Non solo Patagonia

di Giuseppe –
Dopo aver sognato questo viaggio per diversi anni, improvvisamente…trasformando così tutto in realtà, un giorno senza avere un preciso programma decido di partire nella terra dei gauchos, del mitico Che e dalle migliaia di mucche, che pascolano nelle verdeggianti distese delle Pampas… ma anche delle rivolte popolari e della gendarmeria che pensa che l’epoca del regime militare non sia ancora finita. Durante il viaggio il paesaggio muta dalla rigogliosa selva amazzonica, ai giganteschi cactus, ad uno dei più grandi ghiacciai del mondo, finendo nella bassa vegetazione della Patagonia strappata dal forte vento, per poi approdare nella Terra del Fuoco, lasciandomi alle spalle ventimila chilometri in compagnia del mio zaino, ed in sella a decine di autobus.

4 ottobre 2005
Questo viaggio è iniziato alla stazione di Pistoia, finito di riempire il mio inseparabile compagno di viaggio … “lo zaino”. L’emozione della partenza quasi mi fa dimenticare la macchina fotografica, senza cui non avrei potuto immortalare luoghi e momenti che alla fine del viaggio, ritornando in aeroporto a Buenos Aires, sarebbero rimasti solo nei miei pensieri.
Premessa, ho prenotato il biglietto aereo in agenzia solo cinque giorni prima della partenza, ovvero … prendo e parto un po’ per necessità e voglia di evadere, girovagando tra la gente e i luoghi più australi del mondo. Arrivo a Roma Fiumicino tre ore prima della coincidenza e nell’attesa mi sbrano due panini con la cotoletta per smorzare la tensione della lunga traversata. Tra due ore circa, finalmente, il mio cellulare smetterà di squillare per il prossimo mese e mezzo.
Il volo con l’Aerolineas Argentinas è stato perfetto. Lascio la tiepida Roma con una quindicina di gradi, arrivo a BS.AS dove ce ne sono solo tre … e pensare che la primavera qui è già iniziata.
Con gli occhi sgranati e l’emozione strozzata dal freddo gelido della mattina, prendo il mio primo bus che mi porta a Mar del Plata, dove vive un amico. Per la strada mi rendo subito conto di trovarmi in un paese dove tutto è immenso. Faccio la mia prima tappa alle mitiche Cataratas con Claudio e la sua Traffic…partiamo come ogni argentino sogna … alla “Gasoleros”: un auto, un pulmino, tanta voglia d’improvvisazione e via … in giro per questo paese dalle incommensurabili distanze, dagli innumerevoli mutamenti paesaggistici, dalle sconfinate Pampas con i gauchos a cavallo, dirigendoci verso nord dopo aver attraversato le province di Entre Rios e Corrientes. Qui il colore della terra inizia a diventare rossa quasi bordeaux, e le distese di piantagioni di yerba si moltiplicano percorrendo la regione di Missiones, che confina con il Paraguay ed il Brasile.

Merita certamente un appunto la storia della yerba. È una pianta di origine paraguaiana che è coltivata soprattutto in questo luogo per il clima mite, sfruttando la vicinanza della selva amazzonica. Ogni argentino la beve, ed è un momento di socializzazione. Una piccola zucca aperta nella parte superiore foderata di cuoio, il mate, contiene la yerba lavorata e macinata. All’interno, una volta shakerata a secco, si versa dell’acqua bollente…la trovi dappertutto, anche presso i distributori di servizio, l’“agua caliente” è anche nel silos a gettoni…, ed infine con un tipo particolare di cannuccia in acciaio con filtro finale, la bombilla, si beve il succo, un vero e proprio status symbol …e sei uno di loro…
A parte questa doverosa parentesi, sul nostro cammino ormai scendeva la notte, così, stanchissimi decidiamo di riposarci ad Eldorado, un paesino dallo sfondo rosso. Chiediamo alla gente del luogo la sistemazione più economica per la notte. L’hospedaje alemania, gestito da una non più giovane donna di origine tedesca, ci ospita per pochi pesos. La mattina seguente arriviamo a Puerto Iguazù verso il Parco Nazionale delle cascate. Sbalorditivo, una meraviglia della natura, uno spettacolo a cui non si può rinunciare. Nascono dal Rio Paranà. In quei giorni c’era davvero una portata d’acqua così alta come non si verificava da diversi anni, tanto che non potemmo neanche vedere la rinomata “Garganta del Diablo”, poiché le passerelle erano letteralmente affondate. Una sensazione unica. Il rumore forte ed irregolare dell’acqua che salta, il gioco delle bollicine che con i raggi solari formano miriadi di arcobaleni, i tucani simbolo delle cascate, lagarti e i tacu popolano il parco. Le cascate dalla sponda argentina si ha proprio la sensazione di viverle! Tanto che al salto Bozzetti siamo riusciti a stento a rimanere in piedi sotto la spaventosa forza dell’acqua che colpendoci con un’energia immensa provocava una emozione irripetibile.
