Da Siena al Sahara attraverso il Marocco

di Gianni Giatti –
Attraverso le vetrate della nave veloce, osserviamo il porto di Algeciras che si allontana. Proprio 3 anni fa, nel 2000, mentre lasciavamo questi posti, avevamo dato per scontato che saremmo ritornati. Camper uno e camper due si trovano quindi per la quarta volta a navigare davanti alla rocca di Gibilterra in direzione del Marocco.
Il viaggio però è ancora a rischio, in quanto uno dei passeggeri del camper 2 si trova con un braccio ingessato in seguito ad una caduta, e su consiglio del medico, sarebbe opportuno entro otto giorni rifare una lastra per stabilire se sia il caso di proseguire o ritornare a casa. Considerato che comunque impiegheremmo non meno di 5 giorni per tornare indietro, decidiamo di stazionare una settimana nelle vicinanze di Tangeri dove c’è un piccolo ospedale italiano, nell’attesa di poter rifare la lastra.

Dopo circa un’ora approdiamo al porto di Ceuta. Ci rendiamo subito conto che in seguito alle disposizioni del nuovo Re, le lungaggini burocratiche per ottenere il visto d’ingresso per i turisti sono quasi del tutto sparite.

Per la popolazione marocchina che si presenta alla frontiera per acquistare generi da loro introvabili, si apre invece un inferno dantesco, con decine di persone che aggirano i controlli arrivando dal mare o dalla montagna, mentre un centinaio di grandi taxi (le vetture che sostituiscono i nostri autobus), attendono le persone stracariche di merce per riportarle a casa. Questo scenario mi riporta indietro di 25 anni quando per la prima volta nel 1978 approdai a questa frontiera, e noto che da allora non è cambiato quasi niente.

Sbrigate le pratiche doganali ci mettiamo in marcia verso Tangeri che dista un centinaio di km. Raggiunto un punto panoramico, ci fermiamo per il pranzo. Il forte vento che soffia dal mare, ci impedisce di sentire i piccoli rumori di un gruppo di ragazzini che stanno tagliando gli ancoraggi delle biciclette e che solo casualmente riusciamo a scoprire e mettere in fuga.

Una volta preso l’appuntamento con l’ospedale, ci dirigiamo verso Asilah, la prima cittadina che si trova dopo Tangeri, dove sostiamo per un paio di giorni, spostandoci in seguito di un centinaio di km. più a sud a Mulay Busselham in una spiaggia al riparo dal vento.

Qui sostiamo per altri 3 giorni alternando passeggiate a momenti di completo relax all’ombra delle piante del campeggio, buttando di tanto in tanto l’esca nella pescosa baia, nella quale non è difficile procurarsi la cena con del pesce pregiato.

All’alba mentre il pastore porta le mucche al pascolo, e i pescatori calano le barche in mare, mi godo i colori riflessi nell’acqua del sole che sta per sorgere.
Nella tarda mattinata, la spesa è l’occasione per fare un giro in paese dove tutti i giorni ha luogo un piccolo mercato, con i prodotti della campagna circostante.

Mancano ancora due giorni all’appuntamento con l’ospedale. Il camper 1 si sposta ancora più a sud a Oualidia, mentre noi del camper 2 cominciamo l’avvicinamento verso Tangeri andando a visitare la città di Tetouan. Se non ci saranno problemi con la frattura, ci ritroveremo fra 3 giorni a Oualidia, altrimenti decideremo per il rientro.

Il campeggio di Martill sulla sponda mediterranea non è molto grande, ma di recente costruzione e completo di tutto. Inoltre si trova a 300 m. dalla spiaggia e lontano dal traffico della grossa arteria che conduce a Tetouan.

Alle sette, l’ora ideale per il jogging, la lunga passeggiata a mare è movimentata da gruppi di persone che a passo più o meno spedito passeggiano in su e in giù, mentre alcuni giovani sulla spiaggia, nonostante l’ora insolita, sono già intenti a rincorrere un pallone.

In lontananza noto qualcosa muoversi sulla sabbia. Qualche attimo più tardi, scopro che si tratta di un barbone che dopo essersi preparato un giaciglio, ha trascorso la notte sulla spiaggia e sta ora ripiegando i teli di cellophane che lo ricoprivano dall’umidità.

Alle otto ci mettiamo in marcia verso il centro abitato dove prenderemo un taxi che in un quarto d’ora ci condurrà in città.

Tetouan è visibile già da molti km. di distanza, per le sue bianche case che rivestono la collina. Considerata la capitale del Rif, è una città diversa da tutte le altre, per la sua disposizione stratificata in altezza.

Dopo esserci inerpicati lungo strette vie, giungiamo nella parte bassa e centrale della città, dove ampi viali alberati, ridotti a zona pedonale conducono verso la piazza principale, con il Palazzo reale.

Possiamo dire che a Tetouan esistono due città in una: quella più vecchia e ristrutturata, con i palazzi, le banche e i grandi negozi nella parte bassa, mentre nella parte superiore, si trova la Medina con le abitazioni più fatiscenti, collegata da grandi scalinate che ne formano un corpo unico.

Il centro storico risulta molto ben ordinato e pulito, ed è piacevole passeggiare per i viali assolati in questo scorcio di febbraio, la temperatura sin dalle prime ore del mattino è mite, mentre durante il giorno il sole riscalda gradevolmente.

Per le strade è un brulicare di bambini che si recano a scuola e gente che si avvia al lavoro, mentre nella piazza principale, gruppi di imbianchini e altri lavoratori stazionano in attesa di un ingaggio.

Attraversata una porta ad arco, ci immettiamo nella Medina. La prima parte è caratterizzata dalla strada degli orafi, la via su cui si affacciano le botteghe dei cesellatori che espongono le loro creazioni in oro. E’ curioso notare che nonostante il grande valore della merce esposta al pubblico, non ci siano sistemi di sicurezza o impianti di allarme, come non si notano in giro guardie o personale addetto alla sorveglianza.

Proseguendo lungo alcune volte, ci spostiamo nella zona artigianale con i laboratori dei falegnami, lattonieri, fabbri e qualsiasi altro tipo di lavoro. Notiamo che nonostante la zona sia piuttosto decrepita, si cerchi di mantenere un certo ordine e pulizia.

Più avanziamo verso l’interno della Medina e più i vicoli si fanno intricati. Attraversiamo piazzette dove minuscoli negozietti espongono coloratissime spezie che emanano forti odori, mentre chiunque abbia qualcosa da vendere, anche solo una pelle putrida scuoiata qualche giorno fa in occasione della festa del montone, si ferma in attesa di qualche eventuale compratore.

Quando il proseguire comincia a diventare difficoltoso per la calca delle persone che si incontrano, ci rendiamo conto di essere giunti nella zona del mercato della frutta e verdure fresche.

Questa è la parte più colorita di tutta la Medina. Centinaia di negozietti, botteghe, piccoli artigiani, minuscoli spazi dove due tavoli e un fornello su di un bancone costituiscono un ristorante, merce di ogni tipo esposta lungo i vicoli, contadini che seduti dove possibile, vendono i prodotti dei loro orti, con la folla che ogni tanto si fa da parte per lasciar passare i carretti che riforniscono con verdure e pesce fresco i punti di vendita. Il tutto tra un vociare di prezzi da parte dei venditori che reclamizzano i loro prodotti, mentre le massaie addette alle compere, passano toccano e contrattano cercando di strappare il prezzo più favorevole.

Dalla zona commerciale della Medina, partono delle ripide scalinate che portano alle abitazioni disposte su vari livelli privi di strade. Questa è la zona che negli ultimi anni ha avuto uno sviluppo spropositato e indiscriminato, ed ha ricoperto pian piano tutta la parte alta della collina.

Si tratta di un dedalo di viuzze collegate da sottopassaggi e scalinate sui quali si affacciano le modeste abitazioni della popolazione più povera, dove persone e animali convivono in spazi ristretti privi dei più indispensabili servizi, e dove l’acqua arriva ad un rubinetto posto di tanto in tanto al centro di un crocevia.

Prima di lasciare la Medina, acquistiamo verdure e pesce che cucineremo al campeggio. Trascorreremo poi il pomeriggio in spiaggia, in attesa di ripartire domani alla volta di Tangeri dove all’ospedale effettueremo il controllo della frattura.
Il fatto che Bruna stia tranquillamente facendo le parole crociate, sta a significare che la visita all’ospedale è andata bene, la frattura si è saldata e noi ripartiamo verso Oualidia, dove gli amici del camper uno saputa la notizia, ci stanno aspettando.

E’ curioso notare lungo l’autostrada alcuni contadini vendere i loro prodotti. Considerato che mancano ancora diversi chilometri per raggiungere i nostri amici, in serata decidiamo di fermarci a Casablanca e dare uno sguardo alla grande Moschea che domina la città, tralasciando qualsiasi altro tipo di interesse per una città tutto sommato moderna e quasi europea.

L’idea di costruire una grande moschea venne a Re Hassan II verso la metà degli anni ’80, che voleva per l’Africa del Nord una costruzione equivalente alla Statua della Libertà per gli Stati Uniti d’ America.

Il tempio nasce come pegno di fede nell’Islam, e vuole essere un’occasione religiosa mirata a difendersi dall’assalto della cultura occidentale, in seguito al processo di rilancio economico del Marocco e al travolgente sviluppo turistico.



