L’uomo non guarda mai il cielo perche’ lo vede sempre

di Stefano Politi Markovina –
Mi sono destato all’improvviso a notte fonda racchiuso nel dolce tepore del mio sacco a pelo; l’impressione è quella di aver dormito una vita. Invece no, sono appena le 2.
Eppure non c’é più traccia alcuna della stanchezza che già alle dieci di ieri sera mi era piombata addosso come un colpo di scure. Non arde più quel fuoco che aveva allietato il dopo cena della simpatica compagine e accanto al quale ci eravamo esibiti a turno con il didgeridoo (senza molto successo, a dire il vero).

Tutto tace adesso mentre gli altri proseguono beati il loro sonno. Il silenzio si sfalda solo al sibilare inquieto del vento che agita le fronde polverose di un vicino albero e urta il crescendo di smarrimento e inquietudine nel mio contemplare solitario questo firmamento in versione technicolor.
Deserto di sabbia in terra e deserto di stelle in cielo. L’estensione naturale di solitudine e di desolazione che per migliaia di chilometri si irradia inesorabile verso ogni direzione é pari solamente all’infinita volta celeste che diluisce la notte stigia degli Antipodi in uno spettacolare e nitido arazzo di galassie e costellazioni, di stelle cadenti e di satelliti in orbita. In questo remoto punto, ombelico del più primitivo dei continenti, che pare fluttuare nello spazio temporale-geografico del nulla eterno, da quarantamila anni la notte incombe alla fine del giorno come un’arpìa nera color pece. Il buio é pari solo all’eterna oscurità che traspare dall’oblò di una astronave che sfreccia nello spazio, mentre la trasparenza cristallina della luce finisce con il trasformare il cielo in una sfavillante Broadway stellare sospesa lassù tra la Via Lattea e la croce del sud. Ieri l’altro ci eravamo messi in viaggio verso i monti Kata Tjuta. Per gli aborigeni un tempio votivo da millenni; ai nostri occhi, più semplicemente dei panettoni di granito rosso che pioggia e vento hanno corroso e limato in profili geometricamente netti a rompere il monotono piattume di questo deserto. E’ un viaggio che imbocca improvvise deviazioni, fa retromarce, si allunga, non da adito alcuno all’orologio, ma si asseconda perfettamente alle nostre regole di appassionati fotografi desiderosi di immortalare ogni scorcio, ogni prospettiva cristallina che questo deserto concede lungo il tragitto percorso.
Sembravamo i Flinstones in vacanza. Sulla mitica Barina noleggiata ad Ayers Rock, Lutz non faceva altro che millantarsi di tutto, anche di inesistenti abilità navigatoriali: Ma quali cartine, a me basta seguire il mio istinto! e di fatti al primo bivio il buon teutone imbocca la strada sbagliata. Dietro, le ritrovate Anna e Mariangela, provette infermiere di Trento a spasso per la terra dei canguri senza sapere quasi una parola di inglese, non facevano che propinarci canti alpini a iosa (?) che andavano a mescolarsi in un improbabile cocktail di note con il rock degli Yothu Yindi trasmessi dall’autoradio.
I chilometri si squagliavano sul grigio nastro d’asfalto che taglia in due la sconfinata distesa di sabbia rossa. Fuori, l’aria arroventata, di tanto in tanto, innalzava ai lati della strada improvvisi mulinelli d’aria turbolenti generati dal calore rifranto dalla superficie desertica contro il cielo. Trombe d’aria in miniatura che gli australiani con ilarità chiamano willy-willy.
Tra le gole dei monti Kata Tjuta l’aria bruciava come la bocca spalancata di un forno, le nostre taniche di acqua da 4 litri si erano esaurite in poche ore, mentre un esercito vischioso di mosche ci aveva tenuto compagnia facendoci riscoprire tra noi la naturalezza delle pacche sulla schiena e sulle gambe e il piacere di far fare ginnastica a braccia e mani per allontanare questi autentici simpaticoni dai nostri volti. Ci pareva di dominarle queste montagne con la nostra sola presenza. Gran parte dei turisti viene nel deserto solo per andare ad annidarsi come api su e giù per l’Uluru con i soliti risentimenti di rito degli aborigeni. Questi monti finiscono così con l’essere ingiustamente quasi ignorati del tutto. Eppure affascinano più del cugino Uluru nella loro sontuosità più massiccia e solenne.



Al tramonto, svelano tutto il loro maestoso fascino sprigionando dal curioso colore della roccia infinite tonalità di rosso che cambiano all’impercettibile mutare della luce. Accade la stessa cosa anche sull’Uluru, ma qui il fenomeno si amplifica riflettendosi su ognuno degli innumerevoli panettoni che vanno a comporre questo gruppo di montagne partorite dal nulla. Il vento, sul finire del giorno, si leva improvviso e soffiando attraverso gli stretti canyon sulle quali pareti in reconditi incavi gli aborigeni hanno dipinto fin dalla notte dei tempi sacri murales dal significato a noi precluso, crea un concerto di suoni che echeggia tra le labirintiche gole di questo anfiteatro naturale. Non dura molto. Con le prime stelle le montagne ripiombano nell’innaturale silenzio del deserto. Prima però c’è giusto il tempo per Anna di amplificare un suo urlo verso tutte le direzioni. Una iguana lunga un metro che si stava crogiolando agli ultimi raggi di sole le ha fatto una linguaccia. La sensibilità delle donne!
Tra poche ore, all’alba, ci attenderà il King Canyon prima di puntare verso Alice Springs. Provo allora a rigirarmi nel mio sacco a pelo nella speranza di poter ritrovare finalmente il sonno latitante quando ecco che i miei occhi incrociano a pochi metri di distanza quelli di un dingo all’avanscoperta del nostro accampamento.
Si muove con circospezione, guardandosi attorno timoroso, alla vana ricerca di qualche avanzo. Ripenso a qualche sera fa, quando al resort di Yulara mi era stato rubato il sacchetto della spesa inavvertitamente lasciato dal sottoscritto fuori dalla tenda di Lutz e contenente tutti gli ingredienti per preparare una lauta et abundante cena. Mi aveva allora apostrofato una sagoma australiana con fare divertito :A quanto pare l’olfatto dei dingo è stato più veloce della tua fame!, aggiungendo poi a mo’ di gettone di consolazione: No worries, mate, sai, capita spesso ai turisti da queste parti. Mi rodevano il fegato per l’incazzatura difficile da smaltire e lo stomaco per la fame ormai dirompente. Il fortunato ladro non aveva poi dovuto faticare tanto. La cena gliela avevo praticamente servita su un piatto d’argento. Eppure, vuole il caso, che il furto fosse avvenuto in concomitanza con l’arrivo di un’ampia comitiva di napoletani, catapultati forse da un charter qui nel vicino hotel recent.
Sfumata l’idea di cucinare e dinanzi ad un hamburger di cammello fumante nell’unico ristorante per un raggio di alcune centinaia di chilometri, ancora mi chiedevo chi potesse essere stato l’autore del furto gastronomico, anche se ormai non aveva più molta importanza a dire il vero. Mi ero come mio solito scritto una cartolina da spedire a casa e poi, fugati gli ultimi dubbi, avevo voluto convincermi del vero colpevole.
Mica si può dare sempre la colpa ai dingo, no?

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