Da lì non si può fare a meno di attraversare il confine verso il Brasile. La vista è panoramica e solo adesso si ha la sensazione dell’immensità di questo prodigio della natura, dove il salto più alto è di 75 m.



Arriviamo a Foz do Iguacù. Dormiamo in un campeggio sotto l’attacco dei mosquitos e la mattina seguente rientrando dalla ruta 14 in Argentina e ci si ferma a S. Ignacio dove sorgono i resti delle missioni gesuitica del 1549. Sempre verso sud a Cataraguay leggiamo su un cartellone la scritta “Solar del Che”… percorriamo questa stradina sterrata collegata alla ruta, ci addentriamo per qualche chilometro in mezzo a campi di yerba, arriviamo proprio nella casa dove Ernesto Guevara trascorse la sua infanzia. La poca gente che stava all’angolo della strada non poté che salutarci come di consueto. Lì scoprii che l’esclamazione Che è rimasta nel linguaggio degli argentini poiché lui richiamava la loro attenzione così, come avviene con un “Hei” in Italia. Proseguendo sempre verso sud, all’entrata nella provincia di Buenos Aires, è la solita stazione della gendarmeria. Questa volta non riusciamo a passare con un semplice rallentamento, ma veniamo fermati. Siamo rimasti in mezzo alla strada per più di due ore perché avevano requisito i documenti di Claudio, che avevano accusato di possedere una patente falsa. E’ davvero una grossa difficoltà percorrere le rute nazionali con il proprio mezzo, poiché ad ogni cambio di provincia bisogna attraversare un vero e proprio ceck-point dei militari.
Continuiamo il nostro cammino verso sud, proseguendo per Mar del Plata, la cosiddetta spiaggia della capitale, sebbene distante 400 km. Mentre percorriamo la panamericana mi accorgo di un ammasso infinito di lamiere, sono le Villa Miseria; lì in condizioni di igiene inesistente, con un tasso di alfabetizzazione pari a zero, vive gomito a gomito la gente che non ha un lavoro e che è all’emarginazione sociale più totale. Luogo molto pericoloso da visitare, anzi direi inaccessibile se non ci si abita; ma tristemente sono in milioni quelli che vivono in queste condizioni, proprio ai sobborghi delle grandi e piccole città.
Il regime militare caduto circa trent’anni fa, ed il capitalismo sfrenato di questo paese hanno reso possibile tutto ciò. Inevitabilmente la ricchezza è contraddittoria, così un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà e le case lussuose ed il quartiere “agiato” della città sono solo dall’altra sponda della strada. Un quadro completo e spietato da osservare… i ricchi e i poveri divisi da una carreggiata … davvero incredibile!

Dopo la tristissima scoperta delle Villa Miseria, questa volta in solitaria parto per il nord ovest del paese. Come prima tappa scelgo S. Juan, città ai piedi della Cordigliera, dove arrivo dopo ventidue ore di autobus e trovo una piccola pensione in centro. La scopro un po’ tra un Lomitos e l’altro. Un giro serale mi basta per capire che sarà solo un posto di passaggio dato che è rimasto ben poco dell’originaria colonia dopo il disastroso terremoto che negli anni quaranta provocò migliaia di vittime.
