Dagli appennini alle Ande

di Christian Mariotti e Eleonora Cingolani  –
Non ricordo bene se due o tre anni fa sfogliando alcune riviste di viaggi, ho visto delle foto fantastiche di montagne, salares, lagune e mi sono chiesto dove sta questo posto? Era la Bolivia, forse ancora non sapevo bene dove collocarla nell’America Latina, da molti viene chiamata il Tibet dell’occidente. Mi ha colpito fin da subito e così ne ho parlato con Eleonora, visto il nostro imminente matrimoni ho cercato di informami ed organizzarmi al meglio per visitare ciò che avevo visto solo sulla carta. Ora dopo aver visitato di persona quelle alte terre, posso solamente confermare tutte le sensazioni che provavo vedendo le foto. I volti della gente, la vita a 4.000 metri di altezza, i colori dei loro tessuti, la catena delle Ande, il lago Titicaca, la laguna Colorada, il Salar de Uyuni e il deserto di Atacama sono solo una parte di ciò che abbiamo visto.

Lunedì 31.05.2004

Poco dopo la mezzanotte ci mettiamo in viaggio verso Roma, un viaggio lungo che ci porterà dopo molte ore di volo nel centro dell’America Latina. Arrivati nei pressi dell’aeroporto con netto anticipo aspettiamo il ns. amico Terzo che ci “ospiterà” la macchina per i prossimi giorni. Da Fiumicino con la compagnia IBERIA voliamo prima su Madrid e dopo altre 12 ore di volo su Lima. Il primo impatto con la città non è dei + felici, sulla città domina una specie di cappa che oscura il sole e il clima rimane molto appiccicoso e poco piacevole. Arriviamo verso le 17,30, ma a causa del fuso orario, per noi e come se fossimo già in piena notte. All’uscita ci aspetta il nostro accompagnatore che ci porterà all’albergo. Durante il tragitto, che per un pezzo costeggia l’Oceano Pacifico, il ragazzo ci spiega cosa vedere, cosa mangiare e cosa fare. Saliti in camera ci diamo una rinfrescata e poi fuori ad esplorare la città, ci troviamo nel quartiere Miraflores, uno dei più belli e andiamo alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Nelle strade non c’è molta gente e questo perché si stanno giocando le qualificazione per i mondiali del 2006 e come da lunga tradizione in queste nazioni ci tengono molto. Arriviamo in una specie di centro commerciale affacciato sull’Oceano ed è qui che decidiamo di passare la serata. A dire la verità ancora non siamo completamente “entrati” nel viaggio, infatti solo dopo un paio di giorni riusciamo a pieno a goderci ogni singolo momento e forse anche perché il nostro vero obbiettivo e la Bolivia e qui siamo solo di passaggio. Rientrati in albergo ci facciamo la nostra prima tazza di mate de coca e poi tutti a nanna.


Martedì 01.06.2004

Ci svegliamo presto, essendo ancora sotto a causa del fuso, ci fiondiamo a fare colazione, davvero ottima ed abbondante. Poco dopo siamo in strada alla ricerca di uno dei mille taxi che ci sfrecciano davanti, ci sono diversi tipi di taxi, quelli ufficiali, quelli abusivi , quelli collettivi …., noi fermiamo quelli gialli che dovrebbero essere i + sicuri, sempre senza tassametro, trattiamo il prezzo del corsa per il centro della città e siamo a bordo. Ci chiede subito i soldi ed andiamo fare benzina, il tragitto è davvero denso di pericoli, macchine che sbucano da ogni angolo, che ci tagliano la strada, è da incubo, suoni di clacson a ripetizione, poi dopo circa 15 minuti il nostro tassista si infila di nuovo in un rifornimento, ma non x la benzina, siamo fermi in prima fila in un enorme rotatoria, questa manovra è servita per evitare una fila di 4 macchine di fronte a noi, il semaforo è rosso, la tensione sale piano piano, sembra di essere alla partenza della formula uno, il motore romba, scatta il verde, ma il vigile ancora non da il via quindi tutti cominciano a suonare fino a quando finalmente abbassa il braccio e si parte, ci infiliamo tra due macchine, poi con delle manovre scorrettissime siamo davanti a tutti ancora VIVI. Finalmente arriviamo in centro, visitiamo la grande piazza, la cattedrale con il museo e poi ci interniamo per trovare qualche mercatino caratteristico. Verso le 12,00 ritorniamo in centro per vedere il cambio della guardia. Nel primo pomeriggio rientriamo al nostro quartiere, visitando il parco degli innamorati ed altri giardini. Dopo un riposino ci dirigiamo di nuovo in strada per fare cena e vedere anche la partita Perù – Uruguay, appena finita rientriamo alla base, infatti domani comincia il nostro vero viaggio.

 

Mercoledì 02.06.2004

Ci svegliamo verso le 06,30, facciamo una super colazione e siamo già in viaggio verso l’aeroporto. Mentre costeggiamo l’oceano, ad uno stop mentre stiamo per ripartire si sente un rumore imprevisto, la macchina non ripartirà mai più!!!!!! Forse il cambio, forse la frizione, Cri e l’autista cominciano a spingere per spostare la macchina dalla strada, Cri entra in panico, ma fortunatamente abbiamo un’po’ di margine prima che l’aereo parta verso La Paz. Prima l’autista cerca di far arrivare una nuova macchina, ma vedendo che la cosa non funziona, stoppiamo un taxi che ci porta in tempo verso l’aeroporto.

Ora siamo qui in attesa di salire sul nostro volo che partirà verso le 10,45. Prima di salire le hostess della compagnia ci offrono spuntini e bibite fresche, una volto a bordo, tutto procede bene. La vista comincia ad annunciarci quello che vedremo all’arrivo, costeggiamo le Ande e sorvoliamo il famoso Lago Titicaca. Prima di atterrare, già all’interno dell’aereo comincia a cambiare la pressione come se fossimo a 4.000 metri di altezza, forse x farci abituare e devo dire che qualcosa si sente. Una volta atterrati, facciamo i soliti controlli di rito e poi fuori, uno spettacolo!! Non è niente di particolare rispetto a quello che vedremo nei prossimi giorni, ,ma l’aria, il posto e la situazione sono veramente elettrizzanti. Un cielo dal colore blu fortissimo, sullo sfondo le Ande ed il vulcano Illimani con la sua cima innevata, ci sono tutti fuoristrada, tutti ragazzi che caricano sul tettino gli zaini pronti ad esplorare questo paese, ora siamo veramente in viaggio, siamo pronti!!!! Siamo a quota 4.080 mt, all’uscita ci aspetta Nelly che ci accompagnerà saltuariamente per i prossimi giorni in alcune visite organizzate. Attraversiamo El Alto, dove come succede spesso ci sono i blokkei o + comunemente chiamati scioperi, sassi e grosse pietre sono in mezzo alla strada e con il ns. pulmino facciamo lo slalom schivando anche resti di materiale bruciato, ad essere sinceri la cosa non ci preoccupa + di tanto, restiamo incantati immediatamente dalla gente, i loro colori, il volto delle persone ci cattura. Dopo appena 1 kilometro ci fermiamo per ammirare la città di La Paz sottostante. Avevo visto le foto sui giornali o su internet, ma niente in confronto alla realtà, la città si distende su tutta la vallata andando a riempire ogni piccolo spazio con cose abbarbicate dappertutto. Nel giro di 10/15 minuti arriviamo in centro e troviamo il nostro albergo, ci fermiamo solo un attimo e poi ci buttiamo in mezzo a questa particolarissima metropoli a 4000 metri. Ci dirigiamo verso il mercato, nella zona di Sagamaga vicino a Plaza San Francisco, ed ogni tanto siamo costretti a fare delle pause, l’altitudine si sente con un leggero mal di testa.
Siamo sempre + affascinati dall’ambiente, sembra di esser tornati indietro di 50/60 anni, le persone ed i bambini catturano la nostra attenzione, alcuni sono sporchi, senza scarpe, con il naso sgocciolante, ma sempre pronti a sorridere. I bordi delle strade sono pieni di venditori, anzi di venditrici, infatti ci sono pochi uomini in giro perché la maggior parte di loro è a lavoro nei campi o nelle miniere. Le donne vendono di tutto, dalle patate, alle carote, vestiti, televisori, rullini, jeans, cellulari, carta igienica, snack, acqua, si può trovare qualsiasi cosa. Sono vestite nei loro abiti tipici, con il capello tipo bombetta sopra a dei bellissimi capelli nero corvino, con la pollera, così viene chiamata la gonna imposta fin dai tempi della colonizzazione e soprattutto con la loro bella faccia piena. Qui non si soffre la fame, infatti tutti hanno il loro orto e la loro bella razione di cibo, sicuramente la vita è dura ma non manca da mangiare. In giro ci sono ragazzi con dei giubbettini tipo gilet colorati di verde, giallo ed arancio, al polso hanno legato con una catena un cellulare e così se tu vuoi chiamare qualcuno in Bolivia, li fermi gli dai un boliviano e loro ti fanno da cabina, questo perché come da noi quasi tutti hanno il cellulare, ma molti di loro sono senza la ricarica di soldi,!?!?! Molto strano. Facciamo una visita alla Inglesia di San Francisco ed una volta usciti non facciamo in tempo a sederci che siamo circondati da bambini che ci vogliono pulire le scarpe, dopo qualche chiacchiera ne rimangono solo due che ci chiedono i nostri nomi, da dove veniamo e cosa facciamo. Gli offriamo delle noccioline giganti, comprate poco prima, ma loro stranamente, le mangiano senza sbucciarle, così ne apro qualcuna per loro, le prendono dalla mia mano che diventa sporca di lucido da scarpe, di cui sono ricoperte le loro mani. Dopo le prime 40/50 foto, rientriamo in albergo e una volta rinfrescati ce ne usciamo per cena perché siamo veramente affamati. Nelly ci aveva raccomandato di restare leggeri mangiando una delle tante famose zuppe boliviane, così da evitare spiacevoli malesseri dovuti all’altitudine. Mangiamo al piccolo ristorante di Marbella e come consigliato ci prendiamo una zuppa, ma anche un’po’ di carne, infatti Cri solo con una zuppa sarebbe caduto al suolo dopo pochi metri. Dopo una bella tazza di maté di coca, belli sazi ce ne torniamo in albergo. Mi affaccio dalla finestra della nostra camera e si gode di una vista stupenda, sullo sfondo della città illuminata in ogni remoto angolo si vede il cono del vulcano Illimani con la luna che lo sovrasta, sotto di noi scorre la via principale e le donne con i loro banchetti sono ancora la, mentre la famiglie di alcuni minatori in segno di protesta dormiranno in mezzo la strada. Tutti a nanna ora..

