Dove le Ande incontrano l’Amazzonia

di Bruno Visca –
Il viaggio è un atto creativo, che non solo consuma e alletta l’anima, ma nutre l’immaginazione ed è responsabile di ogni nuovo stupore, che esso memorizza per poi proseguire. E i paesaggi migliori, apparentemente densi o informi, riservano molte sorprese se sono studiati con pazienza, nel genere di disagio che si può assaporare in seguito.
Paul Theroux, Alla fine della terra Tutto questo offre la Bolivia, il paese più povero del Sud America; paesaggi bellissimi dai colori stupendi, altopiani desertici a quote superiori ai 4000 metri, circondati da montagne innevate che hanno un’altezza di oltre 6000 metri, lagune con tonalità che spaziano dal rosa al verde ed all’azzurro con numerosissimi fenicotteri rosa e altri volatili che vivono sulle loro sponde. Il tutto in un ambiente dove la presenza umana è quasi totalmente assente. Certamente il godere di tanta bellezza non è esente da disagi, dovuti alla mancanza di servizi, a temperature che di notte possono scendere anche a 20º sotto zero, a levatacce per ammirare i colori dell’alba che, al sorgere del sole, regalano sfumature di colori paragonabili a quelli che un artista riesce a riprodurre sulle tele. Ma la Bolivia non è soltanto natura: al di fuori delle sue città, sulle propaggini delle montagne e degli altopiani, vive il meraviglioso popolo andino, un popolo che sa vivere con poco ma che è molto fiero delle sue origini e delle sue tradizioni. Nella prima metà del 1500 i conquistadores spagnoli, con la croce in una mano e la spada nell’altra, hanno sottomesso gli antichi abitanti, gli Inca, imponendo le loro leggi, le loro usanze e la loro religione. Il popolo andino ha dovuto sottostare alle imposizioni degli spagnoli ma non ha dimenticato le sue tradizioni e la sua religione che sono ancora vive ai giorni nostri; questa popolazione non trova alcun contrasto tra la fede cristiana imposta e la devozione verso le antiche divinità: il sole o Dio Inti, la luna e, prima fra tutti, la madre terra, la Pachamama. Ancora oggi si usa chiedere perdono alla Pachamama prima di svolgere un’azione che possa, in qualche modo, recarle disturbo o che venga ritenuta per qualche motivo offensiva, come entrare in un antico sito Inca. Per farsi perdonare le si offre quello che si ritiene sia per lei più gradito: la coca, l’alcool o il sangue di animali, in particolare dei lama. Nei mercati delle città e dei villaggi si possono trovare in vendita sulle bancarelle dei feti di lama mummificati: vengono donati alla Pachamama, dopo averli avvolti in un drappo di seta assieme ad altri doni, seppellendoli poi sotto le fondamenta prima di costruire una nuova abitazione. Nelle chiese si trovano, come da noi, molti quadri ed affreschi che rappresentano figure sacre, ma sono anche sempre presenti le immagini del sole e della luna, a testimonianza dell’antica fede.
Sebbene tutto l’altopiano sia caratterizzato da paesaggi bellissimi, è la parte sud-occidentale, la zona dell’altopiano più remota del paese, quella che regala i più bei panorami, visioni mozzafiato con sfumature che variano continuamente di colore. È questa una regione attraversata da poche piste, quasi priva di alberi, scarsamente popolata e soggetta a variazioni climatiche improvvise, ma che può rivelarsi simile al paradiso per quei viaggiatori che sono alla ricerca di luoghi inconsueti e affascinanti.

Diario di viaggio
Dopo un lungo volo dall’Italia, con scali a Chicago e Miami, atterriamo al mattino del 3 di agosto 2004, alle 6 locali (ore 12 in Italia), all’aeroporto di La Paz. I 4100 metri di quota dell’aeroporto si fanno sentire, tutto il gruppo accusa leggeri giramenti di testa e nausea.
Dall’altopiano su cui si trova l’aeroporto possiamo ammirare il panorama della città. La Paz, che risulta essere la capitale più alta del mondo, è arroccata sul fondo e sui pendii di un canyon di 5 Km di larghezza e sovrastata dai due massicci dell’Illimani e dell’Huayana Potosì; essa trasmette un’immagine indimenticabile a chi l’ammira dall’alto. Raggiunto l’albergo che si trova nella parte bassa della città, a circa 3600 metri, la situazione migliora leggermente e permane solamente un leggero, ma fastidioso, mal di testa che ci accompagnerà durante il nostro primo giorno in Bolivia. Se aggiungiamo la stanchezza accumulata in 30 ore di viaggio e la notte trascorsa insonne in volo, si capisce perché passiamo l’intera mattinata dormendo. Solo alla sera, seduti al ristorante davanti ad una grossa bistecca accompagnata da patatine, ci sentiamo meglio. La spesa? Meno di 3 euro a testa!! Incredibile se paragonata ai nostri prezzi.