La mattina seguente prendo un bus e dopo quattro ore di cunette per via del deflusso dell’acqua arrivo a S. Augustìn de valle Fèrtil, un villaggio in mezzo al deserto. Sceso dal bus, chiedo informazioni per visitare il parco provinciale di Ischigualasto e un “ragazzino” di 78 anni, Don Gabriel, mi accompagna insieme a due ragazzi di BS.AS con la sua Fiat. Raccontandoci la sua vita da ex maestro di scuola elementare tra quelle valli e “tomando Mate”, arriviamo dopo 80 km di strada sterrata e polverosa al parco. Davanti a noi un vero e proprio paesaggio lunare, appunto il nome Valle della luna. Qui la temperatura può oscillare tra i meno dieci gradi di notte e i quaranta gradi di giorno.
Un guardaparco ci spiega tra le varie soste la storia e il presente di questo sito, nel genere, tra i più antichi e importanti del mondo, oggetto di continui studi, dove sono stati ritrovati fossili che fanno ipotizzare la presenza dei dinosauri circa 250 milioni di anni fa. Incontriamo tra i condor delle Ande che ci sorvegliano a distanza, formazioni geologiche di era Triasica dalle forme più bizzarre, così appaiono tra le altre il Submarine, la coppa, e una tartaruga di roccia. L’escursione dura dalla mattina alle dieci fino alle sette di sera.
Sarei voluto andare al parco di Talampaya, ma un po’ per tempo e un po’ per denaro ho lasciato perdere.
Non è più possibile rientrare a S. Juan perché l’unico bus del pomeriggio partiva alle diciassette e trenta e il successivo lo dovrei aspettare fino alle due e trenta della notte … una giornata sotto il sole a camminare mi fa desistere. Al rientro nel villaggio faccio un poco di spesa in un piccolo supermercato, per cucinare qualcosa nell’accogliente pensione, e mi accorgo, che la stragrande maggioranza della gente che lo abita è formata da ragazzini in grembiule che va a scuola …il tasso di natalità soprattutto in queste regioni è molto alto…
Riparto l’indomani a pranzo per S. Juan, la città principale della provincia dove trovo tra diverse compagnie di autobus quello per Salta. C’è da dire che i terminal dei bus sono incredibili! Anche i più piccoli sono attrezzatissimi; come tralasciare gli immancabili chioschi sempre aperti, dove vendono di tutto e di più, e dove si possono comprare i rinomati Alfajores, orgoglio della produzione argentina; e che dire delle televisioni a gettoni per non perdere la partita di calcio della propria squadra o della selección!
Faccio quasi indigestione di panini imbottiti di carne squisita, Milanesa, di biscotti ricoperti di cioccolato, gli alfajores appunto, sempre presenti nelle mie tasche, e una bottiglia di vino di Mendoza. Poi continuo verso nord fino al confine boliviano, dove attraversando un paesaggio sempre meno abitato e solo ogni tanto interrotto da un piccolo villaggio ai bordi della strada, la Linda mi impressiona subito per il suo aspetto coloniale e per la mescolanza dei tratti indios sui volti, e mi fa allontanare sempre più dalle realtà del resto delle città di questo paese.
Interessante la funivia che mi porta sul cerro S. Bernardo, dove ammiro la città dall’alto con sfondo il sole che tramonta tra le colline che la circondano, la bella e appariscente chiesa di S. Francisco, e la cattedrale Barocca di fronte ad una piazza centrale gremita di mangrovie ma anche di tanti turisti, dove spezza magistralmente il richiamo degli ambulanti di fruttilla … gigantesche fragole di un intenso colore rosso.
Non potevo perdermi la parrillada! Da sapere che ogni casa ha una parrilla, una enorme griglia dove cuociono tutte le parti della mucca… strepitosa la bontà! Quasi ad ogni angolo di strada la scritta Asador si mischia con i nomi sui campanelli delle case. Trovo un ostello a pochi passi dal centro, sempre per pochi pesos mi ospita alcuni giorni, e riparto dopo una scorpacciata di Empanadas Salteña, specialità del luogo diffusa in tutto il paese, e una sbirciatina in un locale tipico con i gruppi che suonavano musica Andina.
