Birmania!

di Claudio Perotti –
La destinazione:
Perché un viaggio in Myanmar? E’ opportuno visitare un paese sotto il giogo di una dittatura militare assolutista, sapendo che una buona fetta di ciò che sarà speso andrà ad alimentare le casse governative?
Esistono due opposte idee a riguardo, una che invita ad un netto boicottaggio verso questo paese, per far sì che si senta forte la posizione di tutte le nazioni estere, contro il regime. L’altra asserisce, invece, che entrare nel paese, mostrarsi e dimostrare che esiste qualcosa al di là del “muro”, rappresenta per i birmani un’occasione di contatto, una boccata d’ossigeno, uno stimolo che può solo essere positivo. Altri viaggiatori mi hanno parlato della Birmania. Hanno descritto il fascino delle pagode e degli stupa, la semplicità e la gentilezza di un popolo che non ha nulla, ma che nello stesso tempo è ricchissimo. Qualcuno mi ha detto: “Vedrai, sarà uno dei viaggi più belli….” Ed ha avuto ragione, ho trovato ancor di più di quanto mi aspettavo.
E’ un viaggio denso di sensazioni. I fasti del passato, la gente, la spiritualità, gli sguardi. E’ calarsi, veramente, in un’altra dimensione.

Il paesaggio:
Dal punto di vista naturalistico, la Birmania certo non colpisce. E’ un paese tropicale, con flora tipica di quelle latitudini. Ma non è esuberante, forse a causa del periodo della nostra visita, il più secco e caldo dell’anno.

Il territorio:
Il giro da noi effettuato, ha toccato le zone di Yangon, vertice meridionale del nostro tour, Mandalay, posta nel cuore di Myanmar, la piana di Bagan, passando per le zone montuose intorno a Kalaw e per il lago Inle.
Capitolo a parte per l’acqua, la vera costante di tutte le zone da noi toccate. Il grande fiume Ayeyarwady, e poi tutti i corsi d’acqua che da esso derivano, i laghi, gli stagni, i torrenti che ovunque costeggiano o si intersecano con le strade da noi percorse. Si ha l’impressione che tutto ruoti attorno a questo elemento e alla sua abbondanza. L’acqua irriga i loro campi, la sua abbondanza permette la coltura del riso, dall’acqua pescano, sulle rive dei corsi d’acqua hanno costruito le loro case buona parte della popolazione rurale del Myanmar, sull’acqua nuotano le loro anatre, trovano foraggio e refrigerio i bufali, che altrimenti non potrebbero vivere, nell’acqua lavano, nell’acqua giocano i bambini.

Il clima:
Il nostro soggiorno è andato dal 12 al 28 aprile. Il mese di aprile coincide con il culmine della stagione calda e secca. Effettivamente abbiamo dovuto fare i conti con temperature a volte un po’ eccessive, oltre i 40 gradi, con un tasso d’umidità medio-alto. Nulla di proibitivo, specialmente se le camere d’albergo e pulmino sono dotati d’aria condizionata, però il caldo si sente, eccome! Bagan, Yangon e Mandalay sono nell’ordine le zone dove l’alta temperatura più si è fatta sentire. E’ chiaro che per chi soffre il caldo sarebbe meglio prendere in considerazione stagioni diverse. Da novembre a febbraio sembra che sia il periodo migliore per visitare il Myanmar. Siamo incappati solo in un paio d’acquazzoni. Uno, serale, sul lago Inle, durato 2 – 3 ore, l’altro pomeridiano, a Golden Rock, violento ma di breve durata. In entrambi casi non sono stati compromessi i programmi di quei giorni.


Il paese:
E’ un paese afflitto da profonde piaghe. Il regime militare, dittatoriale, è uno dei più rigidi del mondo e ha bandito ogni forma di effettiva democrazia. La povertà è endemica in questo paese. I signori dell’oppio imperversano in quella porzione di territorio birmano che fa parte del famoso “triangolo d’oro”. Le minoranze etniche, sopraffatte ma non dome, rifugiate nelle zone più impervie del paese, continuano la loro guerriglia contro il potere centrale. Con questi presupposti ci si aspetterebbe un popolo provato, disincantato, stanco. Invece si trova un popolo cordiale, dignitoso, sereno. E’ solo apparenza? Non credo. E’ questo l’inspiegabile contrasto tra i gravi oggettivi problemi politici e sociali e gli effetti negativi che questi non hanno prodotto sulla popolazione. Ma che aria si respira girando per le strade? Quanto si manifesta il controllo militare nella vita quotidiana del paese? Immaginavo prima di andare, continui controlli, vigilanza serrata. Invece nulla di nulla, se qualcuno si aspetta camionette militari per le strade, posti di blocco, ronde o cose simili, stia pur tranquillo che non ne vedrà. Caserme ne abbiamo viste a Yangon, la capitale, oppure nei pressi di Taunggy, città di “confine”, oltre la quale fino a poco tempo fa il controllo era tutt’altro che saldo, nelle mani della giunta militare. Ma allora, dove è tutta la ferocia di questi militari? Come si manifesta? Non è evidente, la normale attività è più che altro operazione di “intelligence”, di un grande fratello che non si vede ma è presente, salvo quando si tratta di intervenire per sedare disordini, e allora in quelle occasioni, ci hanno raccontato, purtroppo si vede eccome. La giunta militare al potere è assolutamente immobilista, attenta a non creare potenziali condizioni che possano far venire meno lo status quo, quindi la loro condizione di potere. Crescita? Sviluppo? Parole che si possono usare con il contagocce.
Poi, dicono (dicono) che gli scontri armati tra la giunta militare e i guerriglieri dissidenti da una parte e i signori della droga dall’altra, si sono ridotte a sporadiche scaramucce…..ma sarà vero?
Ma quindi è pericoloso, dal punto di vista dell’incolumità fisica, per un turista visitare il Myanmar? Assolutamente no. Non è mai stato torto un capello a turisti stranieri. Sono inflessibili solo con le opposizioni politiche interne e con le minoranze etniche. Ma i militari che si incontrano in giro sono ostili? Assolutamente no, per quei pochi che si vedono. E i furti? E le rapine? Quasi inesistenti. Molto più sicuro dell’Italia, da questo punto di vista.

La moneta e i prezzi:
La moneta in uso è il kyat (pronunciare ciàt), ed è in continua svalutazione rispetto al dollaro. Nell’ultimo anno si è svalutata quasi del 100%. Per dare un’idea di quanto sia virulento il processo di svalutazione, basti dire che all’inizio del nostro viaggio il dollaro ci è stato cambiato a 800 kyat, mentre dopo 15 giorni ad oltre 900 kyat. Si tenga presente un aspetto di fondamentale importanza: esistono due mercati valutari, uno ufficiale, quello applicato dalle banche, che cambiano 1 dollaro a circa 7 kyat ed un altro libero, dove il rapporto dollaro/kyat è ben diverso. Questo mercato libero non è da considerarsi come un mercato nero, in quanto è possibile e facile cambiare valuta presso alberghi, ristoranti e altri esercizi commerciali. Non vi è nulla di clandestino né di pericoloso, e tutto viene eseguito tranquillamente alla luce del sole. Quindi non andate a cambiare presso le banche!!
Comunque il dollaro è accettato pressoché ovunque, come moneta di pagamento, solo che risulta un po’ scomoda la continua conversione e la quantificazione dei resti (pensiamo a noi, quando vigeva la doppia circolazione lira/euro!).
Per noi, provenienti dal mondo “ricco” i prezzi sono incredibilmente bassi, specialmente per quanto riguarda i generi alimentari ed i prodotti dell’artigianato. Nei ristoranti si mangia abbondantemente con una media di 2 dollari a testa! E manufatti in legno di tek, lacche, stoffe ecc. si acquistano a prezzi molto convenienti. Si tenga presente che buona parte dei prodotti artigianali che si trovano un po’ ovunque, sono oggetti senz’altro pregevoli ed originali, nulla a che vedere con la paccottiglia che tentano di rifilarti in tanti altri paesi.

La gente:
Stupenda. Gentile. Spesso desiderosa di stabilire un contatto. Non abbrutita dal turismo di massa. E’ facile cogliere gli sguardi curiosi di chi osserva per interi minuti, rispettosamente, con quei profondi occhi scuri. Solo in qualche circostanza i venditori si sono fatti insistenti ed asfissianti, ma nel contesto generale il rapporto è stato più che positivo.

La religione:
E’ un paese profondamente buddista. Quanti monaci, quante persone, quante famiglie raccolte in preghiera nei numerosissimi luoghi di culto sparsi un po’ ovunque. Ci siamo chiesti quanto questa loro radicata spiritualità contribuisca a far sì che questo popolo sia…così.