Sorge così un colossale tempio musulmano, che per dimensioni risulta essere secondo
solo alla Moschea della Mecca, e il cui costo viene sostenuto da una sottoscrizione nazionale, a riprova del fervore religioso lanciato dall’iniziativa reale, coinvolgendo più di diecimila persone tra capimastri, muratori, carpentieri ecc. provenienti da ogni parte del Marocco, ai quali fu rilasciato un attestato di benemerenza per aver contribuito a costruire questa gigantesca opera d’arte che sembra galleggiare sulle acque dell’oceano.
La Moschea che può contenere 25.000 fedeli, ha un minareti alto 172 m. e sulla sua sommità è installato un raggio laser puntato in direzione della Mecca.
Al mattino ci rimettiamo in viaggio lungo la strada costiera, e dopo un paio d’ore ci troviamo a percorrere il lungomare che attraversa El Jadida, una città fortificata da ampi bastioni e proseguendo lungo la costa, verso mezzogiorno giungiamo in vista dell’inconfondibile minareto di Oualidia, la località balneare dove ci ricongiungeremo con il camper uno.
Oualidia è una piccola località balneare posta al riparo delle onde impetuose dell’oceano. Notiamo che negli ultimi tre anni ha avuto un enorme sviluppo edilizio senza subire grandi stravolgimenti ambientali. La baia le cui acque calme e calde richiamano una fascia di turismo selezionato (non a caso vi si trova una delle ville reali), è ricca di ricci ed è famosa per l’allevamento delle ostriche.

Nel pomeriggio ci dedichiamo a quella che è ormai diventata una tappa d’obbligo: la visita delle grotte lungo la scogliera.

Camminiamo per circa un’ora lungo l’interminabile spiaggia, fino a quando arriviamo a ridosso di una frastagliata scogliera il cui suolo spugnoso e pungente la rende simile ad un paesaggio lunare.

Ci mettiamo subito alla ricerca dell’ingresso che porta nella parte bassa quasi al livello del mare, ma inutilmente. Interpellati alcuni pescatori, veniamo a sapere che le forti onde hanno in parte eroso e inondato gli ingressi, rendendo impraticabili alcune grotte.

Finalmente riusciamo ad individuare un antro che ci condurrà lungo alcuni stretti cunicoli in un’ampia grotta da dove è possibile ammirare la forza impetuosa delle onde infrangersi contro le rocce.

Una volta ritornati al campeggio, trascorriamo il resto del pomeriggio nel più completo relax, in attesa di andare domani al grande mercato che si terrà nella periferia della cittadina.

Sin dalle prime ore del mattino c’è un grande movimento sulla strada principale che porta fuori dal centro urbano. Ogni sabato infatti nell’estrema periferia in uno spiazzo polveroso di 3÷4 ettari, si svolge un interessante suk.

Fin dalla sera precedente vengono montate le tende di questo grande mercato, che attira una moltitudine impressionante di gente dalle campagne circostanti, e che giungono sin qui a piedi, a dorso di mulo o stipati nei grandi taxi.

Ai margini del suk notiamo alcuni ragazzi con i loro birocci, che per qualche dirham sono pronti ad aiutare gli avventori nel trasporto di merci pesanti o animali.

Nonostante l’impatto che si ha venendo a contatto con questo mondo, la confusione che si ha camminando tra la gente è solo apparente. Se si ha intenzione di scegliere qualcosa di preciso, basta dirigersi direttamente verso una specifica zona, in quanto il mercato è suddiviso in settori: quello dei prodotti dell’agricoltura, la zona dei mestieri, il mattatoio, i punti di ristorazione e la vendita degli animali.

Nel mattatoio a cielo aperto posto in un angolo del mercato, durante le prime ore del mattino vengono sgozzati e issati a dei sostegni alcuni capi di bestiame. Una mezza dozzina di persone con affilatissimi coltelli sono pronti a scuoiarli e a sezionarli in quarti avendo cura di eliminare con delle pompe da bicicletta tutto il sangue dalle arterie. Successivamente verranno trasportati sui polverosi banchi e venduti al pubblico. Nella tarda mattinata, a seconda della richiesta avverrà una seconda macellazione.

Passando davanti alle tende di ristoro, notiamo i contadini che partiti di buonora, si rifocillano bevendo un bollente the alla menta che viene servito ad ogni angolo del mercato.

Sotto una tenda nella zona dei mestieri, ci rendiamo conto del valore del danaro per questi contadini guardando un vecchio artigiano, intento sopra due carboni accesi a riparare una vecchia teiera.

Qui tutto ha un suo valore, anche questo scarto di olio esausto recuperato chissà dove e che viene venduto in appositi misurini.

Lungo i viottoli del suk gli odori e i colori si mescolano a seconda della natura delle merci. Non esistono nomi, ne cartelli, tutto quanto è esposto si trova in vendita. Non si conosce il prezzo ne quanto si pagheranno gli oggetti. Si sarà soddisfatti dell’acquisto solo se contrattando, si sarà convinti di aver fatto un buon affare salvo poi ricredersi quando si verrà a sapere che qualcuno ha acquistato la stessa merce per la metà.

Molti sono gli imbonitori e i ciarlatani che con un minimo di dialettica hanno facile presa tra la popolazione ignorante e credulona anche tra i molti giovani, come il caso di questo pseudo guaritore, che dopo aver mescolato una decina di sostanze e averle fatte bollire ne fa assaggiare la bevanda esaltando le qualità terapeutiche per quasi tutte le malattie.

Una volta alla settimana nel mercato le persone hanno anche l’opportunità di farsi visitare da un medico. Riconosciamo infine sotto la solita tenda, il cavadenti che a distanza di tre anni si è notevolmente aggiornato, praticando alle pazienti prima dell’estrazione un po’ di anestesia, naturalmente a tutte con la stessa siringa.

Nel suk insomma si trova di tutto, e per quelle persone che arrivano dai villaggi più remoti, è anche l’occasione di ritrovarsi periodicamente e venire a conoscenza di fatti avvenuti durante la settimana.

Lungo la strada del ritorno, dall’alto di un promontorio entriamo a curiosare tra quelli che sembrano i ruderi di una vecchia fortificazione. Dall’alto del torrione, vicino ai resti di un vecchio cannone diamo uno sguardo sulla baia, e facciamo una riflessione su quanto ci siamo appena lasciati alle spalle, la povertà e l’arretratezza di una popolazione contro la ricchezza e la modernità di pochi eletti, che di fronte a noi stanno godendo.

La strada costiera è poco trafficata in queste prime ore del mattino. La nostra prossima meta è la città di Essaouira, 200 km. più a sud, dove ci fermeremo un paio di giorni. Lungo il percorso attraversiamo un grosso villaggio limitando la sosta all’acquisto del pane fresco, frutta e verdura.

Nella tarda mattinata quando siamo in vista di Safi la città delle maioliche, il camper uno prosegue verso Essaouira mentre noi del camper due ci fermiamo un paio d’ore nel centro.

La sosta si rende necessaria per la promessa fatta ad una vecchia conoscenza. Qualora fossimo passati di qui ci saremmo fermati per un saluto.

Mohamed, conosciuto tre anni prima in occasione della festa del montone in un grosso villaggio nel sud del Marocco ai limiti del deserto, ci aveva invitati nella sua modesta casa e assieme ai suoi parenti aveva diviso con noi il pranzo pasquale.

Attualmente si trova in questa città dove con grandi sacrifici da parte della famiglia si sta diplomando presso un istituto tecnico, e non sarà presente quando per andare nel deserto, passeremo da casa sua.

Rassicurato Mohamed che ci fermeremo almeno per un saluto in quanto la sua famiglia ci aspetta, riprendiamo il cammino e nel primo pomeriggio giungiamo in vista di Essaouira, considerata “la perla del regno”.

Quando arriviamo, puntiamo decisamente verso il porto per vivere subito la magica atmosfera che avvolge questa parte della città. E’ l’ora del rientro delle barche, e il movimento dei gabbiani che stridono mentre volteggiano nell’aria sta a indicare che la pesca è stata proficua.

La zona di Essaouira è una delle più pescose del Marocco, e nel porto c’è sempre un gran daffare per sistemare i pescherecci. Mentre i pescatori lasciano ai ragazzi il compito di pulire le piccole imbarcazioni, lungo la strada viene venduto quanto è rimasto dopo l’acquisto del pesce più pregiato da parte dei ristoratori.

Sul muretto antistante gli scogli dove il pesce viene pulito e sciacquato con l’acqua di mare, i gabbiani contendono a qualche gatto, gli scarti che vengono loro buttati. Poco più in là una figura biblica che sembra conversare con i volatili, si agita per riuscire a sfamarli gettando loro dei pezzi di pane, attirando sopra le nostre teste una miriade di uccelli pronti a buttarsi sui bocconi come falchi sulle loro prede.

Nella grande piazza all’esterno delle mura cittadine la gente si raccoglie per conversare in attesa del calare del sole. Dopo aver girovagato per un paio d’ore, ci portiamo nella zona degli scogli dove il sole infuocato sta per tramontare. E’ davvero un momento magico, due innamorati, la mamma con il suo piccolo, due amici, …….siamo tutti li per assaporare questa atmosfera nostalgica, lievemente romantica, scandita dal rumore delle onde del mare e dalle grida stridule e ininterrotte dei gabbiani, con lo sguardo rivolto verso quella grossa sfera che pian piano sta scomparendo all’orizzonte rinnovando lo straordinario rito di ogni giorno.