Attraverso la Quebrada di Humahuaca, una valle che viene tagliata perpendicolarmente dal tropico del Capricorno subito dopo Tilcara, una formazione geologica multicromatica il cui nome non a caso è “Valle Pintada”. Dopo 600 km ed una bella chiacchierata sull’autobus con un muchacho che rientrava a casa dall’università per votare alle elezioni nazionali, in serata, sedici ore dopo, arrivo nel villaggio di Humahuaca posto su un altopiano a 3000 m. di altitudine.
Trovo da dormire presso una famiglia che ha adibito una parte della propria casa a pensione. Mi accoglie una donna anziana di una simpatia travolgente. La sua figliola e i nipotini iniziano a farmi delle domande per capire da dove vengo…alla fine del discorso conoscevano l’Italia perché il nipote più grande tifava per l’Inter. Doña Olga, questo il suo nome, come se ci conoscessimo da tempo mi fa vedere il letto in legno di cactus con sopra delle coperte di lana grezza e colorata… penso che sia un posto dove ritornerei volentieri. Si respira un’aria quasi d’intimità tra le stradine acciottolate e le case di fango. La pelle dei bambini scurita dal forte sole, i lama e i giganteschi cactus, le donne con il sombrero che vendono nella piazza sacchetti di foglie di coca offrono immagini davvero formidabili di questo piccolo villaggio di appena 3000 abitanti, ma irresistibilmente autentico, dove sorge un imponente monumento all’indipendenza, di cui è rimasta intatta una torre vedetta costruita col fango.
Buenos Aires sembra lontana anni luce da qui, l’atmosfera cosi surreale è caratterizzata dalla vicinissima Bolivia, e per chi volesse recarsi tra questi altipiani consiglierei una capatina alle saline di Uyuni. Dopo una chiacchierata con Miguel un simpaticissimo venditore di collanine, ed un suo amico, tra le note di musica folkloristica ed una masticata di foglie di coca, con la fronte bruciata dal sole, vado a mangiare un boccone. Mi preme raccontare un aneddoto. Quel giorno, dopo aver finito di mangiare e consolato da un litro di birra, mi riposai un’oretta sotto gli alberi della piccola piazza. Precedentemente avevo comprato un mate e non ricordandomene più dopo aver controllato una cosa sulla mia guida, mi alzai per andare al museo privato del pittore F. Ramoneda. Circa un’ora dopo, mi accorsi di non avere più il sacchetto con dentro il mio mate e ritornai al muretto dove ero stato, ma là non trovai più nulla. A quel punto chiesi ai bambini che giocavano lì intorno, pensando che l’avessero preso loro, ma mi indicarono un tipo, e mi dissero dove potevo trovarlo. Andai in una delle tante botteghe dove vendono souvenir e chiesi del mio mate; appena entrai il tizio capì immediatamente cosa cercavo e me l’ho restituì. Questo in contraddizione a tutto quello che si dice sulla pericolosità del paese. Rimasi felicemente colpito da questo accadimento.
Continuo il mio viaggio attraverso la regione del nord ovest. Lasciato Humahuaca, sotto una lieve pioggerella, metto alle spalle altri 1000 km verso sud. Dopo una sosta a S.S. de Jujuy, dove un vespaio di persone saliva e scendeva dai bus, arrivo nella storica città di S.M. de Tucuman, famosa perché qui è stato firmato il trattato d’indipendenza del paese. Il giorno dopo aiutato da una piccola cartina trovo la Casas Historica; provo ad entrare, ma un foglio di carta appeso sulla porta mi informa della chiusura a causa delle elezioni che si stavano svolgendo nel paese. Due giorni dopo continuo il mio viaggio verso sud, ancora 2000 chilometri mi separano da un tuffo nel gelido oceano atlantico, se il tempo lo permetterà. Arriva per me il momento più ricercato e più sognato, il grande sud… la Patagonia e la Terra del Fuoco. Eccomi al terminal dei bus di Mar del Plata. Scelgo come prima tappa Puerto Madryn, nel Chubut, 1600 km in sella all’ennesimo bus attraverso Bhaia Blanca, e dopo una notte insonne finalmente arrivo ad ora di pranzo… SONO IN PATAGONIA.
