Autocamp? Nema! Viaggio in Bosnia e Montenegro

di Virginio Trivella –
Nota dell’Autore
Tempo fa ho visitato la Bosnia e il Montenegro scoprendo che, senza attraversare oceani e raggiungere lontane mete esotiche, un po’ di avventura può essere trovata anche a due passi da casa, nella vecchia Europa, in un paese che, dopo le guerre, sembrava essere stato cancellato dall’atlante dei turisti occidentali.
Attraverso le rovine lasciate dall’atroce conflitto che ha devastato la Bosnia e gironzolando per le strade di un Montenegro in bilico tra i Balcani e la Comunità Europea, ecco un diario (semiserio? semiamaro?) di viaggio costruito canzonatoriamente sugli stimoli superlativi e roboanti della propaganda ministeriale che diviene, giorno dopo giorno, un invito a non trascurare questa terra splendida e sfortunata. Questo racconto, corredato da immagini, e’ anche disponibile in formato Pdf

Quasi dieci anni dopo ho aggiunto qualche nota di aggiornamento.

BOSNIA ERZEGOVINA

Una notte qualunque di luglio del 2002 digitai la parola “Bosnia” nel campo di ricerca di un forum in Internet che trattava di viaggi. Dopo qualche secondo apparve una serie d’interventi, forse una ventina, nei quali compariva il termine cercato. Non tanti se si considera che viviamo nell’epoca della comunicazione globale ma, in fondo, non molti meno di quelli che mi aspettassi: non ci doveva poi essere così tanta gente in giro per il mondo interessata a dire la sua in merito ad un viaggio in Bosnia. Tra i vari messaggi lasciati da baldanzosi viaggiatori australiani e neozelandesi incuranti delle difficoltà e sprezzanti del pericolo, ve n’era uno lasciato da una persona qualunque, quasi timida, che, rischiando il ridicolo oltre che una valanga di commenti tra il sarcastico e il canzonatorio dagli ardimentosi corrispondenti agli antipodi, chiedeva informazioni sulle condizioni di sicurezza per chi intenda recarsi oggi in Bosnia. Vi era un commento collegato e cliccai. Era la risposta di un arguto bosniaco: «E’ pieno di bushmen pronti a mangiarti. Come on!». Decisi di andare a dare un’occhiata.

A Zagabria pernottammo al motel-campeggio, situato nell’area di servizio dell’autostrada E70 (la “Bratstvo i Jedinstvo”, autostrada della Fratellanza e dell’Unità, che undici anni prima aveva visto i carri armati federali dirigersi contro i fratelli croati durante il primo atto della dissoluzione dell’unità jugoslava) in direzione Slavonski Brod, poco oltre l’intersezione con quella per Lubljana. Una sistemazione imprevedibilmente tranquilla per chi sia mentalmente già disposto a passare la notte in un’area di servizio congestionata e rumorosa, presa d’assalto da pullman di vocianti turisti dell’Europa orientale e da camionisti turchi, spagnoli e polacchi a metà del proprio viaggio attraverso il vecchio continente. Di là della recepcija e ben oltre il parcheggio del motel, che sulle prime sembrava dover essere la squallida area destinata ad accogliere i campeggiatori, ad una distanza dall’autostrada sufficiente a neutralizzarne il rumore si trovava un boschetto con il terreno ricoperto da un bel prato soffice sul quale erano montate varie tende. Sul reticolato di stradine che tagliavano il prato obliquamente, fiancheggiate dagli alberi, sostavano qualche camper e alcune roulotte, gli occupanti già immersi nel sonno, sotto una tranquilla pioggerellina che rendeva l’area ancora più calma e silenziosa. Raggiungere l’unico campeggio di Zagabria, di cui conoscevo solo il nome, era stata una mezza impresa. Nessuno sembrava conoscerlo: guidatori d’autobus, poliziotti, passanti. Solo quando, per puro caso, mi capitò di attraversare un quartiere periferico meridionale della capitale croata e provai a chiedere informazioni, senza molta convinzione, presso un distributore di carburante, per fortunata intercessione del destino m’imbattei in uno dei rari benzinai informati della regione. Seguendo le dettagliate indicazioni ricevute mi ritrovai in autostrada e, mentre già indirizzavo ostili messaggi telepatici al benzinaio, raggiunsi l’affollata area di servizio di Novi Zagreb nella quale, rassegnato, previdi di trascorrere una notte insonne. Subito dopo le pompe del carburante, invece, un’insegna indicava l’esistenza del motel-autocamp Plitvice, e così ebbi modo di scoprire una delle aree di servizio autostradali più confortevoli che avessi mai sperimentato, uno dei migliori approdi che si potessero desiderare, almeno dal punto di vista del camperista stanco che, l’indomani, abbia in programma di attraversare quella terra incognita e piena d’insidie che, nella mente dei più, è la Bosnia.

La mattina seguente aveva smesso di piovere. Caso strano per un’estate che sarà ricordata come una delle più piovose a memoria d’uomo. In realtà da alcuni mesi si pensava di andare in Norvegia, ma l’idea di percorrere tanti chilometri con due bimbe e una moglie amanti del mare, con i bollettini meteo che quotidianamente informavano sui disastri provocati dal maltempo nel Nord dell’Europa, m’indussero all’ultimo momento a cambiare destinazione optando per i Balcani, dove avremmo potuto alternare pigre giornate dedicate al riposo balneare ad avventurose peregrinazioni nel cuore delle repubbliche ex jugoslave. E per raggiungere le splendide località della Croazia meridionale senza percorrere un’altra volta la solita Jadranska Magistrala, croce e delizia di ogni viaggio in Dalmazia, cosa c’era di meglio che attraversare interamente il territorio della Bosnia-Erzegovina dal suo confine settentrionale fino all’estremo lembo meridionale?
Il percorso era sicuramente inedito, dopo le guerre che avevano sconvolto la regione, ma non partivo certo sprovvisto di informazioni. L’anno prima il gestore di un campeggio sull’isola di Mljet, nella Croazia meridionale, mi aveva assicurato che ormai la situazione era tranquilla e che lui percorreva quella strada ogni volta che si doveva recare a Zagabria, risparmiandosi la Jadranska e accorciando il percorso di un bel mucchio di chilometri; è vero che lui aveva fatto la guerra ed era abituato a combattere per proteggere la sua casa dalle incursioni dalle soldataglie cetniche, ma la sua automobile, che avevo accuratamente ispezionato con malcelata noncuranza, non presentava alcun foro di proiettile ma solo la corrosione e la ruggine dovute a molti anni di faticoso servizio. Poi c’era il ragazzo al banco del bar nel centro di Zagabria in cui c’eravamo riparati durante il furioso temporale del giorno precedente che, dopo essersi cautamente consultato con un collega, mi aveva dispensato la sua benedizione: «No problem».
Solo il nostro Ministero degli Affari Esteri metteva esageratamente in guardia nei confronti del milione di mine inesplose sparse per il paese, suggerendo di diffidare delle mappe ufficiali che avrebbero dovuto individuarne l’ubicazione («affidabili solo al 30%»); questo, comprensibilmente, rendeva non del tutto tranquilla la circolazione sull’intero territorio nazionale. D’altra parte era logico aspettarsi che le strade principali, tra le quali quella che intendevo percorrere, fossero state accuratamente bonificate, almeno per garantire la sicurezza delle forze armate delle Nazioni Unite che le percorrono in continuazione. Inoltre un tacito accordo con mia moglie, stranamente poco preoccupata (almeno così appariva), escludeva che si organizzassero scampagnate nei boschi della Bosnia e che, dunque, si dovesse dipendere, per l’orientamento, dalle mappe dei campi minati. Era poi inteso che, entro sera, avremmo raggiunto la costa dalmata presso Kardelievo, tagliando fuori Sarajevo che, nelle mie segrete intenzioni, mi riservavo per un’altra volta.

Attraversammo la frontiera a Bosanka Gradiska, incolonnati in una fila di mezzi croati e bosniaci che procedeva abbastanza rapidamente verso la sbarra situata appena prima del ponte sulla Sava. Alla dogana un poliziotto tentò di interrogarmi, ma parlava solo in serbo-croato, e quando con un sorriso ostentato replicai salutandolo in inglese, mi mandò via sbrigativamente con aria scocciata, del tutto indifferente di fronte all’opportunità di affrontare una complicata conversazione con lo straniero. Sull’altro lato della strada bivaccavano almeno cinque chilometri di automobilisti, per lo più croati che erano andati a fare acquisti nei più economici negozi del paese vicino, intervallati da turisti tedeschi, austriaci e ungheresi che, con ogni probabilità, avevano appena percorso in senso inverso la strada che noi dovevamo affrontare. Le auto erano integre: nessuna evidenza dei devastanti effetti dell’esplosione di mine, e questo contribuì a rincuorare definitivamente mia moglie.
Pensando che, per ogni evenienza, sarebbe stato saggio dotarsi di un po’ di valuta locale, subito dopo la dogana svoltai a destra inoltrandomi nella cittadina. Abbandonai il resto della famiglia in camper e a piedi mi diressi in cerca di una banca. Le prime due alle quali mi rivolsi si rifiutarono di cambiare i miei euro. Fui allora adottato da un ragazzo che mi accompagnò alla Kristal Banka, convenzionata con la Western Union, dove finalmente riuscii ad acquistare qualche marco convertibile, la nuova valuta imposta dalle Nazioni Unite nel tentativo di ricucire i brandelli di un’economia devastata dalla guerra inter-etnica. Sapevo che, nonostante la denominazione seducente, la valuta bosniaca non era affatto convertibile e che, fuori del paese, era accettata solo da qualche banca a Vienna, Praga e Istanbul. Non avevo bisogno di un immediato pretesto per recarmi da quelle parti e così mi limitai a cambiare una somma modesta, sufficiente per attraversare il paese in giornata. Fu poi confermata la sensazione, provata al momento dell’ingresso a Bosanka Gradiska, che quel giorno le occasioni di spendere non sarebbero state poi molte, se si fossero escluse le frequenti bancarelle dove cordiali contadine esponevano frutta e miele o gli ugualmente diffusi ristorantini che proponevano, fino alla noia, invitanti carni alla griglia.

Non appena entrati in Bosnia si percepì un cambiamento netto d’atmosfera, un brusco allontanamento dalla normalità dell’Europa occidentale. La strada nazionale attraversava una successione di centri abitati piuttosto disordinati; molta gente a piedi, l’odore acre e dolciastro degli scappamenti di vecchi motori, donne anziane in abito tradizionale scuro, carretti trainati da cavalli e asini, antiquati trattori… Nonostante la presenza di due operatori telefonici, spiccava l’assenza della pubblicità infestante dei telefonini che, invece, tappezzava le strade di Slovenia e Croazia. I cartelli indicatori in caratteri cirillici (retaggio del precedente governo jugoslavo) crearono all’inizio un po’ d’apprensione, ma in fondo era sufficiente un minimo di pratica e d’immaginazione. Tutto il resto, salvo qualche vecchia insegna sopravvissuta, era scritto in rassicuranti caratteri latini.
Oltre alla frutta e al miele, una categoria di merce che frequentemente si trovava – cosa abbastanza curiosa – in vendita ai bordi della strada, in bella mostra su polverosi tralicci di legno, erano musicassette e videotapes dalle etichette smunte da molte stagioni di esposizione al sole.
Il traffico all’inizio era piuttosto lento e intenso. Il fondo stradale, su questo primo tratto di strada, era di quelli cui non siamo più abituati e ci portò inevitabilmente a chiederci se gliel’avremmo fatta ad esserne fuori per sera. Ma già subito dopo Banja Luka l’asfalto migliorò e il traffico si diradò, fino a diventare quasi inesistente man mano che ci si addentrava nelle gole della Vrbas. Ogni tanto s’incrociava un’auto austriaca o tedesca. Mai, in tutta la giornata, un italiano. Provammo più volte l’ebbrezza di trovarci dietro un obsoleto fumante camioncino locale, praticamente insuperabile nella continua sequenza di curve; conveniva allora concedersi una sosta e godersi il panorama.
Già, perché qui il panorama era davvero splendido: fino a Jajce erano settanta chilometri di gole ora strette e profonde, ora più ampie e maestose, formate dal fiume che, regimentato da una serie di dighe per lo sfruttamento idroelettrico, si allungava in una successione di laghi di gran bellezza: lo smalto dell’acqua contrastava con il vivo colore della vegetazione e delle rocce strapiombanti che, di tanto in tanto, formavano la volta della strada serpeggiante.

Poco prima di Jajce attraversammo, senza nemmeno accorgercene, il confine tra la Republika Srpska (RS) e la Federazione di Bosnia-Erzegovina (FBH), le due entità concepite dagli accordi di Dayton che posero fine ai quattro anni più raccapriccianti che l’Europa ricordi dalla fine della Seconda guerra mondiale, cristallizzando la situazione conquistata sul campo dagli eserciti opposti. Alle spalle ci lasciammo i territori di conquista dei serbi che, con una profondità estremamente variabile e un confine dall’andamento casualmente serpeggiante, bordeggiano tutta la frontiera settentrionale tra la Bosnia e la Slavonia croata nonché quella orientale e meridionale con Serbia e Montenegro: territori praticamente svuotati della precedenti popolazioni di etnie diverse dalla serba che prima, insieme, formavano quasi la metà degli abitanti. Davanti a noi si estendevano invece le terre conquistate o mantenute dalla tempestosa alleanza tra croati e bosniaci musulmani, una sorta di triangolo dai contorni molto irregolari con un lato appoggiato sulla Croazia dalmata e gli altri due che si incuneano nei territori degli ex nemici fino quasi a raggiungere la Serbia. La linea di demarcazione tra la RS e la FBH somiglia al profilo di un puzzle incompleto. A metà del suo sviluppo si avvicina terribilmente al confine settentrionale con la Croazia, formando quel “corridoio di Brcko” così essenziale per consentire il collegamento tra la Serbia e la regione conquistata di Banja Luka che, senza di esso, si sarebbe trovata completamente isolata dal resto dei territori serbi: non è ancora definito a chi debbano appartenere le terre del “corridoio”, dato che l’arbitraggio internazionale previsto dagli accordi di Dayton del 1995 non si è ancora concluso. Più avanti la linea passa proprio attraverso Sarajevo e a pochi chilometri da Pale, la capitale della RS sede del famigerato governo di Karadzic e del suo generale-macellaio Mladic (il responsabile, tra le altre, della strage di Srebrenica: settemila persone inermi prima abbandonate dall’esercito bosniaco-musulmano e dai Caschi Blu che avrebbero dovuto proteggerle e poi massacrate dalla soldataglia serbo-bosniaca), entrambi ancora oggi ricercati dal Tribunale dell’Aja, l’uno, pare, nascosto tra i monasteri ortodossi arroccati sulle montagne al confine con il Montenegro, l’altro a godersi la pensione a Belgrado (1).

A Jajce le gole cedettero spazio all’altopiano che progressivamente, in una successione di prati da foraggio punteggiati da covoni di fieno, e di boschi d’aceri, noccioli e poi abeti, condussero ai 1100 metri del passo Makljen, dove un monumento del passato regime non era sopravvissuto alla furia iconoclasta della guerra. Presso quel monumento il maresciallo Tito s’era recato in varie occasioni: così raccontava la dettagliatissima biografia pubblicata in Internet da un’associazione nostalgica (che, giorno per giorno, dava conto degli spostamenti dell’ex padre-padrone della Jugoslavia, dei suoi discorsi e dei suoi trascorsi galanti), testimoniando in tal modo l’importanza simbolica del sito. Andai a visitarlo, sfidando le mine, ma non restava che un anfiteatro completamente spogliato del suo rivestimento in pietra e un rudere di cemento armato che si ergeva inquietante sulla bella vallata sottostante: monumento commemorativo di un qualche evento vittorioso tramutato in muta rappresentazione della vittoria della guerra sulla ragione.

La guerra. Dodici anni prima, era il 1990, m’era capitato di sfiorarla nella Krajina di Knin, la regione croata dell’entroterra di Zara e Spalato, allora abitata in prevalenza dai serbi di Croazia. Le Krajine erano le regioni di frontiera della Croazia dove, nel ‘600, le autorità dell’impero asburgico avevano concesso molte terre agli emigranti serbi che scappavano dalle angherie e dalla gestione feudale del governo ottomano, trasformandoli in granicari, guardie di frontiera rurali che avrebbero difeso con la vita i propri campi e, di conseguenza, i confini dell’impero.
La guerra vera sarebbe arrivata solo un anno dopo, ma già aleggiava nei rapporti tra le varie etnie, sempre più tesi da qualche tempo. L’anno precedente a Podujevo, trenta chilometri a nord di Pristina, vi era stato il primo morto: in città i dimostranti d’origine albanese rivendicavano l’autonomia che, al contrario delle altre repubbliche jugoslave, era sempre stata negata al Kosovo. Quel Fadil Talla che ebbe la sfortuna di trovarsi sulla traiettoria di un proiettile sparato da un carro armato che pattugliava le strade della città, inaugurò la lunga serie delle centinaia di migliaia di vittime che, nel giro di un decennio, avrebbero insanguinato la Jugoslavia. «La disgregazione incominciò precisamente nel momento in cui lo stato federale manifestò la propria incapacità di tutelare i diritti costituzionali dei cittadini. Allora divenne chiaro che ogni singolo popolo avrebbe combattuto da solo contro tutti, e che a decidere il destino della Jugoslavia sarebbero stati i carri armati e i cannoni». Questa è la ricostruzione proposta da un giornalista sloveno nell’introduzione del bel volume “La guerra dei dieci anni”, una ricostruzione degli eventi che, negli anni Novanta, hanno sconvolto i Balcani. Ricordo che, quando poi la guerra vera incominciò in Croazia e in Bosnia, mi stupii che il Kosovo ne rimanesse fuori. Ma era solo questione di tempo.
In Slovenia furono solo prove generali del conflitto: dieci giorni di scontri con l’armata federale e una settantina di morti. Ma fu solo perché la Slovenia è sempre stata ai margini dell’area d’influenza serba. «Dove c’è una tomba serba, là è Serbia» fu lo slogan degli anni Novanta, e fu proprio il distacco della Slovenia dalla federazione jugoslava, nel 1991, debolmente ostacolata da Milosevic (in Slovenia non ci sono tombe serbe) che offrì a quest’ultimo il pretesto per difendere con le armi e con il sangue quelle sparpagliate per le altre repubbliche. Il vero obiettivo era quello di impedire la secessione della Croazia per difendere i serbi che, ben più numerosi, vivevano in questa repubblica. Fu molto abile, Milosevic, ad agitare lo spettro delle sopraffazioni ai danni del popolo serbo. «In occasione del seicentesimo anniversario della sconfitta subita dai serbi per opera dei turchi», si legge nella “Guerra dei dieci anni”, «davanti a un milione di persone raccoltesi in Kosovo, Milosevic invitò i suoi connazionali a comportarsi come il principe Lazar che nel 1389 aveva preferito morire piuttosto che accettare il dominio straniero». Si riesumarono addirittura le spoglie del principe, il cui sarcofago vagò per qualche tempo per tutto il paese. «L’euforia necrofila venne accompagnata da una campagna stampa senza precedenti nell’Europa del secondo dopoguerra, in cui i mass media diventarono quasi monocordi nella denuncia di violenze e sopraffazioni a danno dei serbi in Kosovo, Croazia, Bosnia, gonfiando normali episodi di cronaca nera, ma inventando anche di sana pianta storie di privilegi e discriminazioni. Concetti come “spazio vitale” e “purezza etnica” entrarono nel linguaggio quotidiano in attesa che si creassero le condizioni migliori per andare alla conquista di tutti i territori serbi. In Bosnia e Croazia cominciarono a comparire le bande che inneggiavano all’orgoglio serbo e all’unità dei serbi».

Maggio 1990. Le prime libere elezioni politiche in Croazia sancirono la vittoria del nazionalista Franjo Tudjman, che inaugurò subito il nuovo stemma croato, la sahovnica, la scacchiera bianco-rossa già in uso durante il regime ustascia, alleato dell’Italia fascista e responsabile dello sterminio di centinaia di migliaia di serbi.
Agosto 1990. Entrai per la prima volta in Croazia, domandandomi che fine avessero fatto le stelle rosse che avrebbero dovuto campeggiare al centro delle onnipresenti bandiere le quali, al contrario, presentavano un foro dove la tela era stata sbrigativamente strappata. La tensione nell’aria era palpabile, ma nessuno – soprattutto gli ignari turisti – s’immaginava cosa sarebbe successo di lì a pochi mesi. D’altronde, le informazioni che circolavano in Europa non erano poi così preoccupanti; sebbene già da vent’anni ci s’interrogasse sul “dopo-Tito”, a posteriori appare incredibile l’atteggiamento politico dell’Occidente, le sue convinzioni ancora salde sul futuro della regione, alla vigilia della guerra-lampo di Slovenia: due giorni prima dell’intervento dell’esercito federale, la Comunità europea stanziò un miliardo di dollari per il miglioramento delle infrastrutture jugoslave.
Risalendo la costa dopo aver visitato la Dalmazia meridionale, decisi di fare un giro all’interno. Abbandonai la Jadranska Magistrala una cinquantina di chilometri prima di Spalato e m’inerpicai sulla strada che, in breve, scavalca le montagne prospicienti la costa e raggiunge la valle della Cetina. L’intenzione era di giungere a Plitvice per strade interne, passando per Knin, la capitale della Krajina, che allora non avevo mai sentito nominare. Giunto a Brnaze, dove la strada si biforca consentendo, a sinistra, di tornare a Spalato, mi diressi senza esitazioni a destra, verso Sinj. All’ingresso della città dovetti fermarmi ad un posto di blocco, dove tre o quattro miliziani in abiti civili, armati di fucili e alito sostanzialmente etilico (nonostante l’ora antimeridiana), mi suggerirono di sloggiare rapidamente via “Split, Zadar, Rijeka, Italija”.
Allora non lo sapevo, ma il giorno prima su ordine di Tudjman tre convogli di lealisti erano partiti da Zara, Sebenico e Karlovac con sette dei dieci carri armati in dotazione della Croazia, con l’obiettivo di impedire il referendum unilaterale sull’annessione della Krajina alla Serbia che i serbi di Knin, pochi chilometri oltre il posto di blocco dove ero stato fermato, avevano annunciato per il giorno seguente. I serbi avevano accolto la polizia di Zagabria armati e con le barricate. Nemmeno un colpo era stato sparato quel giorno (i primi morti si ebbero a novembre), ma – poche ore prima del mio passaggio – era nato il primo nucleo dello stato serbo entro i confini croati che presto avrebbe combattuto al fianco dei fratelli serbi della Slavonia croata e dell’Erzegovina bosniaca. La guerra di Croazia era iniziata.

Agosto 2001. La guerra in Croazia era finita da un pezzo e i serbi della Krajina di Knin non c’erano più. Trovandomi da quelle parti volli ripercorrere la strada da cui ero stato sbrigativamente allontanato un decennio prima. Lasciai la Jadranska, salii sulle montagne, arrivai a Sinj. La città era stata rabberciata, ricostruita, ma i segni del conflitto erano ancora evidenti, qua e là. Qualche casa diroccata, i fori dei proiettili nei muri, alcuni impianti industriali semidistrutti e abbandonati. A Knin, la vecchia capitale dei serbi della Croazia meridionale, era anche peggio. Qui gli edifici sventrati erano più numerosi, e molte case portavano ancora i segni delle raffiche. Ma l’immagine più penosa era offerta dai poveri villaggi contadini della pianura che digrada verso Sibenik e Zadar, completamente abbandonati, dove nemmeno una casa era rimasta integra, nessun tetto era stato risparmiato dalle fiamme.
Villaggi fantasma, uguali a quelli visti in televisione. Qui i perdenti se n’erano andati, ma anche i vincitori non erano rimasti. Un po’ ingenuamente, forse, ma non si poteva fare a meno di pensare che, in fondo, s’era combattuto solo per regalare i villaggi – i resti di quelli che erano stati villaggi – alle ortiche. In un rapporto degli osservatori europei pubblicato il 26 novembre 1991 si legge che «l’esercito federale spara senza esitazione su obiettivi inequivocabilmente civili, sia a casaccio, sia puntando deliberatamente su scuole, musei e soprattutto ospedali. L’offensiva è in pieno svolgimento. Nelle zone di confine, in innumerevoli piccoli villaggi i croati vengono uccisi o costretti ad andarsene, e i paesi rasi al suolo. Non si tenta neppure di occuparli, semplicemente vengono cancellati dalla faccia della terra».
I serbi in quella fase della guerra ebbero gioco facile contro un nuovo stato ancora male organizzato e, soprattutto, male armato e senza appoggi internazionali. Le diplomazie di allora tendevano a parteggiare per la conservazione dell’integrità della Jugoslavia, preoccupate che lo sfaldamento della federazione costituisse un pericoloso precedente per altri paesi che si stavano liberando dei vecchi governi comunisti. Un decennio dopo una simile preoccupazione delle cancellerie europee non può che far sorridere e meditare sulla scarsa lungimiranza dei nostri governanti: l’Unione Sovietica non procrastinò di certo il proprio sfascio nell’attesa che si verificasse il precedente storico della Jugoslavia.
Quattro anni dopo la situazione politica era profondamente mutata. Da una parte la Serbia di Milosevic aveva l’economia prostrata dalle sanzioni economiche inflitte dall’ONU e il suo maggiore alleato, la Russia di Boris Eltsin, cominciava a non tollerare più le “intemperanze” ultranazionaliste del leader di Belgrado e, soprattutto, dei suoi ingombranti colleghi della Republika Srpska di Pale (la parte di Bosnia conquistata dai serbi), Radovan Karadzic, e della Krajina di Knin, Milan Martic. Sul fronte opposto la Croazia poteva beneficiare dell’appoggio, se pur indiretto, del nuovo competitore-arbitro da poco sceso in campo, gli Stati Uniti. Il 4 agosto 1995 iniziò l’operazione Oluja (Tempesta). In tre giorni, complice l’assoluta inerzia di Milosevic (che, intuendo la prossima fine della guerra e, dunque, la definitiva spartizione della Bosnia, era maggiormente interessato a mostrare al mondo il suo lato “pacifista”), l’esercito croato fece piazza pulita dei secessionisti serbi. Dopo le manovre militari iniziarono le operazioni di “ripulitura” per opera di miliziani, banditi, sciacalli e della stessa polizia croata. Alla fine 200 mila profughi serbi avevano abbandonato la Krajina. Le case bruciate che, come in una scena di un documentario di guerra, mi sfilavano accanto, mute oltre i finestrini, non erano le vittime della riconquista militare, ma i resti dei saccheggi che seguirono nei giorni successivi. Era lo stesso ministro della Difesa croato di allora, Goiko Susak, a spiegare che «se si bruciano le case dei serbi, questi non sapranno più dove tornare».