Giovedì 03.06.2004

Cri aveva pensato di svegliarsi all’alba per fare delle foto, ma visti i nuvoloni in cielo dormiamo fino alle 7,00. Dopo un abbondante colazione alle 8 in punto siamo pronti per il nostro giro che oggi ci porterà al famoso lago Titicaca. Il viaggio è lungo e la strada, non sempre asfaltata, rende queste 3 ore di macchina non molto comode. Prendiamo prima per El Alto e poi decine e decine di kilometri in una pianura circondata da montagne spettacolari. I colori di questi paesaggi sono a dir poco incantevoli ed anche il tempo sembra essere tornato al bello.
Incominciamo a vedere le prime lingue del lago fino ad arrivare al pueblo di San Pablo, dove per passare dall’altra parte del lago bisogna scendere e imbarcare l’auto su una chiatta mentre noi passeremo con una barchetta, così da arrivare a San Pedro. In questi piccoli villaggi riusciamo a scorgere la vita quotidiana della gente e vediamo l’umiltà dei loro gesti nonostante sembra di essere tornati indietro di 50/60 anni. Nel viso e nelle mani portano evidenti i segni della fatica e del luogo in cui vivono, la natura con i suoi ritmi e stagioni domina ogni cosa, ma rende allo stesso tempo questo posto davvero stupendo ed affascinante.

Prima di arrivare al paese di Copacabana facciamo altri 30 kilometri ed arriviamo fino a quota 4150, in alcuni tratti si scorge un panorama fantastico del lago e le sue acque blu intenso sembrano quelle dell’oceano. Arrivati in paese, che nel fine settimana si trasforma in una famosa località balneare x la gente del posto, andiamo verso il piccolo porto e ci imbarchiamo subito per raggiungere l’Isla del Sol dove arriviamo dopo circa 40 minuti di navigazione. Il Blu dell’acqua, il verde scuro delle montagne, il bianco della neve sopra i 5000 mt. ed il giallo dei campi coltivati danno vita ad una tavolozza di colori che disegna intorno a noi paesaggi indescrivibili. Durante il tragitto per l’Isla del Sol rimaniamo “abbaiati” da quanto ci circonda. Scesi sull’isola ai piedi della Escalera del Inca (scalinata dell’Inca) Nelly ci spiega la storia e le credenze relative a questo posto, saliamo le scale fino ad arrivare alla Fuente del Inca (sorgenti dell’Inca), fontana che da migliaglia di anni da acqua naturale alla gente del posto e che gli spagnoli avevano chiamato fonte della giovinezza. Saliamo, con non poca fatica, anche oltre la fontana ed incontriamo donne e bambini che vendono tessuti e pascolano i famosi lama. Christian comincia a scattare foto, anche se la gente del posto no è sempre molto disponibile a farsi fotografare. Riprendiamo la barca per un piccolo tratto e ci troviamo in una casa che funge da “ristorantino” gestito da marito e moglie, 4 tavoli all’aperto riparati da ombrelloni, ma con un panorama sul lago e sulla catene della Ande dietro che lascia senza fiato. Mangiamo prima un piccolo antipasto, con pane e una salsa di pomodoro a pezzetti e peperoncino, seguito da una zuppa di verdure tipiche della zona e da un piatto di pesce con riso, una patata lessa, peperoni e cipolle. Per finire ci portano una macedonia di papaya e banane e l’immancabile mate di coca. Cosa volere di più!!!!!!!
Ripartiamo a malincuore, la barca è li che ci aspetta e nel tragitto riesco a fare anche un piccolo sonnellino, dopo tutto quello che avevamo mangiato!!!! Rientrati a Copacabana facciamo un giro della cittadina, visitando le vie principali con il locale marcato e la famosa Cattedrale bianca, dove all’entrata siamo testimoni del famoso cha’lla o benedizione dei veicoli che viene impartita dai frati a macchine, autobus e camion che per l’occasione vengono agghindati con fiori, ghirlande e nastri colorati. E’ ora di rientrare e con non poche fermate per foto e riprese ci avviamo verso La Paz, ma il vero dramma della giornata e tornare in centro, infatti la periferia è una giungla per via del mercato e dei manifestanti che come la solito fanno sciopero. Il nostro autista prende delle strade che vanno in picchiata verso La Paz e dove io non passerei neanche a pagamento, è un vero inferno, discese e salite che sembrano non avere fine. Arriviamo all’hotel verso le 19,00 e siamo due zombi a Cri gli si spacca la testa. Facciamo un riposino e verso le 21,00 scendiamo per la cena, stiamo meglio e ci dirigiamo verso il solito posto dove questa volta io assaggio un piatto di pasta e Cri una bella bistecca con patate e riso. La cena è accompagnata dal suono di un pianoforte che viene suonato da un ragazzo e dopo la solita ed oggi più che mai indispensabile tazza di mate paghiamo il conto 40 bol (circa 5/6 Euro). Stanchi morti ce ne andiamo a dormire.



Venerdì 04.06.2004

Oggi sveglia alle 7 anche perché dobbiamo sistemare le valigie avendo in serata il trasferimento con il pullman verso Sucre. Dopo la prima colazione, alle 9,00 siamo in strada e puntuale troviamo Nelly ad aspettarci per completare la visita della capitale più alta del mondo. Come prima cosa visitiamo la Valle della Luna spostandoci a sud poco fuori la città. Il primo impatto è davvero bello, ci sono pinnacoli di terra e canyon profondi anche fino a 10 mt. che con il passare degli anni il vento e soprattutto la pioggia ha modificato dando loro forme e disegni particolari che nell’insieme formano un paesaggio davvero singolare. Una volta arrivati sul posto si può fare un giro veloce di 5 minuti oppure con ½ ora fare un percorso che ti porta nei posti più belli.
Al rientro passiamo nella parte residenziale di La Paz, che al contrario di molti altri posti si trova nella parte bassa della città e questo perché qui si respira molto meglio che a monte dove si arriva quasi a 4.000 mt., ci sono ville, parchi e giardini ed il tenore di vita anche dai negozi che si vedono in giro sembra molto diverso. Ci vivono soprattutto politici e gente “ammanicata”, ma in alcuni angoli sembra di essere veramente in un altro stato, dimenticando le condizioni di vita della gente che vive 400/500 mt + in alto. Finiamo il giro della città visitando alcuni musei, la Piazza principale e la cattedrale dove in passato venne anche Papa Gianni Paolo II. Per pranzo ci arrangiamo da soli e poi ci buttiamo di nuovo verso la parte alta della città (quella + vera + viva) e quindi dei mercati dove è possibile comprare qualsiasi cosa, dalle patate alla macchina fotografica, cellulare e Tv a schermo piatto, tutto questo sempre dalle solite donne vestite con la tipica gonna e bombetta che tu non penseresti mai come venditrici di articoli cosi avanzati tecnologicamente. Rullini, batterie, ricariche, è possibile reperire ogni cosa a prezzi più bassi e più facilmente rispetto al commercio tradizionale. E poi la gente, i colori, i bambini, i loro vestiti, rimarremmo lì per ore solo a veder passare la gente. Alle ore 17,00 andiamo a prendere il pullman di I° classe (sai che lusso!!!) che nella nottata ci porterà a Sucre. Anche qui l’impatto della stazione generale degli autobus fa sempre la sua figura, gente che urla da tutte le parti e donne, con sulle spalle i bambini, rientrano nei loro paesi cariche di ogni cosa dopo aver affrontato un’altra giornata cercando di vendere i loro prodotti in cambio di altri. Alle 18,45 arriva il pullman e tutto sommato ci va bene comunque, prima di partire salutiamo Nelly ringraziandola per la sua compagnia e disponibilità. La sosta per la cena non è prevista prima di mezza notte, così ci sistemiamo alla meglio cercando di dormire, anche perché fuori è già notte e quindi non si riesce a vedere nulla. Dietro di noi sono seduti due signori di Genova e nel tragitto faccio conoscenza in particolare con Paolo, scambiando impressioni ed esperienze dei ns. viaggi. Incontreremo diverse volte Paolo e il suo amico lungo il ns. viaggio, facendo più o meno lo stesso itinerario. Il primo tragitto risulta molto confortevole, anche perché le poltrone sono reclinabili e comode ed inoltre ci danno anche una coperta che scoprirò più tardi essere fondamentale per la sopravvivenza. Come previsto la sosta per la cena arriva verso 00,30 in un ristorante immerso nel nulla chiamato EL PASO. Un freddo impressionante!!!!! Finalmente riesco ad andare in bagno anche se le condizioni igieniche sono pessime, ma il buio del loculo ed il bisogno impellente sono d’aiuto. Bisogna tenere la porta con una mano ed inoltre c’è anche una piccola finestra in vetro, in modo tale che gli altri possano vedere se è occupato o no. Il ristorante… abbiamo dei fantastici panini nello zaino e così rientriamo nel pullman, che nel frattempo con le porte aperte è diventato una ghiacciaia, ci mettiamo i maglioni pesanti, i giubbetti e sopra ancora la coperta. Poco dopo si riparte, ma ora sarà durissima. Non riesco + a dormire. I miei piedi sono diventati 2 pezzi di ghiaccio e ciò nonostante Cri si offre per scaldarli, ma poco dopo, rischiando un blocco intestinale per il freddo, rinuncia. Arriveremo a destinazione verso le 8,00 dopo una “notte al freddo” ma anche questo è viaggiare.

