Sulle orme di Francesco

di Pierliuigi Cortesi –
La scelta del Cammino di Francesco
Ormai sembra diventato quasi un appuntamento fisso, quello con i cammini d’ispirazione (almeno originariamente) religiosa: dopo quello di Santiago del 2011 e la Via Francigena dell’anno scorso, è ora la volta del Cammino di san Francesco. Si tratta di un itinerario (ri)nato abbastanza recentemente, sull’onda del successo dei già citati cammini storici che attraversano soprattutto Spagna, Francia e Italia, anche su impulso di associazioni religiose e di privati (un po’ meno, in questo caso, delle amministrazioni locali), che hanno inteso promuovere la riscoperta di luoghi e percorsi legati alla figura di un personaggio affascinante come Francesco d’Assisi.

Di tutti i santi che popolano il Pantheon cristiano Francesco è sicuramente tra quelli più amati dai cattolici (e ancora di più primeggia agli occhi di atei e credenti di altre religioni); la sua figura di ribelle senza essere nichilista o violento era e rimane tuttora “rivoluzionaria” (come lo definì Le Goff); in rotta con la mentalità e i valori del suo tempo e dell’agiata classe sociale a cui apparteneva; disgustato dall’avidità dei ricchi e dal cinismo dei potenti, infatti, si schierò dalla parte degli umili e dei poveri, non a parole, ma facendosi povero egli stesso; fu ecologista ed animalista ante litteram, sostenendo una concezione meno antropocentrica del ruolo dell’uomo nei confronti della natura; combatté l’odio, l’intolleranza e la guerra, contrapponendo loro l’amore, il dialogo e la fratellanza e giungendo persino a voler incontrare il Sultano in un’epoca in cui l’unico confronto possibile con l’Islam sembrava quello armato. Del resto non è un caso che la Marcia della Pace, che ogni anno si tiene proprio tra Perugia e Assisi, veda la partecipazione fianco a fianco, indistintamente, di persone di ogni fede religiosa o meno. Anche per questo, e ben prima che sul soglio di Pietro salisse il primo Papa Francesco della storia, la figura del “poverello” di Assisi risulta oggi tanto attuale e seducente sia per chi lo vede come santo che semplicemente come uomo.

Come per la Francigena, anche per la Via di Francesco non mancano le varianti, anzi molti sostengono che la definizione più esatta sarebbe “Cammino di Assisi”, perché non dovrebbe limitarsi ai soli luoghi toccati da Francesco tra La Verna ed Assisi nel corso dei suoi vari spostamenti tra Umbria e Toscana e del suo pellegrinaggio a Roma, ma comprendere ulteriori tracciati legati anche ad un altro importante santo itinerante, Antonio da Padova, includendo così anche il tratto che da Padova raggiunge Dovadola, presso Forlì, e da qui La Verna passando per Camaldoli. Io, comunque, nel programmare il viaggio, mi sono attenuto, anche per ovvii limiti di tempo, al cosiddetto Cammino di S. Francesco del Nord, che da La Verna si conclude ad Assisi e che viene descritto in maniera particolareggiata nella Guida “Di qui passò Francesco” (ed. Terre di Mezzo) di Angela Seracchioli, che -pellegrina lei stessa- ha ricostruito il percorso, verificandolo e tenendolo aggiornato costantemente anche per quanto riguarda la segnaletica e l’elenco delle strutture d’accoglienza. La Guida, giunta ora alla VI ediz., contiene inoltre un’adeguata appendice con varianti o suggerimenti anche per il “bicigrino”, cioè il pellegrino che si sposta in bicicletta, ed è supportata anche in rete dall’omonimo sito.

In rete sono pure disponibili numerose tracce GPS dei vari tratti del Cammino. Utilizzando, oltre a Google, soprattutto Komoot, l’utile app del mio smartphone che funge da navigatore, avevo individuato abbastanza accuratamente l’itinerario e le tappe con i relativi pernottamenti; quindi non ho dovuto far altro che caricare su Komoot il tracciato del percorso con le relative mappe, che mi avrebbero permesso di seguire (anche off-line) l’itinerario senza pericolo di perdere la strada. In teoria, almeno.

La Credenziale
Infine all’associazione “Di qui passò Francesco”, tramite Angela Seracchioli, ho richiesto la Credenziale (che mi è arrivata a casa per posta in pochi giorni) da utilizzare in ostelli o altre strutture di accoglienza pellegrina. Si può pensare che la predilezione di molti pellegrini per questo tipo di sistemazioni sia da ricercarsi nella loro economicità (non più di una decina di euro contro cifre cinque-dieci volte maggiori di un hotel); ma non si tratta di questo. Per quanto mi riguarda, al termine di una giornata di intense pedalate tutto ciò che mi serve sono una doccia e un letto comodo in cui riposare; se poi è disponibile anche la colazione l’indomani mattina (o, proprio a voler esagerare, il wi-fi per collegarmi coi familiari o cercare informazioni e mappe), ho raggiunto il massimo delle mie aspirazioni. Non saprei che farmene dei lussi e delle facilities di un albergo a cinque stelle. Il B&B, invece, è per me la sistemazione ideale, anche perché -cosa impossibile in un Hotel – permette solitamente di stabilire con il gestore un contatto umano diretto e informale, cogliendo caratteristiche più autentiche e informazioni meno convenzionali sul luogo e i suoi abitanti. In fondo, come dice il mio amico cicloviaggiatore Paolo Pattoneri, ciò che si cerca in questo genere di viaggi è l’umanità, il confronto con l’altro.
Anche campeggiare con la tenda è economico, ma non altrettanto comodo, per non parlare dell’ ingombro e dei pesi supplementari da portarsi dietro per tutto il viaggio. Ma da Santiago in poi ho scoperto gli ostelli, tanto meglio se collegati a una via di pellegrinaggio; qui lo scambiare la narrazione delle proprie sensazioni, idee, esperienze, magari in una lingua incerta e con dei perfetti (almeno in apparenza) sconosciuti come l’ospitalero o gli altri viandanti, in un clima quasi di iniziatica complicità, è uno dei momenti più gratificanti di un viaggio del genere; e, in questo contesto, la Credenziale non è solo una sorta di passi che ti dà il diritto di usufruire della “accoglienza” riservata ai pellegrini negli appositi ostelli, ma anche un muto compagno di viaggio, testimone di fatiche, attese, emozioni, contemplazioni, epifanie, entusiasmi e scoramenti.

Il percorso
Il Cammino di Francesco si svolge in un ambiente meno antropizzato, a volte più aspro di quello di Santiago o della Francigena e, probabilmente, essendo un percorso di nascita recente, non ha una segnaletica sempre univoca o completa e non si è ancora strutturato in maniera minuziosa come i suoi “fratelli maggiori”; d’altra parte, la sua natura spartana e il fatto di essere ancora ai margini del turismo di massa, che ormai lambisce e rischia di snaturare -ad esempio- il Camino Francès, non è detto che siano un male; del resto, da quel poco che ho visto o sentito, il viaggiatore non corre il rischio di sentirsi abbandonato a se stesso, anzi il carattere austero e talvolta quasi emergenziale di certe sistemazioni (l’offerta di un letto improvvisato magari in una palestra o in una canonica, ad es.) rendono più autentica l’esperienza, anche perché – come mi ha detto dalle parti di Pieve de’ Saddi un viandante madrileno – “… se pretendi di viaggiare con tutte le comodità, va’ a fare il turista, mica il viaggiatore o il pellegrino! “.
Se è vero che “viaggiare” non può ridursi al solo spostarsi nello spazio, l’ideale per questo Cammino, come per quello di Santiago o della Francigena, sarebbe percorrerlo a piedi, per assaporare il gusto del viaggio lento, il solo che permette di scoprire tutto ciò che la velocità ci toglie in cambio di un po’ di tempo, salvo poi sprecarlo perché non sappiamo come utilizzarlo. La manciata di ore necessaria per coprire in autostrada la distanza tra Livorno e Assisi diventa un’ imprevedibile quantità di giorni procedendo a piedi su stradine secondarie o sentieri collinari; e non è una dilatazione puramente aritmetica, né si tratta solo del tempo richiesto dal puro spostamento, ma anche da quello necessario per guardare, capire e sentirsi materialmente piccoli rispetto alle distanze e ai paesaggi, ma anche incomparabilmente grandi se capaci di integrarsi in quell’ “universo”. Mancandomi il tempo, e probabilmente anche le capacità, per affrontare a piedi un percorso di questa portata, ho deciso di ricorrere pure stavolta alla bicicletta, che ha il vantaggio di poter seguire, almeno in linea di massima, lo stesso percorso del viandante, dimezzandone i tempi di marcia (soprattutto nei tratti di trasferimento o in quelli meno significativi), rimanendo però abbastanza slow da non togliere quasi nulla alla conoscenza dei luoghi, alla ricerca delle diversità, ai contatti umani, all’osservazione delle piccole cose, al dialogo con se stesso, insomma a tutto ciò di cui dovrebbe essere fatto un viaggio.

La pianificazione del viaggio
Come sempre il mio cicloviaggio è iniziato dalla porta di casa, per intercettare poi il Cammino presso La Verna. Partendo da Livorno, per raggiungere Bibbiena e salire al Santuario, dovevo scegliere tra tre ipotesi : 1) una via prevalentemente pianeggiante e diritta, ma trafficata e monotona, seguendo la SS.67 Tosco-Romagnola da Pontedera a Firenze e Pontassieve per poi valicare la Consuma, sulla SR70, e scendere verso Bibbiena; 2) una via più collinare e tortuosa, ma anche più interessante e solitaria, tagliando per Gambassi, Certaldo, Tavarnelle, Greve in Chianti, Terranova Bracciolini, Rassina; 3) un impegnativo mix delle due precedenti: da Greve prendere per Figline e Reggello, qui salire fino all’Abbazia di Vallombrosa (una dei tre grandi santuari delle Foreste Casentinesi, insieme a Camaldoli e La Verna) e, con una serie di saliscendi guadagnare il Passo della Consuma e la SR70 per Poppi-Bibbiena. Scartata quest’ultima ipotesi, per quanto la più suggestiva, perché avrebbe richiesto un giorno in più per raggiungere La Verna, inutile dire che la scelta è caduta sulla seconda opzione, sottovalutando imprudentemente la fatica di tagliare trasversalmente tante vallate nelle ore più calde, come poi ho avuto modo di verificare. Per continuare poi dalla Verna ad Assisi, avrei dovuto semplicemente seguire un percorso quasi obbligato, toccando la maggior parte delle località di interesse francescano indicate dalla Guida.
La durata prevista era – ed è stata effettivamente – di cinque giorni (di cui i primi due per arrivare a La Verna),all’inizio di giugno, per un totale di poco più di 400 km. La scelta del periodo è stata forzata da una serie di imprevisti, attese, rinvii di vario genere e non è stata del tutto fortunata, perché è coincisa con un’improvvisa ondata di caldo afoso (l’anticiclone “Scipione”) ben superiore alle medie stagionali.

Le prime due tappe, oltre che dure per i continui saliscendi e il sole implacabile, sono state piuttosto lunghe (oltre 100 km al giorno) allo scopo di poter raggiungere quanto prima l’inizio del Cammino, mentre dopo La Verna avevo previsto tratti di una cinquantina di km soltanto, per avere tutto il tempo di godermi i paesaggi ancora intatti e i centri storici minori di cui è ricca questa parte d’Italia.
Già nel corso della Via Francigena, con la mia bici da corsa, mi ero cimentato con alcuni tratti non asfaltati; stavolta, e nonostante il mio meccanico-ciclista me lo sconsigliasse, ho voluto seguire ancor più da vicino il percorso per camminanti indicato dalla Guida, che includeva tratti abbordabili unicamente da mtb o addirittura dal “cavallo di s. Francesco”. La stessa Angela Seracchioli, interpellata telefonicamente, mi aveva confermato che alcuni punti sono veramente duri per chi va in bici, ma la tentazione dell’off-road era troppo forte per rinunciare, ben sapendo cosa si perde chi sceglie le strade statali o regionali rispetto a chi si muove per stradine secondarie, sterrati o sentieri lontano dalla “civiltà”.
In realtà, poi il percorso effettivamente seguito si è posto spesso ai due estremi di quello da me programmato: per sviste mie o errori del GPS, mi è capitato talvolta di “saltare” alcune indicazioni verso località importanti (ad es. Viamaggio o Montecasale), proseguendo così su strade trafficate e poco significative; altre volte invece, non contento di aver fedelmente seguito la comoda carrareccia indicata, ho preferito lasciarla per inerpicarmi o sprofondarmi su improbabili sentieri trascinandomi dietro la bici tra sassi e rovi o sperdendomi là dove il GPS non rilevava la presenza di strade. Ma anche questa è stata un’esperienza utile, dato che sono riuscito sempre a venirne fuori, pur se a costo di graffi, sudate e ritardi, e la bicicletta è sopravissuta anch’essa. Del resto perdersi per poi potersi ritrovare è l’essenza di un vero viaggio, no?

L’equipaggiamento
Anche quest’anno, sempre sulla falsariga di quanto avevo fatto per la Francigena, ho cercato di viaggiare il più leggero possibile, limitando i bagagli a quanto poteva essere contenuto a) in uno zainetto (un Forclaz Air 22 Litri, di Decathlon), b) nel borsotto anteriore della bici, c) nel marsupio: rispettivamente a) un solo ricambio di biancheria, un pantalone e una polo, una leggerissima mantellina e un paio di ghette in funzione antipioggia, un saccoletto, l’indispensabile per l’igiene personale con un asciugamano in microfibra e infine il carica-batterie per lo smartphone; b) la Guida, con Credenziale, tabelle e cartine, e snacks o viveri del giorno; c) smartphone, portafoglio con documenti, mini-pronto soccorso e minutaglie varie. Un’attrezzatura ciclistica essenziale contenuta in un borsetto sottosella concludeva l’equipaggiamento.
Quanto alla bici, non disponendo di una mtb, che sarebbe stata senz’altro più adatta al mio viaggio, ho utilizzato la mia ormai vecchia bdc Tommasini (10 kg circa di acciaio malconcio e un cambio Campagnolo, accrocco di varie versioni e ridotto a soli 7 rapporti), rispolverando le solite imbottiture supplementari per manubrio e sellino e i copertoncini scolpiti da 25 mm, anziché lisci da 23, che dànno la sensazione (più che altro illusoria) di reggere meglio lo sterrato. La novità quest’anno è stata rappresentata essenzialmente dalla rinuncia agli attacchi per scarpe da mtb, sostituiti con delle gabbiette fermapiedi: questo mi avrebbe permesso di camminare più agevolmente, quando il terreno non mi avesse consentito di pedalare e al tempo stesso avrebbe alleggerito i miei bagagli, limitando le scarpe a un solo paio di sneakers. Nonostante le mie buone intenzioni, però, alla partenza il carico complessivo, esclusa la mia leggiadra persona, è risultato di poco inferiore ai 21 kg che nelle salite più dure si sono fatti sentire, eccome.!

E così, sabato 6 giugno, a otto secoli circa di distanza dal pellegrinaggio (quello sì, serio) di Francesco verso Santiago de Compostela (o verso Ascoli Piceno, secondo altri), dopo un ultimo utile controllo alla bici ed uno inutile al meteo (caldo torrido, ma inevitabile, in arrivo), sono partito, come si conviene a un vero pellegrino, da casa mia, solitario e carico di entusiasmo (oltre che di una doppia provvista di acqua)…

