratica a una media quasi ciclistica di 40 km/h) per arrivare a Sassari e poi dovrei scendere a Macomer per prendere un autobus per Sassari; il treno seguente poi, oltre a impiegare le stesse ore, mi farebbe arrivare a notte inoltrata.

Mi chiedo perché il servizio ferroviario in Sardegna sia ridotto a un ruolo così secondario. La scelta è comunque obbligata: prenderò il treno delle14.30, che con un solo cambio mi porterà a destinazione in “solo” cinque ore.

Entro nel bar che come immaginavo funge anche da biglietteria, o meglio il barista  si limita a vendere biglietti prestampati per le sole località raggiungibili da Carbonia, ma senza sapere nulla di treni, destinazioni o orari, un po’ come quelle edicole che smerciano anche biglietti per l’autobus cittadino senza poterti fornire indicazioni di sorta. Faccio anche un biglietto da 3.50 € per il trasporto della bicicletta e mi avvio al binario. Chiedo a un ferroviere se lo scompartimento per il trasporto bici (segnalato sull’orario) è in testa o in coda al convoglio, ma mi guarda strano e risponde un monosillabo incomprensibile.

Il treno sbuca fuori da non so dove all’improvviso; come le rotaie, anch’esso è di dimensioni ridotte: è costituito da una coppia di vetture, una specie di vecchia littorina formato mignon; i sedili sono ravvicinati e lo spazio per le gambe è limitato, il corridoio poi è molto stretto e per un ciclista è un dramma percorrerlo spingendo una bici con le borse posteriori, pure se vuote. Su indicazione del capotreno, cerco di raggiungere lo scompartimento riservato alle bici e solo alla fine del corridoio mi accorgo che lo spazio apposito consiste nella cabina di guida di coda, non utilizzata, della vettura. Lego come posso la bici in posizione verticale vicino a un armadietto e poi cerco un posto a sedere.

Dal finestrino il paesaggio scorre veloce e monotono, mostrando poche case sparse, un terreno spoglio interrotto a tratti da qualche seminativo e una campagna riarsa per la prolungata siccità di questa primavera  più arida del solito. La temperatura elevata dentro la vettura, per nulla mitigata da qualche folata calda proveniente dai finestrini aperti, è in consonanza con il colore bianco-giallastro del cielo, in cui, pur in assenza di nubi, si è persa ogni traccia di azzurro.

Lo sferragliare monotono delle ruote sui binari, il dondolio ritmato e il caldo favoriscono la sonnolenza. Mi riscuoto all’improvviso, quando viene annunciato l’arrivo a Cagliari-Aeroporto, la stazione dove salire sul secondo treno che mi porterà verso Nord più vicino alla mia destinazione. Corro a slegare freneticamente la bici e con fatica riattraverso il corridoio per raggiungere l’uscita giusto in tempo per l’apertura delle porte. Il treno riparte lasciando sulla banchina solo me e due anziane signore.

Ho oltre mezz’ora di tempo per la coincidenza: ne approfitterò per cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Sicuramente come in tutte le stazioni ci sarà un ristorante o almeno un bar. Ma dev’essere una stazione anomala: entrambi i binari e i relativi marciapiedi sono racchiusi fra due alte pareti e non si intravede nessun locale. Una stazione nel nulla? Magari semi-abbandonata come le vecchie miniere?  C’è però un’apertura con un lungo corridoio; lo percorro e mi rendo conto che è quello che congiunge lo scalo ferroviario a quello aeroportuale e qui finalmente trovo bar, edicole, punti di ricarica per la batteria dello smartphone e, soprattutto, aria condizionata.

Torno finalmente alla bici per gli ultimi minuti di attesa della coincidenza con il secondo treno, un regionale veloce che collega Cagliari con Olbia. Finalmente arriva. Sembra un treno “normale”, ma probabilmente è solo più moderno ed ha anche un vero spazio per il trasporto bici; comunque il viaggio si svolge tranquillo. A Ozieri c’è l’ultimo cambio: scendo dal convoglio che procede verso Olbia e salgo sul treno per Sassari.

Un’ora dopo, lasciata la stazione del capoluogo, sto pedalando nel traffico quasi inesistente di via Milano verso l’estrema periferia del quartiere Corea, dove mi attendono, in ordine sparso, moglie, cane, doccia e cena. La strada, tanto per cambiare, è in salita, ma nel fresco del crepuscolo sarà una fatica lieve, allietata dalla soddisfazione dei circa 350 km percorsi in questi quattro giorni e dal ricordo dei luoghi visitati, delle meraviglie della natura osservate e delle persone incontrate; sensazioni, emozioni e riflessioni che richiederanno tempo per sedimentare, essere rielaborate, riordinate e infine… dare spazio  all’immancabile domanda: “Quando si riparte?”.

Potete leggere i resoconti di altri viaggi di Pierluigi nel suo sito Il Ciclosofista

 

 
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