Diario di bordo 2001: viaggio in Irlanda

di Andrea Baldo –
Domenica – La partenza

Ore 6.00: siamo tutti svegli in trepida attesa di Kuda che dovrebbe passare a prenderci a bordo di Rocco, il mitico furgone a nove posti noleggiato presso l’uomo più menefreghista del mondo, un vero ficcato.
Ore 6.45: Baldo e Ceppi vanno a casa di Kuda a sbatterlo giù dal letto. Il barbuto se la dormiva della grossa adducendo puerili scuse (“è saltata la luce e non mi è suonata la sveglia”)
A bordo di Rocco raccattiamo tutti i componenti della spedizione, che illustreremo brevemente in rigoroso ordine alla cazzo: Roberto Codazzi detto Il Kuda, barba folta e spilorceria sparagnina. Il Ghla-Tho-Ghash (dal sanscrito: “colui che mangia la merda”)
Giampaolo Grieco detto Ceppi, che a fine spedizione sarà quasi più barbuto del Kuda, Maestro della pellicola e nemico numero uno del povero Sala.
Andrea Baldo detto molto semplicemente Il Baldo, pizzo vergognoso in simil-pelo di vulva e caporedattore indiscusso del diario. Il vero intellettuale in mezzo a questa marmaglia.
Giulio Marchesi detto Ano Parlante, il maestro del rutto col soffio e l’acrobata degli sfiati anali.
Pierluigi “Pit” Taddei detto Pj, il lungodegente. Già il secondo giorno aveva una tosse catarrosa da primato che lo porterà a viaggiare spesso e volentieri con la febbre a 39. Maestro della contrattazione commerciale. L’uomo senza vergogna.
Marco Cesaro detto sterilmente Cesaro, lo shogun delle foto repellenti, l’uomo dalla mutanda evidente e dall’abbigliamento succinto. Avevamo paura che soffocasse dentro la sua maglietta attillata.
Italo Gatelli detto Epeo, il medico senza competenza e il feticista del cellulare, l’exogino e la testa di cono. Buono come il pane e robusto come un Caterpillar. Ma soprattutto tristemente e indefessamente astemio.
Matteo Sala, detto a furor di popolo Sala ma anche Chester, Tiger, Fat, Angelo, Maria, Samba, Salpa, Sana, Salsa, Il Piccolo, Pisellino, Marrone, Maròn, Il Negro, Kunta Kinte, Puffo, Tappo. Timido, ma con un cuore grande così.