DIARIO DI VIAGGIO

1) LIVORNO – GREVE IN CHIANTI
Sabato 6 Giugno
Ieri sera avevo messo la sveglia alle 6 con l’intenzione di partire abbastanza presto ed evitare di dover percorrere troppi km nelle ore più calde. Ma, vuoi per la tensione nervosa accumulata in questi ultimi giorni, vuoi per il timore di non sentire la soneria, vuoi per l’afa notturna, alle 5 ero già sveglio e dopo essermi girato e rigirato nel letto nel tentativo di riprendere sonno, alla fine sono balzato in piedi. Non c’è voluto molto per scacciare il torpore dagli occhi e dalle membra; con una crescente eccitazione mi sono preparato, ho ingurgitato tutti i liquidi e i solidi consentiti dalla capienza del mio stomaco, neanche dovessi festeggiare la conclusione di un estenuante ramadan, ho controllato per l’ennesima volta i bagagli e la bici; ho salutato cane e moglie (non ricordo più in quale ordine) e alla fine ho inforcato la mia Tommasina e ho dato il fatidico colpo di pedale, incredulo io per primo di essere partito una volta tanto a un’ora ciclisticamente decente.
Il sole è già sorto, naturalmente, ma l’aria del mattino è tersa e la velocità mi dona una piacevole sensazione di fresco. Sto ben attento a non strafare e a non superare i 25-27 km/h, anche se la strada è pianeggiante: è quasi un anno che le mie uscite sono sempre più rade e più corte, mentre gli anni sono sempre più fitti e hanno ormai dissipato ogni residua velleità corsaiola. Perciò devo assolutamente dosare le forze, se voglio arrivare incolume in fondo a questa tappa, che è la più lunga e che debbo affrontare per prima, anche se a corto di allenamento. D’altra parte i km fatti oggi sono km in meno domani, quando, dopo un altro centinaio di km, ci sarà la ciliegina finale della salita agli oltre 1100 m. della Verna. Un po’ di sacrificio nei primi due giorni mi permetterà di godermi con più tranquillità le brevi ma intense tappe del Cammino che dalla Verna porta fino ad Assisi.
La strada scorre tranquilla senza traffico né problemi (sarebbe la prima volta – mi dico – che parto senza la rottura della capsula di un dente o un problema meccanico alla bici o avendo dimenticato a casa qualcosa di importante); pare che gli allarmi causati da Scipione, questo solleone in anticipo di due mesi, abbiano tenuto automobilisti e ciclisti lontani dall’asfalto. Tanto meglio. Collesalvetti, Ponsacco, Capannoli sono raggiunte e superate in meno di un’ora e mezzo, e ho già coperto oltre un terzo del percorso odierno. Forse i miei timori sono stati eccessivi e mi posso permettere un’andatura un po’ più vivace, anche perché il paesaggio, già visto e rivisto un’infinità di volte, non presenta nulla di particolarmente interessante: campi, siepi, rotatorie, alberi, capannoni, case, vigneti, incroci… si susseguono senza una netta distinzione di spazi e ruoli.
Il sole ora è alto e picchia abbastanza deciso, accelero e il vento torna a rinfrescarmi la pelle; ad ogni buon conto mi infilo la canottiera, per non esporre troppo le spalle e la schiena ai raggi solari. Calcolo che a questa velocità riuscirei ad arrivare a Greve verso ora di pranzo, avendo il pomeriggio libero per visitare comodamente la cittadina, anziché dover pedalare in quelle ore bruciate. Presso il bivio per Montefoscoli avvisto finalmente due colleghi che stanno viaggiando nella mia stessa direzione; con un po’ di fatica, perché non hanno borse né zaini e sembrano gareggiare tra loro, li raggiungo e percorriamo insieme un buon tratto alternando piacevoli chiacchierate e scatti dei quali avrei fatto volentieri a meno. Dopo esserci separati ad un incrocio, continuo da solo in compagnia del mio navigatore, l’app di Komoot che ho attivato sul mio smartphone e su cui ho caricato le mappe di tutto il mio viaggio, in modo da togliermi ogni eventuale dubbio sulla direzione a prendere. Grazie al GPS Komoot svolge egregiamente il suo lavoro e mi bombarda continuamente con i suoi avvisi; ma in realtà la strada è chiaramente indicata e non presenta incertezze di sorta; oltretutto la voce dello smartphone parla in inglese e a un volume un po’ troppo basso, per cui terminato l’interesse per la novità, finisco per disattivarla.
La strada per Castelfalfi ora comincia a diventare faticosa: da un po’ sono iniziati i saliscendi (più sali che scendi, per la verità) e mi farebbero comodo quelle energie che ho dilapidato prima. La sete e i brontolii dello stomaco mi convincono a una sosta: nei pressi di Castelfalfi trovo un prato ombreggiato da qualche pino e mi fermo per uno spuntino; ma dopo poco sono costretto a ripartire, perché dei trattori che lavorano nelle vicinanze sollevano grandi nuvole di polvere.
Adesso le vie rettilinee e pianeggianti sono state definitivamente sostituite da una strada tortuosa che sembra salire, scendere di poco, risalire, in un ciclo continuo. L’altimetro segna quasi 400 m. quando trovo un bivio; consulto Komoot che mi consiglia una svolta secca a sinistra, dove una stradina scende a precipizio immersa nel verde; sono tentato di seguirla, ma temo che il GPS possa essere stato indotto in errore dalla vegetazione piuttosto folta della zona, tanto più che la strada principale prosegue in salita e io so che prima di arrivare a Gambassi occorre salire ancora, oltre i 400 m; e poi come la mettiamo con il mito di Eracle al bivio, che identifica la strada difficile con la virtù e quella facile con la dissolutezza? Per non parlare di TizianoTerzani che -non ricordo più in quale opera- raccomanda di scegliere la strada che va in alto, salendo verso la speranza, mentre l’altra finisce in un buco, o qualcosa del genere . Insomma, son lì che tra la scelta tecnologica e quella culturale dubito, titubo e tentenno, quando sopraggiungono due forsennati in bici; prima che scompaiano su per la salita faccio in tempo a chiedergli se per Gambassi vado bene a diritto; <<Sìii, seguiciii…>> è il grido, già lontano, di risposta. Riparto, senza peraltro nessuna intenzione di inseguirli, anche perché sono già spariti e comunque hanno trenta chili e trenta anni meno di me.
Dopo 500 m. di fiatone, visto che la salita non accenna a addolcirsi, mi fermo di nuovo e consulto ancora Komoot, zoomando sulla cartina con più attenzione; il responso è chiaro: mi trovo a San Vivaldo e la direzione che ho preso mi porta sì a Gambassi, ma allungando di parecchio e non risparmiandomi pendenze impegnative. Perciò, maledicendo i due ciclisti e un pochino anche un Eracle incolpevole perché ignaro di bivi ciclistici, giro Tommasina e mi fiondo giù per la stradina che prima avevo scartato. In ombra nel verde, fresca e in discesa… cosa chiedere di più? Beh, chiaro, che non finisca. E invece… dopo tre km a rotta di collo e l’attraversamento del torrente/fiume Egola, ecco che un altro bivio, Montaione a sinistra, Gambassi a destra, mi costringe a cambiare bruscamente direzione e, quel che è peggio, altitudine: 100 m. in 1 km esatto; faccio fatica a non scendere di bici, ma è un punto d’onore che pago con sudore, affanno e malumore, nonostante il tratto abbia una sua bellezza: pareti ombrose di alberi e fitto sottobosco ai lati e un soffitto verde di fronde che non lasciano intravedere il cielo, mentre il fondo stradale umido e coperto di foglie e rametti reca tracce di un recente temporale.
Ancora qualche km e finalmente scendo a Gambassi: è la seconda volta che ci arrivo, da Sud oggi, da Nord l’anno scorso, durante il mio cicloviaggio sulla Via Francigena. Stavolta decido di attraversarla passando dal centro storico che non conosco. Perciò alla rotatoria giro a destra ed entro in paese. Ad una fonte mi fermo a riempire la borraccia e a chiedere informazioni; l’unico che sa darmele è un bambino di 8-9 anni che, incredibilmente serio e compreso nel ruolo, mi fornisce una gran quantità di informazioni chiare e dettagliate, oltretutto con una proprietà di linguaggio da lasciarmi senza parole.
La cittadina è piccola, raccolta intorno alla strada principale, via Garibaldi, e a piazza Roma, la più importante. Le costruzioni sono quelle tipiche dei piccoli comuni toscani: rigorosamente sobrie, con mattoni a vista e pietra grezza o intonacate, si affacciano su vie spesso strette e caratteristiche, come via Gonnelli, dal fondo lastricato e da cui si dipartono gradinate che portano a livelli stradali superiori. L’unico elemento di civetteria (si fa per dire) è rappresentato da qualche arco in pietra, da lampioni a muro in ferro battuto e dai vasi di gerani alle finestre. A contraddire questa atmosfera di compassata serietà, dalla piazza giunge un frastuono di gioiose voci adulte e infantili che un sistema di altoparlanti si cura di rafforzare, mentre sciami di bambini inseguiti da mamme e/o maestre si rincorrono facendo allegri slalom tra panchine, carrozzine e persone. Su un palco, dei vigili urbani col microfono in mano chiamano a turno dei bambini leggendone il nome da un elenco; non capisco bene quale evento si stia celebrando, forse la premiazione di un concorso scolastico.
Esco dal paese, nel punto in cui il mio percorso incrocia la via Francigena per chi proviene da San Miniato ed è diretto verso San Gimignano; l’anno scorso, da Lucca raggiunsi appunto Gambassi facendo tappa presso l’ostello Sigerico attiguo alla pregevole chiesa di S. Maria a Chianni. Ora però mi lascio sulla destra il sentiero per Pancole e rapidamente calo verso la pianura e Certaldo.
La ventilazione durante la discesa non mi aveva fatto avvertire l’aumento di temperatura, ma appena supero il ponte sull’ Elsa e rallento entrando in città, mi investe una vampata di caldo, comprensibile data l’ora e l’altitudine (dagli oltre 450 m. slm prima di Gambassi sono adesso a una sessantina appena). Gironzolo un po’ per Certaldo, comprando anche qualcosa da mangiare per l’ora di pranzo; poi mi ricordo di telefonare al B&B prenotato per stasera a Greve. Il gestore con tono gioviale, mi rassicura sulla strada che devo ancora percorrere, ma diffido non tanto della sua sincerità quanto della sua competenza a valutare tempi e difficoltà del procedere a pedali anziché a motore: mi manca una quarantina di km e mi ci vorrà almeno un’ora e mezzo, se non di più, anziché i “tre quarti d’ora” che mi prospetta. Lui, comunque, insiste dicendo che nel giro di un’ora andrà al B&B (non abita lì) ad aspettarmi per le due.
Riparto alla volta del centro storico che si trova nella parte alta di Certaldo e che ha mantenuto intatte le caratteristiche urbanistiche e architettoniche medioevali; mi piacerebbe risalire via Boccaccio, passare dalla casa natale dello scrittore e raggiungere Palazzo Pretorio, ma a metà di via Roma a farmi desistere più che la fatica è il pensiero che devo coprire ancora un terzo della tappa odierna e, se devo arrivare entro le due, non ho molto tempo; e poi, in effetti, non vorrei pedalare troppo a lungo sotto il sole del primo pomeriggio. A malincuore perciò, torno indietro e svolto all’altezza del Cimitero. Qui mi viene in mente di chiedere delucidazioni sul percorso per Tavarnelle prima a una signora poi al custode che sta alla porta del Cimitero; lui mi avverte che via di Tavolese, la strada comunale che io ho scelto, è sì meno trafficata e un po’ più corta di quella regionale, ma più aspra e assolata; ma poi, visto che insisto, entra dentro il suo sgabuzzino e ne riesce con due litri di acqua minerale che mi regala, raccomandandomi di stare attento ai colpi di calore. Non so se sentirmi più intenerito per la sua premura e generosità o indispettito dall’essere considerato un vecchietto cocciuto e sconsiderato.
Non mi ci vuole molto a rendermi conto che la ragione e il buon senso erano dalla sua parte e non dalla mia: dopo un paio di km imbocco via di Tavolese che inizia quasi subito a salire. Tutto intorno campi, ma soprattutto uliveti e vigneti disposti geometricamente a perdita d’occhio sulle colline, qua e là qualche siepe o macchione e pochi alberi sparsi, ma niente ombra sulla strada, eccettuato qualche isolato cipresso o ginepro. Procedere allo scoperto in una salita che pare sempre vicina alla cima senza mai raggiungerla, alla lunga è sfibrante e a un certo punto sento il bisogno di fermarmi sotto un leccio, la scusa ufficiale potrebbe essere quella di immortalare il paesaggio o di bere e mangiare un boccone, ma il reale motivo che non posso nascondere a me stesso è che il radiatore sta “bollendo” e si rischia di fondere il motore. Dieci minuti dopo, altra sosta e altra bevuta, con l’acqua che si è ormai più che dimezzata (e pensare che, quando avevo ricevuto i due litri, per un attimo avevo pensato di disfarmi di quella in eccesso per portare meno pesi…) e la razione quotidiana di sali è stata già consumata. Altri dieci minuti e altra sosta, a cui nel punto più ripido si aggiunge una passeggiata per non forzare troppo i muscoli delle gambe da troppi mesi a corto di allenamento; l’altimetro mi dà solo 370 m, ma è come se fossero quattro volte tanto.
Finalmente raggiungo Marcialla e poco dopo Tavarnelle. Da qui so che la strada scenderà rapidamente in val di Pesa, per poi risalire dopo aver attraversato il fiume a Sambuca, in direzione di Greve. Me ne dà la conferma un motociclista a cui in piazza chiedo informazioni, ricevendone utili consigli. Anzi quando poco dopo mi aggiro smarrito intorno a una rotonda priva di segnalazioni, lo vedo passare, poi fermarsi e tornare indietro per togliermi dall’incertezza. E’ la seconda dimostrazione di gentilezza della giornata, oltretutto da parte di un centauro a cui i cliché attribuiscono scarsa simpatia per i ciclisti, e questo mi fa doppiamente piacere.
E’ ormai quasi l’una, il sole è allo zenit e il caldo pure; fortunatamente, la discesa verso il fondo valle ne allevia il fastidio, però, quando scorgo le indicazioni per la chiesa di S. Maria del Carmine, presso Morrocco, decido di fermarmi lì, all’ombra del suo porticato, a mangiare il secondo panino che mi sono portato dietro da casa e a farmi timbrare la Credenziale. Un cartello informativo spiega che il complesso, adornato di terrecotte robbiane oltre ad affreschi e dipinti di autori minori, venne commissionato nel ‘400 da un nobile fiorentino in espiazione di una vita dissoluta e attualmente ospita il monastero delle Carmelitane Scalze.
Data l’ora, sia la chiesa che i locali attigui risultano chiusi, ma un cartello invita a suonare comunque, per visitare il complesso. Do un lieve colpo al campanello, ma nessuno risponde: forse non c’è nessuno, o stanno pregando, oppure il campanello non ha suonato… sto per andarmene, quando si apre la porticina della canonica e ne esce il volto paffuto e sorridente di una suora piccolina e rotondetta che ricorda incredibilmente Smemorina, la fatina di Cenerentola in versione disneyana. Mi scuso per l’ora e chiedo se è possibile avere il “sello” sulla Credenziale. <<Certamente! -mi risponde con un chiaro accento nordeuropeo- Aspetti un minuto, sì?>> e mi fa entrare e accomodare su una sedia. Il locale della canonica è piuttosto piccolo e semibuio, ma piacevolmente fresco, rispetto a fuori. Passano i minuti e non compare nessuno, io sono imbarazzato, non so che fare, ma ecco che finalmente rientra con il timbro la mia suorina, seguita da una consorella, sua copia conforme, che regge un vassoio con sopra tovagliolo, bicchiere, una bottiglia di acqua fredda, pane, formaggio e frutta. <<Abbiamo pensato che ha sete e forse fame.>> mi dicono, quasi scusandosi, le due celestiali creature. Io, non so se più sbalordito o riconoscente, farfuglio qualche ringraziamento. Loro, dopo aver dato qualche spiegazione sulla storia della chiesa e ricevuto da me i dovuti ragguagli sul mio viaggio, senza tacere il fatto che le motivazioni religiose sono molto vaghe, spiegano che devono tornare a pregare, ma che posso finire di mangiare con tutta tranquillità; dopodiché si congedano serenamente augurandomi “La Pace del Signore e il Buon Cammino!”.
Ultimato quel pasto tanto imprevisto quanto gradito (per avermi riempito non solo lo stomaco), resto lì ancora un poco a riflettere come a volte basti poco a rendere tangibile il vero messaggio cristiano di semplicità, amore e fratellanza, senza gli orpelli della ricchezza, del potere o di sfarzose liturgie. Prima di andarmene, mi sento in dovere di lasciare scritto sul tovagliolino di carta “Avevo sete e mi avete dato da bere, avevo fame e mi avete dato da mangiare… La pace sia con voi”. E interpretino come vogliono la figura di quel viandante barbuto, stremato e male in arnese che ha bussato un giorno alla loro porta…
Riparto, ancora toccato da quel secondo atto di generosità inaspettata, e arrivo in prossimità di Sambuca Val di Pesa, ma il solito bivio senza indicazioni e l’incerto segnale segnale GPS mi portano fuori strada. Il navigatore, che si fa vivo solo per avvertirmi in maniera petulante che mi sto allontanando dal percorso, non mi è molto d’aiuto; ma in un modo o nell’altro riesco a raggiungere un bar che si affaccia sul fiume Pesa. Mi fermo per un cappuccino e per chiedere lumi , attirato soprattutto dalla presenza di una mezza dozzina di bici da corsa appoggiate alla parete. I ciclisti sono dei vocianti vacanzieri tedeschi anch’essi diretti a Greve, ma evidentemente su una strada diversa dalla mia, che non riesco a individuare nonostante i reciproci sforzi linguistici. Chiedo allora al barista dove riprendere la strada prestabilita nel mio itinerario verso la Badia di Passignano e Greve; ma lui cerca di dissuadermi, consigliandomi un percorso meno diretto e impervio (oltre alle salite ci sono tratti di strada bianca in cattive condizioni), probabilmente quello stesso dei ciclisti tedeschi, però il fatto che questo sia più lungo del 50% e che in ogni caso ci sarà da superare la catena di colline che separa le due valli dei fiumi Pesa e Greve, mi fa restare fedele a quanto programmato. Piuttosto l’ora tarda (sono già le 14:30, quando avrei dovuto già essere a Greve) e l’impossibilità di telefonare al B&B per avvertire del mio ritardo (anche il segnale telefonico è al momento indisponibile), mi spingono a ripartire in fretta.

Risalgo la valle andando più veloce che posso (considerando la temperatura e la pendenza), sudando copiosamente, ma lo spettacolo è notevole: grandiosa scenografia di colori, il rossiccio del terreno, il verde dei cipressi a bordo strada e di oliveti o vigneti sui pendii, il blu cobalto del cielo e persino il bianco di qualche nube che sembra finta. Penso a quanto soggettiva sia la valutazione di un percorso a seconda delle condizioni meteo: come mi sarebbero apparsi questi luoghi, mettiamo, in un marzo umido e grigio? Sicuramente più insignificanti, anche se meno faticosi grazie alla temperatura più fredda.
La salita da dura diventa impossibile; sarà effetto dei 36° segnati dal termometro, o dei continui strappi che si sommano agli oltre 90 km già percorsi, o della mancanza di brezza e di ombra, ma quando sento che le pulsazioni si impennano in misura inversamente proporzionale alla velocità, capisco che è il momento di cambiare atteggiamento e di rassegnarmi all’inevitabile ritardo. Comincio a scendere sempre più spesso di bici e a procedere a piedi, a fare pause brevi, ma ravvicinate, e a bagnarmi testa e gambe, benedicendo nuovamente la disponibilità di acqua.  E per fortuna i miei bagagli sono, tutto sommato, leggeri! Solo ora mi rendo veramente conto quanto sia stato assennato cercare di limitare all’essenziale il peso dell’equipaggiamento: già nella parte preparatoria avevo concepito questo viaggio solitario non solo come Cammino (soprattutto) interiore, ma anche come ricerca di semplicità e sobrietà: in occasione di percorsi come questo si impara presto a spogliarsi di ciò che non è irrinunciabile e quindi a fare bagagli sempre più leggeri, eliminando via via il superfluo e non solo per ridurre il gravame da trascinarsi dietro. Lo si apprende prima dall’esperienza altrui (nel Camino di Santiago, dopo le prime tappe, cominci a trovare tracce sempre più numerose delle salmerie abbandonate da altri viandanti) ma anche dalla propria: viaggio dopo viaggio, ci si rende conto di quanti oggetti inutili ci circondiamo in nome della comodità, della sicurezza, della passiva soddisfazione di impulsi consumistici.
A Badia di Passignano avrei voluto visitare il complesso religioso che già di lontano si mostra imponente e ben conservato, ma la presenza di numerosi pullman e di un gran via vai di persone intorno all’ingresso e alle botteghine che vendono le solite paccottiglie per turisti, me ne fa passare la voglia. Peccato perché l’abbazia, sorta nel IX secolo, ricca d’arte e di storia, oltre a essere vallombrosana come il Santuario di Montenero di Livorno, è intitolata a S. Michele Arcangelo, legato ad un’altra grande tradizione di cammini medioevali, la Via Micaelica appunto, che da Mont Saint Michel in Normandia portava fino a Monte Sant’Angelo in Puglia, passando dalla Sacra di San Michele presso Susa.
Lasciatami alle spalle l’abbazia, pare che la strada si addolcisca, però è solo una pia illusione: non solo ricominciano le pendenze a due cifre, ma termina anche l’asfalto, come del resto mi aveva preannunciato il barista di Sambuca. Il fondo stradale è in terra battuta intervallato spesso da tratti con ghiaia o solchi scavati dalle piogge, che costituiscono un’ottima giustificazione a camminare. In compenso una vegetazione meno rada accompagna i bordi della strada che alterna tratti in piacevole penombra ad altri in cui risalta il bianco abbagliante del suolo. Devo essere vicino ai 500 m. di altitudine; tutt’intorno ai vigneti sembra essersi sostituita la macchia di rovi, arbusti e lecci. Per un attimo, uscendo da una curva, ho anche la visione fugace di un cinghialotto che si infila subito tra le frasche di una proda. Finalmente ritrovo l’asfalto e poco dopo la provinciale; in breve tocco il punto più alto del crinale e la strada comincia a scendere, prima dolcemente, poi con pendenze da brivido: il pensiero di dover rifare il percorso in senso contrario in caso d’errore sarebbe angosciante. Un ultimo strappo intorno alle mura del borgo fortificato di Montefioralle, meritevole forse di una visita, poi giù in picchiata verso la sottostante Greve: affronto la discesa col corpo tutto spostato sulla ruota posteriore e con i freni tirati, tanto che alla fine i pattini scottano per l’attrito col metallo delle ruote, ma per oggi sono contento di aver chiuso con salite e discese, anche se, dall’altra parte della stretta vallata, sembrano irridermi le colline che verosimilmente dovrò affrontare domani.

Entrato in Greve faccio un po’ di fatica a trovare il B&B “Grano e Lavanda” che nessuno pare conoscere; alla fine scopro che è nel centro del paese a 20 m. dalla piazza principale e ad altrettanti dalla strada che domani mi porterà verso La Verna. Meglio di così… Mi reputo ancor più fortunato quando un minuto dopo, salito al B&B (con fatica: è al terzo piano), conosco di persona il gestore, persona estremamente cordiale e disponibile, il quale mi offre subito un caffé e una fetta (seguita da un immediato bis) di torta fatta da lui e poi mi accompagna a parcheggiare la bici in un vicino garage a sue spese. Alla stessa sbarra a cui ancoro la mia bici, ne trovo legata un’altra, da viaggio, come si nota dagli attacchi per le borse anteriori e posteriori. Il mio accompagnatore mi spiega che si tratta dell’altra ospite del suo B&B, una ciclista che è arrivata pedalando dall’Olanda ed è diretta a Roma; ma la cosa più sorprendente è che viaggia da sola alla veneranda età di ottant’ anni suonati! Al rientro la cerco per farci due chiacchiere, ma è già uscita.