La prima meta del nostro viaggio è il Lago Titicaca, ai confini con il Perù.
Raggiunta con un pulmino la cittadina di Copacabana, con un trekking di 5 ore che percorre la sponda del lago in un continuo saliscendi tra alberi di eucalipto, si arriva a Yampupata da dove, con un’imbarcazione, raggiungiamo l’Isla del Sol. Durante il cammino, in un tratto del percorso che si snoda su una bella pavimentazione in pietra, si incontra la riproduzione della Grotta di Lourdes che merita una visita. Questo luogo è meta di pellegrinaggi religiosi effettuati dagli abitanti del posto.
Raggiunta l’isola la nostra resistenza fisica, già messa a dura prova dalle 5 ore di cammino a quasi 4000 metri di quota, subisce un altro duro colpo dovendo affrontare la “Scalinata dell’Inca” che, dai 3840 metri del lago, porta ai circa 4000 del villaggio di Yumani. Una sosta a circa metà scalinata per dissetarci alla “Fontana dell’Inca”, un freschissimo getto d’acqua che sgorga dalla montagna e si immette in tre canali di pietra, poi, incuranti della fatica, di nuovo in cammino verso il villaggio, situato sulla cima dell’isola, che raggiungiamo quando il sole è già tramontato, guidati dalla poca luce delle lampade frontali. La “Trucia” (trota) del Lago Titicaca consumata a cena riteniamo sia la “giusta ricompensa” per questa lunga e faticosa giornata.
Secondo giorno di trekking. Oggi attraversiamo tutta l’Isla del Sol giungendo fino all’estremità nord. Fortunatamente la tappa risulta meno impegnativa della precedente. Sull’isola non ci sono veicoli e ci si sposta solamente a piedi o in barca; questo motivo legato ai fantastici panorami che si ammirano dall’alto dell’isola, rendono la passeggiata particolarmente piacevole e per niente faticosa. Sull’alto del promontorio settentrionale dell’isola si trova il sito Inca di Chincana, il più spettacolare complesso di rovine dell’isola. Dopo la visita al sito, ed in particolare alla sua struttura più importante, il Palacio del Inca, affrontiamo la discesa verso il lago dove, con una barca, ritorniamo a Copacabana. La giornata è molto bella, il cielo è di un azzurro intenso senza l’ombra di una nuvola ed il sole si riflette sulle scure acque del lago. Non sembra di essere a quasi 4000 metri ma in riva al mare, in una calda giornata di primavera. Solo toccando le fredde acque del lago scompare all’istante la tentazione di fare un tuffo.
Oggi siamo meno stanchi di ieri, quindi la serata a Copacabana si protrae sino dopo l’una di notte attorno ad una bottiglia di pisco.
Dopo una mattinata dedicata alla visita della cittadina lacustre, alle 13, con un autobus, si ritorna a La Paz da dove, alle 18.30, è prevista la partenza con un bus che ci condurrà, dopo un lungo viaggio notturno di 12 ore, a Sucre, la seconda capitale della Bolivia. La città si trova in una valle a 2790 metri di quota, circondata da bassi rilievi. Come tutte le città del Sud America, anche Sucre è disseminata di mercatini con i caratteristici colori e profumi di spezie, dove è possibile trovare ogni genere di merce. Ed è proprio alla visita del suo mercato coperto che dedichiamo la nostra prima mattina a Sucre.
Nei dintorni della città sorge un sito paleontologico, situato nell’attuale cava di cemento della Fancesa. La visita di questo luogo impegna il nostro pomeriggio. Si tratta di un’alta parete verticale che si è alzata in conseguenza dei movimenti tettonici provocati dalla deriva dei continenti.
Su questa parete sono presenti numerose impronte di notevoli dimensioni, lasciate circa 60 milioni di anni fa da diverse specie di dinosauri.
A 65 Km da Sucre si trova la cittadina di Tarabuso dove, la domenica, si tiene un coloratissimo mercatino nel quale si possono acquistare bellissimi oggetti artigianali. Così la domenica mattina saliamo su di un bus che, in due ore di polverosissima strada, ci porta al villaggio. La merce dai colori sgargianti viene esposta sulle bancarelle disposte intorno alla piazza ,conferendole così un’atmosfera festosa e allegra.
