Tra la Terra e il Cielo

di Daniele Pistoni –
Rotta australe.
L’aereo sta per atterrare, fuori dal finestrino le luci della pista d’atterraggio si fanno largo nel buio della notte. È la terza volta da quando siamo partiti per questo viaggio all’altro capo del mondo che stiamo per posare le ruote a terra. Per tre volte abbiamo abbandonato la solidità della crosta terrestre per fluttuare nella fluidità dell’aria. Siamo scomparsi da un luogo pronti a riapparire in un altro dopo essere passati attraverso il non luogo del volo, in un tempo che appare quasi immateriale rispetto a quello che scorre a terra.

Manca una quarta e ultima tappa aerea all’appuntamento con l’avventura vera e propria, quella del viaggio fatto di aria sulla faccia e suolo arido sotto ai piedi, ma è questo che sta per terminare che ci consegna alla terra entro la quale prenderemo confidenza con il Nuovo Mondo che ci aspetta nei prossimi trenta giorni. Abbiamo sorvolato le irte vette andine quando la tenebra australe aveva già steso il suo manto su di loro e nonostante la notte fosse nera come inchiostro ho percepito chiaramente la loro presenza qualche chilometro sotto la fusoliera dell’aeromobile; è stato allora che una sensazione mista di gioia e inquietudine mi ha percorso tutto il corpo come un brivido. Quante storie di uomini intenti nell’eterno ciclo di lotta e di ricongiungimento con la natura si nascondono tra vette, pampas, deserti e altipiani legati insieme da questa spina dorsale che corre lungo tutto il continente sudamericano!? Stiamo per toccare per la prima volta nella nostra vita la terra sotto l’equatore e dentro di me è tanta la voglia di infrangere questo limite.

Appena messo piede fuori dal portellone annuso l’aria come farebbe un cane in cerca di odori famigliari, me ne riempio i polmoni e mi pare che stranamente assomigli tanto a quella di casa. Non ci sono odori o aromi esotici ad accoglierci, niente spezie orientali, niente umori caldi dei tropici, soltanto il leggero profumo di una notte di inizio estate carica del suo inconfondibile odore umido e leggero. In fondo cos’altro avrei potuto aspettarmi in questo mondo rovesciato? È il 7 dicembre e all’inizio astronomico dell’estate australe non manca molto. Il clima di Santiago del Cile non è molto diverso da quello continentale europeo ed è forse per questo che molte genti di quel continente vi hanno trovato rifugio senza poi saper più lasciare queste terre ricche di cultura e di storie da raccontare. L’aeroporto non è diverso da tanti altri scali che abbiamo visto per il mondo, a questa ora della sera sembra però avvolto da un soffice guscio di indifferenza; recuperiamo i bagagli e dopo aver sbrigato velocemente le formalità per l’ingresso cerchiamo un luogo sufficientemente comodo dove passare la notte. L’area partenze sembrerebbe fare al caso nostro, non fosse per una numerosa comitiva urlante di studenti che rumoreggia con urla e schiamazzi dando vita nel grande atrio vuoto, sotto gli occhi stanchi e indifferenti di una guardia, a folli corse di carrelli per bagagli. Chiudo gli occhi nonostante tutto, quasi ipnotizzato dagli ammiccanti monitor luminosi che indicano i voli in partenza l’indomani mattina.
Nel dormiveglia che mi porta verso l’alba ho come l’impressione di rivivere in un flashback i sottili momenti vissuti a casa prima della partenza:
…è notte fonda, dopo mesi di attesa e preparativi finalmente il grande giorno è arrivato. Non sono passate che poche ore, se mai è stata reale la sensazione di averlo fatto, da quando abbiamo provato a chiudere gli occhi l’ultima notte prima della partenza. Quando lasciamo la nostra casa il buio è impenetrabile, il gelo ha appena iniziato a disegnare i suoi arabeschi e sta riempiendo di diamanti lucenti i campi e gli alberi tutto intorno a noi. Domani poggeremo i piedi in terra cilena, una sottile striscia di mondo incastonata tra le Ande e l’Oceano Pacifico; una follia della natura che nei suoi 4.300 chilometri di lunghezza si estende dai gelidi ghiacci spazzati dal vento dell’ovest di Capo Horn, fino ai deserti e ai salares dell’altipiano…

PRIMO GIORNO
Riapro gli occhi con i primi barlumi di luce dell’alba, attratto dal tintinnare di qualche bar che sta schiudendo i battenti; vedo Linda, stordita e assonnata come me, qualche panchina più in là e senza bisogno di troppe parole siamo già d’accordo sul fatto che l’esperienza del dormire in aeroporto sia conclusa qui. Dopo una veloce colazione a base di ciambelle ci rechiamo nell’area partenze……mancano ancora un paio d’ore al nostro ultimo volo ed ora il cielo sta iniziando la sua metamorfosi mattutina. Io mi ciondolo tra un gate e l’altro a guardare gli aerei che rullano veloci sulla pista e che sfidando la forza di gravità puntano il loro muso verso le ultime stelle del mattino.
Ora tocca finalmente a noi, ritorniamo a fluttuare nell’aria qualche decina di chilometri sopra l’oceano e assaporiamo inquieti l’incontro con il North Grande e la I Regione.
Il Cile è diviso in ben 15 regioni amministrative e la I Regione, o regione di Tarapacà, è la penultima a nord, e fino alla Guerra del Pacifico (1883) apparteneva al Perù. L’attività prevalente è quella delle estrazioni minerarie, anche se fino al XIX secolo la maggior importanza era rivestita dalla produzione del nitrato di potassio che trovava largo uso come fertilizzante agricolo. Il nitrato di potassio è il sale di potassio dell’acido nitrico. A temperatura ambiente è un solido cristallino incolore, dal sapore leggermente amarognolo, solubile in acqua. È comunemente noto anche con il nome di salnitro ed è un fertilizzante di buona qualità, contenendo due degli elementi più importanti per la crescita e il sostentamento delle piante: il potassio e l’azoto, in forme facilmente assimilabili. La sua importanza è andata diminuendo con l’avvento dei fertilizzanti chimici e di pari passo queste zone del Cile hanno subito una parziale conversione, facendo in modo che ora una delle principali ricchezze della regione siano i giacimenti di rame. Particolare rilevanza commerciale ultimamente si è avuta con l’istituzione di una zona commerciale franca, chiamata ZOFRI (Zona Franca de Iquique), nella parte settentrionale della città di Iquique.