Il campeggio di Essaoira che fino a tre anni fa si trovava nelle adiacenze delle mura, è stato spostato di circa cinque km. in periferia. Con Mario e Paolo di buonora ci avviamo in cerca di un taxi, ma vista la bella giornata proseguiamo a piedi lungo il litorale fino a raggiungere le porte della città. Ci incontreremo con il resto del gruppo alle undici da Abdull, un’altra nostra vecchia conoscenza.

Essaoira città cosmopolita e internazionale, già nota durante l’impero romano per l’estrazione della porpora, è una splendida località visitabile in ogni periodo dell’anno per il suo clima eccezionalmente temperato che permette anche d’inverno di fare i bagni a mare.

La fortificazione della zona vecchia presenta un miscuglio di architettura militare portoghese, francese e berbera e il suo aspetto massiccio e possente conferisce alla città un fascino particolare.

La “muraglia”, ma ancor meglio il suo più antico nome “mogador” ovvero “la ben custodita” questo il significato del suo nome, si affaccia sulle Isole Porporine, un arcipelago che la fronteggia e la protegge dalla furia dell’ oceano. Dall’ antica torre portoghese che domina l’entrata del porto, si puo’ godere una splendida vista sulla citta’ e sulle isole.

Battuta dal vento, ma protetta dai possenti bastioni, vive principalmente di artigianato, di turismo e della pesca di sardine e crostacei. Con la sua pianta a croce come la francese Saint Malò, questa enorme fortezza è stata costruita a livello del mare.

Il suo biancore scintillante la rende un complesso urbano scenografico, con piazze e mercati che costituiscono altrettanti luoghi di incontro, e il suo fascino ha da sempre attirato artisti di ogni genere e nazionalità.

La bellissima medina è formata da viottoli angusti porte blu e case imbiancate a calce alternate a laboratori artigianali e piccoli negozi.

L’acquisto di spezie nel negozietto di Abdull nel centro della Medina, è diventata una tappa d’obbligo. Alle undici ci ritroviamo tutti seduti attorno ad un profumato the alla menta e mentre il nostro amico commerciante conosciuto una decina di anni prima, è intento con il rituale della speciale bevanda, ci racconta delle ultime novità e dei negozi che nel frattempo ha triplicato.

Trascorriamo così alcune ore fino a quando verso le tre ritorniamo verso il porto per una scorpacciata di pesce. Dopo una mezza secchiata di gamberetti come antipasto, sulla brace vengono messi alcuni crostacei e una grande varietà di pesci, mentre di nascosto salta fuori una bottiglia di vino opportunamente occultata da un sacchetto di carta, in quanto è proibito servire alcolici.

Giunti ormai alla fine del pranzo, avviene un fatto insolito che ci riporta alla mente le parole di Abdull quando raccontava che a Essaoira si possono verificare nello stesso giorno le caratteristiche di tutte e quattro le stagioni; passando improvvisamente dal caldo al freddo, dal sereno alla tempesta.

All’improvviso il cielo diventa grigio e guardando lungo la spiaggia notiamo le onde del mare ingrossare, il vento comincia a soffiare forte, i ragazzi si ritirano dagli scogli mentre i cammellieri abbandonano la spiaggia.

Ci ripariamo subito all’interno delle mura dove sembra che la tempesta sia passata, ma notiamo che stranamente i vicoli sono semideserti. Seguendo un gruppo di ragazzi arriviamo fino sotto ai bastioni dove dall’alto le onde che si infrangono contro la fortezza, a intervalli regolari riescono a superarla e a bagnare quanti stanno passando di sotto.

Sempre seguendo i ragazzi ci portiamo sopra i bastioni dove scopriamo una piccola folla intenta ad ammirare la forza dell’oceano. E’ in atto una fortissima mareggiata. Le gigantesche onde arrivano impetuose e vanno ad infrangersi contro gli altissimi bastioni creando uno spettacolo impareggiabile.

Un gruppo di ragazzi gioca a rimpiattino sfidando le onde, cercando di rimanere il più a lungo possibile imperterriti di fronte ai marosi, salvo poi scappare di corsa per non venire travolti e infradiciati.

Mentre osserviamo la furia dell’oceano, ci risuona l’antico nome Mogador, la ben custodita, un vocabolo berbero proprio adeguato a questa città. Trascorriamo così un paio d’ore ad osservare il fenomeno che come inaspettatamente è apparso, così pian piano sta scomparendo, mentre il cielo sta rasserenandosi regalandoci ancora una volta un suggestivo tramonto.

Lasciata Essaouira puntiamo verso l’interno. Dopo una breve sosta a Marrakech attraverseremo l’Atlante e una volta raggiunta Ouarzazate inizierà l’avvicinamento al nostro obiettivo: il deserto.

Lungo la strada notiamo una curiosità; l’Argania, un albero che cresce solo in Marocco e che prolifera nell’entroterra di Eassaouira, produce delle noccioline dalle quali si estrae un olio alimentare e cosmetico molto ricercato, le cui foglie rappresentano una ghiottoneria per le capre che non esitano ad arrampicarsi sui rami per cibarsene.

Dopo qualche chilometro il territorio coltivato lascia il posto ad una zona semidesertica, mentre man mano che ci spingiamo verso l’interno la temperatura comincia a salire. Al primo grosso villaggio che incontriamo, ci fermiamo per l’acquisto di generi alimentari.

Una vecchia vasca da bagno per impastare da un lato e una sorta di forno dall’altro, è questa la bottega in un seminterrato dove acquistiamo il pane fresco. Mentre i miei compagni di viaggio si dedicano alla spesa giornaliera, faccio un giro nel mercato che si svolge oggi nello spiazzo alle spalle del villaggio.

Mi imbatto subito in un capannello di persone al centro del quale un tizio sta facendo credere loro di riuscire a far rispondere alle sue domande un somarello, pizzicandolo di nascosto sulla mascella.

Dal numero di somari parcheggiati, mi rendo conto che si deve trattare di un mercato molto importante per questo villaggio isolato. Cammino curiosando qua e là tra le varie tende, poi mi soffermo ad assistere alla compravendita di un montone che dopo essere stato palpato per bene viene pagato 1400 dirham, l’equivalente di 130 euro.
Infine notando che non c’è poi molta differenza tra un suk e un altro, raggiungo i miei amici e ci rimettiamo in viaggio.

Dopo aver attraversato una vasta e brulla spianata, ci rendiamo conto che con l’aumentare del traffico abbiamo raggiunto la prima periferia di Marrakech. Sistemati i camper nel campeggio, con un grosso taxi ci dirigiamo verso il centro città, dove pur per una breve visita, anche qui la tappa e d’obbligo.

Ci tuffiamo subito nella bolgia della piazza Jemaa-el-Fna, una sorta di teatro all’aperto dove si svolgono di continuo spettacoli di vita marocchina, non solo ad uso del turista: ci sono gli incantatori di serpenti, i venditori di acqua, gli uomini con le scimmie, i venditori di tartarughe, i cantastorie, i saltimbanchi, si può passare insomma alcune ore guardandosi attorno ammaliati, ciò che sta accadendo sotto i propri occhi.

Nella piazza veniamo immediatamente catturati da un paio di donne marocchine, alle quali dopo lunga insistenza, concediamo di farci un tatuaggio all’hennè, che per una quindicina di giorni, il tempo della sua durata, dovrebbe preservarci da malefiche influenze e portarci fortuna.

Il pomeriggio trascorre così tra santoni e guaritori, tra giocolieri e bancarelle sulle quali si può trovare di tutto, perfino denti usati da adattare ad altrettante usate dentiere.

All’ora del tramonto ci ritroviamo a gustare un the alla menta su una delle terrazze panoramiche che danno sulla piazza stracolma di persone, in attesa che si accendano le prime luci ed entrino in funzione le bancarelle per uno spuntino.