Gli alberghi:
Buoni. Siamo ricorsi ad una categoria medio-alta, anche perché il cosiddetto “alberghetto”, più modesto, fa parte di una tipologia non molto diffusa, in Birmania. Questo perché il turismo è stato da sempre poco praticato, per motivi politici e perché in alcuni periodi sono state chiuse le frontiere. Da qualche anno a questa parte alcune cose sono cambiate, c’è una maggiore apertura verso il fenomeno turistico e diverse strutture sono state aperte di recente. Tutte le nostre sistemazioni sono state più che buone, in camere doppie con servizi privati, acqua calda e, quasi sempre, aria condizionata e frigorifero. Abbiamo concordato con il nostro corrispondente a Yangon un forfait di dieci dollari a persona a notte. Prezzo conveniente, in quanto alcuni alberghi menzionati sulla guida Lonely Planet, figuravano addirittura a prezzi superiori. Quindi, ottimo il rapporto qualità/prezzo.

Gli spostamenti:
Una volta che ci si discosta dalle grosse arterie, che peraltro sono poche e riguardano solo i grandi centri, cioè Yangon e Mandalay, per il resto le strade sono sì asfaltate ma male. Per gli spostamenti oltre che ad affidarci ad un pullmino a noleggio con autista, percorrendo circa 1000 Km su gomma, siamo ricorsi anche a un volo interno (Heho – Yangon, 600 km), un treno (Yangon – Mandalay, 700 km ), un battello (Mandalay – Bagan, 200 km)., toccando le zone delimitate dal quadrilatero Yangon – Bagan – Mandalay – Inle. Breve sconfinamento per la visita al sito archeologico di Kakku, nello stato Shan, che nonostante la relativa distanza di 100 km dal lago Inle, era fino ad un paio di anni fa off-limits per i normali turisti.

A tavola:
Cucina birmana, indiana e cinese. Non è difficile trovare locali dove è possibile consumare un pasto. Dal ristorante di lusso al chioschetto lungo la strada. I prezzi (per noi) sono veramente bassi. Il riso è onnipresente e accompagna ogni portata. Da buon paese orientale quale è, si fa largo uso di spezie, (chilli e curry) e di aglio. Personalmente, avendo qualche difficoltà ad entrare in sintonia con questo tipo di cucina, mi sono buttato sul pesce d’acqua dolce, presente in quasi tutti i menù, così pesce fritto o alla griglia o qualche ottimo gambero di fiume sono stati i protagonisti costanti dei miei pasti. I miei compagni di viaggio, più vicini di me ai sapori tipicamente orientali, si sono sbizzarriti nelle scelte, gustando con disinvoltura i diversi piatti proposti.
Al di là delle diverse ricette, i componenti di base più presenti nei menù sono le verdure miste, carne di pollo di anatra e di maiale.
Ho gradito molto anche una particolare verdura acquatica mai vista prima, chiamata watercrest, ottima sia bollita che saltata in padella. Altro piatto tipico birmano è il Le phet, che viene consumato dagli stessi locali anche come spuntino, ed è composto da particolari foglie di tè lessate, olio di palma, arachidi, sesamo e anacardi. Molto sfizioso.
Buona la frutta (banane papaie angurie e ananas), presente in buona parte dei ristoranti da noi visitati. E’ comunque acquistabile nei mercati, e spesso, lungo le strade. Ho avuto anche il piacere di assaggiare alcuni frutti strani, molto gustosi, ma dai nomi irripetibili.



Il viaggio:
Ho fatto parte di un gruppo composto da otto persone. La nostra valida “coordinatrice” ha preso contatto dall’Italia con un corrispondente locale, con il quale ha concordato un prezzo per il noleggio di un pulmino con guida e autista ed un itinerario di massima.

La festa dell’acqua

Merita una citazione a parte, questo evento, in quanto le informazioni lette su alcune guide turistiche, non descrivono in modo preciso la portata di questa festa. E’ un vero delirio, per tre giorni interi orde di persone si riversano per le strade, nelle piazze, ballando, cantando e…..gettando acqua su qualsiasi cosa passa nelle loro vicinanze. Pistole ad acqua, secchi, bottiglie, pentole, bidoni, qualsiasi contenitore atto a contenere un liquido è utilizzato come strumento di “offesa”. Persino gli idranti sono comunemente usati per innaffiare qualsiasi cosa si muova. A Yangon e Mandalay, abbiamo persino visto dei palchi appositamente allestiti in prossimità delle vie e delle piazze cittadine più centrali, sui quali si accalcavano ragazze e ragazzi festanti e muniti ciascuno del proprio idrante. Potete immaginare con quale risultato…
Questa festa, molto sentita in tutto il sud-est asiatico, cade in aprile e coincide con i tre giorni che anticipano il capodanno buddista. E’ nel periodo più caldo dell’anno ed è propiziatorio e beneaugurate sia per chi l’acqua la tira e sia per chi …la piglia! Quindi è gioia completa! I turisti più o meno ignari che hanno la ventura (o la sventura) di capitarci in mezzo, sappiano che non verranno risparmiati!

MYANMAR:
Diario di viaggio.

Venerdì 12/04/2002:
Il viaggio ha inizio. Piano voli massacrante. Roma – Vienna – Amman – Doha – Bangkok – Yangon. Che ne dite? Partenza da Roma Fiumicino alle 11:30. Tutto il resto è……voli…scali…attese….

Sabato 13/04/2002:
Arriviamo a Yangon intorno alle 20:00. Disbrigo delle normali pratiche d’ingresso con l’aiuto di una gentile impiegata dell’agenzia con la quale ci siamo messi in contatto dall’Italia. Prima di andarcene in albergo, passiamo alla sede dell’agenzia stessa, dove dovremo versare l’anticipo dovuto e dove dovremo concordare definitivamente l’itinerario con tutti i dettagli del caso. Circa mezz’ora di strada separa l’aeroporto da Yangon. Il traffico è scarso e il primo impatto con la capitale è abbastanza anonimo. Arriviamo all’incrocio tra Mahabandoola Street e Bo Myat Htun Street, nel palazzo dove ha sede l’Adventure Myanmar. Versiamo un anticipo, sulla base delle quote già segnalate. Pullman con conducente 80 $ al giorno. Guida 30 $ al giorno. Chiediamo la prenotazione di un volo interno da Heho a Yangon (97 $ a persona) più la prenotazione sul treno da Yangon a Mandalay (35 $ a persona). In più confermiamo l’OK per la prenotazione degli alberghi in base al tour da noi deciso. 10 $ a persona a notte, compresa la prima colazione. Sempre presso gli uffici di questo corrispondente, cambiamo i nostri dollari in kyat, la monete locale. Dopo gli ultimi accordi, possiamo finalmente raggiungere il nostro albergo, il Panorama Hotel (294-300, Pansodam Street), situato in zona centrale, anche se in un punto tutt’altro che felice, in quanto proprio davanti ad una strada sopraelevata. L’albergo è decisamente bello e pulito. Anche grande, essendo ospitato in un palazzo di nove piani! Oramai è sera tardi, siamo distrutti dopo quasi 48 ore di viaggio e pensiamo quindi di mangiare qualche cosa presso il ristorante dell’albergo. Chi ha preso frutta, chi ha preso riso, chi ha cominciato i primi approcci con i ricchi piatti di verdura presenti in ogni menù. Tutto buono, per la modica cifra (non si fa per dire) di poco più di 1 dollaro a testa.!