Sabato 05.06.2004

All’arrivo a Sucre troviamo Anna ad aspettarci. Le valigie sono irriconoscibili per la polvere e noi pure siamo irriconoscibili, il viaggio è stato estenuante ed a temperature polari. Il primo impatto con la città non è dei migliori, sicuramente per la stanchezza accumulata nel viaggio, poi però tutto cambia, la città blanca, così soprannominata è patrimonio dell’UNESCO e la seconda città della Bolivia. Al centro c’è una bellissima piazza con giardini curati con fiori e piante, ci sono famiglie che passeggiano, poche macchine, tutti palazzi in stile coloniale dipinti di bianco, per non parlare del ns. albergo, questa volta a 4 stelle (abbiamo esagerato) è un edificio antico con due giardini all’interno e la ns. camera è enorme, ma torniamo al viaggio…. Lasciate le valigie nella nostra “abitaciones” ci diamo una rinfrescata e ci buttiamo a fare colazione, dopo circa 45 minuti siamo pronti o quasi per la giornata. Usciamo, accompagnati dalla ns. guida Anna, per le vie del centro, visitando la Casa de la Libertad, edificio storica per la tutta la Bolivia, infatti è qui che il 6 agosto del 1825 fu firmata la dichiarazione di indipendenza. Da qui ci dirigiamo verso il Convento de San Felipe Neri dove siamo saliti prima sul campanile, per godere di una vista fantastica della città blanca, poi nelle catacombe sotto terra usate in passato dai preti per incontri non del tutto ufficiali. Visitiamo la chiesa di San Francisco e poi verso il mercato locale, molto eccitante come la solito. Per pranzo siamo liberi ed andiamo a mangiare in un ristorante chiamato La Repizza, inizialmente con l’intenzione di mangiare qualcosa di caratteristico, poi Cri prende un piatto di spaghetti alla carbonara (risultati molto buoni) ed io una pizza, piatti tipici Boliviani !!!!!! La città, sede anche di importanti facoltà universitarie, risulta totalmente differente da La Paz, infatti assume una veste molto più europea. In giro si vedono molti studenti e la vita, chiaramente con alcune differenze, risulta molto + simile alla nostra che a quella della zona degli altopiani. Alle 14,30 ci ritroviamo con Anna per visitare il museo Textil Etnografico, dove quotidianamente due ragazzi presi da alcuni villaggi locali, tessono a mano i tipici e coloratissimi tappeti. Spostandoci verso la parte alta della città visitiamo il museo della Recoleta che è anche una chiesa e da dove si gode un panorama affascinate sulla città sottostante e sulle zone limitrofe. Come ultima cosa andiamo a vedere il cimitero dove, dopo diverse contrattazioni con alcuni bambini locali per la scelta della guida, siamo stati accompagnati a visitare le tombe dei personaggi + importanti della storia Boliviana. Prima di cena abbiamo un’po’ di tempo x rilassarci e così ce ne andiamo ai giardini della piazza centrale, io butto giù qualche appunto per il diario e Cri scatta foto qua e la. Ci spariamo un piatto di carne, per me troppo saporita, in un locale chiamato New Cactus e poi andiamo a scrivere qualche mail in un internet cafè. Questa volta veramente a pezzi rientriamo in albergo per dormire in un letto.

Domenica 06.06.2004

Auguri Cri!!!!!!!!!! Oggi è il suo compleanno e ci aspetta una suggestiva visita del pueblo di Tarabuco. Dopo una ricca colazione, in una splendida sala in stile coloniale del nostro albergo, alle 9,00 siamo pronti a percorrere i polverosi 65 kilometri che ci porteranno a Tarabuco. Per arrivare ci abbiamo impiegato un paio d’ore, ci sarebbe voluto anche meno se non ci fossimo fermati ad ogni curva per fare foto, ma effettivamente si incontra gente a piedi con file di asini carichi di merce che si dirigono anche loro al mercato domenicale per vendere i loro prodotti e quindi non possiamo fare proprio a meno di immortalare questi momenti. Donne con i bambini caricati sulla schiena all’interno dei loro coloratissimi tessuti, animali al pascolo e questo è niente in confronto a quello che ci aspetta a Tarabuco. Tantissima gente vestita a festa, donne con i cappellini decorati di paillets e mantelle colorate, diversi tra di loro in modo da identificare il paese di provenienza. Insieme a numerosi turisti, il settimanale mercato di Tarabuco, è metà dei campesinos che vivono nelle zone circostanti e carichi di merce arrivano al mercato per vendere e comprare. Bambini da tutte le parti e quelli un’po’ più grandi sono già pronti a vendere i loro prodotti, nessuno di loro piange a quando passiamo ci guardano con grande curiosità. Le loro mamme molto spesso sono giovanissime, ma è difficile dare loro un’età , la pelle è segnata dal caldo, dal freddo e dal duro lavoro a queste altitudini. Spesso allattano i loro bimbi per strada, sulla bancarella o sedute nel vicolo di una strada. Anche gli uomini indossano mantelli coloratissimi ed in testa hanno uno strano capello fatto di cuoio con le forme simili a quelle dei conquistatori spagnoli. Quello che più ci attira è il viso delle persone, dove le rughe disegnano espressioni che raccontano il sudore e la fatica della vita quotidiana. Per noi tutto questo è un modo di vivere completamente diverso o più precisamente molto lontano, sembra di essere in un film d’epoca oppure nei racconti dei nostri nonni, se La Paz è 60 anni dietro a noi, qui abbiamo fatto un altro salto di 60 anni indietro. Presi dall’euforia compriamo di tutto, senza pensare che poi non sapremo dove metterlo nelle valigie, entriamo in un cortile dove si vende solamente frutta e verdura e dove ci sono principalmente persone del luogo. Sotto alla tettoia che disegna il perimetro di questo grande cortile ci sono delle specie di locande dove i commercianti vanno a mangiare delle zuppe, ci sorridono molto spesso incontrando il nostro sguardo stupito e nonostante le nostre aspettative non sembrano disturbati dalla nostra presenza, forse anche perché siamo molto discreti sia con la telecamera che con la macchina fotografica. Per il pranzo ci fermiamo in una specie di ristorantino molto carino, il Maky Cafè, dove ci sistemiamo all’aperto in uno sconnesso cortile. Non essendo sufficienti le sedie la signora ci porta una poltrona di pelle presa forse dalla sua casa. Che posto!!!!! Una bella giornata, tutto pulito e mangiamo molto bene, ma soprattutto passiamo un’ora a rilassarci godendoci il sole e sfamando la nostra curiosità con continue domande rivolte alla nostra guida Anna. Nel tardo pomeriggio riprendiamo la strada verso Sucre, dove prima di cena ci sediamo di nuovo al giardino del centro, un bambino vuole a tutti i costi pulire le scarpe anzi gli scarponi di Cri, si passa la spazzola da una mano all’altra velocemente, sembra un giocoliere e ci chiede se possiamo dargli qualche moneta italiana così lo accontentiamo. Ci saluta e ci chiede se è stato bravo, soddisfatto della nostra risposta se ne va sorridendo, quando avrà finito di lavorare se andrà a scuola. La serata termina con una mitica cena al locale Joy Ride (www.joyridebol.com) dove, seduti in un cortile all’aperto, ci spariamo due buonissime e succose bistecche accompagnate dalla birra locale.