Circondate da una atmosfera gioiosa e chiassosa con i profumi dei cibi che a seconda vengono cotti, le bancarelle sono dei veri e propri piccoli ristoranti a cielo aperto dove si possono gustare alcune sorta di spiedini a base di pecora, conditi con coloratissime quanto piccanti salse, con contorni di varie verdure e innaffiate esclusivamente da quello che qui viene chiamato whisky marocchino: il the alla menta.
Il tempo passa in fretta e noi sommersi dal frastuono dei tamburi ci avviamo lentamente verso l’uscita della piazza dove abbiamo l’appuntamento con un tassista con il quale abbiamo pattuito il prezzo per il ritorno al campeggio che dista 12 chilometri dalla città.
Passando davanti alla Moschea, un bambino ci viene incontro per venderci gomme da masticare. Inteneriti nel vedere un bambino lavorare a quell’ora della notte, paghiamo i chewingum senza ritirarli. Qualche attimo più tardi veniamo circondati da un nugolo di ragazzini che in disparte hanno assistito alla scena e a loro volta tentano di intenerirci pure loro.
Una piccola sorpresa ci attende al nostro risveglio nel campeggio. La coppia di pavoni che avevamo lasciato tre anni fa si è moltiplicata. I volatili disposti in fila sopra un muretto sembrano piuttosto irrequieti; probabilmente non hanno dormito neppure loro. Mario infatti, non essendovi bungalow nel campeggio, ha dormito in tenda russando a intervalli regolari per tutta la notte, riuscendo a farsi sentire anche da chi dormiva a una decina di metri di distanza dentro il camper.
Alle nove siamo in viaggio, la tappa di oggi con il superamento di alcuni passi a quote elevate, si preannuncia impegnativa. Attraversata Marrakech dopo pochi chilometri la strada comincia a salire. Notiamo subito uno strano rumore provenire dalla parte anteriore destra del camper.
Ma mentre stiamo ancora chiedendoci cosa possa essere, ecco uno scoppio improvviso e lo sbandamento verso il ciglio della strada. E’ scoppiato un pneumatico. Buon per noi che essendo in curva e in salita, stavamo procedendo quasi a passo d’uomo.
Sostituita la gomma ci troviamo di fronte a un grosso dilemma, tornare indietro a Marrakech un centinaio di chilometri per acquistare una gomma di scorta in quanto quella scoppiata è inutilizzabile, oppure proseguire con la speranza abbastanza remota di trovare in qualche villaggio almeno un pneumatico usato della stessa misura, che ci dia la sicurezza di arrivare a Ouarzazate questa sera, dove troveremo di sicuro quanto abbiamo bisogno.
Decidiamo di rischiare proseguendo. Qualora dovessimo bucare una seconda volta, ci fermeremo mandando avanti il camper uno.
Procediamo lentamente inerpicandoci lungo la strada in costante salita. Altre volte abbiamo fatto questo percorso, ma è come fosse la prima in quanto lo stiamo facendo in senso contrario, e quindi con una prospettiva diversa.
I piccoli villaggi che sembrano incastonati nelle pareti rocciose e in altre occasioni visti dall’alto mimetizzati, ora scorrono lentamente sotto i nostri occhi, e scompaiono quasi invisibili man mano che salendo ci allontaniamo.
Dopo un paio d’ore ci troviamo ad attraversare un centro abitato, ma nonostante le cataste di pneumatici usati esposte, non troviamo quello che fa al nostro caso.
Superiamo il passo di Tizi n’Tichka a oltre 2200 m. di quota, guardando alle nostre spalle scopriamo un paesaggio incantevole che ci fa pensare di trovarci sul tetto del mondo.
Continuiamo a salire fino a quando raggiunto un spiazzo ci fermiamo di fronte ad una sorta di rifugio-abitazione interrata, dove un venditore di minerali trascorre buona parte dell’anno. La dimora è costituita da uno stanzino di quattro metri quadrati dove trova posto un giaciglio per dormire e lo spazio per un fornellino. Un altrettanto minuscolo locale attiguo funge da negozio, mentre all’esterno un rudimentale forno serve per cuocere il pane.
Ci fermiamo ad acquistare qualche pezzo interessante, ma al momento di trattare il prezzo, l’uomo invece che denaro ci chiede di barattare la merce con del caffè, burro, cioccolata ecc. Nel limite del possibile cerchiamo di accontentarlo, e prima che ci rimettiamo in viaggio ci ringrazia sperando di rivederci passare da queste parti.
Superati i 2600 metri la strada comincia a scendere, notiamo in lontananza qualche villaggio berbero dove ancor oggi il modo di vivere è come quello di qualche secolo fa.
Quando giungiamo a Ouarzazate, andiamo subito ad acquistare la gomma di scorta, poi via al campeggio per una bella doccia calda e una fumante pasta asciutta.
I miei compagni di viaggio sono troppo stanchi per uscire, ma nonostante conosca bene la città decido di fare una passeggiata notturna.
Nata a scopo puramente strategico-militare, era una città-guarnigione a difesa dell’estremo sud-est del Marocco. Nonostante non presenti grosse attrattive, gode di un interessante flusso turistico sia perchè sede degli studi cinematografici dove sono stati girati i più importanti film del deserto, sia perché circondata da palmeti e villaggi come Ait Benhaddou, e infine perché posta alle porte del Sahara, dove da qui partono le escursioni.
Al mattino il camper uno si concede un giorno di riposo. Il camper due invece si dedica ad altre escursioni. L’intenzione è di arrivare sino a Tata, e da lì attraverso una scorciatoia raggiungere Zagora dove avverrà il ricongiungimento per poi affrontare assieme l’avvicinamento al deserto.
Lungo questo percorso dobbiamo tener fede ad una promessa fatta tre anni fa. Qualora fossimo ripassati da queste parti avremmo portato in regalo una macchina fotografica ad una famiglia numerosa che ci aveva invitato a visitare la propria casa.
Una volta individuato il villaggio, quando siamo di fronte all’abitazione ci viene incontro una bambina nata negli ultimi tre anni. La nonna dopo qualche attimo di esitazione ci riconosce e ci abbraccia incredula. Il trambusto richiama l’attenzione di tutte le figlie (una dozzina), che fanno capolino dietro alla porta. La famiglia durante la nostra assenza è cresciuta nel frattempo di altre due unità.
Prima di congedarci, la nonna non sapendo come contraccambiare, mi regala un vasetto di vetro con dentro del peperoncino che serbo tra i miei cimeli più cari.
Riprendiamo la nostra marcia verso sud, e dopo una cinquantina di chilometri giungiamo a Tazenakht la città dei tappeti. Qui perdiamo un paio d’ore per acquistare due tappeti commissionatici dall’Italia. In questa città sperduta tra le montagne, ha sede la più grande cooperativa di tappeti del sud, che acquista direttamente dai contadini la lavorazione delle lunghe giornate invernali.
Dopo aver acquistato alcuni generi alimentari ci rimettiamo in marcia. Il paesaggio che incontriamo nonostante l’aridità del suolo è molto suggestivo. Un uomo sul ciglio della strada è in attesa del passaggio di qualcuno, e ad ampi gesti ci fa segno di fermare. Mentre lo sorpassiamo ci accorgiamo che è ferito ad un occhio. Fortunatamente nel camper abbiamo mezza farmacia e dopo averlo medicato e lasciatogli un po’ di unguento, proseguiamo per la nostra meta.
Ogni tanto notiamo in lontananza qualche persona attraversare a piedi queste desolate colline senza poterne individuare la meta.
Verso l’una giungiamo in vista di una piccola oasi e ci fermiamo per il pranzo proprio nel centro del letto di un fiume in secca. La zona sembra deserta, del resto finora non abbiamo incontrato nessuno. Mentre mangiamo nel silenzio più assoluto sentiamo un belato, guardando fuori sembra di vivere dentro un presepe: sullo sfondo le palme, il greto del fiume e una pastorella col suo piccolo gregge che lo attraversa.
Contemporaneamente si sta avvicinando a noi un’ altra figura biblica con un sacco sulle spalle. L’occhio cade sulle scarpe sfondate che sta calzando. Ci sembra questo il momento di cominciare a distribuire le scarpe e gli indumenti che appositamente abbiamo portato da casa per le persone bisognose che avremmo incontrato.
Infine notiamo che la zona non è poi tanto deserta, infatti un’altra persona dopo essersi alzata al termine della sua preghiera, si avvicina lentamente in cerca di sigarette. Paolo gli fa capire che qui nessuno fuma, ma lo accontenta lo stesso con un paio di mocassini.
Percorriamo ancora una cinquantina di chilometri prima di incontrare un po’ di vita, mentre la temperatura continua a salire nonostante ci troviamo a viaggiare a oltre mille metri di quota.
Dopo otto anni che da queste parti non pioveva, lo scorso anno il Marocco è stato investito da nubifragi e inondazioni. La terra arida, non riuscendo ad assorbire l’acqua, ha fatto si che le piogge torrenziali travolgessero strade e villaggi. Ecco il motivo di questo percorso nel letto del fiume, dove è stato spazzato via il ponte.
Nel primo pomeriggio giungiamo a Foum Zguid, un centro amministrativo che raccoglie a se un gruppo di villaggi. Da qui domani lungo una pista di 120 chilometri dovremmo congiungerci con il camper uno a Zagora.
Ma qui cominciano le sorprese. Le indicazioni che davano un campeggio in questa località si sono rivelate inesatte. Poco male. In Marocco quando non ci sono campeggi, si è autorizzati a sostare davanti alle caserme o posti di polizia.
La sorpresa più grande l’apprendiamo invece quando rilassandoci davanti ad una tazza di the alla menta, veniamo a sapere che la pista non è percorribile per i camper ma solo con mezzi fuoristrada. Ciò significa dover tornare indietro da dove siamo partiti questa mattina e fare il percorso degli amici del camper uno, vale a dire un imprevisto di 400 chilometri su queste strade.
Decidiamo quindi di non proseguire per Tata, e di cominciare subito la marcia di ritorno e guidare fino a quando c’è luce.
Viaggiamo per altre tre ore fino a quando verso il tramonto siamo di nuovo in vista di Tazenakht la città dei tappeti. Abbastanza provati decidiamo di fermarci. Anche qui non essendoci campeggi, andiamo a parcheggiare il camper davanti al posto di polizia.
Per non andare a letto con le galline, facciamo quattro passi nel centro dove passando avevamo visto del movimento. Scopriamo che alla sera lungo la strada c’è un grosso commercio di tappeti, praticamente il primo passaggio da chi li ha confezionati al compratore.
Naturalmente i prezzi sono irrisori, e i tappeti si potrebbero comperare per un pezzo di pane. Ma non è così facile come sembra. Infatti esiste una specie di mafia che acquista tutta la merce dopo aver fatto accettare il prezzo da loro imposto.
Facciamo quindi ritorno verso il camper, notando che le nostre sono le uniche donne fra le centinaia di persone che incontriamo lungo la strada.
Al mattino partiamo quando è ancora buio, e lungo il percorso ammiriamo il sorgere del sole.
Alle dieci, quando siamo in vista di Agdez abbiamo recuperato tutto il tempo perso ieri e possiamo fermarci per un breve saluto alla famiglia di Mohamed.
Preannunciata dal figlio la nostra visita, veniamo accolti calorosamente dai fratelli e dalla mamma. In pochi minuti viene imbandita la tavola per una colazione che nonostante l’ora tarda, non possiamo assolutamente rifiutare.
Il tempo a disposizione però è breve in quanto dobbiamo ricongiungerci con il camper uno lungo la strada. Ci congediamo promettendo che al ritorno dal deserto ci fermeremo a consumare il pranzo con loro.
Il tratto che collega Agdez e Zagora dove abbiamo l’appuntamento, scorre lungo la valle del Draa, che prende il nome dal fiume omonimo e che origina un serpentone verdeggiante di un centinaio di chilometri.
Il fiume originato da un rigagnolo che raccoglie lo scioglimento delle nevi dell’Atlante, da vita ad una valle di palmeti, ulivi, mandorli, piantagioni di granturco, e ad alcuni villaggi berberi posti lungo la sua sponda sinistra.
Un paio d’ore più tardi siamo in vista di Zagora la porta del deserto, l’ultima grande oasi, e fine della valle fertile.
Parcheggiato il mezzo sulla riva del fiume in secca in attesa del camper uno, notiamo il livello che può raggiungere l’acqua durante la piena.
Una carovaniere arrivando lungo il greto del fiume, nel frattempo ci ha raggiunti e si è fermato vicino a noi per fare riposare i cammelli. Un bambino titubante si avvicina al camper e dopo aver ricevuto del pane e pollo arrosto, si apparta per gustarlo in solitudine.
Raggiunti dagli amici del camper uno, proseguiamo lungo una stretta lingua di asfalto nero pennellata sulla sabbia.