L’aereo si abbassa di quota, nell’orizzonte bianco di foschia iniziamo a vedere il sottile nastro d’asfalto della strada Panamericana che sfila longilinea ad un passo dal mare. La pista dell’aeroporto, che ci appare da lontano, è come una lunga lingua grigia rubata in quel poco spazio che resta tra le montagne e l’oceano. La giornata ora appare galleggiare in una quiete imperturbabile e le montagne, come giganti di roccia ricoperti da un impalpabile manto di fine sabbia color oro, sembrano erte a proteggere l’interno di questa terra che a prima vista sembra essere così inospitale e dall’aspetto lunare. Mettiamo finalmente piede sul duro suolo ed il respiro che sembrava congelato all’interno dei polmoni ritorna a fluire libero, non tanto per paura, angoscia del volo o altro, ma piuttosto per il groviglio di emozioni rinchiuse nello stomaco da mesi e che ora al pensiero del lungo tragitto terrestre che stiamo realmente per intraprendere possono finalmente liberarsi e prendere forma.
Il taxi collettivo corre veloce in direzione nord lungo la Panamericana, verso la città di Iquique. La mia bocca non proferisce parola, il cervello è ora tutto indirizzato sulla vista, che cerca, nell’analisi delle immagini che scorrono fuori dal finestrino, un appiglio per iniziare a comprendere questo mondo nuovo. La costa appare desolata e il paesaggio è avvolto in una foschia che lo rende ancora più drammatico, tuttavia non è privo di insediamenti umani. Iquique ci appare in lontananza adagiata sulla costa, e nella bruma mattutina assume quasi le sembianze di una città fantasma. Da lontano si nota subito che le costruzioni si estendono dai grattacieli costruiti a un passo dalla costa fino alle basse case che ornano le pendici delle montagne. Sarà che oggi è l’8 dicembre e sono solo le dieci del mattino, ma la città sembra eccessivamente vuota per il numero di abitanti ufficiale.
La città di Iquique è la capitale della I Regione e dall’ultimo censimento conta pressappoco 220.000 abitanti. Capoluogo di una regione pressoché totalmente desertica si trova nella parte settentrionale e gode di un clima mite durante tutto l’arco dell’anno.
Troviamo sistemazione all’hotel de la Plaza, sulla centralissima e pittoresca via Baquedano.
Manuel Baquedano González è stato un generale e politico cileno. Come generale Baquedano partecipò alla Guerra del Pacifico (1879-1884) occupando la capitale peruviana Lima (1881) e venendo ricevuto trionfalmente al ritorno in patria. Nel 1981 fu brevemente capo del governo con le dimissioni di Balmaceda, che si dimise e gli lasciò il potere nell’attesa dell’arrivo delle truppe conservatrici. Il 31 agosto l’ammiraglio Montt fece il suo ingresso nella capitale e assunse la presidenza provvisoria della Repubblica, sollevando Baquedano da ogni incarico politico.
La strada a lui intitolata taglia nel mezzo il vecchio centro storico ed è un lungo rettilineo lastricato di pietra e orlato da case e marciapiedi in legno risalenti all’età coloniale. Sistemati i bagagli usciamo subito in perlustrazione e non possiamo fare a meno di paragonare l’immagine che abbiamo davanti con quella di una città fantasma del vecchio west, con tanto di binari abbandonati che attraversano longitudinalmente la via. L’aria è fresca, ma il Sole dritto allo Zenith spinge i suoi raggi sulle nostre teste contribuendo ad un’atmosfera da mezzogiorno di fuoco. Ci dirigiamo verso la piazza e poi in direzione del porto, area desolata dove il mosaico colorato dei container si staglia contro il blu intenso dell’Oceano. Seguiamo il lungomare, l’aria è densa di salsedine e la calma apparente del mare è disattesa dalla forza con cui le onde si infrangono su di una costa che alterna rocce e sabbia. Ritornando verso il centro per consumare il nostro primo frugale pranzo cileno notiamo molti college in perfetto stile inglese, che ora appaiono come grandi edifici fantasma probabilmente svuotati dalle vacanze estive.
Il fuso orario e il lungo viaggio iniziano a farsi sentire, dopo pranzo crolliamo in un sonno profondo nel quale mi sembra di ripercorrere a ritroso i preparativi prima della partenza ed il vero motivo che ci ha portato in questa città:
……è una calda giornata di inizio ottobre, dopo una irrequieta mattinata al lavoro mi aspetta l’appuntamento cruciale con il viaggio che sto organizzando da mesi, quello che potremmo definire il punto del NON ritorno. È già tutto pronto, imballato, deciso, non resta che infilare quella cassa metallica ingombrante sul furgone di Valerio, che mi sta già aspettando, e prendere l’autostrada verso Bologna.
L’operazione risulta un po’ macchinosa perché la dimensione della cassa è di poco inferiore a quella del vano su cui dobbiamo caricarla, ma con un po’ di pazienza però tutto si svolge nel migliore dei modi. Il viaggio verso Bologna è pieno di riferimenti a quello che sarà poi, a destinazione, anche se credo di non rendermi ancora realmente conto dell’importanza di questo momento per la realizzazione di ciò che ho perseguito da mesi. Ecco ci siamo. Valerio ferma il furgone davanti ad un capannone anonimo, come ce ne sono tanti. Scendo, suono il campanello e mi faccio avanti attraverso la vecchia porta cigolante. Spiego alla segretaria che devo consegnare una spedizione per il Cile e mi viene indicato l’ingresso sul retro. Il carrello elevatore scarica la cassa. Ora ci siamo sul serio. Trattengo il respiro. Leggo per un’ultima volta quella scritta a pennarello fatta sulla plastica lucida che avvolge il freddo metallo: DESTINO FINAL IQUIQUE, CHILE. Non mi rendo conto, rispondo alle battute dell’uomo che ha scaricato la cassa mentre chiude il portone alle nostre spalle. È fatta mi dico, e la gioia mi esplode dentro. Qualche settimana fa sembrava dover andare tutto a monte, ora invece eccomi qui di ritorno da Bologna dopo aver consegnato la mia moto chiusa dentro ad una cassa, pronta per essere spedita dall’altra parte del mondo. Non mi resta che contare i giorni che ci dividono dalla nostra partenza……sessantasei.
Riapro gli occhi, stordito da un inatteso caldo, dal sonno, dal sogno. Quei sessantasei giorni si sono dissolti, la partenza è già passata e la distanza che c’è ora tra noi e la moto è ormai sottile come il velo di luce della sera che filtra dalla finestra.
Con il calare della sera sembra che via Baquedano prenda vita. Usciamo per cena quando sono da poco passate le venti e il crepuscolo illumina l’aria che ora si è fatta limpida. Per festeggiare l’inizio dell’avventura ceniamo con riso ai frutti di mare, spiedini di gamberi e fritto misto, il tutto innaffiato da un buon sauvignon cileno, e dalla quantità e qualità del cibo sembra proprio che per i prossimi giorni non avremo problemi nel soddisfare i piaceri del palato.