Un vento portava via le case, dopo la ricerca di un posto per dormire decido di far una visita al museo Ecocentro dedicato a Julio Verne, per capire un po’ di più di tutto l’ecosistema di quella strategica penisola dove le balene, i pinguini e i leoni marini vivono in totale tranquillità. Il golfo della città è arricchito da un mare di un colore blu intenso e dalla sabbia finissima. Percorsi dal centro della città tutta la costanera a piedi e per quattro chilometri sul lungomare beccai solo vento e sabbia, che ancora trattengo con cura nelle tasche del mio kway… Il freddo gelido ed il vento che soffiava forte, mi fece rammentare di essere arrivato nella mitica regione che avevo a lungo aspettato.
Dopo alcuni giorni trascorsi in questa città, a mio parere molto turistica, ma certamente interessante per la presenza della penisola di Valdes, optai per una mia personale curiosità, di recarmi a Punta Tombo, dai pinguini di Magellano. E poiché l’unico modo per arrivarci era quello di andare in un’agenzia, dovetti scegliere forzatamente questa soluzione. L’escursione durò tutto il giorno dalla mattina alle 7.30 fino alle 20.00 circa. Da Trelew a Punta Tombo percorsi tra i lama Guanachi cento chilometri su una strada sterrata e polverosissima su un pulmino tutto scassato, tanto che ricordo che gli altri cinque passeggeri li vidi alla partenza e poi di nuovo solo a destinazione.
I pinguini di Magellano, si ritrovano in migliaia per deporre le uova in cima alla spiaggia. Per non disturbarli si parlava a bassa voce; con grande meraviglia scrutavo quelli nelle loro tane dove covano le uova, altri che andavano in giro indisturbati mettendosi quasi in posa per uno scatto…ti senti un turista a tutti gli effetti, ma per una volta ci può anche stare.
Proseguiamo per Playa Union per l’avvistamento dei delfini dal colore bianco e nero e dopo un’escursione turbolentissima, che quasi vomitavo, su una lancia di dodici metri ed un mare forza 4, niente di meglio che fermarsi a Gaiman, cittadina e colonia gallese, dove ci riposiamo e prendiamo un the caldo, riempiendoci lo stomaco di squisite torte alla frutta nelle cosiddette Casas de The.
Rimasi alcuni giorni in un gradevole ostello a conduzione familiare, che ospita non più di 15 persone. La moglie del baffuto proprietario era gentilissima, la mattina mi preparava con cura la colazione a base di medialunas e the…un altro indirizzo che potrei raccomandare. C’è da dire che l’accoglienza della gente è immensamente calorosa e ancor più se sei italiano, dato che un terzo della popolazione discende da immigrati. Forniti di una curiosità per gli stranieri davvero particolare, la domanda più frequente per attaccare bottone è “de a donde sos” oppure “para donde vas”. Mi stupiva la cordialità e la disponibilità, stavano a sentire il mio racconto, da dove venivo e dove mi sarei diretto.
Lasciata Puerto Madryn, continuo sempre verso sud, in un paesaggio brullo dalla bassa vegetazione a causa dei fortissimi venti che soffiano quasi tutto l’anno e in particolar modo in questo periodo mi rammentava il barista della stazione di Trelew, con cui rimasi a chiacchera aspettando che l’autobus facesse ritorno dal rifornimento. La Patagonia si presenta sempre più nella sua principale caratteristica di infinita immensità, le pianure si perdono e si mischiano all’orizzonte con il cielo, a volte sereno, talvolta tempestoso. È un luogo di grande fascino e mistero…questa era la sensazione quando l’attraversai lungo la ruta 3.
Circa 1500 km dopo arrivo a Rio Gallegos nella regione di S.Cruz,…pensare che una volta queste terre erano popolate dagli indios e adesso si vede solo qualche camionista sulla ruta. Salto la città e un po’ stordito dalla notte in bus, aspetto l’ennesimo per El Calafate. Dopo due ore di viaggio e niente dappertutto a parte tante, tantissime pecore dal pelo gigante e dai divertentissimi agnellini che si rincorrevano tra loro, a metà strada è l’Estancia “Esperanza”. Il villaggio ai piedi della Cordigliera Delle Ande è il punto di partenza per le visite e le escursioni al Parco Nazionale dei ghiacciai, che dista da qui 80 km. All’arrivo il colpo d’occhio è surreale, sullo sfondo lo specchio d’acqua del lago argentino, tappa obbligatoria. Il villaggio si presenta prevalentemente popolato da turisti …infatti non c’era un posto letto libero. Faceva freddo ed il vento ghiaccio soffiava impetuoso. Dopo essere entrato in una piccola pensione accogliente ma purtroppo abitata anche da ratti e dopo un ora e mezza in giro, finalmente trovai una camera in un ostello. Questa volta riuscendo a dribblare tutte le agenzie, trovo un bus di linea che porta direttamente al Parco Nazionale: parte alle 8.30 del mattino ed ritorna alle 16.30.