Lunedì 07.06.2004

Oggi ci aspetta un altro trasferimento ed esattamente verso la città di Potosi. Dopo aver sistemato le valigie per l’ennesima volta ed aver fatto colazione ci incontriamo con Anna. Facciamo una chiamata a casa per dire che è tutto ok e cambiamo ancora qualche soldo nella moneta locale. Alle ore 8,30 è previsto il trasferimento con un taxi, ma questo arriva con già una persona a bordo per non parlare delle valigie nel bagagliaio, Cri è molto dubbioso sul fatto che possano entrarci anche le nostre ed inoltre fare il viaggio stipati in 6 (perché la persona in macchina aveva anche un bambino piccolo) per 2/3 ore non ci allettava, così dopo varie discussioni riusciamo a far venire un altro taxi che dopo ½ ora ci carica e finalmente partiamo. L’uomo al volante, dalla guida più che sportiva, dopo una quarantina di minuti inizia a masticare foglie di coca, dicendo che così non avrà ne fame ne sonno. Durante il tragitto ci dice che per anni ha lavorato in miniera a Potosi raccontandoci storie di una vita faticosa ed impossibile. Prima di arrivare facciamo le solite soste per accontentare Cri che vuole fotografare anche i ciuffi d’erba e verso le 12,00 arriviamo a destinazione.
Andiamo in albergo, lasciamo le valigie ed andiamo a fare un giro per il centro anche per trovare un posto dove mangiare. La città ricca di storia si trova intorno ai 4.000 mt ed è dominata sullo sfondo dalla famosa montagna Cerro Rico, sede di una delle più grandi miniere di argento sfruttata fino all’osso da parte degli spagnoli negli anni passati. Per mangiare ci infiliamo in un piccolo locale dove io prendo una zuppa di pomodoro e Cri un piatto di pasta al ragù, certo non sarà il massimo ma con la fame che abbiamo mangiamo tutto con appetito. Alle 14,30 ci aspetta la visita della miniera che ad essere sinceri ci preoccupa un’pochino, infilarsi dentro la terra in dei cunicoli stretti ed angusti e per di + ad oltre 4.200 mt di altitudine, certo non ci rassicura molto. Prima di salire passiamo al mercato dei minatori, accompagnati come al solita da Anna e da una guida locale, qui in delle piccole bancarelle le solite donnone vendono da bere, da mangiare, la coca, le sigarette e perfino candelotti di dinamite. Per i minatori che andremo ad incontrare all’interno delle miniera prendiamo un sacchetto di coca e delle sigarette e poi siamo pronti, la macchina sale su per una strada tutta sfondata e finalmente dopo aver passato l’entrata principale si ferma davanti ad un piccolo buco sulla parete della montagna. Ci danno stivali, pantaloni, un giubbotto, il casco ed una pila, siamo osceni, entriamo dentro, davanti la guida poi Cri quindi io ed infine Anna, non fa molto freddo, ma in compenso è buio pesto ed il cunicolo è basso e stretto per i primi 30/40 metri. Dopo qualche minuto arriviamo dallo “ZIO” per fargli un’offerta essendo il simbolo del diavolo che vive nelle viscere della terra. Erman, la nostra guida, gli butta sopra qualche foglia di coca ed anche dell’alcol poi recita qualcosa, questo rito viene fatto due volte a settimana in modo che lo zio possa proteggere i minatori e dare loro fortuna. Proseguiamo il giro, la cosa fino a qui è stata abbastanza facile e divertente, ma ora Erman vuole farci scendere di sotto dove sono i minatori, ci caliamo in un primo buco, poi il tragitto prevede l’attraversamento di un buco di 4/5 metri sopra una trave larga 10 cm, ma visto che siamo in viaggio di nozze, ma soprattutto dentro una miniera di 500 anni fa in Bolivia, con tutto il rispetto, diciamo che ci basta così…Erman così chiama i minatori che vengono da noi, sono li dalle 9 di mattina e non usciranno prima delle 7 di sera, masticando l’immancabile coca. Facciamo due chiacchiere e poi gli diamo la merce presa al mercato per scusarci del disturbo. Torniamo indietro e come dire siamo leggermente impolverati!!!! Pensavamo peggio, invece dentro dopo qualche metro ci siamo abituati al buio ed agli spazzi stretti, un’esperienza sicuramente da provare. Una volta usciti ci togliamo tutte le cose e da qui si vede la città con tutta la vallata sottostante. Proprio sotto di noi si trova il quartiere dei minatori che sembra un campo di concentramento, case essenziali e spoglie. La vita di questa gente dire che sia dura è poco, lavorare in certe condizioni, impensabili per noi, per oltre 12 ore al giorno spesso per niente, fa riflettere. Prima di rientrare in albergo ripassiamo al mercato per comprare una vecchia lampada usata dai minatori e poi ancora a visitare la chiesa di San Francisco, il monastero più antico di tutta la Bolivia, dove la statua di Cristo che orna l’altare principale è caratterizzata da capelli di cui si narra una miracolosa crescita. Visitiamo le catacombe ed infine la torre, salendo sul tetto della chiesa, da dove si gode una vista stupenda della città e del Cerro Rico. Per cena questa volta vogliamo strafare e andiamo al San Marcos, locale molto bello ed arredato all’interno con macchinari usati un tempo nella miniera, mangiamo molto bene e Cri prova anche la carne di lama, il tutto a prezzi modici.

Martedì 08.06.2004

Anche oggi tanto per cambiare ci aspetta una tappa di trasferimento, ma è questo lo spirito del viaggio, fare kilometri su kilometri mangiando polvere ed oggi più che mai. Dopo la colazione sistemiamo le valigie che fino alla partenza, prevista per le 11,30, lasceremo in albergo, nel frattempo finiamo la visita di POTOSI con il luogo più famoso, la Casa Real de la Moneda. All’entrata, in un magnifico cortile, campeggia la gigantesca maschera di Bacco diventata l’icona della città in molte foto e cartoline. L’edificio rappresenta il luogo in cui venivano coniate le monete fatte con l’argento prelevato dalla miniera del Cerro Rico e all’interno delle sue stanze, fatte da giganteschi muri, ci sono ancora oggi gli strumenti e gli attrezzi usati circa 500 anni fa. Finita la visita ci dirigiamo verso la stazione degli autobus o quello che dovrebbe rappresentarla. In una via sterrata, ai lati ci sono gli uffici di diverse compagnie di viaggio e tutto in mezzo gente che rientra nei villaggi con i loro bagagli, che a volte sono solo borse ed altre invece mobili, letti, materassi, galline ecc. Aspettiamo circa 30 minuti oltre la prevista ora di partenza e finalmente spunta da una via polverosa il nostro pullman, o meglio pulmino, che in un viaggio tra le 6/8 ore ci porterà nelle città di UYUNI.
Due ragazzini salgono sul tetto di questa specie di pulmino e cominciano a chiedere i biglietti caricando allo stesso tempo anche i pesanti bagagli. Cri controlla scrupolosamente che le ns. valigie vengano caricate e poi saliamo dentro. Il vetro frontale porta uno spacco gigantesco nel mezzo e la pulizia certo non regna sovrana, ma non possiamo certo pretendere molto. Il pulmino dopo 5 minuti è pieno di gente. Verso le 12,20 finalmente si parte e dopo qualche kilometro di asfalto comincia la strada sterrata che ci accompagnerà tutto il giorno. Lungo il tragitto si incontrano paesaggi fantastici, con vallate e canyon a volte paurosamente profondi. Il nostro pullman si arrampica su per la strada che passa molto spesso sul ciglio di queste belle ma profonde vallate e ad essere sinceri a volte fa veramente paura, anche perché siamo nel mezzo del nulla, tutto intorno ci sono solo montagne e prati sconfinati.
Vediamo centinaia di lama al pascolo e ogni tanto anche qualche piccolo villaggio, dove l’arrivo del nostro pulmino credo rappresenti uno degli eventi del giorno, i bambini ci vengono tutti incontro cercando di sbirciare dietro i vetri i nostri sguardi e noi dall’altra parte i loro. A metà tragitto troviamo un piccolo imprevisto, infatti un uomo con una ruspa, venuto da chissà dove, nel tentativo di farsi largo ha buttato sulla strada sottostante molti massi. Tutti fermi li per circa 45 minuti insieme ad altri pulmini carichi di gente per vedere questo uomo liberare finalmente la strada e farci rimettere in viaggio. Siamo in fortissimo ritardo e verso le 3 di pomeriggio ci fermiamo in un minuscolo villaggio rappresentato da 3 case. Facciamo i nostri bisogni e mangiamo qualche spuntino preso a Potosi in mattinata. Attraversiamo vallate dove la vegetazione e rappresenta solo ed unicamente da giganteschi cactus ed a volte sembra di essere nel set di un film western, vallate con montagne di un colore viola fortissimo e tutto questo quando piano piano anche il sole comincia a scendere. L’arrivo doveva essere previsto verso le 18,00 ma penso che sia ancora lunga. Nel buio di queste vallate si vedono solo i nostri fari, tutto intorno è scurissimo, l’autista a fatica riesce a vedere la strada, cerchiamo di scorgere qualche luce lontana, ma niente ci siamo solo noi e la cosa ha si un forte fascino ma anche un’po’ di inquietudine. All’interno del pulmino la temperatura scende velocemente e siamo costretti a metterci maglioni e giubbetti. Verso le 22,00, con 4 ore di ritardo, avvistiamo da lontano le luci di UYUNI e finalmente ci siamo, appena scesi ci aspetta Paulino che ci accompagnerà x i prossimi 3 giorni e dopo le presentazioni ci porta subito in albergo. Non è freddo….di più, Uyuni conosciuta anche come la città glaciale ci accoglie subito con il suo clima caratteristico. L’albergo “la Magia de Uyuni” è molto carino ed accogliente, all’interno della stanza accendiamo subito la stufa e poi andiamo a cercare qualcosa da mettere sotto i denti dopo il lungo e faticoso viaggio. Tra le vie vuote di persone e con un vento pungente a una temperatura di circa 4/5 gradi sotto zero, andiamo verso il centro dove ci sono ancora delle persone protette con dei cartoni intente nella vendita di ortaggi, carta igienica, matite e penne. Con le mani ed il naso congelato ci infialiamo nel primo ristorante che troviamo il Restaurant 16 de Julio, dove ci mettono subito vicino al tavolo una bombola di gas con una fiamma per riscaldarci. Prendiamo pasta, pizza e patatine, come al solito devo dire tutto molto buono. Una volta usciti cerchiamo di fare 4 passi, ma è veramente freddo così preferiamo tornare in hotel per farci una bella doccia caliente.