Domenica 14/04/2002:
Dopo un’ottima ed abbondante colazione, iniziamo alle 8:00 la visita di Yangon. Cominciamo dal luogo di culto più importante di tutto il Myanmar, vale a dire la Shwedagon Paya. L’ingresso costa 5 dollari pro capite e si accede ad un complesso composto oltre alla pagoda, imponente e abbagliante nel suo colore dorato, ad innumerevoli templi grandi e piccoli, dallo stile diverso e risalenti ad epoche diverse. Qui abbiamo il primo contatto, vero, con quest’umanità. Con i monaci, di ogni età che passando ti guardano e a volte fanno un cenno con il capo, in segno di saluto. Della gente, spesso famiglie, sedute all’ombra che ti guardano, stupiti. In effetti dopo quasi due ore di visita gli occidentali incontrati si sono potuti contare sulle dita di una mano. Qui abbiamo i primi gentili contatti con le persone. Terminata la visita ci dirigiamo verso il lago Kandawgyi, oramai è mattina inoltrata e lungo la strada iniziamo a vedere i festeggiamenti e la gente per la strada che si diverte gettando e facendosi gettare acqua addosso. Arriviamo al lago, e facciamo una breve passeggiata nei vialetti lì intorno. Qui qualcuno di noi comincia a partecipare, suo malgrado, della festa!. Ci spostiamo verso il centro, alla Sule Pagoda. Scendiamo dal pulmino e iniziamo ad incamminarci, attratti dal colore, dal rumore, dalla folla, dalle variopinte bancarelle e un po’ intimoriti dalla gran quantità d’acqua che vediamo schizzare in ogni dove. Un breve giro nelle piazza, poi decidiamo di fare uno spuntino ed entriamo in un locale molto….come dire, semplice e… verace! Siamo gli unici occidentali e destiamo lo stupore dei numerosi avventori presenti. Ci portano dei dolci al sapore di cocco, molto buoni, altri forma di triangolo, fritti, ripieni di verdure. Spendiamo complessivamente 570 kyat (circa ¾ di dollaro), comprese due bottiglie d’acqua! Incredibile! Usciamo dal locale e gli ultimi di noi asciutti, hanno cessato di essere tali. Entriamo nel complesso di cui fa parte la Sule Pagoda, distante poche decine di metri. E’ come entrare in un’oasi di pace, fuori la festa impazza, ma varcata la soglia regna il silenzio, appena mosso dal bisbiglio dei fedeli in preghiera e dal sommesso parlottare delle numerose persone presenti nei vialetti perimetrali alla Pagoda. Ci sediamo in mezzo alla gente, ci rilassiamo, cominciamo ad entrare in sintonia con quello che ci circonda. Anche qui il piacevole, disinteressato contatto con queste persone. Alcune mamme si avvicinano a noi con i loro piccoli ci sorridono, ce li mostrano, tutto in modo così naturale……
Riprendiamo il pulmino, sono le prime ore del pomeriggio ed il gran caldo comincia a farsi sentire, la nostra meta è Chauk Htat Gyi, dove vi è il grande buddah reclinato. La costruzione in sé è abbastanza brutta, un po’ troppo kitch, ma la statua è davvero gigantesca. Anche qui vediamo famigliole sedute in circolo che mangiano, parlano, si riposano. Questi, oltre ad essere luoghi di culto, sembrano essere luoghi d’incontro. Ci dirigiamo poi alla Botataung Pagoda, interessante complesso. La Pagoda ha la particolare caratteristica di essere cava all’interno. All’interno di questa struttura troviamo dei tempietti dedicati al culto dei nat, un grande cortile dove vediamo giocare diversi bambini, ed una sala, dove innanzi ad un’immagine del buddah una dozzina di donne intonano una specie di ipnotica, ininterrotta litania. Qui ci tratteniamo per un po’ di tempo, sdraiati all’interno di questa sala. Prima di tornare all’albergo, passiamo davanti al famoso Strand Hotel, il primo hotel di Yangon, fondato dagli inglesi in epoca coloniale. E’ stato ristrutturato di recente, ma tutto sembra essere rimasto come allora, sembra quasi il set di un film. E’ possibile visitare il piano terra, dove si trova un grande salone, la sala da pranzo ed il bar. Qualcuno propone di sedersi e prendere un tè. E così facciamo. Servizio ineccepibile, con tanto di porcellane ed argenteria. Peccato per il tè (Lipton, in bustina) e per il caffè, piuttosto disgustoso. Te o caffè costano 3 dollari ciascuno. Quanto un pranzo completo in un ottimo ristorante. Rientriamo in albergo, dove sulla soglia siamo bersagliati da un simpatico giovanotto munito di idrante. Facciamo i bagagli e poco dopo le 18:00 lasciamo l’albergo, per raggiungere la stazione ferroviaria di Yangon. Abbiamo deciso, di raggiungere la nostra prossima destinazione, Mandalay, servendoci del treno. A tale proposito, avevamo chiesto al corrispondente dell’Adventure Myanmar, di prenotare i posti. Il treno parte puntuale alle 19:30. Arriverà a destinazione alle 13:00 del giorno dopo, ricoprendo una distanza di 700 chilometri. Oltre 17 ore di viaggio non sono poche, considerando il fatto che le carrozze ferroviarie birmane sono….quello che sono! Disponevamo comunque di posti riservati e di poltrone reclinabili, caratteristica non trascurabile, visto che lì abbiamo passato la notte!

Lunedì 15/04/2002:
Così, dormendo (poco), sonnecchiando, chiacchierando e guardando il paesaggio, arriviamo a Mandalay. Finalmente! Già da diverse ore il caldo comincia a farsi sentire. Scendiamo dal treno, la stazione di Mandalay è molto simile a quella di Yangon, l’interno è abbastanza semplice e trasandato, mentre lo stesso edificio, visto dall’esterno, sembrerebbe messo meglio. Un altro pulmino ci attende appena fuori dalla stazione ed in meno di venti minuti ci porta a quello che sarà il nostro albergo per due notti. Il Mandalay View Inn (66th Street). Si tratta di un edificio piccolo, con sì e no una ventina di camere. Le stanze sono pulite, accoglienti con parquet al pavimento e decorazioni in tek al soffitto. In questa circostanza, come in numerose altre che seguiranno, troveremo questo legno come materiale principale per decori e non. Questo a conferma che il Myanmar è il primo produttore mondiale di tek. Giusto il tempo per sistemare i bagagli e poi via, verso il punto d’imbarco dove prenderemo il battello per la zona archeologica di Mingun. Nella mezz’ora di tragitto che ci separa dall’imbarcadero, abbiamo modo di constatare che anche a Mandalay la festa dell’acqua impazza. Arriviamo. Lento e maestoso ecco il fiume. L’Ayeyarwady. Scendiamo la riva scoscesa, siamo attorniati da bambini e da gente tanto cordiale quanto curiosa. Quasi tutte le donne intorno a noi portano spalmato sul viso il tanaka, che sarebbe una specie di pasta di colore ocra ottenuta da un particolare tipo di legno. Ad esso vengono attribuite proprietà benefiche per la cute e svolge anche funzione di filtro solare. In generale, una donna su due lo porta regolarmente. L’uso del tanaka è abbastanza diffuso anche tra gli uomini. Saliamo sull’imbarcazione che dopo un’ora di traversata ci avrebbe portato a Mingun. Min Kyan Sit è il nome di questo barcone, bello, tutto di legno (manco a dirlo), nuovissimo e sul quale siamo gli unici passeggeri. L’equipaggio, probabilmente una famiglia, molto gentile, ci ha offerto acqua e banane, per rende ancora più gradevole la traversata. Abbiamo pagato 2 dollari a testa A/R. A poca distanza dall’approdo incominciamo a vedere le prime capanne del villaggio, una piccola folla di bambini e di ragazzine che si fa sempre più nutrita, mano mano che il battello si avvicina alla riva. Notiamo anche alcune barche, con le particolari vele quadrangolari composte da diversi parti di tela di colore diverso. Sbarchiamo, con questa piccola orda vociante che scorterà ognuno di noi per tutta la durata dell’escursione della zona archeologica di questa antica capitale, peraltro poco estesa. La visita non richiede più di un’ora e mezza. Punto di forza di questo luogo è la Mingun Paya, ovvero la grande pagoda incompiuta, risalente al 1790, la quale se fosse stata terminata e se non fosse stata offesa da più di un terremoto, sarebbe stata la più grande del mondo. Si può salire, da un ripido passaggio, fin quasi sulla sommità e vedere un bel panorama di tutta Mingun, con altri templi spuntare dalla vegetazione ed il fiume, dominante, là, giù in fondo. Una piacevole passeggiata tra le case del villaggio ci conduce al luogo dove è custodita quella che si dice essere la più grande campana del mondo e poi, poco più avanti, vediamo spiccare nel suo biancore abbagliante, la Sin Phyu Me Phaya. Tutt’intorno a noi, quelle scene di vita semplice, agreste, che saranno il comune denominatore di ogni nostro spostamento al di fuori dei centri urbani. Carri che trasportano legname trainati da buoi, persone che in spalla portano fieno…..
Raggiungiamo di nuovo il battello, salutiamo i numerosi ragazzini fattisi un po’ troppo insistenti e facciamo ritorno a Mandalay. Arriviamo intorno alle 17:30, lasciamo, molto volentieri una piccola mancia al gentile equipaggio e riprendiamo il pullmino. Rimaniamo semi bloccati da più di un ingorgo causato dalla festa, che a quest’ora sta imperversando più che mai. Non per la prima volta il nostro pulmino viene bersagliato da getti di potenti idranti, che fanno sì che ogni occupante si guardi bene dall’aprire il più piccolo spiraglio dal finestrino. Tentiamo di dirigerci alla collina di Mandalay, meta d’obbligo per chi visita questa città, dove poter assistere al famoso tramonto, ma la confusione ed il traffico è tale per cui ci siamo visti costretti a desistere. Alcune strade sono completamente allagate e quello che volevamo che fosse il ristorante per la nostra cena è chiuso. Chiediamo, allora, aiuto alla nostra guida che ci dà forse il consiglio più azzeccato di tutto il viaggio, indicandoci il ristorante Eternal (incrocio tra la 27^ e 64^ strada, zona Aung-Daw-Mu), dove prenotiamo per la sera stessa.
Penso che sia stato il più valido di tutto il viaggio; il menù senza dubbio più ricco. Piatti birmani, cinesi ed indiani. Ognuno di noi ha preso cose diverse e tutti sono rimasti pienamente soddisfatti. Io ricordo distintamente un piatto di gamberoni di fiume cucinati in un intingolo squisito. Una pietanza, un contorno, acqua, frutta e caffè a testa più due o tre birre per un totale di 15.800 kyat, vale a dire 19,75 dollari, vale a dire circa 44.000 lire e quindi nemmeno 6.000 lire a testa!
Incredibile ma vero!

