Cervino – cronaca di una salita

di Vareno Boreatti –
Le previsioni dicono che il tempo migliorerà e il vento calerà, così il sette Settembre alle nove, io e Nadino, partiamo da Cervinia. In un’ora e quaranta siamo all’Oriondè dove incontriamo alcuni alpinisti veneti che avevano dormito lì. Loro scendono perché le condizioni della montagna non sono abbastanza buone.
Ripartiamo alle undici dopo due cioccolate calde. C’è vento forte e sulla cresta fumano pennacchi bianchi. Mettiamo i ramponi all’altezza del primo nevaio perché le rocce, spolverate di neve gelata sono scivolose.

Poco sopra, incrociamo due francesi che scendono dalla capanna Carrel per la troppa neve e il vento. Noi la prendiamo con ottimismo e pensiamo che se le condizioni della montagna non sono perfette ci sarà meno coda sulle corde fisse! La via di salita, tracciata dai due francesi, passa proprio sotto le rocce della Testa del Leone; ci sono dei segni rossi che indicano il percorso e alcuni spit di sicura.
Sul colle del Leone tira un vento fortissimo ed è difficile rimanere in equilibrio; il canale a nord è livido e quello a sud, per la poca neve di questi ultimi anni, è diventato molto incassato. Per questo canale ero salito d’inverno con Luigi Bosio quasi trenta anni fa. Dopo il colle proseguiamo a destra della cresta al riparo dalle raffiche più violente; c’è un lungo tratto facile prima delle placche Sailer poi un diedro verticale con catena chiamato “Cheminèe”, che superiamo senza togliere i ramponi; oltre, fino al rifugio, ci sono altre facili placche con neve. Sono le tre e mezza e le creste continuano a fumare. Il lato Ovest della capanna è al riparo dal vento e così stiamo lì fin dopo le sette e mezza mentre il sole continua a fondere la neve che cola sulle rocce. Usare il gabinetto è impossibile perché lo spiffero che sale dalla parete Ovest manda in su tutto quello che cerca di cadere nel buco.
Nel rifugio ci sono due olandesi saliti qui ieri che, rinfrancati dal nostro arrivo, decidono di venirci dietro domani. Sono attrezzati da boutique: tute North Face a quadrettini come il douvet superlux di Enrico, matasse di corde colorate; frends e nuts a mazzette, piccozze modello Mazinga. Noi abbiamo una attrezzatura più modesta: una corda da nove e un cordino da sette millimetri lunghi quaranta metri, otto moschettoni e sette cordini più quattro moschettoni a vite per le sicure, cinque vecchi blocchetti e la picca col manico di legno. Abbiamo portato su il fornellino ma nel lussuoso rifugio c’era già il gas anche per una stufa! A cena, con un dado lasciato da un russo, faccio la minestra e per renderla più corposa ci metto dentro a bollire del pane e del parmigiano: la mangiamo lo stesso. La notte sotto i violenti colpi del vento la capanna vibra, cigola e scricchiola tanto che sembra stia per precipitare ma le cinque coperte che ho sopra sono calde e morbide e io, tutto vestito, mi addormento in un angolo lontano da Nadino che, per attenuare il mio famoso russare, ha scelto l’angolo opposto del dormitorio. Alle tre devo uscire: c’è meno vento e tutte le stelle brillano nel cielo; alle cinque e mezza quando ci alziamo il vento non c’è più. Ci prepariamo con calma e alle sette meno un quarto, appena c’è luce sufficiente, usciamo dal rifugio coi ramponi ai piedi. Il primo tiro di corda lo fa Nadino ed è sempre una bella sveglia: prima lo strapiombo poi le placche verglassate con l’aiuto della catena.
Gli olandesi partono subito dietro di noi. Sulla vecchia foto di Mario Fantin, che ho in tasca, si vede bene il percorso sopra il rifugio che va a destra e torna due volte a sinistra verso la cresta, disegnando quasi un 3, prima di prendere decisamente a destra in parete. Non sempre scegliamo la via migliore perché spesso la neve copre le vecchie tracce e i segni dei ramponi sulle rocce. Una corda fissa ci aiuta a superare un diedro verticale incassato poi andiamo ancora a destra, procedendo di conserva con la corda lunga, fino al Linceul sul bordo superiore del quale c’è una corda d’acciaio. Per salti facili e infidi a causa del vetrato, assicurandoci dove possibile, raggiungiamo la “catena Tyndall”, qui un tempo c’era la “Gran Corda”. A differenza della Cheminèe questo tratto mi sembra più facile di un tempo. Raggiunta la cresta, gli olandesi sono rimasti indietro, continuiamo per placche e aggiriamo alcuni gendarmi sul lato di Zmutt mentre sulla nostra testa cominciano a ronzare elicotteri e a sfrecciare dei piccoli jet. Saliamo senza fermarci per la lunga cresta nevosa interrotta da un saltino e arriviamo sul pic Tyndall che sono le dieci passate. Sulla cresta orizzontale la neve, dura verso la Svizzera, dalla parte italiana è alta, soffice e insicura. Seguiamo con molta cautela il filo della cresta superando direttamente con tiri di corda i numerosi risalti. Non fa troppo freddo e posso arrampicare senza guanti; li metto solo durante le soste o quando devo piantare le mani nella neve. L’incanto della giornata è rovinato un poco dai turisti che ci svolazzano vicini.