Il B&B è molto carino si sviluppa su due piani e deve il suo nome al colore delle due camere: lilla la mia e gialla la mansarda in cui abita l’olandese. Nel soggiorno, oltre ai mobili di prammatica, trovano spazio una libreria che contiene tra l’altro varie guide e riviste di viaggi, e una zona cucina con dolci, biscotti vari e l’occorrente per prepararsi caffè, the, tisane etc. Simpatica e ben arredata anche la mia stanza, dal riposante color lavanda. Dopo la doccia e il bucato mi riposo un po’, stravaccato sul letto a riordinare le idee e gli appunti, quindi esco a perlustrare Greve.
La piazza Matteotti, accanto al mio B&B, è sicuramente il cuore del paese; di forma irregolare, vi campeggia il monumento al più importante personaggio storico di Greve, il famoso navigatore e scopritore Giovanni da Verrazzano; ai lati una serie di portici, sotto i quali cittadini e turisti entrano ed escono da boutiques, ristoranti e negozi di vario genere con un ininterrotto brusio di fondo; l’estremo opposto della piazza è chiuso dalla facciata della chiesa, la Propositura di Santa Croce. E proprio lì, sotto il suo porticato, mi dirigo per chiedere il timbro sulla credenziale. Ci metto un po’ a riconoscere il parroco nel giovane che in jeans e maglietta sta parlando con alcuni parrocchiani. Discorriamo; rispondo alle sue domande su di me e il mio viaggio alla “ricerca” di Francesco; lui sorride e mi indica una delle due statue che spiccano sulla facciata neoclassica: è del santo di Assisi e sempre a lui, nell’omonima via, è dedicato un museo d’arte sacra; mi mostra poi di intendersi di pellegrinaggi, ne ha anche effettuato qualcuno, anche se non in bicicletta; se non avessi già trovato un alloggio, probabilmente me ne offrirebbe uno. Mi dà anche dei consigli per la cena, spiegandomi però che è difficile trovare locali a buon prezzo: Greve è una cittadina turistica ed è generalmente cara.
Continuo nel mio giro fino all’imbocco del paese che si stende soprattutto sulla via Chiantigiana, quella che mette in comunicazione Firenze con Siena e lungo la quale si trova gran parte delle terre che devono appunto al vino del Chianti la loro fortuna e la loro fama. Anche Greve è fra queste, anzi ne è uno dei centri più rilevanti, come testimonia anche la presenza di un rinomato Museo del Vino, che però mi è impossibile visitare perché chiuso. Nella mia ricerca di un posto dove cenare vago a lungo senza trovare nulla che mi convinca veramente; poi all’ultimo mi imbatto in un locale, la “Birroteca di Greve” in cui ho l’occasione di essere servito cordialmente, rapidamente ed economicamente con un eccellente menu vegano annaffiato da una pinta di birra scura; facendo il saputo ho ordinato una “Stout” artigianale buona e dissetante, ma anche discretamente forte, tanto che la camminata di rientro al B&B è un tantino barcollante.
L’olandese è già andata a dormire, anche se non è molto tardi; c’è invece Gabriello, il simpatico gestore; è un ex-ferroviere, di Capua, come dimostra l’accento campano e si occupa lui degli ospiti quando il figlio -il vero titolare- non può. Dopo un’ultima immancabile chiacchierata (mi viene quasi il sospetto che il motivo profondo di questo mio viaggio sia quello di conversare, meglio se con persone mai conosciute prima), ci accordiamo sulla colazione di domattina: lui propone le 8:30, io un’ora prima, perché la strada che ho da fare è lunga e impegnativa; bonariamente lui accondiscende.
Infine a letto: l’afa e la temperatura oltre 30° sono l’unica nota dolente della serata. Provo a dormire con le finestre aperte e il ventilatore acceso. Speriamo bene.
Oggi percorsi 114 km in 6h alla media di 18,8 km/h (1.730 m. in salita, 1.560 in discesa)

2) GREVE IN CHIANTI-SANTUARIO DELLA VERNA
Domenica 7 Giugno
Risveglio tranquillo, verso le 6:30, dopo una notte in cui ho dormito profondamente, svegliandomi solo un paio di volte per la sete, segno che tutta l’acqua bevuta ieri sia durante il viaggio che dopo cena non è stata sufficiente a compensare quella persa per la pedalata. Anche le gambe sembrano aver recuperato, pur se le sento ancora un po’ “legate”. Temporeggio, cercando di rilassarmi, tanto fino alle 7:30 la colazione non sarà pronta. In realtà mi riaddormento e mi risveglio di soprassalto quando sento un sommesso chiacchierio e un acciottolio di stoviglie dietro la porta. Appena presentabile, vado in soggiorno, dove Gabriello ha già preparato tutto, e finalmente faccio conoscenza con Antonietta, l’olandese: è piccolina, magra, ma con muscoli e nervi scattanti e dimostra meno degli 83 anni che ha (ieri, cedendo alla curiosità, io e Gabriello abbiamo curiosato nel suo documento depositato alla reception e abbiamo verificato che è davvero nata nel ’32). Ha quattro figli e svariati nipoti sparsi per l’Europa, coi quali si incontra spesso, oltre a caterve di amici. Eppure in questi viaggi parte sempre da sola e senza che nessuno dei suoi parenti si preoccupi; del resto anche i suoi figli hanno presto “lasciato il nido”, andando a vivere da soli in altre città, senza che per questo venisse meno l’affetto e il legame familiare. Io e Gabriello ci lanciamo un ammirato sguardo d’intesa, ma in realtà è notorio che nel resto del mondo, soprattutto in quello di cultura anglosassone, questa prassi è ben più diffusa che da noi e i giovani non corrono il rischio di essere definiti “mammoni” o “bamboccioni”.
Ci spiega che conta di arrivare stasera a Siena per poi raggiungere Roma e dopo un paio di giorni partire alla volta della Sicilia. Scopro che come me ha fatto il Cammino di Santiago, solo che lei ha pedalato fino a casa anche nel viaggio di ritorno. In bici ha girato per tutta l’Europa, Norvegia esclusa (“troppo cara!”), ma soprattutto ha percorso in lungo e in largo l’Italia, di cui è innamorata e sa citare regioni, città e paesini. E tanto per non privarsi di nulla, ha pedalato in Nord Africa, Sudafrica e perfino Patagonia. Al suo palmares mancano soltanto l’Est asiatico e l’Oceania, ma prossimamente… Il bello è che ne parla senza iattanza, con tono dimesso, quasi scusandosi. La stiamo ad ascoltare quasi a bocca aperta; io intervengo solo ogni tanto per tradurre a Gabriello quello che non ha capito.
In tutto questo parlare di viaggi, rimane inespresso, quasi per pudore, il motivo profondo che spinge a partire, cioè, indipendentemente dalle distanze superate o dal mezzo di trasporto, a spostarsi sotto altri cieli, a conoscere altre genti, a rinunciare allo scudo protettivo della routine, del conosciuto, per entrare in una dimensione ignota; forse è una motivazione diversa da una persona all’altra o forse c’è un denominatore comune, il bisogno -quasi- di mettersi alla prova; certo che prima ancora che una libera scelta mi sembra la risposta a una necessità interiore, a un vuoto da colmare.
Solo quando le campane della chiesa suonano le ore, ci rendiamo conto di quanto tempo sia volato. Finisco di divorare la ricca colazione che mi è stata imbandita, mi incarto una fetta di torta da mangiare come spuntino di metà mattinata e corro a prepararmi. Un quarto d’ora dopo io e Antonietta, salutato cordialmente il nostro bravo anfitrione, ci dirigiamo insieme al garage, prepariamo le bici e partiamo. Lei sembra ancora più minuta in mezzo alle quattro borse agganciate alle ruote, ma padroneggia senza problemi la sua bici, che è di una marca a me sconosciuta, ma solida, compatta e molto leggera, costruita apposta per cicloviaggi secondo criteri che da noi vengono regolarmente ignorati, come del resto le vie ciclabili, salvo poi stupirsi se il cicloturismo all’estero è molto più diffuso che in Italia. Arrivati al bivio che a dritto porta a Siena e a sinistra verso il Valdarno, ci salutiamo, consapevoli che ben difficilmente ci potremo incontrare di nuovo.

Il sole è già alto e il caldo pure. Ieri ho sofferto molto per l’afa su e giù tra colline alte 4-500 m., eppure ero partito prima delle sette. Stamani dovrò affrontare, oltre ai soliti saliscendi, lo zuccherino finale della salita alla Verna coi suoi 1.00 m. e adesso sono già le 9:30! Sì, sarebbe stato meglio partire almeno due ore fa, ma mi sarei privato della conversazione con Antonietta e un viaggio, tanto più se “lento”, come è giusto che sia un cicloviaggio, non è fatto solo di km.
Subito dopo aver varcato il fiume Greve, inizia la risalita della valle che culmina nel valico del Sugame, temuta salita a quota 500 m. che Gabriello (esperto di B&B e di torte, ma molto meno di bici) mi consigliava di evitare passando da Strada in Chianti; ma io ho preferito dare fiducia all’itinerario studiato a casa e ho iniziato con umiltà e fiducia l’ascesa al Sugame. E credo di aver scelto bene, perché la strada si rivela tranquilla, regolare e ben ombreggiata, tanto che raggiungo il passo senza affanno; merito anche di due fiorentini, padre e figlio che prima mi fanno compagnia fino al passo, poi, soprattutto il più giovane che è interessato a ricevere informazioni sul Cammino di Santiago, decidono di accompagnarmi per un altro pezzo. Così scendiamo per un lungo tratto a discreta velocità verso il fondovalle, senza praticamente incontrare auto. Solo uno stupido automobilista venendo da dietro si diverte a far finta di aver perso il controllo della macchina e di essere sul punto di investirci; allo stridio lacerante delle sue gomme che inchiodano a pochi cm dalle nostre ruote, rispondono gli accidenti e i gesti beneauguranti che gli inviano i miei due compagni. Pare che quella specie di scherzo sia di moda da queste parti. Il mancato incidente, purtroppo mi ha distratto e ho mancato il bivio che a Ponte agli Stolli (ribattezzato subito in Ponte agli Stolti) mi avrebbe permesso di tagliare a destra su una bella stradina comunale per Gaville e visitare l’antica Pieve romanica di S. Romolo, prima di giungere a San Giovanni Valdarno. Proseguo pertanto coi miei momentanei compagni fino a Figline, dove le nostre strade si dividono. Io svolto a destra in direzione di San Giovanni V., cercando di recuperare il tempo perduto, dato che oltre ad aver mancato la Pieve, ho anche allungato la strada, pur se di poco. Ma la regionale, da subito trafficata, non è scorrevole né piacevole: si procede a singhiozzo ed è forte il puzzo di gas di scarico che le stradine delle ultime 24 ore mi avevano fatto dimenticare.
A San Giovanni il navigatore, che già mi aveva assillato dopo Ponte agli Stolli per aver sbagliato percorso col suo petulante “Your route is behind you”, riprende ad avvertirmi che sono fuori strada, facendomi perdere l’orientamento e percorrere un tratto a ritroso. Poi finalmente varco il ponte sull’Arno e mi dirigo verso Terranuova Bracciolini. Ma anche stavolta litigo col navigatore che vorrebbe farmi passare dal centro, magari per omaggiare Poggio Bracciolini, il celebre umanista a cui la cittadina avrà sicuramente riservato qualche piazza o monumento. Stavolta lo ignoro e faccio come mi pare, prendendo a destra la provinciale che aggira Terranuova e poi conduce verso S. Giustino.
La strada comincia a salire e con il caldo riaffiora la stanchezza di ieri, evidentemente non ancora metabolizzata. Dopo S. Giustino svolto in direzione di Talla, ma un’occhiata alla mappa di Komoot mi ricorda che prima devo superare il passo della Crocina. In effetti la salita è davvero dura, anche se con pochi strappi; l’ombra è scarsa, data anche l’ora; ma è soprattutto la sete a tormentarmi: l’acqua è finita e mi accorgo solo ora di aver dimenticato la bottiglia di riserva nel frigo del B&B; probabilmente, se fossi passato dal centro di Terranuova, mi sarei ricordato di fare rifornimento. O più verosimilmente questo non era un viaggio da fare in un periodo caratterizzato da un’ondata di caldo assolutamente fuori stagione. Ma recriminare serve a poco, anche perché questi errori sono un limite costante dei miei viaggi (o del mio carattere); posso solo cercare di ridurne le conseguenze. Perciò quando alla fatica si somma anche la fame d’aria decido di fermarmi immediatamente, anche se l’unica ombra è quella verticale di un leccio striminzito che mi costringe a stare in piedi addossato al suo tronco. Dopo un quarto d’ora riparto e ho la fortuna di trovare un ristorante aperto dove bevo a volontà e faccio scorta d’acqua. Poco dopo, infine, riesco a raggiungere il passo; nonostante siamo a 670 m. di altitudine il termometro segna 31°, però qui c’è un po’ di vento che regala una piacevole sensazione di freddo alla schiena sudata. Ma già durante la rapida discesa verso Talla avverto le vampate del caldo crescente, mentre nella piana dove l’atmosfera è una massa quasi densa di aria immobile, la temperatura segna i 35°.
Rassina, alla buonora! Qui ritrovo l’Arno, più magro di come l’avevo lasciato a San Giovanni; sembra anch’esso patire la sete. Varco il ponte e mi ritrovo sulla regionale Umbro-Casentinese per Bibbiena. La lascio dopo quasi 5 km, prendendo a destra via Pollino. Si tratta di un’erta spezzagambe (le mie, almeno) che se non altro ha il buon gusto di durare poche centinaia di metri per trasformarsi in una salita più umana; una volta ero in grado di individuare le pendenze a occhio, con buona approssimazione, ma in questo viaggio ci rinuncio: mi sembrano tutte superiori al 10-15% e magari non arrivano all’8%… Raggiungo e affianco un ciclista più anziano e più lento di me (evviva, ne esistono ancora!), il quale sale a fatica, spostando a ogni pedalata tutto il corpo ora su un lato, ora sull’ altro, come se fosse Coppi alla conquista dell’Izoard. Scambiamo due parole (tanto per non perdere l’abitudine) e, mentre chiacchieriamo, perdo il bivio che dovrebbe portarmi a S. Maria del Sasso. Ma si tratta di un errore felice, perché, anziché una strada in netta discesa che sarebbe in seguito diventata una ancor più netta salita, con l’unico vantaggio di abbreviare il percorso di qualche km, mi trovo a pedalare su una strada in leggero pendio o a tratti pianeggiante. Accenno al mio compagno il desiderio di cercare una fontanella o un bar per riempire la borraccia, ma lui, che pare conoscere bene questo tratto per averlo percorso più volte, mi dice di aspettare perché fra un km o due troveremo una fonte di acqua purissima. In effetti troviamo la fontana, ma è arrugginita e chiusa da chissà quanti anni. Mi tengo la sete e il nervoso, mentre lui rallenta così tanto, forse volutamente, che alla fine lo saluto e mi allontano; non abbastanza comunque, da non vedere che lui gira la bici e torna indietro.
Adesso che sono solo, la strada dopo una breve discesa fino a Caselle, in cui incrocia quella proveniente da S. Maria del Sasso, ricomincia a salire con decisione. Ho di nuovo un momento di crisi, perciò mi fermo vicino all’ombra del muro di una villa e accanto alla targhetta con lo strano nome dei proprietari mi faccio un selfie mostrando la lingua di fuori e un’espressione stralunata che mi viene naturale senza grandi sforzi di fantasia. Soffro ancora la sete, ma per poco, perché trovo una frazione di case con un piccolo parco-giochi e una fontana di acqua: “Laudato si’, mi Signore, per nostra sora Acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”. Inutile dire che passo mezzora a bere, bagnarmi e a stare sdraiato sull’erba fresca reggendo in bocca la borraccia a mo’ di biberon.

Riparto di scatto, quando mi accorgo con spavento che sono le cinque passate e debbo raggiungere il Santuario della Verna improrogabilmente entro le 18:30, se voglio trovare da dormire lì, come programmato. In un paio di tornanti ho la visione dell’impressionante sperone di roccia (“crudo sasso intra Tevere e Arno”, come dice Dante) su cui è abbarbicato il monastero, che mi sembra inarrivabile. Un ultimo strappo e alla fine raggiungo La Beccia, alla base della Verna. Come ho stabilito prima di partire, non salirò al Santuario sulla strada asfaltata che da Chiusi della Verna porta fino al complesso monastico, ma dal sentiero che parte proprio da qui e giunge in cima in meno di un km superando un dislivello di 120 m. Si tratta dell’antico sentiero dei pellegrini, oggi risistemato, lastricato e abbellito con qualche statua o insegna dedicata al santo, che tuttavia ha perso poco dell’aspetto impervia di un tempo. C’è un ristorante all’imbocco del sentiero e un uomo sta fumando affacciato alla porta-finestra del piano terra. Mi rivolgo a lui per ottenere semplici informazioni sul sentiero, ma lui mi risponde che ora sono chiusi e riapriranno fra un’ora. Alla faccia di San Francesco! Figuriamoci se avessi osato chiedergli dell’acqua o un caffè… Mi profondo in una serie di ringraziamenti magniloquenti -anche se non credo che lui afferri il tono sarcastico- e monto in sella per l’ultimo sforzo della giornata.
Un cartello avverte che il sentiero può essere percorso in MTB; io ci provo con la mia Tommasina che MTB non è, ma dispone di un 34/28 che è già un buon rapporto ridotto, ma dopo neanche 100 m. devo mettere un piede a terra e non riesco più a ripartire. Saggiamente (per una volta) desisto e mi accontento di farlo a piedi tirando e spingendo la bici a mano. Lo sforzo è micidiale, ma sono già le sei passate e non posso fermarmi, pena il rischio di trovare il portone sbarrato, dover tornare giù alla Beccia e da lì scendere a Chiusi alla ricerca di un posto dove passare la notte. La visita al Santuario, irrinunciabile, slitterebbe così a domani, facendo sballare tutti i miei programmi. Stringo i denti e continuo a spingere, mi pare di essere un personaggio di quegli antipatici cartoni giapponesi degli anni ottanta in cui il 50% dei dialoghi consistevano nelle parole: “…devo farcela… devo farcela…”.

Ma salire su un acciottolato così ripido, e in certi punti irregolare e sconnesso, è veramente duro e lo sarebbe anche per uno che non dovesse trascinarsi dietro una bicicletta coi bagagli. Mi chiedo poi come uno potrebbe farcela a non scivolare in caso di pioggia o gelo. Lo spettacolo, in compenso, è molto suggestivo: se si riesce ad alzare lo sguardo dai propri piedi e dalla grigia roccia del lastricato o dei muretti, si nota una volta arborea con tutte le sfumature del verde, che un paio di volte interrompe la sua semioscurità, mostrando uno squarcio aperto su una prato fiorito di papaveri o, più in alto, la candida mole del monastero appoggiato quasi con delicatezza sulla roccia a strapiombo.
Ultimi tornanti: su un muretto di pietra trovo il Tau giallo, simbolo francescano che Angela Seracchioli ha adottato anche come contrassegno per indicare materialmente il percorso. Forse è stata proprio lei a tracciare il segno su questo muro; comunque sia, il Tau mi rincuora e mi fa sentire più vicina la meta; poco dopo ad un altro tornante trovo una casupola indicata come la Cappella degli uccelli, eretta per ricordare la festa che uccelli d’ogni genere fecero a Francesco quando salì alla Verna per la prima volta. Anche adesso il silenzio quasi sepolcrale che ha caratterizzato la salita finora viene interrotto da un concerto canoro di invisibili uccelli.
Ed infine, dopo gli ultimi cento metri di acciottolato, ecco si apre alla mia sinistra la vista il portone dell’ingresso originario della Verna: è un’apertura bassa incassata nelle mura incorniciata dall’iscrizione “non est in toto sanctior orbe mons”: non c’è un monte più santo in tutto il mondo; ma io lo cambierei in “non c’è un ciclista più stanco in tutto il mondo”. Una famiglia di francesi che si sta trattenendo lì fuori, vedendomi spuntare arrancando dal basso mi guarda incuriosita; io la ignoro precipitandomi all’interno come se il portone si stesse già chiudendo. In effetti manca meno di una manciata di minuti alle 18:30 e alla tanto paventata chiusura.



Per prima cosa vado a quella che in una normale struttura alberghiera sarebbe la reception, qui dovrebbe essere la Foresteria, anche se un cartello con questa indicazione porta da un’altra parte; comunque sia, verifico l’esistenza della mia prenotazione fatta per telefono con buon anticipo, come raccomandava la guida; pago per la stanza, la colazione e la cena e ritiro la chiave; quindi parcheggiata la bici nello spazio indicato (è l’unica, a quanto pare sono il solo ciclista arrivato oggi) salgo nella mia camera (poco più che una celletta, arredata spartanamente, ma fornita di un comodo bagno) per lavarmi e sistemarmi. Al termine faccio a tempo a compiere un breve giro orientativo tra i diversi edifici che compongono il monastero prima di recarmi nel salone dove viene servita la cena.
Non siamo in moltissimi, veniamo distribuiti fra i tavoli. In alcuni sono sedute dalle tre alle cinque persone; al mio c’è solo un altro commensale, una signora che viene da Dovadola, dove ha inizio il cammino di Assisi che collega i pellegrinaggi di S. Antonio con quelli di S. Francesco; lei però si fermerà prima di Assisi.
La cena si svolge silenziosamente o quasi, in un’atmosfera d’altri tempi; anche il menu ha un che di antico: consommé (che sarebbe pastina in brodo, ma di pastina c’è solo l’ombra), formaggio con prosciutto (io rinuncio al prosciutto per un’altra porzione di pasta in brodo stavolta meno liquida), melone, un bicchiere di vino.
Dopo cena, visto che non c’è campo né per internet, né per la mia linea wind, vado alla ricerca di un telefono fisso per rassicurare a casa che sono sempre vivo e vegeto (questo un po’meno). Poi mi avventuro per un breve tratto su un sentiero verso il monte Penne tra faggi altissimi indorati dalla luce del sole al tramonto che filtra tra i rami.
Giunto ad uno spiazzo in cui gli alberi diradano liberando la vista sulla vallata sottostante, torno indietro e raggiungo dalla parte opposta il piazzale del Quadrante, ormai deserto, il cui bordo si apre sul precipizio; qui si erge un’alta ed esile croce di legno che si staglia nera in un cielo sempre più scuro nonostante qualche cirro ancora rosato. Di fronte alla croce, la Basilica e, a un livello un po’ più basso, la stretta e disadorna cappella di S. Maria degli Angeli, fra tutti l’edificio più antico.

Concludo il mio giro serale con una puntata alla cappella della Maddalena e al Sasso Spicco, senza però riceverne particolari sollecitazioni di tipo spirituale o estetico. Probabilmente l’assenza di persone e la mancanza di luce, con la pietra grigia degli edifici, gli orridi bui e misteriosi, i baratri impressionanti e le aspre rocce che sembrano modellate da un dio irato, conferiscono un che di tetro all’intero complesso.
La Verna è ora completamente immersa nelle tenebre e nel silenzio, solo qualche finestrella illuminata getta una debole luce rossastra nel chiostro su cui si affaccia la mia stanzetta. Strane sensazioni di deja vu e di indefinibile malinconia mi fanno affrettare il passo verso la mia cella a procurare il riposo al corpo e all’animo, inquieto per qualcosa di non fatto o di non trovato che non riesco a esplicitare.