Martedì 16/04/2002:
Levataccia alle 5:30, in quanto ci hanno consigliato che la certezza di salire sulla Mandalay Hill (causa festeggiamenti) la possiamo avere solo rinunciando al tramonto a favore di un’altrettanto suggestiva alba. E così è stato, alle 6:00 di mattina le strade sono pressochè deserte. In pochi minuti raggiungiamo la base della collinetta, punto di partenza, dove troneggiano a guardia del tempio, due grandi chintye, figure mitologiche metà leoni metà grifoni, simbolo del Myanmar, che figurano tra l’altro su molte delle banconote nazionali. L’entrata per accedere alla sommità della collina è di 3 dollari a testa. Paghiamo ed iniziamo la breve salita. I lati della via pullulano di piccole bancarelle che vendono principalmente generi alimentari (alcune cucinano sul posto!) e fiori, per le offerte ai numerosi tempietti che si trovano poco più avanti. Una volta raggiunta la cima della collina, tutti ci aspettiamo, in verità, un panorama un po’ migliore. Probabilmente è un luogo un po’ enfatizzato. Vi sono numerose statue di buddah e tempietti, in un’atmosfera piuttosto kitch. Scendiamo dalla collina, riprendiamo il pulmino, sono le 8:00 quando sostiamo, non molto distante dalla Mandalay Hill, al monastero Shwe Nandaw Kyaung, molto bello, completamente costruito in legno di tek, finemente intarsiato. A pochi metri di distanza vi è anche lo scintillante palazzo Atumashi Kyaung, il cui definitivo restauro è terminato di recente. Lasciamo Mandalay alla volta delle tre antiche città imperiali della zona, e cioè Amarapura, Sagaing ed Ava. La prima, Amarapura è a meno di un’ora di strada e non resta nulla degli antichi fasti. Se non fosse per le notizie lette sulla fedele Lonely Planet, e per le indicazioni dateci da Myint Khiu, la guida affibbiataci dall’agenzia il primo giorno e che ci seguirà per tutta la nostra permanenza in Myanmar, nessuno direbbe che lì, una volta, esisteva la capitale di un potente regno. Oggi Amarapura è soprattutto famosa per un ponte di legno (indovinate di quale legno? Di tek, bravi) più lungo del mondo (1200 metri) e per uno dei più famosi e popolosi monasteri della Birmania, il Mahagandayone. Arriviamo prima al ponte U Bein, dove vediamo tantissime bancarelle che vendono frutta, dolci, bevande e dove alcuni cominciano a cucinare riso, spiedini e chissà cos’altro. Non dimentichiamo che anche oggi è un giorno di festa ed evidentemente questo è una delle mete più classiche, per la popolazione locale. Infatti col passare dei minuti, sempre più persone si vedono a spasso sul ponte, famigliole, fidanzatini e manco a dirlo, siamo gli unici occidentali lì presenti, quindi gli sguardi sono…..tutti per noi! Facendo attenzione alle docce sempre in agguato, riprendiamo la strada verso il Mahagandayone, che si trova a pochi minuti di distanza. Siamo arrivati in tempo per la distribuzione del cibo ai monaci, pratica, questa, forse gestita in modo un po’ irriguardoso, in quanto questo è il luogo dove abbiamo visto la più alta concentrazione di turisti, tutti intenti, senza molto tatto a fotografare i monaci. Immaginate questa lunga e mesta fila di monaci, avvolti nelle loro tonache e nel silenzio più completo essere presi quasi d’assalto dai click forsennati dei turisti ammassati……beh, non è molto delicato. Ma sinceramente, anche questo episodio che un po’ mi ha infastidito, non è riuscito a corrompere quella “certa” atmosfera che aleggia.
Lasciato il monastero, ci dirigiamo verso la vicina Sagaing. Questo interessante sito archeologico ci dà un assaggio di quello che troveremo tra qualche giorno a Bagan. All’improvviso compaiono, lungo la strada, alcuni stupa costruiti con mattoni rossi che trasmettono un senso di esotismo, di mistero, di antico, di selvaggio. Facciamo una breve sosta alla imponente pagoda Kaung Mu Daw, dove siamo colpiti per l’ennesima volta, dalla vita che si svolge intorno a questi luoghi. Bancarelle, piccoli negozi, gruppi di persone che conversano, parlano, mangiano, bambini che giocano. Abbiamo ancora la netta sensazione di assistere al pulsare della loro vita, scandita ai loro lenti ritmi, dai loro antichi riti. Prossima tappa, la collina di Sagaing. Una lunga scalinata ci conduce sulla sommità. Qualche sosta è d’obbligo, vista la ripidità e la temperatura. Indugiamo, e lungo il percorso ci godiamo il bel panorama che si presenta ai nostri occhi. Raggiungiamo la sommità. Vi troviamo una pagoda, un tempio ed una grande statua di buddah. E’ mezzogiorno, il sole picchia davvero tanto, facciamo fatica a camminare scalzi, il suolo è rovente e cerchiamo qualche zona d’ombra, a ridosso dei muretti, per poter girare al meglio. Questo piccolo problema è stato una costante di tutto il viaggio, in quanto ad ogni luogo di culto è necessario avvicinarsi scalzi, e data la stagione le piante dei piedi sono messe…… a dura prova. Con la conseguenza (esilarante per i più sadici), che di tanto in tanto qualcuno del gruppo si produceva in uno scatto bruciante (aggettivo non potrebbe essere più azzeccato), alla ricerca di un punto ombreggiato. La prossima nostra meta è Ava, situata sull’altra sponda dell’Ayeyarwady. Raggiungiamo dopo circa mezz’ora il punto d’attracco, dove una decina di persone sta aspettando l’arrivo dell’imbarcazione. Anche durante questa breve attesa, il contatto con questa gente è cordiale, qualcuno di noi scherza con gli incuriositi bimbi, sotto lo sguardo benevolo delle madri. Arriva l’imbarcazione, abbastanza piccola per contenere una ventina di persone più quattro o cinque biciclette! Stiamo un po’ stretti, ma si tratta di raggiungere semplicemente la sponda opposta del fiume, quindi in pochi minuti tocchiamo riva. A poche decine di metri dall’approdo i famosi calessi, che rappresentano l’unico mezzo (a parte le proprie gambe) con il quale visitare la zona. Contrattiamo non poco sul prezzo, e alla fine concordiamo la tariffa di 6000 kyat per il noleggio di tre calessi. La visita della zona di Ava dura circa un paio d’ore e la cosa senza dubbio imperdibile, è lo splendido monastero di Bagaya. Ha in sé un fascino indescrivibile, spunta all’improvviso, tra la vegetazione. E’ costruito quasi interamente in legno di tek. E’ massiccio, il suo interno è molto buio, si fa fatica a scorgere i begli intarsi che adornano alcune sue parti. Non è disabitato, ospita alcuni monaci che ci guardano incuriositi. Girare, in silenzio, per le sue stanze oscure, trasmette una sensazione di strana sacralità. Vicino a questo monastero, seminascoste dalle palme, dalla vegetazione, si scorge, qua e là, qualche piccolo stupa. E’ un gran bel luogo, ti “prende”. Continuiamo il nostro giro sui calessi, facciamo una breve sosta ad una vecchia torre d’osservazione, nulla di che, ed infine al monastero Maha Aungmye Bonzan, non molto ben tenuto, ma di una struttura interessante. Terminiamo la piacevole passeggiata in calesse e raggiungiamo il punto d’imbarco e, sempre assieme ad un buon numero di simpatici birmani, saliamo sull’imbarcazione che ci riporta sull’altra sponda. Pulmino e via, ritorno a Mandalay. Sono le 17:00 quando iniziamo la visita alla famosissima Mahamuni Paya. L’ingresso costa 4 dollari pro capite. All’interno vi sono bancarelle, cortili, una grossa campana, statue di bronzo provenienti dalla Cambogia (Angkor Vat), antico bottino di guerra. E poi sempre la gente, tanta, così diversa da noi, così bella. Ma la grande attrazione della Mahamuni è il buddah d’oro. Una statua completamente ricoperta d’oro, grazie alle classiche foglioline votive continuamente attaccate dai numerosissimi fedeli, ma grazie anche a collane, bracciali e monili vari appesi al collo, alle braccia, alle mani del buddah. Cena al ristorante “Green Elephant”, locale molto bello e raffinato. Spendiamo 38.800 kyat.