Mercoledì 09.06.2004

Oggi Cri ha deciso di svegliarsi presto per andare a fare qualche foto nel paese con le prime luci dell’alba. Fuori e freddissimo e non c’è molta gente, solo qualche cane e qualcuno in attesa del pullman verso chissà dove, in compenso l’atmosfera è degna del posto in cui siamo, dalla strada si leva una leggera e soffusa nebbiolina ed il cielo, con delle piccole nuvole bianche, è di un blu fortissimo. Una volta rientrato, chiudiamo le valigie e andiamo a fare colazione, le stanze sistemate attorno ad un piccolo cortile sono molto caratteristiche e così anche la stanza per fare colazione con al centro una grossa stufa che però non funziona molto bene. Il proprietario ci chiede cosa preferiamo e dopo averci dato l’immancabile tazza di mate, esce a comprare quanto da noi richiesto per tornare dopo qualche minuto con tutto il necessario. Fuori c’è già Paulino con la sua Toyota ad aspettarci, carichiamo il tutto e prima di andare a prendere la cucinera andiamo a visitare il museo dei treni. Poco distante dal centro infatti, si trovano decine di carrozze e locomotive a vapore lasciate li all’aria aperta, dopo che lo stato ha abbandonato il progetto di sviluppare le ferrovie in queste zone.
Rientriamo al centro di Uyuni e carichiamo Florinda, una ragazza di 22 anni che per i prossimi 3 giorni sarà la nostra cuoca. Con il nostro fuoristrada carichi di provviste, valigie e carburante partiamo alla scoperta di alcuni dei posti + belli di tutta la Bolivia, siamo elettrizzati ed emozionati allo stesso tempo. Da lontano cominciamo a vedere le prime lingue bianche del Salares ed ogni tanto incontriamo anche delle vicogne. Ci fermiamo nel pueblo di Colchani dove i campesinos locali sono quasi interamente impiegati nell’estrazione del sale che poi rivendono da per tutto. Visitiamo qualche piccolo negozio dove tutto è fatto rigorosamente di sale. Riprendiamo la nostra strada e finalmente entriamo nel salares, bellissimo, ti lascia a bocca aperta. Intorno a noi si vede solo sale circondato da fantastiche e colorate montagne, 12 mila kilometri quadrati di sale, sembra di essere sulla neve. Questa sconfinata crosta di sale forma con il sole e con l’acqua come degli esagoni dove la luce disegna delle bellissime ombre. Lo spettacolo di questo posto è difficile da spiegare a parole, è accecante. La nostra jeep macina kilometri ,di sale in questo caso, prima di incontrare l’Hotel del sale, dove escludendo il tetto in paglia, tutto è fatto con il sale, dai muri esterni al letto…ecc. In mezzo a questa distesa di bianco da lontano vediamo “galleggiare” una piccola macchia nera, mano a mano che ci avviciniamo prende forma e ci troviamo di fronte L’Isal de los Pescadores. Praticamente una collina ricoperta da centinaia di giganteschi cactus alti fino a 3/4 metri. Paulino parcheggia il mezzo e noi ci armiamo di zaino a macchine fotografiche per far un giro all’interno dell’isola. Per 8 boliviani si possono percorrere le decine di sentieri che portano fino in cima a questa piccola isola. Saliamo con calma, infatti ci godiamo lo spettacolo di questo posto singolare, il panorama è fantastico. Un enorme distesa di sale dove, come per magia spunta una piccola collina ricoperta quasi interamente da verdi ed enormi cactus, con spine lunghe anche 10 cm, il tutto circondato da montagne alte oltre 5.000 mt., anzi vulcani dai colori rosso porpora, crema, giallo, viola e sopra un cielo limpido. Io con la mia passione per le piante grasse rimango strabiliata. Nel tragitto incontriamo diverse volte la viscaccia, una specie di lepre. Quando torniamo verso la macchina, troviamo il pranzo pronto sopra una enorme roccia ed il menù prevede uno squisito pollo, pomodori, patate con fagiolini e carote, il tutto seguito dal solito mate di coca. L’organizzazione ci stupisce, sono davvero bravi. Dapprima ci avevano detto che loro 2 avevano già mangiato, ma poi una volta che noi abbiamo finito, loro hanno mangiato quello che ne restava e noi dispiaciuti di questo gli abbiamo detto che per il proseguimento del viaggio avremo mangiato e diviso tutto e tutti insieme. Ci mettiamo di nuovo in strada e dopo un’ora circa ci lasciamo alle spalle il salares con tutta la sua magia, cominciamo ad attraversare prati immensi dove solo qualche volta si vedono pascolare greggi di lama. Verso le 16 arriviamo a destinazione, il piccolo paese di San Juan dove trascorreremo la notte. C’è molto vento ed anche molto freddo nonostante non sia ancora buio, la nostra stanza ha 2 lettini ed un piccolo bagno, ma per l’acqua calda bisognerà attendere. La luce non c’è, è prevista solamente due ore al giorno, dalle 20 alle 22, mentre non sistemiamo i nostri sacchi a pelo per la notte, Florinda ci prepara uno spuntino con una calda tazza di mate e qualche biscotto. Facciamo un giro tra le quattro case che formano il villaggio e già si cominciano a vedere le ombre allungate delle montagne circostanti arrivare sul paese, i bambini escono dalla scuola e cominciano a giocare e correre lungo le strade aspettando la sera. A sud, vicino alla scuola, per 5 boliviani visitiamo, accompagnati da Pauliono, il museo Kausay Wasi, una piccola mostra sulla vita locale dei secoli passati, in particolare in epoca precolombiana. Molto + interessante e suggestiva è la visita alla necropoli, compresa sempre nel costo del biglietto, che si trova a circa 500 metri dal museo. All’interno di particolari formazioni di natura lavica, tipo bolle di sapone, si trovano ancora in ottimo stato resti di mummie con vestiti ed oggetti che venivano utilizzati per la sepoltura. A detta della guida, si possono trovare questi resti ancora in questo stato grazie alle basse temperature della zona insieme alla forte salinità dell’aria, permettendo così di mantenere questi corpi all’aria aperta da almeno 900/1000 anni. Devo dire che non ero molto convinta di andarlo a vedere, ma questo fa comunque parte della loro cultura, dei loro costumi.
Quando rientriamo nei nostri “alloggi” tanto per cambiare Florinda ha preparato un’altra tazza di mate accompagnata da panini alla marmellata e quant’altro. Anche loro ci fanno compagnia scambiando 4 chiacchiere fino all’ora di cena. Finalmente arriva la luce e per scaldarci dal freddo che era sicuramente sceso di molto sotto lo zero, Florinda ci porta una buonissima zuppa calda di verdure seguita da carne di lama, pomodori e purè di patate. Per cercare di digerire le buonissime pietanze divorate a tavole, usciamo a fare 4 passi, fuori c’è un vento pungente che rende la temperatura ancora + bassa, come se no bastasse, l’illuminazione è praticamente assente e questo ci fa godere a pieno un cielo stellato sopra di noi mai così luminoso. Infreddoliti fino alle ossa, dopo ¼ d’ora rientriamo e dopo 5 minuti siamo già dentro i nostri sacchi a pelo, scambiata qualche parola crolliamo.