Ritornati a Sucre nel pomeriggio, alle 18 si parte per Potosì dove arriviamo alle 21.

Potosì, la città che con i suoi 4090 metri di altitudine risulta essere la più alta del mondo, vede la sua storia legata all’argento. Infatti fu fondata nel 1545, in seguito alla scoperta di minerali ricchi d’argento sul Cerro Rico, la montagna che la sovrasta. Le vene si rivelarono talmente ricche che le sue miniere divennero in breve le più produttive del mondo.
L’attuale Potosì è una testimonianza di quella che è stata una grande città coloniale. È alla visita delle sue miniere che dedichiamo la mattina del nostro arrivo nella città. L’escursione alla miniera di Potosì deve necessariamente iniziare con la visita al mercato, dove i minatori si riforniscono di quelli che sono considerati generi primari per il lavoro nella miniera: foglie di coca per alleviare la fatica, sigarette e dinamite; da non dimenticare l’alcool a 96 gradi da offrire alla Madre Terra, la Pachamama, per scusarsi dell’offesa che le si arreca scavando nelle sue viscere. La visita può rivelarsi una delle esperienze più memorabili che si possano vivere in Bolivia in quanto permette di osservare da vicino condizioni di lavoro che sarebbero già state giudicate non umane nel Medioevo. L’interno della miniera presenta gallerie con soffitti bassi e passaggi fangosi, atmosfera con percentuali elevate di gas dannosi, polvere di silice e vapori di acetilene: in sostanza sembra di essere scesi nelle viscere dell’inferno. La parte più interessante consiste nel parlare coi minatori che, in cambio di piccoli doni, vi diranno le loro opinioni sul difficile lavoro da loro svolto.
Nei dintorni di Potosì vi sono le sorgenti di Tarapaya da cui sgorgano acque calde dalle proprietà curative. Quale occasione migliore per togliersi la polvere accumulata nelle miniere se non fare un bel bagno in una delle molte piscine che le circondano e che sono alimentate dalle sorgenti? La temperatura esterna, nonostante l’altitudine, è gradevole ed invita a tuffarsi nelle calde acque, quindi, dopo una veloce doccia fatta nell’albergo dove alloggiamo, le raggiungiamo e assaporiamo il piacere di bagnarsi nelle loro acque.
Altra meta da non perdere a Potosì è la visita alla “Casa Real de la Moneda “, l’antica zecca reale ora trasformata in uno dei più bei musei della Bolivia. Così, in attesa di trasferirci a Tupiza, la mattina del 10 agosto le dedichiamo una visita. Il palazzo, dalle imponenti dimensioni, venne costruito tra il 1573 ed il 1773 per coniare le monete direttamente sul luogo di origine del metallo. Nel museo sono custoditi numerosi tesori di valore storico, tra cui la prima locomotiva che ha percorso il territorio boliviano. Nell’interrato sono conservati gli apparecchi manuali utilizzati per coniare le monete, ancora funzionanti. In molte sale sono presenti diverse bacheche che mettono in mostra interessanti monete antiche.
Con un bus, alle 12.30, si parte per Tupiza; 7 ore di strada quasi tutta sterrata, molto polverosa ma panoramica. Lungo il percorso si incontra qualche piccolo villaggio isolato. Molti animali da cortile, tra cui galline e piccoli maialini neri, vagano liberi nei pressi di questi villaggi; penso che, assieme ai pochi frutti che può dare questa terra arida, siano l’unica fonte di sostegno per gli abitanti di questi paesi. Al nostro arrivo, alle 19.30, Tupiza ci accoglie sotto una leggera pioggia.
