Balcani occidentali: una vacanza geopolitica

di Chiara Maria Léveque e Paolo Ortelli –
«Il comandante delle forze di pace olandesi a Srebrenica nel 1995, Thom Karreman brindò con il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic dopo che gli olandesi ebbero aiutato i serbi a separare le donne dagli uomini». Così scrive Azra Nuhefendic nella prefazione all’opera di Emir Suljagec, Cartolina dalla fossa, giunta puntuale nelle nostre librerie a ricordarci, dopo 15 anni, che l’Europa e il mondo intero non hanno ancora il diritto di guardarsi allo specchio senza arrossire. Se per Auschwitz l’alibi del “non sapevamo” ha in qualche modo tenuto, il genocidio in diretta di migliaia di musulmani bosniaci è stato invece comodamente osservato in poltrona da quella Comunità internazionale che, ossessionata dalla paura di schierarsi apertamente con una delle parti in conflitto, ha preferito optare per una placida connivenza con l’orrore. Ma da Milano a Srebrenica di chilometri ne mancavano parecchi. Partiti all’alba del 16 agosto, avevamo tutte le intenzioni di far percorrere alla nostra Polo i tracciati di quella guerra eco della nostra infanzia, che a noi aveva strappato solo alcuni giocattoli raccolti da qualche associazione umanitaria e destinati a “certi bambini meno fortunati di noi”, che nemmeno sapevamo essere i nostri vicini di casa. Partiti al mattino presto, dopo qualche ora attraversiamo la frontiera slovena, in tempo per un pranzo a Lubiana. La passeggiata per le vie del centro, tutte concentrate intorno alle sponde del fiume Ljubljanica, ci dà l’impressione di essere in Austria: case a punta, palazzi in stile barocco e art-nouveau. Basta poco, però, per cogliere un elemento che ci era sfuggito: anche la Slovenia ha subìto la guerra. Per dieci giorni soltanto, ma pur sempre guerra, pur sempre alle porte di casa nostra! Pochi mesi dopo il referendum volto a confermare la sua volontà indipendentistica, la Slovenia, il 25 giugno del 1991 dichiarò la propria indipendenza dalla Jugoslavia. La JNA, l’armata popolare jugoslava, non tardò a farsi sentire trovando però schierata ad attenderla, una forza di difesa territoriale slovena per nulla intenzionata a lasciarsi intimidire. I successi militari di quest’ultima e gli sforzi diplomatici della Comunità europea fecero ben presto rientrare la crisi e la Slovenia si avviò pacificamente al raggiungimento della tanto sospirata indipendenza. In serata arriviamo in una Zagabria buia, vuota e a tratti un po’ lugubre, dove ci attende il nostro primo ostello. Consigliato dalla Lonely Planet, come non fidarsi? E infatti la sistemazione è confortevole, non fosse per il tasso alcolico dei nostri compagni di stanza spagnoli. Salutati da Paolo con un «hola campeones del mundo», entriamo facilmente nelle loro simpatie garantendoci di passare una notte abbastanza tranquilla. Se la periferia fatiscente e la scarsa illuminazione del centro di Zagabria avevano contribuito a farci registrare un impatto negativo sulla città, le luci del giorno aiutano invece a ridarle giustizia. Il cielo azzurro incornicia alla perfezione i magnifici giardini di Strossmayerov Trg. Una piacevole passeggiata ci conduce poi al ricco mercato della frutta di Dolac, dove distese di colori si combinano armoniosamente tra gli sguardi divertiti dei turisti e quelli un po’ seccati di chi è lì pensando agli ingredienti per il minestrone. Poco più in alto la Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria ci attende in Piazza di Kaptol a testimonianza della fede cattolica del Paese. Con le sue guglie gemelle in stile neogotico, questa chiesa rappresenta uno dei simboli della capitale croata. Torniamo verso l’ostello passando per la piazza principale, Trg Jelacica, con i suoi colori pastello e i suoi edifici austro-ungarici, per poi imboccare le normali vie cittadine dove permangono i contrasti tra vecchio e nuovo, tra intonaci freschi di pittura e muri sgretolati eredi di un passato di forti privazioni. A giudicare dal numero di persone circolanti, che sembrano poche rispetto alla larghezza delle strade, gran parte della popolazione autoctona non è a Zagabria. Ne avremo conferma qualche giorno dopo in Dalmazia, dove incontreremo continuamente automobili targate “ZG”. Ripartiamo alla volta di Belgrado. La Croazia ha delle ottime strade, lo scarso traffico e l’ottima visibilità difficilmente giustificano il limite di 110 km orari, che ci costringe a rallentare per lunghi tratti. Dall’autostrada, scorgiamo le stesse coltivazioni rigogliose della Slovenia, anche se meno curate. E avvicinandosi alla regione di confine, la Slavonia, la causa dell’abbandono dei campi non può essere che una: le mine antiuomo, uno dei flagelli dei Balcani, parte della quotidianità nelle zone interessate dalla guerra. La Convenzione di Ottawa sul divieto d’impiego, stoccaggio, produzione e trasferimento di mine antipersona e sulla loro distruzione, risale infatti solamente al 1997 e la sua entrata in vigore al 1999. Il 20 maggio 1998 la Croazia ratifica il trattato seguita, pochi mesi più tardi dalla Bosnia-Erzegovina. La Serbia fa orecchie da mercante fino al 18 settembre 2003 giorno in cui, finalmente, aderisce al trattato e si aggiunge alla lunga lista degli Stati che «determinati a porre fine alla sofferenza ed agli incidenti provocati dalle mine antipersona, che uccidono e feriscono centinaia di persone ogni settimana, specialmente innocenti civili senza difese e soprattutto bambini, impediscono lo sviluppo economico e la ricostruzione, inibiscono il rimpatrio dei rifugiati e degli sfollati all’interno di un Paese, e comportano ulteriori gravi conseguenze anni e anni dopo il loro utilizzo», si sono uniti nello sforzo comune di dare vita ad un trattato vincolante per mettere al bando questo subdolo cecchino. La Slavonia, a causa della compresenza delle due etnie, fu uno dei teatri principali del conflitto serbo-croato. In particolare, è rimasto impresso nella coscienza collettiva il breve ma violentissimo assedio a Vukovar, cittadina di confine. La guerra scoppiò nella seconda metà del 1991 dopo la dichiarazione di indipendenza della Croazia (sancita da un referendum popolare), quasi contemporanea alla proclamazione della Repubblica Serba della Krajina. Questa nuova entità si estendeva sull’omonima regione montagnosa confinante con la Bosnia-Erzegovina, popolata da una maggioranza di serbi, e sulla stessa Slavonia. Le mosse dei serbi di Croazia furono apertamente sostenute dal governo di Miloševic, che ambiva a riunire in una “Grande Serbia” tutti i serbi dispersi tra le repubbliche di una Jugoslavia ormai in irrefrenabile dissoluzione, e che non esitò ad inviare l’esercito jugoslavo in Krajina e Slavonia contro i croati che rivendicavano il proprio territorio. Da parte sua, il governo nazionalista e fascista guidato da Tudman non fece nulla per stemperare la tensione, contribuendo con fatti e parole ad una rapida escalation di odi ed incomprensioni. I bombardamenti, i saccheggi e i crimini di guerra si moltiplicarono. Nel 1992 l’indipendenza croata fu riconosciuta a livello internazionale e l’esercito jugoslavo lasciò il nuovo Stato per spostarsi in Bosnia. Solo nel 1993 i croati riuscirono a dare una svolta alla guerra e ad infliggere qualche sconfitta ai serbi di Krajina, riuscendo infine a sovvertire le sorti del conflitto in proprio favore nel 1994, con l’operazione “Lampo e Tempesta”, preparata segretamente anche dalla CIA e da una compagnia militare privata americana. La resistenza serba (appoggiata anche da alcune truppe inviate da Belgrado) si protrasse fino al 1995, non lesinando nuovi massacri e crimini contro l’umanità.

