Cubalibro – Il mio outback

di Claudio Montalti –

Estratti da “Cubalibro”
(…) La mia seconda casa fu diversa, la più strana di tutte quelle presso le quali alloggiai a Cuba. Fu strano l’orario in cui vi arrivai, l’una di notte passata da un pezzo, e fu strana la signora che venne ad aprirmi. Era alta, molto alta: statuaria. Lunghi capelli biondi le incorniciavano il viso dai perfetti lineamenti nordici. Gli occhi azzurri, opachi per il sonno interrotto, eruttarono bagliori di cupidigia non appena anticipai la cifra per pernottare tre notti. Non mi riusciva di trattenere un sorriso ogni volta che fissavo la sua testa piena di mollette: vere mollette di legno da bucato. La casa, l’avrei notata meglio nella luce del mattino, era originale. Il piccolo portico era affollato da decine di sculture di ferro e di marmo, ed era separato dall’esterno da una artistica cancellata di ferro, molto bella, che ritraeva anoressiche sirene. Grandi piante sembravano avvolgere con le loro lunghe e rigogliose braccia verdi ogni angolo e scultura del piccolo portico, dal pavimento alle travature di sostegno, alla stessa maniera con cui la giungla centroamericana abbraccia antiche testimonianze maya e azteche. Sul lato sinistro del piccolo portico si apriva la porta dipinta di verde smeraldo della mia camera, al centro della quale, leggermente spostata in alto, si trovava una apertura quadrata chiusa da una griglia di ferro. Avevo battezzato ‘celletta’ la mia camera, perché aveva dimensioni più piccole di una normale cella. Un grande letto a una piazza e mezza occupava praticamente tutto lo spazio e non lasciava posto a sufficienza per appoggiare la valigia, che attese pazientemente la partenza in bilico sul piccolo comodino, ai piedi del letto. Dietro alla testata del letto, separato da una tendina di plastica infiorata, si trovava un tipico bagno manuale cubano si trovava. Due secchi di plastica, che era mio compito tenere sempre pieni di acqua, completavano l’arredamento della celletta. L’erogazione dell’acqua era limitata a determinate ore del giorno a seconda del quartiere, e la prima cosa che imparai a fare ogni mattina era quella di assicurarmi l’acqua corrente per le mie necessità. La cosa fantastica della mia celletta era il ritratto che occupava per intero l’unica parete libera: affascinanti e luccicanti occhi azzurri dominavano i morbidi lineamenti di una giovane donna. Pur malinconico, il volto inondato dal chiarore della luna che veniva riflesso dal mare era dolcissimo. Negli occhi risaltava tutto il sentimento che l’artista doveva avere provata per quella bellezza. Ogni volta che sfioravo leggero quelle splendide iridi azzurre, sentivo il cuore perdere un colpo. La ragazza del ritratto era la signora con le mollette da bucato in testa. Vedendo quello che era stata la mia padrona di casa da giovane, mi sorprendevo sempre più spesso a indugiare sopra le sue iridi sfuggenti e nervose nel tentativo di riconoscervi una scintilla di somiglianza con gli occhi che l’amore di un uomo aveva dipinto in modo incantevole. Fu una ricerca inutile. Il campanello era un’altra stranezza di quella casa. Un gong orientale in ottone di dimensioni discrete sporgeva sull’esterno della cancellata delle sirene, insieme al suo batacchio. Emetteva da solo una nota grave ogni volta che giravo il cancello sui cardini duri e cigolanti. Non avendo ottenuto la chiave della cancellata, doveva essere ben più forte e grave la nota che strappavo al gong se volevo dormire nel mio letto. Mi toccò udirla spesso perché, appena uscivo, la signora provvedeva immediatamente a chiudermi fuori. Per colpa dei ladri, diceva lei. La ex ragazza del ritratto non si dimostrò mai disturbata dal suono del gong causato dai miei movimenti, persino quando capitò più volte nel corso della stessa notte. Quelle sculture dovevano avere un posto speciale nel suo cuore. L’interno della casa traboccava di cose vecchie e stravaganti. Poltroncine in vimini e altre in ferro battuto erano circondate da numerose piante, che occupavano ogni angolo libero del pavimento e del soffitto, come un piccolo bosco. Vecchi mobili, massicci e pesanti, che dovevano avere conosciuto tempi migliori quando l’aristocrazia spagnola ancora prosperava, erano accostati con molta disinvoltura a moderni suppellettili di lucido formicato. Da ogni angolo sbucavano in continuazione numerosi e buffi mici. Il loro perpetuo movimento inondava di salutare energia rivitalizzante un’atmosfera che mi sarebbe altrimenti apparsa troppo grigia, patinata come una vecchia fotografia in bianco e nero. Ogni mattina, ricevevo il miagolante buongiorno da quella mezza dozzina di felini che, non appena aprivo la porta della celletta, saettavano dentro a curiosare ovunque. La seconda cosa che facevo dopo essermi svegliato era quella di stanarli e sfrattarli dal mio territorio. L’ultima stranezza era il telefono, che io avevo sepolto sotto la mia valigia. Squillava in continuazione e mi esasperava quando non rispondeva mai nessuno ma non avevo motivo di lamentarmi. La celletta mi costava solamente cinque dollari al giorno e la signora mi concedeva sempre l’uso del suo bagno quando volevo fare la doccia o il bucato.