Tupiza, 2950 metri di altezza, è circondata dagli aspri rilievi della “Cordillera de Chicas” ed è incastonata da uno dei paesaggi più spettacolari della Bolivia. Gli scenari che la circondano sono affascinanti, rocce multicolori, colline, montagne e canyon che ricordano il vecchio west. La nostra visita ai suoi dintorni, fatta con un fuoristrada e alcuni tratti percorsi a piedi, comincia col la “Puerta del Diablo”, una valle caratterizzata da rocce di colore rosso circondate da enormi cactus; si prosegue con la “Valle de Los Machos” con imponenti formazioni erose dagli agenti atmosferici che ricordano i più noti “Camini delle Fate” che si trovano in Cappadocia; il “Canyon del Duento” che offre un meraviglioso scenario costituito da formazioni rocciose e da profondi crepacci coperti da cactus che si stagliano contro le colline rosseggianti. Ed ancora la “Valle del Toroyoj” caratterizzata da spettacolari rocce rosse, il villaggio di Palquiza con la sua bellissima chiesetta che ricorda quelle viste nei film western girati in Messico. Il panorama più spettacolare è però quello che ammiriamo da “El Sillar”, letteralmente La Sella, situato a 3600 metri di quota, 15 Km da Tupiza. Arriviamo sul posto al tramonto, l’ora migliore per visitarlo. Da qui si ha una splendida vista sulle sue formazioni geologiche, frastagliati anfiteatri scavati nel fianco della montagna ed erosi a forma di guglie che, illuminati dalla luce del sole che sta tramontando, regalano un panorama mozzafiato.
Nel giorno che ci rimane da trascorrere a Tupiza vogliamo provare l’emozione di raggiungere una località chiamata “Entre Rios” con un’escursione a cavallo. Questa esperienza può rivelarsi traumatizzante per gli inesperti come me. Infatti sulla strada del ritorno il puledro improvvisamente decide di procedere al galoppo e per qualche centinaio di metri non riesco a fermarlo. Finalmente il cavallo si tranquillizza e per tutto il restante percorso, per mia fortuna, l’episodio non si ripete.
Il 13 di agosto inizia la parte più interessante del viaggio, la visita all’altopiano boliviano con le sue lagune e i suoi salares. La prima meta sull’altopiano è il piccolo villaggio di “Quetena Chico”, situato nei pressi del Vulcano Uturunco (6020 m), un piccolo insediamento che ancora sopravvive grazie all’estrazione dell’oro alluvionale lungo le rive del Rio Quetena, dove i cercatori scavano profonde buche per poi lavare manualmente il materiale separando la sabbia aurifera dall’oro; un lavoro duro e mal retribuito. Ripercorrendo un tratto della medesima strada di due giorni prima, rivisitiamo le guglie di El Sillar. La strada prosegue sempre in salita portandosi rapidamente sull’altopiano, oltre i 4000 metri di quota.
Percorriamo le piste polverose soffermandoci ad ammirare questo paesaggio veramente spettacolare sino a raggiungere il piccolo villaggio di San Pablo de Lipez, uno dei rari centri abitati dell’altopiano nelle cui vicinanze si trova il villaggio fantasma di Sant’Antonio, creato dagli spagnoli e successivamente abbandonato. Durante il tragitto si fanno i primi incontri con i molti lama, alpaca e vigogne che vivono in queste zone, le più selvagge di tutta la Bolivia. Questa desolata regione desertica d’alta quota è uno dei territori dalle condizioni naturali più severe al mondo, nonché l’ultimo rifugio per molti di questi animali. I panorami che ci circondano sono di una bellezza selvaggia, specialmente quando arriviamo alla Laguna Morecon, la prima delle molte lagune che incontreremo sull’altopiano.
Alle 19.30, quando già è calato il buio, si arriva al villaggio; la sistemazione spartana in una costruzione gelida, priva di illuminazione e di riscaldamento, non è sufficiente per far diminuire il morale del gruppo che rimane decisamente alto. Per scacciare il freddo terminiamo la cena, a lume di candela e con la giaccavento, con un caldo “vin brulè” o, come lo chiamano i locali, “vino caliente”.



Levataccia e partenza alle 5 del mattino per andare ad ammirare l’alba alla Laguna Celeste, meta ancora poco nota ai viaggiatori ma che merita certamente una visita, specialmente se si arriva sulle sue sponde prima del sorgere del sole. Cerchiamo di mitigare il freddo pungente dei momenti che precedono l’alba accendendo diversi fuochi sulle sponde della laguna.
All’alba le sue acque si dipingono di colori che si fanno via via più caldi ed il riflesso delle montagne che vi si specchiano formano un paesaggio di una bellezza irreale: i disagi affrontati sono tutti ampiamente ricompensati!
Tornati al villaggio di “Quetena Chico” per consumare una abbondante colazione e per recuperare i bagagli, si parte per San Pedro de Atacama, in Cile. I paesaggi che si incontrano durante il tragitto sono sempre stupendi, si attraversa un territorio con vulcani ancora attivi, geyser, acque termali, lagune e deserti di sale. Il terreno è saturo di minerali che, mischiandosi all’acqua, producono colori impensabili creando lagune spettacolari. Molte sono le lagune ed i salares che si incontrano, tra cui:
la Laguna Hedionda Sur, la Laguna Collpa con le sue formazioni di borace, il salar de Chalbri, la Laguna Polchis, anch’essa con formazioni di borace, la Laguna Verde, dalle sfumature di colori impensabili che passano dal verde al blu, situata in una zona esposta e sempre battuta da un vento gelido, dietro la quale si erge l’immenso cono di 5960 metri del vulcano Licancabur.