Chiediamo a Italo di portare uno scolapasta visto che è l’unico pezzo che manca al pentolame che ci portiamo dietro. Ovviamente lui ci porta giù uno scolapasta d’argento con le rifiniture, probabilmente parte del corredo della sua bisnonna e soprattutto l’unico presente in casa. I genitori si arrangeranno per tre settimane con uno scolino di plastica.
Al momento del carico già grosse sorprese: Giulio non si è portato appresso le merendine. Italo è vestito da perfetto turista, stadio uno della mutazione in “testa di cono”. Cesaro ha addosso la maglietta della ragazza, dieci taglie in meno della sua. Cerchiamo invano di convincerlo che fa schifo, che sembra un ficcato, che se appena scrolla le spalle gli si vedono le orribili mutande, che le spaccherà la maglietta (povera stella)… Tutto è inutile, è fermamente deciso a mostrare il suo nerboruto petto glabro incurante di tutto.
Ore 8.15: Facciamo benzina e ci facciamo fare le prime foto dal simpatico Eduardo, che dopo averci immortalati ci chiede con innocenza: “Ma dove andate?”. “In Irlanda” rispondiamo noi all’unisono con la freschezza di un chierichetto. “Porco D#o” ci fa eco Eddy. Arricchiti dall’esperienza spirituale entriamo in autostrada.
Siamo nei pressi di Torino: l’autostrada, invece di continuare sulla tangenziale, muore ad un semaforo. Proprio così, un semaforo. Com’è come non è ci ritroviamo a Torino e siamo ancora più contenti (le disavventure ci fanno quest’effetto galvanizzante), ma già vediamo la prima ruga sulla fronte di Italo come a dire: “ma dove cacchio sono capitato?” Per fortuna incontriamo Lino Banfi che ci manda nella giusta direzione, “gira a destra per Bardounnecchia” (notare il tipico accento pugliese).
Kuda ha il presentimento che la strada sia sbagliata in quanto avendo noi il sole a sinistra allora sicuramente stiamo viaggiando verso Ovest. Un giorno forse gli spiegheremo che il sole non ha mai tramontato a Nord.
Siamo in coda al casello. La coda è lunga e Pj spalanca il portellone del furgone “perché fa caldo”. Ci avviciniamo dunque al casello completamente scoperchiati e con gli occhi di tutti gli automobilisti puntati addosso. Un ringraziamento particolare a George Clooney che ci fa le foto con l’aria di chi vorrebbe fuggire da una moglie ripugnante e un figlio scocciatore che si porta appresso nella macchina. Buona fortuna amico e buone vacanze a Bardounnecchia!
Siamo ancora in coda al casello e il Kuda è animato da buoni sentimenti e decide di rispettare la fila.
Pochi nanosecondi dopo cambia idea e si lancia in avanti scavalcando numerosi posti, e una volta giunto in prossimità del casello difende la posizione sfruttando la superiore stazza fisica del caro vecchio Rocco.
Ore 12.36: siamo in Francia, abbiamo superato il Frejus e già odiamo questa lingua da busoni. “Gare de Pèage” vorrà dire stazione di pagamento o gara di pisciata?
Incominciamo il torneo di cinque al due, o briscola chiamata che dir si voglia, che porterà durante tutto il viaggio alla nascita di screzi, odi e piccole vendette personali tra i sette giocatori (il Cesaro ammette di non sapere giocare) che andranno ben oltre il tavolo da gioco.
Arrivati al traforo del Frejus ci fermiamo ad un autogrill per sgranchirci le gambe e fare il primo cambio alla guida. Pj viene rapito dalla visione di un pullman di irlandesi, per cui va a cercare qualche bella ragazza, ma ritorna con la faccia di chi si è incontrato con un gruppo di vecchie glorie delle Ferrovie dello Stato in gita aziendale.
Ci fermiamo a Lione a mangiare e Rocco si becca la prima installazione di Bloster(tm) (durata dell’operazione venti minuti, dato che l’arnese gli andava “stretto”). Già che ci siamo visitiamo la città, che si rivela molto bella ma dalle distanze chilometriche (la gitarella di due orette si concluderà quasi al tramonto).
Sala ci porta a vedere A PIEDI una turpe cattedrale situata diecimila metri sul livello del mare. Siamo già sfiancati e sudati e sono passate solo poche ore dalla partenza. Per contare le rughe di Italo iniziano a non bastare le dita di una mano.
Mentre ci godiamo sfiancati il panorama notiamo un barbone con la sua bici probabilmente, a sentirne l’odore, morto dalla fatica qualche giorno prima.
Essendo all’inizio del nostro viaggio notiamo con tenerezza gli sbandati e i barboni che probabilmente si godono il loro “interrail”. Presto ci uniremo a loro e non ci faremo più caso.
Mentre visitiamo l’allegra cittadina incrociamo una bella fregna accompagnata da Motumbo: un nero gay, ma così gay che al confronto Laetitia Casta ci ha i peli sul petto e canta “Le nozze di Figaro” con bella voce virile.
Sala, per confondere le acque sulle sue palesi origini camite, disquisisce sull’accoppiabilità della razza bianca e quella nera.
Pj fa vergognare una povera coppietta di ragazzi Italiani che gli hanno chiesto di far loro una foto urlando a squarciagola “te la faccio io la foto” in mezzo a una piazza della città.
Giulio si mette alla guida di Rocco, fiducioso di saper padroneggiare il mezzo, mentre gli altri pisciazzano nei dintorni del parcheggio.
Giulio si immette in una grossa strada a quattro corsie discretamente trafficata. Nella corsia di sorpasso. Contromano.
Dopo che sei o sette auto ci lampeggiano minacciose ci caghiamo sotto e facciamo retromarcia.
Giulio centra il marciapiede con la ruota posteriore destra. Buono.
Tutta la compagnia cerca di adulare Ano Parlante dicendogli che sta andando bene incalzandolo però con frasi del tipo: “sei stanco?” o “vuoi che guidi io?”
Ore 18.25, puntiamo verso Taizè, luogo dai connotati mitici che il Kuda ci ha descritto in cotal guisa: “possiamo entrare di sgamo e stare lì gratis ed è pieno di fighe”
Per non spendere venti carte di autostrada ci buttiamo a pesce a razzolare nella campagna Lionese, spendendo ben più di venti carte di gasolio.
Cesaro dà sfoggio di tutta la sua padronanza del francese e soprattutto delle sue mutande nel chiedere informazioni sulla strada. Ovviamente tutti i paesi indicatici non esistono su alcuna cartina in nostro possesso. Il resto del viaggio viene quindi percorso completamente a caso.
Ore 20.00, il Rocco è in riserva per la prima volta. Capiterà spesso.
Siamo a Taizè, non paghiamo alcunché (come da programma) tirando dritti all’edificio dell’accoglienza e parcheggiando bellamente dove più ci piaceva.
Scarichiamo le valigie urlando come scaricatori di porto: siamo accanto alla “zona del silenzio”, ci dice il Kuda.
Subito si ipotizza la presenza di una zona de “la puoi vedere ma non la puoi toccare” e via via degenerando…
Giriamo seminudi alle dieci di sera perché andiamo a farci la doccia, situata ovviamente lontanissimo dalle tende.
Cena meschina con un panino al prosciutto in sette e una scatola di tonno a testa. Le rughe sulla fronte di Italo si moltiplicano.
Passano due tipi a chiederci se siamo passati all’accettazione a pagare e Kuda è, come la tradizione del diario richiede, lapidario: “We did everything”.
Andiamo dove c’è casino e naturalmente troviamo un gruppo di Italiani che cantano a squarciagola “la cantina buia dove noi respiravamo piano – ano – ano – la figa di Lugano”. Dei veri geni. Ci uniamo al coro e iniziano ad affluire numerosi altri italiani, mentre i poveri pallidi, sciapi occhicerulei del nord e dell’est non capiscono più un tubo visto che ormai sto posto è diventato “de noartri”.
Ci infiliamo nel furgone a scrutare una cartina della Francia per decidere la rotta da tenere il giorno seguente. A luce spenta perché ci sono degli sbirri paolotti che fanno il giro del campeggio a controllare che sia tutto in ordine, e siccome non siamo tanto in regola coi pagamenti è meglio evitare di attirare l’attenzione.
Cesaro piagnucola perché vuole vedere Parigi, poiché non l’ha mai vista. Noi, irremovibili, gli diciamo che è non si può fare, la vedrebbe velocemente in due ore, non visiterebbe niente, Parigi merita di essere vista bene, ecc.
Si decide che si campeggia in prossimità della capitale (a Fontainebleau) e martedì la si vede in mattinata. Cesaro è felice come un bimbo che si trastulla l’arnese.
Lungamente gli sbirri paolotti ci intimano di fare silenzio mentre noi vaghiamo dalle tende ai bagni per la toletta serale. Lungamente li ignoriamo.