Agosto 2002, Bosnia. Già a Banja Luka sarebbe rimasto deluso chi si fosse ostinato a cercare i monumenti lasciati dai turchi e descritti nelle guide turistiche. Jajce, di cui si percepiva ancora la passata bellezza dalle poche superstiti case settecentesche in stile balcanico con i tetti a doppio spiovente, sovrastate dalla massiccia presenza della fortezza, era stata pesantemente mutilata. Le guide dovranno essere riscritte: la maggior parte dei monumenti ottomani in Bosnia è stata trasformata in macerie nel breve giro di un paio d’anni.
Attraversammo quella Gornji Vakuf dove, neanche dieci anni prima, il giornalista Ettore Mo era stato sequestrato, vedendosela brutta, dai miliziani musulmani che l’avevano scambiato, insieme al suo autista, per una spia croata. Questo era uno dei tanti luoghi dove la precedente pacifica convivenza tra serbi, croati e musulmani era stata sconvolta dell’esplodere di insensati odi etnici i quali, insieme al frequente verificarsi di fenomeni di sciacallaggio messi in atto dai peggiori delinquenti alla testa di bande armate che razziavano incontrastate, avevano prodotto la più totale devastazione dei villaggi, le fosse comuni, la deportazione o l’eccidio delle etnie perdenti, in una gara di brutalità in cui ogni parte si era contesa il record dell’efferatezza.
La rapida discesa a tornanti verso Jablanica ci condusse verso gli ultimi contrafforti meridionali delle Alpi Dinariche, dalla confusa conformazione geologica, introducendoci nelle meravigliose gole della Neretva, recensite dall’Unesco tra i tesori naturali patrimonio dell’umanità, le quali, affermano i bosniaci (musulmani) e anche gli erzegovesi (croati) trovando in ciò un raro motivo d’orgoglioso accordo, possiedono le acque più blu del mondo, in contrasto tanto stupefacente con il bianco calcare così familiare sulla ormai prossima costa mediterranea.
E quanto più splendido era il paesaggio, tanto più strazianti colpivano le ferite, le mutilazioni, gli squarci lasciati dalla guerra, già evidenti nella prima parte del percorso ma qui particolarmente diffusi e impressionanti. I villaggi bruciati della Croazia in confronto erano roba da dilettanti. Non vi era casa (salvo le rare già recuperate o le più diffuse nuove costruzioni, tutte uguali, dei programmi comunitari di riedificazione) che non fosse sventrata, diroccata, bruciata, bombardata o mitragliata. Quanti milioni e milioni di proiettili e schegge di granate dovevano essere conficcati in quei muri, in ogni muro. Dalle rovine che, increduli, osservavamo ovunque, si potevano ben immaginare gli scontri tra le bande rivali che, a più riprese e con alterne fortune, avevano guadagnato e perso il possesso di un territorio sempre più massacrato, il diluvio di granate sparate dalle alture circostanti, le azioni delle squadracce di miliziani esaltati che avevano completato l’opera andando di casa in casa a cancellare ogni traccia dei nemici e ogni possibilità di ritorno per coloro che erano scampati all’eccidio.
Quanti tetti andati bruciati, quante famiglie distrutte o sradicate, quante attività perdute; villaggi devastati, abbandonati, testimoni di altrettante operazioni di pulizia etnica. E quanti morti, a giudicare dai cimiteri, fitti filari di lapidi bianche, identiche e nuove. Di tanto in tanto s’incrociava un blindato o si superava una base della SFOR (Forza di stabilizzazione della NATO in Bosnia), presenza inquietante, o rassicurante, secondo la propria propensione all’ottimismo.

E infine Mostar, la splendida Mostar delle moschee e dei minareti, del celeberrimo ponte costruito dall’impero ottomano nel Cinquecento, dei vicoli tappezzati di tappeti, del quartiere turco e del bazar fin troppo invaso dai turisti, come la ricordavamo per averla visitata prima della guerra. Niente più turisti, né clima euforico da vacanza.
Attraversando i ponti in cemento armato sulla Neretva, ricostruiti dopo la guerra, si cercava invano di collocare lo splendido esile arco di pietra, indelebilmente tracciato nella nostra memoria, dove adesso una precaria rettilinea passerella evidenziava il vuoto orribile rimasto dopo l’azione insensata, che ci aveva lasciati sgomenti: come non ricordare le immagini della distruzione diffuse dai telegiornali il 9 novembre 1993? Ora da queste parti si assicurava che lo Stari Most sarà ricostruito, ancora più bello e più antico di prima, ripetendo l’affermazione, riferita a Dubrovnik, di Stojan Vucurevic, capo dei serbi dell’Erzegovina orientale che dalle montagne retrostanti la bombardavano ai tempi dell’aggressione ai danni della costa dalmata, nel 1991.
Vucurevic beffardamente si era autoproclamato ministro del Turismo croato, dato che dal capriccio delle sue artiglierie dipendeva il numero dei turisti nella regione. Ma a Mostar anche la natura sembra congiurare contro la difficile e lunghissima opera di ricostruzione del ponte: una tempesta nel gennaio del 2000 ha fatto crollare la passerella di servizio rallentando ulteriormente i lavori. (2)
Lungo la strada che attraversava il quartiere occidentale (prima strappato dai serbi ai croati, poi da questi ultimi riguadagnato in seguito ad una furiosa battaglia), ribattezzata macabramente Ghost Alley, i vuoti scheletri raccapriccianti di edifici e grattacieli anneriti dal fuoco sembravano appena usciti dai tiri incrociati delle fazioni opposte.
Una parte – avevo letto – sarà conservata, muto memoriale permanente alla follia della guerra.
Forse non così muto, se si considerano i graffiti razzisti che vi si potevano osservare.
Dall’altro lato del fiume il quartiere turco, ancora oggi sotto controllo musulmano, è stato completamente distrutto.
Oggi il fiume divide due mezze città che, se pur raggiungibili senza alcuna difficoltà attraversando i due nuovi ponti, sono completamente separate e organizzate come due entità distinte. E non è un caso isolato: quasi la metà delle municipalità esistenti in Bosnia prima del 1992 sono oggi sdoppiate, divise tra le due parti che attualmente compongono la Bosnia.
Poco oltre Mostar giungemmo a Pocitelj, altro piccolo gioiello turco già visitato nel precedente viaggio e quasi completamente distrutto. Stavano ricostruendo la moschea: anche questa più vecchia di prima? (3)

Rapidamente, quand’era già buio, raggiungemmo il confine con la Croazia, dove ci rifornimmo di carburante e potemmo fare un po’ di spesa nei negozietti che sembravano piazzati lì a bella posta per drenare gli ultimi “marchi inconvertibili” rimasti.
Passata la frontiera fu un po’ come tornare a casa. Già nel primo paese attraversato, ben illuminato, il traffico della sera era improvvisamente moltiplicato e i turisti occidentali in maglietta e ciabatte, indistinguibili dai giovani locali, ciondolavano allegramente davanti ai bar. Poco più a sud sulla costa, a Neum, percorremmo il breve tratto di litorale bosniaco, pochi chilometri interamente colonizzati da moderni insediamenti turistici sfavillanti e perfettamente integrati nello standard occidentale, tanto che il turista distratto e un po’ inebetito dal milione di curve della Jadranska Magistrala poteva anche non accorgersi nemmeno dell’esistenza di una vera Bosnia, pochi metri più in là.

Note aggiunte nel 2010

(1) Radovan Karadzic, sulla cui testa il governo degli Stati Uniti aveva posto una taglia di 5 milioni di dollari, è stato arrestato il 21 luglio 2008 dalle forze di sicurezza serbe. In un’intervista al Corriere della Sera suo nipote Dragan ha affermato che, durante la latitanza, lo zio Radovan veniva spesso in Italia a seguire le partite di calcio della Lazio e dell’Inter. Il 1° marzo 2010 è cominciato il processo contro Karadži?, che ha smentito tutte le accuse rivoltegli dal tribunale internazionale dell’Aia; definendo un mito il massacro di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo e accusando i musulmani di aver orchestrato tutto per dare la colpa ai serbi di Bosnia.
Nel 2010 Ratko Mladic è ancora latitante.

(2) Lo Stari Most è stato ricostruito. Il 22 luglio 2004 è stato inaugurato con una cerimonia basata sull’idea di una riconciliazione fra le comunità bosniache dopo gli orrori della guerra. Ma, a quanto pare, il rancore e la diffidenza restano evidenti.

(3) La distruzione di Pocitelj è menzionata come uno dei più gravi casi di distruzione del patrimonio culturale nel rapporto finale commissionato dalle Nazioni Unite in seguito alla risoluzione 780 del 1992.
La moschea di Pocitelj è stata ricostruita.

MONTENEGRO

Chi si ricorda di aver studiato qualcosa del Montenegro, a scuola? Quel che ricordavo io era ciò che avevo avuto modo di vedere nel lontano 1990 (le varie guerre nei Balcani fanno sembrare un decennio ben più lungo di quanto normalmente esso sia percepito): le splendide Bocche di Cattaro e l’ardita ascesa al colle di Bukovica per quella ripida stradina larga quanto una macchina e mezza, con le Bocche incendiate da un indimenticabile clamoroso tramonto. La salita era stata resa più avventurosa da una ruota del mio vecchio camper finita in un fosso al margine della strada durante un acrobatico incrocio con un camion; la piccola folla multietnica (erano rappresentati tutti i popoli balcanici e buona parte di quelli mitteleuropei) accorsa in mio aiuto per rimettere il veicolo in carreggiata aveva fatto del suo meglio, ma il camper non ne aveva voluto sapere: il differenziale era fin troppo ligio al dovere e la ruota ineluttabilmente slittava. L’austriaco proprietario di un altro camper che ci seguiva dirigeva i lavori: «Trofare grosse stone, ja», improvvisando un estemporaneo allargamento della strada per ripristinare un solido appoggio sotto la ruota fedifraga. La mia fidanzata, ora moglie, lo prese alla lettera. Me la vedo ancora mentre emergeva faticosamente da sotto il guard-rail dopo aver risalito, arrampicandosi per molti metri, un declivio da suicidio spingendo un pietrone da una ventina di chili. Niente da fare, nonostante le pietre. Quando oramai tutto sembrava perduto, da dietro la curva apparve l’auto di uno slavo che trainava un carrello da barca dotato di arganello. Fu immediatamente chiaro a tutti che l’argano poteva rappresentare la nostra salvezza: una ben più efficace alternativa alle opere di ingegneria civile in corso di realizzazione che, nonostante la fatica e l’impegno, si erano mostrate tanto deludenti. L’auto fu istantaneamente bloccata dalla folla, ma il suo proprietario, giudicando troppo gravoso l’impegno e temendo di danneggiare l’attrezzatura, sulle prime rifiutò risolutamente di metterla a disposizione, indirizzandomi occhiate ostili e inintelligibili circonlocuzioni a giustificazione del proprio riprovevole atteggiamento. Poi invece, sia perché il diniego era stato accolto con evidenti commenti di disapprovazione da parte dei suoi connazionali e soprattutto dell’energico direttore dei lavori austriaco, sia perché allettato dalla prospettiva di un qualche compenso, cedette e ci trasse fuori dai pasticci, con generale soddisfazione dei presenti. L’orgoglio nazionale era salvo e noi potemmo ripartire, sollevati da una preoccupazione che si era fatta pesante, sgombrando la strada e accomiatandoci dal folto gruppo di osservatori che si era, per l’occasione, radunato. Ormai s’era fatto buio. Completammo nell’oscurità l’arrampicata fino al passo e scendemmo a Cetinje, dove passammo la notte con qualche apprensione, in una strada malfamata di periferia, in compagnia dell’austriaco che tanto si era prodigato in nostro aiuto. Tentai di sdebitarmi suggerendogli di incatenare le biciclette che trasportava, tanto per evitare sparizioni fin troppo facilmente prevedibili. Il giorno dopo riguadagnammo la costa, a Budva, e rientrammo in Croazia. Tutti qui i miei ricordi del Montenegro. Anche perché allora, prima del cataclisma balcanico, era semplicemente un pezzo di Jugoslavia e non uno stato nazionale, anche se solo in prospettiva.

Le vacanze estive del 2002 si avvicinavano al galoppo. Progettando un nuovo viaggio nelle repubbliche ex jugoslave m’imbattei, restando ammaliato dalle descrizioni entusiastiche (tipo guide Michelin, per intenderci, con quella prosopopea tutta francese), nel sito di propaganda governativa “Visit Montenegro”.
Come avrei potuto resistere alla tentazione di recarmi in quel piccolo paese che – si affermava facendo largo impiego di aggettivi iperbolici – era stato creato in un momento in cui Dio doveva essere stato all’apice della propria ispirazione, e dove Egli aveva espresso tutta la sua infinita creatività? In cui non ci si doveva meravigliare se frotte di famosi botanici e geografi del secolo romantico, una volta recativisi, avevano abbandonato senza troppi rimpianti la propria originaria missione per trasformarsi in appassionati scrittori di viaggi? E come rimanere indifferenti all’affermazione che tra i molti luoghi in questo mondo dove l’eterna lotta tra gli elementi naturali ha plasmato l’ambiente con tanta passione e fascino, ebbene, tra questi luoghi il Montenegro occupava un posto affatto speciale? La realtà, si proclamava, era addirittura ben più esotica delle promesse che potevano essere trovate nelle brochures delle agenzie di viaggio. Le alte montagne ricche di laghi reconditi e foreste primordiali, le favolose coste frastagliate scrigno del fiordo probabilmente (qui l’autore non si sottraeva al beneficio del dubbio) più celebrato dai poeti, i rapidi fiumi di montagna, incassati in canyons vertiginosi, una flora endemica e rari esemplari d’animali altrove scomparsi… I tre colori presenti nel paesaggio montenegrino – blu profondo, verde smeraldo e grigio acciaio – straordinariamente combinati e intessuti, conferivano al luogo una bellezza naturale impagabile; per questa ragione, con una speciale dichiarazione di non so quale oscuro organismo internazionale, esso era stato proclamato “Paese ecologico”!
«Scegliete la vostra avventura e andate a cercarla!» era l’incitamento finale che riassumeva una simile abbondanza di meraviglie. Quale persona di buon senso avrebbe potuto ignorare un invito così accattivante, un’opportunità così imperdibile? Non si poteva non andare a vedere. In coscienza voi, ditemi, che cosa avreste fatto? Io non ebbi alcun dubbio.

Ormai il futuro era scritto, almeno per sommi capi: presa la decisione non negoziabile di tornare a visitare il Montenegro, l’ultima repubblica ad essere rimasta, sia pur riottosamente, federata alla Serbia nella vecchia Jugoslavia, la cui frontiera con la Croazia era stata riaperta nel gennaio del 1999, se ne sarebbe estesa l’esplorazione fino alle zone più impervie e remote verso la Serbia e il Kosovo. I mugugni tra lo scettico e il preoccupato della moglie, già provata psicologicamente dall’attraversamento della Bosnia (quest’ultimo comunicatole il giorno prima di intraprenderlo) non provocarono nemmeno la più vaga esitazione. Obiettivo ufficiale: verificare l’attendibilità di Visit Montenegro sperimentando di prima mano le strutture ricettive recensite e visitando personalmente le “Visit Montenegro Top Ten”, perle dei Balcani, irrinunciabili mete d’ogni viaggiatore che voglia dirsi tale.
Dovetti invece rinunciare in partenza (pur accennandone sommessamente, ma giusto per verificare se in quel momento mia moglie fosse preda di un’anomala vampata di umorismo) a un’estensione alle vicine località del Kosovo: l’affascinante orientale Pec e i circostanti mirabolanti monasteri ortodossi, affrescati tra il XIII e il XV secolo in modo tanto splendido da aver indotto qualcuno a pensare – così avevo letto da qualche parte, ma non fui più in grado di rintracciare la citazione – a un’anticipazione del Rinascimento italiano; e inoltre gli altri monasteri della Serbia meridionale… Per evitare un sicuro ammutinamento della restante parte della famiglia era necessario rinviare la visita di questi luoghi pericolosi, infestati da orchi affamati di bambine, preferibilmente di età variabile tra i tre e i sei anni (santo cielo: proprio come le mie!) a una incerta futura occasione.
In ogni caso ero tranquillizzato dalle note pubblicate dal Ministero degli Affari Esteri italiano (giustamente cauto nel diffondere le notizie in merito alla sicurezza dei turisti), e dai commenti dei vari viaggiatori presenti sul sito della Lonely Planet (allegramente incauti nella scelta delle mete dei propri vagabondaggi): situazione tranquilla, niente guerre in corso né previste nelle settimane prossime venture. Inoltre, e per fortuna, nessuna traccia di orchi nei paraggi.
Qualche preoccupazione derivava dai racconti, alla vigilia della partenza, di campeggiatori fiorentini conosciuti al campeggio di Molunat, ultimo avamposto in terra croata prima del confine: alcuni loro amici l’anno precedente s’erano avventurati in quelle terre ed erano stati ripetutamente oggetto di non gradite attenzioni da parte della polizia, capillarmente presente sulle strade montenegrine, a causa di presunte irregolarità dell’assicurazione obbligatoria del veicolo, peraltro contratta in frontiera; irregolarità da loro interpretate come pretesto per ripetuti (e a volte riusciti, se non avevo capito male) tentativi d’estorsione; da ciò era seguita la decisione di rientrare precipitosamente nella “europea” Croazia. E così era finita, in men che non si dica, l’avventura esotica degli sfortunati amici dei campeggiatori fiorentini.
Il racconto mi lasciava qualche dubbio, ma in ogni caso non avevo mancato di munirmi dei recapiti telefonici degli uffici consolari italiani in Jugoslavia: l’ostentazione della consapevolezza dei miei diritti e la minaccia di una telefonata a chi di dovere avrebbe sicuramente sbaragliato le intenzioni truffaldine degli eventuali malintenzionati in divisa. Dal marzo del 2002 la Carta Verde era nuovamente valida anche in Jugoslavia ma la mia, emessa a gennaio, riportava ancora l’annullamento della sigla YU. Ero quindi rassegnato ad acquistare un’inutile, costosa e inaffidabile assicurazione integrativa.
Alla dogana, sorpresa! Un simpatico poliziotto m’informò che la mia Carta Verde era ok. Ok nonostante la crocetta sulla YU. Ok nonostante le mie basse, inqualificabili insinuazioni su possibili successivi problemi con la polizia stradale. Evitai di insistere ulteriormente, contento per il risparmio ma un po’ perplesso (non mi capiterà mica di incontrare qualche pattuglia disinformata?) e, prima che il gentile ufficiale avesse tempo di cambiare idea, ripartii, finalmente giunto nell’agognato Montenegro.

Di turisti comunitari nemmeno l’ombra, eppure le Bocche di Cattaro sono vicine, vicinissime all’affollatissima Dubrovnik, e l’altra volta n’erano invase!
La fruttivendola ambulante a una curva della strada mi vendette ottima uva moscato, dolcissime prugne affusolate e pomodori rubizzi. Feci un po’ di fatica a seguire i complicati conteggi in parte svolti a mente, in parte a mano, in parte con la calcolatrice; dopo vari controlli mi chiese 5 e 38. Di che? Non avevo ancora cambiato.
Chiesi: «Posso pagare in euro?»
«Surely.»
Altri calcoli, verifiche, alla fine erano 5 euro e 38 centesimi. Perplesso, consegnai una banconota da dieci e, sbigottito, ricevetti un tintinnante resto di 4 e 62. Sapevo che in Montenegro gli euro sono comunemente accettati, ma certe volte anche da noi non si vede tanta prontezza di calcolo e dovizia di monetine. E poi, doveva pur esserci una valuta locale! Determinato ad andare a fondo della questione, chiesi se i prezzi esposti sulla frutta fossero espressi in dinari iugoslavi.
Mi rispose tra il disgustato e il divertito, in un inglese approssimativo: «No, quelli non li vogliamo. Solo euro. Siamo in Europa noi, non in Serbia! »

Le Bocche di Cattaro (Boka Kotorska, al n. 5 delle Visit Montenegro Top Ten: Kotor, a town and a bay – Ancient Roman, Gothic, Renaissance and Baroque in the southernmost fjord of Europe) erano esattamente le stesse dell’altra volta: stessi colori, stessi panorami verticali, stesso mare che sembra un lago, stessa bellezza maestosa della natura, stesse incantevoli cittadine non ancora deturpate dall’edilizia indotta dal turismo di massa, stesso melograno alla stessa curva da cui, con gran fatica, l’altra volta la mia fidanzata aveva strappato alcuni frutti. Tutto uguale, tranne che mancavano i turisti dell’Europa occidentale. In tutto il giorno, s’erano potute vedere tre macchine italiane, una svizzera, poche tedesche e austriache, nessuna francese, spagnola, inglese. Qualcuna ungherese, due bosniache. Camper: zero. Per la Comunità Europea del turismo, il Montenegro (che, per sua fortuna e nonostante gli sbandierati disegni di indipendenza del nuovo presidente Djukanovic, in guerra con la Serbia non c’era stato, mentre il conflitto con la Croazia era stato combattuto al di fuori dei suoi confini) sembrava essere ancora in guerra, off limits.
Non potevo che concordare con il parere espresso dalla Visit: «E’ come se le montagne si fossero fendute e avessero fatto entrare il mare». Le alte vette incombono sulla costa così da proteggerla dai venti rigidi del nord; in tal modo Boka è un’oasi di vegetazione mediterranea: agavi, palme, mimose, oleandri, kiwi, melograni. Mentre le cime si coprono di neve, alle pendici delle stesse montagne fioriscono le rose.
Superammo lo stretto che, come il collo di un imbuto rovesciato, separava le due rive di Bijela, a occidente, e di Tivat, a oriente, introducendo nella sezione più intima del golfo, che a sua volta è divisa in due parti, perché è come se la montagna che sovrasta il mare lo volesse ricacciare fuori, avvicinandosi anche da settentrione alla strozzatura e deformando la baia interna fino a farle assumere la forma di una farfalla dalle ali spalancate. Dove la terra sembra volersi riunire, approssimandosi da tre direzioni contrapposte, il fondo del mare si ribella e fa schizzare fuori due isolotti, Sveti Djordje (San Giorgio) che accoglie un’abbazia benedettina fondata nel 1100, e Gospa od Skrpjela (Madonna dello scalpello) su cui sorge un santuario settecentesco oggetto di gran venerazione. Materializzando alla perfezione uno di quei misteri che le guide turistiche si guardano bene di svelare, il Gospa od Skrpjela è un’isola artificiale chissà come e chissà da chi creata nel bel mezzo delle acque.
Proprio di fronte al collo di bottiglia, così che era già visibile anche dalla parte esterna del golfo, ma raggiungibile solo dopo un gran giro lungo la costa serpeggiante, Perast è un piccolo gioiello barocco che raggiunse il culmine dello sviluppo tra il XVII e il XVIII secolo con il potenziamento delle proprie risorse navali: mentre la marina prosperava, la città veniva fortificata e chiese e splendidi palazzetti sorgevano. Ebbe fortuna e non fu mai presa dai turchi.
«Se non vi siete mai innamorati a prima vista di una città, beh, sicuramente vi capiterà a Kotor!» vaticinava senza esitazioni la VM. Incantevole, seducente cittadina con una storia che si dispiega lungo un periodo sterminato (fu Akurion per i Greci, Acruvium per i Romani, rimase autonoma nel Medioevo, in seguito fu veneziana e poi austriaca, prima di tornare jugoslava e, oggi, europea, ma solo in termini valutari), adagiata proprio in fondo al fiordo, Kotor è una piccola Dubrovnik senza il caos delle turbe di turisti. Stradine strette, baluardi e mura che si inerpicano sulle nude pareti di roccia retrostanti l’abitato in modo da proteggerlo da ogni possibile attacco. La costruzione delle opere difensive fu iniziata ancora in epoca illirica, ripresa dai Veneziani e poi incessantemente continuata con ampliamenti e ricostruzioni fino a tempi recenti. Chiese, cattedrali, piazze, feste e carnevali (ma in altra stagione), creano un ambiente «cui non si può resistere».
Tutto vero, posso confermare. Non potendo però resistere alla fame che ci attanagliava – alle dodici e trenta l’unico ristorante trovato aperto aveva già finito il suo turno, il cuoco non mostrò alcun interesse a rimpinguare i propri guadagni prolungando il proprio patimento in cucina e non ci fu verso di ottenere nulla da mettere sotto i denti – concludemmo la visita e battemmo in ritirata. Fuori delle mura le bancarelle superstiti sotto il bombardamento del sole ferragostano vendevano tutte la stessa frutta. Sola eccezione, un pescivendolo aspettava di piazzare gli ultimi due pesci rimasti, dall’aspetto coerente con l’antichità del luogo, ma non fummo noi a concedergli di andarsene.