Dopo 50 chilometri attraversiamo un’oasi dove sono in corso alcuni festeggiamenti. Scopriamo più tardi che oggi per questa gente è giorno di festa, e che nel villaggio vi è un mausoleo, che richiama migliaia di fedeli.
Proseguiamo per una settantina di chilometri in direzione di un costone roccioso. Ci fermiamo increduli, soltanto per fare rifornimento di acqua ad un rubinetto posto lungo la strada, o per dare qualche biscotto e caramelle ai bambini che ogni tanto spuntano all’improvviso, nonostante nel raggio di chilometri non si notino abitazioni.
Ci arrampichiamo infine per una serie di tornanti tortuosi che serpeggiano tra la roccia fino a raggiungere il passo. Ancora trenta chilometri, poi la strada terminerà a Mahmid, l’ultimo villaggio situato ai limiti del deserto.
Il proprietario del campeggio ci da il benvenuto e mette subito in funzione lo scaldabagno per la doccia.
Una volta ripuliti e dopo un bicchiere di the, su consiglio di Mohamed (sembra che si chiamino tutti così), accompagnati da due ragazzi del posto messi a nostra disposizione, ci mettiamo in marcia nel palmeto per visitare la casbah di Ksebt el-Allouj che si trova a circa cinque chilometri dal campeggio.
Zigzagando tra le palme incontriamo moltissimi bambini che dapprima dimostrano una certa diffidenza di fronte alla telecamera, ma una volta fatte vedere sul display le loro immagini, rimangono stupefatti e divertiti, richiamando altri amici per mostrare la stregoneria.
Giungiamo così dopo tre quarti d’ora di cammino davanti alla casbah di Ksebt di epoca sadiana, edificata dai discendenti arabi del profeta. Su di un grande spiazzo all’esterno decine di bambini rincorrono un pallone, mentre gli anziani stanno seduti addossati alle mura.
I nostri accompagnatori senza proferire una parola in quanto parlano solo arabo, ci accompagnano per i vicoli angusti della fortificazione priva di luce e servizi igienici. Anche qui tantissimi bambini che ci guardano incuriositi non essendo abituati a incontrare stranieri tra le loro abitazioni.
Un paio d’ore più tardi, Mohamed ci manda un fuoristrada a prelevare per non farci fare tardi, in quanto gli avevamo ordinato di cucinare il cus cus.
La notte cala rapidamente, e mentre siamo raccolti attorno alla tavola per la cena, parliamo del programma di domani che prevede una escursione in Land Rover con pernottamento nel deserto.
Mentre si stanno definendo i dettagli, Graziella vede coronare il sogno atteso da anni: trascorrere una notte nel deserto in compagnia degli intrepidi uomini blu.
Alle sei intorno a noi regna un grande silenzio. Mentre si sta caricando il fuoristrada, dò uno sguardo al di là della recinzione per cogliere i primi momenti di vita di questa nuova giornata. Un pastorello è in cerca di qualche ciuffo d’erba per le sue pecore, gli uomini del villaggio si riuniscono in piccoli gruppi sotto i raggi del sole che comincia a scaldare, mentre le donne si dirigono verso la corriera che le porterà al più vicino suk.
Una volta fuori dal campeggio, vengo attorniato da un gruppo di bambini che sembrano chiedermi qualcosa. Mi accompagnano in quella che dovrebbe essere una bottega dove si vende un pò di tutto, e mi indicano la loro richiesta: un pallone.
Alle nove siamo pronti e ci mettiamo in viaggio. Sul fuoristrada viaggiamo in otto, o perlomeno pensiamo sia così. Mario e Toto sono rimasti al campeggio perché preferiscono concedersi un giorno di riposo.
Yusuf il nostro autista, è un ex sergente che ha lasciato l’esercito marocchino per poter stare vicino a una delle sue due mogli, e avanza nel deserto facendo capo a dei punti di riferimento.
Con il fondo sabbioso, la sabbia penetra da tutte le fessure del fuoristrada, mentre nei lunghi tratti di basamento calcareo, i sassi schizzano via come proiettili.
Ad un tratto, osservando l’ombra del mezzo riflessa sul terreno, noto qualcosa di strano. Sembra quasi che sul tetto ci siano delle persone.
Il mistero viene risolto quando ci fermiamo dopo una quindicina di chilometri per rinfrescarci ad un pozzo posto lungo la pista. Solo allora scopriamo che sul tetto del Land Rover viaggiano due ragazzi addetti ai vari lavori di fatica.
A mezzogiorno, quando abbiamo percorso quaranta chilometri, giungiamo in prossimità di un’oasi, che si rivelerà essere una specie di avamposto controllato da alcuni militari. Ci troviamo infatti a viaggiare lungo il confine con l’Algeria.
Mentre Yusuf e i ragazzi accendono il fuoco e preparano il pranzo, diamo un’occhiata alla piccola oasi costituita da poco più di un fazzoletto di ombra derivante da alcune gigantesche palme, e al centro del quale si trovano un pozzo di acqua freschissima, un luogo di preghiera e un cimitero con tante pietre rivolte verso la Mecca.
I ragazzi si sono dati da fare e in breve tempo hanno cucinato degli ottimi spiedini di pecora e preparato delle verdure. L’unico inconveniente è dato dai tafani attirati dalla carne cotta sulla brace e contro i quali dobbiamo difenderci.
Trascorriamo un paio d’ore all’ombra delle palme mentre il caldo comincia a farsi sentire. Infine, prima di rimetterci di nuovo in marcia torniamo al pozzo per una rigenerante rinfrescata.
La prima parte del percorso del pomeriggio scorre su di un deserto sassoso. Seguiamo le tracce indelebili sulla crosta di calcare, facendo attenzione a non sconfinare. Dopo circa un’ora notiamo in lontananza alcune tende berbere.
Yusuf ci racconta che uno dei due ragazzi al nostro seguito proviene da quella famiglia di nomadi che vive nell’accampamento e ci accompagnerà per una breve visita ai suoi famigliari.
Il giovane ci racconta che non è mai uscito dal deserto, non sa cosa ci sia più in là di Mahmid, e la sua grande aspirazione è quella di andare un giorno a Marrakesh.
Nell’accampamento vivono in comunità un trentina di persone, oltre la metà delle quali sono bambini. Aziz ci accoglie nelle tenda del fratello e ci invita a bere con lui una tazza di the alla menta.
Dopo averci presentato dapprima titubanti le donne della comunità, le fa accomodare all’esterno della tenda assieme ai bambini e disposte in ordine di anzianità, mentre gli ospiti possono sedere all’interno.
Mentre i mie compagni discutono sorseggiando il the, faccio un giro attorno alle tende per rendermi conto di come si possa vivere in un posto come questo senza i servizi più essenziali.
Purtroppo, non sapendo di capitare tra loro, non abbiamo portato niente per i bambini che per questa volta si devono accontentare di un paio di bottiglie d’acqua.
Ma le cose che più mi hanno colpito nell’accampamento sono state: la gallina tenuta legata ad una zampa, in modo che non scappi senza potervi fare ritorno, e constatare quanto poco basta per fare divertire un bambino: una vecchia scatoletta di sardine legata ad uno spago, e fatta scivolare sulla sabbia.
Ripreso il viaggio, all’improvviso ci troviamo ad attraversare un piccolo lembo di deserto ricoperto di vegetazione, e sul quale stanno pascolando decine di cammelli.
Infine trascorsi circa settanta chilometri dalla partenza giungiamo in vista della nostra meta: l’immensa distesa di sabbia e le dune.
Mentre Yusuf con i due ragazzi si dedicano al montaggio delle tende, il nostro gruppo parte alla conquista della più alta delle dune circostanti, che con i suoi 220 metri, è considerata la più alta del deserto marocchino.
Dopo circa venti minuti di cammino sotto il sole cocente, è inevitabile fermarci per affondare nella sabbia fine e rossa, e lasciarci andare al richiamo irresistibile di rotolare giù dalle dune.
Una volta ripreso il cammino, le donne si rendono conto della fatica che le attende prima di raggiungere la meta e decidono di tornare indietro.
Proseguo con Paolo e Biagio camminando sulla cresta della duna. Man mano che saliamo le gambe si fanno sempre più pesanti. Decidiamo di dividere la distanza che ci separa dall’arrivo prima in due, tre, infine in cinque piccole tappe.
Quando giungiamo sulla vetta, troviamo un tuareg seduto in contemplazione. Subito dopo il nostro arrivo cede il posto, quasi volerci lasciare gustare da soli lo stupendo paesaggio a 360° che si perde sotto di noi a vista d’occhio.
Seduti sul culmine, dopo aver spaziato con lo sguardo per un quarto d’ora, notiamo l’avvicinarsi di altri due giovani ai quali diamo a nostra volta la possibilità di gustare da soli il meraviglioso scenario.
Nel frattempo Yusuf ha montato l’accampamento, e al nostro ritorno troviamo ad attenderci una teiera fumante.
Nell’impossibilità di fare una doccia prima di cena (ma non ne sentiamo il bisogno), non ci resta che attendere il tramonto.
Mentre Aziz e il suo compagno si avviano in cerca di sterpi per alimentare il falò che ci riscalderà nella notte, ci spostiamo a ridosso di una piccola duna per ammirare il sole tramontare dietro alle sabbie infuocate.
Paolo intanto, nonostante l’arrampicata, non rinuncia alla sua ora di corsa per mantenersi in forma e preferisce vedere il tramonto da un’altra angolazione e in movimento.
Il buio cala all’improvviso. Ci ritroviamo tutti attorno al falò mentre Yusuf ci sta preparando una zuppa d’orzo. La temperatura si è abbassata ma non fa freddo.
Trascorriamo così la serata cercando di scoprire usi e costumi di questi giovani, come impiegano il loro tempo in un posto così remoto e fuori dal mondo, e che alla fine intonano una cantilena che narra storie dei loro avi e del deserto.
A mezzanotte il gruppo quasi al completo è sotto la tenda e dorme, mentre io rimango sul tappeto all’esterno vicino al falò. Aziz e l’amico rimangono ad alimentare il fuoco in silenzio fino a quando dalla tenda nonostante l’assenza di Mario arrivino strani rumori.
Durante il continuo dormiveglia, quando sono da poco passate le tre, noto Biagio passeggiare lontano dalle tende perché non riesce ad addormentarsi per il continuo russare.
Alle prime luci dell’alba ci ritroviamo assonnati ad aiutare a ripiegare le coperte mentre Lilla che ci ha tenuti svegli continua a dormire.
Ma la comicità ha raggiunto il massimo effetto quando durante la colazione parlando d’insonnia, proprio Lilla ha esclamato: non ho chiuso occhio tutta notte.
Nell’attesa di veder sorgere il sole, penso che oggi è domenica, penso che tutti dovrebbero provare per un attimo questa sensazione di pace e tranquillità, lontani dal traffico assordante delle città e dalle preoccupazioni quotidiane.
Ecco, ora mentre il sole sta sorgendo tra le dune dal colore d’ambra, il silenzio del deserto ci avvolge completamente, sconfinato e affascinante, dove sabbia e sole generano l’infinito. Non resta che guardare incantati sognando, mentre un alito di vento ci sfiora il viso originando la magia del deserto, la magia del Sahara.
Durante il viaggio di ritorno il cielo si annuvola. Passando dall’accampamento di nomadi lasciamo Aziz tra la sua gente, il suo compito è terminato e rimarrà lì in attesa di un nuovo ingaggio.
Lungo il percorso, proseguendo per un altro tratto di deserto, Yusuf ci fa sostare in una zona ricca di fossili e dopo averci insegnato come individuarli, ci lascia liberi di cercarli scatenando fra noi una gara per chi troverà il pezzo più interessante.
Durante la ricerca avviene anche un fenomeno rarissimo: per qualche minuto scende una leggera pioggerellina che Yusuf associa ad un fattore positivo dato dalla nostra presenza.
Qualche ora più tardi siamo in vista del villaggio di Mahmid. Con l’escursione nel deserto abbiamo raggiunto il punto più a sud prefissato per quest’anno. Visto che abbiamo ancora parecchie ore di luce, dopo una rinfrescante doccia ci rimetteremo in viaggio.
Non essendoci altre strade, siamo costretti a percorrere a ritroso i primi 300 chilometri fino a Ouarzazate. Questa sera ci fermeremo nei pressi di Zagora, in quanto domani non possiamo mancare all’invito fatto dalla famiglia di Mohamed.
Durante il rifornimento di carburante nell’attraversamento di Tamgrout, veniamo avvicinati da alcuni ragazzi che si offrono dietro un modesto compenso di accompagnarci per una visita della casbah.
Scopriamo così che ci troviamo in un importante centro di studi islamici, e che la scuola coranica della città vanta una raccolta di oltre diecimila antichi testi di medicina, astronomia e matematica.
Nel cortile della medersa, notiamo gruppi di persone sdraiate sul pavimento e accampate lungo le pareti. Si tratta di pellegrini arrivati sin qui per pregare, in quanto questo luogo è considerato secondo solo alla Mecca.
Proseguendo la visita giungiamo in quella che può considerarsi una casbah sotterranea. Si tratta di un abitato con vicoli e dimore sempre completamente al buio, per proteggere gli abitanti dalle tempeste di sabbia, dalle mosche e dalle alte temperature estive che superano abbondantemente i 50°. Un atmosfera immaginaria, spettacolare e al tempo stesso angosciante.
Verso sera subito dopo aver attraversata Zagora, notiamo l’indicazione di un piccolo campeggio di nuova costruzione immerso in un palmeto. L’ambiente modesto, è molto ben curato e pulito. Subito dopo aver sistemati i mezzi, veniamo invitati dal proprietario per un profumato the alla menta.
Più tardi, visto che in questo posto c’è solo da attendere la notte, il figlio del gestore si offre di accompagnarci a visitare le coltivazioni del palmeto.
Per accedervi, bisogna dapprima attraversare una buia casbah del tutto assomigliante a quella visitata qualche ora prima. Il ragazzo ci conduce all’interno dell’abitazione dove vive con la nonna è costituita da enormi stanzoni privi di finestre e disposti su tre piani.
Naturalmente tutte le abitazioni sono prive dei servizi minimi indispensabili, e una volta giunti sul tetto ci mostra il foro, che durante le rarissime piogge, raccoglie le acque piovane che vengono incanalate in un pozzo.
Uscendo da quella che viene chiamata la porta della palmeria, ci troviamo a camminare in un bosco di palme suddiviso in tanti piccoli appezzamenti coltivati a frumento e ortaggi.
Il ragazzo che ci accompagna, ci mostra con orgoglio la pompa ben lubrificata che costantemente in funzione aspira l’acqua da un pozzo alimentato da un fiume sotterraneo, e che mediante canalizzazioni opportunamente chiuse da grossi ceppi di palma, vanno ad irrigare le fiorenti coltivazioni.
Quando rientriamo, troviamo ad attenderci un gruppo di bambini ai quali distribuiamo cioccolate e biscotti, mentre la serata si concluderà attorno al tavolo per programmare le varie opportunità dell’itinerario del ritorno.
Durante la notte ha cominciato a piovere con una certa insistenza, mettendo i camper i condizione di rimanere bloccati per il fango creato dal fondo poco battuto. Alle quattro ci siamo alzati e abbiamo spostato i mezzi sulla strada, e con le prime luci dell’alba siamo ripartiti.
Mentre notiamo che tutti gli abitanti sono inspiegabilmente all’esterno delle loro case sotto l’acqua, il mezzo sbanda improvvisamente per lo scoppio di un pneumatico.
Non ci era mai successo di vedere piovere in Marocco nei nostri precedenti viaggi, ma ora ci rendiamo conto che basta un violento temporale per provocare allagamenti, smottamenti e crolli di abitazioni costruite con fango e paglia.
Una volta arrivati ad Agdez il camper uno prosegue, mentre il camper due dopo aver riparata la gomma e acquistati alcuni generi alimentari rimane nella cittadina a casa di Mohamed.
Inutile dire che nella modesta casa, la mamma e i fratelli di Mohamed ci hanno riservato una accoglienza che ci ha messo quasi in difficoltà, sapendo la loro condizione familiare che si basa tutta sulla misera pensione del padre ammalato.
La mamma ci ha preparato diversi piatti, dai tradizionali spiedini di pecora al tagin cotto nell’apposito tegame di coccio, al cus cus di verdure accompagnato con il pane fatto in casa, il tutto annaffiato da abbondanti teiere di the alla menta.
Quando ci lasciamo promettendo in un prossimo futuro di rivederci, lasciamo in regalo ai ragazzi la mountainbike che avevamo al seguito sicuri di aver fatto loro un regalo molto gradito e utile.
Proseguiamo per tutto il pomeriggio con il fenomeno del maltempo, che se da un lato è una manna per le colture, dall’altra ci crea difficoltà per la nebbia che provoca su queste strade di montagna prive di parapetto e con profondi precipizi.
Verso sera le condizioni meteorologiche tendono decisamente a migliorare. Dopo un paio di telefonate ristabiliamo il contatto con il camper uno e una volta raggiunta l’indicazione di un parcheggio all’interno di un albergo posto su una collina, ci fermiamo per trascorrere la notte.
L’escursione di oggi è stata a rischio fino all’ultimo in quanto, ieri le previsioni meteo in montagna non erano favorevoli, ma il vento di questa notte spazzando via le nubi ci sta dando l’opportunità di effettuare la visita delle gole del Dades in mattinata e quelle del Todra nel pomeriggio.