Estratti da “Il mio Outback”
(…)Quella sera sentii il bisogno improvviso di evadere dalla moltitudine chiassosa tra la quale alloggiavo. Con nuovi fogli in mano, mi lasciai alle spalle le costruzioni moderne e andai sempre più lontano fino a sentirmi completamente e fisicamente solo: niente turisti, niente amici, niente musica, niente odori di cibi o di colonie. A ridosso della strada, trovai un cartello che spiegava il significato delle centinaia di nitide impronte lasciate sulla sabbia dagli animaletti del deserto. Risaltavano sulla sabbia rossa fine come borotalco tra le mulga come bellissimi e teneri tatuaggi geometrici. Sfiorai appena con le dita, per non distruggerli, quei piccoli capolavori della Natura. Affascinato, immaginai quel luogo affollatissimo nelle prime ore del giorno. Il Devil Lizard, o Diavolo Spinoso, o Moloch, spaventosa miniatura di brontosauro che si abbevera sulle tenere foglie degli arbusti, nettando con la lunga lingue arrotolata la rugiada liberata dall’aria fredda della notte contro il suolo surriscaldato. Scorpioni grandi come l’unghia del mignolo che cacciano le onnipresenti mosche. Ragni pelosi dai colori sgargianti che imitano i fiori e che tessono, instancabili, le ragnatele per procurarsi il pasto che sarebbe durato per mesi.



Un po’ di quella delicata sabbia rossa andò a fare compagnia a qualche sassolino che avevo già raccolto sulla cima di Ayers Rock, e continuai ad allontanarmi dal resort. Infine, salii in cima ad una minuscola collina e trovai tra piccoli eucalipti nani una radura sabbiosa che faceva al mio caso. Le ‘Molte Teste’ erano proprio di fronte a me. Uluru era appena discosto, sulla sinistra. Pur essendo relativamente vicine, erano geologicamente diversissime. Le Olgas formavano in origine un unico monolito, decine di volte più grande della Roccia. Una lenta erosione lo aveva lentamente lavorato lasciando trentasei bastioni di duro granito che parevano altrettante teste calve, lisci al tocco delle dita come se una mano instancabile li avesse pazientemente levigati. Alcune ‘teste’ erano alte anche più di cinquecento metri e tutte insieme formavano un intricato labirinto di vallate molto verdi. L’ombra dei bastioni evitava la rapida evaporazione dell’acqua e consentiva a rigogliose oasi di prosperare al riparo dal vento e dal sole. Le Kata Tjutaavevano pochi punti accessibili al pubblico, essendo quell’area quasi totalmente consacrata alla ritualità aborigena in luogo di Uluru ormai eccessivamente commercializzata.