Oggi percorsi 97 km in 5h:40′ alla media di 17 km/h (2.030 m. in salita, 1.150 in discesa)

3) LA VERNA – LE BURGNE
Lunedì 8 Giugno
Notte fresca (l’impareggiabile vantaggio di dormire a 1.100 m.) e riposante; ci voleva proprio, ma non mi illudo di aver recuperato tutte le energie spese in questi giorni: ieri ho calcolato che, a conti fatti, finora ho percorso 210 km salendo per 3.700 m. Oggi dovrebbe essere un percorso più tranquillo, dato che Le Burgne, dove probabilmente pernotterò stasera, si trova 1.600 m. più in basso di qui. Però faccio bene a tener presente che, a quanto mi hanno chiarito a suo tempo Internet e le cartine, devo comunque superare il blando Passo dello Spino, poi quello più impegnativo di Viamaggio (possibilmente inerpicandomi fino all’eremo di Cerbaiolo) e per ultimo il colle di Citerna; per non parlare di tutte quei piccoli dislivelli, magari solo di poche decine di metri, che sommati però diventano centinaia e che ormai ho imparato essere spesso più insidiosi di una lunga salita regolare. Ieri sera, all’arrivo alla Verna, ero in dubbio se prendermi un giorno di riposo supplementare quassù al fresco, ma stamani, considerando la prevalenza di discese e sentendomi abbastanza in forze, ho deciso di ripartire, ripromettendomi in ogni caso di non forzare e, casomai, di rinunciare ai tratti più duri.
Dopo essermi alzato e sistemato alla meglio, esco dalla mia cella per sgranchirmi un po’ in attesa delle 8, l’ora prevista per la colazione. Certo che questo mio primo pernottamento ha ben poco di pellegrino: la struttura è sì un monastero, ma non ha nulla a che vedere con glialbergues jacobei; la stanza è una singola con bagno e non un dormitorio con più letti a castello (anche se la colpa è un po’ mia, perché avrei potuto specificarlo alla reception), c’è la possibilità di pranzare/cenare/ fare colazione e infine non c’è l’obbligo di partire la mattina presto, che mi sconvolse alla mia prima esperienza sul Camino Francés. D’altra parte il Santuario della Verna è una vera e propria meta più che una tappa intermedia di pellegrinaggio e quelli che intuisco essere dei pellegrini o dei camminanti sono una minoranza rispetto alle moltitudini che giungono qui in moto, auto o torpedoni.
Dalla Foresteria, scendo al chiostro; ieri sera vedendolo deserto, immerso in ombre impenetrabili con l’unica illuminazione della luna e della luce fioca di una finestrella, mi aveva fatto un certo effetto, rievocando un non so che della mia infanzia, il silenzio inquietante della notte in una deserta campagna pugliese o le stradine buie di certi paesini toscani del dopoguerra, lo scricchiolio di piccoli passi sulla via, un lampione lontano, l’odore di legna e di fumo. Adesso, invece, nella luce del primo mattino il chiostro è irriconoscibile: il chiacchiericcio della gente che lo attraversa e la luce viva del sole che viene riflessa dall’intonaco bianco penetrano tra le arcate, le finestre, le porte.
Seguendo il flusso delle persone che – a differenza di me – sembrano sapere dove andare, attraverso una serie di corridoi e mi ritrovo di fronte alla cappella di S. Maria degli Angeli e al portone da cui sono entrato ieri. Davanti a me due suore salgono parlottando la scalinata che porta al Piazzale; suonano le sette mentre entrano nella Basilica; le seguo incuriosito fermandomi sulla soglia. <<Venga, venga: sta iniziando proprio ora la messa per voi pellegrini.>> mi fa un giovane frate che aspetta quasi con impazienza che io entri, prima di accomodarsi a sua volta. In effetti la funzione, non molto lunga, si conclude proprio con la Benedizione del Pellegrino. Mentre io sono lì che osservo, il solerte fraticello di prima, pensando che per timidezza o inesperienza io non mi risolva ad avvicinarmi all’altare, dove sono già allineati fianco a fianco tre o quattro persone, mi spinge con gentile violenza accanto agli altri. Non me la sento di deluderlo o di metterlo in imbarazzo, per cui alla fine mi allineo anch’io; ma adesso sono io ad essere imbarazzato, sto lì fermo come un salame, mentre gli altri si alzano, si siedono, rispondono alle preghiere sempre a tempo. Alla fine, comunque, mi prendo anch’io la mia quota spettante di benedizione. Chissà che non possa servire…
A funzione terminata, do una rapida sbirciata alle varie cappelle che si aprono nell’unica navata della Basilica, soffermandomi solo davanti a quella che contiene alcuni cimeli legati alla vita di Francesco, tra cui una ciotola un pezzo di corda, il saio: generalmente non ho molta simpatia per le reliquie che in buona parte mi sembrano residui di superstizioni arcaiche, quando non truffe belle e buone volte a lucrare sulla credulità popolare. Però la vista del povero, anzi miserrimo, saio di Francesco, alla cui consunzione il tempo ha aggiunto poco rispetto alle condizioni in cui era quando il santo lo indossava, non può essere equiparato a improbabili schegge della Croce o a diti mignoli di oscuri beati o ad ampolle miracolose di sangue capace di liquefarsi a comando. Mi pare piuttosto una coerente testimonianza di povertà e semplicità, vissuta ancor più che predicata e tanto poco in sintonia con lo stile di vita del clero del secolo XIII (e non solo).
Tornato sul Piazzale do un’ultima occhiata panoramica alla valle che mi si apre davanti; la giornata luminosa e nitida permette di spingere lo sguardo lontano verso le sfumate montagne che chiudono l’orizzonte; scatto qualche foto e poi raggiungo l’ingresso opposto. Preparo la bici e mi avvio, tenendola a mano, verso il nuovo ingresso alla Verna e da qui al parcheggio delle auto. Tutt’intorno gli abeti bianchi, i faggi, gli aceri e chissà quante altre specie di alberi che non conosco, costituiscono la maestosa foresta della Verna che appartiene al Parco delle Foreste Casentinesi. Ignoro i sentieri che conducono escursionisti di ogni età e provenienza a inoltrarsi nel verde e imbocco la discesa sulla provinciale che porta verso Chiusi della Verna. Un paio di km dopo e 150 m. più in basso, al bivio prendo a sinistra in direzione di Pieve S. Stefano; la strada sale dolcemente fino al Valico dello Spino, per poi calare definitivamente verso Pieve: è una discesa di una dozzina di km dal fondo stradale scadente, ma suggestiva per l’ampio panorama, che mi riserva anche l’avvistamento di un cerbiatto in un fondovalle.

Raggiunto il piano e il cuore della cittadina, la prima differenza che si avverte rispetto alla Verna, oltre alla comprensibile differenza di temperatura (una buona decina di gradi), è la moltitudine di persone che affollano il centro storico, ma è giorno di mercato e le vie sono così ingombre di bancarelle e persone che ho difficoltà a procedere, nonostante sia sceso di sella. Ne approfitto comunque per fare un bel po’ di spesa, pane, formaggio, pomodori e frutta soprattutto. Alla fine mi accorgo di aver comprato troppa roba e di non sapere come stiparla nel borsotto anteriore; perciò mi trovo una panchina all’ombra e alleggerisco la mia scorta viveri con una seconda colazione. Il telefono ha di nuovo campo, perciò faccio un paio di telefonate a casa per certificare la mia esistenza in vita e avere informazioni sull’andamento di Scipione, l’ondata di caldo che ha investito il centro Italia. Le notizie non sono confortanti, come del resto sono in grado di constatare di persona; perciò decido di puntare direttamente al passo di Viamaggio, rinunciando alla visita dell’eremo di Cerbaiolo, tanto più che attualmente sarebbe possibile vederlo solo da fuori, essendo morta Chiara, la suora laica che si era occupata di rimetterlo in funzione dopo anni di decadenza.
Oltrepassato il ponte sul Tevere, per sicurezza mi fermo a chiedere la strada per Viamaggio e, siccome le indicazioni non convincono né me né il mio navigatore, dopo un centinaio di metri chiedo ancora a un vigile, che mi conferma di dover proseguire ancora finché troverò un bivio a sinistra con la relativa segnalazione. Messa da parte la nobile prassi del dubbio, procedo per almeno un quarto d’ora, nonostante Komoot non me la perdoni e ogni cinque minuti mi rammenti implacabilmente che la rotta è sempre “behind”. E’ evidente che devo aver mancato il bivio o che le informazioni erano incomplete; ma a questo punto non ha senso tornare indietro; mi rassegno a continuare sulla provinciale 77 per Sansepolcro, tanto più (mi dico, quasi per giustificarmi con me stesso) che questa è una variante al percorso classico prevista anche dalla Guida.

La strada per chilometri corre in alto, lungo lo specchio intensamente azzurro del lago di Montedoglio di cui offre ampie vedute; peccato che lo scenario sia in parte guastato dal nastro bianco dell’autostrada che scorre più in basso. Con qualche salitella che interrompe momentaneamente la discesa, arrivo in vista di Sansepolcro. Giusto qualche km prima ho affiancato un altro ciclista che, zaino in spalla su una MTB ultimo modello, è diretto come me ad Assisi, ma che stasera farà tappa qui. L’incontro è breve, ma la sua conoscenza della città mi è comunque utile per condurmi senza problemi fino in centro. Il sole cade quasi verticale tra le strade tranquille e silenziose; le persone che si vedono sono quasi esclusivamente turisti che, naso in su e guida alla mano, gironzolano per le strade rasentando sul lato più in ombra i muri di chiese e palazzi storici. Arrivo alla Cattedrale e visto che è aperta, dopo aver ottenuto il “sello”, ne approfitto per entrare e visitarla. La chiesa in sé non mi pare particolarmente affascinante, ma contiene opere famose mi colpiscono il pannello con la luminosa Ascensione del Perugino e ancor più il Volto Santo, una grande scultura lignea risalente all’alto medioevo, probabilmente più antico dell’omonimo manufatto conservato nel duomo di Lucca di cui potrebbe forse costituire una versione originale; si tratta di un’opera acheropita (cioè non scolpita da mano umano, in quanto ispirata direttamente da Dio) che rappresenta un Cristo in croce, ma con alcune peculiarità: al pari del Volto Santo lucchese, è a grandezza superiore al naturale; oltre che da una fluente barba che incornicia un volto lievemente reclinato e mesto, è caratterizzato da grandi occhi spalancati e da una insolita tunica elegante e nell’insieme, più che subire la crocifissione, dà l’impressione di voler abbracciare il mondo in un atteggiamento benedicente.

Il Museo civico ospita opere notevoli a cominciare da quelle di Piero della Francesca, il più famoso figlio di Sansepolcro, ma devo rinunciarvi perché chiuso per restauri. Perciò, mi consolo girando nei dintorni del Duomo finché, in via Aggiunti, mi imbatto prima in un’osteria che già nel nome sfrutta il riferimento all’artista, poi nella sua casa natale che ospita l’omonima fondazione e infine nei “Giardini di Piero”, un piccolo parco al centro del quale spicca, manco a dirlo, la statua del pittore. Qui mi concedo una breve sosta per il pranzo, peccato che le piante del parco non offrano un riparo sufficientemente fresco dai raggi solari. Sbocconcellando un panino, emigro da una panchina all’altra in cerca di ombra, poi, quando il giardino viene invaso da una massa chiassosa di studenti in libera uscita, decido che è l’ora di ripartire; finirò di pranzare con maggior tranquillità da un’altra parte.
Non ci sono segnalazioni, perciò imbocco via Buitoni (altro figlio famoso della città, suppongo) solo per la notorietà del nome, poi aziono il navigatore, ma seguendo ora le sue indicazioni, ora il mio “intuito”, mi smarrisco letteralmente tra le vie del centro, girando a vuoto per km, prima di ritrovare il percorso. Me la prendo con i deboli segnali del GPS tra le case, ma probabilmente è colpa di una mia ridotta capacità di orientarmi, dato che mi capita sempre più spesso di sbagliare direzione. Me la cavo solo con l’aiuto di qualche biturgense (solo oggi ho scoperto che questo è lo strano nome dei cittadini di Sansepolcro) che mi riporta sulla retta via in direzione di Gricignano.
Attraverso ancora una volta il Tevere e percorro un tratto di strada a cavallo del confine tra Toscana e Umbria. Voglio seguire per filo e per segno le indicazioni della mia Guida accordandole ai suggerimenti di Komoot e interpretandole con il mio precario senso dell’orientamento, ma il risultato è comico: il tratto fra Gricignano, Fighille, Petriolo è costituito da un reticolo di stradine, spesso senza segnalazioni, in cui la mia scelta della direzione è spesso alla cieca e il più delle volte errata, tanto che mi capita anche di ripassare dallo stesso incrocio. Esasperato decido di soprassedere e mi fermo a concludere il mio pasto a base di pane, formaggio e pomodori a metà di una salita di quelle toste. Il posto per la verità non è dei più ortodossi: ho apparecchiato in cima a uno di quegli ampi scalei che nei cimiteri servono per raggiungere i loculi posti più in alto; di fronte, infatti, si apre l’ingresso del camposanto locale, ma il luogo è ombreggiato e ventilato e credo che nessuno dei vicini condomini verrà a reclamare.
Ripreso il cammino tutto in salita, arrivo ad un ristorante isolato su un poggio dal nome promettente “L’isola che non c’è”, ed entro a chiedere lumi sulla via per Citerna. Mi accoglie lo strillo di una signora che, seminuda per il caldo e -evidentemente- per l’assenza di clienti, sta lavando il pavimento. Quando poco dopo torna rivestita alla meglio, fatte le reciproche scuse, vengo a sapere che ho allungato inutilmente il percorso e che devo scendere di nuovo in basso. Rassegnato seguo le sue indicazioni, percorro una quantità di stradine di campagna e infine inizio a salire sulla collina in cima alla quale si trova Citerna. Per fortuna l’ultimo tratto è ombreggiato, ma sono squagliato come un ghiacciolo sotto il sole d’agosto, quando in zona “Zoccolanti” raggiungo un incrocio con una chiesa di fronte: è il monastero delle Benedettine o del ss. Crocifisso e S. Maria. Qui decido di sostare; ma ben più del nome quello che mi attira è l’ampio porticato ventilato e in ombra. Busso anche per farmi timbrare la Credenziale e vedere se mai si ripetesse il miracolo del pane e formaggio della abbazia di Morrocco; ma non sono altrettanto fortunato.

Cinquecento metri dopo sono finalmente a Citerna. Giro intorno alla cerchia muraria e poi salgo in centro. Il borgo storico è caratteristico, con una via principale, Corso Garibaldi, pavimentata in cotto e in pendenza, sulla quale si affacciano edifici medioevali perfettamente conservati o restaurati; un imponente arco sospeso tra due abitazioni chiude in alto la strada. Sarà per l’ora pomeridiana. che invita alla siesta, ma tutto pare deserto: nessuno per strada, non un bar aperto, né una bottega. Anche la bianca chiesa di san Francesco a metà salita è chiusa (peccato per il sello), pure l’aria è immobile… Un paese abbandonato, fuori dal tempo. Oltre l’arco, però, c’è un bar: è aperto e ci sono perfino due avventori. E qui mi fermo per una buona mezzora, il tempo di prendere un gelato, bere un caffè, far riposare le gambe, i cui muscoli continuano imperterriti a fremere di contrazioni involontarie, dovute probabilmente a un’eccessiva perdita di sali attraverso il sudore; ma soprattutto mi piace ammirare il panorama strepitoso che si gode da quassù. Di fronte al bar, infatti, si apre una piazzetta che è un balcone a strapiombo sulla vallata sottostante: i 500 m. d’altitudine di Citerna permettono di dominare dall’alto e senza interruzioni di visuale la sottostante Valle Tiberina. Oggi la giornata è lattiginosa per l’afa, ma immagino cosa si riesce a distinguere nelle nitide giornate invernali. Proseguendo in salita, si incontra la chiesa di S. Michele Arcangelo, un’altra figura ricorrente nella storia dei Cammini medioevali, per giungere infine alla Rocca, la parte più alta e oggi semidistrutta dell’antica fortezza. A questi interessanti elementi di superficie la Guida aggiunge poi quelli relativi al sottosuolo, costituiti da gallerie, passaggi sotterranei, pozzi e cisterne che sono forse alla base del nome del paese. Ricordo di aver letto che Citerna, per le sue attrattive paesaggistiche e architettoniche, nonché storiche e artistiche, è annoverata tra i 100 (o forse 200?) borghi più belli d’Italia. Non ricordo se e quali siano i legami tra Francesco e questo centro storico (che comunque gli dedicò una chiesa e un convento), ma sono contento di aver fatto qualche km in più per visitarlo.
C’è un Piero della Francesca (una “Resurrezione”, forse) al museo del vicino paese di Monterchi, mi ha spiegato la barista, ma non lo troverei aperto, perciò decido di puntare direttamente sull’Agriturismo “Le Burgne” a cui stamani ho telefonato per prenotare. Scendo perciò velocemente lungo la provinciale 100 e imbocco la statale 221 nella direzione di Città di Castello. Mi accorgo ora di non avere l’indirizzo esatto, perciò controllo sulla Guida, ma non trovo indicazioni utili; guardo allora sullo smartphone e trovo chiaramente indicato sulla mappa di Komoot il casale con l’agriturismo, accessibile dalla statale direttamente tramite una breve stradina.
Raggiungo la zona in pochi minuti, ma del casale e della stradina nessuna traccia, anche se il GPS si ostina a dirmi che sono arrivato. Oltretutto nessuno degli abitanti del luogo ne sa nulla. Perciò, dopo un andirivieni di qualche km mi decido a telefonare all’agriturismo. Sono gentilissimi, anche se non si capacitano di come abbia potuto non vedere le indicazioni che portano da loro. Provano a spiegarmi la strada, ma non riusciamo a intenderci, perciò decidono di venirmi a prendere con il 4X4. E fanno bene, perché probabilmente non avrei mai trovato la strada e se ci fossi riuscito, sarei arrivato al casale in stato semicomatoso: si sale da un viottolo in terra battuta piuttosto malridotto e con tratti in forte pendenza per arrivare, dopo ben 3 km, su un pianoro a 500 m d’altitudine, dove si trova l’agriturismo, in una posizione assolutamente diversa da quello segnalata da Komoot con un errore davvero grossolano.

“Le Burgne”, che oltre a me ospita altre sette persone, di cui cinque camminanti diretti anch’essi ad Assisi, si rivela da subito un luogo notevole, sia per la struttura che per il paesaggio: l’edificio principale è quello riservato agli ospiti che alloggiano nelle numerose camere al piano superiore, mentre al piano terra si trovano il salone da pranzo, le cucine, la reception, il bar etc. Tutto intorno si stende un prato all’inglese molto curato, con piante, fiori, giochi per bambini, area pic-nic e pergolato coperto. Al di là di questo primo cerchio si notano un boschetto di conifere, un campetto per il calcio, uno per la pallavolo, uno per le bocce, un’ampia piscina con idromassaggio e perfino un laghetto. Ma quello che più colpisce è il panorama che la posizione sopraelevata del casale permette di ammirare: l’orizzonte è punteggiato di colli che in genere non superano i 4-500 m. e racchiudono vallate boscose, vigneti o oliveti, prati e seminativi che, specialmente col sole basso del tardo pomeriggio, a seconda delle esposizioni assumono tinte diverse, in un quadro dai colori molto saturi.
Siamo in un lembo di Umbria incuneato tra Toscana e Marche e non lontano dal Lazio; a Nord, infatti, il colle di Citerna, dietro al quale si trova quello di Anghiari, indica la provincia di Arezzo, così come a Ovest, dove solo un poggetto e poche centinaia di metri in linea d’aria ci dividono dalla Toscana; mentre a Est, al di là della Valle Tiberina, di San Giustino e Sansepolcro, si innalzano gli Appennini di Bocca Trabaria, che segna il passaggio nelle Marche. Sono Patrizia e il marito, gestori dell’agriturismo, a indicarmi col dito i vari toponimi dal piazzale antistante il casale, all’imbrunire, quando i contorni dei colli sfumano nel blu e da lontano si accendono fioche le prime luci. Si chiarisce tra l’altro il mistero delle mancate indicazioni per il casale e della strada che non ero riuscito a trovare: scendendo da Citerna dovevo prendere in direzione non di Abbadia, ma di Le Pietre e, arrivato alla sp 221, la Monterchi-Città di Castello, non avrei dovuto percorrerla, ma attraversarla subito per prendere un sentiero che sale fino a Patrignone e da lì a Le Burgne.

