Nella terra del dragone

di Silvia Savoldi –
Ci vorrebbero cento vite per conosce la Cina. Così diceva uno che di Cina se ne intendeva davvero, l’illustre filosofo Confucio. Io, dopo due esperienze di viaggio nella terra di mezzo, non posso che riconoscere la verità delle sue parole. Il celeste impero è tanto vasto e tanto interessante che per visitarlo tutto bisognerebbe essere davvero immortali. Un viaggio in questo paese permette di vivere l’ebbrezza di camminare sulla leggendaria Grande Muraglia, visitare la capitale Pechino, centro culturale, politico e scientifico, sentirsi formiche di fronte all’esercito dei guerrieri di terracotta di Xi’an, ammirare i paesaggi da quadro di Guilin, immergersi nella frenetica vita di Shanghai e molto altro ancora.

La prima tappa del viaggio è la capitale del Nord, Beijing, che accoglie il visitatore in spazi nuovi ed ordinati. Quest’ordine però lo lasciamo alle nostre spalle appena varcata la soglia d’uscita dove ci attendono autisti di taxi a caccia di occidentali da scarrozzare verso centri e hotel. La nostra guida ha, come poi scopriremo è normale per i portatori di ombrellini e bandierine di riconoscimento, un nome italiano, che all’occorrenza diventa inglese, spagnolo, francese. Si tratta di un modo per facilitare la vita a noi turisti che al posto che cimentarci in smorfie per pronunciare nomi bizzarri per le nostre orecchie, possiamo avere per guida Giulietta, Maurizio, Laura o Gio.

La prima cosa a colpire di Pechino è la coesistenza di vecchio e nuovo. Il suo sapore è quello di una città che deve ancora compiere la transizione, che deve decidere se diventare del tutto moderna o conservare, anche se solo in minima parte, l’antica veste. È così che a fianco degli sfavillanti grattacieli costruiti per le olimpiadi 2008, ci sono ancora gli hutong, simbolo della vita familiare cinese di un tempo. Si tratta di veri e propri quartieri fatti di vie strette e casette le une addossate alle altre con cui si proteggeva l’intimità del nucleo familiare. Oggi questi quartieri vengono rasi al suolo in nome della modernità.

Le visite che abbiamo in programma sono le classiche: Tempio del Cielo, Piazza Tienanmen, Città Proibita e naturalmente lei, la Muraglia Cinese.
Per raggiungere Tiantian, il Tempio del Cielo, attraversiamo gli spazi della Pechino dei mille grattacieli. Arrivati possiamo respirare ed esplorare la storia di un tempo. Qui imperatori Ming e Qing, per cinquecento anni e per seicento volte, offrirono sacrifici al cielo perché fosse loro concesso un buon raccolto. Il complesso è enorme, monumentale e composto da diversi edifici e templi, di cui il più importante è senza dubbio quello del Buon Raccolto, dal triplice tetto coperto da lucenti filari di tegole blu. Fatte foto a decine e fatti i primi acquisti, proseguiamo lungo la via di scorrimento per arrivare a piazza Tienanmen che non è solo la più grande piazza al mondo ma è anche il cuore pulsante di questa affascinante capitale. Questa piazza, simbolo della storia, fa parte della memoria collettiva anche per chi come me era ancora piccolo quando i riflettori si accesero per la prima volta su un paese chiuso in se stesso, facendosi conoscere in quel 4 giugno 1989 per la crudezza degli eventi. Ma di questo i cinesi non soltanto non amano parlare, ma glissano sapientemente qualsiasi domanda. Difficile però non porsene, soprattutto quando Mao Zedong ti guarda incorniciato sulle mura della porta della pace celeste. Foto di rito, (ci si può far ritrarre da fotografi “professionisti” con la propria faccia in parte a quella di Mao), qualche souvenirs e prossima tappa, la Città Proibita. Accedere a questa città nella città è sensazionale. Ultima residenza dell’imperatore è talmente vasta da non poter essere vista nella sua totalità. Immediatamente ci si ritrova come catapultati nel film “L’ultimo Imperatore di Bertolucci”. Sembra quasi di vederla realmente la scena in cui il giovane imperatore gioca a tennis in quello che per lui è l’unico cortile disponibile dentro le mura. Ultima ma non certo per importanza, la visita riservata alla Muraglia Cinese, linea di frontiera tra il mondo cinese e quello dei cavalieri barbari. Per costruire quella che i cinesi chiamavano Wan Li Chang Cheng, è cioè “il muro dei diecimila li” (il li è un’unità di misura equivalente a 500 metri), ci sono voluti circa 20 secoli. Lunga più di 7000 chilometri, voluta dall’imperatore Qin Shi Huangdi, venne costruita da 300.000 operai che lavorarono 10 anni e morirono lungo le sue sponde. La percorriamo nel suo tratto più noto, quello di Badaling, ma qui la passeggiata in realtà, diventa una mission impossible: la folla è di proporzioni inimmaginabili e a perdita d’occhio si vede solo una distesa di ombrellini colorati. I turisti occidentali sono si molti, ma una goccia nel mare rispetto ai cinesi in “pellegrinaggio” sulla Muraglia ma per lo meno, possiamo dire di esserci arrampicati su una delle sette meraviglie del mondo. Soliti acquisti, boule de neige da agitare per vedere la muraglia sotto la neve, oggetti kitsch di ogni genere, tazze con i panda, ventagli, sticks di ogni colore e via verso la città. Lasciamo Pechino, senza ovviamente mancare all’appuntamento con l’anatra laccata servita da un cameriere che più che in un ristorante avremmo detto infermiere d’ospedale con tanto di mascherina e guanti in lattice.