L’ultima laguna che si incontra, prima del confine cileno, è la Laguna Blanca. Qui, durante la sosta per il pranzo, inizia a nevicare. In poco tempo il terreno si ricopre di un leggero strato di neve ed il paesaggio, già bellissimo, assume un fascino particolare.
Attraversata la frontiera con il Cile si raggiunge rapidamente il villaggio di San Pedro de Atacama. È ancora presto, quindi ne approfittiamo per visitare la Valle della Luna. Questa valle, che si trova nei pressi di San Pedro de Atacama, è famosa per la sua conformazione che ricorda la superficie lunare. Il momento migliore per visitarla è certamente l’ora del tramonto, quando le strutture rocciose si colorano di tinte intense che vanno dal giallo al rosso.
Oggi, 15 agosto, alle 4 del mattino effettuiamo un’altra levataccia per compiere un’escursione ai geyser di “El Tatio” , a 4300 metri di altezza. La partenza antelucana è giustificata, la nostra guida ci aveva spiegato che i geyser si formano solo al mattino presto, poiché successivamente a causa di un forte vento i vapori vengono dispersi. Arriviamo sull’immensa caldera di El Tatio attorno alle 6.00 e da lontano cominciamo a vedere una gran quantità di sottili fumi azzurrini: ci siamo, ecco i geyser! Avvicinandoci sembra di penetrare nell’inferno Dantesco: colonne di vapore si innalzano da spaccature nella roccia, in cui l’acqua ribolle rumorosamente ed è sorprendente trovarsi in un ambiente dove l’acqua coesiste nei suoi tre stadi: solido, liquido e gassoso. La neve fresca caduta nella notte rende il paesaggio ancora più affascinate.
Lasciata la zona di El Tatio si visitano i dintorni di San Pedro de Atacama.
La prima meta è il villaggio di Caspana a 3264 metri di quota. Di origine preispanica, questo villaggio si caratterizza per le sue architetture in pietra e per i suoi tetti di paglia. Attualmente i suoi 400 abitanti vivono della produzione di fiori e legumi che vendono nella capitale della provincia, Calama. Si prosegue con la visita al villaggio di Chiu Chiu , a 2400 metri, con la sua caratteristica chiesetta. La chiesa, costruita nel 1612, ha la pianta a forma di croce latina. I suoi muri hanno uno spessore di 1.2 metri ed il tetto ha un’armatura in legno di cactus. La facciata principale presenta due campanili in pietra costruiti nel 1965, durante un restauro, al posto di quello originale del XIX secolo che era crollato. La chiesetta è posta all’interno di un recinto murario che contiene anche delle antiche tombe.

Oggi, 16 agosto, nel pomeriggio dovremmo ritornare in Bolivia, ma arriva la notizia che il passo al confine tra Cile e Bolivia è chiuso per neve. Se non sarà agibile dovremmo rimanere un giorno in più in Cile. In mattinata visitiamo il Salar de Atacama dove si trova la Laguna Chaxa. Il Salar, posto ad un’altezza di 2500 metri, ha una superficie di circa 4000 Km² ed è il più grande del Cile. Sulla sua superficie si può osservare una crosta di sale, generata dall’accumulo di cristalli che si formano in seguito all’evaporazione dell’acqua. Il microambiente lacustre del Salar, specialmente nella zona della laguna, genera dei microrganismi che attirano numerosi fenicotteri che, nel clima e nel silenzio del Salar, trovano un ambiente ideale per nidificare.
Il passo è ancora chiuso, speriamo che domani la strada sia percorribile.
Finalmente alle ore 13 del 17 agosto aprono il passo. Sbrigate le pratiche doganali si parte e verso le 14,15 raggiungiamo di nuovo l’altopiano boliviano dove troviamo ad aspettarci i nostri due fuoristrada e il loro autisti. Iniziamo la seconda parte della nostra visita all’altopiano: prima meta la Laguna Colorada. Il tempo è splendido ed il cielo azzurro intenso, senza nuvole, anche se l’aria è fredda e soffia un vento gelido.
Ripercorriamo un tratto del percorso già effettuato qualche giorno prima.