La bellezza del posto e il livello dell’agriturismo, mi fanno temere il peggio per le mie tasche, specialmente dopo che una rapida ricerca sullo smartphone mi informa che i prezzi per camera possono tranquillamente superare gli 80-100 €. Mi stupisco che Angela Seracchioli nella sua guida abbia potuto includere questa struttura fra quelle dell’accoglienza pellegrina, dai prezzi solitamente molto modesti. Per levarmi ogni dubbio (e poter dormire tranquillo) chiedo di pagare subito e con mia grande sorpresa vado a spendere per camera, colazione e cena meno di quanto ho pagato al Santuario della Verna; solo che stavolta la cena non è a base di pastina in brodo, ma, per me vegetariano, consiste in antipasti, passata di verdure, sformati, un vassoio di formaggi, verdure grigliate, crostini, vino e dolci, tutti prodotti in loco e biologici, come si conviene ad un vero agriturismo. Ne mangio fino al limite massimo di capienza.
Nella chiacchierata dopo cena chiedo conto della differenza di prezzo tra quanto appare in internet e quanto ho pagato io, tanto più che di solito le sorprese sono di segno contrario: si arriva a spendere più del preventivato e non meno. Patrizia e il marito mi spiegano che loro praticano due tariffe, una “ufficiale” per i normali turisti ed una particolare per i pellegrini, dato che sono appassionati di pellegrinaggi, pur non potendo per motivi di lavoro andare loro stessi in cammino. Del resto, anche in periodi di crisi economica e di magra per il turismo, il trovarsi sulla via del Cammino di Assisi li ha favoriti e ha permesso loro di avere sempre ospiti nella loro struttura, compresi molti stranieri, che cercano un trattamento di buon livello ma non a prezzi da estorsione. Quanto alla qualità e all’abbondanza della loro offerta, indipendentemente dal fatto che chi ne usufruisce sia o meno pellegrino, ne fanno un vanto di personale professionalità, che personalmente mi sento di condividere in pieno; e come me anche gli altri cinque ospiti dell’agriturismo. Può anche darsi che la loro generosità dipenda dal calcolo interessato di chi sa che il cliente contento non solo ritorna, ma fa anche un’ottima pubblicità gratuita; però, se debbo fare il confronto tra la loro professionalità e quella di molti gestori che si sentono furbi a considerare il cliente solo un pollo da spennare, il responso è impietoso.
Dopo una passeggiata “digestiva” intorno all’agriturismo, salgo nella mia camera, spaziosa e arredata con gusto, sazio e soddisfatto per come la giornata si è svolta (in fondo ho pedalato solo per tre ore e mezzo, intervallate da molte soste) e per come si è conclusa. Il caldo della giornata si è dissipato, lasciando come unico strascico un annuvolamento improvviso con sordi brontolii di tuono e qualche gocciolone a cui non fa seguito alcun temporale, almeno qui. Domani le previsioni dànno probabile pioggia sui rilievi e conseguente abbassamento delle temperature. Pedalare sotto la pioggia non è il massimo, ma certo in estate non si può avere un raffrescamento dell’aria rapido e senza un acquazzone. Staremo a vedere.
Oggi percorsi 73.4 km in 3h:24′ alla media di 21,6 km/h (790 m. in salita, 1.420 in discesa)

4) LE BURGNE – GUBBIO
Martedì 9 Giugno
Stamani ogni promessa di pioggia sembra svanita, ma purtroppo anche di tregua dal caldo. Né io né gli altri ospiti siamo ancora partiti nonostante siano quasi le nove; il fatto è che nessuno di noi voleva rinunciare ad assaggiare lo yogurt che Patrizia ha appena preparato. Sul tavolo a buffet sono disponibili varie torte fatte in casa, diverse marmellate con burro e pane tostato, biscotti, frutta… a cui si aggiungono caffè, cappuccino, the e latte a volontà, ma è soprattutto lo yogurt, cremoso e acido al punto giusto ad andare a ruba: in un attimo due zuppiere vengono svuotate. Segue una fase rilassata di chiacchiere in cui nessuno sembra voler essere il primo ad alzarsi da tavola, poi, all’improvviso, come uno stormo di passeri a un segnale invisibile, prendiamo il volo e ci congediamo. Sono le dieci passate quando lasciamo Le Burgne. Disceso con molta prudenza fino al piano, non prendo per il sentiero ripido e tortuoso che risale tra le colline per poi calare a Città di Castello, ma resto sulla più comoda e rapida strada asfaltata, contemplata anche dalla Guida.

Entrato in città, attraverso longitudinalmente il centro storico per fermarmi a chiedere il sello davanti al convento delle Clarisse. Oltrepassato il portone principale sento che stanno pregando; trattandosi di un convento di clausura, l’unico tramite con l’interno è la famigerata Ruota, perciò batto con l’apposito martelletto e poco dopo, in risposta, una vocina tremolante borbotta qualcosa che non capisco. Le rispondo comunque che desidero il timbro sulla credenziale e dall’altra parte mi giungono confuse parole. Resto in attesa 5-10 minuti con la Credenziale in mano, ma la Ruota non accenna a girare e nessuno si fa vivo. Allora mi decido e busso un’altra volta e immediatamente mi risponde la stessa suora di prima, che evidentemente non si è mossa da lì neanche lei, mi chiede cosa desidero. Glielo spiego stavolta a voce più alta e chiara, scusandomi di essere un po’ sordo e di non aver capito subito le sue precedenti parole. Questa volta è lei a profondersi in scuse, perché essendo sorda anch’essa non mi aveva capito ed era rimasta in silenziosa attesa. Terminato questo siparietto degli equivoci con reciproche scuse, ringraziamenti e saluti, torno nel “mondan romore”.
Consulto Komoot ancora una volta sulla direzione da prendere e, ancora una volta le indicazioni sono confuse, e stavolta non è colpa della mia sordità, ma del GPS che dà indicazioni che si contraddicono di continuo. Non mi sono d’aiuto nemmeno i vari passanti interpellati via via, che mi offrono soluzioni strampalate, finché un automobilista, resosi conto della situazione, viene spontaneamente in mio soccorso, guidandomi nella giusta direzione.
In località Baucca, pochi km dopo essere usciti da Città di Castello, la strada inizia a salire progressivamente, ma la giornata mi pare un po’ meno calda e le mie gambe stanno superando la crisi dei giorni precedenti. Incontro anche due pellegrini con zaino, cappello e bastone e ci scambiamo un “Buen Camino” sonoro quanto incongruente, visto che siamo italiani e ci troviamo in Italia, ma, si sa, lo spirito jacobeo pervade ogni altro Cammino; sono un marito e una moglie dall’espressione serena e fiduciosa, per niente spaventati dall’imminente salita e dal caldo, i quali contano di raggiungere Pietralunga in serata; prima di salutarci, mi chiedono di scattargli una foto col loro smartphone.
Procedo parallelamente a un torrente, il Soara, che a un tratto si allarga formando una serie di cascatelle vicino a un prato ombreggiato da alcune piante. Per quanto tentato di fare una sosta e di bagnarmi almeno i piedi nell’acqua fresca, continuo lungo la strada sulla quale si affacciano anche alcuni ciliegi carichi di frutti maturi; ne assaggio giusto un paio soltanto, perchè un occhiuto proprietario ha smesso di raccoglierli per fissarmi, con uno sguardo sospettoso e poco in sintonia con lo spirito francescano, ma d’altra parte comprensibile, se penso al numero di persone che passa sotto quei rami ogni giorno.
Raggiungo il bivio che a diritto porta a Pietralunga tramite la provinciale 106 della Baucca, mentre a destra una stretta e ripida viuzza si arrampica in direzione di Pieve de’ Saddi. E’ questo il percorso indicato dalla Guida e lo imbocco senza esitazioni (in apparenza…). Quasi subito la salita si fa tortuosa e dura, specie quando il tornante è quello esposto al sole e cespugli e ginestre non offrono riparo. Cerco di concentrarmi sulla pedalata, imprimendole la rotazione più “rotonda” possibile, calcolo distanze e dislivelli, ma sapere di essere salito di 105 m. in 1 km, con pendenza dunque di almeno il 10%, non è di gran consolazione. Allora sosto, bevo, riparto ad andatura blanda, percorrendo uno o due km per volta tra un intervallo e l’altro.
Alla fine della salita mi fermo presso una fonte, dove sta ristorandosi un pellegrino a piedi; è spagnolo viene dalla Murcia e ha percorso il Camino de Santiago più volte e recentemente anche la Via Francigena. Pare che non soffra il caldo (addirittura indossa anche una giacca a vento e un berretto di lana), ma definisce il Cammino di Francesco il più duro, oltre che il più bello e il più autentico di tutti quelli che ha percorso; essendo infatti meno contaminato dal turismo, è riuscito a conservare i suoi caratteri originali. Molti si lamentano -dice- se un cammino è duro e solitario, se le segnalazioni sono incomplete, se negli albergues manca il wi-fi o l’acqua delle docce non è abbastanza calda; e quando incontrano gli altri pellegrini, tirano diritto immusoniti, senza pensare minimamente di salutarli con calore o fermarsi a scambiare quattro chiacchiere; atteggiamenti, questi, che snaturano il significato del pellegrinaggio, perché lo assimilano a un banale viaggio turistico male organizzato.
Riparto e, manco a farlo apposta, mezzora dopo sulla strada sterrata affianco un’altra viandante che con attrezzatura e abbigliamento molto tecnici sta andando nella stessa mia direzione. Prendo anche lei per spagnola, perché al mio saluto risponde con un “Buen Camino” e perché si esprime in una lingua zoppicante mista di spagnolo e italiano o inglese. Alle mie domande su Pietralunga risponde sgarbatamente che non sa nulla, che questo è il suo “primero camino” in Italia e sarà anche l’ultimo, che le strade sono scadenti, le indicazioni sbagliate e che, “al solito”, tutto è disorganizzato in questo Paese. Un po’ seccato per questa sua mancanza di tatto nel rivolgersi a un italiano in questi termini, non controbatto e la saluto.
Raggiungo finalmente Pieve de’ Saddi; il complesso è in buona parte crollato o ancora da restaurare, invece la chiesa e il rifugio sembrano in buone condizioni e pronte a ospitare viandanti; però non c’è traccia di presenza umana, salvo un cartello con un numero di telefono. E nemmeno c’è traccia di draghi come quello che sarebbe stato ucciso proprio qui da san Crescentino e le cui ossa riposerebbero all’interno della chiesa. Perciò, approfittando anche di una fonte d’acqua fresca, mi siedo a riposare un po’ e a mangiare all’ombra sul retro della chiesa.
Ecco che sopraggiunge la viandante di prima che, constatato che non c’è nessuno, commenta con un marcato accento germanico che questo -si sa- è il solito vizio di “fare la siesta” e di non farsi trovare quando serve; e che non c’è assistenza né rispetto per le persone e che questo cammino è un fallimento e che… Provo a spiegarle pacatamente che il Cammino di San Francesco è nato da poco, che d’altra parte si propone come quello più fedele (nei disagi, oltre che nel tracciato) al cammino percorso dal santo e che, in ultima analisi, è pur sempre un pellegrinaggio, mica un viaggio Alpitour all inclusive; ma lei non sta nemmeno ad ascoltarmi e dopo poco se ne va, brontolando qualcosa nella sua lingua.
La strada prende a scendere decisamente, ma la terra battuta, solcata di cicatrici lasciate da chissà quante piogge, costringe a un’andatura molto cauta; in compenso, quasi di colpo il cielo si abbuia e folate di aria fortemente ionizzata cominciano a muovere le foglie degli alberi; conseguentemente cala pure la temperatura. Pare proprio si stia preparando il temporale preannunciato dalle informazioni meteo di ieri. Con sottile, perfida soddisfazione lo interpreto come il meritato contrappasso per la bisbetica pellegrina; chissà se attribuirà anche la pioggia alla disorganizzazione dell’Italia o se la prenderà direttamente col Padreterno…
Ecco i tuoni farsi sempre più vicini e cadere le prime gocce, che però vengono in buona parte intercettate dalla folta vegetazione sopra la mia testa. Affretto comunque il passo, cercando di raggiungere Pietralunga prima possibile, supero prima un gruppetto, poi un altro, di pellegrini di varia nazionalità, tedesca compresa, ma tutti sereni e vocianti, nonostante l’imminente temporale che li coglierà in ogni caso allo scoperto. In un falsopiano subito dopo una curva, trovo un daino che mangia vicino ad un albero venti metri davanti a me. Rallento sperando di fotografarlo, ma lui dopo un attimo di esitazione inarca la groppa ed elegantemente si dilegua nel folto del bosco. L’incontro però mi lascia una piacevole sensazione di compagnia.
Dopo una serie di salite e discese impressionanti più per il pessimo stato del fondo stradale che per la pendenza, raggiungo sotto la pioggia l’asfalto e la periferia di Pietralunga. Salgo in centro, fino alla chiesa: è aperta, ma completamente vuota; il parroco, avverte un cartello, è fuori a celebrare un matrimonio e comunque (come avevo letto anche sulla Guida) per essere ospitati occorre preavvertire telefonicamente per tempo. Il cielo è così scuro che sembra sia tramontato da un pezzo, mentre sono le 14:30 soltanto. La chiesa e gli altri edifici della piazza sono di un colore livido e hanno un che di tetro dovuto alla mancanza sia di luce che di persone, oltre che a un’antica torre che pare incombere sghemba e minacciosa.
Sono incerto sul da farsi: la pioggia è ora fitta, ora lieve, ma non c’è ombra dei nubifragi preannunciati. La strada per Gubbio, in pendenza e scivolosa sotto la pioggia, non mi attrae; potrei pure pernottare qui, anziché a Gubbio, anche se allungherei la tappa di domani di una buona ventina di km. Do un’occhiata in giro a qualche B&B, ma vedo tornare indietro sconsolati una coppia di pellegrini che devono aver avuto la mia stessa idea.
Alla fine prendo la decisione; mangio un boccone, prendo un cappuccino e parto, salutando a malincuore Pietralunga, che il maltempo e l’oscurità mi hanno tolto l’opportunità di visitare.
Dopo poche centinaia di metri riprende la pioggia e la salita; infilo mantella e ghette con le altre protezioni necessarie e inserisco i rapporti più leggeri e senza fretta affronto la pendenza. E’ dura ma non impossibile; raggiunto il punto più alto intorno ai 650-700 m. la strada presenta ancora qualche saliscendi, poi comincia a perdere quota rapidamente, ma sto attento a non acquistare troppa velocità, per timore che il suolo bagnato o il fondo a tratti dissestato possano giocarmi qualche scherzo. Poi con l’arrivo di un timido sole, la strada comincia ad asciugarsi.
Quando raggiungo la pianura, il sole e il caldo hanno pienamente ripreso il controllo della situazione, ma il sapere che Gubbio è ormai distante appena una manciata di km mi mette le ali ai piedi. Poi, non so come (distrazione? mancanza di segnaletica adeguata?) manco il bivio per la vecchia statale Mocaiana-Gubbio e mi ritrovo a pedalare su una specie di superstrada con un po’ di apprensione, anche se in fondo il traffico risulta scarso; mi tengo comunque oltre la striscia bianca della corsia d’emergenza e cerco di pedalare il più veloce possibile, ma sembra che il tempo passi lentamente come su una salita e che la strada non finisca mai.
Alla buonora, ecco lo svincolo per Gubbio e, pochi minuti dopo, l’ingresso in città, che ufficializzo in piazza XL Martiri, fermandomi a scattare le foto d’obbligo. La vista di Gubbio dal basso della piazza è davvero unica: la città, addossata al monte Ingino, si offre agli occhi del visitatore distribuita su tre livelli come una gigantesca torta multistrato, in cui il bianco della pietra e dei marmi si alterna al rosso dei mattoni e delle tegole e al verde della vegetazione. Al piano inferiore della Loggia dei Tiratori e della chiesa di San Francesco si sovrappone quello del Palazzo dei Consoli e del Pretorio e, più su ancora quello della Cattedrale e del Palazzo Ducale, per concludere con la basilica dedicata al patrono della città, Sant’Ubaldo, posta in cime al monte Ingino.

Ma in Gubbio si verifica anche una sovrapposizione temporale, se pensiamo che il medioevo degli edifici pubblici e religiosi si trova compreso tra il Teatro Romano ai piedi della città e il gigantesco Albero di Natale virtuale che ogni Dicembre si illumina con le sue centinaia di lampadine e km di cavi adagiati sui pendii del monte, guadagnandosi sul Guinness dei Primati il record di Christmas Tree più grande del mondo.
Non scorgo pellegrini in giro, ma la presenza di Francesco è costante. Costeggio la chiesa e il convento di San Francesco, costruiti dove un tempo era il palazzo degli Spadalonga. Proprio da questa famiglia amica Francesco, appena arrivato a Gubbio da Assisi dopo la spoliazione e la rinuncia alle ricchezze, ricevette il rozzo saio di tela grigia che sarebbe divenuto il suo abito.
Vagabondando nella parte bassa della città, mi imbatto casualmente in via Frate Lupo; indagando incuriosito dal nome, finisco con lo scoprire che la chiesetta che vi si affaccia, detta della Vittorina, è sorta nel luogo in cui la tradizione colloca il famoso incontro con il Lupo, che tanto aveva colpito la mia immaginazione nell’infanzia. L’episodio è comunque uno dei più significativi, anche perché individua in Francesco un forte simbolo di rappacificazione: riconciliazione degli abitanti di Gubbio col lupo secondo la leggenda (o, secondo alcuni, con un pericoloso bandito del tempo), ma anche, intendendo il lupo in senso figurato come metafora, riconciliazione dell’uomo con tutti i viventi del Creato; immagine ambientalista, questa, che viene poi ulteriormente sottolineata da altri episodi narrati dai Fioretti e soprattutto dal famoso Cantico delle Creature.

Mi aggiro senza meta tra le strade e i vicoli di questa bella cittadina, che è considerata insieme ad Assisi la più rappresentativa del medioevo umbro; poi inizio a salire fino a raggiungere il quartiere storico di S. Andrea e il corso Garibaldi. Qui ho la fortuna di trovare al primo tentativo l’alloggio di stasera presso l’Istituto Maestre Pie Filippini, un antico palazzo nobiliare poi donato alle suore che vi avevano aperto delle scuole di vario ordine e grado, destinate soprattutto a ragazze di famiglie bisognose, istituendovi anche una specie di convitto. Più recentemente le scuole si sono ridotte alla sola materna e gran parte dei locali inutilizzati sono stati recuperati, in base ad un accordo con il Comune, per potenziare l’accoglienza dei sempre più numerosi pellegrini che percorrono il Cammino di Francesco diretti verso Assisi o Roma.
Evidentemente si tratta di uno dei tentativi (tardivi in genere, ma comunque lodevoli secondo la maggioranza delle opinioni, pur se non mancano le voci critiche) da parte degli Enti Locali, ma anche di alcuni privati, di agganciare a un trend in crescita, come quello dei pellegrinaggi e del turismo “lento” in genere, investimenti che possano avere una ricaduta positiva sull’economia del territorio. Questo spiega, la creazione di molti percorsi escursionistici, ma anche di qualche tratto di Cammini storici ripristinato (e in qualche caso deviato o affiancato al tratto originario come variante, o addirittura inventato, per motivi puramente economici o campanilistici) e dotato di apposita segnaletica, infrastrutture logistiche, pubblicazioni, eventi o manifestazioni che a quel percorso storico si richiamano. Anche in questo Cammino, come l’anno scorso sulla Via Francigena, ad esempio, ho notato le segnalazioni ad opera dell’Ente Locale sovrapporsi (in maniera talvolta discordante) a quelle di associazioni religiose o d’altro genere.
Anche la camera che mi è stata assegnata tradisce la sua origine scolastica (parte della sala insegnanti o forse la direzione) nella presenza di alcuni armadi ancora colmi di libri e nelle lunghe finestre che occupano tutta una parete. Altre stanze, che della precedente finalità di aule conservano le sedie o piccoli banchi in funzione di tavolini, mostrano traccia anche della loro antica origine patrizia negli affreschi, negli stemmi e negli stucchi che adornano le pareti e gli alti soffitti. La suorina minuta e dalla simpatica parlata abruzzese che mi accompagna facendomi visitare tutto il piano, ne descrive i locali e mi racconta la storia della loro scuola parlando sottovoce come a se stessa e con un filo di malinconia: il suo è un mondo che va a scomparire. Parla in tono accorato, non ne capisco tutte le parole, ma lo stato d’animo sì.
Fatta la doccia esco per una lunga passeggiata senza meta per la città. Scelgo stradine in pendio, deserte, salvo qualche passante frettoloso, prive di motorini o auto in sosta; le case in pietra che vi si affacciano non hanno antenne paraboliche ai balconi, non emettono suoni e rumori, sembrano quasi disabitate. Gubbio è così ben conservata negli edifici e nella struttura urbanistica, da dare veramente l’impressione di un tuffo nel passato, che diventa quasi magico quando, vicino all’imbrunire, le strade si svuotano e nei vicoli l’unica nota di colore è quella dei gerani sui balconi.
Sceso fino al quartiere di S. Pietro, risalgo fino alla piazza pensile della Signoria, o Piazza Grande, su cui si affacciano i due storici palazzi trecenteschi: quello dei Consoli e quello del Pretorio. La piazza, che rappresenta il centro nevralgico della città, è come un attico dal cui salotto ci si affaccia sulla città sottostante, coi tetti dello stesso colore rossiccio della sua pavimentazione (purtroppo in condizioni non perfette) di mattoni disposti a lisca di pesce. Qui ha luogo a metà maggio la storica Corsa dei Ceri, preceduta dall’Alzata di tre grosse strutture in legno (i Ceri, appunto) ognuna delle quali porta in alto la statua di uno dei principali santi di Gubbio, Ubaldo, Giorgio e Antonio; dopodiché inizia la sfilata per le vie imbandierate degli antichi quartieri, in un’atmosfera di eccitazione e passione campanilistica non dissimili da quelle di sette secoli fa.