In ogni viaggio, l’attraversamento di una frontiera è un’emozione; è solo un limite artificiale eppure, a distanza di pochi metri, si può passare dalla pace alla guerra, dalla persecuzione alla salvezza. Orgogliosi del nuovo timbro aggiunto alla collezione, ritiriamo i nostri passaporti ed entriamo in Serbia.
«L’hai vista anche tu?» «Che cosa?»
«Quella persona che faceva autostop!».

L’autostrada serba, oltre ad essere una pista perfetta per spericolate manovre, abituali sorpassi sulla

destra e ancor più incredibili sorpassi in curva da parte di camion a volte addirittura adibiti al trasporto eccezionale, permette anche di praticare l’autostop, in particolare sotto i cavalcavia. Sono passati cento metri dalla frontiera e la differenza già si nota. Abbandonati dal navigatore, che non riporta le mappe della Serbia e della Bosnia, ci troviamo a dover leggere cartelli in cirillico e a fare affidamento all’unica cartina stradale che abbiamo: quella della Lonely Planet. Proprio il cirillico ci appare come l’elemento più originale della Serbia, rispetto a Slovenia e Croazia. Nonostante questo, raggiungiamo senza difficoltà le pendici della collina su cui si snodano le vie di Belgrado e un brivido ci corre lungo la schiena mentre l’autoradio riproduce le note di “La guerra è finita” dei Baustelle. La canzone racconta le esperienze border line e i patimenti di una giovane adolescente che culmineranno nel suo suicidio. La ragazza “maledetta” dei Baustelle, «malgrado Belgrado, America e Bush» scrisse così: «la guerra è finita, almeno per me». La prima immagine di Belgrado sono due cani randagi scheletrici che rovistano nella spazzatura; ma il senso di degrado dura un attimo, subito spazzato via dal cuore maestoso della città. Si, perché Belgrado di fatiscente non ha praticamente nulla; l’eco delle guerre non si sente più e il dubbio è che non si sia mai veramente sentito. La città si estende su una collina piuttosto ripida, alla confluenza tra i fiumi Sava e Danubio. Sistemate le nostre cose in albergo ci dirigiamo per le vie del centro. L’atmosfera che si respira – soprattutto lunga la via pedonale Knez Mihailova – ha poco di diverso rispetto a quella del centro di Milano. Le ragazze, che camminano sole o in gruppo, sono tutte bellissime e curatissime in ogni particolare.
Se la modesta area verde di Zagabria faceva sorridere, sentendola chiamare “il polmone verde cittadino”, tale termine risulta addirittura inadatto e sminuente per la cittadella di Kalemegdan, gigantesca distesa di prati e di alberi circondati da una imponente fortificazione, dalle cui mura è possibile scorgere, dirigendo lo sguardo a valle, le placide e verdi acque dei due fiumi e i grattacieli di Novo Belgrado, la parte moderna della città sorta sull’altra sponda della Sava. Proprio all’interno di questa cittadella, quasi interamente ricostruita nel XVIII secolo da turchi e austro-ungarici, si trova l’interessantissimo Museo militare, preannunciato dai cingolati di ogni forma e colore radunati lungo i vicoli che conducono all’ingresso, e che forse sarebbe stato meglio non mostrare con tutto quell’orgoglio.



Il Museo Militare raccoglie interessantissime testimonianze della complessa storia balcanica: l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero Austro-ungarico, la Seconda Guerra Mondiale, le battaglie dei partigiani contro nazisti, fascisti e ustascia croati, plastici capaci di ricostruire nel dettaglio le rotte seguite dagli aerei NATO durante i bombardamenti del 1999 sulla città. Un intero secolo di storia raccontato scrupolosamente, con ogni genere di fotografie e di armi, tra cui un discutibile machete incrostato di sangue umano. Peccato non aver visto le sale dedicata alla guerra di Bosnia-Erzegovina e a quella di Croazia. Dovevano esserci per forza, saranno state chiusa per restauri. Certo, non vi sono nemmeno delle indicazioni: dovevano essere in restauro pure quelle. All’uscita ci attende la gentilissima signora della biglietteria cui abbiamo lasciato i nostri zaini in custodia, non essendo giustamente possibile portarli nelle sale espositive, tanto potrebbe essere forte la tentazione di rubare il machete incrostato di sangue. Ha voglia di parlare e noi di ascoltare. È una fervida nazionalista che aspettava solo di sentirsi domandare un parere sull’indipendenza del Kosovo. Come un fiume in piena ci spiega che il Kosovo è il vero cuore della Serbia, che tutti i suoi parenti provengono da lì, che non si può strappare con la forza ciò che di fatto è parte integrante di una nazione e della sua storia. Pericolosissimo, a suo dire, il riconoscimento da parte della Comunità internazionale, che ha aperto la strada ad altre rivendicazioni di indipendenza, come quelle della Vojvodina che, se accolte, ridurranno i territori serbi ad un pugno di chilometri quadrati. Le sue guance sono ormai rubizze. Addirittura raccomanda ai visitatori che stanno arrivando di passare alla cassa a fine visita: ora non ha tempo per fare i biglietti. Chiara non resiste e le domanda del 1999. Ci racconta di terribile stragi di civili compiute dai bombardamenti NATO: 1200 i bambini uccisi, assieme ad altre migliaia di persone innocenti. Ospedali presi di mira, a partire dai reparti maternità. E poi scuole, proprio in accordo a quanto impongono il Diritto internazionale umanitario e il buon senso. I suoi occhi si riempiono di lacrime e allora scompare la fervente nazionalista che vorrebbe impedire con la forza ogni manovra secessionista, e ricompare una gentile signora sulla sessantina, vittima tra le vittime, di una guerra di cui non aveva colpe. Ci indica sulla piantina della città le zone che ancora portano visibili i segni di quei 4 mesi di bombe e di paura e ci annota su un foglio il numero delle vittime NATO: 1200 i bambini e 2600-2700 civili. Ci implora con voce commossa di andare e di raccontare a tutti la verità sulla Serbia. Ci accomiatiamo emozionati. I quattro mesi di bombardamenti citati dalla signora furono in realtà 78 giorni. L’intervento della NATO ha inaugurato il concetto di “ingerenza umanitaria”, in violazione del principio di non ingerenza della Comunità internazionale negli affari interni agli Stati. Insieme all’embargo, infatti, mirava a fermare la pulizia etnica avviata da Miloševic in Kosovo nei confronti dell’etnia albanese. Tali misure portarono al ritiro delle truppe serbe dal Kosovo il 12 giugno del 1999. Fino a quella data, però, la reazione collerica dei serbi aveva intensificato le violenze nei confronti degli albanesi. In seguito le parti si invertirono, e non si contano le rappresaglie, i massacri e le deportazioni perpetrate nei confronti della popolazione serba. Non un grande risultato, in termini umanitari… a maggior ragione se si prendono in considerazione le sofferenze patite dai civili a causa dei bombardamenti. Per non parlare del fatto che le istituzioni autonome kosovare si siano costituite intorno a nuclei ed interessi mafiosi. Di qui le domande che ancora oggi si pongono: era davvero questo l’unico modo per scalzare Miloševic dal potere? Ne è valsa la pena? Dopo un pranzo a base di cevapcici (polpette di carne trita) tra le vie del centro, ci dirigiamo verso sud, vogliamo vedere con i nostri occhi le rovine dei bombardamenti. Il lungo vialone di Kneza Miloša ospita numerose ambasciate, oltre al Centro culturale italiano, e soprattutto molti palazzi governativi. Ed è proprio davanti al Palazzo del Presidente che svettano, enormi, due casermoni sventrati dalle bombe. L’immagine è decisamente impressionante; il militare di guardia alle rovine, cui domandiamo che cosa vi fosse all’interno di quegli edifici, non risponde e con un cenno della testa ci rimanda al poliziotto impegnato a pochi metri da noi ad affibbiare una multa. Aspettiamo pazienti il nostro turno e quando ripetiamo anche a lui la domanda posta al militare, prima ci scruta con astio e poi, sogghignando e allargando le braccia, ripete due o tre volte: «NATO, NATO!». Kneza Miloša, continua per decine di metri ad offrire il suo desolante spettacolo, come una estesa e profonda cicatrice che, aimè, deturpa anche il più bel viso.