Rivediamo la Laguna Blanca e la Laguna Verde in una bella giornata di sole mentre la visita precedente era avvenuta sotto una leggera nevicata. Una veloce visita al geyser Apaceta, ad oltre 4800 metri di quota, e si prosegue per la Laguna Colorada dove giungiamo al tramonto. La Laguna, dalle acque color rosso fuoco, si trova a 4278 metri di altezza, copre un’area di circa 60 Km² e raggiunge una profondità di appena 80 cm. La vivace colorazione rossa è dovuta alle alghe ed al plancton che si trovano nelle sue acque ricche di minerali. Tantissimi sono i fenicotteri che qui si possono osservare e che sembrano aver eletto questa zona come la migliore per la loro riproduzione, nonostante le gelide temperature che, di notte, possono scendere al di sotto dei -20º. Dal luogo dove ci fermiamo la laguna sembra vicina, a due passi. Così, nonostante stia calando la sera ed il freddo sia intenso, decidiamo di raggiungerla a piedi, solo un lungo pianoro, ricoperto da molte pietre, ci separa da lei. Ma la laguna è più distante di quello che sembrava: dopo circa ½ ora di cammino, timorosi del buio della sera che sopraggiunge, decidiamo di rientrare e rimandiamo la visita al giorno dopo.
La meta odierna è il villaggio di San Juan del Rosario. Prima di partire dedichiamo qualche ora alla visita della laguna che, illuminata dalla luce mattutina, si mostra in tutto il suo splendore. I moltissimi fenicotteri che vivono sulle sue sponde non sembrano essere disturbati dalla nostra presenza e continuano a cercare il cibo nelle sue basse acque. Il paesaggio è molto suggestivo e la bellezza del posto ci aiuta a sopportare il freddo ed il vento gelido che continua a soffiare. Questa è sicuramente la località più bella osservata sino ad ora.
Si prosegue con l’attraversamento del deserto di Siloli, 18 Km a nord della Laguna Colorada. Qui si incontrano diverse strane formazioni rocciose di cui la più nota è sicuramente quella chiamata “Arbol de Piedra”, Albero di Pietra. Questa conformazione, che assomiglia veramente ad un albero, è formata da una roccia erosa dal vento che si erge nella distesa desolata del deserto. Numerose e bellissime sono le lagune che costeggiamo: la Laguna Honda, la Laguna Chota, la Laguna Hedionda Nord a 4186 metri, molto ricca di fenicotteri, la Laguna Canapa a 4151 metri, un grosso lago salato circondato da alte montagne. Durante una sosta per il pranzo comincia a nevicare.
Alle 8.30 del 19 agosto si parte per la cittadina di Uyuni e il suo celebre Salar, una sconfinata distesa di sale con molte “isole” che sembrano spuntare dal mare. Il tempo non promette niente di buono, nonostante la leggera pioggia che ci accompagna il paesaggio non perde il suo fascino selvaggio. Il Salar de Uyuni, con i suoi 12.106 Km² di superficie, costituisce la salina più grande della Bolivia. Questa parte dell’Altipiano era un tempo completamente sommersa dall’acqua. Nelle rocce calcaree di quello che doveva essere un lago sono visibili fossili di corallo. I depositi salini derivano dai minerali provenienti dalle montagne e depositatisi nella zona. Oggi il Salar è diventato una zona di estrazione e lavorazione del sale che ha il suo epicentro nella cittadina di Colchani, situato a 20 Km da Uyuni. Quando la superficie si asciuga, le saline trasformano il paesaggio in una bianca distesa accecante dalle dimensioni infinite, quando invece queste pianure si ricoprono d’acqua, si formano degli specchi che riflettono alla perfezione il paesaggio e l’orizzonte scompare. Attraversando questi pianori l’effetto è soprannaturale e sembra di essere sospesi nell’aria.
Tra le molte “isole” che sorgono dalla bianca distesa di sale, la più famosa è certamente l’incantevole Isla del Pescado. Si pensa che il suo nome derivi dalla sua forma, che ricorda un pesce riflesso nel Salar. L’intera isola è ricoperta da cactus e circondata da un “mare” bianco di mattonelle di sale dalla forma esagonale.
Lasciati i fuoristrada ci inerpichiamo sino alla sommità dell’isola da dove si ha una bella visuale sulla sconfinata distesa di sale che si perde a 360° nella foschia. Solo la leggera pioggia che cade guasta l’incanto del paesaggio.