Continuando il mio vagabondaggio, scendo verso il teatro romano e, dato che stanno ormai calando le ombre della sera, comincio a cercare un posto dove cenare; scarto subito la pizzeria che vedo di fronte agli scavi e vado in cerca dei due locali caratteristici che mi sono stati consigliati. In una piazzetta trovo subito il primo, la “Osteria dei Re”, un simpatico ristorante da cui fuoriescono odori accattivanti; faccio per sedermi, ma scorrendo il menu vedo che purtroppo è tutto a base di carne, come mi conferma anche il gestore e andare al ristorante per mangiare solo un’insalata, francamente non è il massimo. Ripiego sull’altro locale, la “Osteria San Martino” nel quartiere omonimo; è a due passi e non ho problemi a trovarla, però oggi è il giorno di chiusura. Chiedo un po’ in giro e vengo indirizzato al ristorante-pizzeria “All’Antico Frantoio”.
Quando lo raggiungo, mi accorgo che è proprio la pizzeria di fronte al teatro romano che avevo scartato poco fa; ma non ho scelta e scendo le scale per raggiungere l’ampia sala da pranzo posta nel seminterrato. Contrariamente ai miei preconcetti, la cena a base di tagliolini al tartufo e di un misto di legumi, porcini e verdure grigliate si rivela discreta, come pure il servizio e il conto finale: quando riemergo sulla strada barcollano un po’ per effetto della pinta di birra che mi sono concesso, sono soddisfatto e in pace col mondo.
Prima di ripartire faccio una sosta di fronte al Teatro Romano; l’ingresso è chiuso, ovviamente, data l’ora, ma la recinzione bassa e abbastanza vicina alle rovine permette di ammirarlo in tutta la sua bellezza grazie a una suggestiva illuminazione notturna. Certo che, per essere un quasi-pellegrinaggio sul cammino del santo che più d’ogni altro rinunciò ai piaceri terreni, di sacrifici ne ho affrontato davvero pochini… Provo solo a immaginare cosa sarebbe stato un vero pellegrinaggio compiuto nelle modalità e nei tempi di mille anni fa.
Giusto il tempo di arrivare alla mia stanza, fare un po’ d’ordine nelle mie annotazioni e negli indumenti messi ad asciugare, che mi sprofondo nel letto, pronto a farmi risucchiare dal sonno della quarta notte. Tutto sommato non mi sento nemmeno particolarmente stanco, anche perché la frazione di questi ultimi due giorni non è stata lunga (in pratica la metà delle distanze coperte nei viaggi degli anni passati), né particolarmente estenuante.

Domani la tappa potrà esser dura quanto si vuole, ma mi conforta il pensiero dell’arrivo ad Assisi e del fatto che fra 48 ore il letto in cui dormirò sarà finalmente il mio. Un po’ avverto, a livello dello stomaco, uno “sfarfallio” di contrastanti sensazioni derivante dalla consapevolezza che è imminente la fine del viaggio e che si avvicina il momento di tracciare il bilancio di questa esperienza; ma a questo penserò da domani in poi.
Oggi percorsi 74 km in 3h:46 alla media di 19,6 km/h (1.720 m. in salita, 1.690 in discesa)

5) GUBBIO – ASSISI
Mercoledì 10 Giugno
La mia alba di questo quinto giorno è molto poco alba: non ho sentito la sveglia e mi alzo che sono passate le otto e mezzo. Raggiungo rapidamente il locale destinato alla colazione a buffet e rimango un po’ deluso: il buffet consiste in un vassoio in cui sono delle fette di pane, delle miniconfezioni di marmellata e di burro e alcuni pacchetti di crackers, oltre a un distributore di bevande calde in bicchierini di plastica.
Certo, se faccio il paragone con la sontuosa colazione di ieri alle Burgne… Ma il confronto è ingeneroso, in fondo ho a disposizione cibo a sufficienza e a pochi metri dal mio letto, senza dover compiere affannate ricerche di bar nei dintorni alle sette di mattina, come mi accadeva negli albergues di Spagna. E poi sono solo, perché l’unica altra ospite dell’Istituto di cui mi ha parlato ieri la suora avrà già fatto colazione e sarà ripartita, a quest’ora; anzi è probabile che stamattina presto sul tavolo ci fosse molto di più e che lei, arrivando per prima, se ne sia servita a man bassa. Perciò posso tranquillamente “spolverare” tutto quello che è rimasto. In effetti dopo tutti i cappuccini e le cioccolate calde che mi consentono gli spiccioli delle mie tasche, riesco lasciare sul campo solo qualche confezione di crackers, di burrini e di marmellatine.
Faccio per alzarmi e proprio in quel momento fa il suo ingresso, gelandomi, l’altra ospite. Un rapido sguardo al cestino del pane ripulito e alla montagnola di involucri vuoti, vittime mute della mia voracità sconsiderata e capisce tutto. Non posso far altro che ammettere la mia colpa, farfugliando delle imbarazzatissime scuse, ma lei mi tranquillizza spiegandomi che a colazione mangia poco e poi sono le nove passate… Vergognandomi un po’ per aver pensato di lei quello che poi ho fatto io, conversiamo per una decina di minuti; lei mi spiega di non essere qui per il Cammino di Assisi, ma per rivedere le suore di cui è stata allieva qualche anno fa.

Sono quasi le dieci, quando lascio l’Istituto Filippini e mi avvio per un ultimo giro tra i vicoli di Gubbio, verso piazza XL Martiri e la chiesa di S. Francesco; sulla credenziale ho già il timbro rilasciatomi dalle suore; ma un sello che contenga il nome di Francesco mi pare avere più valore di altri. Sono ben consapevole, d’altro canto, che questa abitudine un po’ fatua e priva di valenze spirituali somiglia piuttosto alla ricerca delle introvabili figurine del Feroce Saladino o di Pizzaballa, ma ormai è entrata a far parte del gioco del PPP (Piccolo Pellegrino a Pedali). Del resto, anche l’ ostinarsi in questi ultimi anni a inseguire itinerari e luoghi di fede, al di là dell’interesse storico-artistico che possono offrire, risponde forse a una nostalgica operazione di ricerca di antiche tracce religiose nell’archeologia dell’anima. Ma tant’è. La risposta a questi miei dubbi esistenziali, comunque è negativa: la Chiesa e l’attiguo convento risultano inaccessibili. Non mi resta che ripartire.
Giunto nella periferia Sud di Gubbio, trovo le indicazioni del Cammino e dopo via Frate Lupo prendo via della Piaggiola, che scorre diritta per km correndo parallela alla S.R. 298 Eugubina; a tratti diventa uno sterrato o un sentiero erboso che passa sul retro delle case, tanto che mi prende il dubbio di aver imboccato una strada sbagliata; ma la vista prima di alcuni viandanti zaino in spalla poi il ritorno dei segnali giallo-blu mi rassicurano.
A cinque km dalla chiesa di S. Francesco arrivo a Ponte d’Assi e confluisco sulla regionale, che abbandono dopo meno di due km all’altezza del segnale di Ponte di Riocchio, per inoltrarmi a sinistra e immediatamente dopo a destra su una strada bianca in buone condizioni che inizia da subito a salire.
Guardando sulla Guida, vedo che dovrei incontrare prima o poi una deviazione che porta verso l’abbazia di Vallingegno, quella -credo- dove Francesco, reduce da un brutto incontro con i briganti, giunse per la prima volta da sconosciuto; qui venne trattato senza riguardi dai frati e messo in cucina a fare da sguattero, salvo poi ricevere alle visite successive un’accoglienza molto più degna e le sentite scuse dell’abate.
La vegetazione ai lati della carrareccia è troppo rada e bassa per fare ombra; così la luce quasi abbagliante dovuta al sole vivo e al riflesso dello sterrato affatica la vista, costringendomi a pedalare a occhi semichiusi e testa bassa.
Man mano che aumenta la pendenza, cresce la fatica; pure lo zaino, finora considerato un’alternativa ottimale alle borse sul portapacchi, sembra un odioso peso morto, nonostante arrivi ad appena 3-4 kg lordi; procedo con lentezza anche per economizzare le energie, guardando spesso lo smartphone, per aver conferma della correttezza del percorso. Poi dopo tre km e mezzo dall’inizio della salita, a circa 670 m. di altitudine, la strada sembra aver raggiunto il punto più alto e da ultimo impiana.
Ad un bivio seguo i segnali che mi fanno lasciare la carrareccia per un viottolo sulla sinistra, che il navigatore mi indica pomposamente come via Valdichiascio, ma che è poco più di un sentiero. Lo seguo per qualche centinaio di metri, fino al bivio successivo, in cui la strada principale (si fa per dire) pare continuare a destra, mentre verso sinistra si stacca un sentiero ancora più piccolo, ma ombreggiato, che sembra puntare verso il fondo valle.

Consulto la Guida e il navigatore; in effetti la strada di destra sembra condurre verso la chiesetta delle Ripe e Biscina, mentre l’altra punta verso il sottostante lago di Valfabbrica. L’insana voglia di vedere il lago e magari bagnarmi i piedi nelle sue “chiare, fresche et dolci acque” non mi fa esitare più di tanto: prendo a sinistra. Recupererò Biscina e il percorso originario più avanti; e poi, mica sto scegliendo la via più facile per fuggire dalla difficile, anzi dopo questa discesa dovrò fare la fatica supplementare di riprendere quota; va bene fare il pellegrino, ma un po’ di avventuriero e giovane esploratore non guasta.
E difatti l’avventura non manca. I sassolini del viottolo e la sua netta pendenza mi costringono a scendere con prudenza e a frenare continuamente; ad un’altra biforcazione c’è una casa isolata; scendo di bici per chiedere informazioni, ma nessuno risponde, in compenso dei cani, per la verità non molto grossi ma abbaianti e bellicosi, escono fuori da un cancello socchiuso e mi circondano ringhiando. Se Francesco ha saputo ammansire il terribile Lupo di Gubbio, perché io non potrei almeno provare a non farmi mordere da questi botoli da quattro soldi? Evito di provocarli guardandoli negli occhi, di fare movimenti bruschi o, peggio, di scappare; ignorandoli e muovendomi lentamente monto in bici e oltrepasso la casa continuando a scendere. Abbaiano ancora un po’ ma non mi inseguono. Ce l’ho fatta, per ora.
Poco dopo un bivio porta a una complesso di costruzioni, forse un agriturismo. Chiamo da basso e dopo un po’ si affaccia una ragazza a cui chiedo la strada per il lago. “Quale lago? -mi risponde- Qui non c’è nessun lago!” Ma il lago di Valfabbrica? “Ah, quello? Ma l’acqua si è ritirata e ora c’è solo un fiume mezzo in secca, il Chiascio. Solo più avanti, verso Valfabbrica e la diga, si allarga un po’. Di qui, se riesce a non perdere la strada, può anche provare a scendere -aggiunge, ridendo- ma non in bici”. Consolato da quelle confortanti parole risalgo in sella, affronto un paio di possibili deviazioni, scegliendo a lume di naso quelle più ricche di vegetazione, ma poche centinaia di metri dopo debbo scendere: la strada non c’è più, c’è solo quello che pare il letto ghiaioso, anzi roccioso, di un torrente che si insinua nel tunnel verde di fronde, rami, arbusti. Pietre bianchissime di ogni dimensione sembrano appena scaricate da un camion allo scopo di preparare la massicciata per costruire una strada, non fosse che lì una strada non avrebbe senso.
In questo ambiente poco accogliente ci manca solo che arrivino i briganti come quelli che otto secoli fa, da queste parti assalirono un giovane frate smagrito e cencioso, il quale, anziché scappare o implorarli spaventato, rispose sorridendo alle loro minacce e venne persino picchiato dai banditi, indispettiti -immagino- dalla sua irriducibile serenità. Io, che del Poverello di Assisi non ho molto salvo forse barba e aspetto poco curati, provo a evocare la sua “perfetta letizia”, ma non riesco a controllare la crescente irritazione, essenzialmente con me stesso.
E’ evidente che ho scelto la via sbagliata, come Komoot continua a ripetermi insistentemente; anzi se prima mi avvertiva solo che dovevo invertire il percorso perché mi trovavo sul sentiero sbagliato, adesso sul piccolo schermo non compare più neppure la linea del sentiero e il cursore del GPS è parcheggiato in un’anonima area grigia.
Il terreno da ripido ora è diventato scosceso e si fa fatica a non perdere l’equilibrio sui sassi che tendono a smottare. Sono fradicio di sudore, ma non si tratta solo del caldo: quello che mi preoccupa di più non è tanto il timore di cadere, quanto quello di dovermi arrestare davanti a uno sbarramento di roccia o di vegetazione impraticabile: non credo che ce la farei a trascinarmi di nuovo su, tirandomi dietro anche la bici. Valuto tutte le ipotesi e intanto continuo ad avanzare, nella speranza di intercettare il fiume che non dovrebbe essere troppo lontano.
Alla fine il pendio si attenua e poco dopo intravedo uno spiazzo erboso; non ci sono ancora strade, ma almeno è percorribile e mi conduce verso un’area pianeggiante contornata da pioppi. Il peggio mi pare superato, pur se è sempre vivo il contrasto di poc’anzi tra il timore di aver perso la via e la fiduciosa speranza di riuscire in qualche modo a venirne fuori.
Mi soffermo a confrontare le mie sensazioni per queste piccole, insignificanti difficoltà e quelle ben più pressanti che devono aver affrontato non solo Francesco, ma anche tutti quei pellegrini che si trovavano ad affrontare cammini tanto più lunghi, impervi e rischiosi del mio, nei quali la partenza non implicava automaticamente la certezza del ritorno, magari comodamente in treno, come nel mio caso.
Che “motore” formidabile nelle vicende umane dev’essere la fede (e non solo quella religiosa) se riesce a farci superare limiti impensabili, superiori alle forze comunemente attribuite alla natura umana. Il che, com’è ovvio, non è di per se stesso necessariamente un bene, se si pensa a cosa i vari “Gott mit uns” hanno prodotto – e tuttora producono – all’umanità: dalle persecuzioni contro i cristiani a quelle contro Marranos e Moriscos, dalle guerre di religione dei secoli 16° e 17°, agli sgozzamenti dello Stato Islamico di oggi, dai genocidi di Indios o Maori a quelli perpetrati da Hitler o Pol Pot, dai suicidi di massa di Jonestown ai massacri del Ruanda o di Srebrenica… quante volte la natura umana ha superato i propri limiti e tabù etici in nome di una cieca fede in qualcosa?
Incrocio finalmente una carrareccia: è sabbiosa e interrotta da vari solchi, ma è pianeggiante e sembra un sogno rispetto a prima. Il tipo di vegetazione quasi palustre e il terreno farinoso e umido dimostrano che il fiume è vicino, ma non se ne vede nemmeno l’ombra; comunque alcune tracce di cingoli testimoniano che non dovrei essere lontano dalla civiltà. All’improvviso una coppia di fagiani si leva in volo da un cespuglio vicinissimo; li seguo con lo sguardo nel loro volo lento e pesante, prendendoli per buon auspicio, con la stessa fervida speranza di Colombo, quando vennero avvistati degli uccelli poco prima del fatidico “Tierra, Tierra ! “.
In realtà devo proseguire ancora un bel po’ prima di trovare una mulattiera che si arrampichi su fino all’asfalto e al mondo civile. La raggiungo con un po’ di fatica e mi ritrovo coi piedi che benedicono l’asfalto tante volte deprecato e gli occhi che spaziano liberi intorno, tra macchie di rovi, piante di lentisco, mirto, oleandro, corbezzolo, ma soprattutto cespugli di ginestre, che punteggiano di giallo vivace quel tappeto verde. E tra un ciuffo di ginestre e l’altro, finalmente lo intravedo là in basso, il fiume, il Chiascio, che si allarga nella sua stravagante ambizione di farsi lago.
Mi trovo senza dubbio sulla cosiddetta Strada della Diga, sotto Biscina, che ho perso ormai l’opportunità di vedere. Seguo il nastro asfaltato che deve aver visto poche auto nella sua vita recente, a giudicare dalle piante e dalle erbe che stanno invadendo il piano stradale o dai cespugli di ginestre che, curvi, lo ombreggiano dall’alto. Nemmeno io vedo un’auto, per tutti i km che percorro; in compenso incontro una mezza dozzina di pellegrini chi isolato, chi a coppie, che camminano provati dal caldo e dai saliscendi che avranno sicuramente dovuto affrontare anche nel tratto che io ho saltato.
Ne sorpasso uno in prossimità della diga, giusto prima di fermarmi ad un bivio per la sosta del pranzo. Lascio dunque l’asfalto e la vista del lago e mi inoltro per un centinaio di metri su un sentiero nella direzione indicata dai segnali del Cammino, fermandomi all’ombra di un pino. Inizio il mio lauto pranzo avendo davanti il panorama di un pianoro leggermente in pendio su cui sono posati gli enormi rotoli di paglia, residui della recente mietitura. Per la prima volta sento il canto delle cicale quest’anno, nonostante manchino due settimane all’inizio dell’estate, quella astronomica, però, perché quella climatica che Scipione ci ha regalato in anticipo, la sentono anche loro.
Mezz’ora più tardi sto per ripartire quando mi assale il solito dubbio: perché quei pellegrini che ho sorpassato prima non mi hanno ancora raggiunto? Controllo sulla Guida e su Komoot e in effetti non c’è nessun motivo che io lasci la strada della Diga per salire in mezzo alle colline in una direzione diversa dalla mia prossima meta, Valfabbrica. Ritorno titubante sui miei passi e riprendo l’asfalto. La segnaletica successiva mi dà ragione sono sulla via giusta; per qualche motivo il segnale precedente era stato posizionato nella direzione sbagliata.

Poco prima di attraversare il ponte sul Chiascio, appena uscito dalla sua breve esperienza lacustre, un altro cartello mi indica di girare a destra su una carrareccia; eseguo diligentemente, soddisfatto di sentirmi ormai vicino a Valfabbrica che è la tappa intermedia del percorso odierno. Altro km e altro incrocio, dove a sinistra dietro a un capannone si intravedono già le prime case di Valfabbrica; ma un altro cartello mi invita a proseguire a diritto, senza svoltare a sinistra; “laus et jubilatio” a chi ha dotato il Cammino di una segnaletica tanto puntuale e rassicurante.
Valfabbrica mi appare più vicina e più grande ora, allungata sulla collinetta alla mia sinistra. Ma io proseguo fedele al cartello precedente. Un altro km e Valfabbrica non si vede più; in compenso la strada bianca sale sul versante della valle opposto al paese.
Altri 500 m., altri 500 dubbi; la cartografia, la tecnologia e la ragione umana, mi dicono che sto sbagliando direzione, ma la fede sovraumana nel segnale giallo-blu sostiene il contrario. Mi blocco, impossibilitato a proseguire, ma anche a ritornare sui miei passi, finché sopraggiunge un provvidenziale furgoncino di operai che mi convincono a tornare indietro fino al capannone e a salire al paese da quella strada.
Così faccio e raggiunto il capannone esamino il segnale incriminato: evidentemente quel cartello è stato girato apposta da qualcuno. Incapace di capacitarmi di essere stato tradito nella mia buona fede così vilmente, imbocco la direzione giusta e dopo un’ultima affannata salitella raggiungo il centro del paese.
Poiché -è ormai accertato- ho la gran fortuna di giungere in un luogo quando tutto (chiese, musei, negozi, uffici del turismo etc.) è chiuso, non mi resta che un bar a cui chiedere un caffè, un timbro e delle informazioni.
Il caffè è discreto, il timbro orrendo (dopo tanti timbri che mostrano artistici svolazzi e preziose silhouette di angeli, santi, chiese, stemmi etc. me ne tocca uno con la scritta BAR, ohibò!), le informazioni intimidatorie: i pellegrini diretti ad Assisi prendono per Pieve S. Niccolò, ma è una strada con salite troppo dure per me -dicono, dopo avermi dato un’occhiata sommaria- e mi consigliano la statale per Pianello e poi per Petrignano e Assisi, “un po’ più lunga, ma meno stancante per Lei…”.
Io ringrazio e saluto, ma dentro di me li mando a quel paese e, appena fuori da Valfabbrica, lascio la statale per la strada che porta a Pieve S. Niccolò.