Venuti a conoscenza del percorso accidentato, lasciamo i camper nel cortile dell’albergo e dopo esserci accordati sul prezzo del noleggio di un furgone, siamo in viaggio verso le gole del Dades che prendono il nome dal fiume che scorre nella valle omonima, e che distano poco più di 50 chilometri da Boulmane, la città da dove siamo partiti.
Le piogge di ieri hanno reso il percorso già sconnesso ancora più pericoloso per il rischio di smottamenti e frane, ma per il nostro autista che non vuole perdere assolutamente il suo compenso, non c’è da preoccuparsi.
I primi 30 chilometri scorrono in uno scenario suggestivo, caratterizzato dalla vallata costellata da numerose casbah che si mimetizzano perfettamente con le formazioni rocciose, mentre notiamo i piccoli appezzamenti del fondovalle che vengono sfruttati per la coltivazione di ortaggi, frutteti e roseti.
La strada in un primo momento in leggera salita, all’improvviso si impenna con forti pendenze. Viaggiamo tra maestose pareti infuocate dal sole, che nel volgere degli ultimi chilometri ci portano a oltre 2400 m. di quota.
Quando raggiungiamo il passo, l’intenzione sarebbe di proseguire nel lungo giro per arrivare alle gole del Todra, ma la strada è bloccata dalla neve e allora ci fermiamo davanti ad una tazza di the bollente che in questo caso si adatta molto bene anche con la bassa temperatura del posto.
Quando ci troviamo a percorrere la strada a ritroso, forse perché a differenza dell’andata viaggiavamo a ridosso della parete rocciosa, ora ci troviamo a procedere rasente il ciglio della strada quasi sempre privo di parapetto e con profondi precipizi. Il pensiero corre ai freni del vecchio mezzo sul quale viaggiamo e che stridono in continuazione.
Ben presto raggiungiamo il pianoro dove dopo aver tirato un sospiro di sollievo, ci fermiamo per curiosare in una tenda di artigianato locale attirati dal richiamo della donna berbera che lo gestisce.
Impossibilitati a raggiungere le gole del Todra dall’alto, dopo aver nuovamente contrattato il prezzo con l’autista, cerchiamo di raggiungerle dal basso.
Ritorniamo sui nostri passi a Boulmane dove lasciamo Paolo e Lilla nel camper, e proseguiamo dapprima per una pista polverosa, poi lungo un nastro asfaltato in una zona desertica. Il pranzo costituito da una focaccia con cipolle viene consumato lungo il tragitto in quanto il cambiamento di programma ci comporta un allungamento di circa 200 chilometri.
Lungo il percorso scopriamo che la strada interrotta in alcuni punti da frane o allagamenti viene riparata da volontari che vengono ricompensati con qualche spicciolo dagli automobilisti che transitano al momento.
Raggiunta la deviazione entriamo nella valle che anche qui prende il nome dal fiume: il Todra. A differenza di quella del Dades, la strada viaggia lungo l’altipiano fino alle gole che si trovano allo stesso livello.
I quindici chilometri che dalla strada principale ci portano alle gole, pur privi delle scenografiche salite, sono rappresentati da panorami spettacolari, campagne verdeggianti, vette infuocate e casbah di terra.
Poco più di sei anni fa, eravamo già arrivati sin qui, ma oltre le gole si poteva proseguire solo lungo una pista accidentata, mentre oggi possiamo percorre una strada costruita su un basamento di cemento. Continuiamo quindi per una trentina di chilometri tra due ali rocciose fino a quando decidiamo di invertire la marcia per non fare troppo tardi.
Quando siamo di nuovo all’altezza delle gole scendiamo dal mezzo e proseguiamo a piedi lungo il tratto più suggestivo dove notiamo che negli ultimi anni le costruzioni si sono moltiplicate accanto all’unico albergo che esisteva.
Ritroviamo infine una vecchia conoscenza che alcuni anni fa quando non esisteva la strada, per non bagnarci ci traghettava a dorso di mulo e per il trasferimento chiedeva dieci dirham, mentre oggi essendosi anche lui adeguato, pretende dieci euro.
Ritorniamo infine a Boulmane giusto in tempo per assistere al tramonto dalla terrrazza dell’albergo dove siamo campeggiati e dal quale godiamo del panorama della città, mentre in lontananza un gruppo di ragazzi gioca a pallone in uno sperduto e immaginario campo di calcio.
La serata si conclude nel ristorante dell’albergo davanti al caratteristico e profumato tagin per la delizia dei palati di Mario e Toto.
Sin dalle prime luci dell’alba si preannuncia una giornata molto calda. La breve parentesi del maltempo sembra ormai alle spalle, e chissà quanti mesi se non forse anni trascorreranno ancora, prima che da queste parti ritorni la pioggia.
Nei prossimi due giorni effettueremo due tappe di trasferimento che ci porteranno dai territori caldi del sud, a quelli più temperati del centro.
In particolare la tappa di oggi prevede l’attraversamento di un territorio desertico con partenza da una quota di circa 1500 m. per superare durante il percorso una serie di passi a oltre 2000 m. e giungere in serata a Midelt a quota 1700 m.
Durante la prima parte della giornata, attraversiamo un territorio aspramente arido, quasi privo di forme di vita. Ci rendiamo conto del bene prezioso costituito dall’acqua, quando notiamo alcune donne arrivate da chissà dove, intente a lavare i panni in una grossa pozza d’acqua caduta ieri e non ancora evaporata.
Il deserto però talvolta si dimostra generoso, come nel caso, dove un pozzo sperduto in un luogo sterile, è fonte di vita per la famiglia del pastore e del suo gregge di capre e montoni.
A mezzogiorno viaggiando sempre sull’altipiano a poco più di 1000 m., oltrepassiamo Errachidia, una città pullulante di caserme, situata in un punto strategico alle propaggini dell’alto Atlante e la zona predesertica rocciosa dell’Algeria.
Una volta superata la città, dopo pochi chilometri il nastro nero d’asfalto comincia a salire, e lo spettacolo che ci viene incontro è grandioso, con la maestosità delle montagne e i piccoli ksar che tra le rocce si confondono con l’ambiente.
Superato un primo passo, percorriamo la valle del Ziz lungo una serie di piccole gole molto suggestive, tra alte pareti di roccia stratificata, una vera e propria sequenza di canyon più o meno larghi, sul fondo dei quali scorre il fiume che origina il nome della vallata.
Giungiamo così in vista del “tunnel del legionario”, così chiamato perché realizzato negli anni trenta dai soldati della Legione Straniera di stanza in Marocco, e dal quale una volta superato, si ha una splendida panoramica sul canyon e il corso del fiume sottostante.
Poco più tardi mentre arriviamo da una altura, veniamo avvistati da un gruppo di bambini che stanno facendo il bagno. In un attimo raggiungono il ciglio della strada costringendoci ad una lieta pausa dove distribuiamo qualche dolciume.
Continuando lo spostamento montano con frequenti paesaggi incantevoli, mentre osserviamo una tenda berbera lungo una scarpata, di probabili nomadi pastori, avviene un fatto curioso. I due cani a guardia del gregge, una volta individuato in lontananza il camper, risalgono di corsa la ripida pendice, e si vanno a piazzare al centro della strada costringendoci a fermare per non travolgerli.
Basta poco per capire che le due bestiole sanno di poter ricevere qualcosa da mangiare. Buon per loro che non buttiamo mai via niente e abbiamo qualche vecchia pagnotta avanzata di un paio di giorni. Dopo averne bagnata una con un po’ di latte, ci accorgiamo che viene gradita anche dura e secca.