Continuando il viaggio verso Uyuni si incontra l’Hotel di Sale. Questo singolare hotel è costruito interamente con blocchi di sale ed è situato a circa 20 Km da Colchani. Come albergo non è un granché, ma la sua posizione all’interno del Salar esercita un certo fascino sui visitatori. Interessante e singolare il cartello posto subito dopo l’ingresso che invita chi entra a consumare qualche cosa al bar prima di iniziare la visita alla costruzione.
Raggiunta la cittadina di Uyuni, prima di recarsi in hotel, visitiamo il “cimitero dei treni”, la più grande attrattiva del luogo, dopo il Salar: un’enorme ammasso di vecchie locomotive a vapore e vagoni abbandonati a 1 Km dal paese. Interessanti le ironiche scritte che si vedono su alcune delle vecchie locomotive, in particolare una che chiede l’intervento urgente di un buon meccanico.
La città di Uyuni non offre praticamente altro se non un intenso freddo e le strade caratterizzate da correnti d’aria gelida.
Il 20 di agosto si ritorna sul Salar, questa volta con un bel sole. Si ripercorre parte del tragitto già fatto il giorno prima e si raggiunge un’isola su cui sorge il piccolo villaggio di Coqueza, sovrastato dal vulcano Tunupa (5400 m). Davanti al paese, una serie di sorgenti forma una lingua d’acqua che separa la terra dal Salar. Quest’acqua e’ presente in tutte le stagioni, mentre il Salar si scioglie soltanto nella stagione delle piogge; per questo, a Coqueza si arriva su una strada realizzata su un terrapieno artificiale, di larghezza appena sufficiente al passaggio di una automobile, segnalato ai lati da alcune pietre, e parzialmente sommerso. Sulla riva del Salar pascolano numerosi lama e nell’acqua, a poca distanza da noi, una bella colonia di fenicotteri rosa e una coppia di grandi fenicotteri andini. Il dormitorio in cui alloggiamo ha pareti in mattoni di terra cruda, intonacate di fango e dipinte di bianco; il soffitto e’ realizzato con tele di sacco cucite insieme, inchiodate alle pareti e dipinte con la stessa tempera bianca. C’e’ però una finestra, sufficiente ad arginare un po’ il vento.
Sulle pendici del Vulcano Tunupa, all’interno di una grotta, sono custoditi i corpi di uomini mummificati da un migliaio di anni, appartenuti all’antica popolazione Chipaya. È alla visita di questo sito che dedichiamo il pomeriggio. I riti officiati di recente e le offerte da poco deposte alla base delle umili tombe, ci fanno capire quanto sia stretto, ancora oggi, il legame che le popolazioni andine sentono con i loro antenati. Purtroppo si comprende anche che l’isolamento di questi luoghi ha contribuito al progressivo impoverimento delle tombe ad opera di tombaroli e collezionisti privati.
Terminata la visita al sito alcuni di noi decidono di salire al colle che si trova sotto il vulcano. La salita agli oltre 4500 metri del colle è fatta su di un comodo sentiero, ma la quota si fa sentire. Il bel panorama sul villaggio di Coqueza e sul Salar ripaga della fatica fatta; peccato non avere il tempo per cercare di raggiungere la cima, dobbiamo scendere per non farci sorprendere dal buio sulle pendici del vulcano.

Domani lasceremo definitivamente il Salar e l’altopiano per recarci nuovamente in Cile. Si festeggia l’ultima sera con una buona grigliata di carne.
Si riparte attraversando di nuovo il Salar, questa volta nella direzione della frontiera cilena. Il paesaggio dell’altopiano è sempre affascinante; oltrepassiamo un altro salar, quello di Coipasa a 3786 metri di quota, molto più piccolo e meno spettacolare di quello di Uyuni. Alle 16 arriviamo alla frontiera con il Cile dove, sbrigate le pratiche doganali, troviamo ad attenderci due pulmini con i quali raggiungiamo il villaggio di Colchane, subito dopo la frontiera. Colchane è formato da poche case, non vi è praticamente nulla. Solo un grosso centro militare e l’ostello dove ci sistemiamo, né un negozio, né un bar. Unica nota positiva la buona cena, consumata nell’ostello, a base di zuppa, bistecca di lama e purea di patate.