Passata Kotor, la strada che fa il periplo della baia divenne ancor più stretta, infilando una sequenza senza fine di località di villeggiatura che parevano riservate ai soli jugoslavi, per lo più serbi di Belgrado. Ogni tanto s’incrociava un autobus di linea, ma la fortuna ci assisteva e capitava sempre quando c’era uno slargo nelle vicinanze.
La Visit Montenegro, nell’enunciare le ricchezze naturali del paese, enumerava le centodiciassette spiagge del Paese che avrebbero allietato le vacanze dei numerosi turisti occidentali richiamati, catalogandole per tipo (sabbia, ciottoli, scogli) e lunghezza (da vari chilometri a un paio di decine di metri). Nulla togliendo alla bellezza della natura, che era grandiosa e inconfutabile, finora avevo visto solo arenili ben sotto il limite minimo dei venti metri di lunghezza, oltre a una quantità sterminata di spiagge modello marciapiede di calcestruzzo, del tipo capillarmente diffuso in tutta la Dalmazia, isole comprese.
La VM annunciava orgogliosamente che nel fiordo di Cattaro, per la particolare conformazione del territorio, le spiagge sono sostituite da pontoons che contribuiscono a dotare il paesaggio di un fascino speciale: il soggiorno in appartamenti dotati di pontoon privato avrebbe contribuito (nella mia interpretazione romantica del messaggio pubblicitario) ad assicurare la privacy tenendo ben lontane le orde di turisti vaganti, soprattutto invadenti camperisti, proponendo un modello che si sarebbe potuto facilmente importare nelle nostrane province liguri, tanto avare di spazio (come qui nel fiordo) e prese d’assalto dai turisti itineranti… Ora capivo a che cosa serviva quella fitta serie di piccoli moli in cemento armato che si allungavano nel mare per qualche metro davanti ad ogni casa dotata di cartello “Sobe – Zimmer”: erano questi gli ameni pontoons.

Non trovammo nemmeno un pontoon libero ma, cercando con ostinata determinazione, scovammo una piccola spiaggia, ben più corta dei venti metri regolamentari e già colonizzata da silenziose famigliole slave. Oltre all’aspetto tipico del fiordo, quell’acqua possedeva una salinità da mare Artico, e la temperatura era ben più bassa di quella del mare aperto. La Norvegia, dove ci saremmo recati se, pochi giorni prima della partenza, non mi fossi imbattuto nel sito galeotto del Ministero del Turismo del Montenegro, fece la sua fugace apparizione. Pesanti nuvole grigie ingombrarono rapidamente lo stretto arco di cielo abbracciato dai due lati della baia. Ricominciò a piovere e, andandocene, salutammo la Scandinavia adriatica.



Alla ricerca di un campeggio ove pernottare in questa prima notte montenegrina, con gli occhi ancora pieni del meraviglioso paesaggio della Baia di Cattaro, prima di lanciarci nell’esplorazione di altre strabilianti Top Ten. Scelta la zona di Tivat per la variegata offerta presentata dalla Visit Montenegro. E’ l’occasione giusta per verificarne l’attendibilità.
Tentativo n. 1: Automobile Camp “Ciparis”, nell’area di Donja Lastva, può accogliere 600 camper. Camper? Qui? Probabilmente avremo a disposizione due o trecento piazzole tutte per noi, proviamo. E’ una struttura statale neanche brutta, dotata d’albergo, piscina, ristorante, campo da tennis e campeggio. Il campeggio però è chiuso. Forse per la penuria di camper. Il gestore suggerisce di tornare al (Tentativo n. 2) Campsite “Lovcen”, qualche chilometro indietro, già adocchiato e scartato al nostro passaggio, pochi minuti prima, perché impraticabile per i camper e assolutamente zeppo di tende.
Tentativo n. 3: Campsite “Racica” in centro Tivat, proprio sul mare. Non esiste.
Tentativo n. 4: Campsite “Oliva” a Radovici, amena località faticosamente raggiunta dopo aver scoperto che la strada che vi si reca staccandosi dalla statale appena prima dell’aeroporto, segnata sulla dettagliatissima carta stradale De Agostini 1:200.000, non c’è, e dopo aver intuito che la strada giusta è quella molti chilometri più avanti, dopo l’aeroporto, non dotata di indicazioni. Come compenso per la fatica che si patisce per raggiungere la località si scopre che anche il campeggio non esiste.
Si chiede a qualcuno per la strada: «Autocamp?» indicando distrattamente i dintorni.
«Nema, nema», rispondono tutti con espressione severa: niente!
Praticamente esaurite le possibilità a Tivat, si cambia strategia e ci si sposta nella vicina area di Budva (Top Ten n. 6: Old town – Night life of St. Tropez and Monaco).
Tentativo n. 5: Campsite “Jaz” a Jaz, proprio dietro la spiaggia, raggiungibile – ma non è segnalato – tramite una stretta diramazione a destra dalla Jadranska Magistrala e avvistato dall’alto quando si era già incanalati in una lenta coda causata da lavori stradali, sulla salita che scavalca il Capo Mogren, subito prima di Budva. Troppo tardi, impossibile tornare indietro per via del traffico. Peccato, non sembrava male.
Tentativo n. 6: Campsite “Oliva” a Budva, sul mare. Percorso e accuratamente ispezionato tutto il lungomare, non trovato.
Tentativo n. 7: Campsite “Avala” a Becici, qualche chilometro oltre Budva, direzione sud. Esiste. Ahimè.

Campeggio di proprietà statale. Alla consegna dei documenti fu immediatamente fatto il conto: un tot per gli adulti, un tot per i bimbi e per il camper. Tassa di soggiorno: 1,50 euro a testa per giorno. Elettricità («Non la voglio»): si paga lo stesso. Totale. Spuntarono due schede tipo “Dichiarazione d’immigrazione” sugli aerei diretti verso lontani paesi esotici: per questi sono altri 3 euro a testa (ma solo per il primo giorno), per la polizia, così disse l’acida impiegata. Strana tassa, meglio non indagare. Mi venne in mente quella volta in cui, tempo fa, in occasione della mia prima visita in Istria (allora Jugoslavia), presentatomi per pagare il conto del campeggio dopo la prima notte di vacanza, alle dodici meno un quarto di una splendida giornata di sole e dopo un’attesissima prima mattina passata in spiaggia, davanti a un bancone dove una quantità assurda di persone (impiegati della scomparsa repubblica socialista) faceva di tutto tranne che darmi retta (mangiare, dormire, pulirsi le unghie, cafferino, giornale, chiacchiere, sbadigli, ecc.), scoccato il mezzogiorno finalmente qualcuno mi presentò il conto di due giorni.
«Ma io sono arrivato ieri sera!»
«Bisognava pagare prima di mezzogiorno.»
«Ma io sono qui da mezz’ora!»
Spallucce. Insistenze. Niente da fare: pagare due giorni, o niente passaporto.
Erano altri tempi, però. Quel giorno, lo avevo sentito alla radio, Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait. Il muro di Berlino era caduto da pochi mesi e gli impiegati jugoslavi non avevano ancora avuto il tempo di rinnovare i propri costumi. Erano passati dodici anni, ma l’atteggiamento professionale dell’impiegata del campeggio statale di Becici, alla periferia di Budva, era rimasto quello in voga ai tempi di Tito.
L’“Avala” di per sé era abbastanza brutto e disordinato e, per la gioia delle igieniste che mi accompagnavano in quell’avventura, molto, ma molto sporco. Pensate al campeggio più sporco che vi sia mai capitato di frequentare: probabilmente non lo era tanto quanto l’Avala. Fu subito chiaro che la disinteressata gestione pubblica del campeggio e l’assenza di concorrenza nella zona non contribuivano molto a spingere chi ne aveva la responsabilità a offrire un prodotto di qualità superiore. I servizi erano abominevoli: non posso onestamente sostenere che me la facessero rimpiangere, ma mi ricordavano molto da vicino la latrina della case de passage a Banani, falesia di Bandiagara, Mali, Africa. E non mi pare di essere particolarmente schizzinoso. Pensai con malinconia che l’indomani avrei dovuto svuotare il serbatoio del wc del camper; forse sarebbe stato più igienico se me lo fossi rovesciato direttamente addosso e l’avessi fatta finita… Si spiegava, finalmente, la funzione delle centinaia di bottiglie di plastica piene d’acqua sparse per tutto il campeggio, ammonticchiate in eleganti costruzioni piramidali o ammucchiate disordinatamente e sparse intorno a ciascuna tenda: giacché lo standard igienico delle docce era dello stesso ordine di quello dei cessi, era molto meglio, anziché cimentarsi in quei luoghi di sofferenza, lavarsi all’aperto facendosi svuotare addosso bottigliate d’acqua dai propri compagni di sventura.
Meglio chiudersi nel camper a cenare, prendere appunti e combattere con le bimbe che volevano uscire a giocare. Mai, in questo letamaio. In quanto alla bella vita notturna della Montecarlo balcanica si convenne di usufruire dell’originale, la prima volta che fosse venuta nostalgia per la Corniche. D’altra parte, nonostante gli stuzzicanti suggerimenti dell’infallibile VM, dopo la poesia della Baia di Cattaro non ci andava proprio di farci un bagno di folla nei numerosi caffè, a «condividere la follia collettiva» della generazione “iper-urbana”. Naturalmente avremmo potuto «godere semplicemente» della vita notturna di Budva, «seguendo il ritmo suggerito dai nostri cuori»; sicuramente un «little shopping» avrebbe favorito il buon umore; e ovviamente mai nessuno si sarebbe sognato di dubitare del concetto universale che «divertendosi nella confusione notturna («nightly hustle and bustle») e ammirando le belle ragazze nella città vecchia», anche il pessimista più testardo avrebbe finito per convincersi che – dopo tutto, come Dostoievsky insegna – la bellezza avrebbe salvato il mondo. Ma nel recarci nottetempo dalla nostra poco invidiabile postazione in mezzo al letamaio di Becici fino al tempio della contemplazione estetica avremmo anche potuto romperci l’osso del collo inciampando e rotolando su una piramide di bottiglie per la doccia. E non ce la sentimmo di rischiare.
Di notte, tranquillo. Sveglia alle tre, con la musica rimbombante di una vicina balera che diffondeva indigesti ululati pop locali. La montagna si era recata da Maometto.

Il sonno ebbe il sopravvento sugli ululati e con il mattino giunsero propositi di rivincita. Fuori del campeggio Budva era sempre là: antico insediamento, tra i primi nei Balcani, fondato da Cadmo, mitologico figlio del fenicio Agenore re di Tiro. Secondo la leggenda Cadmo, cacciato da Tebe – che aveva fondato dopo varie rocambolesche avventure in giro per la Grecia, tra le quali l’uccisione di un drago sacro ad Ares, dio della guerra, i lunghi anni di servizio presso quest’ultimo in espiazione dell’uccisione, il matrimonio con la di lui figlia Armonia (forse un’ulteriore punizione per la bravata col drago?) e la generazione di una numerosa prole (Agave, Ino, Semele, Autonoe e Polidoro) – giunse infine in Illiria, la terra corrispondente pressappoco all’attuale Dalmazia. Fondò Budva e si mise tranquillo insieme alla consorte fino a quando entrambi furono mutati in serpenti e trasportati nei Campi Elisi. Ora, poiché i Campi Elisi – le Isole dei Beati della mitologia classica – erano il luogo felice dove vivevano gli eroi prediletti dagli dei, sottratti alla morte eterna, ce n’è abbastanza per ipotizzare ragionevolmente che, ai tempi di Cadmo, il campeggio di Budva ancora non esistesse, perché mai gli dei avrebbero potuto tollerare che il nostro eroe consentisse la presenza di una simile sconcezza entro i confini del proprio regno.
Questa la mitologia. La storia invece insegna che alla fondazione greca seguì la colonizzazione romana, che ne fece un importante municipio (Butua).
La città vecchia, gravemente danneggiata dal micidiale terremoto del 1979 che interessò tutta la costa, fino all’Albania e al lago di Scutari, è circondata da un bel giro di bastioni del XV secolo e da altre notevoli opere di fortificazione, all’interno delle quali strette strade e piccole piazze custodiscono preziosi monumenti delle varie culture mediterranee che segnarono il suo sviluppo.
Infastiditi dalla confusione balneare, abbandonammo senza troppi rimpianti la mondana Budva e puntammo verso la Top Ten n. 9: Ostrog Monastery – For good fortune and long life: unique shrine of the Orthodox, Catholics and Muslims, alto luogo di culto, sosteneva la Visit Montenegro, dove le tre religioni si abbracciano e i miracoli accadono per davvero. Proprio così. Proprio come avrebbe potuto confermare il vecchio monaco che là viveva: miracoli per tutti, poveri e ricchi che da ogni luogo provenivano in cerca di cure per le piaghe del corpo e sollievo per le angosce dell’anima.

La strada, via Cetinje, Podgorica e Danilovgrad, era quasi sempre panoramica, un paesaggio mosso che rammentava l’interno della Sardegna.
I primi tornanti ci regalarono vedute sempre più ampie sulla riviera di Budva, la sua costa frastagliata, l’isolotto di Sveti Stefan, piccola Mont Saint Michel mondana dell’Adriatico nonché Top Ten rinviata, nel caso fossimo sopravvissuti, al successivo percorso di rientro in Croazia. Alte scogliere si innalzavano ripidamente dalle onde del mare, spesso alternate con spiagge di soffice sabbia. «L’Adriatico è un cielo violento e blu che si culla ai piedi del nostro paese rendendolo bello, divino ed eternamente puro». Così si esprimeva Crnjanski, il poeta. Come contraddirlo?
Una notevole vista ci fu regalata, subito dopo Cetinje, verso il lago di Scutari, dove varie quinte di colline arrotondate si perdevano nella foschia alimentata dal grande specchio d’acqua.
Superammo Njegusi, la storica patria dei Petrovic Njegos, ultima dinastia regnante in Montenegro il cui nobile sangue scorreva nelle vene della regina Elena, consorte di Vittorio Emanuele III e genitrice di Umberto II.
Evitando il centro della capitale Podgorica svoltammo a sinistra e c’inoltrammo nella valle della Zeta, fulcro dell’antico omonimo regno che, affrancatosi nell’XI secolo dalla dominazione bizantina, ebbe alterne e movimentate vicende fino al suo smembramento nel XV secolo per opera di turchi, serbi e veneziani. Proseguimmo oltre Danilovgrad, fin verso le sorgenti della Zeta.
Chi dovesse capitare qui verso l’ora di pranzo, si ricordi di provare a passare al motel di Glava Zete, sulla cui terrazza non dovrebbe mancare di assaggiare una trota appena pescata nelle acque cristalline del fiume, insieme con un bicchiere di birra gelata prodotta nella vicina fabbrica di Niksic.

Le distanze, piuttosto ridotte, erano dilatate dalla ridottissima velocità dovuta ai continui cantieri di lavori stradali finanziati dalla Comunità Europea (ecco un altro indizio dell’attitudine del Paese ad essere “europeo”). La polizia era sempre in agguato laddove, per la presenza di incroci, centri abitati, scuole nel bel mezzo del nulla e, a volte, niente nel bel mezzo del nulla, la velocità era limitata a quaranta chilometri l’ora. Tutta questa dovizia di tutori dell’ordine non mancava, sulle prime, di causare qualche preoccupazione; il pensiero correva a quell’inopportuna crocetta sulla YU stampata sulla mia Carta Verde. I nascondigli dei poliziotti però erano immancabilmente svelati dal lampeggiare tranquillo dei fari degli automobilisti che provenivano dall’altro senso.
C’è da dire che quelle due o tre volte che finora, trascorsa una mezza giornata dalla partenza da Budva, ero stato fermato dalle pattuglie, dopo una rapida occhiata lanciata dai poliziotti all’interno del mio strano mezzo ero stato immediatamente congedato, senza nemmeno una parola. Mi venne il sospetto che mi fermassero per soddisfare una propria curiosità. L’altra considerazione sulle pattuglie che prepotentemente si proponeva all’osservatore acuto era che in quasi ognuna ci doveva essere un fratello o un cugino del simpatico poliziotto che mi aveva rassicurato alla frontiera. Erano tutti uguali, poliziotti clonati. Ecco spiegata la strabiliante numerosità della popolazione montenegrina dedita all’ordine pubblico e alla gratuita distribuzione di vaghe informazioni sulle strade da percorrere per raggiungere questo o quel luogo: un emulo del dr. Mengele era riuscito a ripeterne l’esperimento producendo tanti “ragazzi venuti dal Montenegro”. In un oscuro villaggio al centro della Repubblica contai più mezzi bianco-azzurri della polizia che abitanti.

Nel bel mezzo della Sardegna interna, una decina di chilometri prima di Niksic, si stacca sulla destra una stradina con il cartello che indica: Ostrog Manastir, 8 km. Poco oltre c’è un bivio, proprio davanti a un cimitero, ma manca il cartello. Fortunatamente vi staziona una ragazza che vende ai rari frequentatori del cimitero riproduzioni di icone antiche e che è in grado di confermare che Ostrog è a sinistra.
La stradina si inerpica sul versante orografico sinistro dell’ampia valle della Zeta, passa sotto una condotta forzata che, in corrispondenza, si inarca con una vistosa gobba fatta apposta per consentirci di passare, si lascia dietro alcune diramazioni non segnalate che non portano da nessuna parte e dalle quali, con un po’ di fortuna, si riesce a stare alla larga. Si alternano vertiginosi strapiombi, dove c’è solo da augurarsi di non incrociare nessuno, ad attraversamenti di caotici declivi sassosi. Bellissimo. Il lento e ripido avvicinamento al monastero consente di assuefarsi al carattere selvaggio del territorio, tanto che risulta un po’ dissonante l’improvvisa confusione della piccola folla di turisti frammisti a pellegrini che ciondolano davanti alle quattro bancarelle che propongono miele, ancora riproduzioni di icone e libri d’arte e di argomenti religiosi.
Comunque la si pensi, il primo miracolo era compiuto: nonostante le insidie dei burroni eravamo arrivati sani e salvi. Dopo la martellante propaganda di Visit Montenegro, la chiesa del monastero appariva sorprendentemente piccola. In essa si alternavano fedeli cattolici e ortodossi, mentre i musulmani quel giorno saranno stati in pellegrinaggio chissà dove. L’edificio, che dall’esterno pareva costruito ieri, in realtà è del XVIII secolo, ma i muri esterni in pietra erano stati accuratamente tirati a lucido con interventi di restauro non proprio conservativo, con tanto di nuove stilature in rilievo e con riga incisa, in autentico stile “finto vecchio”. Le pareti interne e le volte erano completamente ricoperto di affreschi serbo-ortodossi; poiché il periodo in cui si colloca quello stile, a quanto ne sapevo io, era limitato dal XIII alla metà del XV secolo, mi vennero dei dubbi a cui, nel silenzio della Guida Verde del Touring (edizione 1990) e non trovando nessuno, cattolico, ortodosso o musulmano che fosse, parlante inglese e in grado di fornire spiegazioni, apparentemente era impossibile dare risposta.
In realtà, la vera chiesa consacrata nella lista di Visit Montenegro era quella superiore, costruita nel 1665 in una grotta e custode delle reliquie di San Vasilije Ostroski da Zahumlje, uno dei quattro santi montenegrini vissuti nel XVII secolo; per raggiungerla bisognava percorrere l’ultimo tratto di strada che serpeggia sopra la chiesa inferiore. San Vasilio, narra la Visit, come probabilmente avrebbe potuto raccontarci il vecchio monaco se solo l’avessimo trovato, veglia su di noi per l’intera durata della nostra vita e ci aspetta nel giorno in cui torneremo alla nostra essenza, quale che sia la nostra religione.
Abbastanza rinfrancato sulla scelta di includere questo monastero nel novero delle Top Ten, decisi di correre subito a visitarne un altro, situato una sessantina di chilometri più a nord. Non prima però di aver acquistato, presso un banchetto pericolosamente piazzato dietro una curva proprio sopra il precipizio (dimostrazione pratica, se non proprio dell’esistenza dei miracoli, per lo meno della loro necessità), un barattolo di strano miele balsamico che, se interpretavo bene quello che mi stava dicendo la vecchietta in nero assistita dalla non più giovane ma assai orrenda figlia, anch’essa in nero, era un toccasana per naso, gola e polmoni. Quando tentai di assaggiarlo prendendone un po’ con la punta di un dito, quella mi allontanò immediatamente il vasetto con aria schifata, per poi riavvicinarmelo subito dopo, con un grande sorriso sdentato, insieme al cucchiaino della comunità che mai, fin dal giorno della sua fabbricazione, doveva aver conosciuto le delizie di un lavaggio con acqua e detersivo. Una somma esagerata passò di mano e, quella sera, la vecchietta ebbe modo di raccontare in paese che, ancora una volta, il miracolo di Ostrog si era avverato.

Tornammo a valle ripercorrendo a ritroso la stradina strapiombante, nell’inconfessata speranza che San Vasilio non avesse in mente di incontrarci proprio quel giorno, e giungemmo rapidamente a Niksic.
«Niksic è la pentola in cui sono bolliti gli ultimi sei secoli» scriveva Jovan Cvijic, emerito geografo di Loznica (giusto a metà strada tra Sarajevo e Belgrado) studioso di fenomeni carsici. Qui, in una zona dove i fiumi compaiono e scompaiono con una disinvoltura sconcertante, anche gli insediamenti umani sono sorti e spariti nei secoli, come possono confermare i resti della città medievale chiamata Onogost e le rovine delle fortificazioni bizantine e turche soppiantate oggi dalla stazione ferroviaria. Cvijic probabilmente errava per difetto, avendo Onogost a sua volta preso il posto della ben più antica Anagustum romana.
Un’insana voglia, stimolata dall’insensata affermazione dispensata dalla Visit secondo cui Niksic è una città straordinariamente dinamica e attraente, m’indusse ad andare a vedere di persona com’era fatto il centro di un’oscura cittadina di provincia nel bel mezzo del Montenegro. La cittadina era orrenda, di recente costruzione, uguale alle altre già attraversate, tutta casermoni grigiastri di quattro-cinque piani architettonicamente non particolarmente attraenti (i progettisti dovevano invariabilmente aver avuto come modello di riferimento la scatola per scarpe), discretamente disordinata e sporca. L’ostinato pessimista bene avrebbe fatto a restarsene a Budva a rimirare le belle ragazze del centro. Per di più mi perdetti, e solo l’impagabile aiuto di un poliziotto scelto a caso in una piccola folla di agenti in divisa che controllavano la velocità delle auto in un viale dove il traffico era quasi bloccato mi consentì di ritrovare la strada maestra in un tempo tutto sommato accettabile. Non volendo essere causa diretta di una disastrosa crisi del comparto turistico della città, voglio aggiungere che, forse, non individuai il meraviglioso centro cittadino (dinamico e attraente), avendo involontariamente limitato le mie casuali peregrinazioni ai soli quartieri maggiormente disagiati; sarò lieto di ricevere smentite, ma solo se documentate. (1)

Ma c’è ben di meglio, in Montenegro, che visitare orrende cittadine di provincia, tant’è che subito fuori l’ambiente naturale si fece ad ogni chilometro più bello. La strada continuava a salire dolcemente in un alternarsi di boschi molto ricchi in varietà arboree e di vallate bucoliche quasi disabitate. Se si escludevano le strade, i pochi piccoli villaggi e le aree disboscate per fare spazio ai pascoli, si poteva dire che la natura fosse pressoché intatta dai tempi precedenti la calata dei turchi.
Il traffico era ridottissimo, gli stranieri oltremodo rari, la velocità più sostenuta che nella zona litoranea. Salvo naturalmente quando incappavi nel solito camion scassato che, tra una scoreggia e l’altra di gasolio mal bruciato, ti intossicava con una nuvola azzurrognola di olio vaporizzato allorché la fascia di un cilindro decideva di farla finita. Traffico pesante della giornata: cinque autocarri asmatici soverchiati da un carico di tronchi giganteschi e quattro camioncini con una buffa chioma di fieno larga il doppio abbondante del veicolo. La modesta velocità era comunque in grado di imprimere al carico una curiosa scriminatura centrale e i veicoli, oltre a sbandare vistosamente, si dedicavano alla delicata spazzolatura di ogni auto che incrociavano.
Improvvisamente, una stradina sulla destra si buttava a capofitto nel bosco e, dopo qualche centinaio di metri, si raggiungeva il Pivski Manastir. Qui niente bancarelle, niente turisti, niente pellegrini, niente menzione speciale sulla VM. Niente e basta. Aperto il pesante portone in legno dell’alta recinzione in pietra che circonda il monastero, si entrava in un green perfettamente curato dove un monaco ortodosso passeggiava serafico, in un ambiente che più pace non avrebbe potuto ispirare.
Al centro la chiesa era simile a quella già vista a Ostrog, solo un po’ più grande, anch’essa apparentemente costruita ieri, ma all’interno le pareti e le volte (questa volta la Guida Verde aiutava) ti catapultavano nel ‘600 in una profusione di santi stupendamente affrescati, sovrastati dal blu-Giotto dei cieli e illuminati dall’oro delle aureole. Le informazioni che ottenni in seguito mi consentirono di sapere che la parte principale del tempio fu decorata da anonimi pittori greci tra il 1604 e il 1605; le zone superiori del narthex furono dipinte da Strahinja di Budimlje nel 1604, mentre le zone più basse erano i raffinati lavori del pittore Kozma, che li creò nel 1626.
Ma l’aspetto più curioso era che originariamente la chiesa – dedicata all’Assunzione e costruita tra il 1573 e il 1586 sotto la supervisione di Savatije, metropolita erzegovese – non si trovava dove la si può ammirare oggi, bensì presso la non lontana sorgente del fiume Piva, e fu spostata nell’attuale sito a causa della costruzione del gigantesco lago artificiale per l’impianto idroelettrico della Piva. I lavori di dislocamento durarono più d’un decennio, dal 1970 al 1982, durante il quale l’edificio fu smontato e rimontato pietra dopo pietra (giustificandone così l’aspetto di recente edificazione); dai muri della chiesa furono strappati e poi ricollocati quasi 1300 metri quadrati di affreschi. Insomma, una vera e propria Abu Simbel montenegrina.
Se fosse stato già sera si sarebbe potuto pernottare qui fuori nel piccolo slargo davanti al monastero. Correggendo la mia personale Top Ten (almeno fino al prossimo monastero) proseguimmo con un fuori programma non menzionato nella VM. (2)

Di colpo il panorama di dolci montagne arrotondate e di boschi, coronato a tratti da qualche catena rocciosa che si ergeva più elevata in lontananza, si squarciò aprendo alla vista lo spettacolare Pivsko jezero, il lago artificiale lungo sessanta chilometri responsabile dello spostamento dell’omonimo monastero, profondamente incassato tra poderose pareti verticali, la superficie acquea di colore variabile dal turchese allo smeraldo, con il solito niente fuorché natura intorno, salvo una serie di ardite stradine che ne cingevano le rive, in gran parte scavate in galleria: formidabile realizzazione e grandioso motivo d’orgoglio della pianificazione economica del socialismo reale. Giungendo da sud, la strada scendeva ripidamente ad ampie curve verso il lago, e sembrava che vi si volesse buttare dentro, salvo ripensarci con una svolta all’ultimo istante.
Una ventina di chilometri in direzione nord oltre il ponte che, a Pluzine, consente di passare sulla sponda orientale, l’acqua scomparve, trattenuta da una possente diga che richiamava alla memoria le ultime scene del Dottor Zivago; la Piva fu nuovamente libera di scorrere tumultuosa nell’orrido fondo della gola che improvvisamente aveva riacquistato tutta la sua profondità primordiale.