La mattina che feci l’escursione al Perito Moreno era molto bella ma fredda. Dopo circa un ora e mezza di viaggio, arrivo al ghiacciaio…è fantastico! Sulla cordigliera completamente innevata rifletteva dallo specchio d’acqua del lago un intenso colore azzurro. Dall’alto già la visione è intrigante ma appena scendi tra le passerelle, e scopri piano piano tutte le sue curve ti sorprende, ti incanta con la sua facciata frastagliata e i suoi crepacci. Per ore, sotto una bufera di neve alternata a sporadici raggi di sole, rimasi immobile ad osservarlo cercando di capire tutti i suoi movimenti. Un’emozione spaventosa mi fece gelare il sangue quando all’improvviso un’intera lastra si staccò e sprofondò nel lago provocando un forte rumore, amplificato dall’eco propagante tra le montagne e formando un nuovo iceberg.
Una meraviglia della natura! Il Perito è uno dei pochi ghiacciai al mondo che continua a crescere, è il glaciale più importante e spettacolare di tutto l’intero parco con i suoi 30 km di lunghezza, i 5 km di larghezza e una altezza dal pelo dell’acqua di 80 metri. Andai nella piccola caffetteria in cima alle passerelle a prendere una cioccolata calda.
Tra panchos e pizza decido di non ritornare a Rio Gallegos per andare finalmente nella Terra del Fuoco. Quattro ore di strada mi separano da Puerto Natales in Cile. Frullato dal manto della leggendaria ruta 40, il bus si ferma ad una stazione di confine della gendarmeria argentina, dove avviene l’inizio del festival dei timbri sul passaporto. Proseguendo l’autista si ferma in mezzo alla strada … sulle nostre teste svolazzano una dozzina di condor… questa volta non ci osservavano certamente da lontano. Alla stazione di confine della gendarmeria cilena tra foto segnaletiche dei desaparecidos mi controllano il bagaglio. Arrivo nella regione di Magallanes.
Mi fermo qualche ora a Puerto Natales e approfitto della sosta per fare due passi in centro. Sono sorpreso da alcune case in lamiera e strani alberi a forma di fungo. Un temporale improvviso mi becca in pieno per la strada mentre chiedo informazioni per una banca, mezzo e appesantito dallo zaino faccio il biglietto per Punta Arenas. Arrivo 12 ore dopo essere partito da El Calafate. Mi raccatta un tipo tutto matto che appena mi vede con la cartina in mano e lo zaino sulle spalle, si fionda dagli scalini della sua sala da barba e mi porta nell’ostello di cui è socio. La sistemazione è molto carina, mi metto immediatamente a mio agio, accendo la radio e sfoglio un po’ di carte informative. Il proprietario, Miguel, non lo stesso di Humahuaca, è un ragazzo giovane che ha messo su questo piccolo ostello, e che va alla stazione dei bus tutti i giorni per trovare giovani viaggiatori. E’ molto socievole e simpatico e in ostello pur consapevole di trovarmi nelle regioni più australi del pianeta, mi sembrava di stare coccolato come se fossi a casa mia…un indirizzo molto interessante. Quando ripartii mi chiese di portare dei volantini pubblicitari in viaggio, da distribuire negli ostelli della Terra del Fuoco, e di non dimenticare di portare i suoi saluti ai parenti, una volta rientrato in Italia.