Giovedì 10.06.2004

Ore 7,30; pronti per un’altra eccitante giornata tra i vulcani, salares e lagune della Bolivia. La notte nei sacchi a pelo è passata bene ed al caldo anche se nelle nostra stanza erano 4° gradi, freschino…!!!! Dopo un’abbondante colazione preparate dall’impagabile Florida, che nel frattempo aveva cucinato anche il pranzo, carichiamo le valigie e tutto il resto nella jeep, che Paulino aveva anche provveduto a lucidare. Oggi ci aspettano paesaggi fantastici. Lasciato il pueblo di San Juan ci dirigiamo verso il salares di Ch’iguana, meno affascinante di quello visto ieri, ma comunque degno di nota. Sfiliamo al fianco di vulcani altissimi come il Tomasamil (5900 mt) ed alcuni ancora attivi come il vulcano Ollague. Nei vari punti panoramici incontriamo altre jeep che fanno lo stesso nostro giro e che incontreremo varie volte durante la giornata. Dopo circa due ore di strada si comincia a salire seriamene ed anche la jeep viene messa a dura prova per le condizioni della pista che sono veramente disastrate, ma finalmente stiamo per arrivare nella zona delle lagune. Superato un passaggio particolarmente tecnico, alle pendici di una serie di vulcani si scopre in tutta la sua bellezza la laguna Ch’arkota..rimaniamo a bocca aperta, Cri scende subito per fare delle foto… Siamo all’interno di una valle circondati da colorati e fumanti vulcani, la terra rossa e bianca è ricoperta qua e la solo da ciuffi d’erba gialla e ogni tanto si vede passare un gomitolo di arbusti spinto da un freddo e quanto mai impetuoso vento. Sullo sfondo si vede la polvere alzata da una jeep in transito e sotto di noi una laguna di un colore indescrivibile e sulle sue acque varie tipi di uccelli tra cui i fantastici fenicotteri rosa. E’ incredibile pensare come possano vivere a queste altitudini e con questo freddo, ce ne sono moltissimi e di tre diversi colori, bianchi, rosa e neri. Camminano sopra le acque ghiacciate della laguna cercando nelle fessure di trovare qualcosa da mangiare, siamo a circa 4.600 metri di altezza e la temperatura è sempre intorno allo zero, al sole si stà bene ma siamo sempre accompagnati da un forte vento. Riprendiamo il nostro viaggio costeggiando questa bellissima laguna, la prima di una lunga serie, ma dietro ogni montagna, ogni curva si incontra un altro fantastico scenario. Superiamo la laguna Honda fino a d arrivare alla laguna Hedionda, molto più grande delle altre visto fino ad ora. Ci sono moltissimi fenicotteri e camminando sulle sue acque ghiacciate si può arrivare molto vicino a loro. Anche qui rimaniamo affascinati dal paesaggio..non ci sono parole. Rimontiamo in macchina per andare a fare pranzo e Paulino dopo un centinaio di metri prende dritto su per la montagna fino ad arrivare sotto un cumulo di pietre, ci siamo, questo sarà il nostro ristorante per oggi. Sotto un lato della montagna ci sono dei muretti a secco fatti per riparasi dal forte vento ed al centro una grande pietra che sarà il nostro tavolo, mentre Florinda comincia a preparare per il pranzo noi ci guardiamo in giro e praticamente siamo sopra la laguna.. non c’è che dire, proprio una vista fantastica questo “ristorante”!!!!!! Mangiamo un’abbondante e gustosa insalata di riso seguito da delle cose fritte non ben definite, ma molto buone. Dopo la solita tazza di mate e qualche chiacchera riprendiamo il nostro tragitto. La strada comincia a salire di nuovo ed arriviamo poco dopo nel punto + alto di tutto il nostro viaggio 4.854 mt, siamo in mezzo al deserto di Siloli, la pista è larga più di 20 metri è non ben segnata, tutto questo mentre Paulino si diverte con i suo colleghi a spingere il motore al massimo. Come al solito siamo circondati da stupende montagne ed arriviamo dopo qualche kilometro vicino a delle enormi rocce ricoperte quasi interamente da un muschio verdissimo, è strano come tutti i colori risultino così forti e vivi. Tra una roccia e l’altra ci sono delle simpatiche viscacce che non sembrano affatto impaurite dall’uomo. Poco distante incontriamo un altro accumulo di rocce tra cui spicca “l’Arbol de Piedra” ossia l’albero di pietra, praticamente una grande roccia alta 3-4 metri che nei secoli, grazie all’erosione del vento, ha assunto una forma molto simile ad una pianta. Dopo le solite foto di rito ci rimettiamo in marcia e dopo una ventina di kilometri raggiungiamo la nostra tappa finale per oggi la Laguna Colorada, oggi diventata zona protetta. Prima di arrivare, ci fermiamo presso un piccolo edificio dove vengono controllati i passaporti e pagata una tassa di 30 boliviani a testa che verrà poi controllata all’uscita, quindi superata una sbarra siamo finalmente liberi di entrare. Rispetto a quelle viste fino ad ora, la Laguna Colorada si presente molto + grande e con dei colori che vanno dal rosso, al giallo, al bianco ed infine blu scuro, tutto dovuto alla presenza di minerali all’interno delle sue acque e lungo le sponde. Qui si possono vedere tutte e tre le specie di fenicotteri e ce ne sono davvero molti, uno spettacolo. Sulla sponda nord ci aspetta il nostro rifugio per la notte, sono circa le 4 di pomeriggio e già siamo scesi sotto lo zero. Praticamente ci sono 4-5 baracche una vicino all’altra coperte con delle lamiere, Paulino parcheggia vicino ad altre jeep e noi entriamo per lasciare gli zaini. Ci accoglie una gentile signora in una grossa stanza con un angolo cottura, quattro stufe spente, un tavolo ed un camino dove bruciano a stento dei pezzi di cactus secchi, la nostra camera ha due letti fatti con delle tavolacce ed un piccolo bagno dove non c’è acqua. La luce entra nella stanza grazie ad un pannello di vetro posto sopra il tetto, il pavimento e fatto con delle tavole e come a San Juan la luce sarà disponibile solo per un breve intervallo dalle 6 alle 8 di sera. La signora ci offre subito un caldo mate di coca, ci vuole proprio, abbiamo le mani ed il viso congelato ed anche qui dentro non si sta molto caldi. Cri prende le macchine fotografiche e mi dice se andiamo fare un giro, facciamo quattro passi sulle sponde della laguna, il sole comincia a scendere e le nostre ombre si allungano sopra l’acqua per diversi metri, il cielo diventa prima rosa e poi rosso fuoco, un altro splendido tramonto sulle Ande. Il vento rende impossibile rimanere li fuori senza fare niente, io rientro mentre Cri rimane ancora per scattare qualche altro fotogramma. Paulino e gli altri suoi colleghi controllano le jeep, smontano le ruote, cambiano i copertoni e tutto questo a mani nude con una temperatura che durante la notte toccherà i 20 gradi sotto zero.
Sono quasi le 6 e mi trovo seduta al tavolo di questo rifugio a scrivere questo “folle” diario a lume di candela, sono gelata dai piedi alla punta del naso, la signora a cominciato a preparare la cena ed ogni tanto ravviva il fuoco con altri pezzetti di cactus. Cri rientra e si siede vicino a me, quando finalmente arriva anche qualcosa di caldo da mettere sotto i denti, una fantastica zuppa seguita da carne e patate. Per finire ci porta delle pesche calde. Restiamo li a parlare anche se il freddo è davvero pungente e dire che siamo coperti da cima a fondo, infilarci dentro i sacchi a pelo per andare a dormire ci preoccupa non poco. Dopo qualche minuto la Signora si ripresenta con due bottiglie di vino chiuse dicendoci che sono per noi, ma anche di stare attenti perché sono calde, noi crediamo che sia tipo il vin broulè per passare la nottata, invece accompagnandoci in camera ci spiega che servono come borse dell’acqua. A fatica ci togliamo i giubbetti, le scarpe, i guanti e ci infiliamo di corsa dentro i sacchi a pelo, la temperatura all’interno della nostra camera è di circa 4-5 gradi sotto lo zero, ma dentro i nostri “letti” stiamo caldi. Sono da poco passate le 8 e alla luce di una fioca candela ci parliamo ancora, infreddoliti ed eccitati per la notte che ci aspetta facciamo ipotesi anche per l’indomani, infatti dovremo svegliarsi alle 4,30 per andare a vedere i geyser. Cri con una cuffia in testa, guarda il soffitto e io mi lascio prendere da morfeo. Ci addormentiamo in questo posto davvero fantastico, dove tutto sembra lontano, ma allo stesso tempo così vero e così forte. Sarà difficile e non proprio confortevole, ma forse ancora più bello godere di quanto la natura riesce ad offriti qui, dove questo per ora e spero ancora per molto, è l’unico modo di vedere questi posti.