SECONDO GIORNO
La notte passa rapida e senza sogni, ma l’alba non ci coglie però impreparati visto che è dalle 6,30 che a causa del fuso orario non chiudiamo più occhio. Alle 8,00 siamo già davanti al portone d’ingresso del porto con in mano i documenti della spedizione e tante speranze. Nel frattempo la città sembra destarsi lentamente dal sonno, e l’aria fresca e immota inizia a riscaldarsi. Per il mio sogno ad occhi aperti il risveglio è invece decisamente più brusco: la corpulenta impiegata dell’ufficio portuale ci comunica, tra un morso ad un panino e l’altro, che non riesce a trovare il riferimento della nostra merce e che dobbiamo recarci presso l’ufficio del corrispondente locale del nostro spedizioniere……una certa ECULINE. Non perdiamo tempo e saltiamo sul primo taxi di passaggio. Il veicolo che ci carica non è però libero e prima di portarci a destinazione ci addentriamo nella zona commerciale franca dove scarichiamo gli altri passeggeri. L’impressione che abbiamo in questo passaggio fugace è di essere dentro ad un immenso, sporco, disordinato e poco raccomandabile quartiere. Qui vengono smerciate grandi quantità di merce in arrivo via mare, merci che grazie al regime fiscale agevolato fanno di Iquique un ottimo luogo nel quale fare affari.
Arrivati finalmente all’ufficio scopriamo che si trova all’interno di uno dei fatiscenti palazzi adiacenti la piazza principale, praticamente a cinquecento metri in linea d’aria dal nostro hotel. Si presenta davanti a noi ad aprire l’ufficio un ragazzo che avrà al massimo diciotto anni, vestito in modo casual e con un ritardo di almeno venti minuti. Oltre a non saperne molto della nostra spedizione sembra anche in difficoltà nel cercare una soluzione alternativa all’attesa di suo fratello, che sarebbe il titolare e dovrebbe arrivare a minuti. Inizio seriamente a pensare che le complicazioni saranno molte di più di quelle previste. Solo alle 10,20, finalmente, riusciamo a esporre il nostro problema a qualcuno che sembra sapere come muoversi. Una telefonata, due, tre, sembra però che anche a Santiago ne sappiano poco. Dobbiamo attendere risposte che necessitano tempo, sembra che questo però non sia il luogo più adatto così ci viene chiesto di ritornare dopo un’ora. I programmi di partire nel pomeriggio di oggi verso l’altipiano sembrano destinati ad essere rimandati, ma se per lo meno riusciremo a mettere le mani sulla moto potremmo organizzarci per partire domani all’alba; eventualità già largamente considerata nelle larghe maglie del piano di viaggio messo giù a tavolino……c’è ancora speranza.
Nel frattempo approfittiamo dell’ora d’aria per fare colazione, visto che presi dalla smania di essere al porto di prima mattina ce ne eravamo privati. La piazza centrale non sembra aver niente a che fare con quella vista ieri; oggi è un continuo via vai di persone, di locali aperti e non sembra nemmeno di essere nello stesso luogo. Dopo una bella frittata, pane, marmellata e succhi di frutta ci sentiamo pronti per sapere che destino ci attende. Risaliamo all’interno dello stretto e scricchiolante ascensore, bussiamo e il sorriso di chi ci apre ci dà speranze, speranze che però durano un solo istante! La notizia è peggio di qualunque cosa mi sarei aspettato di sentire: la moto è rimasta al porto di San Antonio!!! Per un attimo mi sembra di piombare nel peggiore degli incubi. Mesi di preparativi, di attesa, e ora per l’errore di qualcuno sembra che tutto stia per andare in frantumi. Riceviamo il numero del corrispondente di Santiago e andiamo al primo centro chiamate ad esporre tutte le nostre rimostranze.
Prendo la fredda cornetta del telefono in mano e compongo il numero, sono talmente interdetto dallo shock che quando la voce dall’altra parte risponde non riesco a proferire nemmeno una parola comprensibile in spagnolo ed emetto solo suoni incomprensibili, farfuglio qualcosa per un po’, poi riaggancio frastornato e deluso. Riprova Linda, fortunatamente lei riesce a controllarsi e a farsi capire: la moto è rimasta nel porto di San Antonio per un errore dell’ultimo trasportatore e ci comunicano che se vogliamo che sia portata a Iquique come nostro diritto sono necessari circa 7-8 giorni. È un tempo che non possiamo assolutamente permetterci di aspettare e inoltre pensare che solo poche ore fa eravamo a Santiago rende la cosa ancora più controversa. Ad averlo saputo ci saremmo risparmiati un volo, una giornata in giro per uffici tristi e spogli, ma sopratutto avremmo avuto
1.900 chilometri di strada in meno tra noi e la moto. Ci consultiamo velocemente e inizio a pensare che valga la pena lasciare tutto com’è, che valga la pena rinunciare. Possiamo fare il nostro viaggio anche senza moto, quando saremo a Santiago alla fine del tour de force che ci aspetta organizzerò una spedizione di ritorno per rimandarla a casa e fine dei giochi. Il briefing è breve, Linda è dalla mia……si va a San Antonio! Controlliamo i voli sul portale web delle aerolinee cilene, i prezzi sono eccessivi e siamo stanchi di prendere aerei. La decisione possibile è una soltanto: ci assicuriamo che mentre noi andiamo là la moto non venga spedita qui, e sperando di riuscire a sbrigare la pratica tra due giorni, saltiamo sul primo autobus diretto nella capitale……se tutto va bene dovrebbero essere 24 ore di viaggio non stop.
Quando dopo oltre un’ora di attesa alla stazione l’autobus della TUR-BUS finalmente si muove, la tensione accumulata durante tutta la giornata si scioglie per incanto. Non abbiamo più idea di cosa attenderci, i programmi di viaggio sono stati completamente sconvolti, siamo però finalmente in movimento e abbiamo per lo meno scongiurato il rischio che Iquique si trasformasse in una trappola dalla quale avremmo faticato a fuggire. Ci lasciamo i grattacieli alle spalle ripercorrendo quel breve tratto di strada che già conoscevamo in direzione dell’aeroporto e da lì iniziamo la rincorsa verso l’ignoto cuore del Cile. Sono appena le cinque del pomeriggio, il sole è alto nel cielo e la strada corre senza sosta tra l’orizzonte solitario del mare e l’imponente presenza desertica della pre­cordigliera, che da qui sembra un‘immensa duna di sabbia pronta a sgretolarsi in un istante. Mi immergo nella lettura del romanzo, eccezionale almeno quanto delirante, che ho portato con me: Cent’anni di solitudine del Nobel colombiano Gabriel Garcia Marquez. Sono talmente preso dal racconto che quando sul fare della sera l’autobus si ferma e fuori dal finestrino scorgo le divise dei militari, ho quasi il timore di veder sbucare il Colonnello Aureliano Buendìa con le sue truppe; mi riprendo subito e mi accorgo che è solo il controllo doganale all’uscita dal territorio Iquiqueño. Ci fanno scendere; il sole è calato sulla linea perfetta dell’orizzonte marino, la luce che illumina il paesaggio è ora tenue e soffusa, ed il vento denso di salsedine spazza le sabbie desertiche di queste terre. Ad uno ad uno prendiamo i nostri bagagli e siamo obbligati ad un sommario controllo di ciò che trasportiamo. Al termine dell’inutile messa in scena ripartiamo in direzione sud lungo l’infinito serpentone. L’autobus è assortito delle presenze più varie: donne, bambini, anziani, turisti per lo più brasiliani e noi; diciamo però che non presto attenzione ai particolari delle presenze che ci circondano, ora la mia concentrazione è tutta rivolta al momento in cui arriveremo a destinazione.