Fronteggiai le dolci colline mentre il loro colore malva annegato tra il rosso della sabbia e l’amaranto del luppolo selvatico, cominciava a tendere sempre più al blu nel sole che tramontava. Sembravano essere proprio quello che gli Anangu affermavano che fossero: colline mistiche e magiche. Riuscii a immaginare altre paia d’occhi. Vidi distintamente con la fantasia i lineamenti di piccoli aborigeni rivestiti da un minuto cingilombi di pelle che, seduti su quella stessa sabbia, scrutavano quegli spazi infiniti. Migliaia di anni di immutato fascino ricopriva le colline dietro le quali il sole si apprestava a coricarsi. Il tramonto mi rapì per oltre un’ora. I raggi filtravano tra ‘testa’ e ‘testa’ dipingendo tra le lunghissime ombre proiettate dalla roccia immense spade di sole. Era un’immagine preziosa. Colmai quel piccolo angolo di parco con mute grida di inesprimibile di stupore. Nemmeno coloro che stavano volando in circolo sopra Ayers Rock potevano godere delle mie stesse percezioni. Desiderai che il tempo si fermasse per sempre.

Chi non sa nulla di queste cose vi assicurerà che non è vero che il piacere aumenta quando si ha un paesaggio tutto per sé. Non è esatto. Io provai un piacere assoluto, irragionevole e infantile. Il tramonto aveva qualcosa dell’amore e moltissimo della gelosia che ti impedisce di dividere con qualcuno quello che ami. Aveva una perfezione che un estraneo poteva soltanto dissacrare. Andare in luoghi così speciali soltanto con la superficiale motivazione di esserci stati era una bestemmia. La contemplazione deve avere il disinteresse dell’animo puro, spassionato.

Avevo avuto la fortuna di assistere ad una performance fatta unicamente per me. Bellissimi pensieri erano nati dall’essere realmente e fisicamente solo in cima a quella montagnola. Niente e nessuno avevano potuto distrarmi da uno spettacolo che arrivai a sentire totalmente mio. Non era stata la solitudine inquietante di Glenelg quella che mi aveva meravigliosamente travolto, era di più. Molto di più.

Questi tempi ignorano il bisogno di solitudine, non riconoscono le emozioni più profonde dello spirito se non nella religione o nell’arte. C’è dell’altro, invece. Cos’è questa malattia di dovere sempre correre per fare qualcosa come se non si potesse stare fermi nemmeno un momento, mentre davanti a noi si svolge il solito spettacolo delle marionette? Perché non perdersi nel mistero e nello stupore di qualcosa di assolutamente grandioso, salire sull’onda magica che in un istante ti porta a navigare mari fantastici, a volare in cima a vette vertiginose? Anche se non ve ne sono, perché sono dentro e non fuori di noi. Annottò velocemente. Sullo sterminato e pianeggiante Centro Rosso, il crepuscolo scese nello spazio di un lungo sospiro dopo che l’ultima fetta di sole sparì sotto la linea dell’orizzonte. Mi distrasse appena la gente che tornava dall’aver assistito il tramonto ad Ayers Rock, il flusso delle auto che si snodò per diversi chilometri in direzione del monolito, poi il cielo diventò più scintillante di secondo in secondo. Non c’erano le condizioni ideali per lo stargazing, azione che indicava lo stare a naso in su a guardare le stelle, parola che assomigliava assai ad amazing,stupefacente. Pur distante, il resort inondava la notte di un tenue chiarore sufficiente ad impedire la visione di una porzione di cielo, comunque riuscivo a distinguere le stelle rosse dalle verdi, le blu dalle bianche, dalle azzurre che lo affollarono. Splendevano come migliaia di rubini, ametiste, lapislazzuli, diamanti e smeraldi. Con le stelle negli occhi, mi addormentai sulla sabbia ancora calda di sole. Un ultimissimo pensiero attraversò velocemente la mia mente: addormentarmi sotto le stelle era una delle tante cose che avrei voluto fare in Australia, ma non immaginavo che sarebbe stato così naturale perdermi in quel mare tanto diverso eppure simile a quello che amo.

 
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