Venerdì 11.06.2004

Cri si sveglia da solo verso le quattro, controlla la temperatura in camera…..-2° gradi. Dopo qualche minuto mi chiama e già si sente Paulino trafficare a vanti e dietro per la casa caricando il nostro mezzo. Bisogna uscire dai sacchi a pelo e questo ci spaventa leggermente, dentro siamo stati veramente bene, ci facciamo coraggio ed in un batti baleno siamo tutti e due in piedi cercando con la torcia dove sono finiti giubbetti, cuffie e guanti. Non dovendo lavarci e rimandando a più tardi la colazione, in pochi minuti siamo pronti, portiamo fuori le nostro valigie e di corsa saliamo sulla jeep. Intorno a noi non si vede nulla, tutto è ancora avvolto dalla notte, non ci sono punti di riferimento. Puntuali alle 4,30 partiamo alla volta della zona dei geyser chiamata Sol de Manana, la macchina sembra galleggiare in un mare di sabbia che circonda la Laguna Colorada, ci sono scie di molte altre macchine, ma la pista è talmente larga che solo con grande esperienza Paulino riesce a districarsi. Dietro le montagne comincia a vedersi un leggero spiraglio di luce mentre la strada inizia a salire. Dentro la jeep, e sicuramente anche fuori, fa talmente freddo che il nostro fiato forma uno strato di ghiaccio sul vetro del cruscotto e a fatica riusciamo a vedere qualcosa. Dopo circa 40 minuti ancora infreddoliti arriviamo finalmente nella zona dei geyser a 4850 mt., tutta la zona è avvolta nel fumo che esce da queste pozze di acqua bollente, ma io ancora non riesco a scendere. Paulino ci dice di aspettare ancora qualche minuto per vedere con + luce e nel frattempo arriva al nostro fianco un’altra jeep; è il padre di Paulino con un altro gruppo di turisti. Mentre lui esce per parlare con il padre, Cri si organizza per scendere e combattere un freddo pungente, prende l’immancabile macchina fotografica e parte. Si sente forte il rumore dei geyser e dopo qualche passo lo vedo sparire in mezzo al fumo, con le prime luci del sole la zona assume una aria misteriosa e molto affascinante, i raggi del sole a volte vengono inghiottiti dal fumo per uscirne qualche metro + in la con ancora + luminosità. Dopo una decina di minuti Cristian ritorna, dice che fuori fa un freddo spaventoso ed io fidandomi di mio marito, preferisco vedere lo spettacolo da lontano. Ripartiamo con la macchina per fermarci poco + in alto, prima di scollinare, vedendo così per l’ultima volta queste infernali fumarole sferzate da un gelido vento. Ora la strada scende e ci aspetta la Laguna Verde come prossima metà. Sono ancora le 7 del mattino, quando attraversiamo deserti, lagune fumanti e valli fantastiche dove le ombre allungate formano paesaggi davvero indimenticabili. Nel tragitto incontriamo pochissime macchine e ad essere sincera fa ancora molto freddo. Cri davanti, rimane a bocca aperta e vorrebbe fermarsi ogni 100 metri, ma sulle mani porta ancora i segni del freddo sofferto per fare le foto durante le prime ore del mattino. Alla fine di un lungo rettilineo arriviamo nel deserto di Salvador Dalì, dove come in quadro del famoso artista, ci sono grandi massi appoggiati sulla sabbia che insieme alle montagne formano una veduta davvero suggestiva. Da lontano cominciamo a vedere la punta del famoso e leggendario vulcano Licancabur, ai piedi del quale si trova la Laguna Verde, ed infatti dopo qualche minuto ci siamo. Non delude certamente le aspettative, il suo colore verde smeraldo ti lascia senza parole. Scendiamo per fare qualche foto e vedere da vicino questa famosa laguna, il forte e continuo vento forma delle onde che sulla spiaggia danno origine ad una schiuma bianca e verde. Il freddo che ti taglia la faccia e veramente troppo per me, io rientro mentre Cri cerca di fare qualche altro scatto. Una volta a bordo, scendiamo verso la vicina Laguna Blanca per cercare anche un posto dove fare colazione riparati da questo incessante vento che ci accompagna dalla partenza.
Ci sono molte altre jeep già parcheggiate, unico punto di riferimento è una specie di piscina, dove all’interno di un’acqua fumante diverse persone sono intente a farsi un caldo bagno. A noi la cosa non sfiora neanche la mente, facciamo un veloce giro per vedere questa laguna da vicino, mentre Florinda e Paulino sul portabagagli della jeep preparano la colazione. Sono ormai le 10 passate e nonostante ci sia un sole splendente, le bianche acque della laguna sono ancora tutte ghiacciate, solo in pochi punti scorre normale ed è li che alcuni solitari fenicotteri cercano qualcosa da mangiare.
Con la testa nascosta tra le spalle, bardati come alpinisti ci giriamo intorno stupefatti di quanto possono essere spettacolari ed incredibili certi posti.
Protetti dal portellone della nostra jeep facciamo un’abbondante, ma soprattutto calda colazione, dopo di che ci dirigiamo nuovamente verso la Laguna Verde. Questa volta Paulino prende un’altra strada arrivando proprio vicino alla riva. Da qui si può vedere bene l’effetto del vento sulle verdi acque della laguna, sembrano le onde del mare tanto è forte. Io rimango in macchina, mentre Cri scende per un’ultima foto. Con la macchina saliamo in direzione Hito Cajon, linea di confine tra Bolivia e Cile e questo significa che il nostro viaggio in territorio boliviano sta per finire e dovremo quindi salutare i nostri accompagnatori. Prima facciamo una piccola sosta dall’altra parte della Laguna Blanca, da dove si può godere un altro splendido paesaggio e dove si trova il famoso cartello con su scritto “Esta es mi Tierra..BOLIVIA” che merita la foto di rito. Dopo poco ripartiamo salendo ancora fino a quando, solitaria in mezzo a montagne di terra rossa, si scorge una casa con una bandiera sventolante, il confine. Intorno non c’è nulla se non fosse per una baracca diroccata, scendiamo per i controlli di rito ed all’interno troviamo un militare che vive qui da solo per 2-3 mesi. Pagati 15 boliviani a testa, ci timbra il passaporto e così siamo pronti per lasciare la Bolivia. Ora il programma prevede che un altro mezzo proveniente dal Cile ci venga a prendere, questo perché la legge non permette, a meno che non ci siano gravi motivi di salute, che gli automezzi possono attraversare il confine. In attesa che arrivi il cambio, parcheggiamo la macchina vicino alla baracca e ci accorgiamo di essere proprio sotto il gigantesco cono del vulcano Licancabur. Da qui sembra veramente vicino, ma sarà almeno 1.000 metri più in alto. Per ingannare il tempo e soprattutto per la fame, Florianda ci delizia con il suo ultimo pranzo a base di riso, insalata di pomodori, panini farcite e mate di coca. Sono le 12,40 e la giornata è ancora molto lunga, ma noi siamo in piedi dalle 4 circa, abbiamo visto un miliardo di cose e ce ne aspettano delle altre, tutto questo in un solo giorno. Riflessioni ed emozioni intense ci hanno suggerito questi posti, non basterebbe un mese per vedere tutto bene ed accuratamente, ma purtroppo dobbiamo andare, camminare…viaggiare e ricordare. Mancano pochi minuti all’una quando vediamo arrivare un furgone bianco, è lui il nostro mezzo. Scarichiamo le valigie per il trasferimento e salutiamo, ringraziandoli calorosamente, i nostri due compagni di viaggio Pauliono e Florinda. Da qui in poi la cosa cambia totalmente. L’autista, una volta salito in machina, si leva il giubbetto e rimane in camicia..ci guardiamo incuriositi, noi siamo ancora con la cuffia, guanti, maglione e giubbetto e dopo tutto quel freddo e quel vento, di spogliarci non se ne parla proprio. La strada si snoda per circa un kilometro dal confine, fino a quando nascosta dietro una curva rivediamo una striscia d’asfalto dopo giorni e giorni di piste. Questo da una parte ci rattrista, ma dall’altra ci da sollievo, la strada scende con un infinito rettilineo di circa 40 kilometri fino a San Pedro de Atacama che si vede in fondo alla vallata circondata dal grande deserto che da il nome alla città. La temperatura comincia a salire e alla fine della discesa saremo scesi di circa 2.000 metri. Dopo circa 45 minuti siamo alle porte della città e ci aspetta il controllo della dogana, la macchina si ferma davanti a degli uffici e noi scendiamo mettendo i piedi in delle “spugne” giganti in modo da sterilizzare le scarpe da eventuali batteri, anche la macchina viene lavata ed in particolare le ruote. Ora la temperatura è diventata decisamente estiva e ci togliamo via tutto rimanendo in t-shirt, sembra assurdo pensare che solo meno di un’ora fa eravamo a quasi 5.000 metri con un freddo intenso. La valigie e le nostre borse vengono controllate da 5 doganieri, come se fossimo dei ricercati. Dopo 20 minuti siamo liberi di entrare in città, quindi andiamo in albergo prima di ripartire. Per la notte alloggeremo nell’hotel La Casa de Don Tomas, molto accogliente e pulito, appena in camera ci liberiamo e ci facciamo una bella doccia dopo giorni di polvere, sembriamo rinati…. Alle 4 siamo di nuovo pronti per l’ennesima escursione della giornata, con un pick-up partiamo per scoprire i dintorni di San Pedro e dell’immenso deserto in cui è situata.
Siamo circondati dalla Cordigliera del Sal da una parte dalla Cordigliera delle Ande dall’altra, mentre la strada si perde in mezzo ad un deserto di sabbia che con il calare del sole assumerà colori molto suggestivi. Visitiamo dall’alto la valle della morte e altri posti con dune di sabbia giganti, dove si può fare anche lo snow-board e dove il vento con il passare degli anni ha disegnato e disegnerà paesaggi sempre diversi. Sullo sfondo si vede sempre alto il cono inconfondibile del Vulcano Licancabur che ci ha accompagnato tutta la giornata. Orami è quasi ora del tramonto e per godercelo pienamente ci aspetta la valle della luna, dove parcheggiata la macchina prendiamo di petto una duna gigante. Ci sono molte altre persone insieme a noi, infatti questo è un posto famoso e spettacolare per vedere il tramonto su tutta la vallata. Nonostante fossimo da poco scesi dai 4.500 metri e quindi ossigenati a dovere, la camminata risulta molto faticosa, forse cominciamo ad essere leggermente stanchi per la giornata intensa. Una volta arrivati in cima alla duna, bisogna percorrerla in tutta la sua lunghezza, sempre sulla cresta in modo da poter salire su dei picchi rocciosi che la delimitano. Mentre camminiamo affondiamo sulla sabbia facendo così 2 passi avanti e uno indietro, è una corsa contro il tempo, infatti il sole scende velocemente mentre vedo Cri allontanarsi. Sulla sabbia le nostre ombre diventano lunghissime mentre il cielo comincia a tingersi di rosso così come le immense montagne che delimitano tutto il deserto, Cri è ormai in cima e vedo che comincia a fotografare, dopo pochi minuti ci sono anche io, stremata dalla fatica, ma contenta di vedere uno spettacolo simile. Dune di sabbia si fondono insieme a stupefacenti formazioni geologiche multicolori, sullo sfondo i vulcani e il sole che piano-piano scende, tingendo così la vallata di colori indescrivibili. Bellissimo, degno finale di una giornata fantastica e piena di emozioni. Rimaniamo li seduti in silenzio per circa 10-15 minuti, non ci sono parole, bisogna osservare e godere in pieno. Rientriamo in città, dove prima di cena facciamo un giretto, l’ambiente è molto “fico” e giovane. San Pedro è una metà molto rinomata tra i giovani Cileni e il clima sicuramente aiuta, siamo a circa 2500 metri di altezza con una temperatura media di 25 gradi, un caldo secco…ideale per una vacanza. Le case sono tutte basse, dipinte di bianco e le strette strade sono tutte in terra battuta, sembra un città di un film western, ci sono molti ristoranti caratteristici ed invitanti. Dopo una giornata come questa ci vuole una bella cena, così la scelta cade sul ristorante chiamato El Adobe, caratterizzato da un cortile dove al centro si trova un grande fuoco dove vengono cucinati grandi porzioni di carne. Tutto intorno, sotto a delle tettoie in legno, ci sono i tavolini, mangiamo molto bene ed in un ambiente molto coinvolgente. Rientriamo in albergo e dopo pochi minuti cadiamo esausti dopo una giornata che ricorderemo per sempre…