Il paesaggio è dannatamente uguale almeno quanto dannatamente bello e le dune si colorano di tinte sempre più scure a mano a mano che il sole si inabissa nel Pacifico. Mentre la notte ci inghiotte intravediamo gli immensi mostri metallici del porto di Antofagasta, le gru che infaticabili caricano e scaricano quel mosaico di container carico del sudore di operai lontani e vicini. Quando le luci della città e del porto sono ormai alle nostre spalle e i fari dell’autobus illuminano le notte buia, mi perdo in sogno ammirando quel poco del cielo australe che filtra dalla trasparenza del finestrino:
……è’ la fine di settembre, e il progetto di spedire la moto in Sudamerica per affrontare un insolito viaggio che sembrava dover saltare, ha preso quota da un momento all’altro. In pochi giorni ho dovuto rimediare a tutte le cose preventivate e non fatte: ho montato le gomme nuove da percorsi misti, ho cambiato tutta la viteria della carena per essere sicuro di non avere imprevisti qualora dovessi smontarla, abbiamo sperimentato il vestiario e le borse da applicare alla moto, il meccanico ha fatto un controllo completo di tutto il controllabile ed ora eccoci qui, alla fase delicata dell’imballaggio. Oggi ho appuntamento in officina da Stefano dove proveremo ad infilare la mia Yamaha XTZ 750 all’interno di un imballo metallico recuperato mesi orsono da un rivenditore di moto. Inizio con lo smontare le parti che escono dall’ingombro: cupolino, specchi, manopole, poi il serbatoio viene svuotato e la batteria scollegata. Ed ecco che arriva l’operazione tecnicamente più complicata: solleviamo l’anteriore con il muletto e sfiliamo il perno della ruota davanti. Ora la ruota è libera, non senza fatica infiliamo la moto nelle guide e proviamo a far combaciare la forcella con il blocco di metallo della base. Le dimensioni sono giuste, ma per un fissaggio che sopporti il viaggio ci sarà bisogno di una modifica. Passiamo al retro: la ruota si incastra discretamente nella guida, ma per renderla stabile ci sarà però comunque bisogno di legarla. Passiamo le corde sulla moto e con forza le leghiamo in modo che l’ammortizzatore posteriore si schiacci quasi a fondo corsa. Sembra che siamo riusciti ad ottenere un impianto sufficientemente stabile, non resta che montare l’involucro esterno e perfezionare il tutto. Siamo alla fine, inserisco le borse con il vestiario e le protezioni, il bauletto posteriore con i caschi e l’attrezzatura che servirà in caso di forature e imprevisti, ed infine per ultima la ruota anteriore. Non mi resta che avvolgere tutto con il nastro trasparente da imballaggio. C’è voluto un pomeriggio intero ma sto incidendo con il pennarello indelebile sulla superficie lucida e sfuggevole dell’imballaggio quelle parole che suonano quasi come una vittoria: DESTINO FINAL IQUIQUE-CHILE.

TERZO GIORNO
Mi risveglio all’alba e se non fosse perché il mare è scomparso dalla vista, guardando fuori dal finestrino sembrerebbe di non aver affatto dormito. Siamo ancora prede del desolato deserto di Atacama, qualche sparuto arbusto ha iniziato a far capolino tra i sassi, ma restiamo inesorabilmente schiacciati tra il cielo e la terra per molte ore ancora. Mi immergo di nuovo nella lettura, so che avrò modo di ammirare approfonditamente questi paesaggi quando dovremo rifare la strada inversa con la moto……o almeno spero. Scorrendo le righe ho quasi l’impressione che per uno strano sortilegio siamo finiti all’interno del romanzo che sto leggendo: i protagonisti del testo confinati nell’incredibile paese di Macondo e noi confinati nell’interminabile deserto cileno…..forse il modo più veloce per uscirne non è altro che leggere il libro tutto d’un fiato.
Ad un tratto verso mezzogiorno, dopo aver ridisceso ampie curve, il mondo fatto di persone e case riappare come per incanto a La Serena. In un attimo si materializza una città vera e propria adagiata sul mare, con spiagge, centri commerciali e attraversata da un ampia strada a due carreggiate con altrettante corsie per senso di marcia. Attraversato questo angolo di civiltà la strada rimane larga, con caselli di pedaggio e ampi autogrill. Avvicinandoci alla capitale poi, di pari passo con il diminuire dei chilometri, aumenta anche la vegetazione che ora è bassa e fitta, e a poco a poco sui lunghi rettilinei che ora salgono e ora scendono compaiono campi coltivati e industrie. Quando facciamo ingresso al terminal TUR-BUS di Santiago sono trascorse 26 ore dalla partenza, abbiamo percorso circa la distanza che separa Roma da Copenaghen e nonostante questo non abbiamo attraversato nemmeno la metà dell’intera lunghezza di tutto il territorio cileno!
Non facciamo nemmeno in tempo ad annusare l’aria di Santiago che in meno di quindici minuti dall’arrivo siamo già saliti sull’autobus per San Antonio; in un’ora e venti dovremmo essere a destinazione e sembra che la fortuna finalmente ci assista. Questa folle corsa sta però mettendo a dura prova anche due viaggiatori incalliti come noi, che in 24 ore di viaggio via terra erano riusciti, in un precedente viaggio, ad andare dalla capitale del Laos Vientiane, ai templi di Angkor Wat in Cambogia, il tutto passando per Bangkok.
Lasciamo subito Santiago e la sua periferia ordinata fatta di quartieri disegnati con il righello, quasi fossero installazioni militari. La valle che si apre davanti a noi non ha un paesaggio molto diverso da quello che troveremmo in Europa: campi coltivati, aziende agricole, alberi da frutto e vigneti. Il clima in effetti è molto simile, direi quasi identico, non fosse che grazie alla vicinanza del mare difficilmente in inverno il termometro scende sotto lo zero. Eccoci, dopo quasi 28 ore da quando abbiamo lasciato Iquique, posiamo piede sul suolo di una sporca e sgangherata cittadina di mare, o meglio dire sul mare. Non sappiamo da dove cominciare e per questo decidiamo sia meglio prendere un taxi e farci portare in cerca di un hotel. Inizialmente, da quello che vediamo, diffidiamo molto anche del fatto che ce ne siano, poi ne troviamo uno sgangherato che si affaccia sul lungomare. Da qui la cittadina sembra un immenso cantiere a cielo aperto; davanti a noi, oltre la strada, si lavora senza sosta alla costruzione di grandi mostri di ferro e cemento, anche se non capiamo bene se si tratti di un nuovo scalo portuale o di un’area commerciale destinata a valorizzare San Antonio.