Lo so già che ci sarà da salire aspramente e sotto il sole del primo pomeriggio, ma non posso sottrarmi al cimento proprio nell’ultimo tratto prima del traguardo. La discussione tra la parte raziocinante e quella passionale dura a lungo; alla fine si conclude con un compromesso: pattuisco solennemente con me stesso che se la fatica supererà la soglia dell’ accettabile, mi fermerò o proseguirò a piedi e intanto sciolgo nella borraccia una pastiglia a base di sali minerali.
Mai patto fu così prontamente rispettato: dopo un tratto in cui la salita è severamente impegnativa, ma ancora fattibile, arriva il “muro”; qualche decina di metri e poi devo arrendermi; poco male, una camminata di un paio di minuti per riprendere fiato e provo a rimontare in sella. Macché, ripartire su una salita così ripida è un problema.
Mi rassegno a spingere la bici per qualche centinaio di metri finché un albero mi dà la possibilità di mettere entrambi i piedi sui pedali e ripartire. Ma non dura molto, le pastiglie di potassio e magnesio non fanno miracoli. Caldo e stanchezza mi costringono a ripetere più e più volte il trucco, saltando da un albero all’altro in cerca d’ombra e di un appoggio per poi risalire in sella, un po’ come quando da bambini, attraversando a piedi nudi la spiaggia infuocata, per non scottarsi, si correva a piccole tappe da una zona d’ ombra all’altra.
Non so quanto dura questo supplizio, ad ogni modo la velocità media dev’essere simile più a quella di un appiedato che di un ciclista, sia pure in salita. Ma va bene così, almeno potrò dire di averlo fatto in parte a piedi questo benedetto Cammino.
Poi mi viene in mente che su questa stessa strada erta e assolata – e quando ancora non esistevano né asfalto né biciclette né integratori minerali – deve esser transitato anche un fraticello di dubbia prestanza fisica, ma di innegabile vigore interiore, senza lamentarsi del sole, del terreno, della fatica, levando anzi sincere lodi alla Natura… e proprio allora sento uno sfrascare alla mia destra e tra i  roveti e gli arbusti intravedo un animale (forse un piccolo di capriolo o di daino) che non ho il tempo di individuare, perché subito si dilegua nella macchia, seguito da un improvviso  sussurro di vento, l’unico nell’aria immobile del primo pomeriggio. Guardandomi intorno come se dovesse apparirmi qualcuno da un momento all’altro, resto interdetto e con dentro una strana sensazione come di deja vu. E nonostante in questo mio viaggio non sia stata l’unico flash emotivo avvertito, quella fugace apparizione, quasi in risposta alle mie riflessioni di prima, è una coincidenza che mi dà qualche brivido e ho un bel dirmi che la stanchezza e la solitudine rendono più suggestionabili, indebolendo le difese razionali.
Mi guardo intorno: nella mancanza di qualunque elemento riferibile a presenza umana -se si esclude questa modesta stradina- e nel silenzio assoluto del primo pomeriggio mi colpisce la quieta indifferenza del paesaggio e, come nell’ermo colle leopardiano, la percezione del mondo circostante attiva un susseguirsi di immagini e impressioni altalenanti tra un senso di pace e di sgomento.

Davanti al vertiginoso senso dell’infinito, del tempo, dello spazio, delle cose, dei viventi, che sovrasta e annichilisce l’io, tanto più se esso sente di aspirare a quel medesimo infinito, o almeno a una briciola di eternità, non si placa il senso di solitudine, ma si accentua, arrivando a mettere in discussione la realtà o quanto meno il valore della propria esistenza; è sufficiente rivendicare più o meno consapevolmente l’unicità, la irriproducibilità del proprio io, per dire di esistere? E, quand’anche, l’esistere oggi, ma non ieri, né domani, è esistere? Vale più di quella roccia che esiste da milioni di anni o di quella tremula goccia di pioggia che pende da una foglia e fra un attimo sarà caduta? È sufficiente sentirsi parte di un universo in continuo mutamento, grumi di atomi in incessante disaggregazione e riaggregazione sotto diverse forme, per sentirsi meno soli? È consolante per il nostro narcisistico bisogno di assoluto pensare che potremmo rinascere sotto altra forma (di uomo, animale o pianta), dal momento che non siamo solo un ammasso -per quanto biologicamente stupefacente- di pelle, sangue, tendini, ossa, materia cerebrale, ma un’ irripetibile combinazione di pensieri, sentimenti, ricordi, aspirazioni? Sono domande vane, lo so bene, destinate a rimanere irrisolte, nelle quali “s’ annega il pensier mio”, al pari del poeta o di chissà quanti filosofi, ma non è un “naufragare” dolce, né consolatorio.
Dopo un paio di km che mi sembrano eterni, la salita diventa più umana e infine raggiungo Pieve S. Niccolò. Non c’è un cartello che indichi il nome di questa frazione sperduta sui poggi a 600 m. d’altitudine e a un certo punto ho addirittura il timore di non essere sulla via giusta; poi un segnale giallo-blu mi rassicura. Una fonte mi dà l’opportunità di reintegrare la scorta d’acqua, ma anche di rendermi conto, mettendo un piede in una piccola pozza, che la suola di una scarpa mi si è sfondata per la gloriosa traversata del ravaneto in Valdichiascio!
Faccio anche un’altra scoperta: parlando con dei pellegrini che arrivano da un sentiero laterale, mi rendo conto che per giungere qui a Pieve S. Niccolò, non il mio, ma il loro, era il percorso corretto (o almeno più aderente al tracciato ufficiale del Cammino di S. Francesco); pedalando in mezzo al bosco su uno sterrato un po’ più lungo, ma dal fondo buono e decisamente meno ripido, sarei arrivato probabilmente prima e di sicuro con minor affanno! Però sarebbe stato un momento di “pellegrinaggio” meno intenso; e poi i tratti “eroici” sono seducenti… soprattutto quando li hai ormai alle spalle.
Discesa a tutta birra, per rifarmi del caldo e della lentezza della salita; mi fermo ancora, non per la stanchezza però, ma perché per la prima volta mi si apre sulla sinistra lo scenario tanto atteso del Subasio con la rocca di Assisi e, più in basso, il complesso della Basilica, incorniciato da nubi azzurrine e da una distesa di grano dorato.

Riparto, troppo concentrato sulla strada tortuosa per accorgermi, dopo un paio di km, che un sentiero a sinistra abbandona l’asfalto per tagliare verso Assisi ed entrare trionfalmente da Porta San Giacomo (ancora Santiago, l’apostolo pellegrino! Ma non c’è da stupirsi della ricorrenza di questo nome, tanto più in Umbria, crocevia di cammini pellegrini e patria di un altro grande pellegrino come Francesco), quella immediatamente sopra la Basilica, anziché dalla piana a Sud della cittadina.
Eccomi dunque ad Assisi, punto di arrivo del mio breve viaggio e punto di partenza di quello ben più lungo e importante di Francesco che qui decise di rinunciare alla ricchezza e agli agi che la sua classe sociale d’origine gli consentiva, per donare se stesso a povertà, condivisione e amore con una scelta tanto semplice, quanto difficile da comprendere e ancor più da praticare, oggi non meno di ieri.
Oltrepassato il ponte sul fiume Tescio e la successiva rotatoria, prendo per via Vittorio Emanuele e inizio la lunga e lenta ascesa verso la parte alta della città; mi lascio sulla sinistra il parcheggio dei pullman, già gremito di automezzi da cui sciamano ininterrottamente le comitive di turisti, e sulla destra le segnalazioni per San Damiano, poi per l’Eremo delle Carceri, infine per il Subasio. Dopo la zona dell’Anfiteatro Romano e una curva di quasi 180° la strada smette di salire e mi porta in piazza S. Rufino, dominata dalla mole dell’omonima Cattedrale, un bell’edificio d’impianto romanico, in travertino dalle delicate sfumature rosate, con tre portali, un notevole rosone centrale e due più piccoli ai lati.
Dal Duomo la strada scende fino allo slargo di S. Maria sopra Minerva, la chiesa cristiana che ha usurpato lo spazio e la funzione religiosa al preesistente tempio pagano, di cui resta però intatta la facciata con le belle colonne corinzie. Accanto si erge la “Torre del Popolo”, il suo medioevale campanile, mentre a rappresentare il potere politico sono l’attiguo Palazzo del Capitano e, di fronte, il Palazzo dei Priori, sede della amministrazione comunale oggi come allora. Questa è, infatti, la Piazza del Comune, il cuore della città, da cui si dipartono le strade che conducono alle porte cittadine.

In questa piazza si trova anche l’Ufficio del Turismo. Niente di più naturale perciò che entrare e chiedere informazioni su dove trovare da dormire. C’è una sola impiegata che è impegnata in un’accesa conversazione riguardante affari personali. Mi vede, mi squadra, ma non dà segno di volersi affrettare. Nemmeno io, del resto, ho particolare premura. Quando alla fine riesco a chiederle di un ostello, lei mi propone l’Ostello Francescano, in via di Valecchie, a tre-quattro km nella piana, ma non me la sento di ridiscendere fin là per dover poi risalire nuovamente in centro. Alla mia successiva richiesta di strutture alberghiere più vicine, ma non troppo per facoltosi turisti stranieri, risponde sbrigativamente che non ne conosce, senza neanche consultare il suo materiale informativo.

Mi chiedo se si sarebbe comportata allo stesso modo nel caso che avesse avuto di fronte non uno sciamannato barbone (riferito all’aspetto tanto del pelame che dell’abbigliamento) come me, ma un dovizioso tedesco in knickerbocker, o a un americano in calzoncini, sandali e calzini.
Rifletto sul da farsi e intanto passeggio nei dintorni; in via S. Paolo mi imbatto in un Albergo, l’Hotel Posta, che riconosco in uno i quelli citati dalla Seracchioli. Entro con la Guida in mano e, alla reception, il proprietario sorride, vedendola; non c’è nemmeno bisogno di spiegare o contrattare: mi applica uno sconto generoso e mi dà le necessarie informazioni sui luoghi di maggior interesse e le vie per raggiungerli; poi mi accompagna al suo garage personale per parcheggiare la bici.
Posizione dell’hotel, stanza, gestore, tutto mi piace. Soddisfatto rientro in camera, mi rendo presentabile e mezz’ora dopo imbocco via S. Paolo in direzione della Basilica.
Si tratta di una via tranquilla costituita prevalentemente da abitazioni, senza molti negozi, né turisti; osservando la piantina mi rendo conto che non è una di quelle che attraversano il cuore del centro storico, ma scorre più in alto, in leggera salita, quasi lungo le mura settentrionali.
Come tutte quelle della Assisi medioevale, è lastricata e si snoda, ora rettilinea, ora tortuosa, fiancheggiata da costruzioni in gran parte originarie e ben conservate; le restanti sono più recenti, ma perfettamente integrate nello stile e nel materiale con le altre. Nella parte finale, la strada scende con una curva più decisa fino a un incrocio che a destra conduce a Porta S. Giacomo e a sinistra digrada verso la Basilica.
Lo scenario si apre all’improvviso con lo sguardo che dall’alto abbraccia uno spicchio d’Italia e di Storia destinati a rimanere impressi nella memoria del turista che vi si affaccia per la prima volta. Anche io, che ho avuto modo di visitare Assisi in più occasioni, non posso fare a meno di sentirmene colpito: a sinistra la pietra grigia della strada e delle case indorate dal sole del pomeriggio, a destra un lungo muro bianco movimentato da cipressi e olivi; al centro, preceduta da un verdissimo prato su cui delle siepi ritagliano la parola PAX e un grande TAU, la mole bianca della Basilica Superiore; sullo sfondo, quasi sfumati, come per non distogliere l’attenzione dello spettatore, il verde della piana umbra e l’azzurro del cielo.
La Basilica di S. Francesco gode di uno status privilegiato, essendo insieme a quella di S. Maria degli Angeli, una delle due sole basiliche patriarcali fuori di Roma, e la sua silhouette è nota in tutto il mondo quasi quanto la figura del Santo di cui ospita le spoglie. Temo che il piazzale antistante sia gremito di gente, invece di turisti non ce ne sono molti, o comunque meno di quanti me ne aspettassi; perciò discendo fino all’elegante facciata, in cui con sobrietà si fondono gli stili romanico e gotico, e dal doppio portale entro nell’unica navata dell’interno.

Alla luce del pomeriggio che irrompe anche dal rosone della facciata e dalle alte finestre gotiche laterali si aggiunge quella artificiale di potenti riflettori (preparati forse per qualche prossima ripresa televisiva o cinematografica); perciò tutta la navata è perfettamente illuminata e non posso attribuire a mancanza di luce la mia difficoltà a individuare buona parte di personaggi, luoghi ed eventi rappresentati su quelle pareti. Provo con molta fatica a seguire le “storie” dipinte che, partendo dall’alto e dalla parete destra, seguono come in una sorta di gigantesca storia a fumetti, la narrazione dell’Antico Testamento e dei Vangeli, per concludersi più in basso con gli eventi legati alla vita di Francesco.
In tutta umiltà non posso che invidiare la capacità che avevano gli uomini del passato (zotici e analfabeti compresi ) di “leggere” quegli affreschi in cui arte, religione e storia formavano il bagaglio di saperi condivisi della comunità medioevale. Me la cavo un po’ meglio -ma non benissimo- con gli affreschi di Giotto, che mi permettono di riconoscere gli eventi più risaputi della vita della vita del “poverello di Assisi”.
Per recuperare un po’ di auto-considerazione vado in cerca delle due Crocifissioni di Cimabue che hanno impressionato la mia fantasia fin dalla prima visita alla Basilica; le trovo ai due lati del transetto e tuttora come in passato mi colpisce l’espressività quasi soprannaturale di quelle figure al negativo che -al di là delle intenzioni dell’autore- risultarono da un errato utilizzo della biacca per ottenere dei bianchi più vivaci.
Esco dirigendomi verso la Basilica Inferiore e qui per motivi che ignoro, di gente ce n’è molta di più; la maggior parte sta accalcata intorno alle bancarelle o sta sciamando fuori dall’ingresso. Provo a entrare, ma mi fermano subito, spiegandomi che è ormai vicina l’ora di chiusura.
Solo ora mi accorgo di che ore sono e mi rendo conto che non ho ancora presentato la Credenziale per ritirare il Testimonium, cioè l’attestato dell’avvenuto ciclo-pellegrinaggio. Cerco allora in fretta l’Ufficio del Pellegrino, o come si chiama, ma una specie di custode mi dissuade, spiegandomi che non troverei nessuno, perché “quelli, tanto, non si fanno mai trovare e poi, anche quando ci sono, …”. Tutt’al più posso lasciare a lui la Credenziale e provare a ripassare domani nel primo pomeriggio, caso mai lui fosse riuscito a ottenere il documento. Interdetto, gli spiego che domattina vorrei ripartire, ma lui non può farci nulla. Deluso, forse più dalle tensioni e dalle rivalità così poco francescane che si respirano in quell’ambiente, che non dal mancato ricevimento del Testimonium, torno sui miei passi e mi dirigo di nuovo verso il centro.
La massa dei turisti si è ormai spostata su via Giorgetti e soprattutto via S. Francesco, che percorre in su e in giù, ignorando chiese, palazzi, musei e pinacoteche a favore di negozi o botteghe d’ogni genere, bar, paninoteche e ristoranti; le gelaterie, poi, sono letteralmente prese d’assalto, ma è comprensibile, considerando che, a dispetto dell’ora, la temperatura non sembra voler calare, anzi muri e selciato restituiscono con gli interessi il calore accumulato durante il giorno.
Anch’io, terminato il mio pseudo-tour “culturale”, ciondolo per le strade, del centro prima, poi delle zone un po’ più periferiche, per facilitare alle mie gambe il riassorbimento della stanchezza; infine, quando le ombre della sera hanno definitivamente preso il sopravvento, mi decido a rientrare verso piazza del Comune.
Musicisti di strada, camerieri indaffaratissimi, stranieri in braghe corte, adolescenti in cerca di avventure, bulletti di borgata, ragazzini imbrancati, si contendono il poco spazio tra tavolini, gradinate e bivacchi improvvisati: della Assisi spirituale rimane ben poco. E le mie aspirazioni al momento non sono certo più nobili: un appetito improvvisamente imperioso e un’insegna che promette cibi tipici, mi spinge a sedermi in un locale microscopico, ma felicemente deserto di via S. Rufino.
Dopo molte incertezze, ordino strangozzi al sugo verde, verdure grigliate e birra alla cameriera, una ragazza sicuramente straniera dal volto triste che si è ravvivata a vedere il primo e forse unico cliente della serata. Mentre è sul punto di portarmi il primo piatto, mi accorgo di aver lasciato il portafogli in hotel. Glielo dico e mi alzo assicurandole che sarò di ritorno tra pochi minuti, ma vedo che sul suo viso si dipinge delusione e diffidenza. Anche per questo il mio percorso di andata e ritorno è una corsa più che una camminata. Quando mi risiedo al tavolino trovo ad aspettarmi la pasta fumante e la birra che la ragazza mi ha fiduciosamente servito.

Dopo cena l’hotel è troppo vicino e la stanchezza troppo invadente perché io mi conceda una passeggiata più lunga. Prima di addormentarmi, scribacchio un po’, guardo senza interesse qualche spezzone di programma televisivo e poi spengo la luce.
Oggi percorsi 58,6 km in 4h:13′ alla media di 13,9 km/h (1.310 m. in salita, 1.380 in discesa)

6) ASSISI-LIVORNO
Giovedì 11 Giugno
La mia esperienza francescana volge al termine, ma ho ancora dei conti in sospeso con Assisi. Perciò dopo una colazione che mi convince una volta di più della bontà dell’hotel, faccio i bagagli, controllando di non aver dimenticato nulla in camera. Alla reception saldo il conto, saluto e ringrazio per il favorevole trattamento ricevuto, scambiando le immancabili quattro chiacchiere col proprietario. Quindi ritiro la bici dal garage e mi avvio per via S. Paolo diretto alla Basilica, per visitare la chiesa inferiore e ottenere il testimonium.
Sono le 9 passate e già le comitive dei turisti si avviano a frotte verso il Santuario, costringendomi a continui slalom. Lego la bici a un palo e, mentre estraggo la Credenziale dal marsupio, vengo folgorato da una constatazione: ho lasciato il portafogli sul bancone dellareception. E’ la seconda volta in poche ore che si verifica questo tipo di lapsus; chiedo consiglio al dr. Freud, il quale mi rifila dal dr. Jung, il quale mi spedisce dal dr. Alzheimer… Li mando a quel paese tutti e tre e mi precipito in bici risalendo con affanno via S. Paolo e chiedendo strada e zigzagando nuovamente fra i turisti sorpresi di rivedermi. Un’auto mi blocca a metà salita ingombrando deliberatamente la via e sto per dirgliene quattro, ma mi accorgo che si tratta del proprietario dell’albergo che con felice intuizione è venuto a cercarmi qui, per restituirmi ciò che ho dimenticato. Riprendo la strada per il Sacro Convento e ancora una volta devo attraversare il muro umano della solita comitiva che mi saluta con ululati e sberleffi in non so quale lingua.
Entrando nella Basilica Inferiore dal bel portale gotico, si rimane subito colpiti dalla differente atmosfera che si respira qui rispetto alla parte superiore del complesso: la volta molto bassa, priva dello slancio goticheggiante della chiesa soprastante e la penombra dovuta a mancanza di luce solare diretta, creano un’atmosfera raccolta e meditativa quasi notturna, che le volte blu delle campate punteggiate di stelle accentuano. Alle pareti ci sono affreschi relativi alla Passione di Cristo e alla vita di Francesco, ma quello che maggiormente mi attira è più avanti una scalinata che sembra ingoiata dal sottosuolo e conduce alla tomba del santo.
Scendo nella cripta. In fondo alle scale, che lo isolano ancora di più dal mondo esterno, si apre il locale che ospita le spoglie del fraticello; è più ampio di come lo ricordavo dalla prima visita, qualche decina di anni fa; nel vestibolo sono collocate due file di panche in cui poche persone sono inginocchiate a pregare o a meditare nella penombra e nel silenzio. Invisibili lampade incassate nella parete illuminano di tenue luce indiretta la bassa volta di pietra che costituisce una sorta di guida luminosa verso l’altare con i resti di Francesco, che si trova in fondo.
Il locale, ora circolare, è totalmente dominato dalla mole massiccia del pilastro che racchiude il sarcofago. Qui, pochi anni dopo la morte avvenuta alla Porziuncola di S. Maria degli Angeli, le spoglie del santo vennero traslate definitivamente, dando origine a un pellegrinaggio incessante che col tempo non è venuto meno; anzi di recente ai tanti visitatori in carne e ossa si sono aggiunti quelli virtuali, molto più numerosi, dopo che all’interno della cripta è stata attivata una webcam.
La scelta del luogo di sepoltura risale allo stesso Francesco e va intesa come un atto di umiltà in linea col pensiero e il carattere del frate: prima della sua morte la località che successivamente ospitò la duplice Basilica era considerata un “collis inferni “, in quanto luogo deputato alle esecuzioni capitali e richiamava alla mente il Golgota della crocifissione del Cristo, alla cui imitazione Francesco consacrò l’esistenza.
In qualche modo anch’io mi lascio contagiare da questa atmosfera di pace, silenzio, separazione dal mondo e uno strano dialogo senza risposte si verifica con queste pietre, nelle quali sento, come non mai durante il mio viaggio, aleggiare la presenza di qualcosa che non so spiegare se non come suggestione o tracce di una religiosità scomparsa da anni o un semplice riflesso nello specchio della mia coscienza.
Non so quanto tempo è passato; poi, a un tratto, come quando al telefono l’interlocutore chiude la conversazione o la linea cade all’improvviso, mi ritrovo solo, con quella parte di me stesso che, come un bambino insofferente, si annoia perché non sa che fare e tira la giacchetta all’accompagnatore adulto.
Do un’occhiata frettolosa alle nicchie ricavate tutt’intorno nel muro di fronte al pilastro; contengono i resti dei compagni più cari a Francesco, Masseo, Leone e altri che non rammento, oltre a Jacopa de’ Settesoli, la nobildonna romana devota a Francesco il quale ricambiava chiamandola scherzosamente “Frate Jacopa”. Solo ora comprendo il perché di jacopadue, quello strano nominativo che precede la @ nell’indirizzo mail di Angela Seracchioli, l’autrice della mia Guida. Infine esco.
Riemergo alla luce e al mondo, con tutto il suo evitabile schiamazzo (e non solo in senso acustico) di turisti di ogni età, a cui si aggiungono le maestranze di una troupe televisiva o cinematografica che si appresta a girare una fiction. <Dribblando operai, vigili, bancarellai e ragazzini, mi dirigo al baracchino del custode a cui ieri ho chiesto informazioni sul testimonium.
Lui mi riconosce e, con un’espressione non so se più desolata o irritata, mi fa capire che non c’è niente da fare, poi mi suggerisce di provare giù a Santa Maria degli Angeli. Quando sto per andarmene rassegnato, mi richiama e mi dice di attendere un momento. Va in non so quale ufficio lì vicino e dopo neanche cinque minuti è di ritorno; dopo aver trafficato un po’ in un cassetto del suo sgabuzzino, tira fuori un timbro e mi stampa sulla Credenziale il sello del Sacro Convento; poi mi chiede se sono capace di scrivere “con una bella calligrafia in stile antico”. Infine, senza nemmeno aspettare la risposta, tira fuori un rotolo in cartoncino e me lo consegna occhieggiando di qua e di là furtivamente: è il testimonium, rigorosamente in bianco, che dovrò riempirmi per conto mio, naturalmente con una grafia “in stile antico”, come si raccomanda il mio interlocutore. Lo snellimento della burocrazia tramite autocertificazione sta diventando universale: siamo nell’era del documento fai-da-te anche in campo religioso.
Ancora sotto l’effetto del contrasto tra l’esperienza “misticheggiante” della cripta e quella molto più terrena del testimonium, risalgo verso Porta San Giacomo, in cerca della chiesa di San Giacomo de Murorupto. La trovo quasi subito e una suora tanto disponibile, quanto competente, mi fa da guida.