Sabato 12.06.2004

Oggi ci aspetta una giornata relativamente tranquilla, infatti nel pomeriggio partiremo alla volta di Santiago circa 1.600 kilometri più a sud..tutti da percorrere in pullman. Facciamo colazione verso le 08,30 e dopo aver preparato le valigie usciamo per fare un giro del paese. Tutto e tutti ancora dormono, visitiamo la chiesa locale molto caratteristica, ma purtroppo per lavori di manutenzione eseguiti da giovani ragazzi dell’esercito, non possiamo visitarne l’interno. Ci sono molto negozietti interessanti ed un piccolo mercato allestito lungo una stretta via coperta. Qui si trovano i soliti oggetti per i turisti, ma rispetto a quanto visto in Bolivia, nonostante la merce sia la stessa, i prezzi sono anche 3-4 volte più alti. Ci riposiamo nel centro del paese aspettando l’ora di pranzo e piano piano si avvicina il momento della partenza, infatti siamo arrivati quasi alla fine del nostro tour e cominciamo ad essere un’po’ tristi. Rimediamo qualcosa da mangiare ed anche qualcosa per il lungo viaggio, alle 14.00 ci vengono a prendere per arrivare in macchina fino alla città di Calama dove prenderemo il pullman che ci porterà verso la capitale del paese. Durante il tragitto, che dura per circa un ora, vediamo alzarsi da lontano il fumo della più grande miniera a cielo aperto di rame del mondo, la miniera di Chuquicamata, a volte si possono incontrare dei mezzi che lavorano in questa miniera con dimensioni di ruote e pezzi di ricambio davvero immensi. La città di Calama e la maggior parte dei suoi abitanti praticamente vive grazie a questa grande miniera che rappresenta anche una fonte di ricchezza dell’intero paese. Arrivati in centro, andiamo verso la stazione e saliamo a bordo del pullman che ci porterà fino alla città di Antofagasta. Mentre usciamo dalla città di Calama il paesaggio intorno a noi comincia a cambiare lentamente anche se siamo ancora circondati da immense dune di sabbia. La strada scende lentamente e alla fine di una gigantesca montagna di sabbia arriviamo ad Antofagasta dove, dopo averlo lasciato a Lima, rivediamo l’Oceano Pacifico. La periferia della città non si presenta molto bene con quartieri veramente poveri, la città è affacciata sul mare e coperta da una cappa di nebbia mista a smog. Verso il centro le cose cambiano completamente, sembra una città europea con luci, negozi, centri commerciali e tutto pulito. Alla stazione facciamo il nostro ultimo cambio prendendo il pullman che ci porterà direttamente a Santiago del Cile. Il pullman è veramente comodo, noi siamo sul piano di sotto e ci sono solo altre 4 persone con noi, i sedili sono completamente reclinabili e con un piccolo materassino diventano praticamente un letto. Ognuno ha delle cuffie per vedere la televisione ed una coperta con cuscino per la notte. Durante il tragitto ci servono la cena e la mattina successiva ci serviranno la colazione prima dell’arrivo. Rimaniamo a bocca aperta per tanta organizzazione, la compagnia sia chiama TUR-BUS e praticamente arriva in tutte le parti del Cile, il costo del biglietto per la nostra tratta costa 34.200 pesos.

Domenica 13.06.2004

Verso le 9.30 veniamo svegliati dal gentile personale del pullman che dopo circa 10 minuti ci serve la colazione. La notte è passata via veloce e abbiamo dormito molto comodamente anche se ad essere sinceri nei giorni precedenti avevamo pensato a questo viaggio come una mazzata, ma non è stato così. Per l’arrivo a Santiago mancano ancora circa 100 kilometri e lo scenario esterno è cambiato nuovamente. Il cielo è coperto da bianchi e grossi nuvoloni, c’è molta vegetazione e molto verde, vediamo delle persone in giro e da come sono vestiti non credo sia molto caldo. Mentre cominciamo a raccogliere e sistemare le nostre cose entriamo nella periferia della grande capitale Santiago, rispetto a Lima e soprattutto a La Paz le cose sono totalmente diverse, in confronto sembra di essere in Svizzera. Certo, per alcune cose siamo sempre in sud America, ma ad un primo sguardo sembra di essere in una cittadine europea, non manca proprio nulla, luci, macchine, traffico, negozi e smog. Arriviamo alla stazione dei pullman dove ad aspettarci troviamo Victor che ci accompagnerà in giro per la città fino a domani. Il programma prevedeva una giornata di riposo, ma avendo fatto buon viaggio preferiamo andare in albergo per farci una doccia e fare quindi un giro della città dopo pranzo. Usciamo dall’albergo per cercare qualcosa da mangiare e ci dirigiamo verso il centro, dove lungo la via principale troviamo subito qualche locale dove fermare il nostro stomaco. In giro si vedono molti peruviani, venuti qui per lavoro, che fanno la fila davanti ai call center per chiamare a casa, ci sono molti centri commerciali e negozi. Verso le 15, puntuale Victor viene a prenderci per farci vedere da vicino i monumenti e le vie principali di questa grande città. Basta alzare lo sguardo sopra i palazzi per vedere che siamo nel mezzo di due grandi catene montuose, si vedono cime di montagne gonfie di neve grazie all’inverno appena cominciato in questa parte dell’emisfero. Essendo domenica non sembra una città molto caotica, si circola normalmente senza code, sembra molto vivibile. Visitiamo il palazzo del presidente aperto a tutti e poi ci dirigiamo verso un punto panoramico che sovrasta tutta la città e che nei giorni limpidi offre delle vedute davvero spettacolari. Nel tardo pomeriggio, non resistiamo alla tentazione e usufruendo della metropolitana, raggiungiamo il più vicino centro commerciale dove facciamo ottimi acquisti, grazie al cambio favorevole, di abbigliamento e qualche souvenir. La sera dopo aver passeggiato per vie del centro, dove abbiamo assistito anche ad una manifestazione locale con molta gente che ballava per la strada, rientriamo in albergo per sistemare le valigie per l’ultima volta. Prima di addormentarmi penso a tutto quello che abbiamo visto e fatto durante gli ultimi 15 giorni, siamo stanchi, ma ci sarebbe ancora moltissimo da vedere…andare verso l’isola di Pasqua…verso la Patagonia….spero vivamente di tornare prima possibile da queste parti. Buona notte.

Lunedì 14.06.2004 – Martedì 15.06.2004

Oggi è l’ultimo giorno e ci aspetta il lungo volo per Madrid con partenza prevista alle ore 12,10. Ci svegliamo verso le 8, sistemiamo le ultime cose e ci fiondiamo a fare colazione. Fuori c’è una giornata splendida e per l’ultima volta possiamo vedere le alte vette che circondano la città. Alle 10 puntali arriviamo all’aeroporto, salutiamo Victor e cominciamo la solita routine di bagagli, check-in e carte d’imbarco. Alle 11,30 del giorno dopo arriviamo a Roma e dopo altre 4 ore di auto siamo finalmente a casa!!!!!!!!

Come chiudere questo racconto del nostro viaggio di nozze…avremo sicuramente lasciato per strada qualche pezzetto delle nostre interminabili giornate trascorse in Sud America, ma speriamo che almeno Vi sia venuta la voglia e la curiosità di visitare quella parte del mondo, che merita sicuramente molto grazie agli spettacoli della natura e soprattutto alla gente che la popola.

Per informazioni e domande potete contattarci via mail al seguente indirizzo westernisles@libero.it

 
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