Negli ultimi anni la merce in transito nel porto di San Antonio ha subito un aumento vertiginoso, tanto che nell’ultimo decennio lo scalo è passato da secondo porto del Cile a primo scalo di tutta la costa ovest del continente sudamericano. Questo è potuto avvenire grazie alla posizione centrale e agli ottimi collegamenti con la capitale, ma grazie anche e soprattutto agli investimenti privati e statali che sono piovuti sulla zona per favorirne lo sviluppo. Gli ultimi investimenti da parte del governo mirano infatti al recupero e alla valorizzazione di tutte le attività costiere tipiche delle città di mare.
La stanza che ci viene assegnata è minuscola, grazie alle pareti scure e alla finestra che si affaccia su di un vicolo cieco sembra ancora più piccola, ed inoltre gli odori di muffa e umidità dell’interno sono decisamente pungenti. In totale contrapposizione all’ambiente salubre e malsano c’è però la solarità della proprietaria che sembra volersi dare da fare per compensare alle mancanze dell’alloggio che ci sta offrendo. Non le capiterà certo tutti i giorni di poter ospitare persone diverse da rozzi e sporchi operai di cantiere, ma nel suo modo di fare sembra esserci qualcosa di più del solo interesse commerciale, c’è forse un’abitudine ad essere gentili e cordiali a cui non siamo più abituati nella nostra società del consumo e del tutto e subito.
Per la cena non abbiamo voglia e nemmeno bisogno di allontanarci troppo, proprio nella porta accanto alla nostra c’è l’ingresso di un ristorante che dà l’impressione di essere fin troppo lussuoso per un luogo triste e desolato come questo, all’apparenza abbandonato soltanto agli affari del porto. Entriamo un po’ titubanti dalla porta a vetri e notiamo subito la cura dell’arredamento, dei quadri alle pareti e dei tavoli apparecchiati con ricercatezza. Bottiglie di vini pregiati ornano gli scaffali e dalle vetrate abbiamo un’ampia vista sul molo e sulla costa sottostante. Ordiniamo i famosi mitili cileni e una bottiglia di vino, sperando che questa volta l’oziosa cena sia il preambolo di un giorno fortunato. La cucina si rivela non essere granché e quando usciamo dal locale siamo un po’ delusi sia dai grossi molluschi che dal servizio, di certo non all’altezza di come si presentava. Fuori il cielo è già scuro e nel buio della notte brillano solo le scintille prodotte dalle smerigliatrici e dalle saldatrici degli operai che lavorano senza sosta nel cantiere. Ci rinchiudiamo nel nostro loculo sotto le lenzuola intrise di umidità, nella speranza che domani sia il giorno giusto per prendere in mano il nostro destino e puntare di nuovo verso nord. Nelle braccia di Morfeo ripercorro quel viaggio a ritroso iniziato qualche giorno orsono:
sono mesi che chiedo stime telefonicamente e via internet per la spedizione, ho già ordinato negli USA dettagliatissime cartine geografiche di rilevazione militare (le uniche a disposizione con una risoluzione accurata dell’area) con tutto il nord del Cile e gli altipiani della Bolivia, che probabilmente non serviranno mai a nulla, ma vale la pena prevedere il peggio quando si organizza un’avventura come questa. Ho ordinato le attrezzature d’emergenza e mi sono esercitato nel caso ci fosse bisogno di dover sostituire le camere d’aria della moto, i vestiti, le protezioni: è tutto pronto. Manca solo quella maledettissima spedizione. Sembra che nessuno voglia lavorare con un privato che cerca spazio in un container, e anzi sembra che nessuno lo voglia fare a maggior ragione per spedire una moto. A nulla valgono le mie rassicurazioni sul fatto che la moto vale poco; chi ha avuto problemi in un senso, chi nell’altro e nessuno è disposto a fare groupage per una merce del genere. Le destinazioni poi sono piuttosto rigide, sembra che tutti siano attrezzati solo per i porti principali: San Antonio in Cile, Buenos Aires in Argentina, Montevideo in Uruguay. Sembra che non ci siano altre soluzioni a costi accessibili e inoltre tutte devono fare scalo a Miami con complicazioni ancora maggiori. Sembra che nemmeno l’aiuto di Giampiero, un collega del centro Italia che in moto ha girato il Mondo, sia in grado di sbloccare la situazione; ormai credo che rinuncerò a realizzare questo strano sogno di attraversare gli altipiani del Sudamerica in moto e raggiungere la città Inca di Machu Picchu. I tempi iniziano ad essere risicati e non sono più tanto sicuro che il progetto sia realizzabile, quando accade che da un giorno all’altro mi ritrovo al telefono con qualcuno che non fa problemi, qualcuno che rende tutto semplice e che in pochi minuti mi invia una quotazione dettagliata per il porto di Iquique in Cile. Non è più alta di altre quotate su porti di maggior importanza, ed è tutto talmente perfetto che quasi non ci credo. Iquique è il porto ideale, a pochi chilometri dagli altipiani, perfetto per chiudere quell’anello che nella migliore delle ipotesi mi permetterebbe di rispedire la moto a casa al termine del viaggio, e inoltre partire da qui permetterebbe un viaggio più soft, più breve, senza mettere alla frusta il mezzo, il pilota, ma soprattutto il passeggero. Siamo quasi a fine settembre e i tempi utili per la spedizione sono pochi, tra dieci giorni al massimo devo consegnare la moto……il sogno è ancora vivo, è on the road.

QUARTO GIORNO
Apro gli occhi destato dalla luce grigiastra del mattino e sento al naso l’odore pungente e umido della muffa. Mi rendo conto ben presto che sono lontano dal sogno che ho appena fatto; sono a San Antonio. Tendo l’orecchio per sentire i rumori del mondo, quasi a voler carpire un segnale ben augurante per quello che ci aspetta oggi, ma dalla strada sembrano provenire soltanto rumori ovattati, come se il mondo stesse ancora dormendo. Come da programma alle otto in punto siamo già al porto, il cielo è grigio e le vie sono deserte e cariche di tristezza. Ci rendiamo conto definitivamente che la vita in questa parte del mondo viaggia a ritmi diversi e anche nelle attività più mattiniere fino alle nove non si vede praticamente nessuno. Ripieghiamo nel bar del porto dove facciamo colazione con anonimi toast al prosciutto e tè caldo, poi, seguendo i binari abbandonati color ruggine che fiancheggiano la strada, ritorniamo verso il grande cancello di ferro dietro al quale sono impilati uno sopra all’altro i container in arrivo da ogni parte del globo. All’inizio sembra tutto fin troppo facile; gli impiegati del porto ci indirizzano alla dogana che dista solo poche centinaia di metri, ma qui però ci pongono il problema del Bill of Lading che indica come luogo di ritiro Iquique e ci rimandano al porto. L’inghippo sembra risolvibile dopo lauto pagamento e inizio a pensare seriamente che tutto questo sia uno scherzo e che da qualche parte ci sia una telecamera per filmarci! Negli angusti uffici del porto c’è un gran via vai di persone e fortunatamente qualcuno si prodiga per aiutarci a risolvere il problema perché nonostante siamo arrivati fin qui la voglia di mollare tutto è ancora forte. Al termine delle trattative dobbiamo pagare 120 dollari per la modifica del documento…fatta a penna e timbrata… e una volta ottenuta ritorniamo all’ufficio dogana dove l’impiegata ammira con soddisfazione e con un largo sorriso il documento corretto. In meno di mezz’ora, al cospetto di un uomo sulla quarantina dai modi estremamente gentili, ci viene rilasciato il permesso di importazione temporanea del veicolo, documento con il quale possiamo andare a ritirare finalmente la nostra merce al deposito. Quando mettiamo piede fuori dalla porta della dogana il grigiore del cielo sembra dipinto tanto è uniforme e privo di sfumature, a me però sembra che finalmente su di noi splenda il sole, anche se la sensazione dura estremamente poco perché non tarda ad arrivare l’ennesima doccia gelata……ora ci chiedono i soldi per i sedici giorni di deposito!