La mattina seguente molto presto faccio il biglietto finalmente per la Terra del Fuoco, allo stretto il bus si ferma ad aspettare il Barco. Attraversare lo stretto è stata per me quasi una conquista; sulle due sponde non esiste nessuna struttura e forma di vita, a parte due rifugi per sgranocchiare e bere qualcosa, e un cartello che ricorda che il collegamento marittimo esiste da appena venticinque anni. Dopo una ventina di minuti di navigazione attraverso lo stretto, con un mare fortissimo e le onde che si riversavano sui mezzi fermi all’interno del traghetto … sbarco nella magica e leggendaria Terra del Fuoco.
Ma ancora otto ore di strada mi separavano dalla mia meta. Durante il percorso greggi di pecore ancora non tosate giocano con gli agnellini. Gli ultimi cento chilometri con il bus che montava una rete metallica sul parabrezza per proteggere il vetro, è tutto fuorché confortevole… inizia a zigzagare tra le Ande fino al cartello Ushuaia …“ ciudad mas austral del mundo”. Un sussulto emozionante mi fa schizzare il cuore in gola. La cittadina è incastonata in una baia col mare di un azzurro meraviglioso, incorniciata dalle vette innevate della cordigliera che finiscono in acqua.
La forza del vento gelido alla discesa del bus era incredibile; trovo subito un posto accoglientissimo dove alloggiare. Alfredo, il proprietario, mi accoglie con gran ospitalità ed è sempre disponibile a dividere un Mate. Una delle tante sere mi raccontò dei suoi viaggi in Brasile, praticamente sverna ogni anno a S. Salvador… a dire la verità ci sarei rimasto volentieri molto più tempo di quello trascorso, quasi mi sentivo protetto in quell’angolo di terra, che mi trasmetteva tranquillità e sicurezza, dove alle 22.30 di sera si poteva passeggiare per le strade alla luce del sole. Attraverso in lungo ed in largo il Parco Nazionale a piedi tra ruscelli, laghi e la torba, presente per il novanta per cento in questa regione. Passo per baia Lapataia dove la foto è obbligatoria. In quel punto Buenos Aires è distante più di 3000 km, e la ruta 3 termina tra pescatori di trote e canottieri principianti.
Per il forte vento, non ho potuto fare la navigazione nel canale di Beagle, sul leggendario Barracuda. Interessante il museo marittimo all’interno dell’ex presidio, dove anche illustri prigionieri all’inizio del novecento venivano spediti qui e sottoposti ad inverni rigidissimi, e dove utilizzavano il tre de la fin del mundo, treno che veniva usato per il trasporto della legna dal parco in città, distante 12 chilometri. Tra Argentina e Cile i controlli della gendarmeria di frontiera si susseguono, per entrare ed uscire dalla Terra del Fuoco bisogna attraversarne quattro, quindi mi armai di molta pazienza, poiché ad ogni sosta trascorrevano almeno trenta minuti. Questa volta 3000 chilometri li ho fatti tutti di seguito, ed il mio letto per 3 giorni è stato il seggiolino dell’autobus. Solo a Comodoro Rivadavia tentennai a trovare un posto per riposare. Arrivai lì alle 5.30 del mattino e feci un giro veloce, trovai aperto solo un night. Continuai a camminare e bussai alla porta di una pensione che un ragazzo al terminal mi aveva indicato, ma era al completo. A quel punto decisi di continuare il mio viaggio. Cambiai nuovamente autobus. A P.to Madryn, nell’attesa di ripartire, feci una capatina al supermarket per comprare dei pantaloncini, poiché rimasi letteralmente senza le pezze al culo! Dovetti lasciare sul mio percorso i jeans completamente bucati sulle natiche.
La rete dei bus nel paese è molto capillare, le compagnie sono decine e coprono piccoli e lunghi tragitti. La maggior parte sono molto comodi, forniti di sedili reclinabili ed aria condizionata. È il mezzo più utilizzato, poiché l’alternativa è il collegamento aereo, che è troppo costoso. I collegamenti via treno pur più economici, sono quasi inesistenti e quei pochi treni attivi sono piuttosto scomodi.