A pomeriggio inoltrato, quando le ombre delle nuvole giocano con i colori del sole che sta calando in lontananza dietro le montagne, giungiamo in vista di Midelt. Alle porte della città notiamo una nuova costruzione sorta in questi ultimi tre anni, un complesso alberghiero per fare sostare i turisti durante i lunghi trasferimenti dal nord al sud e viceversa.
Midelt è una città che sorge in una zona mineraria da tenere in considerazione in un prossimo viaggio per due particolari escursioni: la visita delle miniere e un percorso in fuoristrada tra le gole del Ziz.
Nel campeggio, una cicogna per nulla intimidita sta raccogliendo fuscelli di paglia per volare oltre la recinzione e consolidare il proprio nido. Una delle innumerevoli nidificazioni che le cicogne hanno costruito sui camini della maggior parte delle abitazioni adornandole in un modo inconsueto e simpatico.
Infine, non essendoci bungalow nel campeggio comunale, cerchiamo nelle adiacenze una camera per Mario. A questa altitudine fa freddo la notte in tenda, e l’equipaggio del camper uno questa notte vuole dormire.
Questa mattina abbiamo dovuto attendere che si alzasse la nebbia prima di partire. Tuttora il cielo è nuvoloso, ma ciò è dovuto all’evaporazione del terreno umido per le precipitazioni dei giorni precedenti che da queste parti sembrano essere state copiose.
Saliamo sino a raggiungere ancora una volta i 2000 m. di quota, notando che man mano che ci spostiamo verso nord il terreno arido lascia il posto a colline verdeggianti, mentre il clima ci costringe ad accendere il riscaldamento e a coprirci.
Dopo oltre due ore di viaggio, quando cominciamo a scendere di quota, ci troviamo ad attraversare un paesino, dove il volo di alcune cicogne ci induce a fermarci per osservarle nell’opera di irrobustimento del proprio nido, mentre altre stanno imboccando i loro piccoli.
Giungiamo quindi in vista della foresta di cedri dove ci fermiamo per una pausa caffè e quattro passi nel bosco prima di ritornare alle alte temperature che troveremo in pianura. Ne approfittiamo per acquistare un paio di mazzi di carote fresche che due bambini vendono lungo la strada.
Quando arriviamo ad Ifrane per acquistare qualcosa per il pranzo, Graziella e Biagio mettono in atto uno scherzo a Mario. Bisogna sapere che prima di partire per il Marocco, Mario aveva espresso il desiderio di fare delle scorpacciate di pesce.