Prossima tappa Xi’an. Qui troviamo un’altra guida, stavolta molto più originale della Giulietta cinese. Lei, al posto del classico ombrellino, ha optato per un bel girasole formato maxi da ricercare nel caso ci perdessimo, cosa tra l’altro avvenuta più volte. Inizia l’escalation di visite, dalle più tranquille e non particolarmente affascinanti (pagode e templi), all’esercito di terracotta (in fondo siamo a Xi’an per questo). Costruito per volere del primo imperatore Qin Shi Huangdi, il luogo del ritrovamento è costituito da tre “pozzi” principali in cui sono stati condotti gli scavi, ma il più famoso è senza dubbio il primo, il più grande e certamente quello che colpisce maggiormente. Appena entrati nell’edificio ci si trova davanti alla classica immagine che ciascuno di noi ha dell’esercito, solo che incredibilmente è tutto vero, è proprio lì e non c’è fotografia che tenga. Davanti alla grandezza del primo scavo ci si sente davvero minuscoli, ci si trova davanti ad un vero e proprio esercito dalle fattezze così realistiche da lasciare col fiato sospeso qualunque spettatore. L’accuratezza e l’attenzione ai dettagli sono incredibili. Ogni soldato ha una sua mimica, una pettinatura, una corporatura, un’armatura diversa, ogni secondo ci si aspetta solo che inizino a muoversi. Xi’an è una città artisticamente ricca. Il suo cuore è racchiuso dentro mura altissime dove coesistono due etnie molto diverse, la han, la predominante e la comunità di musulmani. Ancora autentico, il quartiere musulmano è pieno di gente per strada che vende qualsiasi cosa, dalla carne all’olio, al succo di prugne, dolci, castagne, verdura, frutta in una casbah colorata e vitale. Ma tutto attorno è un cantiere, decine i palazzi giganti e i centri commerciali in costruzione che soffiano sul collo della città. Si perché Xi’an colpisce ancora più di Pechino per quanto riguarda la svolta capitalista cinese che arricchisce i suoi centri di shopping mall all’occidentale. Prima di abbandonare la città, cena a base di ravioli. Ravioli di mille forme e mille ripieni, sistemati su un piatto rotante che rende il tutto ancora più conviviale. Piccola annotazione: il detto cinese secondo cui «qualsiasi essere vivente che cammina, nuota, striscia a terra o vola, è commestibile» è ancora valido oggi, ma non bisogna certo farsi intimorire. Il cibo cinese o piace o lo si detesta, ma quello che si racconta è ben più fantasioso di quello che è in realtà.