Si contava di raggiungere rapidamente Scepan Polje, al confine con la Bosnia dove, secondo la VM, doveva trovarsi uno dei tre campeggi di montagna del Montenegro. Quello che si scoprì subito con un certo imbarazzo è che Scepan Polje non era una cittadina, nemmeno un villaggio, neanche due case, solo una dogana. E’ un’area suddivisa tra la Bosnia e il Montenegro e il campeggio, a sentire il doganiere dalla faccia non proprio sveglia, era cinque chilometri più in là, in territorio bosniaco, sulla strada per Foca e Sarajevo. E forse ce n’era anche un altro lungo la stradina che, a destra subito dopo la sbarra, bordeggiava il confine nella terra di nessuno, ma non si sapeva esattamente dove fosse né se era aperto. Il primo andava benissimo. Con sorprendente precisione, 5,2 chilometri dopo il confine un piccolo cartello indirizzava su uno stradello sterrato che si innestava ad angolo acuto, imponendo un’acrobatica manovra per infilarlo, e si immergeva poi con decisione nella vegetazione. Il primo tratto era decisamente il peggiore, piuttosto stretto, ripido e accidentato, ma anche più avanti il passaggio tra i rami degli alberi era alquanto angusto, senz’altro sconsigliabile ai mezzi di grandi dimensioni. Bastava aprire un finestrino per cogliere manciate di more.
Giù in fondo, nata dalla confluenza di altri due corsi d’acqua a poca distanza più a monte, scorreva la Drina, quello stesso fiume che fluisce sotto il “Ponte sulla Drina” (capolavoro letterario del Premio Nobel Ivo Andric) che, cento chilometri più in giù, «somiglia a una base dalla quale si apre a ventaglio tutta una pianura ondulata, con la cittadina di Visegrad, i suoi dintorni, e le borgate distese sulla fascia delle colline, una pianura coperta di campi, di pascoli e di piantagioni di prugni, intersecata da siepi e quasi spruzzata di boschi cedui e di rade macchie d’abeti. In tal modo, guardando dal fondo del panorama, sembra che dalle ampie arcate del candido ponte scorra e si spanda non soltanto la verde Drina, ma anche tutta questa estensione, solatia e coltivata, con tutto quello che vi si trova e il cielo meridionale sopra». Immagine alquanto suggestiva che prima o poi, me lo sentivo, sarei andato a verificare di persona pur sapendo che, rispetto al racconto di Andric, avrei trovato una città profondamente diversa, etnicamente “bonificata”. Nel romanzo il racconto dei fatti che avvennero intorno al ponte si interrompe alla Prima guerra mondiale. Ora, se ancora fosse vivo, Andric avrebbe modo di scrivere un nuovo capitolo, raccontando le gesta del leader delle milizie serbe della zona, Milan Lukic (che la sua anima – ammesso che ne abbia una – sia dannata in eterno) e dei suoi Lupi che, per non sfigurare a fianco dei boia che, in quel medesimo luogo, secoli prima impiccavano o impalavano i pochi coraggiosi che si ribellavano al dominio dei turchi, sullo stesso ponte trascinavano – invertendo i ruoli – i musulmani catturati nel circondario, li facevano salire in piedi sul parapetto e poi li spingevano fuori, crivellandoli con le mitragliatrici mentre volavano giù nel fiume. I quindicimila musulmani che, prima della guerra, vivevano a Visegrad oggi non ci sono più. (3)

Lungo il fiume, su un pianoro magnifico qualche metro sopra il livello dell’acqua si adagiava il Kamp Kalista, delizioso campeggino ultraspartano frequentato da placidi pescatori e intrepidi amanti del rafting. Ci sarà stata una decina di ragazzi, appena tornati da una discesa con il gommone: bosniaci, serbi e montenegrini che, abbandonate le contrapposizioni etniche, si ritrovavano uniti a condividere i pochi metri quadrati del natante in una comune scarica di adrenalina. Uno di loro, bosniaco che aveva studiato medicina e che conosceva inglese e latino, presentò agli altri i nuovi amici italiani e si offrì di fare da interprete con il gioviale gestore del campeggio che rifiutò ogni compenso per il pernottamento, salvo che volessimo noleggiare una tenda.
Era tutto perfetto per quella che si annunciava come una meritata notte nell’oscurità più totale, tranne la rumorosa presenza di tre elicotteri della SFOR che, armati di missili, pattugliavano incessantemente il confine, avanti e indietro ogni pochi minuti, e non la smisero fino a che non fu buio pesto. (4)
Scambio di convenevoli, biscotti italiani contro buon caffè turco e ottima rakjia (grappa) di prugne bosniaca, con una sformata e simpatica signora di Sarajevo, Milja, qui a pescare sul fiume tutti i fine settimana d’estate, perfettamente sistemata, insieme al cane Boby, in una roulotte antidiluviana. Fumava come un turco ma, precisò, non era musulmana. Sarebbe stato interessante saperne di più su Sarajevo e sul suo calvario. La città aveva battuto i poco invidiabili record della Seconda guerra mondiale: quello della durata dell’assedio di una città, che prima spettava a Leningrado. Quello del maggior concentramento di artiglieria pesante: le 35 canne per ogni chilometro di fronte intorno alla capitale bosniaca avevano fatto sembrare l’accerchiamento di Berlino ad opera dell’Armata Rossa una manovra da dilettanti.
Ma le barriere linguistiche non concedevano molto spazio al dialogo. Additando gli elicotteri e scuotendo la testa la nostra ospite bofonchiò qualche incomprensibile insulto indirizzato al nuovo presidente serbo, Vojislav Kostunica. Non era serba, dunque, e nemmeno musulmana. Probabilmente croata o, più semplicemente, solo bosniaca.
Le bimbe scorrazzavano contente per il prato a caccia di more, e la moglie si accinse a preparare un cous-cous che resterà indelebilmente legato alla memoria di quel luogo.

Mattina al Kamp Kalista. Tempo incerto, nuvole basse, a volte raso terra, ancora qualche goccia di pioggia dopo tutta quella già caduta durante la notte. Deserto. Una trentina di tende da affittare, montate e vuote, di ogni epoca e stile. I ragazzi del gommone sono spariti, forse già partiti per nuove avventure. Passeggiata sul greto del fiume. Acqua smeraldina, grossi ciottoloni rossi, rosa, bianchi, gialli e di un verde che più verde non si può. Chissà se, nel mio vagare nel Montenegro, mi capiterà di passare per le montagne verdi che hanno partorito questi sassi.
Di ritorno al campo è ricomparsa la Milja di Sarajevo, che ha anche un marito. Sono tutti e due pescatori, ma oggi non è giorno fortunato. Birretta, grappino, caffè turco, altro grappino, scambio di indirizzi per future cartoline di auguri natalizi. Mentre si cerca di discorrere con frasi tipo io Tarzan tu Jane, parte in italiano misto a inglese, parte in serbo-croato misto a croato-serbo, ma per lo più a gesti, improvvisamente il livello del fiume si alza di un buon mezzo metro, inondando completamente il greto ciottoloso lasciato da poco. Riflessioni sulla pericolosità degli impianti idroelettrici: a quest’ora potremmo essere nei pressi del ponte di Visegrad, trascinati dalla corrente impetuosa…

Si ripartì. Prossima tappa: Top Ten n. 2, Tara Canyon – Rafting down the only rival river to the Colorado, da raggiungere percorrendo quella strada che più o meno, secondo l’approssimativa mappa di cui disponevo, corre lungo il canyon parallelamente al percorso di ieri, ma in direzione opposta, tornando in Montenegro, al di là delle montagne del parco nazionale del Durmitor che separano il corso del Tara da quello della Piva e dal Pivsko jezero. In base alle indicazioni del doganiere del vicino posto di frontiera tra Bosnia e Montenegro, si doveva trattare della stradina che si stacca sulla sinistra, subito dopo la dogana. Da quelle parti ci doveva anche essere il Campsite “Brstanovica” menzionato nella Visit Montenegro (nel canyon del Tara, a 15 chilometri da Scepan Polje) che, a quanto mi era parso di capire, era il corrispondente a monte di quello che avevamo appena lasciato, dove gli impavidi adepti del rafting vengono gettati nel fiume per essere poi recuperati, impianto idroelettrico permettendo, presso il Kamp Kalista situato più a valle, sulla Drina. Il Tara, infatti, proprio in corrispondenza della frontiera si unisce alla Piva generando la Drina, che a sua volta, dopo aver bagnato a lungo il confine tra Bosnia e Serbia, confluisce nella Sava (che proviene da Zagabria, serpeggiando lungo il confine bosniaco-croato) per poi gettarsi infine, a Belgrado, nel Danubio.
La nostra stradina si immergeva allegramente nel bosco, concedendo di tanto in tanto ottimistiche vedute delle gole, di cui raramente si percepiva il fondo. Le aspettative erano di alto livello. Orridi, baratri, vortici, sponde scoscese sommerse dal manto di foreste secolari; il canyon del Tara, secondo in lunghezza solo al suo cugino americano, prometteva a chi vi si fosse avventurato su una zattera di legno, passando una notte aux belles étoiles e gustando le delizie della cucina montenegrina (cotte forse sul fornelletto da campeggio? l’acqua del fiume, questo era certo, poteva essere bevuta direttamente dalla zattera), il brivido di forti emozioni, tali da dimostrare (questa era la tesi del redattore della VM) che le attrazioni acquatiche dei più famosi parchi di divertimenti del mondo altro non erano che «vaghe simulazioni» di ciò che la natura (in Montenegro, ça va sans dire) è in grado di offrire.

E proprio perché eravamo al cospetto del Tara e dovevamo perciò sorbire fino in fondo l’amaro calice posto dalla natura selvaggia, di lì a poco lo stretto nastro d’asfalto finì. Si era a un bivio: a sinistra una pista dal fondo di ghiaione frantumato, abbastanza morbida e larga, si dirigeva in spavalda discesa verso l’avventura. A destra un’altra sterrata scompariva nel bosco in leggera salita. Un ruspista che stava sistemando la strada, dissestata dalle recenti abbondanti piogge, amabilmente e senza alcuna esitazione indicò la via per Trsa, da dove poi avremmo potuto proseguire per il Parco nazionale del Durmitor: giù a sinistra.
«Quanti chilometri senza asfalto?»
«Sei chilometri.»
«Sei?»
«Sei!»
Peccato che il ruspista, nonostante la sua ostentata sicurezza, non avesse la minima idea di dove fosse Trsa; la direzione giusta in realtà era “su a destra”, ma questo lo si capì solo dopo sei interminabili chilometri di mulattiera sempre più stretta, ripida, accidentata, immersa in una vegetazione che ad ogni metro si faceva più fitta, bassa e invadente. Senza alcuna possibilità di girare il camper e tornare indietro. Si procedette a passo d’uomo, facendo lo slalom tra le fronde per evitare si danneggiare oblò e finestrini e prendendo ogni sasso con cautela e delicatezza, nella sempre più debole convinzione che, in fondo, erano solo sei chilometri e poi sarebbe tornato l’asfalto. Finché al sesto chilometro una sosta si impose perché, nel bel mezzo di una ripida discesa, nel bosco più fitto che il canyon potesse vantare, tre tronchi di dimensioni colossali invadevano la stretta carreggiata, buttati giù di traverso dai boscaioli che stavano lavorando lì sopra, sullo scosceso pendio alla destra del tratturo.
Convenevoli con il capo-boscaiolo: «Italia… Montenegro… Italia…!», grandi risate, pacche sulle spalle; la birra, a quell’ora antimeridiana, doveva aver già corso a lunghi fiotti; poi si tentò di mettere a fuoco la situazione, si organizzarono le operazioni di sgombero e giù al lavoro di buona lena, per spostare i tre tronchi a forza di leve. Appena creato un varco di qualche centimetro superiore alla larghezza del camper il lavoro si interruppe. Procedetti prudentemente, salutando e ringraziando con qualche altra lattina di birra immediatamente scolata: «Italia… Montenegro…», risate, addii.
Subito dopo, altro bivio. L’asfalto, in quella remota plaga, non era previsto dalle leggi dell’uomo né consentito da quelle della natura. Tornai dai boscaioli, armato di carta stradale, pazienza e grandi speranze. E’ a questo punto che il capo-boscaiolo, dopo aver lungamente studiato la mia mappa, fatto scorrere il dito indice destro su e giù per le strade del Montenegro dalla Serbia al mare, più e più volte (sarà stata la prima cartina che vedeva in vita sua? il dubbio mi assillava), consultati i colleghi, discusso, quasi litigato con quello che, tra di loro, sembrava il più sveglio e che evidentemente aveva sue teorie al riguardo, non necessariamente coincidenti con quelle del capo, con grandi cenni di disapprovazione mi fece capire che no, di qua non sarei andato proprio da nessuna parte. Al massimo (ma questa era solo una mia supposizione) avrei potuto buttarmi nel Tara e riemergere, se tutto fosse andato bene, nel Mar Nero. La strada giusta per Trsa – probabilmente – era l’altra, sei lunghissimi, ripidi, interminabili, infiniti chilometri indietro. Il ruspista (questa era l’altra mia supposizione) doveva aver confuso Trsa con Tara e aveva cercato di accontentarmi mandandomi a passare il resto dei miei giorni, con tutta la famiglia, sul fondo della gola. Il capo-boscaiolo fu categorico: bisogna tornare indietro e prendere l’altra strada e «ok, Trsa». L’entusiasmo nei suoi occhi, però, ebbe vita breve. Di nuovo scosse la testa. No, no, la strada non andava bene. Non mi fu concesso il privilegio di sapere perché la strada non andasse: era troppo stretta per il mio camper? era franata? non conduceva a Trsa? c’erano le mine? era infestata di lupi mannari serbi?… Il dito calloso ricominciò i suoi viaggi sulla mappa e, pian piano, la nebbia si diradò, la situazione si chiarì, cominciò a intravedersi una soluzione. Anzi, due soluzioni. Bisognava tornare indietro sul Pivsko jezero, il lungo lago artificiale («strada very good») e appena prima del ponte di Pluzine, svoltare a sinistra («strada good») raggiungendo in breve Trsa. Oppure, seconda soluzione interamente su strada very good, tornare indietro di cento chilometri fin quasi a Niksic, prendere a sinistra una fantomatica strada che non era neppure segnata sulla carta (e per questo vi fu subito incisa con la chiave della macchina prontamente prestata dal collega sveglio), andare a Savnik, percorrere tutta la strada del Durmitor e finalmente, dopo altri centocinquanta o duecento chilometri (di strada che, in base alle convenzioni della mappa sembrava essere solo di tipo good, ma a questo punto il capo-boscaiolo si era evidentemente perso da un pezzo), potevo andare a seppellirmi a Trsa. Che poi era solo una località di passaggio sulla via per il Durmitor che, in questo modo, avrei dovuto ripercorrere nell’altro senso per proseguire il mio viaggio… Prima che gli venisse in mente qualche altra soluzione che prevedesse, chi lo sa, un giretto in Macedonia o in Turchia, recuperai la mappa, ringraziai e tornai sconsolato al camper, con l’ingrato compito di annunciare che bisognava tornare indietro.
Fortunatamente in quel punto si poteva girare, ma la salita era ripida, fangosa per la copiosa pioggia della notte, scivolosa, dannatamente stretta, e i tronchi erano sempre lì a formare un varco pericoloso per le ruote e le fiancate del camper. Il primo tentativo a bassa velocità fu deludente: la trazione anteriore non ce la faceva proprio, le ruote slittavano ridicolmente davanti ai boscaioli divertiti dall’imprevisto spettacolo. Feci una retromarcia difficoltosa in curva tra i tronchi. Le ruote slittavano sempre di più, il capo-boscaiolo suggeriva, le bimbe incitavano, la moglie raggelava. Mi vedevo già impantanato in fondo al canyon del Tara dove – lo sanno tutti – i cellulari non funzionano, in balia di quattro boscaioli semiubriachi per la birra che io stesso avevo offerto loro, che a colpi di leva cercavano inutilmente di tirarmi fuori dal fango facendo rotolare il camper come fosse stato un grosso tronco da ventinove quintali… Il capo-boscaiolo ordinò, sciorinando tutto l’italiano di cui poteva disporre: «Prma! Gasc! Prma! Gasc!»
O così, o morte. Innestata la prima, mi lanciai su per la salita a tutto gas, tra sobbalzi, sassi che volavano, le ruote che slittavano, ma si avanzò, centrando miracolosamente lo stretto passaggio tra i tronchi, e così rapidamente proseguii per un chilometro buono sulla ripida salita, dove rallentare sarebbe equivalso a disastro certo. I rami bassi erano l’ultima delle mie preoccupazioni e il canyon si allontanò senza troppi rimpianti.
Raggiunto finalmente lo stretto serpente d’asfalto, che ora pareva un’autostrada, un pugno di cui riconobbi lo stile muliebre si abbatté sulla mia spalla con insospettata energia…

Nuovo passaggio di frontiera: diluviava, e il poliziotto montenegrino, che non disponeva di una pensilina, fu molto più sbrigativo del meticoloso collega bosniaco, al di là del ponte sulla Drina.
Di nuovo la ciclopica opera socialista ci accompagnò lungo il lago, con le sue sessanta e passa gallerie grossolanamente scavate nella nuda roccia. Poco prima del ponte che a Pluzine attraversa la distesa turchese c’era il bivio; a sinistra era indicata la direzione per Trsa che è in cima alla parete verticale di roccia che incombe sul lago. Una bella stradona di cinque metri si perdeva subito nell’oscurità di una ripida galleria che conteneva anche un tornante.
La galleria non era ancora finita che l’asfalto era già un ricordo. In effetti, la classificazione “strada (solo) good” del boscaiolo avrebbe dovuto mettere in allerta. Gelo nel camper. Mia moglie non mi avrebbe più parlato per tutto il pomeriggio. Comunque la strada non era difficile, sempre larga, a tratti piuttosto ripida e dal fondo un po’ sconnesso, ma percorribile da chiunque. Con calma e buona volontà. La precedente passeggiata nel bosco, però, aveva scosso alquanto i nervi.
Dopo pochi chilometri durante i quali si guadagnarono centinaia di metri in altitudine e alcune viste spettacolari sul lago illuminate da qualche occhiata di sole indeciso, improvvisamente la carreggiata perse metà della sua larghezza, ma in compenso ritrovò il bitume. Da questo momento il viaggio si fece piacevolissimo, non mettendo in conto la glaciazione che aveva investito l’abitacolo. Raggiunta la sommità della parete strapiombante sul lago la strada se ne allontanò, continuando a salire più dolcemente tra boschi di faggi e betulle, che presto lasciarono spazio a pascoli sempre più ampi. L’altopiano che si raggiunse, prati mollemente ondulati fino ad un orizzonte cinto da nude vette frastagliate, era toccante. Sembrava di aver raggiunto il cielo.
Repentinamente il tempo cambiò e ricominciò a piovere. Di colpo ci ritrovammo nelle Highlands scozzesi. C’erano anche le pecore.
Ancora qualche chilometro e, giunti al confine del Parco del Durmitor, per uno strano scherzo di un destino burlone l’asfalto scomparve ancora una volta. Il fondo non sembrava difficile, ma da quanti avevo intervistato strada facendo non si riusciva a capire con sufficiente precisione la lunghezza del tratto sterrato. Per un passante, zaino in spalla, l’aria grata di chi si concede una sosta durante la prima tappa del giro del mondo a piedi, erano cinque chilometri, e c’erano anche due campeggi (Meraviglia! Dovrò scrivere a Visit Montenegro per fargli integrare l’elenco).
Un camionista esperto della vita e delle strade del mondo mi disse, convinto: «Dwa kilometri». Forse due erano un po’ pochini, ma tutto sommato confermavano l’ordine di grandezza indicato del podista che, nella sua interpretazione mentale dello spazio fisico, vedeva le distanze geografiche da tutto un altro punto di vista. Grande sconcerto suscitò invece il pastore che, con la calma olimpica di chi è avvezzo alle lunghe giornate di solitudine, aprendo e chiudendo entrambe le mani due volte e infine mostrandone una aperta e facendo con l’altra il gesto dell’autostoppista, in modo pragmatico e solenne mi informò che il supplizio sarebbe durato ventisei interminabili chilometri. Il mio ormai vacillante ottimismo provò a suggerirmi che forse il pastore aveva una visione delle distanze adeguata alla sua mobilità e ai suoi ritmi; per lui la valle dietro quelle cime era distante come, per me, un altro continente. E inoltre, quando l’avevo salutato, stava armeggiando con il motore di un’auto scassata che non ne voleva più sapere di mettersi in moto, con l’espressione diffidente di chi in vita sua si è sempre e solo occupato di pecore.
Ormai era chiaro che quando un montenegrino si mette a dare informazioni stradali non dovrebbe essere preso troppo sul serio. Il pastore, poi, sembrava molto divertito. Con un’amichevole poderosa pacca sulla spalla (ancora dolorante) offrì anche un kafa turco. In considerazione del fatto che il periodo glaciale in quel momento aveva raggiunto il suo apice, intuii che non fosse il momento migliore per verificare strumentalmente l’esatta lunghezza della carrareccia, tanto più che cominciava a farsi buio. Si passò la notte su uno slargo della strada, sotto la casa dei pastori.
Per tutta la sera si poté assistere allo spettacolo di un milione di pecore che tornavano all’ovile. Tutto intorno le montagne del Durmitor, selvagge, scoscese, dormivano di già. Solo ogni tanto passava lentamente una macchina che, subito, spariva dietro una curva. Poi, fino all’indomani, non passò più nessuno.
Notte nera e tempestosa, acqua a scrosci, vento a raffiche. I ghiacciai ormai s’erano ritirati, ma ugualmente si dovette accendere la stufa. Tempo da lupi, ma non avrebbe potuto essere più bello.