Torniamo in silenzio verso il centro. La meravigliosa Chiesa di Sveti Sava, la più grande Chiesa ortodossa della Serbia, circondata da un bel parco, ci riporta a quel magnifico serbatoio di bellezze cittadine che aiuta la mente a ricacciare indietro i cupi ricordi della guerra. A fine giornata attraversiamo Trg Republike, la piazza principale, per dirigerci verso il quartiere Skadarska, da alcuni descritto come la Montmartre di Belgrado, da altri paragonato ai Navigli di Milano, affascinante mosaico di aromi, violini e candele. Ceniamo illuminati da timide lanterne, cullati da mille canti diversi, tamburelli, viole e violini. “Ninnananna” dei Modena City Ramblers sta prendendo vita attorno a noi … «ci ritroveremo in qualche angolo di mondo lontano, nei bassifondi, tra i musicisti e gli sbandati, o sui sentieri là dove corrono le fate». È il compleanno di Paolo, la festa deve continuare. Guidati dall’inseparabile Lonely Planet ci avventuriamo alla ricerca della Federal Association of Globetrotters, pub allestito nella cantina di un palazzo condominiale da un gruppo di giovani desiderosi, nell’epoca più buia della storia serba, di creare un punto di ritrovo per gli spiriti liberi di tutto il mondo. Percorrendo perplessi una buia scalinata, entriamo nel pub dei Globetrotter che accoglie i visitatori in maniera davvero affascinante, con le sue pareti variopinte, le sue fontanelle e i suoi oggetti provenienti da ogni angolo del mondo. Notte fonda, è ora di rientrare. Di nuovo Skadarska, dove ormai i violini non suonano più, e poi Strahinjica Bana, cuore della movida belgradese, ammassamento di ragazze da copertina e di suv. Il mattino seguente salutiamo il Danubio e le sue chiatte, il sole batte fortissimo e rende rovente l’asfalto. È ora di ripartire, non prima di aver acquistato in una delle numerose bancarelle di Kalemegdan una delle banconote da 500 miliardi di dinari emesse nel 1993, anno in cui si verificò la più alta inflazione della Storia europea del dopoguerra e in cui si narra che convenisse di più tappezzare la casa con le banconote che acquistare la carta da parati. Uscire da Belgrado, senza cartina e con i nomi delle vie in cirillico diventa un’impresa che ci porta via più di due ore. Alla fine Paolo ha un’intuizione vincente, e riusciamo a imboccare la strada giusta. Ma il percorso è tutt’altro che lineare, e ci ritroviamo di nuovo in confusione tra incroci e bivi mal segnalati. Snervati, ci fermiamo ad un distributore e decidiamo di acquistare una cartina, che tuttavia non sarà ancora sufficiente per districarci tra le mille strade in saliscendi, disperse tra montagne, colline e boschi. Dopo due ore di viaggio senza incontrare un’anima viva, finalmente vediamo una macchina ferma: «siamo giusti per Srebrenica?». È una domanda un po’ imbarazzante da porre in quelle zone di confine. Per tutta risposta otteniamo una sonora bestemmia in italiano – che qualche nostro connazionale burino gli ha insegnato chissà dove – seguita da una risata cristallina. Questo cordiale signore sulla sessantina risale in macchina e ci fa cenno di seguirlo. Ci condurrà per parecchi chilometri, indicandoci infine la via migliore per raggiungere il valico di Ljubovija, timida frontiera per la Bosnia lungo il fiume Drina. Abituati alle frontiere valicate nei giorni precedenti, quella di Ljubovija è davvero piccola e insignificante: annoiati poliziotti serbi e bosniaci si limitano ad una superficiale occhiata ai passaporti e al bagagliaio per poi riprendere la loro conversazione senza degnarci di ulteriori sguardi. Siamo in montagna, da qui in poi, sappiamo che non sarà più possibile avventurarsi fuori dall’asfalto. In Bosnia sono ancora migliaia le mine e gli ordigni inesplosi che ogni anno causano decine di incidenti. Il Mine Action Center della Bosnia Erzegovina ha incluso nella lista dei territori sospetti circa 1.482,23 chilometri quadrati, pari al 2,90 % dell’intera superficie nazionale. Si è conclusa nel 2007 la prima fase della Mine Action Strategy, che ha ora lasciato il posto al piano 2009-2019 che dovrebbe, secondo ottimistiche previsioni, portare alla completa bonifica del territorio. L’Annual Report del 2009 raccoglie date e luoghi degli incidenti avvenuti durante l’anno: si tratta di 28 infortuni, che hanno portato a 9 decessi, perlopiù boscaioli, allevatori e sminatori. Dando un veloce sguardo alla tabella, l’occhio cade sulla data del compleanno di Chiara, il 23 luglio, in cui viene segnalato un incidente nella zona di Srbac che provoca un decesso e un ferimento: sotto la voce “Activity” solo un laconico: “play”. È un Paese, la Bosnia Erzegovina, in cui il processo di ricostruzione è stato particolarmente impegnativo e ancora lo sarà: come fare a sedare i rancori tra etnie se ancora, nel periodo postbellico 1995-2009, sono stati registrati 1694 incidenti da mina di cui 495 mortali? Siamo diretti a Srebrenica ma di trovare la direzione giusta non se ne parla proprio. Ci addentriamo in una strada isolata tra i boschi. Ci circondano campi incolti e case con i mattoni a vista, bucherellate come gruviera, senza intonaco, eppure abitate. È la desolazione più totale. Stremati da 6 ore di viaggio, senza aver pranzato, ci fermiamo di fronte ad una casetta che vorrebbe proporsi come un bar/alimentari. Un simpatico bosgnacco (così vengono chiamati i musulmani di Bosnia), rotondo e sorridente ci fa accomodare dentro al locale, permettendoci di utilizzare la sua toilette privata. Compriamo pane, formaggio e coca cola ma, quando stiamo per accomiatarci, ci invita a sederci nel déhors – un tavolo e poche sedie arrugginite all’ombra di un ombrellone rosso – spendendo la sua unica frase in inglese: «bosniacs have a big heart». Subito il tavolo viene imbandito di bevande, pane e affettati, tra cui un prosciutto affumicato delizioso. Il padrone del locale, insieme alla sua giovane moglie incinta al quinto mese, hanno una gran voglia di parlare con noi stranieri. Forse siamo gli unici turisti che siano mai passati di lì, visto che, come ci ricordano loro stessi, vanno tutti a Srebrenica e noi siamo capitati da loro per aver… sbagliato strada. Veniamo proiettati in qualcosa di surreale: noi a raccontare il nostro viaggio in italiano e inglese, loro a risponderci in bosniaco, tedesco e olandese. Arriva anche il fratello: i due uomini non hanno vissuto la guerra, per nove anni hanno lavorato ad Amsterdam. Guardiamo la ragazza: «e tu dov’eri durante la guerra?». Sorride triste. Era lì. Trascorriamo così una delle ore più emozionanti del viaggio; altre persone si uniscono al nostro tavolo, ma è Ramadan: mangiamo solo noi. Ad un tratto una spilla della Sicilia sul marsupio di Paolo provoca una fragorosa risata: «Sicilia! Cosa nostra! Mafia!». La cosa non ci sorprende più di tanto: proviamo a ricordare che la Sicilia è anche la terra dell’antimafia e di eroi come Falcone e Borsellino, ma tutto sommato è normale che venga associata alla mafia. Chissà se gli abitanti di queste zone si rendono conto di come il modello mafioso abbia varcato ormai da tempo i confini italiani, per diffondersi globalmente. E chissà se conoscono il ruolo preponderante delle mafie balcaniche durante la disgregazione della Jugoslavia, nelle guerre degli anni ’90 e nella ristrutturazione istituzionale ed economica che ne è seguita! Il sole sta tramontando, è ora di ripartire, dobbiamo raggiungere Srebrenica prima che faccia buio. Dal bagagliaio della macchina tiriamo fuori le nostre scorte di viveri: pasta e sugo di pomodoro e regaliamo tutto ai nostri ospitali amici, tra abbracci, saluti e Paolo che tenta di spigare che quella pasta è un prodotto di Libera, viene dalle terre confiscate alla mafia. Ci guardano perplessi e sorridono.