A questo punto mi si gira definitivamente l’interruttore del cervello e imprecando come un invasato minaccio il povero impiegato, che personalmente non ha nessuna colpa, e gli dico che lascio la merce lì e che vedano loro cosa farne. Linda come già in passato mi fa riprendere parzialmente la ragione e per la seconda volta in pochi giorni ci rechiamo a metterci in contatto con l’ufficio ECULINE di Santiago. Questa volta riesco a farmi capire benissimo, sembra che comprendano che non posso tollerare per principio di aver già perso tre giorni e pagato 120 dollari per un errore non mio ed ora di dover pagare altri soldi per il deposito di una cosa che non doveva essere in deposito! Preso dalla rabbia chiamo anche lo spedizioniere in Italia con il quale non posso fare altro che sfogarmi perché, mi spiega, non ha nessun potere se non quello di chiamare in Cile e intimare al corrispondente locale di spedire al più presto la merce a Iquique……ci mancherebbe altro! Attendiamo oltre un’ora e finalmente quando è quasi mezzogiorno arriva l’accordo tra il deposito ed ECULINE che si sobbarcherà le spese e a noi resteranno da pagare solo quelle relative alla movimentazione che corrispondono a poche decine di euro. Non sappiamo più se sperare di avercela fatta o se aspettarci nuovi problemi, ma il sole che nel frattempo ha però definitivamente bucato la spessa coltre grigia, in qualche modo ci incoraggia ad essere fiduciosi. Recuperiamo i bagagli in hotel e ci dirigiamo finalmente verso SEAPORT 1, il deposito merce appena fuori dal paese dove ci attendono le operazioni di montaggio.
All’arrivo ci ritroviamo di fronte ad un grande piazzale animato da carrelli elevatori intenti a fare e disfare container. Mi vengono consegnati un giubbotto ad alta visibilità ed un casco da cantiere, indossati i quali posso finalmente entrare nell’area di lavoro; Linda invece mi attenderà fuori oltre la rete metallica. Il sole cocente è mitigato solo dalla brezza oceanica che soffia infaticabile dal mare verso l’interno. Faccio il mio ingresso titubante, assalito d’improvviso dal timore di trovare l’ennesimo imprevisto a sbarrarmi la strada verso la realizzazione del mio sogno. Il mio sguardo scruta speranzoso tra le file di casse, quando d’improvviso si illumina. Davanti a me sull’asfalto ruvido giace l’involucro metallico e sulla plastica lucida che lo ricopre ammiro quella scritta che è rimasta impressa nella mia mente al momento del saluto: DESTINO FINAL IQUIQUE -CHILE. Inizio subito le operazioni di montaggio che sono più rapide di quello che mi sarei aspettato, sarà perché in questi mesi di attesa le ho rimandate a memoria più e più volte immaginando il momento in cui sarei arrivato a destinazione, ma mi riesce tutto in modo rapido e automatico. Dopo aver rimosso l’involucro e tolto i bulloni della cassa, libero l’anteriore e lo solleviamo con il carrello elevatore. Infilare la ruota si rivela un po’ più macchinoso del previsto perché devo smontare anche le pinze dei freni, eventualità comunque già sperimentata a casa, ma tutto va però per il meglio.
La mia fronte è perlata di sudore e sento il vento fresco che mi cristallizza le gocce sulla pelle, i guanti di lattice che avevo portato per non sporcarmi hanno ceduto da un pezzo e le mani sono nere di morchia.
Vedo la meta vicina, improvvisamente sono preso da una frenesia densa di soddisfazione e di significato. Rimonto gli specchietti, la carena, il cupolino e le borse, poi verso nel serbatoio la benzina presa al distributore e per un attimo, al termine di un’ora di lavoro ininterrotto, mi fermo a contemplare quello che ho davanti, come se solo ora mi rendessi conto che ce l’abbiamo fatta veramente; è un momento unico, di quelli che rimarranno per sempre indelebili nella mia memoria.
Infilo le chiavi nel cruscotto e trattengo il fiato esitante, sto per sentire di nuovo il motore della mia SuperTenerè cantare…….giro la chiave, il cruscotto rimane buio, riprovo, niente!! La batteria è a zero, probabilmente ha sofferto le settimane in mare e sembra essere definitivamente andata. Nulla ormai però mi può fermare, gli operai del deposito sono tutti concentrati su di me, un italiano pazzo che si è fatto spedire una moto dall’Europa e ora vorrebbe correre libero verso nord attraverso il deserto e lungo la cordigliera. Non ho nemmeno bisogno di chiedere e mi ritrovo due di loro che mi spingono attraverso l’immenso piazzale. Proviamo una prima volta, niente. Riproviamo di nuovo……..ecco un borbottio, un rantolo che sale, si soffoca, si riprende, urla, è viva!! Sono sulla mia moto senza casco, accelero nel piazzale di un deposito di container in Cile e giro intorno come il cavaliere di un rodeo, sono felice, quasi in estasi e in questo momento non potrei desiderare nulla di più dalla vita che vivere questo istante. La strada linea d’asfalto che si srotola a nord è lunga, abbiamo diversi giorni di ritardo ma ora possiamo cavalcare la strada, ora quello che accadrà è solo affar nostro……Born to be Wild cantava Steppenwolf nella colonna sonora del celebre film Easy Rider, ora anche noi possiamo farlo correndo incontro a quel selvaggio deserto che abbiamo dovuto affrontare in autobus non più di 24 ore fa per giungere fino a qui.