La chiesa, che deve il suo nome al fatto di essere stata costruita presso un tratto di mura romane in rovina, è molto antica -dell’ XI secolo circa- antecedente quindi alla nascita di Francesco. Del chiostro rimangono un bel pozzo e un lato del porticato, che vi si apre con bifore e colonne poco elaborate. All’interno si entra in un locale piuttosto angusto ad un’unica navata con pavimento in cotto e pareti in pietra assolutamente disadorne, se si eccettua un affresco dedicato a santa Caterina e un altro alla Vergine col Bambino. In fondo, un po’ fuori asse, un abside e due cappelle.
Da un punto di vista architettonico non è una chiesa da ricordare per la sua imponenza, eleganza o ricchezza; ma è proprio questa sua povertà ad affascinare e a sembrare in sintonia col messaggio francescano ed è suggestivo immaginare -cosa peraltro assai probabile- che Francesco da bambino vi si recasse per la messa e come me osservasse un crocefisso posto nel transetto o rimanesse abbagliato dalla lama di luce che da una finestrella dell’abside irrompe nella navata. Dopo un rapido passaggio nella sacrestia (che ha un’intera parete occupata da un affresco con la Madonna e vari santi tra cui Francesco, naturalmente), la suora mi mostra una porticina che sale all’esterno: mi ritrovo nuovamente sotto la luce del sole ad ammirare dall’alto le mura (o ciò che ne resta) che hanno dato il nome alla chiesa, la Rocca di Assisi, la torre di Porta San Giacomo, le colline da cui sono disceso ieri e una parte della campagna sottostante.
All’uscita dalla chiesa ricevo anche il sello, uno dei più belli del Cammino. Sono soddisfatto di questi minuti passati a San Giacomo de Murorupto, tanto più che né prima né dopo di me ho visto arrivare qui altri visitatori; evidentemente è una meta fuori dal consueto percorso turistico; e questo, lo confesso, stuzzica il mio orgoglio un po’ vanesio.
Ci sarebbe ancora molto da vedere ad Assisi, a cominciare da Santa Chiara, Santo Stefano, l’Eremo delle Carceri, San Damiano… ma considerando il poco tempo disponibile che mi rimane (verso l’ora di pranzo vorrei essere alla stazione di S. Maria degli Angeli per cercare per tempo un treno che mi riporti a casa non troppo tardi), la scelta quasi obbligata si concentra su San Damiano, l’unica che non ho mai visitato. Dalla piazza inferiore di S. Francesco scendo su via Frate Elia e poi continuo su Borgo S. Pietro fino a all’indicazione per la chiesetta.

Ormai il centro di Assisi con le sue bancarelle, i bar, i turisti è lontano ben più di quanto possa indicare il contakm: la strada scende stretta e tortuosa in un ambiente campestre in cui la presenza umana è rarefatta fin quasi a scomparire, nonostante siano le ore centrali della mattinata. All’ultima curva, ecco uno slargo e il cartello che indica l’oratorio in fondo a un vialetto costeggiato da siepi e cipressi.
Imbocco la stradina, lasciandomi a destra un prato con un oliveto in mezzo al quale c’è una statua bronzea a grandezza naturale che raffigura il santo seduto intento a dialogare con gli uccelli e in effetti il cinguettio che sento distintamente, accompagnato da un frullare d’ali, non è frutto di autosuggestione, ma corrisponde realmente a un assembramento di passerotti che sembrano voler dimostrare così la loro fratellanza con l’effigie del santo. Sullo spiazzo c’è solo una coppia di visitatori che sta entrando sotto il portico d’ingresso, sormontato da una semplice facciata con un rosone in posizione asimmetrica. A differenza della Basilica, del Duomo e delle chiese più famose di Assisi, anche questa chiesetta, come S. Giacomo, è fuori dal grande circuito turistico ed è riservata soprattutto ai pellegrini.
Lasciata da parte la bici, raggiungo anch’io il portico, in fondo al quale a destra un affresco rappresenta l’Annunciazione; attraverso una porta a sinistra passo nel chiostro di pietra chiara, conservato perfettamente e ravvivato da fiori disposti sotto le arcate, lungo le aiuole al centro e perfino nel secchio che pende sopra il pozzo. Sopra le tegole del porticato si affacciano ordinate le finestrelle del primo piano, che ospitano, credo, una comunità di frati.
Ma non è l’estetica né la struttura architettonica quello che conferisce rilevante importanza a questo luogo, bensì il fatto che qui è cominciato tutto, con quel crocifisso che parla al giovane figlio di Bernardone e gli chiede di riparare la sua casa, destando in lui la consapevolezza che oltre al mondo della ricchezza, del prestigio, dei piaceri terreni c’è ben altro (con una “rivelazione” che mi fa venire in mente quella che rivoluziona la vita di Buddha 1500 anni prima); è qui che Francesco si nasconde al padre infuriato che non accetta la sua scelta di vita; è qui che da parte sua e di Chiara vennero operati alcuni miracoli; è qui che Chiara fonda l’ordine delle Clarisse e infine è qui che poco prima della morte viene composto il Cantico delle Creature.
Entro nella chiesetta, che presenta qualche somiglianza con quella di S. Giacomo de Murorupto: l’unica navata, l’irregolarità dell’abside, l’aspetto spoglio, la penombra e il silenzio. A mitigare la severità del luogo è solo quel crocifisso, (o meglio una copia dell’originale, un’icona bizantina che rappresenta il Cristo a occhi aperti trionfante sulla morte) che fu all’origine della missione e della nuova vita di Francesco. Qui, nel cuore di San Damiano, ritrovo la coppia di visitatori raccolti in preghiera, immobili, con la testa sul petto. Prima di lasciarli, mi chiedo, senza l’ombra di irriverente ironia, se sono riusciti a colloquiare in qualche modo col crocifisso che cambiò la vita di Francesco e, attraverso lui, di molti altri.
Conclusa la mia visita assisana, è tempo di dirigermi velocemente verso la stazione ferroviaria. Le strade che percorro o incrocio scorrono ormai perfettamente pianeggianti in mezzo alla campagna e portano tutte nomi significativi connessi al santo: via Cantico delle Creature, via Frate Sole, via Francesca… Sono tentato di fare un salto alla Porziuncola, ma poi, guardando l’ora e i pullman turistici parcheggiati, desisto; do un’ultima occhiata alla collina su cui è adagiata Assisi e infine raggiungo la stazione.

Sono eccezionalmente fortunato: tra neanche mezzora parte un interregionale, oltretutto con carrozza per il trasporto bici, che con il solo cambio a Firenze, mi riporterà a Livorno in quattro ore e mezzo circa. Il tempo di fare il biglietto per me e per la bici (solo 3,5 € indipendentemente dalla lunghezza del percorso: il costo molto contenuto è una forma di compensazione per come sono presi in considerazione coloro che, italiani o stranieri, decidono di viaggiare in treno con la bici al seguito), di mangiare un boccone, di caricare il mio bolide sul treno ed eccomi già in viaggio.
Il paesaggio sfila veloce dal finestrino, dissolvendo i contorni di alberi, pali, siepi, case, in sbavature confuse di linee e superfici; anche la pianura e le colline lontane sono macchie imprecise di colore che dopo un po’ non destano più interesse. Lo scompartimento è vuoto; l’unico occupante dopo un po’ è andato nel vano attiguo in cui ho lasciato la bici. Un paio di minuti più tardi, fingendo di dover cercare qualcosa nella borsa anteriore della mia Tommasina, entro nel vano riservato al trasporto bici, che trovo invaso da fumo, non propriamente di tabacco. Lo sguardo del giovane è tra il vacuo e il dubbioso.
Torno al mio posto a sedere, lasciandolo alla sua canna; non ho titolo per dirgli nulla, come non ne ho avuto per una coppia di pellegrini che poco prima con la loro radiolina a tutto volume inondavano la sala d’aspetto con gli sproloqui di un fazioso predicatore di Radio Maria. A ciascuno la sua droga. Io pure ho la mia, del resto, visto che sono un ciclo-dipendente in misura maniacale, a detta di chi mi conosce, e sono ben consapevole che nel mio modo di viaggiare non sempre do prova di equilibrio e assennatezza …

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Ora che il viaggio è terminato, sento che dovrei trarre le mie valutazioni conclusive, ma il dondolio del vagone abbinato alle folate di aria calda mi conciliano il sonno più che la riflessione. Dopo aver sonnecchiato un po’, col senso di colpa di non stare utilizzando al meglio questi ultimi scampoli di viaggio, per scacciare il torpore riprendo in mano la Guida che mi ha accompagnato durante il percorso, (anche se spesso ho letto solo a fine tappa quel che avrei dovuto conoscere al momento della partenza al mattino) e la sfoglio a caso.
Nelle pagine introduttive Angela Seracchioli dedica spazio a raccontare la genesi di questo Cammino che lei per prima ha ricercato con passione, riscoprendolo o reinventandolo, per farne poi dono alla crescente massa di coloro che in un pellegrinaggio vanno in cerca non tanto di nomi geografici su cui porre la bandierina del “Ci sono stato anch’io”, né di tracce storiche o di paesaggi mozzafiato e nemmeno di vacanze a buon mercato o di imprese agonistiche più o meno estreme, quanto di qualcosa di ben riposto nell’intimo di se stessi. E’ inevitabile, a questo punto rivolgersi una domanda tante volte affiorata e frettolosamente rimossa: Che razza di pellegrinaggio è stato il mio viaggio?
Civettando un po’ con le parole, fin dal Cammino di Santiago, ho usato il termine bicigrino, un neologismo spagnolo che sta a sottolineare il connubio tra bicicletta e pellegrinaggio. È chiaro che, al di là dell’uso ironico dell’espressione, io lo sono solo a metà: viaggio sì in bici, partendo ogni volta da casa, seguendo i percorsi consacrati del pellegrinaggio religioso e utilizzandone le apposite strutture di accoglienza povera, ma perché mosso da interesse (mescolato a curiosità, probabilmente ammirazione e forse, inconsciamente, da una punta di nostalgia) verso una spiritualità che non mi appartiene più ormai da decenni. Il vero pellegrinaggio è ben altro e pure nella maggioranza di coloro che si muovono animati dalla fede, non so quanti siano quelli che potrebbero a buon diritto definirsi pellegrini. Facile nel XXI secolo mettersi sulle orme materiali di Francesco, ad esempio, e, magari con l’aiuto della tecnologia, percorrerne i sentieri, per quanto impervi possano rivelarsi. Ben altro è condividere e intraprendere lo stesso cammino spirituale, anche senza giungere a ripetere tutte le sue radicali scelte di vita.
D’altra parte, ci sono vari modi di intendere e di effettuare un pellegrinaggio: accanto a quello originario nato a scopo devozionale, per visitare un luogo sacro, o per chiedere l’intercessione del santo, ovvero per rendergliene grazie, era diffuso anche il cosiddetto pellegrinaggio giudiziale (oggi curiosamente tornato di moda in alcuni Paesi europei) che imponeva a chi era stato riconosciuto colpevole di qualche reato o peccato di scontare una pena “alternativa” al carcere recandosi a Santiago, Roma o Gerusalemme (magari anche per rinforzare le fila dei combattenti nelle Crociate che non per niente vennero chiamate pure “pellegrinaggi armati”); paradossalmente, poi, questa penitenza poteva essere espiata pure per conto terzi, se un ricco o potente trovava qualcuno disposto a compiere l’impresa al posto suo ed è curioso che, proprio per la gran quantità di delinquenti e vagabondi che affollavano le vie di pellegrinaggio per ottenere il perdono giudiziale, ai tempi di Carlo Magno le autorità ecclesiastiche avessero posto un freno a questo tipo di viaggi.
Ma la Chiesa in genere incoraggiò ed estese la pratica del pellegrinaggio anche perché dalla visita ai vari santuari in cui erano custodite e venerate le reliquie di santi (fasulle nella maggior parte dei casi), traeva una fonte non indifferente di finanziamento.
Del resto che dietro la pratica o l’esortazione al pellegrinaggio fossero nascoste motivazioni che di religioso e spirituale avevano ben poco, è cosa nota e verificabile a tutt’oggi. Ne fanno fede, ad esempio, tutti quei tentativi da parte di assessori, associazioni ed enti turistici locali di dirottare l’itinerario ufficiale verso il proprio paesello, da un lato, e tutti quei turisti camuffati da pii pellegrini solo per scroccare un letto senza pagare, dall’altro. Nel Cammino di Santiago, ad esempio, ho assistito personalmente all’arrivo di un’auto sportiva con un gruppetto di giovani che, dopo essersi sommariamente cambiati d’abito con un abbigliamento più “pellegrino”, sono entrati in un vicino albergue spacciandosi per caminantes stanchi e devoti; mentre in un ostello a offerta libera poco dopo Siena ho visto una donna far finta di depositare il suo obolo nella cassetta per i donativi.
Ciò non toglie che il pellegrinaggio possa avere ancora oggi un significato, magari più simbolico che letterale, di rito iniziatico di passaggio, possa costituire un’opportunità di rinascita, di trasformazione interiore verso un uomo nuovo. Resta comunque un’esperienza che, per quanto ho imparato, offre la possibilità di ri-conoscersi “dentro”, nell’animo (se non nell’anima) attraverso i messaggi del corpo, la fatica, il sudore, il dolore, le ansie; ma insegna anche a ricollocare se stessi rispetto al mondo, sia quello “piccolo” delle cure quotidiane sia quello più vasto della natura, della sua bella d’erbe famiglia e d’animali, nonché dell’umanità intera, se si riesce a superare timori e diffidenze verso l’altro da sé e a coglierne al di là delle apparenti differenze, una sostanziale fratellanza attraverso la condivisione e l’ospitalità.
Siamo tutti “Pellegrini e forestieri, per sempre” – dice la Seracchioli, riprendendo le parole di Francesco – è vero, ma siamo anche Cercatori. Si tratta di una “cerca” meno appariscente, ma non più facile, perché il cammino non si avvale di vie o mezzi di comunicazione già tracciati e facili da seguire, e soprattutto l’oggetto della nostra ricerca, alla stregua di un nuovo Graal, non solo non è dato sapere dove e quando lo si raggiungerà, ma nemmeno se e cosa si troverà; eppure il Cercatore ugualmente va. A me piace figurarmelo proprio come un pellegrino, uno di quei viandanti che nel Medioevo partivano da casa, con sanrocchino, bisaccia e bordone, ma senza nessuna certezza che sarebbero tornati. La sua è la figura archetipica del viaggiatore che non si ferma mai, come l’Ulisse dantesco, o dell’esploratore, ma con molta più umiltà, perché è consapevole della propria fragilità e si fa forestiero in terra straniera senza presunzioni di superiorità rispetto alle genti e ai luoghi che lo ospiteranno e negli altri cerca la scintilla dell’umanità, della fratellanza. Questo è il tipo di pellegrino a cui credo di somigliare maggiormente (o almeno mi piacerebbe).
Con questa figura di pellegrino si sposa perfettamente anche il personaggio a tutto tondo di Francesco, che sarebbe limitativo ridurre all’immagine monodimensionale del santo mite che parlava di pace e amore universale, baciava i lebbrosi, amava gli agnellini, comunicava con gli uccelli e convertiva i lupi, senza cogliere la sua intransigenza sulle questioni di fondo, il rifiuto del compromesso, la capacità di accettare con “perfetta letizia” tutte le avversità, il rigore nell’imitazione di Cristo, la dura disciplina penitenziale nell’imporre sacrifici a se stesso e a chi decide di seguirne l’esempio.
E’ evidente che sarebbe un errore anche considerare il figlio di Bernardone d’Assisi quasi un mix di Che Guevara medioevale, di moderno Jesus Christ Superstar e di Bodhisattva umbro, una via di mezzo tra il santino buonista del fraticello dolce e tollerante (lui che era tutt’altro che tollerante verso le proposizioni di fede non ortodosse) e l’icona di rivoluzionario e contestatore ante litteram (lui che non si sognò mai di mettere in discussione l’obbedienza cieca al clero, per quanto ricco e corrotto, del suo tempo). In realtà fu proprio il suo atteggiamento di deferenza verso la gerarchia e la totale accettazione delle posizioni teologiche e dottrinali della Chiesa che lo salvarono da quelle scomuniche o pericolose accuse di eresia, che colpirono invece altri predicatori o appartenenti a ordini mendicanti medioevali, i quali ritenevano la povertà e la rinuncia ai beni materiali e al potere non solo una scelta volontaria del singolo ma un obbligo riguardante l’istituzione ecclesiastica stessa.
Tuttavia, credo, vi sono dei valori nella predicazione francescana a cui anche il non cristiano o l’ateo possono laicamente aderire: l’amore verso il prossimo, a cominciare dalla solidarietà e dal soccorso verso i più deboli, l’amore per la pace e la disponibilità al dialogo, l’amore per la natura e la riconsiderazione dei rapporti dell’uomo con gli animali e il territorio, la rivalutazione della ricchezza interiore rispetto a quella puramente materiale.
Detto questo, quella di Francesco, uomo per alcuni o santo per altri, è comunque una figura cattolica – anche nel senso etimologico di “universale” – carismatica e non c’è bisogno di essere cristiani ferventi per sentirsene attratti, come dimostra la simpatia che ha riscosso pure presso culture diverse dall’occidentale.
A lui, pur così distante dal mio modo di essere, è andato non poche volte il mio pensiero, non solo in virtù della toponomastica di piazze e strade o per i luoghi di culto collegati al suo nome, ma anche nei momenti in cui emergeva l’improvvisa bellezza di un paesaggio naturale ancora intatto oppure quando le difficoltà del cammino mettevano in discussione il mio entusiasmo.
Negli altri cicloviaggi non mi era capitato con la stessa frequenza che il profumo della primavera inoltrata, lo sciacquio di un ruscello, una distesa di papaveri, il profilo azzurrino delle colline al tramonto, l’attraversamento improvviso della strada da parte di un animale mi riportassero alla mente il suo Cantico delle Creature, oppure che l’asperità del percorso, gli errori, gli incidenti, la stanchezza, gli imprevisti meccanici, le avversità o meteorologiche mi inducessero a riconsiderare ogni inconveniente alla luce del concetto di “perfetta letizia”. Di questo, dunque, devo essere grato a un uomo non bello, non prestante, né particolarmente dotato in campo culturale o artistico, nato in una cittadina qualunque dell’Umbria di otto secoli fa.
Oggi percorsi 10,1 km in 0h:30′ alla media di 20,2 km/h (40 m. in salita, 130 in discesa)

Altre immagini, informazioni e link utili per chi volesse percorrere questo cammino nel sito di Perluigi: http://ciclosofista.xoom.it/CamminoSanFrancesco.htm

 

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