Il viaggio prosegue verso Sud, verso Guilin, città tremendamente umida. L’aeroporto,che preannuncia una città fantasiosa e a dir poco originale, è illuminato da luci al neon che puntano su palme, una sorta di Milano Marittima, come la definisce il nostro accompagnatore italiano, ma molto più artistica. In questa città faremo la classica gita sul battello sul fiume Li. Si susseguono paesaggi incredibili e le verdi colline che incorniciamo il fiume, dicono i cinesi, hanno forme di animali, che però noi, forse scarsi di fantasia, fatichiamo a riconoscere. In realtà sono la conseguenza della millenaria erosione prodotta dagli agenti atmosferici. Punto di arrivo della crociera sul fiume Li, Yangshuo, antico e coloratissimo paese, interamente circondato dai caratteristici picchi. Qui, posto ideale per souvenirs e ricordini vari, riempiamo borse e borsette di ogni cosa.
Ultima tappa di questo classico viaggio, l’avveniristica Shanghai. Una volta veniva definita la perla d’Oriente, la prostituta dell’Est…Oggi è una città che va a mille, emblema della transizione che qui, a differenza di Pechino, è compiuta. Il colpo d’occhio presenta ovunque grattacieli che si susseguono costruendo uno skyline unico, classificato tra i più belli al mondo. In particolare tra questi palazzi arrampicati verso il cielo spicca il World Financial Center, conosciuto per la sua forma a cavatappi. Il clima qui è decisamente più mite e il fermento di persone è ancora più intenso di quello incontrato nelle precedenti città. Nonostante tutti dicano che si tratti di una città cosmopolita, qui il laowei, lo straniero, è ancora molto osservato, ma nessun pericolo, quella di scrutare attraverso gli occhi stretti come fessure è una “cinesità”, non contando poi che nel nostro caso, ad accompagnarci lungo la Nanjing Lu, la via dello shopping, è un ragazzo italiano biondo e con i capelli lunghi fino al fondoschiena. Il nostro giro per Shanghai, è una passeggiata tra quelle che una volta erano vie antiche. Oggi nulla o quasi resta dei moltissimi stranieri che popolavano le Concessioni, crocevia di scambi e traffici. Una città divisa in tre parti dal trattato di Nanchino, come se fossero tre paesi nella stessa città. Una metropoli, un porto libero, la culla del partito comunista e casa dei grandi letterati cinesi. Gli abitanti di Shanghai sembrano incompatibili con gli aspetti tipici della Cina tradizionale. La Cina, a Shanghai, è rinvenibile nelle classi sociali più deboli, nei lavoratori delle campagne approdati nella metropoli per costruire in breve tempo maestosi grattacieli su semplici ponteggi di bambù. A Shanghai non si mette mano a qualche strada e a qualche facciata, non ci si limita a realizzare l’ennesimo skyscraper o a rincorrere il record di altezza, ma si rifà tutto daccapo. Incredibile. Shanghai è tutto questo, è Starbucks e Kfc, è un miscuglio di volgare e elegante. La patria dello shopping ma che riserva sempre un angolo alla preghiera buddhista. Il gruppo, unito nelle altre città, qui è sciolto. Prende anche noi la febbre shanghaiese dell’acquisto e ci godiamo le ultime ore per negozi, circondati dagli sguardi curiosi dei cittadini della megalopoli. Shanghai non è più la Parigi d’Oriente, è molto di più.

Il viaggio è finito e ci rendiamo conto che la Cina non è poi così lontana. Ormai le barriere non ci sono più, e in fondo, a ben pensarci, con un semplice “níhao” che significa semplicemente “ciao” possiamo salutare quasi un miliardo e mezzo di persone. Napoleone diceva “Lasciate che la Cina dorma, perché quando si sveglierà sconvolgerà il mondo”. La Cina oggi si è svegliata, e non solo economicamente e i cinesi, per quanto chiusi possano sembrare, hanno voglia di andare incontro al resto del mondo. Molti non hanno una delle migliori opinioni di questo paese, colpa del vertiginoso giro di denaro generato negli ultimi anni ma che non ha nulla da spartire con i contadini di campagna e con la Cina autentica che abbiamo visto in questo breve tour. L’elenco dei contrasti che caratterizza questa terra, potrebbe continuare all’infinito. La cosa migliore da fare per conoscerla è mettersi in viaggio, perché è troppo facile cadere nel tranello delle facili generalizzazioni.

Ha di certo ragione Confucio, ne serviranno forse cento, ma anche in una vita sola si può imparare a conoscere la magia, la grandezza, i contrasti e tutte le meraviglie che la Cina racchiude.

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