Sono da poco passate le 15,30 quando ci immettiamo sulla strada, carichi di bagagli e senza una meta precisa. Per un attimo nella confusione dello svincolo stradale sbaglio carreggiata dirigendomi a sud anzichè a nord, mi chiedo se non sia un segno, se non sia un inconscio richiamo verso la Carrettera Austral e verso quel mondo unico e incredibile che si schiude in Patagonia, nella Terra del Fuoco e nei canali dello stretto di Magellano…….là dove il Mondo è alla fine del Mondo.

ROTOLANDO VERSO NORD

La strada corre in un saliscendi di dolci pendii a pochi chilometri dall’oceano, presenza che percepiamo ma che tuttavia non riusciamo a scorgere, e la vegetazione mi ricorda in qualche modo la macchia mediterranea che cresce bassa sui terreni rocciosi. C’è poco traffico, provo un senso di libertà e gioia infinita di essere finalmente in movimento con le nostre forze, sensazioni che però rischiano subito di essere offuscate dai pochi litri di benzina messi nel serbatoio e dal fatto che non c’è ombra di un benzinaio da nessuna parte! Per questo siamo obbligati a lasciare la strada principale diretta a Valparaiso e a dirigerci verso l’abitato di Casablanca. La carreggiata è ora stretta e ritorta e il paesaggio intorno sembra un’immensa oasi di verde immersa nei vigneti. Nel pueblo di Casablanca fortunatamente troviamo un benzinaio, facciamo il pieno sotto gli occhi incuriositi di due ragazzini, ma per la batteria non c’è niente da fare ci dicono di provare altrove e dobbiamo ripartire ancora a spinta; riprendiamo così il cammino, decisi ad andare il più lontano possibile da qui prima che faccia buio.
Di nuovo diretti verso Valparaiso la strada torna ad essere ampia, con due corsie per senso di marcia e con grandi foreste di pini e di legnami pregiati a farle da contorno. Improvvisamente, per un errore causato dalla mia imprudenza di non volermi fermare a controllare la cartina, ci troviamo ingolfati tra caroselli di auto, lanterne semaforiche e incroci: siamo finiti in centro a Viña del Mar alle sei del pomeriggio!! Anche se il corpo reclama ormai riposo non è in questo labirinto di grattacieli, negozi e persone a piedi che ci appare come una Miami del Sudamerica il luogo dove vogliamo fermarci, e con l’aiuto di qualche passante ci divincoliamo di nuovo verso la Panamericana.
Corriamo ancora per un po’ liberi dal traffico e ci lasciamo alle spalle le vette che dividono Santiago dal territorio argentino; attraversiamo il Puente del Inca, e rimirando in lontananza la prestigiosa vetta dell’Aconcagua, la montagna più alta del continente sudamericano, sfrecciamo con il vento sulla faccia. La velocità di crociera che teniamo supera di poco i 100km/h, sia per rispetto dei limiti che per tenuta fisica di mezzo e passeggeri; ritmo che è comunque di tutto rispetto e che al termine della giornata ci permetterà di esserci allontanati già 260 chilometri da San Antonio. Alle 19,30 di sera, quando il sole sta

spegnendo i suoi bollori tramontando sull’oceano, decidiamo di porre fine a questo rocambolesco primo giorno di viaggio in moto. Siamo nel cuore della IV regione, la prossima città, La Serena, dista ancora 240 chilometri, non vale la pena correre il rischio di viaggiare al buio e optiamo così per dormire nel piccolo pueblo di Los Vilos. Per la notte affittiamo una cabaña provvista di una grande veranda con vista mare e per la prima volta dal nostro arrivo ci concediamo un po’ di lusso, quasi a voler festeggiare la ritrovata libertà. Al crepuscolo specchiamo i nostri occhi nel mare grigio e immobile, pieni di speranza per le giornate a venire. La strada verso nord è ancora lunga.

QUINTO GIORNO
Vorremmo partire all’alba, ma il sonno arretrato che ci trattiene e i preparativi per caricare la moto ci rubano più tempo del previsto; lasciamo Los Vilos e i suoi cordiali abitanti solo alle nove del mattino. La giornata ci accoglie con un pallido grigiore che strada facendo lascerà il posto ad un sole caldo ed implacabile. Prendiamo subito sotto gamba il problema dei rifornimenti non rabboccando il serbatoio alla partenza, ma ben presto però ci accorgiamo dell’errore fatto. Il nastro d’asfalto si srotola come montagne russe in un paesaggio arido e pietroso, fatto di bassi arbusti e di infiniti saliscendi, qua e là tuttavia non mancano abitazioni isolate e interi greggi di capre che attraversano la strada incuranti delle auto. Da quando abbiamo la moto il viaggio ha cambiato completamente faccia, certo i chilometri da percorrere sono tantissimi e forse saremo costretti a modificare l’itinerario iniziale, ma ora possiamo aggredire la strada puntando all’orizzonte; ora come i gladiatori sentivano mordere la lama della spada, noi sentiamo il vento e il sole mordere sulla pelle. Come a voler confermare lo stato di grazia in cui galleggiamo, a metà mattinata accade il primo miracolo: dopo diverse decine di chilometri percorsi a velocità ridotta, e discese percorse in folle per risparmiare carburante, finalmente sulla sommità dell’ennesima salita vediamo il cartello che indica un chilometro al distributore. Raggiungiamo la cima ed eccolo là, in fondo alla discesa che ci appare come un puntino all’orizzonte, quando il motore si ammutolisce di colpo! È così, completamente a secco e a motore spento, che arriviamo di gran spinta davanti alla pompa, con il benzinaio che ci osserva con occhi straniti e interrogativi. Fatto il pieno accade il secondo miracolo: la moto riparte senza bisogno di spinte. La strada fatta ha ricaricato la batteria a sufficienza e da qui ad immergerci nel caos di La Serena è un battito d’ali, o meglio un colpo di gas.
Ci lasciamo la città velocemente alle spalle senza rimpianti, con un occhio di riguardo però ai cartelli segnaletici dei distributori di benzina che da qui in avanti sembrano indicarne di media uno ogni 250 chilometri. Il prossimo paese abitato indicato sulla cartina è distante, non siamo però che all’inizio della giornata e con in volto una smorfia di fatica mista a gioia puntiamo decisi sul pueblo di Vallénar. Dopo aver superato l’ennesimo posto di blocco penso a come sia curioso il fatto che nessuno abbia mai nemmeno accennato a fermarci, io se fossi al posto loro e vedessi arrivare una moto stracarica lo farei di certo anche solo per curiosità! Comunque meglio così, visto che a livello assicurativo non è che siamo proprio in regola al 100%…… La strada ora si inerpica tra montagne di terra ferrosa e sassi, percorriamo un tratto caratterizzato da ampi tornanti che ci portano su di un altopiano dominato da bassa vegetazione e cactus; stiamo entrando in una terra di miniere e condor. Le curve sono intervallate da infiniti rettilinei che costeggiano lunghe linee elettriche ed una ferrovia fantasma che ha tutta l’aria di essere uscita da un film stile vecchio west. Ora il cielo, che questa mattina era grigio e sembrava minacciare pioggia, si è fatto limpido e di un incredibile color lapislazzulo; non sarà a caso che questa è l’unica zona al mondo, insieme all’Afghanistan, dove vengono estratte le magnifiche pietre che racchiudono il colore del cielo nelle viscere della terra. La temperatura dell’aria intanto, lontano dal mare, si è fatta incandescente.