Il memoriale di Srebrenica ci colpisce come un pugno allo stomaco. Ce lo troviamo sulla destra senza alcun preavviso, la macchina che inchioda sconvolta. I poliziotti ci fanno strada fino all’ingresso e poi ci lasciano soli. Una lastra di marmo porta inciso un numero con dei puntini di sospensione: 8372 … il numero delle vittime accertate. Eppure la distesa di lapidi bianche a perdita d’occhio è solo di 3647 vittime; il lavoro di identificazione e di ricerca nelle oltre 70 fosse comuni rinvenute nei dintorni del Paese continua anche dopo 15 anni e il cimitero è in continua espansione. Enormi teli plastificati riportano in rosso e in nero parole taglienti: «Serbia is responsible for the genocide», «Serbja = agresija = genocid», «Dejton = Republika Srpska». Pelle d’oca e silenzio. Il centro di Srebrenica è quello di una città fantasma eppure una musica allegra cattura la nostra attenzione; raggiungiamo il giardino di una piccola Chiesa ortodossa dove è in corso una festa: la gente canta, balla e un forte odore di pop corn si spande nell’aria. La moschea è a pochi passi. Il resto sono case diroccate. Eppure la gente si sforza di sorridere.

È tardi e decidiamo di fermarci a mangiare e a dormire lì: una sorta di turismo solidale. La Pensione Misirlije ci attende dietro la curva che porta fuori dal centro. Un bell’albergo nuovo e confortevole, gestito da un ragazzo gentile che parla bene inglese. Guardando Srebrenica di notte, dal balcone della camera, si sente l’eco della guerra e una sensazione di angoscia: è come se una cappa nera si fosse depositata su quei prati verdi per sempre, come se qualche cosa impedisse di tornare veramente alla vita. Tutto il mondo sapeva e nessuno ha fatto niente. Si prova una sensazione di vergogna a guardare in faccia i sopravvissuti, che siano o meno di etnia musulmana. Il 6 aprile del 1992 è considerata la data di inizio della guerra, giorno in cui Unione Europea e Stati Uniti decisero di riconoscere l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, avvenuta il 9 gennaio 1992. Chi pensa – come del resto la maggior parte della Comunità internazionale, a partire dall’amministrazione Clinton – che la causa della guerra fosse una serie di odi interetnici dalle ataviche radici, rimasti congelati dall’autoritarismo titoista in Jugoslavia, commette un errore. La guerra di Bosnia fu una guerra fortemente voluta da pochi leader che sobillarono la popolazione con il folle obiettivo di creare aree etnicamente omogenee, anche là dove croati (cattolici), serbi (ortodossi) e bosgnacchi (musulmani) convivevano pacificamente da anni. Un obiettivo che nascondeva dietro motivazioni ideologiche interessi di potere e interessi criminali inconfessabili. La propaganda nazionalista, che strumentalizzava la storia antica e recente per seminare diffidenze, livori e risentimenti, riuscì a diffondere il fanatismo presso gran parte della popolazione. Così, non appena scattarono le violenze, all’escalation dei massacri corrispose un’escalation dell’odio tra etnie, una spirale che risucchiò tutto e tutti e cambiò il modo di porsi degli uni rispetto agli altri. Quando la situazione, in tutta la Bosnia Erzegovina, si fece incandescente, la debole Comunità internazionale si sentì in dovere di intervenire. Nell’aprile del 1993 le Nazioni Unite proclamarono Srebrenica, insieme ad altre enclave su territorio, “zona smilitarizzata”, e vi inviarono il contingente canadese della UNPROFOR. Quest’ultimo venne poi rimpiazzato da quello olandese, il quale vi rimase fino alla fine. Fine che non tardò ad arrivare. L’11 luglio del 1995 Srebrenica, dopo aver resistito per lunghi mesi all’assedio delle forze serbe, dopo aver patito la fame, la sete, il freddo, le vessazioni, le umiliazioni, l’abbandono da parte del mondo intero, dovette subire anche il tradimento. Le forze di pace olandesi divennero testimoni, quando non anche complici, di una delle pagine più vergognose della storia d’Europa. Una volta entrati in Paese, i serbi di Mladic non ci misero molto a separare gli uomini dalle loro famiglie e a condurli verso la morte stipati in camion che avrebbero dovuto evacuarli, come venne raccontato loro. Dal 12 al 19 luglio 1995 vennero uccisi, mediante decapitazione, fucilazione o ogni altro genere di barbarie, circa 1000 uomini musulmani al giorno. «Ero sopravvissuto perché Mladic quel giorno si sentiva Dio: aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte (…). Temevo che sarei impazzito cercando di spiegarmi perché mi avesse risparmiato, visto che ero altrettanto insignificante quanto dovevano esserlo stati ai suoi occhi tutti i miei amici che aveva ordinato di fucilare. Non riuscivo a trovare una risposta». Forse Emir Suljagic è sopravvissuto per poter raccontare e forse oggi Mladic è ancora latitante per ricordare a tutti noi quanto vicina sia stata questa guerra, geograficamente e temporalmente. A Srebrenica, di notte, i grilli non cantano, non ancora. La strada, il giorno seguente si snoda tra verdi colline. Un paesaggio delizioso e tranquillo, asfalto perfetto e poche auto in giro. In tre ore siamo a Sarajevo. Ad aspettarci, un amico cooperante. Ci accompagna in albergo, un bellissimo hotel nella zona sud-ovest della città. Durante il pranzo domandiamo come mai le case di Srebrenica e dintorni siano ancora prive di intonaco dopo quindici anni e se non si possa fare qualche cosa. La risposta non è così scontata: fintanto che la casa non viene ricoperta di intonaco e non vengono messe le ringhiere sui balconi, l’edificio si considera ancora in costruzione, il che esime il proprietario dal pagarvi le tasse. Per chi come Chiara si occupa di cooperazione internazionale per passione, è una lezione preziosa: mai definire un progetto di sviluppo guardandolo solo dal nostro punto di vista, facilmente si incorrerà in errore. Dopo 5 anni di lavoro, il cooperante di Sarajevo non è ottimista. Ci conferma che per moltissimi aspetti la Bosnia-Erzegovina è uno Stato esistente più sulla carta, che nella realtà. Nel 1995 gli accordi internazionali di Dayton (e come dimenticare gli striscioni esposti nel cimitero di Srebrenica?) hanno riconosciuto l’autonomia di due “entità”: la Republika Srpska e la Federazione croato-musulmana. La prima ha di fatto istituzionalizzato il controllo dei serbo-bosniaci sui territori occupati manu militari durante la guerra. La seconda è a sua volta divisa in dieci cantoni, delineando una sorta di sistema amministrativo etno-federalista. Come è stato efficacemente osservato su Limes dallo studioso italiano Dario D’Urso, «più che di uno Stato formato da due entità, si trattava (e si tratta) di due entità che svogliatamente facevano finta di formare uno Stato, riflettendo il modo in cui la guerra di Bosnia era terminata: tutti allo stesso tempo vincitori e vinti». Inevitabile che istituzioni strutturate in modo particolaristico, così fragili, frammentate e carenti di legittimità non aiutino a superare i risentimenti, gli odi e i reciproci sospetti che ancora permangono tra cittadini di diverse etnie; rancori che le drammatiche sofferenze della guerra sembrano aver cristallizzato. Il nostro amico ci racconta che persino in un’organizzazione con fini umanitari, come quella per cui lavora, non è raro riscontrare diffidenze e pregiudizi di natura etnico-nazionalista. Dopo pranzo ci incamminiamo per raggiungere il centro storico di Sarajevo. Attraversiamo la zona semi-periferica dove alloggiamo, un’accozzaglia di grigi casermoni fatiscenti che giacciono intorno al fiume Miljacka. Le tracce della guerra sono ovunque, e non si può contare nemmeno una casa priva delle cicatrici lasciate dai colpi di mortaio. Proseguendo lungo la Miljacka e avvicinandosi alla Città Vecchia, tuttavia, il paesaggio cambia improvvisamente, e l’atmosfera appare decisamente diversa. Il grigio della periferia lascia spazio alla vitalità e ai colori di una città che, nonostante il recente drammatico passato, sembra esprimere un piacevole senso di armonia multiculturale. «Qui c’è