Mercoledì 17/04/2001:
Se ieri è stata una levataccia, oggi lo è ancor di più. Sveglia alle 4:30, in quanto abbiamo deciso di trasferirci a Bagan con il battello postale. Da Mandalay a Bagan ci si può trasferire su strada, (cinque ore di tragitto), con barca veloce 8 ore oppure, appunto, con il battello postale che parte alle 5:30 la mattina e non si sa bene quando arriva; comunque non prima di 12 ore di navigazione. Per qualcuno potrebbe sembrare una pazzia, ma per noi è stata una scelta precisa, saggiamente consigliataci dalla nostra esperta “capogruppo”. Perché il battello postale? Perché è un’occasione unica, un’esperienza incredibile, che permette di calarsi nei loro tempi, che permette di stare fianco a fianco con loro, permette un contatto diverso, questa volta non scandito dal tempo di una visita che terminerà di lì a breve, ma qualche cosa di più lungo, lento, lento come il fiume che ci accompagna. L’impatto è forte, siamo arrivati poco dopo le 5:00 di mattina assonnati, al buio, all’imbarcadero. Vediamo questo vecchio, grosso barcone già carico di persone, ognuno accampato alla meglio. Facciamo i biglietti, dopodiché cerchiamo di trovare una zona dove poterci piazzare, con i nostri ingombranti zaini. L’imbarcazione è già pressoché piena, ed a fatica individuiamo uno spazio sufficientemente ampio a contenerci tutti e 8. Dopo pochi istanti, come per incanto, dal pontile vediamo arrivare un paio di ragazzi con delle sedie di plastica. Sono destinate a noi. Non siamo riusciti a capire se fosse un “servizio”, compreso nel prezzo del biglietto (11 dollari) oppure una forma di riguardo nei nostri confronti. Fatto sta che eravamo gli unici passeggeri ad essere seduti su delle sedie.
Alle 5:45 il battello parte e comincia così questo viaggio. Vediamo il porticciolo fluviale di Mandalay allontanarsi, con tutte le sue piccole imbarcazioni attraccate, e le capanne. Vediamo i pontili farsi sempre più lontani, e le rive appaiono sempre più sgombre da ogni struttura. Solo le guglie di qualche lontana pagoda fanno capolino dalla vegetazione. Tutti osserviamo, in silenzio, un poco assonnati, ma rapiti da quello che stiamo vivendo.
Incominciamo ad incrociare i primi sguardi di chi, forse anche stupito del nostro stupore, non ci toglie gli occhi di dosso. Cominciano i primi sorrisi ai bambini, le prime fotografie, le prime parole. Qualcuno di noi riesce anche a dormicchiare un po’, poi leggiamo, chiacchieriamo , in sintonia con il lento scorrere dell’acqua. In fondo al natante c’è anche un bancone che funge da bar ristorante dove si può consumare te, caffè, latte, riso verdure e uova strapazzate! I fornelli sono ricavati da una piccola stufa a carbone e dalla superficie di un barile di metallo adattato allo scopo. I lavelli sono……un altro barile pieno d’acqua! Naturalmente non è cosa per gli schizzinosi! Tutto scorre, si muove lentamente, fino alla prima sosta (saranno 5, nelle 14 ore di navigazione). Le voci si levano, i movimenti accelerano d’improvviso, con tutte le operazioni necessarie all’attracco del natante. E qui un altro spettacolo, vedere l’avvicinarsi della grossa imbarcazione ed progressivo popolarsi della riva, tante macchie colorate sulla sponda. Ed a mano a mano che il battello si avvicina aumentano le persone, e con loro il vociare, a salutare quello che è probabilmente per questa gente l’evento del giorno. Gli uomini dell’equipaggio lanciano le cime, dopodiché è la volta delle passerelle che permettono ai venditori, impazienti, di salire a bordo. Nel giro di pochi istanti davanti a noi si muovono vassoi contenenti banane, manghi, uova sode, spiedini di carne. Questa nostra prima sosta, la più lunga, dura mezz’ora, anche per dare il tempo di caricare una vera e propria montagna di banane. Navighiamo, lenti. Il paesaggio che scivola innanzi a noi è abbastanza omogeneo, di tanto in tanto vediamo delle capanne e delle piccole barche. Sono pescatori. Vediamo un villaggio, sembra deserto, ci colpiscono le splendide pagode che spuntano dalla vegetazione, alcune dei esse sembrano proprio antiche. Ormai è pomeriggio inoltrato e si alza un vento caldissimo che mette a dura prova la nostra resistenza. Il peso delle ore di navigazione comincia a farsi sentire, il caldo, sempre forte, fino ad ora lo si è sopportato bene, ma il levarsi di questo vento bollente è……un vero colpo di grazia! E non ci abbandonerà fino al nostro arrivo a Bagan: alle 19.30. Approdiamo, oramai è buio pesto. Siamo distrutti, ma appagati dalla bellissima esperienza che ci ha regalato questa lunga navigazione. Ci attende il pulmino della agenzia, che ci porta all’hotel Aungmingalar (front Shwezigon Pagoda, Nyang U), situato all’interno della zona archeologica. La struttura è nuova e armonica, composta da unità abitative disposte a piano terra su due file. Tutto inserito in un bel giardino. Le stanze con bagno sono molto pulite, spaziose, con aria condizionata e frigobar. Sarà la nostra sistemazione per tre notti. Siamo tutti stanchissimi ma anche affamati, fortunatamente a pochi passi ci sono due o tre ristorantini. Entriamo al Pyi Sone Moe, che si rivelerà, tutto sommato, abbastanza mediocre. Spendiamo 5550 kyat.
Ah, particolare non trascurabile, da oggi la festa dell’acqua è terminata, con buona pace per noi e per la nostra attrezzatura fotografica.

Giovedì 18/04/2002:
Inizia l’escursione alla vasta zona archeologica di Bagan. Bagan è stupenda, imperdibile, unica. Immaginate una piana da dove spuntano più di 2000 pagode! Di diversi stili e dimensioni, accomunate dalla suggestione che questo luogo emana. Pensare che nel giro di 200 anni (dal 1050 d.c. al 1250 d.c.) ne furono edificate addirittura più di 4000. L’altra metà non è giunta a noi a causa di devastazioni dovute a guerre e a terremoti. Ci spostiamo da un tempio all’altro, tutti distanti tra loro solo pochi minuti di pullman. I più importanti presentano al loro interno delle affascinanti pitture murali, quasi tutte raffiguranti scene della vita del buddah. Immaginate di avvicinarvi a queste possenti e esotiche strutture e passare dal sole abbagliante dell’esterno, alla semioscurità degli interni e scoprire con la luce di una torcia, questi antichi affreschi celati dal buio…. Dalle pagode più grandi (dove la struttura delle stesse lo permette) è anche possibile salirvi sopra e………….anche questo è uno sballo. Vedere, dall’alto, la vallata con un numero che sembra infinito di questi pinnacoli che si perdono fino all’orizzonte…. Non vorremmo smettere mai di girare, l’imponenza e il fascino di questo luogo trasmette una specie di fibrillazione…… A mezzogiorno il caldo è davvero intenso, decidiamo quindi di concederci una pausa per riposarci e per mettere qualche cosa sotto i denti. Chiediamo alla nostra guida di indicarci un luogo dove fosse possibile trovare frutta. Ci accompagna da “Be Kind To Animal”, un “ristorantino”, in realtà poco più di una baracca in legno, con all’interno 5 o 6 tavoli. Come si evince facilmente dal nome, si tratta di un locale vegetariano, dove propongono un po’ di tutto, tranne, ovviamente, la carne. Ordiniamo della frutta, e ci portano degli stupendi piatti di frutta mista. Scambiamo qualche parola con uno dei tre simpatici gestori il quale ad un certo punto sparisce per ricomparire dopo pochi istanti con un enorme album, che racchiude la sua collezione di banconote. Intenerisce vedere l’entusiasmo con cui questo ragazzo di 30 – 35 anni, mostra la sua collezione, tra l’altro di tutto rispetto. Ad ogni pagina voltata, ci guarda sorridente, attento e soddisfatto a cogliere ogni nostro moto di stupore. Per me è stato uno dei più bei contatti umani di tutto il viaggio. Paghiamo 3800 kyat, ringraziamo e salutiamo calorosamente i nostri amici. Continuo il giro tra le assolate pagode, addentrandomi nei sentieri che si diramano dalla strada principale. Ognuno di essi conduce nei pressi di qualche pagoda. Se non facesse così tanto caldo, sarebbe interessante passare un intero pomeriggio girovagando a piedi tra i sentieri. Incontro un contadino alla guida di un piccolo carretto trainato da un bue. Si ferma, mi invita gentilmente a salire. Vuole darmi un passaggio. E’ diretto dalla parte opposta rispetto al luogo dove mi attende il pulmino. Rifiuto, ringraziandolo, e cercando di spiegarmi a gesti. Mi risponde con un cenno del capo ed un breve sorriso. Si sta avvicinando l’ora del tramonto. Ci dirigiamo verso la Shwe Sandaw Pagoda, uno dei migliori luoghi dai quali si può assistere al calare del sole. Ovviamente si tratta di un’alta pagoda, ove è possibile salire. Assistere al tramonto a Bagan, è uno dei “must” di tutto il viaggio. Osservare dall’alto tutta la valle, punteggiata di templi che piano piano sfumano con l’affievolirsi della luce, è veramente qualche cosa di imperdibile. Peccato solo per un po’ troppa foschia, ma dato il caldo…..è inevitabile. Indugiamo il più possibile sulla cima della pagoda. Oramai è quasi buio e siamo gli ultimi a scendere. A malincuore. Stasera la cena è al Nanda, un lussuoso locale dove assistiamo anche ad uno spettacolo di marionette. La cena è abbastanza buona. Paghiamo 22.600 kyat.