Alle 6 e 50 di una grigia mattina d’autunno il camper fu scosso da una mareggiata di pecore che se ne andavano al pascolo sferzate da un vento freddo, spruzzate da qualche goccia di pioggia, accompagnate dal pastore intabarrato sopra e sotto gli occhi con una cerata di gomma gialla.
Il cielo pareva fosse venuto un po’ più in giù. Di fronte, dopo la curva, si dispiegavano gli aspri rilievi irregolari del Durmitor, Top Ten n. 1: The most exciting mountain of the Mediterranean, «la più bella crudeltà della natura». «La natura – narrava Visit Montenegro in uno dei suoi passaggi più lirici – ha creato queste montagne con l’ispirazione più possente, ritagliando questi rilievi caotici che confondono e possiedono un intrinseco orrore attraente…». La strada era lì, invitante, sterrata come non mai ma non troppo sconnessa. Intrinsecamente attraente, certo, almeno per me; forse avrebbe potuto confondere qualche timido neo-patentato, ma non era poi così orrida. Dietro la curva ove spariva, chissà. Si sapeva solo che prima o poi l’asfalto sarebbe tornato, due, cinque, ventisei o non importa quanti chilometri oltre. La moglie sembrava rassegnata; ogni tanto parlava. Le bimbe erano eccitatissime per la gran presenza di pecorelle. Dopo una colazione congruamente dimensionata con l’impegno previsto, partimmo.
Anche senza il sole, rasentando a tratti le nuvole, il percorso era davvero d’eccezione e valeva senz’altro la fatica di arrivarci. In un continuo morbido saliscendi la vista spaziava su larghi panorami di cime rocciose e frastagliate, pianori punteggiati da miriadi di pecore, laghetti (“gorske oci”, gli “occhi della montagna”) che al correre delle nuvole rispondevano cambiando colore. In lontananza i pascoli ondulati erano come cavalloni di un mare in tempesta sotto un cielo di nubi sfilacciate di nebbia, ora pronte a sciogliersi in un acquazzone, ora tenue schermo di un azzurro timido che subito tornava a nascondersi.
Spinosi cardi dai fiori viola ondeggiavano al vento sul ciglio della strada. Una coppia di pastori conduceva due mucche e due vitelli chissà dove, mentre greggi di ovini si distribuivano democraticamente il territorio muovendosi lentamente da un pascolo all’altro.
Il Bobotov kuk dall’alto dei suoi 2523 metri avrebbe dominato, se le nuvole avessero parcheggiato mezzo chilometro più in su, tutto il Montenegro e ben oltre.
Le uniche tracce di attività umana in tutto il parco, oltre alla strada, erano una manciata di ricoveri per gli animali e i recinti, ora vuoti. Qualche raro cartello indicava alcuni sentieri che conducevano alle vette dai nomi impronunciabili.
Due Kamp (esistevano davvero, perbacco!), spartani bivacchi in legno, avrebbero consentito il pernottamento a escursionisti che, complice il tempaccio, qui sembravano appartenere a una razza estinta.
Lungo tutto il percorso incrociammo solo due furgoncini taxi stipati di persone occhieggianti, forse gite organizzate da qualche agenzia di Zabljak, la «metropoli del turismo di montagna in Montenegro». Passati quelli, si restava soli a condividere la bellezza di quei luoghi con le lanose presenze.
Dieci chilometri a passo d’uomo ci condussero allo spartiacque tra il bacino della Piva e quello del Tara, a 1900 metri di altitudine. Altri otto in discesa con altrettanto belle vedute su nuove montagne, pascoli e laghetti ci ricondussero all’asfalto. Diciotto chilometri di sterrata che confermavano l’allegra imprecisione delle informazioni raccolte il giorno avanti. Due ore in tutto, al lento incedere di un immaginario carriaggio d’altri tempi. Se mai mi capiterà di tornare, con un clima un po’ più clemente, non potrò fare a meno di arrampicarmi su una di quelle cime e da là contemplerò l’attraente orrore di questi luoghi, meritoriamente iscritti dall’Unesco nella Lista del Patrimonio dell’Umanità. (5)

Il paesaggio mutò in una cartolina svizzera con pianori coltivati a fieno, covoni, rade casette e mucche.
A un certo punto dovetti rallentare, adeguando l’andatura a quella del bizzarro covone di fieno che, precedendomi, avanzava lentamente sulla strada. Alla prima curva fu chiaro che il covone non possedeva strane facoltà deambulatorie ma era trascinato da un trattore, caricato su una slitta di lunghi rami.
Zabljak era un’improbabile stazione sciistica invernale, con tanto di “Ski servis – Ski shop – Ski rent – Ski skola”. Una fila di negozietti in piccoli fabbricati che sembravano containers vendevano un discreto assortimento di generi alimentari, compreso qualche marchio nostrano. Nonostante la presenza delle pecore, non riuscimmo a trovare alcun formaggio, salvo una confezione di Philadelphia, e dovetti così rinunciare ad assaggiare il tradizionale formaggio di latte non bollito che, non ho difficoltà ad ammetterlo, costituiva una delle ragioni profonde per cui mi trovavo in quel luogo. Case triangolari a due piani dalle falde molto spioventi imitavano, con l’uso di materiali moderni per lo più scadenti, l’architettura tradizionale delle belle case in legno che, fuori dalla “metropoli”, si incontravano in piccoli gruppi.
Da qualche parte lungo il vicino omonimo fiume ci doveva essere il Campsite “Susica”, menzionato dalla VM, ma non ebbi animo di proporne la ricerca dopo l’esperienza dell’altro giorno: la stradina sulla mappa era dello stessa categoria di quella sulla quale avevamo incontrato gli operosi boscaioli e, per di più, minacciava ancora di piovere.
Entrammo in una foresta di abeti rossi, in cui si aprivano prati verdissimi presidiati dalle case triangolari in legno. Strada veloce, traffico assente. Svezia. Con sprazzi di Trentino. Uno slargo vicino a un tornante ci invitò a sostare per il pranzo e la mulattiera che se ne allontanava, contornata da cespugli di ginepro e di rosa canina, more e fragoline di bosco, ci condusse ad un pascolo dove brucava un gregge di pecore, presidiato da una donna che, seduta su un sasso, lavorava a maglia.
Abbandonammo il Trentino svedese scendendo rapidamente fino a raggiungere il bivio: a sinistra Pljevlja e la Serbia, a destra Mojkovac, verso l’Albania. Sotto il lungo ponte che attraversava la valle si incontrò ancora il Tara. Volgendo lo sguardo a sinistra, verso valle, oltre i contrafforti del Durmitor dal quale provenivamo, si potevano intravedere le nebbiose gole orgoglio dei Balcani e rivali del Colorado. Buttandoci nelle sue fredde acque, sempre smeraldine, con un gommone o una zattera in legno avremmo potuto raggiungere, forse sessanta chilometri più in giù, il campeggino dell’altra sera.
Più modestamente mi rivolsi verso l’alto corso del fiume, percorrendo altri cinquanta chilometri di gole che non ci si stancava mai di ammirare. Trovai anche gli affioramenti di roccia verde da cui forse provenivano i sassi della Drina.
Da Mojkovac, prendendo la strada nazionale che conduce alla capitale Podgorica, cinque chilometri dopo il ponte sul Tara si stacca sulla sinistra la via che, dopo altri cinque chilometri, permette di raggiungere il lago Biogradsko, all’interno del parco nazionale che porta lo stesso nome, Top Ten n. 3: Biogradska Gora – The last virgin forest of the last Montenegrin king, prima riserva naturale del paese costituita nel 1872 dal lungimirante re Nikola che con tale atto «anticipava lo sviluppo della cultura ecologica del Montenegro». Tra le ottantasei specie di alberi (abeti, faggi, olmi, querce, aceri, frassini, tigli… la VM elencava diligentemente le principali essenze presenti), nel più tipico esempio di foresta primordiale rimasto sulla superficie del Vecchio continente, trovavano dimora orsi, lupi, volpi, cervi (sia maschi che femmine, precisava con anche eccessiva pignoleria la guida), mentre nel cielo maestosi cerchi erano tracciati dall’aquila imperiale, simbolo della vicina Albania.
Quella notte il parco sarebbe stato dimora anche nostra.

Si poteva campeggiare nell’area di fronte al lago. C’erano alcuni piccoli bungalow in legno (come ce n’è in quasi tutti i campeggi dell’est europeo), un baretto lillipuziano, un ristorantino, le solite cabine wc col buco nel pavimento e senza acqua (del tipo ovunque in estinzione, come possono testimoniare i miei vagabondaggi europei, tranne che da queste parti), alcuni tavoli da picnic in legno massiccio che non avevano nulla da invidiare a quelli delle pizzerie rustiche nostrane più quotate, un paio di fontanelle. Qui si esaurivano i servizi offerti dall’ultimo camping di montagna elencato dalla Visit Montenegro. Volendo essere più precisi, non vi era traccia di supermarket e piscina, palestra e campi da tennis, videobar, discoteca, animazione, sauna e quant’altro un campeggiatore di buon senso dovrebbe aspettarsi da uno dei campeggi più rinomati del paese. Ma per quanto mi riguardava ce n’era più che a sufficienza. L’immersione nella natura era ciò che contava. E anche qui di natura ce n’era a sufficienza.
Pur essendo sabato, complice forse il tempo ancora incerto, non c’era in giro quasi nessuno. Splendido. La guardiana del parco, burbera e grassoccia donnetta in divisa militare, per aspetto e temperamento poteva ricordare Liuba Grande, la conduttrice del vagone del viaggio di nozze di Beppe Severgnini sulla Transiberiana che quando passava nel corridoio con i fianchi spolverava contemporaneamente il finestrino e la porta dello scompartimento. Mi fece pagare un’esigua somma per l’ingresso del veicolo nel parco (chi vi si reca a piedi non paga), oltre a un’altra miseria per il pernottamento.
Il lago, di grande effetto scenografico, era uno specchio nel quale si riflettevano le pendici boscose delle montagne che lo circondavano. Un molo semiaffondato avrebbe potuto consentire a qualche coraggiosa romantica coppietta, desiderosa di inoltrarsi tra le rive frondose, di montare a bordo di una delle quattro barchette in legno divorate dai tarli e dalla marcescenza che vi erano ormeggiate; il naufragio sarebbe stato inevitabile e questo forse era il vero motivo per cui le rare coppiette presenti se ne tenevano ben alla larga.
Al ristorante, unici clienti tranne due silenziosi fidanzati che, scolato un pivo (birra), si dileguarono, cenammo come avremmo potuto cenare in qualunque altro posto nei Balcani: cevapcici e patatine fritte. La notte non avrebbe potuto essere più tranquilla. Anche i lupi evitarono di disturbare con i loro ululati e gli orsi non vennero a rovistare nei minuscoli cestini per l’immondizia, che già erano stati svaligiati dagli iperattivi simpatici topolini, diventati ben presto grandi amici delle mie bimbe.

Alla luce del giorno successivo, ancora filtrata dalle nuvole e impregnata d’umidità, la foresta si presentava in tutta la sua grandiosità primordiale. Prevalevano le linee verticali degli altissimi faggi secolari, sorprendentemente dritti e molti dei quali erano già lì quando i turchi avevano conquistato i Balcani; tra un tronco e l’altro era sempre possibile vederne un altro, più distante, e poi altri ancora fin dove si perdeva la vista.
Fosse acquitrinose aprivano varchi nella foresta dove la conformazione del suolo consentiva il ristagno dell’acqua, diventando cimiteri di vecchi alberi schiantati. Era legittimo aspettarsi che, da un momento all’altro, comparisse Cappuccetto Rosso, o almeno il lupo.
Era sufficiente addentarsi per poche centinaia di metri per scoprire un’abbondanza sconcertante, in tipi e quantità, di funghi. Zerbini di muschio alto due dita coprivano la base dei tronchi e gran parte dei massi che emergevano dalla coltre di foglie e detriti in decomposizione che ovunque ricopriva il suolo. Chiocciole da Guinness dei primati, minuscolissime rane, porcini da combattimento.
Facemmo la conoscenza di un limitato ma rappresentativo campionario dei 350 tipi di insetti dichiarati dalla VM. Ancora più avanti, dove la carrareccia diventava un sentiero che raggiungeva un ruscello, era un rincorrersi di tracce di animali, con i relativi escrementi, passati di lì non prima della notte precedente, evidentemente recatisi all’abbeverata. Inquietanti orme grandi una volta e mezza la mia mano rammentavano che nel parco vivevano anche orsi feroci…
Si respirava davvero aria di wilderness, ogni senso era investito dalle emanazioni della natura: gli effluvi del sottobosco, l’umidità palpabile, gli stridii dei rapaci, frullii d’ali tra le fronde, fruscii di foglie, gorgoglio di ruscelli, la nebbiolina che si attardava sopra le zone più ricche d’acqua. La foresta equatoriale che ricopre le falde del Mount Kenya era senza dubbio molto più rumorosa (qui mancavano le scimmie urlatrici) ma l’impressione di piccolezza, quando cercavo le cime degli alberi quaranta metri sopra la mia testa, e d’immersione in una natura non dominata dall’uomo, dove l’uomo è estraneo o, al più, semplice anello della catena alimentare, era – vagamente – la stessa.
Più tardi avrei ricevuto risposte al goliardico SMS inviato ad alcuni conoscenti: «Incappato in orme di orso in foresta primordiale del Montenegro». L’amico allupato in vacanza sulle Alpi venete: «Scappate! Mettetevi in salvo! Voi e le mie due montenegrine» (che avevo promesso di portargli in regalo). L’amico in vacanza in Sardegna: «Orme di astice e gamberoni. Ci deve essere ristorantino nei paraggi». A sera inoltrata, poi, mi perveniva un messaggio rassicurante: «Confermo avvenuta estinzione degli astici».
Di ritorno al campo, l’atmosfera di pace assoluta del primo mattino era andata irrimediabilmente perduta. Manipoli di picniccari fumiganti e caciaroni avevano invaso l’area. Le musiche a tutto volume in stile arabeggiante che provenivano, mischiandosi in un cacofonico contrappunto, da alcune automobili parcheggiate in modo casuale tra gli alberi avevano fatto scappare gli ultimi orsi. Ma presto si rimpianse anche la musica turca, sostituita da martellante techno della più infima specie. Il campeggio aveva inaspettatamente ritrovato le stelle perdute della discoteca e dei barbecue.
Meglio andarsene, ricordandosi di tornare, se mai ne fosse capitata l’occasione, in un tranquillo giorno lavorativo.

Un centinaio di chilometri più in là in direzione sud-est, narrava la Visit Montenegro, condivise con l’Albania in un costituendo parco naturale di cui da molto tempo si ciancia ma che ancora non vede la luce, si ergono maestosi i monti di Prokletije, «le montagne più glaciali d’Europa, dopo le Alpi», «le più inesplicabili, le più inavvicinabili e selvagge dei Balcani (J. Petrovic)», regno dei pastori semi-nomadi e delle aquile dorate. «Si rabbrividisce di fronte al fiero ritratto di questa gigantesca catena di monti (Jovan Cvijic)». Quando avanzerai verso Prokletije – si poteva leggere – le porte dello stupefacente tesoro ecologico si spalancheranno di fronte a te. Se il tuo obiettivo è quello di sbarazzarti dello stress («millennium rush») e della «consumer mania» e se possiedi spirito d’avventura in misura sufficiente per un incontro ravvicinato con il prodotto della creazione del mondo, allora, ragazzo, i monti di Prokletjie sono esattamente ciò che hai sempre sognato. (Beh, “ragazzo” l’ho aggiunto io).
Proprio quello che andavo cercando e, pur non facendo parte dell’Olimpo delle Top Ten, non si poteva fare a meno di andare a controllare.
Per strade secondarie si raggiunse Matesevo e Andrijevica. Percorso appenninescamente tortuoso, di quelli da nausea assicurata a chiunque non sia al volante e non abbia il buon senso di dormire. Non c’era il traffico pesante (il solito camioncino scassato che ti si piazza davanti proprio all’inizio di quaranta chilometri di curve strette). Non c’era neanche il traffico leggero, se si escludono un paio di asini e qualche vecchio contadino a piedi. Ma l’effetto delle curve sull’andatura era sempre lo stesso: trenta, massimo quaranta chilometri all’ora.
A Matesevo il poliziotto a cui chiesi la direzione per Andrijevica mi interrogò sulla destinazione finale.
«Plav, Gusinje…»
Lui guardò mia moglie e, sghignazzando, insinuò beffardamente: «Gusinja?»
Moglie piccata per essere stata presa per una profuga albanese. Colpa mia e dei miei itinerari spartani che impediscono la frequentazione di parrucchieri ed estetisti.
Fino al passo Tresnjevik, spartiacque tra il bacino del Tara e quello del Lim (un altro affluente più orientale della Drina), era tutto un bosco, la visibilità massima che non si spingeva oltre la prossima curva. Poi al colle tutto cambiò improvvisamente. La vista si allargò su una valle ampia e arrotondata e anche il tempo, finalmente, migliorò. Molte casette sparse, ciascuna col proprio appezzamento di terreno e molti alberi da frutta. Molte case a un solo piano erano imbiancate a calce, gli infissi verniciati di azzurro così come la cornice delle finestre, il tetto molto spiovente e sgrondante sul davanti a formare un patio sostenuto da pilastri in legno. Mucche, galline, qualche cavallo.
Fino ad Andrijevica la strada, nonostante un paio di milioni di curve, aveva mantenuto sostanzialmente una rotta precisa verso est. Qui ci si ricollegò con la strada statale che, provenendo da Podgorica, cinge sugli altri tre lati il quadrilatero del massiccio di Bjelasica, che contiene il parco di Biogradska Gora, da cui provenivamo. Lo stradone, largo e scorrevole, proseguiva fino a Murino, dove si biforcava. Verso est si poteva salire al mitico passo di Cakor, il più alto della ex Jugoslavia, addentrandosi nelle magnifiche gole di Rugovo, porta del Kosovo, in uno dei percorsi più panoramici e avventurosi (ovvero non asfaltati) descritti nella vecchia Guida Verde, sognate fin da ragazzo quando per la prima volta mi capitò fra le mani il volume, giungendo infine alla splendida Pec, ricca dei suoi ineguagliabili tesori serbo-ortodossi. Ma purtroppo era Kosovo, e di là non si passava. O meglio, sarebbe bastato un semplice permesso della KFOR… E poi, cosa restava della “Gerusalemme ortodossa”, se nella “Guerra dei dieci anni” avevo potuto leggere (a proposito della guerra in Kosovo del 1999-2000) che «la ritirata dei serbi, l’arrivo delle truppe NATO e la discesa dei guerriglieri dell’UCK dalle montagne avvengono nello spazio di poche ore, e senza incidenti di rilievo. A Pec i tank di Milosevic abbandonano la città deserta e devastata mentre entrano in città i carri armati Leopard dell’esercito italiano»? (6)

Dall’altra parte, verso sud e via Plav, si poteva giungere in breve al massiccio di Prokletije, ed è li che saremmo andati. Non prima però di un accurato controllo dei documenti, il primo da quando eravamo in Montenegro, da parte di due zelanti poliziotti che, dopo un lungo copiare dati su di un’agendina, confabulare, sfogliare passaporti alla ricerca di chissà quale prova di reato, sbirciare nel camper (non pensai, lo giuro, alla Carta Verde) faticosamente si fecero capire: il dato che mancava, vanamente cercato sui documenti, era il nome di battesimo del padre dei titolari dei passaporti. Ottenuta soddisfazione ci fecero passare, suggerendoci di pernottare senz’altro al Kamp che avremmo trovato sulle rive del Plavsko jezero, il lago di Plav.
Il lago c’era; il campeggio, invece, era chiuso da secoli. Procedemmo allora fino al termine della civiltà, cioè dell’asfalto, alla periferia sud di Gusinje, oltre il quale si ergevano le montagne glaciali e, più in là, si dispiegava l’Albania. Gusinje era un paesotto incredibilmente ben dotato di negozietti di generi alimentari, tutti identici e situati l’uno a fianco dell’altro lungo due interi lati del quadrilatero che esaurisce la viabilità cittadina, probabilmente sufficienti a sfamare tutta la popolazione residente tra Murino e il confine con l’Albania.
Sul bordo della strada una donna conduceva senza fretta una mucca. Una capra invece procedeva al trotto conducendo un ragazzo in mezzo alla strada. Vecchine in nero guardavano perplesse il mio camper. Passò un contadino con un cavallo grigio che sembrava scappato da un monumento equestre: mai visto un cavallo tanto massiccio, un bulldozer di cavallo.
Una moschea in cemento armato fece la sua puntuta comparsa in fondo all’abitato e di fianco a questa un’altra, curiosa, interamente in legno compreso l’esilissimo minareto, ricordando che si era al confine con un altro mondo.
Alcuni campi zingari, ai bordi della strada, erano base di partenza per il girovagare di sciami di bambini e ragazzotti, oltre che luogo di accumulo di grandi quantità d’immondizia. Mi venne il sospetto che il poliziotto di Matesevo forse intendeva alludere alle donne zingare, non alle albanesi, indicando mia moglie. Screanzato!
La fatiscenza delle costruzioni contrastava drammaticamente con la magniloquenza dei cartelloni pubblicitari che davano il benvenuto (o l’arrivederci, a seconda della direzione) a Gusinje. Reperti sopravvissuti di un passato glorioso di ridente località turistica? O esiguo investimento pubblico per rilanciare il turismo in questa zona, che davvero potrebbe essere una meta d’eccezione, tanto eccezionale è l’ambientazione naturale?
Mi venne da pensare che, fossimo stati nel Maramures, nella Romania più antica al confine con l’Ucraina, a quest’ora più d’una famiglia vedendo l’incertezza dello straniero avrebbe già spalancato il cancello del proprio giardino, improvvisando una calorosa accoglienza. Quella sera, qualche anno dopo il crollo del Muro di Berlino, dopo aver percorso la lunga strada che ci aveva fin là condotti dal confine ungherese, non sapevamo proprio dove andare a sostare: oramai era buio, slarghi sulla strada principale di Birsana – concepita per il rado traffico di carretti trainati da buoi e fiancheggiata dagli spettacolari portali in legno intarsiato – non ce n’erano, men che meno piazze ove parcheggiare; il sagrato che ingenuamente cercavamo semplicemente non esisteva: la chiesa in cima alla collina, splendida costruzione interamente in legno, era raggiungibile percorrendo uno stretto e ripido sentiero. Sui due piedi, allora, il contadino, accogliendoci come fossimo di famiglia, ci aveva proposto, ammiccando con espressione di complicità, una cena di tutto rispetto: «Mamaliga? Mamaliga cu branza?» (polenta al formaggio), e ci aveva tenuti in ostaggio per due giorni, perché non potevamo certo andarcene prima di aver visitato la zona, con l’aiuto del figlio prete e dell’amico che studiava a Roma per diventare vescovo. Alla fine ci avevano anche regalato una quantità da caserma di palinka (grappa) di prugne, di una qualità che ci era parsa ineguagliabile.
Qui, dove la situazione economica non era poi così diversa, tra gli sguardi diffidenti della gente si aveva l’impressione che l’unico interesse che si destava fosse quello di ragazzini dalle mani troppo leste… Allucinazioni da stordimento per la milionesima curva?
Assorto in questi pensieri schivai un tombino aperto, largo molti pollici più delle mie ruote, risparmiando al semiasse una rottura disastrosa. Riprendendomi di botto non persi nemmeno tempo a pensare a cosa sarebbe potuto succedere se il destino mi avesse tracciato un percorso pochi centimetri più a destra…
Le montagne, ancora più a sud, vicine e irraggiungibili, erano veramente glaciali, alpine, selvagge, invitanti; la strada era finita e anche il tempo sembrava essersi messo definitivamente al bello, e fu con la morte nel cuore che decidemmo di girare la prua e tornare indietro; eravamo soli, nell’impossibilità di garantirci un minimo di sicurezza. Nessun contadino rumeno ci aprì la porta della sua casa. Prima di dichiarare la resa feci un ultimo tentativo a Plav, dove un poliziotto armato del solito pistolone radar per il controllo della velocità era intento a scovare pericolosi trasgressori. Gli chiesi, poco convinto: «Autocamp?»
«Nema, nema», rispose dispiaciuto, spiegando in un accettabile inglese che «our country has a political situation not very good, e quindi non abbiamo campeggi… ma piano piano ci stiamo riprendendo… se volete più avanti c’è un hotel».
Ormai anche la mia bimba di tre anni aveva imparato il ritornello: «Autocamp? Nema! Autocamp? Nema!»
Era davvero un peccato. Anche perché non lontano, sui monti, c’è il Ridsko jezero, un «dono divino» secondo la leggenda: gli dei crearono questo splendore di lago ad uso delle fate, affinché vi si potessero bagnare lontane da indiscreti occhi umani. A causa della leggenda ancora oggi – a voler credere alla Visit – la gente confida nelle miracolose proprietà curative delle acque di quel lago, tanto che le fanciulle vi si immergerebbero, ignude, nella speranza di diventare più belle, sane e fertili.