ancora la città, qui c’è la gente dentro ai bar!» cantava Enrico Ruggeri nella sua Primavera a Sarajevo… Eppure, basta volgere lo sguardo verso le colline circostanti, per accorgersi che le steli bianche dei cimiteri sono troppo numerose. Il pensiero di essere in una città che abbiamo sentito raccontare così spesso, nei libri e nei documentari, ci emoziona: ci sono così tante cose da fare e visitare che non sappiamo da quale incominciare. Dopo diverse esitazioni, decidiamo infine di recarci nei due luoghi di Sarajevo, non lontani l’uno dall’altro, che forse più di tutti gli altri sono passati alla Storia del Novecento. Il primo, nei pressi del Ponte Latino sulla Miljacka, è il punto dove il giovane indipendentista serbo Gavrilo Princip assassinò con un colpo di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico. Era il 1914, e l’attentato scatenò reazioni a catena tra le potenze europee, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La situazione europea era già così esplosiva che, forse, se non ci fosse stato Princip ad innescare la miccia sarebbe presto intervenuta qualche altra scintilla. Ma fa comunque impressione apprendere che l’omicidio avvenne – insieme a tutto ciò che ne seguì – solo per l’improvviso cambio di strada intrapreso dall’auto di Francesco Ferdinando, che riapparve casualmente di fronte a Princip proprio mentre questi si stava allontanando, deluso per un attentato fallito poco prima dai suoi compagni rivoluzionari. In quel punto ci sono ora una targa di marmo e uno schermo televisivo, che trasmette a ripetizione la ricostruzione cinematografica dell’evento storico, in cui peraltro perse la vita – contro le intenzioni di Princip, si dice – anche Sofia, la moglie dell’arciduca. La nostra seconda meta storica è la Biblioteca Nazionale, conosciuta come Vijecnica. Un tempo era il simbolo culturale e architettonico della città. Immortalato dalla sponda opposta del fiume, insieme al ponte su cui si affaccia, questo imponente edificio in stile pseudo moresco, finito di costruire nel 1894 dagli occupanti austro-ungarici, caratterizzava l’immagine-cartolina più nota di Sarajevo. Custodiva un milione e mezzo
di volumi, manoscritti e incunaboli, e un archivio di tutti i periodici pubblicati in Bosnia-Erzegovina: vive testimonianze di una città multiculturale, le cui quattro religioni vivevano insieme pacificamente. Diverse generazioni di studenti avevano trascorso lì le proprie giornate. Poi, il 25 agosto 1992, i serbi lanciarono sulla Vijecnica decine di bombe incendiarie, distruggendo in tre giorni un patrimonio storico-culturale inestimabile, e uccidendo molti di coloro che tentavano strenuamente di salvare i libri formando una catena umana. «Tutta la città era ricoperta di pezzi di carta bruciata. Volavano in aria le pagine fragili di carta bruciata, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo fu possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere», ricorda Kemal Bakaršic, il bibliotecario. La distruzione della Vijecnica, un atto palesemente premeditato, ben descrive quello che fu realmente la guerra di Bosnia: una guerra contro la popolazione e contro la società civile; «la guerra di un nazionalismo esclusivo contro una società laica, multiculturale e pluralista». Un conflitto che alle terribili violenze contro i civili e alla pulizia etnica unì una sorta di «pulizia intellettuale», di cui furono vittime gli individui e i simboli che si opponevano alla logica dello scontro etnico (le citazioni sono tratte dal prezioso libro Le nuove guerre di Mary Kaldor). Dal 2008 la (ex) Biblioteca è in fase di restauro, grazie ai fondi donati dall’Unione Europea. Dietro le ammaccature, traspare la sua antica bellezza. Ma dalle poche finestre non sbarrate da assi di legno, si intravedono solo stanze vuote e buie. Pochi metri a piedi, ed eccoci alla Piazza dei Piccioni, con la sua celebre e bizzarra fontana orientaleggiante, chiamata Sebilj. Siamo nel cuore della Bašcaršija, lo splendido quartiere turco che oggi ancor più di ieri rappresenta il fulcro della vita sociale e turistica di Sarajevo. La guerra aveva portato morte e distruzione anche qui, ma la ricostruzione è stata rapida e, a quanto ci sembra, ben eseguita. Sulle strade lastricate di pietra bianca, i fedeli che entrano ed escono dalle moschee si confondono con i visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Se non fosse per il vociare di lingue a noi familiari, e per la presenza di una miriade di chioschi, negozietti di souvenir e ristoranti, sembrerebbe di stare nel suq di Damasco, dove eravamo solamente pochi mesi prima. I magneti, le cartoline, i corani in edizione tascabile, gli oggetti artigianali in legno e le varie chincaglierie (tra cui penne ricavate da bossoli e proiettili, francamente grottesche e un po’ inquietanti), oltre che le sedie e i tavolini, sono così diffusi che tendono persino a nascondere i tanti edifici storici che si affacciano su questi vicoli. Del resto il nome Bašcaršija, di origine turca, significa etimologicamente “mercato principale”. Soprattutto Kazandžiluk, la via del rame, merita una sosta più attenta e prolungata, per la qualità dei soprammobili, dei portagioie, degli oggetti decorativi e specialmente dei tradizionali, splendidi servizi da caffè, identici a quelli che nelle ore successive ci troveremo davanti nei momenti di ristoro. La Moschea della Bašcaršija, di cui si intravedono gli splendidi giardini, inaugura la serie di pittoreschi luoghi di culto islamici – tutti risalenti al XVI secolo – che si susseguono mentre dalla Piazza dei Piccioni ci spostiamo verso Ovest lungo la Ferhadija, la strada pedonale più affollata del quartiere e dell’intera città. Nell’ordine incontriamo poi il Bursa Bezistan, caratteristica struttura in pietra sormontata da sei cupole, l’antica sede di una madrasa (scuola coranica), con le sue torri, e l’imponente Moschea Gazi-Husrevbey, circondata da uno stupendo cortile. Rivolgendo lo sguardo verso l’alto, il minareto si affianca alla Torre dell’orologio, un abbinamento più che mai affascinante, anche grazie ai suggestivi colori del tramonto. Dietro un vicolo ecco la Vecchia Chiesa Ortodossa, anch’essa risalente al XVI secolo. Ci accorgiamo di aver già percorso queste strade all’andata, ma ora che la nostra frenetica rincorsa ai luoghi storici si è felicemente conclusa abbiamo il tempo di guardarci intorno con calma e spirito di contemplazione: tutto acquista un sapore speciale. Camminiamo ancora qualche metro fino alla Cattedrale cattolica, sede della diocesi di Sarajevo. La piazza ci ricorda quelle di molte cittadine italiane o francesi, eppure, poche decine di metri prima, ci sembrava di essere in un suq siriano! Con uno sguardo alla cartina e uno alle vie che ci circondano, stimiamo che in due chilometri quadrati ci siano una decina di moschee, due chiese cattoliche, due ortodosse e una sinagoga (dicono che sia molto bella ma – odiamo ammetterlo – ci siamo dimenticati di visitarla!). L’armonia con cui si intrecciano tutti questi luoghi di culto ci appare come il riflesso dell’armonia multi-religiosa presente anche nella società locale. Abbiamo letto che prima della guerra Sarajevo era, ancor più che una città multiculturale, una città dalla cultura variegata e cosmopolita; la sue etnie, più che tollerarsi e convivere, tendevano ad unirsi: a noi pare che, malgrado tutto, sia ancora così. Accanto alla chiesa, troviamo una delle ultime “rose di Sarajevo”. Si tratta di un buco nell’asfalto, provocato da un colpo di mortaio, simbolicamente riempito di vernice rossa. Camminando ancora sulla Ferhadija torniamo alla Trg Oslobodenia, la piazza dove già nel pomeriggio ci eravamo imbattuti nella grande Cattedrale ortodossa, nel variegato mercato del miele e nella scacchiera gigante, dove i vecchi della città non cessano mai di giocare spostando alfieri, cavalli, regine e pedoni alti un metro. Dovremo attendere il terzo passaggio, il giorno successivo, per accorgerci che qui, nascosta dietro le siepi e le