Venerdì 19/04/2002:
Oggi continuiamo la visita alla zona archeologica di Bagan. Prima sostiamo al mercato. Bellissimo. E’ abbastanza vasto ed è il primo dei numerosi mercati e mercatini che visiteremo da oggi in poi. In Myanmar, l’esperienza del mercato, è un’altra delle cose più belle del viaggio. Si tratta di mercati variopinti, affollatissimi, densi di odori, colori, voci. Anche oggi il caldo si fa sentire, le piante dei nostri piedi sono messe a dura prova. Anche oggi saliamo sopra più di uno stupa, e ammiriamo lo splendido paesaggio che appare ai nostri occhi. Se vi trovate nella zona di Old Bagan e desiderate pranzare a base di soli piatti birmani, andate al Buffet Myanmar. E’ una costruzione in legno, semiaperta e molto spartana dove a poco prezzo potrete gustare un sacco di “assaggini”. Buono. Pomeriggio, altri templi. Al tramonto ci rechiamo al Bupaya, per goderci il calar del sole sul fiume Ayeyarwady. Ceniamo bene al Aye Yake Tharyar, spendendo 2150 kyat ciascuno.

Sabato 20/04/2002:
Lasciamo Bagan, dopo aver consumato l’ultima colazione sotto il bel gazebo in legno. Oltre l’unicità del sito archeologico, è stata una sistemazione molto gradevole, quella presso l’Aungmingalar hotel. Alle 07:00 siamo sul pullmino e partiamo alla volta di Kalaw. Dopo circa un’ora di tragitto, sostiamo nei pressi di un luogo ove assistiamo alla spremitura delle arachidi e alla raccolta del succo che una volta lavorato, darà origine allo zucchero di palma. E’ incredibile osservare come questi agilissimi uomini salgono in cima alle palme, raccogliendo il denso succo fuoriuscito dalle strane protuberanze brune della palma da zucchero, raccolto in ciotole precedentemente posizionate. Raggiungiamo il famoso Monte Popa alle 8:15. Anche questo è un luogo che ci lascia incantati, Vedere questo dente di roccia, apparentemente inaccessibile, sopra il quale è stato edificato questo complesso di templi, dedicato ai nat, gli spiriti, retaggi delle antiche credenze pagane della Birmania, che oggi convivono tranquillamente con il buddismo. La scalata per accedere alla sommità del monte, dura una ventina di minuti ed occorre percorrere una lunga e a volte ripida scalinata. Racconti di altri viaggiatori descrivevano questa ascesa difficoltosa e un po’ antipatica, date le scarse condizioni igieniche della stretta scalinata, descritta come ricoperta di escrementi di scimmia e macchie di betel sputato (ricordo che accedere a qualsiasi edificio religioso è consentito esclusivamente a piedi nudi). Rassicuro tutti i futuri visitatori del monte Popa: abbiamo trovato questa scalinata del tutto pulita. Le famose scimmie del monte Popa le abbiamo incontrate, non più di una dozzina, tutte concentrate sulla parte terminale del percorso. Anche in questo caso, la leggenda che vuole queste scimmie invadenti e anche un po’ aggressive, è del tutto infondata, mai visto animali più indifferenti verso gli uomini. Anche qui tantissimi monaci e pellegrini che, lentamente, salgono verso la cima. Il panorama visto da lassù è senza dubbio bello. Verde a perdita d’occhio, interrotto in lontananza dai pinnacoli di qualche pagoda. C’è tanta gente, raccolta in preghiera innanzi ai diversi tempietti ammassati uno appresso all’altro e accomunati da uno stile davvero molto “kitch”. Scendiamo e ripartiamo, alle 9:30, alla volta di Kalaw. Il paesaggio si fa sempre più mutevole, segno che stiamo salendo sempre più. Le risaie diventano un po’ meno frequenti, ma sempre presenti, grazie a opportuni terrapieni o piani naturali che correggono la pendenza. Si cominciano a notare i primi pini. Ancora vediamo case, capanne e i bimbi che, rincorrendo il nostro mezzo, salutano richiamando la nostra attenzione. La strada si fa sempre più stretta, fino a diventare, a tratti un vero e proprio tornante di montagna. Il pullman sui tratti più ripidi arranca. Incrociamo altri camion pieni fino all’inverosimile di persone che si stanno recando al lavoro nei campi.
Arriviamo a Kalaw alle 17:30. Kalaw è una cittadina dal vago sapore coloniale, situata a 1400 metri sul livello del mare famosa in epoca coloniale per essere un classico luogo di villeggiatura per gli inglesi. Infatti si sente la temperatura molto più mite, l’aria fresca e salubre della montagna. Ci sistemiamo presso il Pine View Inn (University Road) forse l’albergo più modesto di tutto il viaggio, ma comunque assolutamente dignitoso. Facciamo una piacevolissima passeggiata, costeggiando giardini e aiuole traboccanti di bei fiori. Ceniamo al Thirigayhar Restaurant, spendendo 13.000 kyat. A parer mio la qualità del cibo non giustifica la fama di questo locale; appena sufficiente.

Domenica 21/04/2002:
Partiamo sempre di buon mattino, alla volta di Pindaya. Facciamo una breve sosta al mercato di Kalaw, dove anche qui abbiamo modo di vivere la profonda genuinità che ancora caratterizza questi luoghi. In questo mercato ci ha colpito, in modo particolare, le numerose bancarelle di fiori, che ovviano alla non vastissima gamma di scelta, con composizioni floreali tanto semplici quanto gradevoli e di buon gusto. Alle 8:30 partiamo. 50 km separano Kalaw da Pindaya. Ciò che vediamo dai finestrini del nostro pullman, sono sempre spettacoli belli e a volte toccanti. Oltre al variare della tipologia di vegetazione e alla conformazione del territorio, visto che si transita attraverso zone abbastanza alte, incrociamo spessissimo bambini che salutano, che sorridono. Alle 11:00 arriviamo a Pindaya, visitiamo le famose grotte all’interno delle quali sono state poste in epoche diverse 8.000 statue del buddah, in tutti gli stili e dimensioni. A pochi minuti di strada dalle grotte, sostiamo presso una specie di laboratorio artigianale, dove vengono prodotti alcuni manufatti, tra cui spiccano dei graziosi ombrellini parasole creati utilizzando bambù e carta di gelso. Abbiamo assistito, increduli, alla maestria di questa famiglia di artigiani che con un’abilità indescrivibile, utilizzando attrezzi a dir poco rudimentali e materiali semplicissimi (è incredibile vedere cosa possono ricavare da una semplice canna di bambù) riescono a creare oggetti così fini. Ci ha ricevuti un’anziana e gentilissima signora che doveva essere la capofamiglia, la quale ci ha offerto tè, dolci di zucchero di canna e l’immancabile la phet. Siamo ripartiti dopo che tutti abbiamo acquistato qualche cosa. Sapete quanto costavano questi deliziosi ombrellini (li chiamo ombrellini, ma sono comunque lunghi 60 cm con un diametro di almeno 70 cm)? L’equivalente di 1 dollaro! Questa bottega artigianale si chiama U Ohn Khing e se capitate da quelle parti non perdetevela!
Lasciamo la zona di Pindaya, anche qui il paesaggio che appare ai nostri occhi è stupendo. Campi, fiori, e, che mi ha colpito in modo particolare, degli alberi enormi, dei veri e propri monumenti della natura, ampi nodosi, maestosi. Dovrebbero appartenere alla famiglia dei ficus. Ho chiesto il nome. Impronunciabile. Anche lungo questa strada incontriamo spesso viandanti, piccoli monaci che ci salutano sorridenti. Sostiamo per mangiare qualcosa ad Aungban, affollato crocevia dal quale partono diversi pullman, nei pressi del quale sono assiepate una ventina di bancarelle di frutta e verdura e una mezza dozzina di “bar” dove è possibile sedersi e mangiare qualche cosa anche di caldo. Ripartiamo alla volta di Nyaung Shwe, paese sulle rive del lago Inle. Le risaie aumentano sempre di più, vediamo rudimentali mezzi agricoli trainati da buoi e tante donne chine (le mondine!), nell’acqua fino ai polpacci. Sostiamo per visitare il famoso monastero Shwe Yan Pye, costruito in legno di tek, celebre per essere l’unico dotato di grandi finestre ovali. Anche questo interessantissimo monastero è popolato soprattutto da giovani monaci, che ci invitano ad entrare ed a visitarlo. Dopo un’ora di strada arriviamo a destinazione. Sono le 17:00 e ci sistemiamo presso il Hupin Hotel (66, Kan Tha Quarter). Bell’albergo, forse un po’ più “freddo” rispetto agli altri. Ceniamo al Hupin Restaurant (quello annesso all’albergo), abbastanza bene, spendendo 22700 kyat. Curiosa caratteristica riscontrata è che esistono 2 ristoranti con lo stesso nome, a pochi passi di distanza l’uno dall’altro. Uno più raffinato, ordinato, con camerieri in divisa e quant’altro, l’altro molto più verace semiaperto, con tavoli tondi e sgabelli, frequentato da locali. Non avevano nulla a che vedere l’un l’altro. Perché lo stesso nome? Mistero….