Alle 8.30 del 22 agosto, senza nessun rammarico, si lascia Colchane per dirigersi verso il Parco di Isluga con i suoi vulcani, i villaggi abbandonati e le larghe vallate circondate da montagne che superano i 5000 metri. Anche se non spettacolari come quelli dell’altopiano boliviano, i paesaggi sono affascinanti. Lasciato il parco si incontra un salares con delle piccole pozze di acqua calda: il Salar di Piocheres. In queste piscine naturali dove l’acqua raggiunge i 60° è possibile fare il bagno. La temperatura esterna è fredda e non invita a spogliarsi, così entriamo nell’acqua solo con i piedi. Sul lato opposto del salares vi è la Laguna Cerro Vinto, gremita di fenicotteri. Dopo le molte lagune incontrate nei giorni scorsi non ne rimaniamo entusiasti, quindi la visita risulta molto veloce. Alle 19 arriviamo alla nostra meta: la cittadina di Putre.
Oggi, 23 agosto, è il nostro ultimo giorno di permanenza in Cile, domani si ritorna a La Paz. Visitiamo un altro parco cileno, quello di Lauca, al confine con la Bolivia. Il parco ha un’estensione di 137.883 ettari ed è posto ad un’altezza che varia dai 3200 ai 6342 metri sul livello del mare; nel suo interno si incontrano numerose vigogne. Nella notte è caduta neve fresca che ha imbiancato tutto il paesaggio rendendolo ancora più affascinante. La visita del parco prosegue con la Laguna Cotacotani, a 4400 metri di quota. Questa laguna si è formata in seguito ad una eruzione, accompagnata da una forte fuoriuscita di lava, del vulcano Parinacota. É composta da un grande lago in cui sono presenti numerose isolette laviche.
La strada che percorriamo passa circa 200 metri più in alto della laguna; per poterla osservare da vicino scendiamo sino alle sue sponde. Incomincia a nevicare e fa abbastanza freddo. Nel lato opposto della laguna si scorge l’imponente sagoma del vulcano Parinacota, visibile solo a momenti perché immerso tra le nuvole. Se la discesa sulla riva della laguna è stata agevole, non altrettanto si può dire della salita per ritornare dove ci attende il nostro pulmino: siamo ad oltre 4000 metri di quota, si sale lentamente con il respiro affannoso. Proseguiamo sino al confine con la Bolivia, sulle sponde del lago Chungarà. Il tempo rimane piovoso e a tratti nevica. Sulla strada del ritorno verso Putre visitiamo il piccolo villaggio Parinacota, omonimo del grande vulcano che si trova nelle sue vicinanze.
Il nostro viaggio volge al termine, siamo ritornati in Bolivia, a La Paz, dove rimaniamo ancora due giorni prima di intraprendere il percorso di ritorno verso l’Italia. Il primo giorno lo dedichiamo alla visita della città, non possiamo recarci nei dintorni perché c’è uno sciopero di tutti i mezzi di trasporto, taxi compresi. Concludiamo la nostra permanenza in Bolivia con un’emozionante discesa in mountain bike. Con un pulmino, che trasporta anche le biciclette, raggiungiamo La Cumbre, un passo a quasi 4700 metri che attraversa la Cordillera. Da qui, con un percorso di 70 Km di cui solo i primi 20 asfaltati, si raggiunge il villaggio di Coroico a circa 1200 metri, scendendo quindi di circa 3500 metri. La strada che collega La Paz a Coroico è ufficialmente nominata “La strada più pericolosa del mondo” per il gran numero di incidenti fatali che vi si verificano. Nonostante tutto questo, la discesa in bicicletta da La Cumbre a Coroico è uno dei percorsi più popolari in Bolivia, perché consente di unire il piacere di una lunga discesa con quello dell’arrivo in una splendida località. Il panorama “verticale” che si osserva dalla strada che scende a Coroico è una vera delizia per chi la percorre in bicicletta, qui si ha la possibilità di starsene seduti senza pedalare lasciando che la gravità faccia il resto!
Lungo il tragitto si può ammirare un paesaggio incredibilmente vario mentre si compie una spettacolare discesa in uno scenario totalmente diverso da quello osservato dall’altro lato della Cordillera; gli affascinanti ma brulli altopiani sono sostituiti da pareti quasi verticali dove cresce una lussureggiante vegetazione.
Durante il viaggio di ritorno in Italia, una sosta di quasi un giorno a New York ci permette di visitare, seppur in modo sommario, l’isola di Manhattan e “ground zero”, il luogo dove sorgevano le due torri gemelle abbattute l’11 settembre del 2001.

Compagni di viaggio (in ordine alfabetico)
· Antonio
· Bruno
· Claudio
· Fiorenzo
· Letizia
· Lorenzo
· Maria Luisa
· Patrizia
· Renata
· Rosella


 
Commenti

Nessun commento