L’Enjambèe, che non ricordavo, si supera in discesa con una spaccata su un esile pinnacolo che si erge in una profonda spaccatura ma prima e dopo ci sono bei fittoni. E’ passata un’altra ora e mezza ed è quasi mezzogiorno ma siamo sulla testa del Cervino: una paretina rossa con due chiodi che in alto diventa diedro è superata da Nadino. Sempre coi ramponi io salgo lungo la successiva corda fissa; non ho neanche più saliva per sputarmi sulle mani e le devo bagnarle con la neve perché facciano più presa sulla grossa corda liscia. La Scala Jordan, che è sempre faticosissima anche se questa volta è fissata proprio contro la roccia, tocca a Nadino. Più ci alziamo e più la cresta di Zmutt si avvicina. Il panorama è grandioso e non c’è una nuvola. L’altra volta qui c’era la nebbia e mi è rimasto il ricordo di una grande pietraia affollata, ora, con la montagna tutta per noi, il sole, la neve, la vista, mi sembra un regalo troppo bello. Si vedono due sulla punta Svizzera e subito dopo siamo in cima anche noi. E’ l’una e mezza. Telefono a mia moglie e lei mi dice che è tardi ma lo so già infatti nella salita non ci siamo fermati né per mangiare né per fare foto e oggi era proprio la giornata giusta con il tele e i due rullini che mi porto nel sacco. Ci facciamo le foto ricordo sulla vetta e diamo uno sguardo veloce alla parte finale della parete nord e al grandioso panorama circolare. Si vede tutto, dall’Argentera nelle Marittime al Monviso, al Gran Paradiso, al Monte Bianco, al Gran Combin, ai giganti del Vallese con la nord della Dent d’Herens in primo piano, ai Mishabel al Monte Rosa. Due chilometri e mezzo più in basso c’è Cervinia e oltre la valle d’Aosta e la pianura padana.
Ripartiamo alle due meno venti dopo solo dieci minuti di sosta in una meraviglia di posto dove avrei potuto fermarmi per ore. Scendiamo con doppie di venti metri sul cordino di riserva. In discesa si vede che la Scala Jordan è proprio su un punto strapiombante; per salirla, avevo dovuto infilare la piega delle braccia dietro le corde per ridurre la leva e faticare meno. Avevo anche pensato di lasciare lo zaino più in basso ma dentro ci sono i sovrapantaloni, una giacca a vento, il telo termico, i guanti di ricambio, gli occhiali di riserva, il poco mangiare, quello che resta del mezzo litro di acqua , la macchina foto, la pila ecc. e in caso di ritardi ho preferito tenerlo con me. Addosso ho: mutande lunghe di lana e pantaloni poi nell’ordine da sotto: maglietta e canottiera , camicia di pile, la maglietta di alpaca che metto nelle grandi occasioni, un pile leggero, il pile del mercato che Gino critica sempre e la K.Way. Ai piedi ho scarponi di cuoio con un paio di calze. Incrociamo gli olandesi sulla parete rossastra dei due chiodi ma loro salgono per un canale a sinistra; gli diciamo che troveranno piste in discesa sulla cresta dell’Hornly e sembrano sollevati. Il superamento dell’Enjambèe è più facile da questa parte. Un paio di salti li passiamo facilmente sulla destra ma sulla cresta innevata del Tyndall scaldata dal sole dobbiamo aumentare la cautela. La picca dal manico di legno serve per staccare lo zoccolo dai ramponi. Cerchiamo di non perdere tempo perché le corde doppie sono numerose e le ore passano veloci. Verso le 16 i due ci salutano gridando dalla punta.
Continuiamo a scendere sulle placche della cresta poi lungo la catena Tyndall, per le roccette e il Linceul. La neve si scioglie, cola in rivoli sulle placche e bagna le corde che si torcono nei moschettoni. Ripercorriamo il traverso, facciamo l’ennesima doppia sulla corda fissa, passiamo il Mauvais Pas e arriviamo sopra il rifugio con il cielo che diventa rosso fuoco dietro la Dent d’Herens; ancora due doppie e finalmente siamo sotto la catena della sveglia che per noi, dice Nadino, è diventata anche “la catena della buona notte”. Sono le otto e mezza e non importa se l’ultima corda doppia resta incastrata e mi fa penare per recuperarla, mentre cala il buio. Abbiamo impiegato più tempo a scendere che a salire. Nel rifugio ci sono tre ragazzi tedeschi che domani torneranno a valle. Restiamo a lungo a scaldarci davanti alla stufetta bevendo orrende tisane senza zucchero e andiamo a letto solo alle undici. Il giorno dopo ripartiamo alle sette meno dieci coi ramponi ai piedi e alle dieci siamo all’Oriondè dopo aver incrociato numerosi alpinisti che salivano; uno di questi, quando gli rispondiamo che abbiamo impiegato quasi 14 ore per fare il giro, dice: “Sulla guida il tempo per la salita è di quattro ore e mezza!”, ma non sa che noi abbiamo avuto il privilegio di tracciare la pista nella neve alta sulla cresta del Tyndall. Al rifugio non troviamo il taxi disponibile e dobbiamo scendere a piedi fino a Cervinia dove arriviamo alle undici e mezza. Nadino lavora all’una!



Vareno Boreatti e Nadino Zoppo

Aggiunta di fine novembre Un conoscente di Nadino che era salito in capanna la domenica 10 settembre gli ha detto che: “I primi che sono rientrati dal Cervino sono arrivati in capanna alle 22,30 sconvolti dalla stanchezza; altri hanno continuato ad arrivare fino alle 3 di notte. Il giorno dopo l’elicottero girava per raccogliere quelli che non erano rientrati.( forse, dico io, era l’elicottero dei turisti). Sulla guida c’è sempre scritto 4 ore e trenta ma probabilmente da qualche parte c’è anche una nota sulle condizioni della montagna.
 

 

 
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