Arriviamo nella periferia di Vallénar alle due del pomeriggio e insieme al rifornimento facciamo anche una sosta per il pasto in un ristorante per camionisti e gente di passaggio; pochi pesos per portate a menù fisso e per un tuffo nel Cile autentico, quello che strappa con il sudore la vita alle sue pietre e ai suoi immensi paesaggi desertici. Abbiamo percorso circa 400 chilometri in cinque ore, una media che non sarebbe niente male se non dovessimo recuperare diversi giorni di viaggio e soprattutto quasi 2.000 chilometri di strada…… Ripartiamo rigenerati dalla sosta, siamo già entrati nella regione di Atacama ed anche se il vero e proprio deserto, che le dà il nome, è ancora lontano, il paesaggio non scherza affatto: lunghi rettilinei cesellati di sassi e coronati da picchi in lontananza si susseguono per quasi 200 chilometri ancora. Per tutto il cammino non facciamo che incontrare croci a bordo strada che ricordano i tanti, troppi, figli che questa terra ha voluto richiamare a sé. Mentre procediamo verso il nulla a gas aperto noto che in cielo non ci sono nemmeno più i voli dei rapaci a tenerci compagnia, mi chiedo se sia per l’ora di caldo infernale o se non sia per l’inospitalità estrema di queste terre. Che siano veramente soltanto i fantasmi dei morti che la strada ha reclamato come pegno ad abitare queste terre desolate?
È con questo interrogativo che ci lanciamo nella lunga discesa rettilinea che ci porta a Copiapò, oasi di case e cemento in mezzo al nulla. I chilometri percorsi dalla mattina sono ormai seicento e la stanchezza inizia realmente a farsi sentire, ma non possiamo e non vogliamo mollare ora, c’è ancora parecchia luce in cielo e dobbiamo approfittarne per fare un altro po’ di strada. Diamo un’occhiata alla cartina, la prossima città è alla nostra portata e potremmo sostare di nuovo in riva al mare……ripartiamo velocemente. La verde vallata cittadina si dissolve in fretta alle nostre spalle scomparendo tra montagne che paiono dipinte e lungo strade di sabbia che si perdono all’orizzonte. Il deserto ci mostra adesso uno dei suoi tanti volti e mentre “l’aeropuerto Desierto de Atacama” ci sfila a fianco mostrando la lingua nera della sua pista, il paesaggio si fa di sabbia pesante e piatta. A bordo strada non ci sono nemmeno più le pietre, solo spazi sconfinati che si perdono tra terra e cielo. Guardo dritto davanti a me mentre stringo con decisione il manubrio della moto cercando di tenerla diritta nonostante le forti raffiche di vento ci facciano ondeggiare di lato. Sento Linda che si stringe a me, non so cosa stia pensando di questa avventura che si fa sempre più fantastica e dura, spero che come me si lasci ipnotizzare dai paesaggi magnifici e allo stesso tempo crudeli che stanno passando imperturbabili sotto ai nostri occhi; le ore passate in moto sono tante e senza l’appiglio della mente che vola libera in questa cartolina che ci corre intorno, potrebbero trasformarsi in una tortura certamente immeritata. Il mio sguardo si perde ora poche centinaia di metri davanti a me, in quel luogo della non realtà dove l’asfalto per effetto della calura si trasforma in una lingua d’argento, in un ruscello d’acqua che il miraggio illudendoci trasforma in asfalto al nostro incedere. Per qualche istante mi chiedo se sia solo un’illusione ottica o se sia reale invece il nostro viaggio verso il niente, verso una terra che non c’è e che viene creata solo dalla nostra mente e dall’illusione dei sensi. Quasi a voler confermare i miei folli pensieri, la voglia di aria fresca e di allontanarci dalla morsa del caldo, ci fa risvegliare in una strada che costeggia sinuosa il mare con un corollario di pietre a fare da cornice tra lei e l’orizzonte. L’alito dell’Oceano Pacifico ha rinfrescato l’aria e le raffiche di vento che per lunghi tratti hanno messo a dura prova i muscoli e la stabilità della moto sembrano ora definitivamente placate. Il sole sta calando sull’orizzonte e la luce soffusa, con la complicità dell’aria limpida, colora di tinte soffocate e calde le montagne che ci proteggono dagli spazi sconfinati dell’interno. I falchi sono tornati a volare nel cielo e noi, come il mondo che ci circonda, ci prepariamo a passare la notte. Stiamo affrontando le ultime curve che ci separano dal pueblo di Chañaral. Alla fine della giornata il contachilometri segnerà 740 chilometri percorsi. Nella notte calda dell’estate australe ho l’impressione di stare nuovamente sospeso a lungo tra sogno e realtà:
…..è’ una notte di mezza estate, l’aria che entra dalla finestra aperta non è sufficiente a spegnere il caldo ardente che il sole ha posato sulla terra durante il giorno. Ascolto i rumori della notte, lontani: il trillo dei grilli, il rumore delle macchine e di qualche televisore acceso che rimbomba nell’oscurità. Una notte illuminata dalla flebile luce di una luna che appare anch’essa stanca. Non so se sia a causa del caldo afoso che mi ritrovo in uno stato di spossatezza vegetale, uno stato in cui il corpo galleggia in una immobilità assoluta ma dove invece la mente si esibisce in voli pindarici e piroette. Inizio a fantasticare su come sarebbe bello un giorno riuscire a compiere un viaggio in moto attraverso il Sudamerica. Mi rivedo prendere in mano le redini della mia vita e dire si può fare, si può aprire il cassetto che racchiude i sogni e iniziare a rincorrere quelli che vi sono assopiti all’interno. Inizio così a volteggiare lungo quegli spazi sconfinati che hanno ispirato scrittori e condottieri: sulle impervie vette andine, lungo le coste frastagliate e inospitali dell’oceano, tra città mitologiche, laghi leggendari, deserti di sale che si perdono nell’orizzonte e popolazioni che sembrano non aver dimenticato il linguaggio della Madre Terra. Mi rivedo a cavallo del mio destriero di ferro che arranco lungo strade infinite dai contorni sfocati, lungo una strada che sembra non avere mai fine, diretto su a nord verso quel puntino segnato sulla cartina che in lingua antica significa “l’Ombelico del Mondo” e poi ancora più su verso la città perduta degli Inca ad ammirare dall’alto, con lo sguardo di un condor, la bruma mattutina che si dirada lasciando così che la Pachamama venga finalmente baciata dal Sole e che il cerchio della creazione si richiuda nella magia di un nuovo inizio.

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