Il ritorno al Biogradsko jezero per gli altri tre lati del quadrilatero prese poco più della metà del tempo richiesto all’andata dal quarto lato. Quando si progetta un viaggio studiando la Turisticka Karta della SR Crna Gora (ovvero della Repubblica del Montenegro) prodotta dalla MontenegroExpress, Turisticka Agencija, non ci si deve lasciare ingannare dai simboli, che qui raramente hanno una precisa corrispondenza con le convenzioni cui siamo avvezzi. Per il Touring Club Italiano una linea rossa è necessariamente una strada statale; per la MontenegroExpress è semplicemente una via di comunicazione e la distinzione tra arterie principali, strade secondarie e piste per boscaioli, ben lungi dall’essere codificata con segni, larghezze e colori, è lasciata alla fantasia del disegnatore e demandata alla verifica empirica. Comunque sia, dovessi scegliere, rifarei sicuramente il tratto appenninico del massiccio di Bjelasica. E forse, pur con qualche brontolio, mi seguirebbe ancora anche mia moglie.
Da dietro una curva apparve e subito si dileguò un camper, di cui mi sfuggì la nazionalità, unico esemplare che mi era capitato di incrociare fino ad allora in Montenegro.
Al Campsite “Biogradsko jezero” ormai non c’era quasi più nessuno. Adesso la musica che si diffondeva da un’auto era pop montenegrino misto a canzoni italiane tradotte in serbo-croato, a volume un po’ più basso, quasi accettabile. Fortunatamente di lì a poco ricominciò a piovere e anche gli ultimi gitanti furono costretti a sloggiare, lasciandoci soli in balia degli orsi che, nonostante tutto, facevano in modo di tenersi bene alla larga.
Quasi soli in realtà, perché quando spiovve ci accorgemmo che in quella sorta di gazebo che stava qualche metro più in su nel bosco, dove per tutto il giorno avevano bivaccato numerosi girarrostai, erano rimasti quattro compagnoni che avevano ripreso le bevute, mentre echeggiavano risate rimbombanti (maschili) e squillanti (femminili). Pian piano anche le ultime risate si spensero e fummo immersi nel più completo silenzio e nella più nera oscurità. Resterà per sempre un mistero se i quattro abbiano dormito in macchina o sui tavolacci in legno fuori dal gazebo, facile preda dei plantigradi affamati. Ad ogni modo, la mattina erano spariti.

La nuova rotta era a sud, verso la capitale Podgorica, il lago di Scutari e l’Adriatico. Subito raggiungemmo Kolasin, dove «non si può immaginare niente di più bello di ciò che la natura ha concesso a questa regione». Al di là di qualche sfumatura del linguaggio adottato dalla VM che avrebbe potuto indurre i più critici a trovare l’affermazione un tantino esagerata, non si poteva negare che i dintorni fossero attraenti e, d’altra parte, il già conosciuto Biogradska Gora era situato a poca distanza. Boschi, pascoli senza fine, campi falciati si dispiegavano nelle quattro direzioni. Ma per apprezzare pienamente la straordinaria bellezza della regione si sarebbe dovuto tornare in inverno, quando campi, pascoli e boschi sarebbero stati ricoperti da una immacolata coltre di neve. «Una Svizzera intatta» aveva scritto un giornalista tedesco deliziato dalla grazia dei luoghi, dopo una vacanza invernale a Kolasin. Tuttavia, puntualizzava Visit Montenegro, ogni stagione si addice a queste contrade: quale che sia il desiderio dell’ospite, egli sarà accontentato. Per chi voglia sciare ecco le piste della Bjelasica. Per chi desideri sperimentare l’ebbrezza della pesca, voilà, torrenti brulicanti di trote che non aspettano che voi per abboccare. Per chi non possa fare a meno di improvvisarsi cacciatore, ecco disponibili guide esperte in caccia grossa e piccola. Per chi non chieda altro che ritrovare sé stesso immergendosi nella natura incontaminata, ecco lunghi sentieri sui quali dimenticare i drammi del mondo e della vita. Le avventure sul Tara, per i più impavidi, possono addirittura iniziare da qui, a più di cento chilometri da Scepan Polje e dalla Bosnia. Le più famose aree per picnic dei Balcani (questo lo sapevamo bene) sono situate qui in giro. Non c’era bisogno di cercare altre ragioni per decidersi a programmare una vacanza a Kolasin e dintorni dove, preparando la valigia, «non è necessario ricordarsi dell’aspirina» e, camminando su e giù per i sentieri della Bjelasica, si potrà «beneficiare degli effetti sedativi delle foreste montane». Tutto vero, nonostante il linguaggio superlativo della propaganda, tutto esatto. L’unica affermazione che lasciava di stucco era la risposta all’impertinente quesito se qui si possa sciare in costume da bagno, a luglio: «Naturalmente! Sciare è possibile a luglio, perché qui la neve è alta due metri, anche tre!» La quota, il clima e tutto il resto non mi permettevano di credere ciecamente a questa possibilità. Qui si intuiva che l’oscuro redattore si era lasciato un po’ andare. Tuttavia, essendo agosto, era perfettamente lecito che la neve si fosse già sciolta e, per verificare la bizzarra affermazione, avrei dovuto tornare un altr’anno, a luglio.

Lungo la E27 per Podgorica (questo è il codice impresso sulla Turisticka Karta, ma per la De Agostini, e anche per il Touring, si trattava della E65/E80), raggiungemmo un altro vero gioiello dell’arte serbo-ortodossa, il Manastir Moraca, colpevolmente snobbato dalla Visit, costruito a metà del ‘200 e anch’esso passato attraverso drammatiche vicende: distrutto nel ‘400 dai turchi, fu ricostruito nel secolo successivo e di nuovo magistralmente affrescato su tutte le pareti interne e sulle volte da Strahinja da Budimlje e dal grande Kozma, già incontrati al monastero di Piva, oltre che da altri anonimi.
Dalla distruzione si salvò solo un frammento dell’apparato decorativo originario, raffigurante una scena della vita di Sant’Elia, del XIII secolo, situato nel diakonikon e pertanto non visibile al pubblico, se non attraverso una copia che può essere osservata nel naos. Qui vi sono affreschi anche sulla facciata, dipinti nel primo ‘600 da Georgije Mitrofanovic, del convento di Hilandar sul Monte Athos. L’iconostasi è spettacolare e la porta d’ingresso, in legno con finissimi intarsi in avorio, merita di essere osservata con attenzione. All’interno della chiesa, riproduzioni di antiche icone erano in vendita per pochi euro.

Durante la ripida discesa verso Podgorica un camion dotato di rimorchio ma non di freni procedeva in prima, alla velocità costante di 15 chilometri all’ora. Si generò in breve una lunga colonna di mezzi, da tutti ritenuta inevitabile a causa della tortuosità della strada. Da tutti, tranne che dagli autisti di due autocisterne cariche di carburante sopraggiunte da dietro che, spazientiti, iniziarono subito a chiedere strada a suon di trombe. Dopo pochi minuti e non avendo ancora ricevuto soddisfazione dal lento convoglio e soprattutto dal detestabile collega alla guida del camion-lumaca sprovvisto di freni e di fegato, incuranti delle curve cieche le due autocisterne si lanciarono, una dietro l’altra, in un azzardatissimo sorpasso multiplo (stile roulette russa) sulla strada a serpentina, rientrando più volte e improvvisamente, pochi istanti prima dallo scontro frontale con chi aveva la sventura di procedere nell’altro senso, scavandosi impensabili nicchie nella colonna dei veicoli superati. Stupore, improperi, panico tra gli automobilisti rinchiusi tra le lamiere di piccole vecchie Yugo.
Non era la prima volta che assistevamo a simili prove di coraggio, anche se non era mai successo di vedere protagonisti mezzi tanto pericolosi. E l’audacia, su quelle strade, doveva accompagnarsi alla fortuna visto che, su tutte quelle percorse, ci imbattemmo in un solo incidente. La polizia, generalmente onnipresente sulle arterie principali e in corrispondenza di centri abitati e incroci, era stranamente assente. Ormai si sarebbe potuto prevedere con precisione quasi infallibile, in base alle caratteristiche del percorso, la presenza di pattuglie appostate per il controllo della velocità o impegnate nella successiva attività sanzionatoria, ma quel giorno era domenica e la domenica, si sa, la polizia è più tollerante.

Gli ultimi trenta chilometri verso Podgorica attraversavano l’ennesima splendida gola, prima stretta e incassata tra alte pareti verticali, come tante altre già percorse, poi sempre più larga, con un primo letto oggi abbandonato dal fiume e usurpato dall’uomo per le sue colture, a sua volta profondamente inciso da un più profondo solco serpeggiante, sul fondo del quale scorreva il solito corso d’acqua smeraldino. La vegetazione bassa e la roccia calcarea somigliavano a quelle delle gorges della Francia meridionale, al di là del Rodano.
Ora di pranzo. Iniziò un’incredibile sequenza di ristoranti e ristorantini – saranno stati qualche decina nello spazio di pochi chilometri – tutti rigorosamente vuoti salvo, forse, uno o due tavoli nei più frequentati. Nelle vicinanze della capitale, poi, i ristoranti furono sostituiti da una ancor più incredibile serie (molte decine) di venditori ambulanti di uva e ottimi fichi, acquattati uno dopo l’altro sotto il sole cocente che, dopo vari giorni di pioggia, era definitivamente ricomparso con tutta la sua potenza mediterranea.
Al bar di un distributore di carburante, che poteva benissimo essere stato trasportato lì la notte prima dagli alieni, tanto era moderno e sfavillante – marmi e acciai a profusione, un gestore servizievole e una cameriera indolente – tre motociclisti misti rimino-torinesi dai crani lucidi da poco accuratamente rasati, stravaccati intorno a un tavolino a poca distanza da motociclette che non avrebbero sfigurato sulla pista di Imola, sorseggiavano pigramente una birra, contagiati dal fervore della cameriera. Uno di loro consultava con aria poco convinta una carta stradale d’Europa in scala 1:3.000.000, unico loro strumento di orientamento nei Balcani, che poteva andar bene per il Montenegro come per il Portogallo. Suggerii loro di andare a visitare le montagne del nord, ma la carta non consentiva di verificare le mie indicazioni e lasciai perdere.
Passammo senza nemmeno accorgercene, colpa della superficialità del Ministero per la Segnaletica stradale, a fianco di Doclea, il più grande centro urbano creato in periodo di dominazione romana in Montenegro, fondato dai Flavi nei primi anni del I secolo dove la Zeta termina il suo corso confluendo della Moraca, e subito elevato al rango di municipium. Dopo la suddivisione amministrativa dell’impero nel 297 voluta da Diocleziano, divenne capitale della provincia di Prevalis. Nei due secoli successivi subì in varie ondate la penetrazione di tribù barbariche; fu demolita dai Goti all’inizio del V secolo e ci si mise pure un disastroso terremoto nel 518. Dopo la ricostruzione, infine, furono gli Slavi ad assumersi l’incarico di distruggerla definitivamente nel 620. Gli scavi, iniziati già alla fine dell’800, furono ripresi in varie occasioni e di nuovo, recentemente, nel 1998, e portarono alla luce una città in cui il concetto romano dell’urbanistica a scacchiera era adattato alla natura asimmetrica del terreno; i monumenti ritrovati comprendono il foro, un arco trionfale, tre templi di cui uno dedicato alla dea Rom e un altro a Diana, le terme, due basiliche paleocristiane e varie necropoli.

L’attraversamento di Podgorica, a cui recentemente è stato restituito l’antico nome dopo i decenni in cui il culto della personalità tipico dei paesi scarsamente democratici l’aveva obbligata a mutarsi in Titograd, mostrò una città polverosa, con molti alberi smunti ricoperti di polvere, case basse color polvere, traffico ondeggiante con scarti improvvisi imposti dalla presenza di auto ferme in terza fila (senza, in genere, che qualcuno occupasse la prima o la seconda, o entrambe), pedoni incuranti della propria sorte, qualche motorino indisciplinato, ma senza la frenetica corsa a chi passa per primo che caratterizza le nostre città mediterranee, in un fluire lento e sinuoso presidiato dall’occhiuta presenza della polizia. Scoprii così che, per la polizia della capitale, la domenica non esiste.
Sviluppatasi dall’originaria città romana di Birziminium, non distante da Doclea, l’attuale città giace tra le rive di ben sei fiumi (Moraca, Ribnica, Zeta, Sitnica, Mareza e Cijvena) e nel 1326 prese il nome attuale dalla collina Gorica che si eleva sulla parte settentrionale dell’odierno agglomerato. La VM accennava distrattamente ad una lunga tradizione (pur non precisando di che), i cui segni potevano essere agevolmente notati dietro l’immagine della città moderna. Quando però iniziava a passare in rassegna le diverse attrattive del luogo, l’argomento veniva affrontato piuttosto da lontano, facendo sorgere qualche sospetto. Si parlava così delle famose località balneari della vicina costa adriatica (a soli cento chilometri in direzione sud-ovest), dei centri invernali «very attractive» sui monti di Bjelasica (pressappoco alla stessa distanza, ma in direzione nord-est) sottolineando entusiasticamente il fatto che con sole due ore di macchina lo sci d’acqua poteva essere coniugato con quello alpino, ma tralasciando di puntualizzare che il fanatico sciatore avrebbe dovuto fermarsi ad aspettare, in qualche luogo lungo la strada, quei quattro o cinque mesi richiesti dal lento fluire delle stagioni; ultimo, ma non da meno, era citato lo Skadarsko jezero, il lago di Scutari, che insieme alla valle della Zeta era dipinto come un vero giardino dell’eden. Il clima, poi, consentiva la produzione di vini eccellenti (il Vranac e il Procorden) così come di rakija, altrimenti detta “acqua di vita” (parente della nostra acquavite, I suppose).
Delle meraviglie urbane lasciate dalla lunga tradizione, invece, nessun cenno. In ogni caso il visitatore avrebbe potuto sentire il calore dell’ospitalità di una metropoli filo-europea, in evidente contrasto con le tendenze anti-occidentali che, tra le righe, venivano attribuite all’altra capitale confederata, Belgrado. Venne in soccorso la Guida Verde che, quasi altrettanto distrattamente, segnalava la presenza di qualche museo e di alcuni edifici di epoca turca.

L’improvvisa calura piombata sulla regione dopo settimane di tempo variabilmente piovoso, l’eccesso di polvere e la vicinanza di uno dei luoghi più celebrati dei Balcani congiurarono contro l’ipotesi di una visita approfondita della capitale e proseguimmo in direzione dello Skadarsko jezero, Top Ten n. 10: The last resort of pelicans.
Dopo qualche chilometro di ancor più polverosa periferia si cominciarono a scorgere i profili conici delle colline che circondano il lago, già osservati da lontano fuori Cetinje, qualche giorno prima. Il lago si presentò improvvisamente dopo una curva nella sua duplicità immediatamente percepibile. Sul versante meridionale colline scoscese si tuffavano nell’acqua liscia come un vetro, offuscate dall’evaporazione nella calura pomeridiana.
Il lato settentrionale e la sezione occidentale, oltre il ponte che lo attraversava in direzione del mare che ormai non era lontano, avevano fondali più bassi e ampie distese di canne. Barchette di legno scuro solcavano lentamente la superficie, governate da pescatori impegnati a muovere il natante spingendo l’estremità superiore di una lunga pertica che si perdeva nell’acqua, o a maneggiare le reti con maestria antica.
Qualche barcone per gitanti girovagava alla ricerca della fauna che, però, a quell’ora se ne stava ben nascosta, riparata all’ombra delle canne.
E così quello era il famoso lago di Scutari, incontrato per la prima volta tanti anni prima su non ricordo più quale rivista, in un articolo che era rimasto impresso nella mia memoria e riposto ordinatamente nell’archivio mentale dei luoghi che, prima o poi, avrei visitato. Detentore del record dei superlativi attribuibili ad un lago, non solo era la più grande distesa d’acqua dolce di tutti i Balcani, ma anche l’ultimo rifugio dei pellicani e il più grande santuario ornitologico d’Europa. Numerosi monasteri, chiese e fortezze, costruiti sulle isole a poca distanza dalle rive, sembravano scaturire direttamente dall’oscuro passato, testimoni di cruente battaglie tra montenegrini e turchi. Insomma, quella era una delle più grandi attrazioni naturali e storiche del Montenegro e in effetti, a prima vista, non dava l’impressione di voler deludere le attese.
In base a ciò che poteva essere desunto dalla VM, sempre ricca di informazioni pratiche, lo Skadarsko jezero era stato incluso fin dal 1996, con la Ramsar Convention, nella «lista mondiale delle paludi»; qui i bird-watchers avrebbero potuto scatenarsi alla ricerca delle 270 specie di uccelli, tra le quali molte rare o in via d’estinzione. Il marchio di fabbrica, tuttavia, era costituito dal pellicano, di cui potevano già essere individuati i primi esemplari stampati sulle cartoline o dipinti sull’insegna di ogni esercizio che avesse a che fare con il comparto turistico. Circa quaranta specie di pesci vivevano nelle acque di quel lago e tra le più interessanti potevano essere enumerate le varietà autoctone di carpe e alborelle; ma a questo proposito la notizia sensazionale era che anche alcune specie di pesci d’acqua salata potevano essere scovate da queste parti: anguille, salmoni e molte altre. Insomma, pareva proprio che ce ne fosse per tutti i gusti.

Pochi metri dopo il ponte raggiungemmo Virpazar, da qualcuno imprudentemente denominata la Venezia del Montenegro, gradevole paesetto di pescatori dominato dai ruderi di una fortezza raggiungibile con una breve passeggiata per un sentiero infestato dai rovi. In cambio di qualche graffio ottenemmo delle belle vedute sul lago e sulle alture circostanti. Sul sentiero incontrammo una tartaruga da corsa.
In paese fummo subito abbordati da qualcuno che offrì una gita in barca sul lago. Le profferte furono subito accantonate e l’attenzione rivolta alla calorosa accoglienza riservataci da Ivana, figlia del ristoratore locale, studi a Firenze, ottimo italiano nemmeno aspirato, che ha aperto nella capitale un’agenzia di relazioni culturali italo-montenegrine occupandosi, tra l’altro, di dare assistenza agli studenti suoi connazionali che intendono frequentare le università italiane.
Parcheggiammo nella piazzetta davanti alla caserma e ci installammo sulla terrazza del ristorante, dopo esserci informati sulla sicurezza del luogo: ci impensierivano alcuni cartelli, scorti sulla riva del lago, che mettevano in guardia i pescatori da eventuali borseggiatori.
«Non preoccupatevi, non è come in Italia», ci rassicurò Ivana, accento sulla I, «qui da noi non c’è ancora la cultura del furto».
Fingendo di non cogliere l’amichevole ironia (in effetti, pur con tutte le mie peregrinazioni nell’Europa comunitaria ed extra, l’unica volta che mi è capitato di trovare il camper svaligiato al rientro da una scampagnata mi trovavo sul lago di Avigliana), insistetti: «Ma… e i cartelli sul lago?»
«Quelli?» Sorriso carico d’indulgenza. «Cosa avete capito. Servono a ricordare che nel lago è vietato pescare in certe stagioni…»
Sarà, ma ancora oggi, quando penso a quei cartelli piazzati lungo la riva del lago in modo ben visibile, faccio una gran fatica a convincermi che quella sagometta nera su fondo rosso che, per una sfortunata coincidenza inavvertitamente sfuggita al grafico che l’ha disegnata, sembra mostrare un diavoletto che allunga le mani sulla borsa che un pescatore incauto ha lasciato dietro di sé mentre è assorto nella sua attività prediletta, in realtà è una rappresentazione naive del demonio intento a rubare l’anima del pescatore peccatore, colto in flagrante nell’atto di trasgredire le imperative norme sulla pesca…
Dopo tanta strada percorsa, dedicammo pomeriggio e serata al relax e alle chiacchiere. In luogo dei soliti raznjici e cevapcici, fu una bella sorpresa la curata cucina tradizionale della mamma di Ivana, al ristorante-albergo Pelikan. Nell’entusiasmo dovuto alla prospettiva di una cena a base di pesce finimmo per ordinare fin troppo, non tenendo conto delle porzioni luculliane e ben presentate che in sequenza avrebbero invaso la tavola e che sarebbe stato impossibile terminare. D’altra parte, la scelta sarebbe stata ardua fra gli ottimi antipasti (pesciolini vari, paté di pesce, prosciutto dalmato leggermente affumicato, formaggio feta e altro), una deliziosa zuppa di pesce e la carpa alla griglia, ovviamente autoctona, sorprendentemente saporita. Un consiglio allora potrebbe essere quello di ordinare piatti diversi e dividerseli, tralasciando per una volta il solito pivo a favore di un buon Chardonnay locale.
All’ultimo piano dell’albergo il proprietario aveva anche raccolto con grande passione una ricca serie di oggetti della vita tradizionale locale, allestendo un inaspettato museo in omaggio alla cultura contadina e della pesca. L’ambiente, riprodotto con cura fin nei dettagli più minuti, per Natale – se non ho capito male – si presta ad accogliere, dietro prenotazione, cene in rigoroso stile tradizionale.

Chiacchiere con Ivana del Montenegro, dopo la cena pantagruelica, tra una fetta di torta casalinga e un bicchierino di rakjia.
«Qui da noi c’è una gran confusione in questo momento. Ci sono due legislazioni in vigore (la jugoslava e la montenegrina) in contrasto tra loro e non si sa mai con certezza quale si deve applicare. Dopo le elezioni del 2000, il governo del Montenegro non riconosce più quello federale jugoslavo. Non si riesce a fare previsioni che vadano oltre i sei mesi: in autunno ci saranno le elezioni sia da noi sia a Belgrado e le cose potrebbero cambiare ancora». Ecco spiegato perché, in tutto il Montenegro, non era possibile scovare un cartello stradale sul quale non fossero stati appiccicati tre o quattro foglietti colorati con i nomi dei candidati politici, rendendo del tutto arbitraria l’interpretazione della segnaletica.
«Questi dieci anni di sanzioni e d’isolamento hanno sconvolto l’economia del paese. Sono pochissimi quelli che avevano delle attività turistiche e sono riusciti a sopravvivere».
Nel 2000 Milosevic, con un colpo di mano, ha cambiato unilateralmente la costituzione federale, modificando il sistema d’elezione del presidente che, mentre prima era eletto dal parlamento federale (nel quale i rappresentanti delle varie repubbliche erano in numero prefissato, dunque anche il piccolo Montenegro aveva un peso rilevante), ora è eletto direttamente dalla popolazione jugoslava e quindi, di fatto, dai più numerosi serbi. Djucanovic (il presidente montenegrino) ha allora deciso di boicottare le elezioni presidenziali federali e per questo il nuovo presidente non è riconosciuto dal Montenegro, mentre l’appartenenza montenegrina alla federazione jugoslava è ora sospesa in una specie di limbo; Kostunica (il nuovo presidente serbo), nonostante il suo nazionalismo non più mite di quello del politicamente defunto Milosevic, non si è ancora azzardato a prendere una posizione decisa. In un normale sistema democratico una situazione del genere sarebbe inconcepibile, ma nei Balcani sembra che qualunque architettura politica sia possibile. C’è anche chi si spinge a dire che, nonostante le proprie altisonanti dichiarazioni, il filo-occidentale Djucanovic, succeduto nel 1998 a Momir Bulatovic, fedelissimo di Milosevic, non abbia mai voluto seriamente l’indipendenza del proprio paese, ma che i suoi discorsi minacciosi «non erano altro che merce di scambio nella lotta politica con Bulatovic e Milosevic». (7)

Racconto a Ivana il mio attraversamento della Bosnia e le impressioni che ne ho riportato. Le chiedo se prima della guerra la convivenza tra le varie etnie fosse davvero pacifica o se era mantenuta tale dai carri armati di Tito, come ci raccontava la professoressa di storia alla scuola media.
«C’erano anche molti matrimoni misti (un terzo), parlavano tutti la stessa lingua. Io non so cosa sia entrato ad un certo punto nella testa di Milosevic, Tudjman e Izetbegovic; in fondo erano tutti politicamente figli di Tito.»
Già, figli di Tito ma, come si dice, via il gatto i topi ballano; come già era successo più volte in passato i serbi ricominciarono a pensare alla Grande Serbia e i croati alla Grande Croazia: dopo essersi scannati per le Krajine, Milosevic e Tudjman pensarono bene di spartirsi la Bosnia adottando la logica reciproca secondo la quale tutti i serbi dovevano vivere in un unico stato a condizione che lo potessero anche tutti i croati. A proposito dei confini della sua nazione Tudjman diceva che «quel cornetto è innaturale», sognando che la Bosnia Erzegovina riempisse la pancia della Croazia. Fu così che anche Itezbegovic, da convinto fautore di un unico stato per le tre etnie bosniache, aggredito dalle mire espansionistiche dei suoi famelici vicini cominciò a combattere per trasformare almeno una parte della sua Bosnia in uno stato musulmano e per farlo non disdegnò l’aiuto degli estremisti islamici mediorientali. A questo punto anche gli Stati Uniti non poterono più rimanere inerti a fianco dell’inerme Comunità Europea che da anni ormai cincischiava con dichiarazioni di principio e inascoltati piani di divisione del paese, e cominciarono a loro volta a bombardare i serbi di Bosnia che non ne volevano sapere di fermare la propria espansione; finalmente, la guerra finì. Solo agli occhi del mondo, però, perché nel frattempo la feroce repressione operata in Kosovo dall’esercito serbo, ormai libero da altri “impegni”, sfociò dopo neanche quattro anni in una nuova guerra aperta che rischiò di coinvolgere anche la Macedonia. E un’altra volta furono solo le bombe americane che misero fine, al prezzo di pesanti “danni collaterali”, alla pulizia etnica messa in atto da Milosevic. I serbi dovettero rinunciare alla Grande Serbia e, di fatto e almeno temporaneamente, anche alla culla della propria civiltà (il Kosovo), dove al contrario i loro connazionali cominciarono a subire le sanguinose vendette dei terroristi albanesi, a stento tenuti a freno dalle forze armate internazionali della KFOR.
Il risultato più evidente di questi conflitti fu una gigantesca dislocazione della popolazione: dalle Krajine, dal Kosovo e dalla nuova Federazione di Bosnia-Erzegovina sparirono quasi completamente i serbi, mentre dalla Republika Sprska furono evacuati (o massacrati) croati e musulmani. Mentre in Croazia le minoranze serbe erano prima piuttosto concentrate nelle zone di confine e dunque le guerre si combatterono prevalentemente in quelle regioni, in Bosnia la situazione era molto più complicata; in un paese dove, prima del conflitto, i serbi erano presenti sul novantacinque per cento del territorio, i musulmani sul novantaquattro per cento e i croati sul settanta per cento, la “territorializzazione” immaginata da Milosevic e da Tudjman (i serbi nella Grande Serbia, i croati nella Grande Croazia e un terzo piccolo stato per i musulmani: Mate Boban, presidente dei croati di Bosnia a quel tempo, cinicamente affermò che «dobbiamo pur lasciare un po’ di terra anche ai musulmani perché abbiano un luogo di sepoltura») era terribilmente complicata e poteva essere realizzata solo con massicci trasferimenti della popolazione e l’uso della forza. E’ facile capire perché, in queste condizioni, si generò il caos più totale, dove tutti combattevano contro tutti; ad un certo punto vi furono persino scontri tra i musulmani favorevoli ad un’unica Bosnia multietnica e quelli che combattevano per uno stato islamico.
Anche i tentativi di pacificazione della regione promossi dalla comunità internazionale ebbero effetti devastanti: prima il piano Vance-Owen del 1992 per lo smembramento della Bosnia e poi gli ultimatum americani del 1995 ebbero tra i loro effetti una drammatica accelerazione delle operazioni di bonifica etnica, inducendo i leader nazionalisti a conquistare al più presto ciò che non era ancora stato conquistato e a “ripulire” quanto prima i territori dove c’era ancora una popolazione multietnica, definendo così al più presto i confini delle future provincie e sedendosi al tavolo della pace con una situazione territoriale il più possibile a proprio favore.
A metà del 1993 la Croce Rossa dichiarò che in tutta l’ex Jugoslavia i profughi erano tre milioni e 600 mila, di cui più di due milioni erano bosniaci. E si era ancora ben lontani dalla conclusione della guerra.
La conclusione di Ivana è deprimente: «Forse oggi in Bosnia è anche peggio di prima: la gente è incattivita e non si ammazzano solo perché c’è la SFOR a far da cane da guardia. Ma quando l’ONU se ne andrà, cosa succederà?»
Non molto diverso da ciò che disse Izetbegovic dopo che gli accordi di Dayton avevano zittito le armi: «La guerra è finita, ma verrà la terribile pace».