bancarelle, è collocata anche la statua della pace dedicata all’uomo multiculturale. Si è fatto tardi e la fame prende il sopravvento. Facciamo marcia indietro verso la Piazza dei piccioni, cercando di attraversare, questa volta, i vicoli secondari. Dato che nei Balcani si finisce sempre per cibarsi di carne, stavolta decidiamo di fermarci a prendere un burek (un rustico di pasta sfoglia che può essere riempito di qualsiasi vivanda) al formaggio. È una piacevole ed economica scoperta: per il resto del viaggio sarà il nostro spuntino preferito. Facciamo di nuovo un salto alla Vijecnica, per poterla ammirare, tutta illuminata, dall’altra parte del ponte. Durante il lungo rientro in albergo, superata la Bašcaršija, procediamo a passo svelto sul viale dedicato al Maresciallo Tito. Ci soffermiamo davanti alla fiamma eterna che commemora le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Ci circondano molti eleganti palazzi d’epoca, che ospitano oggi alcuni importanti uffici governativi. Ancora una scarpinata di venti minuti e finalmente possiamo dormire, stanchi ed emozionati. La mattina seguente ci dirigiamo subito verso Zmaja od Bosne. È un semplice e trafficato vialone – il più largo di Sarajevo – che attraversa la capitale bosniaca parallelamente al fiume, in direzione di Zenica e Mostar. Come quelli di tante altre città. Eppure, camminiamo in punta di piedi, pervasi da una certa angoscia. Perché questa è la tristemente famosa “Sniper alley”, la via dei cecchini. Soldati serbi, ex campioni sportivi di tiro a segno e – secondo un importante storico come Jože Pirijevic – persino appassionati di caccia (!), si appostavano sulle colline che circondano la città, sparando su cittadini inermi, operatori umanitari e automobili. L’obiettivo di questi franchi tiratori era di diffondere il terrore, esacerbare odi, paure e risentimenti, contribuendo a soffocare sul nascere ogni iniziativa della società civile.

Da lontano l’Holiday Inn si staglia alto verso il cielo. Da questo albergo, allora quartier generale del Partito Democratico Serbo guidato da Karadžic, furono sparati i colpi con cui i cecchini assaltarono i centomila dimostranti che, il 5 aprile 1992, si erano riversati per le strade chiedendo la pace e la fine della spirale nazionalista. Fu uccisa una studentessa ventiquattrenne di Dubrovnik, insieme ad altre cinque manifestanti: iniziò allora l’interminabile assedio di Sarajevo. Un assedio devastante anche dal punto di vista psicologico. Demetrio Volcic scrisse che «i bambini evacuati da Sarajevo devono vivere in pianura. Si riprendono prima, se si riprendono. Li porti a Cortina, e si nascondono sotto i tavoli. La montagna per loro non può che sputare bombe». Durante l’assedio, l’Holiday Inn ospitò poi tutti i giornalisti e gli operatori umanitari internazionali di stanza a Sarajevo. Le sue pareti sono gialle e marroni come descritto da Jean Sélim Kanaan ne La mia guerra all’indifferenza, emozionante raccolta di pagine schiette e sincere, una testimonianza senza pari della guerra vista con gli occhi di un giovane operatore umanitario. Kanaan ricorda: «Tornando dall’aeroporto carichi di materiale dovevamo percorrere la famigerata Sniper Alley. Avrei di gran lunga preferito prendere la parallela, molto meno esposta e dunque detta Put Zivota o la Strada della vita. Ma no, noi prendevamo la strada dei cecchini. Ero nella macchina in testa al convoglio, sul sedile posteriore. In quell’occasione non avevamo veicoli blindati ed eravamo scortati da autisti bosniaci. Cercavo di tranquillizzarmi pensando che dovevano conoscere meglio di chiunque altro la situazione e che quindi non avrebbero corso rischi. Ho presto cambiato idea: se deve succedere succederà, mi ha detto al mio arrivo il conducente della macchina con un gran sorriso, ed eccoci a trenta all’ora sulla via più pericolosa della città. Se me l’avessero detto non ci avrei creduto. Ho messo il giubbotto antiproiettile contro il finestrino e ho contato i minuti; per cinque km ho provato una serie di sensazioni ormai familiari: stomaco chiuso, bocca secca, tremore, traspirazione, apnea…Quel giorno la Provvidenza era dalla nostra parte. Non c’è stato neppure uno sparo». Il 19 agosto cade la ricorrenza della sua morte in Iraq, nell’attentato contro la sede delle Nazioni Unite. Essere in quella Sarajevo che lui tanto ha amato, a pochi giorni di distanza dall’anniversario, è il modo migliore per commemorarlo.
Non distante dall’Holiday Inn, ci sono due interessanti musei. Optiamo per la visita del solo Museo di Storia, tralasciando il Museo Nazionale: la visita di quest’ultimo, secondo le guide, richiede almeno due ore, e tanto basta per scoraggiare le nostre gambe stanche e il nostro stomaco vuoto. Il Museo di Storia raccoglie – in un edificio che presenta ancora i segni della distruzione bellica – ricostruzioni, testimonianze e cimeli della guerra di Bosnia. Vale la pena di dedicare diversi minuti a ogni bacheca espositiva. Ci sono decine di fotografie, raffiguranti le drammatiche tappe dell’assedio alla città, tra cui la celebre immagine del violoncellista Vedran Smajlovic mentre suona tra le rovine della Biblioteca. C’è uno dei cartelli «Pazi Snajper» (attenti al cecchino) che, disposti ai semafori e nei luoghi più esposti al fuoco, scandivano l’angoscia quotidiana dei sarajevesi nei tristi giorni che seguirono l’aprile 1992. Il museo espone anche copie dei giornali e dei manifesti che, incuranti di ogni pericolo di ritorsione, denunciavano i crimini di guerra invocando la pace e l’intervento dell’Europa “dormiente”, nonché documenti e testimonianze visive delle tormentate condizioni materiali di vita nella città, e delle ingegnose strategie di sopravvivenza imposte dal conflitto. Sono ben ricostruite anche le enormi difficoltà nel trasporto e nella distribuzione degli aiuti umanitari, e il ruolo decisivo che ebbe in questo senso il celebre tunnel di Sarajevo, collegando la città, isolata dai serbi, all’aeroporto. Prima di spostarci nuovamente verso la città vecchia, beviamo qualcosa al Tito Café, situato proprio dietro al museo. L’interno è pieno di fotografie e statue di gesso dedicate al leader jugoslavo, morto nel 1980. Dopo la tragica implosione della Jugoslavia, ci sembra che la sua figura sia stata un po’ mitizzata, nella falsa convinzione che l’unico collante possibile per gli equilibri della Jugoslavia fosse un sistema autoritario ed accentrato. Questo eccentrico locale presenta uno strano giardino, con sedili di vecchie jeep militari e pezzi d’artiglieria sparsi un po’ ovunque, mentre le scritte antifasciste (in inglese) sono state impresse persino sugli scontrini. Dopo aver attraversato nuovamente Sarajevo, ed esserci appesantiti di altri souvenir, ci fermiamo all’Inat Kuca, un ristorante molto pittoresco situato di fronte alla Vijecnica. Le specialità bosniache a base di cevapcici sono ottime, e il panorama ancora più appagante. Dopo mangiato arriva il momento della riflessione: ci mettiamo a rileggere il già citato, splendido libro Le nuove guerre, di Mary Kaldor. La lettura prosegue seduti su una panchina, riparati dal sole cocente in un angolo verde e ombreggiato, e viene interrotta solo dal richiamo alla preghiera proveniente dal vicino minareto: con meraviglia realizziamo che a Sarajevo non c’è nessuna registrazione, perché è direttamente il muezzin a gridare senza megafono a viva voce! Quando la calura comincia a dar tregua, mantenendoci sempre nella zona a sud della Miljacka, ci spostiamo a visitare la grande Moschea dell’Imperatore e la seconda chiesa cattolica della città, dedicata a Sant’Antonio. Diamo un’occhiata anche alla fabbrica della Sarajevska, un marchio storico nato nel 1864, che, nonostante le travagliate vicende della città lungo il XX secolo, non ha mai smesso di produrre ottime birre. Dopo un’altra passeggiata per la Bašcaršija, i cui vicoli affollati e chiassosi non stancano mai, saliamo su una delle colline sarajevesi per osservare da vicino un po’ di vita “vera”, nel quartiere musulmano