Lunedì 22/04/2002:
7:30 partenza, destinazione Kakku. Si tratta di un sito archeologico poco conosciuto, la Lonely Planet non lo cita e fino a 2-3 anni fa non era permesso l’accesso della zona ai turisti. Motivo? Si trova ai margini tra il territorio sotto l’effettivo controllo statale e la cosiddetta “terra di nessuno”. Ora la situazione sembra essere più tranquilla e da poco più di un anno è permesso l’accesso dei turisti in queste zone. La nostra prima meta è la cittadina di Taunggy. Mano mano che ci spingiamo all’interno dello stato Shan (questo è il nome di questa zona), ci rendiamo conto che il numero delle caserme e strutture militari in genere, aumentano notevolmente. Quello che in tutto il resto del territorio fino ad ora da noi visitato si è manifestato con rare presenze, ora è palesemente più evidente. Raggiungiamo Taunggy dopo aver percorso 40 chilometri in un’ora. Qui dobbiamo passare per forza in una specie di “ufficio del turismo” e pagare la somma di 10 dollari pro-capite. Ci viene assegnata una guida, che ci accompagnerà. Dalle informazioni acquisite da alcuni “diari di viaggio”, la visita a Kakku ci veniva descritta come qualcosa di particolare, un’escursione verso una zona selvaggia, semi-sconosciuta al turismo, con tutto il fascino che ne deriva. Quindi l’immaginario di ognuno di noi (specialmente il mio), ha ricamato abbastanza, sulla base delle poche indicazioni acquisite….. La strada diventa sempre più difficile e sconnessa. Dossi e cunette ci fanno ballare in continuazione. In quasi due ore di percorso non incontriamo anima viva, se non due piccoli villaggi che sembrano deserti. Sono tutti al lavoro nei campi, ci spiega la guida. Finalmente arriviamo. Non è proprio il sito selvaggio, lambito dalla giungla che tutti si aspettavano! Ci troviamo al cospetto di un’area ben organizzata, con ristorante, bancarelle e posteggio! Ha dell’incredibile tutto ciò! Come è possibile? In Birmania le strutture e la stessa concezione di situazioni di questo tipo sono assai rare, anche nelle zone consolidate al turismo. Come è stato possibile qui, in un posto quasi sperduto, difficilissimo da raggiungere e in non più di un anno di tempo, allestire cotanta organizzazione? Nessuno è stato in grado di spiegarcelo, tantomeno le guide alle quali abbiamo chiesto ragione di tutto questo. Ci guardavano perplessi, in uno strano modo. Personalmente, sono rimasto profondamente deluso da questa sorpresa, anche se, devo dire, il sito in sé aveva delle peculiarità di tutto rispetto. Gli stupa raccolti in non più di un chilometro quadrato, sono fittissimi, a pochi metri l’uno dall’altro. Alcuni antichissimi. In alcuni si vedono le radici e i rami degli alberi che li avevano avvolti, fino a quando l’uomo non li ha liberati dalla morsa della giungla. Sulla strada del ritorno ci fermiamo presso uno dei villaggi lambiti all’andata. La guida è originaria di uno di questi. Pa O è il nome. Tutti gli abitanti di questo villaggio sono dediti alla coltura dell’aglio. Visitiamo una di queste semplici ma dignitosissime abitazioni. Tutte le case sono in legno o con le pareti di bambù intrecciato. Grossi cumuli di aglio si vedono negli spazi antistanti le abitazioni, e gruppi di donne sedute nei pressi, sono intente a pulirlo e a selezionarlo in base alla grandezza. Sembrano tutti molto sereni, e il nostro arrivo desta curiosità e anche allegria, ci sorridono, ci guardano un po’ meravigliati. Riprendiamo il pullmino e ritorniamo a Inle. Il vento comincia ad aumentare, le nubi si addensano e verso sera ecco che si abbatte un formidabile acquazzone. Fortunatamente siamo appena rientrati in albergo e comunque nel giro di un paio d’ore tutto si risolve. Ceniamo al Hupin Restaurant (quello a 100 metri dall’albergo). Tavolacci di legno e sgabelli, in un ambiente alquanto verace. La cena è buona, paghiamo 17600 kyat.

Martedì 23/04/2002:
Partiamo verso le 08:00 verso il cuore del lago Inle. Il nostro albergo sorge nei pressi di uno dei tanti canali che dal lago si diramano. Poche centinaia di metri lo separano dal minuscolo imbarcadero dove due lance, preventivamente noleggiate, ci stanno aspettando. Comincia quella che sarà una delle giornate più interessanti di tutto il viaggio, alla scoperta, tra le altre cose, dei famosi orti galleggianti. La mattina è fresca, nel cielo qualche nuvola sparsa qua e là ci ricorda dell’acquazzone di ieri sera. Dopo una ventina di minuti di navigazione il canale si allarga sempre di più, fino a diventare il lago. E’ lungo 22 km, largo 11 km, a 875 metri sul livello del mare. A ridosso della riva più vicino a noi, vi sono alti monti la cui ombra si adagia su una porzione del lago, alla nostra sinistra. Vediamo, in lontananza, alcune piccole barche. La prima che incrociamo un po’ più da vicino, è lunga e stretta e piena all’inverosimile di alghe, tanto da far fatica a distinguere la linea di galleggiamento. Servono per poter “alimentare” gli orti galleggianti, ci spiega la guida. La mia curiosità verso queste particolarissime realizzazioni dell’ingegno umano, aumenta sempre di più. Passiamo nei pressi di un pescatore. Ci avviciniamo, lenti, alla sua piccola imbarcazione. Sta accovacciato a prua della sua sottile barca, intento nella sua attività. Avvicinandoci, ci possiamo rendere conto della tecnica di pesca. Ha una fiocina lunga e sottile ed una nassa abbastanza simile a quelle che utilizzano i pescatori dei nostri mari. Ho pensato, che la fiocina servisse ad infilzare i pesci. Sbagliato. Il pescatore prima cala la nassa su un fondale ricoperto di alghe, poi con la fiocina, disturba i pesci che trovano rifugio nella fitta coltre di alghe. I pesci spaventati fuggono e si infilano nella nassa. E’ chiaro che se una tecnica del genere ha successo (e ne ha), significa che le acque sono straricche di pesce. Passiamo nel mezzo di un villaggio di palafitte, che si chiama In Paw Khon. Anche in questo caso, vediamo, nella luce chiara del mattino, uomini donne e bambini serenamente intenti nelle loro faccende. Passando per i canali di questo villaggio, abbiamo modo di vedere la stranissima caratteristica che i barcaioli del lago Inle hanno di condurre le proprie lance, ossia quella di remare servendosi di un braccio e una gamba. Questo è possibile stando in piedi, in poppa, su una gamba, impugnando il remo con una mano e intrecciando l’altra gamba al manico del remo. Un difficile quanto particolare movimento del busto permette di generare efficaci spinte. Ma perché tutta ‘sta fatica? Per poter governare le imbarcazioni ed avere nello stesso tempo un braccio e una mano liberi per altri scopi, come pescare, ad esempio. Giungiamo al famoso mercato di Nan Pam, coloratissimo e brulicante di persone e di attività. Essendo ubicato su una specie di isolotto, è raggiungibile soltanto via acqua ed è particolarissimo vedere un’infinità di queste piccole e simili barche lunghe e sottili, ormeggiate l’una vicino all’altra. Ci immergiamo in questo vivacissimo mercato, per poi dirigerci ad un’officina dove viene tessuta la seta. Si tratta di tre stanzone (sempre su palafitte), dotate di quattro o cinque telai ciascuna, dove altrettante donne sono intente nel loro lavoro. Anche questo luogo, suscita un certo non so che di fiabesco, vedere queste donne che con dei movimenti sicuri e quasi rituali fanno danzare i fili colorati della seta su questi telai di legno. Visitiamo, poi, un’altra piccola officina ove vengono fabbricati i famosi cheroot , dei sigari il cui consumo è molto diffuso specialmente tra le donne. Anziché il tabacco, l’elemento principale sono le foglie della muraya exotica, una pianta tropicale tipica di queste latitudini. La mistura contenuta nei sigari è formata da frammenti della stessa pianta, una piccola parte di tabacco, una parte di erbe e radici. Il tutto avvolto in una foglia di muraya exotica intera. Nonostante le apparenze, sono abbastanza leggeri e non danno nessun tipo di effetto “collaterale” diverso da quello che dà una normalissima sigaretta. Prossima meta la Pagoda Phaung Daw Oo, il complesso religioso più importante della zona, situato su un piccolo isolotto, poi il Nga Peh Kyaung, su palafitta, monastero un po’ sui generis, famoso per i gatti acrobati. I monaci di questo monastero insegnano ai numerosi gatti qui presenti a saltare dentro dei cerchi. Pratica e spettacolo a mio avviso abbastanza discutibili, questo è forse l’unico luogo religioso visto fino ad ora dove anziché la spiritualità sembrerebbe regnare lo “sbrago” totale. Ci dirigiamo finalmente verso la zona di lago dove sono impiantati gli orti galleggianti. E’ incredibile ammirare questa espressione della necessità e dell’ingegno umano. Si tratta di strutture subacquee composte da un intreccio di canne di bambù, sulle quali vengono poste alghe a loro volta ricoperte da uno strato di terriccio. Il tutto fissato al fondo da lunghi pali di bambù che verticalmente spuntano dall’acqua segnalando la presenza di tali strutture. Qui vengono coltivati pomodori, peperoni, rape, zucchine ed ogni genere di ortaggio. La combinazione clima/fertilità permette diversi raccolti l’anno. Ed è singolare vedere questi strani ortolani, piantare germogli ed accudire l’orto dalla barca, anziché in piedi, sulle loro gambe. Davvero interessante. Sulla via del ritorno incrociamo altri pescatori, e abbiamo ancora modo di ammirarli in questo strano modo di remare. Quando imbocchiamo il canale che ci condurrà all’imbarcadero, abbiamo anche la fortuna di assistere al bagno dei bufali. E’ buffo vedere questi enormi bufali neri scendere la riva e immergersi nelle acque del canale. Siccome ci hanno detto che non sono assolutamente pericolosi, chiediamo al barcaiolo di avvicinarsi il più possibile, e così facciamo, fino quasi a toccarli. E’ divertente vedere questi bestioni, immersi fino al collo nelle fresche acque del canale, con un’espressione di profondo godimento stampata sul muso! Ha dell’incredibile. La sera optiamo per un ristorantino indiano , l’Aroma Restaurant. Per me è stato il luogo dove si è mangiato peggio in assoluto. Sarà perché non apprezzo la cucina indiana…..comunque, ad onor del vero, i miei compagni di viaggio non sono stati della mia stessa opinione. Abbiamo atteso tantissimo tempo prima di essere serviti. Almeno abbiamo speso veramente un’inezia: 8200 kyat.