La Capital Federal mi accoglie con i suoi trentacinque gradi. Da Retiro prendo la metropolitana, ma il mio ostello si trova nel cuore di S. Telmo, molto lontano dalla fermata. Attraversai la Av. 9 De Julio, che con i suoi solo 125 metri di larghezza è la più grande del mondo. I Porteños sono molto socievoli e curiosi, informali e sempre disponibili a scambiare due chiacchiere; tutto ciò rese il mio viaggio sempre più emozionante e gradevole. E che dire della bellezza delle Porteños! Vivono la notte come non mai, prima delle dieci di sera non si trovava nessuno in giro ed i locali solo pieni di turisti. Passeggiando per Puerto Madero mi fermai a mangiare in una trattoria con la sigla Tenedor libre, dove praticamente con pochi pesos mangiai fino allo strabocco… un cartello al muro informava che ogni spreco aumentava il prezzo. Grandi, anzi grandissimi!!!
Un pomeriggio mentre rientravo in ostello per i viottoli di S. Telmo scoprii un mercato dell’antiquariato coperto dove si rischia di trovare perfino foto ingiallite della bisnonna o di Evita Peron, ma anche vecchi vinili, collezioni di ogni genere e addirittura una carrozzina con bambolotto bebè dei primi anni del novecento. Oltre ad oggetti per appassionati e nostalgici, odori e profumi si mischiavano nell’aria passeggiando tra carcasse di mucche appese a tra gli innumerevoli fruttivendoli. Decido di comprare una banana per il dopo cena.
Immediatamente dopo qualche chilometro a piedi tra gli anonimi palazzi, dietro l’angolo un suono mi attira, di fronte a me sotto un telone… ballerini di tango che si esibiscono sullo sfondo, quasi come in un cartone animato, di case in lamiera colorata…ero arrivato nel quartiere di Boca. Accoglie inoltre, un centro culturale dove gli artisti del secolo scorso si esprimevano con la pittura, raffigurando il tango piuttosto che gli angoli più autentici della città. Finì per arrivare a Caminito, nome associato ad un tipo di tango. Approfittando di una graziosa bottega per riportare le ultime cartoline del “Che” o di Carlos Gardel, mi sedetti su uno scalino vicino al pozzo per leggere, e notai che appena buio le strade si svuotarono come se avessero suonato il coprifuoco.
Camminavo per ore ed ore, qualche volta una corsa in metro non guastava. Rimasi compiaciuto dai vagoni che percorrevano la linea A collegando Plaza de Mayo. Tutte le vetture sono interamente in legno, le corse tra quei vagoni mi catapultarono nel tempo direttamente nel glorioso passato degli anni trenta. Salendo gli scalini, nella piazza era uno dei tantissimi picchetti dei lavoratori e degli studenti che manifestavano tutti insieme a suon di pentole contro un sistema politico ancora troppo corrotto.
Domenica 20 Novembre, giorno della partenza.
Dedico l’intera giornata libera per andare a Recoleta, dopo aver attraversato lussuosi palazzi in stile europeo. Nell’immenso parco gremito di persone, mi infiltrai anch’io nel grande mercato artigianale, che si tiene ogni fine settimana, dove sono tantissimi banchi. Approfitto per comprare un piccolo quadretto alla mia piccola nipotina, e poi, invogliato da una splendida e calorosissima giornata di sole, mi sdraio su un prato ad ascoltare alcuni gruppi giovanili che si esibiscono in rock argentino.
Erano già le otto di sera. Mi incamminai verso Retiro. Ripercorrendo la strada del ritorno, consapevole che sarebbero stati i miei ultimi passi in questa terra dalle mille sorprese, mi ritornarono in mente come dei flash tutti gli autobus, tutte le notti trascorse su quei seggiolini e i luoghi mozzafiato che avevo visitato. Con la malinconia che mi assaliva sempre più, mi diressi verso l’aereoporto di Ezeiza, dove alle due di notte il Boeing 737 spicca il volo per l’Italia.

Per chi è ritornato e pensa ancora di passeggiare per le vie di Boca piuttosto che del Microcentro, tra i ballerini di tango, oppure di osservare i movimenti dell’imponente Perito Moreno o ancora di rifare una doccia sotto il salto più alto delle vertiginose cascate dell’Iguazù, o per chi sogna di avventurarsi e partire, invogliato da questo mio breve racconto, sono a disposizione per qualsiasi consiglio o perplessità…
questo è il mio indirizzo e-mail giuseppeamari@inwind.it

Hasta la victoria siempre!!!!

 
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