di Bjelave. Tra le case e le numerose, piccole moschee, si vedono qua e là antichi edifici turchi dotati di cortile, tra cui l’antica, elegante “Casa Svrzo”, risalente al XV secolo. Si è fatta ora di cena, e per l’ultima sera a Sarajevo decidiamo di concederci qualcosa di speciale. Seguendo ancora una volta i suggerimenti della nostra Lonely Planet, scoviamo tra i vicoli che si dipanano dalla Ferhadija un ristorante chiamato “To be or not to be”. Durante la guerra le parole “or not” furono cancellate dall’insegna, per non pensare alla morte. La specialità della casa è la bistecca al cioccolato con chilli, un’inedita ed esaltante esperienza sensoriale. Il mattino seguente abbandoniamo il proposito di visitare il Museo del tunnel, che si trova all’estrema periferia cittadina, per non trovarci di fronte all’alternativa tra una levataccia e il rischio di non rispettare la tabella di marcia prestabilita. Oggi ci rimane un po’ di rammarico per questa scelta… Ma i programmi per la giornata non sono meno interessanti: la nostra prima meta è Mostar, in Erzegovina. Per raggiungerla attraversiamo scenari naturali idilliaci, caratterizzati da una vegetazione verdeggiante e dal fiume Neretva, noto anche per la possibilità di praticare sport come la canoa e il rafting. Inutile dire per cosa Mostar sia famosa: il suo antico, maestoso ponte, lo Stari Most (Ponte Vecchio, da cui il nome della città), una delle meraviglie dell’arte ottomana, distrutto dai croati durante la guerra e ricostruito nel 2002 con le pietre originali, recuperate nella Neretva. Ci capita una straordinaria giornata di sole, senza nemmeno una nuvola in cielo. La città è stracolma di turisti – la maggior parte dei quali italiani – e tra i vicoli si fatica a camminare, sgomitando tra le bancarelle disordinate. Attraversato questo groviglio, da cui comunque non si possono non notare le suggestive casupole in stile turco, si spalanca davanti a noi la luminosissima pietra bianca dello Stari Most e delle due torri poste ai lati. Proprio in quel momento, una schiera di curiosi armati di macchina fotografica è pronta a immortalare un giovane locale, che sta per tuffarsi dagli oltre 20 metri del ponte.

Ottenuta una quantità di mance sufficiente, il prode erzegovese si lancia nel vuoto, lasciandoci a bocca aperta. Una nuotata, un asciugamano e un po’ di cammino a piedi nudi, ed è già di ritorno. Essere in cima al ponte è emozionante, ma ancora di più lo è ammirarlo da uno dei ristoranti panoramici, collocati in posizione più che mai strategica. Ci sbizzarriamo in tutte le foto possibili. Visto dal balcone su cui pranziamo, il centro di Mostar – se non si tiene conto di un affollamento turistico davvero eccessivo, per chi come noi ama respirare la “vera” atmosfera dei luoghi visitati – è di una bellezza struggente, che si fa persino fatica a cogliere nella sua totalità. Le casupole disposte lungo il fiume sono state ricostruite una per una, e grazie al sole risplendono di un incantevole grigio perlaceo, riflesso anche dal blu intenso della Neretva. La rappresentanza di connazionali è folta, tanto che Paolo se ne esce con un: «bellissima Mostar, non fosse che è in Italia!». Finito il pranzo, entriamo in un negozio di souvenir, che riproduce su uno schermo gigante le drammatiche scene della distruzione del ponte. Fu un disastro enorme, non solo per i devastanti effetti psicologici e simbolici. La città di Mostar era divisa dal fiume tra una zona croata e una musulmana. Ciascuna di esse, come in molte altre città bosniache, era divenuta una comunità segregata: l’unico collegamento esistente era rappresentato dal ponte, che per i musulmani significava altresì l’unico accesso (per quanto pericoloso potesse essere) all’acqua potabile, situata dalla parte croata. Croati e musulmani, alleati in chiave anti-serba, finirono per dare vita a una virulenta guerra nella guerra dopo uno scontro sull’applicazione del piano Vance-Owen, concepito con l’obiettivo di placare i nazionalismi con una suddivisione amministrativa della Bosnia-Erzegovina su base etnica, ma di fatto penalizzante per musulmani. La proclamazione della Repubblica croata di Herceg Bosna scatenò massacri, rappresaglie e vendette trasversali che coinvolsero più di chiunque altro – tanto per cambiare – la popolazione civile. Il video del ponte che crolla, con la carica espressiva delle sue immagini agghiaccianti, è un monito contro la follia della guerra fratricida, che risuona per ciascuno dei turisti presenti. La nostra collezione di scorci del ponte di Mostar si conclude in cima alla torre-museo, da cui si gode una vista mozzafiato che vale la pena di una ripidissima serie di scalini. Ma si è fatto già tardi. Un rapido giro in auto ci consente di osservare le ferite ancora aperte di questa città, che al di fuori delle meraviglie del centro presenta soltanto casermoni mal costruiti, edifici semidistrutti e le evidentissime tracce dei colpi di mortaio e proiettile. Per noi una visione triste, ricorrente e persino abituale, nei giorni trascorsi in Bosnia-Erzegovina, ma sempre impressionante. Il nostro prossimo obiettivo è la Dalmazia. Ma prima di sconfinare in Croazia ci aspetta una tappa assai controversa del nostro viaggio: Medugorje. La controversia nasce dal fatto che mentre Chiara è credente, Paolo tende fortemente all’ateismo. Il nostro approccio a questa città, in cui si registrarono apparizioni mariane fin dal 1981, risente del fragile equilibrio tra una pellegrina entusiasta e un accompagnatore scettico e un po’ svogliato. Mentre una è intenta a pregare e prepararsi spiritualmente, l’altro si domanda quale fregatura ci sia dietro. Entrambi, però, siamo d’accordo nell’evocare il passo evangelico della cacciata dei mercanti dal tempio, alla vista dell’interminabile serie di negozi e negozietti di souvenir. Nella scalata verso il luogo dell’apparizione, tra grosse pietre cosparse di terriccio rosso, ci accompagnano decine e decine di italiani, provenienti da ogni angolo della penisola. In cima, la statua della Madonna, dove ogni mese puntualmente Maria appare a quattro veggenti, comunicando loro messaggi di preghiera. Al di la delle posizioni personali su questo fenomeno, ciò che sembra tristemente provato – come scopriremo al nostro ritorno ripescando un vecchio articolo dell’ex direttore dell’Osservatorio sui Balcani Luca Rastello – è che alcuni frati francescani erzegovesi finanziavano con il denaro proveniente dai pellegrinaggi i movimenti nazionalisti croati, la propria battaglia per l’autonomia contro le gerarchie vaticane e, peggio ancora, l’acquisto di armi e rifornimenti destinati all’esercito croato-bosniaco (HDO – Consiglio croato di difesa). In tempo di guerra questi frati arrivarono a rivendere gli aiuti provenienti dalle varie associazioni cattoliche internazionali, sempre con i medesimi obiettivi. E tutto questo a prescindere da ogni conclusione sulla veridicità delle apparizioni. Ripartendo come previsto verso la costa dalmata, sciogliamo un dubbio che ci opprimeva da qualche giorno: invece di risalire verso Nord in cerca di un paesino di mare dove fermarci due giorni, optiamo per una lunga deviazione verso Sud, alla volta di Dubrovnik. Ce l’hanno descritta come una cittadina indimenticabile, dunque poco importano le ore di auto da aggiungere al nostro itinerario. Sconfiniamo in Croazia poco dopo il tramonto, dopo aver attraversato le radure sperdute dell’Erzegovina: zone a prevalenza etnica croata, dove la vernice nera, versata sopra le scritte in cirillico dei cartelli stradali in doppia lingua, segnala la persistenza di pericolosi rigurgiti nazionalisti. Una volta giunti sull’Adriatico, ci troviamo di fronte allo spettacolo di promontori, insenature e isolette, che emergono dal buio serale irradiate dalla luna e dalle rare luci dei paesini di mare. Ci vuole qualche ora, compresa una sosta per la cena, prima di arrivare a Dubrovnik. Dobbiamo ringraziare il nostro resuscitato navigatore, se lì non siamo impazziti alla ricerca di un ostello.