Forse le cose non stanno esattamente così. Forse negli ultimi tempi si comincia a scorgere un’inversione di tendenza. A Tuzla, per esempio, città contesa tra serbi e musulmani e rimasta, dopo la spartizione, alla Federazione di Bosnia-Erzegovina, si assiste al ritorno di serbi fuggiti nella vicina Republika Sprska: cinque mila nella prima metà del 2002. Le loro case sono state occupate dai rifugiati croati e musulmani a loro volta scappati dalla parte rimasta sotto il controllo dei serbi che, però, ne ostacolano il rientro. Nonostante questi problemi le testimonianze non parlano di tensioni nazionalistiche e, tutto sommato, il ritorno dei vecchi concittadini non è visto con preoccupazione; ovviamente il discorso cambia per quelli che hanno commesso crimini durante la guerra.
L’aspetto che lascia più sconcertati è la menzogna che, nei lunghi anni del conflitto e anche in seguito, ci è stata continuamente propinata da politici, diplomatici e parte della stampa. Che si sia trattato, cioè, di una guerra civile, etnica; che i crimini siano stati generati solo, o prevalentemente, dalla follia e dai desideri di vendetta di singoli gruppi di soldati o da bande di assassini sanguinari fuori controllo; che vi sia stata responsabilità e consenso da parte di larghi strati delle popolazioni che ricorsero automaticamente alla violenza degenerando in un conflitto determinato dall’odio nazionale… Questo era il dogma di riferimento, non diverso dalla tesi dello stesso Philippe Morillon, comandante dell’Unprofor in Bosnia dal ’92 al ’93, secondo cui la Jugoslavia «è un paese che ha alle spalle più di 563 anni di convivenza tra popoli diversi. Su questo suolo sono morte centinaia di migliaia d’individui. Pare che ogni cinquant’anni questo paese debba inevitabilmente ripetere la stessa esperienza drammatica, in cui confluiscono contemporaneamente una strenua aspirazione all’eroismo e una strenua aspirazione alla distruzione totale. Certi paesi hanno bisogno dell’orgiastica follia carnevalesca. Qui, allo scadere di ogni terza generazione, hanno bisogno di un massacro dopo il quale torna la pace». In sostanza le popolazioni balcaniche sarebbero composte da individui primitivi e barbari che, di tanto in tanto, non possono fare a meno di scannarsi tra loro. Forse era così una volta, quando si combatteva all’arma bianca. Ma oggi kalashnikov e granate non si trovano semplicemente entrando nei supermercati; qualcuno che organizzi, finanzi e sobilli deve pur esserci, ad alto livello, per scatenare un macello di così vaste dimensioni.
Non voglio esprimere giudizi su quale sia la fazione che debba portare il peso della responsabilità delle peggiori efferatezze compiute nei quattro anni della mattanza: anche le parti in causa riconoscono che vittime e carnefici stanno da tutti i lati. E se è vero che i serbi, questa volta, hanno causato il maggior numero di morti, profughi e sofferenze, non va dimenticato che, sessant’anni fa, essi furono vittime delle inaudite violenze degli ustascia croati che ne sterminarono a centinaia di migliaia. Ciò che intendo sostenere, in omaggio alle popolazioni civili che – ripetendo un cliché che automaticamente si ripropone alla conflagrazione d’ogni conflitto – sono le prime vittime delle guerre, e in sintonia con le testimonianze che, quasi in sordina, emergono dalle indagini sui crimini di guerra, è che i sentimenti cannibaleschi delle genti balcaniche poco c’entrano con ciò che è accaduto. La rivista online Balkan (www.ecn.org/balkan) pubblica vari interventi interessanti tra i quali una recente analisi di Ilario Salucci su “Crimini e criminali di guerra in Bosnia Erzegovina”. «In realtà non esistevano bande paramilitari fuori controllo, ma formazioni militari ciascuna con precise linee gerarchiche. Oggi sappiamo con esattezza, e al di là d’ogni dubbio, che i crimini di guerra commessi furono pianificati dalle varie gerarchie militari e politiche ed eseguite dai subordinati (si vedano le decine di migliaia di pagine delle trascrizioni dei vari processi tenuti all’Aja). Per quanto complesse queste linee gerarchiche fossero, esistevano e inquadravano tutti i vari attori militari della guerra bosniaca. Il fatto che crimini di guerra siano stati commessi da tutte le parti in conflitto, sostanzia la visione di una guerra civile, di una guerra etnica popolare. Ma una volta che si analizzano i massacri terribili che sono stati commessi in Bosnia, il dove, il quando, il come, il perché, e con la responsabilità di chi, un’altra logica emerge, ben diversa.»
Fonti, testimonianze e ricerche concordano nell’affermare che nei sei mesi che vanno dalla primavera all’autunno del 1992 circa 650 mila persone furono massacrate o espulse dai territori dell’attuale Republika Srpska. «Ripulire la RS di tutte queste persone in un così breve lasso di tempo fu un’operazione estremamente complessa e che fu pianificata e organizzata a livello civile e militare per parecchi mesi prima dello scoppio della guerra. La logica dei massacri compiuti non fu solo di terrorizzare la popolazione civile perché scappasse, ma anche creare una definitiva frontiera di sangue e di orrori tra la popolazione serba e tutte le altre, rendere impossibile nel futuro la ricostituzione della Bosnia d’anteguerra, recidendo nel modo più implacabile i legami sociali esistenti nella popolazione. La violenza scatenata fu solo apparentemente gratuita, ma accuratamente pianificata ed eseguita. Vi furono sicuramente persone inequivocabilmente psicopatiche o sadiche che operarono in questa situazione, ma queste persone erano state appositamente messe in una posizione di responsabilità, perché la loro psicologia rispondeva alle esigenze politiche e militari del momento.»
Il regime nazionalista di Milosevic alla fine della guerra in Bosnia, e ancor più dopo il Kosovo, è stato bastonato, ma il danno nel frattempo è stato fatto. Le parole di Boris Buden, scrittore croato, sono cariche di tristezza: «Oggi, dopo la guerra (ma è davvero finita?), le ragioni per odiarsi sono più numerose che mai. Rivolgendosi verso il passato, verso le montagne di cadaveri e di rovine, ogni uomo di buon senso fremerà di collera, piuttosto che versare lacrime di dispiacere e di tristezza. Chi ha fatto questo? Dov’è? Com’è potuto succedere?»
Milosevic è stato arrestato dal Tribunale penale internazionale dell’Aja. Il suo successore, Kostunica, non è meno nazionalista di lui. E’ solo più presentabile, non essendosi compromesso con le tattiche guerrafondaie adottate da chi l’ha preceduto, ma è ugualmente interessato alla Grande Serbia, ora meno lontana sia pure in versione ridotta, visto che ormai la popolazione è stata spostata e considerato l’interesse dei paesi occidentali alla stabilizzazione dell’area. «Ironicamente – conclude un’altra analisi di Michael Karadjis sulle conseguenze della caduta del dittatore serbo – ora che Milosevic ha fatto il lavoro sporco, i nuovi rappresentanti “moderati” dei medesimi interessi (nazionalisti), che sono rimasti inattivi e hanno tenuto le proprie mani relativamente “pulite”, possono trovarsi in una posizione migliore per completare il programma di Milosevic». (8)

L’improvviso temporale, poca acqua ma molte saette e tuoni rombanti, sconsigliò di andarci ad infangare in chissà quale tranquillo anfratto che il ristoratore si era dichiarato in grado di suggerire. Così ripiegammo sul piazzale davanti all’albergo statale, vuoto, subito al di là del ponticello e proprio sopra agli imbarcaderi. Parcheggiato di fianco a noi, arrugginiva un vecchio idrovolante scassato di fabbricazione russa, da gran tempo passato a miglior vita. La breve notte fu molto tranquilla, agitata solo dagli eccessi della cena.

Sveglia alle cinque e mezzo, su consiglio di Ivana, quando è ancora buio, e imbarco alle sei su una motobarca tutta per noi, per assistere al risveglio della natura.
Alba sul lago di Scutari. Il globo infuocato che sorge dalle montagne dell’Albania si specchia, allungandosi all’infinito e incendiando le ninfee ancora appisolate sull’acqua. Eleganti voli di airone si stagliano contro la luce rossa che, in pochi minuti, diventa bianca; cielo terso, aria frizzante. Memorabile.
A occidente le curiose verdeggianti collinette coniche con la cima arrotondata ricordano le vignette di Mordillo. A nord le montagne glaciali già viste dall’altro versante: in una magnifica serie di quinte si allontanano e si elevano progressivamente, dipinte ad acquerello d’un azzurro sempre più tenue che sfuma, sulle cime arricciate, nel colore del cielo.
L’ambiente, nel suo genere, è tra i più belli. La fauna non è abbondantissima in questa stagione, ma si può osservare almeno una decina di specie di uccelli: diverse taglie, colori, tecniche di volo. Non sono in grado di riconoscere le specie, ma la ricerca con il binocolo (sarebbe stato peccato mortale dimenticarlo) è affascinante. Si comincia a capire cos’è quel prurito che anima gli entusiasmi dei bird-watchers.
Si scruta tra le canne e le ninfee dai fiori bianchi e gialli, si cattura l’esemplare che se ne sta lì impettito e indifferente; il piccoletto dal becco lungo che un momento nuota placido e un momento dopo è sparito, come se qualcuno da sotto l’avesse tirato giù, per ricomparire dopo mezzo minuto molti metri più in là; quello che se ne sta solitario e quelli che passeggiano sguazzando in gruppetti di tre o quattro. Uno sbattere d’ali, un fruscio di canne, ed ecco l’airone che si allunga nel suo volo aggraziato, lasciandosi dietro un elegante proiettile di cacca; il calmo sbattere d’ali delle specie più grandi e quello concitato degli esemplari più piccoli…
Manca solo la superstar del lago, il pellicano, nonostante la martellante presenza pubblicitaria. Sarà in Africa, a dividere con i fenicotteri le acque del lago Nakuru. Non voglio pensare che il grosso volatile, di cui ho potuto ammirare altrove gli incredibili decolli simili, per impegno e fatica, a quelli degli idrovolanti, abbia definitivamente deciso di abbandonare questa regione.
L’acqua è una lastra di cristallo perfettamente tirata, che riproduce con pedanteria colline e nuvole, fino a quando passa la barca di un pescatore e le increspature fanno a fette le colline di Mordillo.

Uccelli galleggianti come bottiglie di plastica e bottiglie di plastica galleggianti come uccelli. Vorrei consigliare agli operatori turistici del luogo di inventarsi, una volta l’anno, la celebrazione della “giornata della bottiglia di plastica”, organizzando battute di pesca sportiva con la partecipazione dei turisti ecologici, con tanto di premi in natura (carpa autoctona ai ferri) per la squadra più efficiente… Le carpe superstiti sarebbero contente. E io pure.

Pagammo la crociera (un tot l’ora, meglio concordarne prima la durata secondo i propri gusti e budget) e ripartimmo per Ada Bojana, Top Ten n. 4: Amazon atmosphere, paradiso – così annunciava la Visit Montenegro – dei naturisti tedeschi. Tralasciammo la banale strada litoranea, prediligendo la panoramica stradina che costeggia la riva meridionale dello Skadarsko jezero.
Condizione necessaria ma non sufficiente per intraprendere questo percorso è una spiccata attrazione per gli itinerari panoramici. L’altra condizione necessaria è che si tratti della prima volta che lo si affronta. Per tornarci una seconda volta è necessaria anche una robusta propensione per il masochismo. Si tratta di una sessantina di chilometri di piacevoli vedute sul lago, sulle montagne che lo circondano e sui dirupi che accompagnano affettuosamente lo stretto e tortuoso tracciato che l’uomo e le stagioni hanno dotato di un fondo eccezionalmente deformato e rattoppato. Due ore di godimenti (per chi guida) e patimenti (per tutti gli altri).
Dopo la prima ora di scuotimenti abbandonammo i promontori, le insenature e le isolette sul lago, grondanti storia ed echeggianti antichi clangori d’armi, e ci addentrammo tra le colline ricoperte di sassi e macchia mediterranea. Colori e profumi della Corsica. Poche case isolate fin dove si spingeva la vista. Minareti negli ancor più rari villaggi. Un cimitero cristiano dall’altra parte della valle, circondato da un muro circolare che cingeva anche una chiesetta di pietra.
Piccoli prati con covoni di fieno cilindrici, sormontati da un copricapo conico di frasche: sembravano capanne africane nel cuore della Corsica. Improvvisamente si attraversavano boschetti di castagni secolari.
Al quarantesimo chilometro, proprio sotto un’antenna per le telecomunicazioni, una curva si affacciò per l’ultima volta sul lago. Di là iniziava la precipitosa discesa verso il mare; sullo sfondo meridionale serpeggiava, in lontananza, il Bojana, segnando il confine con l’Albania.
Le vecchine in nero lasciarono il posto a quelle in bianco, avvolte in tessuti lucidi e ricamati. Asini bighellonavano in mezzo alla strada. Altri asini, questi al volante, sfidavano la sorte in azzardate svolte a sinistra caratterizzate da interminabili diagonali iniziate a cinquanta metri dall’incrocio, mentre l’automobilista che giungeva dall’altra parte lampeggiava rassegnato. Ho assistito più volte a questa usanza, stando da entrambi i punti d’osservazione e analizzandone la creatività espressa con alcune varianti: diagonale a serpentina (espressione di una personalità etilica), diagonale con ripensamento e con decisione finale di concluderla a ridosso dei fari lampeggianti, ecc.
Una sfilata di carcasse di vecchie Lada e Yugo abbelliva il paesaggio; si poteva ingannare il tempo riconoscendo tutti i modelli in produzione dagli anni ’50 in poi.

Raggiungemmo la Jadranska Magistrala alla periferia sud di Ulcinj e, poco dopo, approdammo alla popolare spiaggia di Velika Plaza. La strada in realtà correva a un chilometro dalla spiaggia, cui era collegata tramite alcuni viottoli trasversali. In corrispondenza dell’inizio dello spiaggione, lungo sette chilometri, era una baraonda di bancarelle che vendevano roba di plastica, cibo, giocattoli, souvenir di gusto discutibile costituiti da azzardate composizioni di conchiglie incollate. Un esercito di persone ciondolanti andava e veniva dalla spiaggia o semplicemente passeggiava per la strada con l’unico intento di rallentare il traffico.
Si attraversò l’estuario dello Zogajsko blato, laghetto acquitrinoso a poca distanza dalla costa, collegato al mare da un fiumiciattolo intasato di pittoresche palafitte in legno adibite alla pesca tradizionale e dall’aspetto piuttosto sgangherato, qui chiamate kalimera, ciascuna dotata di due moli, uno per parte e disposti trasversalmente rispetto al fiume, e di due lunghe pertiche che sostenevano due crociere, alle quali erano legate le reti per la pesca.
Superammo, sulla sinistra, un’assurda chiesa in costruzione, interamente in cemento armato: c’era la cupola del Buonarroti, il colonnato del Bernini che, per ragioni di spazio, invece di circondare il sagrato cingeva la chiesa stessa, un pronao con timpano greco e colonne dotate di capitelli corinzi. A qualche metro di distanza si ergeva una specie di torre di Pisa a pianta quadrata, sempre in cemento armato, con archetti esilissimi e già semidistrutti dalla corrosione; si poteva immaginare che svolgesse la funzione del campanile, ma era molto più basso della chiesa, assolutamente fuori scala. Fatte le dovute proporzioni, veniva in mente la copia della basilica di San Pietro fatta erigere a Yamussoukro, in mezzo alla savana della Costa d’Avorio, dalla megalomania del defunto presidente Felix Houphouet-Boigny. Là addirittura avevano superato ogni limite immaginabile: annessa era stata costruita una curia di un solo piano, ma con due ascensori. E qui, chi sarà stato il piccolo presidente megalomane? (9)
La presenza di automobili straniere extra-balcaniche, assoluta novità in Montenegro, si fece abbastanza consistente. L’impressione era che si trattasse quasi esclusivamente di nordeuropei diretti al campo dei naturisti. C’erano anche alcuni italiani, ma rarissimi. La maggior parte delle auto con targa nostrana doveva essere posseduta da montenegrini emigrati di ritorno per le vacanze, come questa, targata Trento, su cui stava salendo il donnone in nero che mi pareva d’aver già visto lassù, sulle montagne del Durmitor.
Ancora pochi chilometri e, superato il ponte che scavalca il braccio destro della foce del Bojana (l’altro segna il confine con l’Albania, e non ha ponti che lo attraversano; insieme formano l’isola di Ada Bojana), una sbarra impediva ai non naturisti di verificare la meritorietà dell’inclusione dell’isola, interamente dedicata alla pratica della disciplina, nella classifica delle Top Ten. Un vero disastro per noi “tessili”, costretti a rinunciare alle delizie del luogo: la fitta vegetazione sub-tropicale e mediterranea, l’eccezionale vita animale, la mescolanza d’acqua dolce del fiume Bojana con l’acqua salata dell’Adriatico facevano dell’isola una «squisita area micro-ecologica». Spiagge di sabbia fine, tramonti ineguagliabili, eccellenti ristoranti non rappresentavano che alcuni dei piaceri che qui potevano essere goduti. Venti favorevoli creavano le migliori condizioni per un windsurfing di qualità hawaiana. Se qualcuno (meglio se amazzone) avesse coltivato l’inconfessabile sogno di una cavalcata sulla spiaggia, questo sarebbe stato il posto giusto per lui.
Anche la storia della formazione dell’isola aveva dell’incredibile. Narrava l’inestimabile VM che, nel bel mezzo del XIX secolo, nel corso di una violenta tempesta la nave “Merito” fece naufragio arenandosi non lontano da due piccole isole sul fiume Bojana. Per lunghi anni i sedimenti del fiume si depositarono attorno allo scafo della nave e alle due isolette, generando un banco di sabbia e, in seguito, l’odierna isola. Roba da non credere! (E in effetti, stentavo a crederlo…)
Era proprio il luogo giusto ove apprezzare il «fresco tocco di Madre Natura», trascorrendo le proprie vacanze estive «con il costume da bagno di Adamo ed Eva»; sicuramente un posto per gente appassionata, anche se, magari, un po’ avanti con gli anni. I cieli di Ulcinj promettevano di «rivitalizzarti, restituendoti magicamente ai tuoi vent’anni». A dimostrare la veridicità dell’inconsueta affermazione, la scatenata VM riportava la testimonianza di un’anonima coppia tedesca di veneranda età che aveva passato qui gli anni felici della pensione: «E’ solo qui che possiamo ricordare quanto la vita sia realmente bella: noi ci sentiamo sposati ad Ada» dichiaravano, miracolosamente ringiovaniti di parecchi decenni!

Non essendo praticanti optammo per il surrogato (sarà poi così diverso, stante la contiguità?) dello spiaggione, ribattezzato per i turisti “Long Beach”, il più distante possibile dalla baraonda delle bancarelle di Velika Plaza. Proprio nelle vicinanze della basilica di San Pietro una stradina semisterrata (secondo la terminologia della VM, ovvero sterrata completamente, salvo una stretta striscia di asfalto su cui si poteva salire, a proprio piacere, con le ruote di destra o con quelle di sinistra) conduceva ad un parcheggione dotato di molte file di tettoie ricoperte di stuoie, quasi pieno. Sulla destra del parcheggio, proprio sul limite della spiaggia, era possibile piazzare il camper usufruendo di una grandiosa vista sull’arenile, sulla savana retrostante, forse anche sulla basilica di San Pietro (ma non ricordo con precisione questo dettaglio), e soprattutto su un impressionante tappeto di spazzatura, prevalentemente in materiale plastico, accuratamente distribuita in ogni dove ma con artistiche concentrazioni di quando in quando. Anche la spiaggia – di per sé bella, larga, lunghissima, «fenomeno naturale di bellezza e abbondanza», dai locali chiamata la “Kopakabana di Ulcinj”, presa d’assalto da tanta gente che però risultava abbastanza dispersa e senza fastidiosi affollamenti, allietata da una fila di ombrelloni di stoppie appoggiate su una crociera di legno in cima a un palo, dotata di sabbia ricca di sostanze minerali dalle proprietà curative, ottima per coloro che sono afflitti da reumatismi e da svariate altre malattie (ecco spiegati i miracolosi ringiovanimenti!) – era costellata di bottiglie, sacchetti, ciabatte e ogni altro tipo di rifiuto non biodegradabile.
Solo gli ultimi pochi metri verso la battigia erano quasi esenti dal pattume, grazie all’incessante andirivieni dell’acqua che lo sospingeva verso gli ombrelloni. Un mare caldo con piccole onde e la brezza rinfrescante invitarono a passare qualche ora guardando solo verso la distesa azzurra e dimenticando quel che c’era alle spalle. La memoria corse al galoppo a rivangare certe analoghe situazioni vissute in luoghi stupendi del nostro Meridione, ma qui la scala era diversa, la dimensione industriale, la meticolosità nella distribuzione frutto di un’evidente attività pianificata. Qui davvero le cose erano state fatte alla grande!
Ogni tanto passava qualche venditore di pop-corn, palacinke (crèpes), kukuruz (pannocchie di mais abbrustolite, ottime). Passarono e ripassarono anche due asini (veri, su quattro zampe intendo) con cappello di paglia, jeans e maglietta della Coca Cola. Passò infine un Teletubby gigante, quella specie di gabibbone saltellante e abbastanza deficiente, neonato alieno col televisore nella pancia di americana provenienza, che i nostri figli più piccoli conoscono perfettamente. Per quel che mi riguardava, era la prima volta che ne vedevo uno. In seguito, facendo zapping all’ora di colazione, mi imbattei nell’allegra famigliola dei Teletubbies ed ebbi modo di misurarne lo spessore culturale, forse apprezzabile dai teleutenti di non più di due anni. Rimasi angosciato per qualche giorno, al pensiero che a tante piccole creature siano dati in pasto quotidianamente programmi del genere, senza un’adeguata assistenza psicologica!
Verso l’ora del tramonto, sparita dalla spiaggia tutta la gente, venne da pensare che, se solo ci fosse stato qualche altro camper con cui condividere la sorte e qualche tonnellata di rifiuti in meno nelle immediate vicinanze, sarebbe stato bello trattenersi fino all’esaurimento delle scorte d’acqua. Ma i camper non c’erano (c’era solo una roulotte scassata e abbandonata, probabilmente la regina dei rifiuti della spiaggia), mentre le tonnellate di immondizia imperversavano ovunque. Intravisto sulla strada un campeggino gemello di quello sperimentato a Budva, solo un po’ più piccolo, familiare, decidemmo di tornare mestamente verso la Croazia. Per dirla tutta, ci sarebbe anche stato, come diligentemente appuntava la Visit Montenegro, il campeggio “Neptun”, a 150 metri dalla spiaggia di Velika Plaza, capace di accogliere tremila ospiti. A parte il fatto che non c’erano indicazioni per raggiungerlo, ogni indizio inculcava il sospetto che si trattasse del fratello maggiore del vituperato Avala.
Quella del gestore di campeggi dev’essere un’attività, se non proprio vietata, almeno osteggiata dalle autorità del Montenegro, da praticare in modo semiclandestino, a giudicare dalla pochezza di segnalazioni che caratterizza i rari esercizi esistenti. Se si eccettuano le insegne poste all’ingresso, non ho mai avuto il piacere di vedere un cartello che segnalasse un campeggio a 100 o 1000 metri (salvo quello che indica il primo camping provenendo dalla Croazia, a Herceg Novi; per la precisione, si tratta del “Meljne”; credo che lo sforzo del gestore meriti una menzione speciale).