Toto che ha sempre avuto una certa predilezione per le sogliole, ne ha sempre acquistate in grandi quantità, mettendole in tavola quasi tutti i giorni, arrivando al punto che a Mario ora escono dagli occhi.
Oggi è il compleanno di Mario (cinquanta per l’esattezza), e trovandoci in montagna propone per il pranzo di comperare qualsiasi cosa, purchè sia carne. Quando arriva l’ora di sedersi a tavola e tutti stanno addentando le cosce del pollo fritto……….
Come di consueto quando passiamo da queste parti, per pranzo ci siamo fermati sul balcone d’Ito, una località panoramica dove un’altra vecchia conoscenza vende e baratta minerali.
Proseguendo la discesa notiamo intorno a noi grandi pascoli e greggi sparse lungo i pendii delle verdeggianti alture, fino a quando a pomeriggio inoltrato, siamo ormai alle porte di Meknes.
Lasciati i camper nel campeggio fuori dalle mura, con un taxi raggiungiamo il centro della città per ammirare il tramonto dalla piazza principale.
La visita vera e propria la riserviamo per il giorno successivo. Una visita sommaria del centro, in quanto conosciamo abbastanza bene la città, punto obbligato lungo i nostri itinerari marocchini, ma sconosciuta ai nostri compagni di viaggio.
Iniziamo dalla scuola-collegio coranica situata nel cuore della medina, una costruzione dove possiamo ammirare ceramiche, stucchi e colonne di legno intarsiate.
Al piano superiore lungo un corridoio attorno al cortile, si trovano le celle dove gli studenti si ritiravano per pregare, mentre tal terrazzo si ha una panoramica dei tetti sulla città vecchia.
All’uscita troviamo un ragazzo che si propone di guidarci tra gli intricati vicoli per una modesta cifra. Anche se non è una guida ufficiale, è sempre utile in quanto saremmo oggetto di continue richieste da parte di altri ragazzi.
Nel cuore del mercato si trova la moschea, dove i fedeli si concedono una pausa per pregare durante gli acquisti, e che è vietata ai non mussulmani.
Il souk Bezzarin nella medina di Meknes ha una sua particolarità, è diviso in reparti con lo stesso tipo di mercanzia, suddivisi a loro volta in centinaia di piccoli settori dove è sempre possibile trovare qualche oggettino che attiri la nostra attenzione.
Gran parte degli oggetti esposti, vengono realizzati nei numerosi e piccoli laboratori in uno dei settori della medina, dove è possibile entrare e osservare la lavorazione artigianale.

Nella maggior parte dei casi la manovalanza è composta da adolescenti se non da bambini come nelle sartorie, che lavorano gratuitamente per imparare un mestiere, o che il più delle volte la loro paga è costituita da qualche soldo che viene loro dato dai turisti di passaggio.
Prima di lasciare il mercato acquistiamo un po’ di carne di cammello consigliataci, e che a detta di esperti sembra possedere qualità afrodisiache.
Subito fuori dalle possenti mura che per 45 chilometri cingono la città, visitiamo le prigioni sotterranee dove venivano tenuti incatenati oltre diecimila cristiani.
Più tardi è la volta del mausoleo di Moulay Ismail, che si raggiunge attraversando un vestibolo ornato di mosaici e maioliche smaltate, fino a raggiungere un piccolo coro dove si trova la tomba del sovrano, e che ai non musulmani è concesso di vedere solo da lontano.
La nostra breve visita si conclude nel pomeriggio con la visita al granaio, una imponente costruzione fatta erigere sempre da Moulay Ismail. Le gigantesche volte e i pilastri, danno l’idea delle dimensioni che doveva avere la residenza dotata all’interno di un meccanismo fatto funzionare da cavalli che giravano intorno, e che pescava l’acqua in un pozzo profondo 30 metri.
La struttura fu ideata per contenere 80.000 persone e 10.000 cavalli, per resistere ad un prospettato assedio della durata di 10 anni, assedio che non avvenne mai.
Anche in questo campeggio non ci sono bungalow, ma qui la temperatura è estiva, e Mario ricorderà la notte del suo cinquantesimo compleanno per averla passata in tenda.
Mentre osserviamo il progresso che avanza nel nord del Paese, la costruzione della prima linea ferroviaria elettrica, il pensiero corre a ieri sera quando abbiamo visto entrare nel campeggio tre blindati della Guardia Civile per proteggere i campeggiatori da imprevisti attacchi da parte di qualche testa calda.
Ieri infatti mentre stavamo attraversando la città, il nostro camper è stato oggetto di lancio di sassi da parte di alcuni studenti che protestavano per la guerra in Irak scoppiata da 15 giorni.
Mentre nel sud del Paese abbiamo notato il completo disinteresse per la guerra, nelle grandi città gli studenti manifestano contro gli stranieri e in particolare gli italiani.
Dobbiamo quindi rivedere il nostro programma che doveva proseguire per ancora una settimana, e una volta arrivati ad Asilah, studieremo il da farsi.
Quando giungiamo al campeggio, notiamo che la cittadina è tranquilla. Pensiamo quindi di vivere alla giornata rimanendo al mare e ascoltando le notizie, anche perché la località è veramente rilassante. Del resto, in caso di pericolo, in poco più di un’ora possiamo raggiungere il nostro punto d’imbarco a Ceuta.
Con Biagio quindi, ci avviamo per una distensiva passeggiata in città come facciamo tutte le sere quando soggiorniamo qui, per ammirare il tramonto dagli scogli sotto i bastioni.
I bambini che escono vocianti dalla scuola, le signore che passeggiano lungo i bastioni, e gli uomini seduti nei caffè, ci danno un senso di serenità, nonostante le notizie che arrivano dall’Italia e che danno per imminente la fine del mondo.
Nel porto una ventina di camper soggiornano liberamente anche perché si trovano quasi di fronte alla caserma della Polizia, che in tutto il Paese da sempre tutela i turisti, la seconda voce delle entrate per la loro economia.
Lentamente il sole scende all’orizzonte con le mura della città che vengono investite da una luce risplendente, due bimbi sotto lo sguardo vigile della mamma, si lasciano rincorrere dalle onde che si infrangono sulla battigia, mentre sui frangiflutti coppie di ragazzi vengono avvinti dalla magica atmosfera.
Quando il sole è ormai velato dalle nubi, i pescatori si accingono ad uscire con le loro barche per il quotidiano lavoro. Lo splendore roseo dei bastioni si è spento, le mura sono ritornate pallide, una leggera brezza si sta alzando, mentre continua a ritmi regolari il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli. Sarà l’ultimo tramonto di Asilah per questo viaggio, perché una volta arrivati al campeggio le notizie che arrivano dalla vicina Tangeri ci inducono a lasciare il Marocco anticipatamente.
Oggi è domenica. Al nostro risveglio uno splendido sole sembra quasi invitarci a rimanere. Attorno al nostro camper, uno stormo di passerotti si butta sulle briciole buttate dopo la colazione.
Durante il trasferimento verso Ceuta il cielo si oscura quasi fosse adirato con noi che stiamo abbandonando in gran fretta il Paese, e la sfortuna vuole che durante il tragitto si buchi l’ennesima gomma che oggi essendo domenica, alla stazione di servizio non ci vogliono riparare. Notiamo con disappunto che siamo tornati nella civiltà. Com’è lontano il Marocco che conosciamo.
Superata la frontiera, pochi minuti per il disbrigo delle pratiche doganali, i camper vengono sistemati all’interno della nave e noi ci ritroviamo di nuovo incollati alla vetrata mentre il porto si allontana.
Mentre osservo la bianca scia della nave, non so se prevalga il senso di serenità per esserci lasciati alle spalle possibili pericoli, o l’amarezza di essere quasi fuggiti da questo grande Paese che per un mese ci ha fatto vivere intense emozioni.

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