Per guadagnare tempo, anticipiamo la sveglia e ci lanciamo subito a visitare questa cittadina unica, fondata circa 1300 anni or sono con il nome (mantenuto fino al 1918) di Ragusa. Entriamo nella città vecchia, circondata dalle antiche mura, e subito ci accorgiamo perché questo luogo è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Varcata Porta Pile, scorgiamo sulla destra la mastodontica Fontana di Onofrio, sulla sinistra il notevole Monastero Francescano, di fronte a noi lo Stradun, la via pedonale più importante di Dubrovnik, pavimentata di lucente marmo bianco: lo stesso che caratterizza tutta la città e i suoi edifici barocchi. In fondo allo Stradun si trovano la Torre
dell’Orologio, la Colonna di Orlando e la Chiesa di San Biagio, stupendi monumenti di epoche differenti, uniti in un fazzoletto di terra. Poco più in là ecco la Cattedrale, con la sua pittoresca scalinata. Appena dietro le mura, il mare completa con i suoi scorci questo capolavoro estetico di città. Intorno ai luoghi turisticamente più interessanti si sviluppa un intrico di vicoli stretti e ombreggiati, che a volte ricordano un po’ i carrugi della Liguria: li percorriamo lentamente, perdendoci più volte. La nostra visita, forzatamente breve, si conclude con un breve giro in cima alle mura, un modo per osservare tutte insieme le meraviglie dell’antica Ragusa. Ci sembra difficile credere che – come ci ricorda un pannello affisso alle mura – anche Dubrovnik ha conosciuto meno di vent’anni fa i bombardamenti della guerra! Fu uno dei primi atti, nel 1991, della guerra serbo­croata, un violento attacco dei serbi, che seguì la dichiarazione d’indipendenza della Croazia. La cura con cui è avvenuta la ricostruzione suscita davvero una grande ammirazione. Una breve sosta dal panettiere, e subito partiamo in direzione Nord, consumando in auto il nostro burek al formaggio e qualche dolcetto da forno. I colpi d’occhio che offre la strada costiera, in ogni suo angolo, sono ancora più belli che di notte. È così che ci accorgiamo di come il viaggio di ritorno, almeno fino a Fiume, sarà una vera gita panoramica. Guidare non è mai stato così piacevole! Appena intravista una bella spiaggia lungo il tragitto, ci lanciamo impazienti verso il primo bagno della vacanza. In tanti ci avevano anticipato quanto fosse bello il mare della Croazia, eppure non possiamo fare a meno di chiederci: «ma è lo stesso Adriatico che bagna l’Italia orientale? Quello sporco, basso e opaco?». Tonificati dal nostro bagno, riprendiamo a spingerci verso Nord. Percorriamo la tangenziale di Spalato, rinunciando per motivi di tempo a una visita della città, e approdiamo sull’Isola di Ciovo. Non c’è bisogno di nessun traghetto, visto che l’Isola è collegata alla terraferma da un ponte situato nell’elegante, favoloso paesino di Trogir. Un giro di perlustrazione, ed ecco trovato un appartamento economico per la notte. Ma prima di coricarci, non possiamo sottrarci a una gustosa cena a base di vino bianco e risotto ai frutti di mare. Il giorno seguente scegliamo una spiaggia rocciosa e isolata, che ci catapulta in un’atmosfera un po’ selvaggia, ideale per una nuotata e per osservare oloturie, ricci e pomodori di mare. Nel pomeriggio, risalita ancora un po’ la Dalmazia, ci accontentiamo invece di una spiaggia di sabbia, dove in mare si tocca agevolmente fino al largo. L’ideale per i bambini, ma anche per qualche nostro gioco in acqua e per due ore di puro relax.
Arriviamo a Zara proprio al crepuscolo. La città sorge su un promontorio, in capo a cui si può gioire di un tramonto dai colori vivissimi e romantici. Incastonato nel marciapiede si trova il “Saluto al Sole”, una serie di tessere di vetro colorato che creano effetti di luce psichedelici.
Ma non è tutto, perché a rendere questo luogo ancor più emozionante c’è l’incredibile Organo marino, “suonato” dal moto ondoso grazie a una serie di tubi collocati nella pietra della banchina. Tutti i sensi si esaltano in un tale, magico scenario. Prima che il buio prenda il sopravvento, però, dobbiamo ancora visitare il centro della città. Il tragitto è molto breve.
Oltrepassando il Monastero Francescano, in stile gotico, si arriva presto alle rovine del foro romano, circondato dalla Chiesa (bizantina) di San Donato, risalente al IX secolo, e dalla romanica Cattedrale di Sant’Anastasia. Anche Zara fu bombardata nel 1991, e anche in questo caso è strano pensarci. Ricostruita a meraviglia, la città sembra davvero pullulare di cultura e vivacità, piena com’è di festival musicali e artistici. È davvero un peccato non avere il tempo di fermarsi più a lungo. Trascorsa la notte in un appartamento situato nella zona balneare della città, siamo così giunti all’ultimo giorno balcanico. Il viaggio in auto, come ormai da felice abitudine, è alleggerito e reso delizioso dai panorami marini, tanto che spesso ci dobbiamo fermare per scattare una foto. La mattina scegliamo una spiaggia bellissima ed isolata, che presenta un mare un po’ particolare: in pochi centimetri passa da una temperatura mite ad una eccezionalmente gelida, non si sa se a causa di qualche corrente o di un forte e improvviso sprofondamento del fondale. La spiaggia del pomeriggio, invece, è caratterizzata da un’inedita proliferazione di ricci marini. Un po’ di nuoto, un gelato ed è già ora di ripartire. Ci fermiamo alle porte di Fiume, in un paesino di poche casupole dove alloggiamo nel piano rialzato di una abitazione privata.
Per chiudere degnamente con il mare croato, per cena ci rimpinziamo di deliziosi scampi pescati nel golfo del Quarnero, accompagnati da un ottimo vino bianco. Il nostro viaggio è giunto al termine. Imboccata l’autostrada appena svegli ci dirigiamo stancamente verso casa, con mille pensieri nella testa da riorganizzare, sabbia nelle scarpe e negli occhi l’immagine delle lapidi bianche di Srebrenica che a tutt’oggi non se ne vuole andare.
CONSIGLI BIBLIOGRAFICI
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M. Kaldor, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci 1999.
J.S. Kanaan, La mia guerra all’indifferenza, Tropea 2004.
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Le guerre jugoslave. 1991-1999, Einaudi 2001
L. Rastello, La vergine strategica, in “Limes” n. 1/2000
F. Strazzari, Notte balcanica. Guerre, crimine, stati falliti alle soglie d’Europa, Il Mulino 2008.
E. Suljagec, Cartolina dalla fossa, Beit 2010.
D.Volcic, Sarajevo. Quando la Storia uccide, Mondadori 1993.
www.balcanicaucaso.org

Il Viaggio Fai da Te – Autonoleggio low cost nei Balcani

 

 
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