Un bivio interpretato male, e mi ritrovai nel centro di Ulcinj, località balneare molto viva, caotica, caratterizzata da un’architettura eclettica-kitsch; tutto un quartiere sembrava trasportato qui, sul tappeto di Aladino, dalla sponda meridionale del Mediterraneo. Un’autobotte dedita al lavaggio della strada si bloccò in piena ora di punta, e con essa tutto il traffico che la seguiva, per consentire al conducente qualche minuto di svago al bar dell’angolo. Boss albanesi si aggiravano alla guida di esagerate Mercedes ultimo modello con i vetri oscurati. Tutto sommato era una cittadina piacevole da attraversare, una delle più antiche di tutto l’Adriatico, cinta da belle mura del XIII secolo, dotata di molte moschee, segnata dai tre millenni della sua storia. Inizialmente fu Colchinium, fondata nel V secolo A.C. dai colonizzatori greci provenenti dalla Colchide, come riferisce Apollonio da Rodi. A quell’epoca risalgono le mura ciclopiche che ancora oggi costituiscono le fondamenta di molte abitazioni esistenti. Tre secoli dopo l’insediamento passò di mano e divenne la romana Olcinium che, più tardi, acquistò l’autonomia del municipium. Interessante e piacevole da attraversare, dicevo, ma non in camper, a quell’ora.
Faticosamente riguadagnata la Jadranska Magistrala, che poi avrei percorso in tutta la sua serpeggiante lunghezza fino a Fiume, cominciammo a risalire la costa affrontando il solito corteo di autocarri asfittici, domandandoci perché mai qualcuno dovrebbe sentire l’esigenza di trasportare un carico di sabbia alle nove di sera di un giorno qualunque di agosto. Corriere d’epoca sfiatate, utilitarie dall’aria indecisa, autocisterne fumiganti accompagnarono il nostro viaggio fino a Budva, ottanta chilometri in quasi tre ore. Un record anche per il Montenegro.
Nell’oscurità più totale un cantiere stradale (finanziato da un fondo per la ricostruzione della Comunità Europea), non segnalato se non da due assi incrociate piazzate in mezzo alla carreggiata, non aveva ancora – inspiegabilmente – causato incidenti.
Ricordavo l’ubicazione del Campsite “Jaz”, accuratamente non segnalato sulla strada principale e già intravisto all’andata quando ormai era troppo tardi: in fondo alla discesa dopo la galleria subito fuori Budva, direzione Croazia. C’era una stradina sulla sinistra che si dirigeva festosamente verso il mare. Anche al bivio successivo era rispettata la prassi di non piazzare cartelli segnalatori e, scelta a caso l’opzione di sinistra, raggiungemmo in men che non si dica il campeggio. Ormai era tardi. Nel buio della notte le stelle del campeggio non contavano più. Non poteva poi essere tanto peggio del confratello, l’“Avala”, che c’eravamo sdegnosamente lasciati alle spalle, dall’altra parte di Budva! Qualunque cosa fosse successa, qualunque cosa avessi trovato, quella sera non avrei percorso un metro di più.

In effetti era un po’ meglio, salvo le latrine che, se possibile, stavano ancora peggio. Qui infatti mancava pure l’acqua. Ma da quelle si può sempre stare alla larga, finché si riesce. Il bello è che proprio lì di fianco era situato il nuovo ristorante-discoteca, quasi deserto ma dall’aria vagamente pretenziosa. L’aspetto migliorativo riguardava i rifiuti che qui non erano casualmente distribuiti sul terreno, ma erano ordinatamente ammonticchiati dentro, sopra (in stupefacenti capolavori di equilibrismo), sotto, e soprattutto intorno a tre cassonetti – il cui aspetto denunciava chiaramente gli onorevoli anni trascorsi nell’esercito al servizio della patria fin dai tempi dell’attentato di Sarajevo – che con tutta evidenza nessuno svuotava fin da prima dell’inizio delle ultime guerre nei Balcani. Cose da Svizzera, tedesca. Una bella spiaggetta di ghiaino dotata di bambini che pisciavano tra la gente sdraiata al sole completava il quadro dei servizi offerti dal campeggio. Il tutto per poco più della metà del prezzo dell’Avala (che non aveva nemmeno la spiaggia privata), da pagarsi in una recepcija decadente in cui tutta la parete di fondo era occupata da una scaffalatura di quelle che si usano nei grandi alberghi, ove l’impiegato al bancone ripone le chiavi delle camere; feci un rapido calcolo e stimai non meno di tremila scomparti; decisamente troppi per un campeggetto dove, come in ogni altro in tutto il mondo, non vi è alcuna chiave da depositare. Diversamente che all’“Avala” qui non si doveva nemmeno pagare la tassa per la polizia. Se proprio si è costretti a scegliere, decisamente è meglio andare al “Jaz”. Ma, per carità, ci si ricordi di arrivare con il wc chimico ben vuoto.
E comunque, sono tentato di proporre il depennamento con disonore di Budva dalle Top Ten, se non altro per una forma di rispetto nei confronti della categoria dei campeggiatori. Con buona pace delle belle ragazze della città vecchia e della generazione “iper-urbana”.
Avvistati altri tre camper, ma nessuno italiano. E con questi facevano quattro in tutto il Montenegro, oltre al mio. (10)

Per completare la visita delle Top Ten ci sarebbe stato Sveti Stefan (n. 7: Hotel island – Dolce vita of European aristocracy), le cui sfavillanti luci erano state avvistate la sera prima in un momento di schiarita, diradati i fumi del camion che ci precedeva.
I primi documenti che parlano dell’isola si riferiscono ad un povero villaggio di pescatori; poi, secondo la leggenda, i regnanti della dinastia Pastrovici nel XV secolo vi costruirono un insediamento utilizzando i tesori sottratti ai turchi. Secoli dopo l’isola divenne residenza della stessa famiglia reale; di là i governanti regnavano e importanti decisioni erano adottate in un’invidiabile cornice mediterranea. In maniera abbastanza oscura la VM osservava che «questa tradizione vive ancora oggi», istillando nella mente del lettore il sospetto che l’attività dei governanti odierni si svolga preferibilmente intorno ai tavoli da gioco o, in una diversa interpretazione, che l’isola si presti a ospitare quei “governi balneari” che da noi ormai, a motivo forse alla banalizzazione del turismo di massa, sono un lontano ricordo che si perde nelle nebbie della prima repubblica.
In ogni modo, cadute in disgrazia le famiglie regnanti, l’isola tornò a essere il luogo della modesta vita di poveri pescatori e raccoglitori di olive. Perseguitati dalla miseria e dalle durissime condizioni di vita, questi presero a emigrare, prima verso Istanbul, poi verso l’America e infine in Australia. Così, alla fine della Seconda guerra mondiale l’isola si ritrovò spopolata e, grazie all’idea di un gruppo di famosi pittori montenegrini (Petar Lubarda e Milo Milunovic in primis), negli anni Cinquanta tutte le case furono restaurate e l’intero villaggio trasformato in albergo, che da allora cominciò a ospitare ragguardevoli personalità. (11)
Una più elevata propensione per le chimere della dolce vita avrebbe potuto suggerirci di immergerci nel «comfort isolato» riservato al jet set domestico e internazionale, a caccia di uomini di stato, alti ufficiali, politici in vista, industriali, star del cinema e atleti di prim’ordine che, giurava la VM, sono i principali clienti dell’isola-albergo, citando fra gli altri habitués le nostre Sofia Loren e Monica Witty (proprio così: Witty). E poi Stallone, la Shiffer, oltre a personaggi un po’ datati come Willy Brandt e Ingemar Stenmark, quest’ultimo probabilmente reduce da una bella sciatina estiva sulle piste della Bjelasica.
Un aspetto, però, non si addiceva al nostro stile di vita ed erano i prezzi correnti in quel paradiso della mondanità: i 1.500 dollari americani per una notte nella leggendaria “villa 118” erano decisamente al di fuori della nostra portata. E poi, in tutta franchezza, della dolce vita dell’aristocrazia europea non ci importava un fico.

E infine Cetinje (n. 8: Conversation with gods and thunders – A visit to the greatest poet and ruler of Montenegro). Memori delle palpitazioni di più di un decennio addietro (ma eravamo giovani e inesperti e, per amore di onestà, il beneficio del dubbio ero propenso ad accordarlo), l’antico capoluogo del Montenegro, oggi capitale culturale, era stato deliberatamente solo sfiorato. E forse era stato un errore se, dai tempi di quella principessa inglese che aveva visitato la città all’inizio del XX secolo, le cose non erano drammaticamente cambiate. «Questa è una valle paradisiaca!», aveva esclamato la principessa in un momento di contemplazione estatica, e sulla base di questo unico impreciso indizio la VM era in grado di certificare che il luogo che aveva suscitato tanta entusiastica ammirazione doveva essere Orlov Krs (la Roccia delle Aquile). Da qui era possibile dominare la città, fondata nel 1482 da Ivan Crnojevic, ultimo monarca del glorioso stato medievale di Zeta, che costruì un castello per sé, proprio sotto Orlov Krs, e un monastero per il metropolita della diocesi di Zeta. Il re aveva scelto questo luogo a causa della sua collocazione inaccessibile che avrebbe consentito di proteggere il regno dalle scorrerie dei molti conquistatori che, da sempre, dilagano in quelle contrade. E in effetti Cetinje resistette per secoli a numerosi attacchi e non fu mai conquistata nonostante lo smembramento del regno di Zeta. La propria ubicazione sicura le consentì di divenire un gioiello della vita religiosa e culturale montenegrina di quel periodo: erano passati solo quarant’anni dall’invenzione di Gutemberg quando, nel 1494, un meno noto Djuradj Crnojevic fondò la gloriosa stamperia di Cetinje, dalle cui presse uscì l’“Oktoih prvoglasnik”, il primo libro stampato in caratteri cirillici in tutti i Balcani. Cetinje – concludeva la Visit – con i suoi musei, le sue gallerie d’arte, gli archivi, le accademie e i palazzi, è uno dei centri turistici più attraenti del Montenegro moderno.
Restava a consolare la consapevolezza che le opere del grande re poeta Petar II Petrovic Njegos, considerato da vari critici «uno dei giganti della letteratura al pari di Puskin, Lermontov, Goethe o Haine» potevano essere ben più comodamente reperite in biblioteca una volta tornati a casa, mentre del paese natale del “gigante”, Njegusi – sulla via per Kotor, la «strada divina» da cui si ammirano i più splendidi panorami sulle Bocche di Cattaro – avevo un vago ricordo per averlo attraversato dodici anni prima, subito dopo la rocambolesca avventura con il vecchio camper.
Njegusi, con la sua proverbiale ospitalità e le sue delizie gastronomiche (formaggi e prosciutti affumicati) tradizionalmente preparate sul focolare domestico, era, questa volta, un po’ troppo fuori strada. Tempo tiranno.
Un’ultima curiosità, che potrebbe essere determinante per convincersi a partire e visitare questo luogo leggendario: c’è un villaggetto sulle pendici del Monte Lovcen – luogo sacro ai montenegrini, in posizione dominante sulla valle di Cetinje e dove è custodito il mausoleo di Njegos – che si chiama Ivanova Korita dove, grazie ad un clima particolarmente favorevole anche durante le estati più torride, molti vanno a passare ogni anno le proprie vacanze. In questo ambiente fresco e piacevole si racconta (chi racconta lo potete immaginare) che lo scultore Ivan Mestrovic, ideatore e realizzatore del monumento creato in onore di Njegos eretto non lontano da lì, volle a compenso della propria opera solo una forma di formaggio e un prosciutto affumicato di Njegusi.

Il viaggio dunque volgeva al termine. Malinconiche nubi cariche di pioggia rotolavano giù dalle montagne che circondano le Bocche di Cattaro, mentre il traghetto, borbottante Caronte meccanizzato, ci trasportava sulla riva occidentale dello stretto, esigendo l’obolo della rinuncia a solcare nuovamente la strada divina per Njegusi. Ormai il tempo era fuggito e si doveva rientrare.
Ancora qualche chilometro e la dogana con la Croazia fu raggiunta. I doganieri montenegrini, sempre cortesi, chiesero in italiano i documenti e ci augurarono buon viaggio. La Carta Verde aveva funzionato a meraviglia e la polizia era sempre stata cordiale e disponibile. A condizione, ovviamente, di rispettare i limiti di velocità e di non essere troppo pignoli con le richieste di informazioni stradali.
Inviai un SMS all’amico allupato che, nel frattempo, si era trasferito da qualche parte sulla costa pugliese: «Rientriamo in Croazia sani et salvi stop montenegrine fuggite con boss albanese stop.»
Qualche minuto dopo ricevetti una replica rincuorante: «Non importa. Aspetto il gommone sulla spiaggia».

Relax all’“Adriatic”, tranquillo campeggino sul bordo del mare a Molunat, tre chilometri dopo il confine e poi altri otto giù verso, appunto, l’Adriatico. I campeggiatori fiorentini sono partiti e così è sfumata l’idea di tentare di convincerli a non dare retta ai loro sfortunati amici e a recarsi, un altr’anno, in Montenegro. Pero, il massiccio proprietario del campeggio, sempre intento a tagliare erba, spargere ghiaia sulla terra nuda per evitare che con i temporali quotidiani si trasformi in fango e, soprattutto, a pulire docce e gabinetti che (questi sì) sembrano usciti dal volantino di un campeggio svizzero, s’informa sulle nostre peregrinazioni oltre frontiera. S’illumina quando gli parlo delle montagne, ma quando scendo al mare disapprova, scuotendo la testa. Bisognerebbe fargli organizzare un corso su come si deve tenere un campeggio, a uso dei suoi colleghi montenegrini.

Non vorrei essere stato ingiusto con la popolazione rivierasca o con gli abituali frequentatori di questo litorale. I miei commenti caustici sono conseguenza della mia fiera avversione per il pattume sparso nei luoghi pubblici. Non me ne vogliano i montnegrini: sono ugualmente critico con i miei connazionali residenti in quella frequentata località balneare calabrese che, per non infliggersi la fatica di recarsi fino ai cassonetti in fondo alla via, regolarmente depositavano la propria immondizia fuori dalla porta di casa, coltivando piccole fetide collinette in attesa che, chissà quando, un approssimativo servizio di nettezza urbana passasse a raccogliere. Tanto era fuori, e chissenefrega.
Non me ne vorrà, poi, il Ministero per il Turismo del Montenegro se, a volte, m’è scappata qualche battuta sulla sua VM: se chi l’ha scritta è dotato di sense of humor – e sono certo che ne disponga in abbondanza – non faticherà a riconoscere che dietro l’ironia c’è un amichevole incitamento ad adoperarsi per affrontare qualcuno dei problemi che affliggono il turismo nel suo paese, proponendo qualche soluzione pragmatica. Per esempio un disegno di legge per vietare la prassi dei tombini aperti sulle strade delle ridenti località di villeggiatura. D’altra parte, meglio un numero limitato di visitatori coscienti dei problemi ma in grado di apprezzare quanto di positivo sa offrire il luogo, che turbe di villeggianti viziati che, al loro ritorno, non esiteranno senz’altro a fare una pessima pubblicità.
Fatte salve le eccezioni e doverosamente ricordate – giova ripeterlo – le cattive abitudini nostrane (ad esempio gli schiamazzi: si potrebbe elaborare un saggio sulla “geografia degli schiamazzi”; il Montenegro è un’isola relativamente felice, a questo proposito; in Croazia, dove sono molto più numerose, le presenze italiche sono – in genere – facilmente individuabili), è sotto gli occhi di tutti l’abissale differenza in termini di nettezza urbana che corre tra un lato e l’altro del confine croato-montenegrino. La questione non è da poco, perché fino a quando il divario non sarà almeno attenuato, difficilmente il turismo europeo (occidentale) si spingerà di quei pochi chilometri oltre il confine croato. Il solerte funzionario del Ministero per il Turismo del Montenegro incaricato della promozione turistica potrebbe allora attivarsi e cercare un finanziamento comunitario per migliorare le condizioni, oltre che delle strade, anche della pulizia del proprio paese, perché, per citare ancora Ivo Andric, questo non darebbe molto fastidio a nessuno, «dato che la gente si abitua alla pulizia, anche se essa non deriva dalle sue usanze e dalle sue esigenze; naturalmente a condizione che non debba mantenerla essa stessa».
Un discorso a parte, naturalmente, meritano le strutture ricettive che, per i campeggiatori, sono del tutto insufficienti in quantità e qualità. Può darsi che a questa cruda generalizzazione faccia eccezione Ada Bojana, eventuale isola felice per naturisti, ma per ora non mi è dato sapere. All’interno del paese invece è talmente ridotta la presenza umana che il problema dello scarso senso civico semplicemente non si pone, o è limitato a livelli accettabili. E poi ci sono i topolini di Biogradska Gora: ci pensano loro a fare piazza pulita dei rifiuti (ma non di plastica, e contro questa nemmeno gli orsi possono fare granché).
Un giudizio sull’attendibilità della nostra inseparabile compagna di viaggio, questa tanto beffeggiata Visit Montenegro? Poveretta, fa il suo lavoro. Al di là di alcune favole che, un po’ ingenuamente, cerca di far passare per realtà, ha il grande pregio di accendere il desiderio di esplorare questa terra. Con me ha funzionato alla grande, e gliene sono grato. In matematica esistono i “numeri complessi”, costruzioni mentali un po’ astruse che coniugano una parte cosiddetta reale con una immaginaria. In modo del tutto analogo, ciò che aleggia in tutta la VM è la rappresentazione idealizzata, diciamo onirica, della meravigliosa magica integrazione di un paese ricco di attrattive naturali e culturali (questa è la parte reale della rappresentazione) con una rete di strutture e servizi di prim’ordine (e questa è la parte immaginaria).
Salve le sempre possibili eccezioni che però non ho avuto la fortuna di incontrare, della qualità delle strutture dedicate ai campeggiatori presenti sulla costa ho già fin troppo parlato. L’inadeguatezza o, meglio, la totale assenza, poi, è ancora più evidente all’interno. Se si escludono le località rivierasche, la troppo ottimistica Visit Montenegro non cita che tre campeggi in tutto il paese di cui uno, sperimentato in prima persona (o forse due), è praticamente improponibile alla gran parte dei potenziali fruitori.
Resta l’alternativa del campeggio libero resa possibile dall’autonomia dei camper, soprattutto nelle tranquille località di montagna che, credetemi, meritano di essere visitate. Partite numerosi, amici camperisti, lasciatevi sedurre da questo meraviglioso, sfortunato paese. Se l’ansia per la solitudine vi assale, andateci in compagnia. Nell’eurozona è già entrato, sia pure unilateralmente; facciamo entrare il Montenegro anche nell’Europa Unita del turismo! (12)

Sono passate poche ore da che ho lasciato il Montenegro e già mi trovo a pensare a ciò che mi sono perso, colpevoli il maltempo e i pochi giorni a disposizione, e che potrebbe essere recuperato in una prossima visita: la discesa del Tara in gommone (perché «chi trova il coraggio di gettarsi nelle sue acque su una zattera di tronchi» governata da impavidi ed esperti ex-boscaioli che usavano trasportare in tal modo il legname lungo il fiume, «ricorderà per sempre il sole che sorge nel canyon e la notte in cui l’unica luce è quella della stretta striscia di cielo tempestato di stelle e degli sciami di lucciole»), le delizie gastronomiche di Njegusi, una bella passeggiata sul Durmitor o in certe gole dai nomi impronunciabili (il canyon del fiume Mrtvica, per esempio: provate voi a pronunciarlo correttamente!), l’orientale cittadina di Pljevlja su al confine con la Serbia, le montagne di Prokletije (ma in compagnia di amici, quest’altra volta). Magari una puntatina a Pec e dintorni, in Kosovo, se riaprono il confine.
Ada Bojana? Chissà…

Note aggiunte nel 2010

(1) Una recente visita virtuale di Niksic (maggio 2010), condotta tramite Google Earth, mi conferma l’impressione di allora.

(2) Dodici anni dopo, il sito Visit Montenegro esiste ancora (www.visit-montenegro.com). Pur non essendo più presente la classifica delle Top Ten, c’è comunque un elenco di nove Best Tourist Places, che però rimanda a pagine inesistenti. L’Ostrog Manastir continua a essere privilegiato rispetto al Pivski. Molto comprensibilmente è stata soppressa la menzione di Budva.

(3) Altra specialità di Milan Lukic era quella di chiudere gruppi di musulmani nelle case di Visegrad, barricando porte e finestre e appiccando il fuoco. E’ stato catturato in Argentina il 20 luglio 2009 e condannato all’ergastolo dal Tribunale dell’Aja.

(4) La Stabilisation Force (SFOR) fu sostituita alla fine del 2004 dalla missione ALTHEA della Comunità Europea che, con 7000 uomini, è ancora attiva in Bosnia.

(5) Alcune foto pubblicate in Internet nel 2009 mostrano un nastro d’asfalto dall’aspetto recente su gran parte del percorso.

(6) Il 90% delle case di Pec è stato danneggiato o completamente distrutto. La storia, purtroppo, non era ancora finita: moltissimi siti religiosi serbi furono attaccati e distrutti nel corso dei tragici pogrom dei primi mesi del 2004.

(7) La fine dell’unione tra Serbia e Montenegro è stata sancita dal referendum sull’indipendenza di quest’ultimo, tenutosi il 21 maggio 2006. Il 22 ottobre 2007 è stata promulgata la nuova Costituzione del Montenegro.

(8) Un commento pubblicato nel 2007 da un giornalista di Sarajevo, Zlato Dizdarevic, a proposito del nuovo governo a guida serbo-bosniaca, si conclude con parole amare: “Le promesse sono ben lontane dall’essere avverate e vengono sempre cambiate con promesse nuove, che ugualmente non vengono realizzate. Sembra che l’incertezza sul futuro della Bosnia Erzegovina oggi sia maggiore di quanto non lo sia mai stata da Dayon in poi. Per quanto riguarda lo stato delle relazioni tra vicini, in generale non ci sono motivi per essere tranquilli. Al contrario.”

(9) Si tratta della chiesa cattolica romana di Donje Stoj, che nel frattempo è stata ultimata e rivestita con una sobria piastrellatura color crema. Purtroppo tutte le foto reperibili in Internet sono state scattate dalla stessa angolazione, nascondendo la piccola torre di Pisa che sorgeva alla sua sinistra di cui, dunque, non si hanno notizie aggiornate.

(10) Evidentemente negli ultimi anni la spiaggia di Jaz ha fatto progressi, divenendo una meta delle rockstars internazionali. Il 27 settembre 2008 Madonna vi ha tenuto un concerto e il 9 luglio dell’anno precedente addirittura i Rolling Stones si sono esibiti.

(11) Uno dei primi atti del Governo della Repubblica del Montenegro ha riguardato, nel 2006, la privatizzazione di Sveti Stefan. Sfortunatamente i progetti di riqualificazione dell’intera isola hanno dovuto affrontare i fortunali della crisi finanziaria mondiale, subendo forti rallentamenti e limitando l’attività alla ristrutturazione di Villa Milocer (l’ex ritiro della famiglia reale) con la realizzazione di otto lussuose suites . Pur tuttavia, nel marzo 2010 è stato annunciato che altre strutture saranno disponibili a partire dal 1° luglio.

(12) Una notevole innovazione del sito Visit Montenegro riguarda una pagina dedicata alle Celebrities: vi si può leggere che il 5 aprile 2010 Brad Pitt e Angelina Jolie hanno pernottato con grande soddisfazione allo Splendid di Budva e che qualche mese fa il Paese è stato visitato nientepopodimeno che da Monica Bellucci, interprete di The man who wanted to live his normal life, girato in Montenegro.
La sezione dedicata ai campeggi non riporta più alcun indirizzo, né al mare né in montagna.
Una nuova Top Ten è recensita in un altro sito, www.montenegro.travel, che presenta alcune variazioni sul tema ma manca della poesia che caratterizzava la vecchia VM.

Questo racconto, corredato da immagini, e’ anche disponibile in formato Pdf

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in Bosnia Erzegovina

 

 
Commenti

Nessun commento