Mercoledì 24/04/2002:
Lasciamo a malincuore il fatato lago Inle. Partiamo intorno alle 7:00 per l’aeroporto di Heho. Lo raggiungiamo verso le 8:30. Si tratta di una piccolissima struttura più simile ad un capolinea di autobus che ad un aeroporto. I bagagli vengono accuratamente controllati. Alle 9:30 partiamo con il volo della Yangon Airways. Alle 10:30 atterriamo a Yangon. Ad attenderci c’è un pulman dell’agenzia che ci porterà in albergo, quello della prima notte, il Panorama Hotel. Prima, però, ci facciamo accompagnare per uno spuntino presso una sala da te, indicata dalla guida Lonely Planet come la più famosa di Yangon. Si chiama Sei Taing Kya e si trova a due passi dalla sede dell’ambasciata russa. Data la zona, ci aspettiamo qualche cosa di “in”, invece, fortunatamente, si tratta di un altro di quei bei locali assolutamente veraci e “rustici” dove, manco a dirlo eravamo gli unici occidentali e dagli sguardi degli avventori non doveva capitare spesso che qualche straniero capitasse da quelle parti. I ragazzi che servivano ai tavoli, gentilissimi, ci hanno subito servito, senza chiederci nulla. Al nostro tavolo sono arrivati te, te cinese e tre-quattro piatti colmi di dolci, delle paste fritte veramente squisite. Paghiamo in totale per quel ricchissimo spuntino 1900 kyat (poco più di 2 euro!). Ce ne torniamo soddisfatti sul pullman e dopo una ventina di minuti circa arriviamo al nostro hotel. Sistemazione e doccia veloce, in quanto decidiamo di andare prima di cena, a goderci il tramonto sul lago Inya. Questo è uno dei due laghi, con relativi parchi, che si trovano all’interno della capitale. L’altro, il lago Kandawgyi, lo visitammo il primo giorno, al nostro arrivo. Tranquillo e immerso nel verde, è l’ideale per delle rilassanti passeggiate. Vediamo giovani coppiette che teneramente si tengono per mano. Cena al lussuoso Green Elephant, quantità del cibo scarsa, qualità buona. Spendiamo 16800 kyat.

Giovedì 25/04/2002:
Destinazione Golden Rock, dopo la Shwedagon Paya e la Mahamuni Paya, il sito religioso più importante del Myanmar. Dista circa 180 Km da Yangon ed si trova all’interno dello stato Mon, lo stato più meridionale del territorio birmano. Dopo 5 ore di pullman, raggiungiamo Kyaiktyo, la cittadina più vicina alla nostra meta. Kyaitkyo è una forzata tappa logistica, in quanto non è possibile salire in cima al monte che ospita il santuario con mezzi normali. E’ necessario ricorrere a dei pick-up in grado di affrontare la ripida salita e la strada sconnessa. E così facciamo. Non è difficile trovare dei mezzi adibiti a questo servizio. Ci vogliono circa 40 minuti si “sballottamenti” per arrivare in vetta. Qui ci attendono i portatori, tutti ragazzini, che ci stupiscono come riescano a trasportare tranquillamente con le loro gerle di vimini, i pesanti bagagli dei visitatori che arrivano fin quassù. L’ultimo chilometro è di salita ripida e nessun mezzo arriva all’Hotel Golden Rock, che se ne sta, solitario in mezzo a queste cime. E’ un bell’albergo, abbastanza piccolo, con una stupenda veranda in legno che, dall’alto, guarda sui boschi di pini che si stendono tutt’intorno. Non c’è che dire…..fa il suo effetto! Appena arrivati (per un pelo, meno male), si scatena un violento acquazzone che ci fa temere per il resto della giornata. Sono le 14:00 e nei nostri programmi c’è oggi stesso la visita alla Golden Rock. Fortunatamente in meno di due ore il temporale passa, e così possiamo iniziare l’ascesa verso il santuario. Ci impiegheremo ¾ d’ora per raggiungere la Golden Rock, seguendo un ripido sentiero. Alcune guide raccomandano l’uso di scarpe da ginnastica, in realtà dei semplici sandali vanno benissimo. Ai lati del sentiero, per un buon tratto, oltre alle numerose bancarelle che vendono cibo, vediamo per la prima volta diverse bancarelle da “sciamani”, dove fanno bella evidenza pelli di serpente, teste e zampe di capra, denti e ossa di chissà quali altri animali e polverine e intrugli vari. Molto pittoresco, anche se per alcuni un po’ inquietante! Il sentiero è affollato di pellegrini. Ricordiamo che questo un luogo religioso molto importante. Giungiamo all’ampio spiazzo dal quale si accede alla cosiddetta “Golden Rock”. Si tratta di un enorme masso tondeggiante che sta in bilico sopra un dirupo. Sul masso è posto uno stupa nel quale, si dice, sia contenuto un capello del Buddah ed è grazie all’intercessione di tale reliquia che il masso non precipita. “Golden” perché è ricoperto di foglioline d’oro. Di fedeli, quassù, ce ne sono davvero tanti. Vi sono anche altri templi minori e cattura la nostra attenzione un folto gruppo di monaci che intonano le loro preghiere. Assistiamo al bel tramonto. In alto, la Golden Rock assume un colore più tenue e, sullo sfondo, più in basso a perdita d’occhio i boschi che ricoprono completamente le alture circostanti. Torniamo all’albergo che è già buio. Ceniamo abbastanza bene al ristorante dell’albergo spendendo 11500 kyat.

Venerdì 26/04/2002:
Sveglia di buon mattino (tanto per cambiare), in pick-up per KyaitKyo (questa volta in discesa, mamma mia!) e poi partenza verso Yangon. Sostiamo a Bago dove visitiamo il famoso Buddah sdraiato. Costruito più di 1000 anni fa (anche se più volte restaurato), è lungo 55 metri e alto 16. E’ protetto da un’enorme tettoia la cui struttura ne rovina un po’ l’estetica generale. Dopo la distruzione dell’antica città di Bago, fu per qualche secolo ricoperto dalla giungla, fino a che non fu casualmente ritrovato nel 1880. Tappa anche alla Shwemawdaw Paya, imponente con i suoi 114 metri d’altezza. Alle 16:00 siamo di ritorno a Yangon. Passiamo alla Adventure Myanmar, dove saldiamo quanto resta da pagare e poi un ultimo salto al mercato Scott, dove qualcuno di noi si getta per gli ultimi acquisti. Ultima cena al “Green Elephant”, questa volta offerta dall’agenzia, dove brindiamo ad un viaggio incredibilmente bello.

Sabato 27/04/2002:
Partiamo all’alba per l’aeroporto di Yangon e dopo le solite….attese…voli…scali (vedi andata al contrario), atterriamo a Roma alle 10:30 del 28 aprile.

 
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