6/8/2001 – Lunedì – In viaggio verso il Nord

Ci svegliamo discretamente tardi nonostante si fosse deciso di alzarsi alle otto. Capiterà sempre.
Baldo va a trovare i vicini di tenda ed esce un Pj incazzato perché non ha dormito a causa di una tedesca che, secondo lui, avrebbe ripetuto tutta notte: “mia amika Inga piace zkopare kon bello panoramo!”
Giulio e il Kuda vanno alla preghiera della mattina. Una vera esperienza mistica, a detta degli interessati. I restanti sei (atei, adoratori di Satana, amici di Baal, terroristi anticlericali o semplicemente pigri), continuano a dormire serenamente all’interno dei loro confortevoli sacchi a pelo.
Andiamo in uno spiazzo con dei tendoni dove stanno dando la colazione: c’è una coda chilometrica. Noi la scavalliamo con disinvoltura e andiamo a pigliare la roba alla mensa di fianco (dove non c’era praticamente nessuno), che in seguito avremmo scoperto essere una non meglio identificata “mensa dei capigruppo”. Chiedere al Kuda per maggiori informazioni.
Dopo esserci satollati con la porcheria che ci è stata propinata (acqua alla cioccolata, barrette di cioccolato sfigate, pane. Ma a caval donato…) siamo pronti ad andare. Ma un capo paolotto ci avvicina e proferisce queste temibili parole: “thank you for not coming tomorrow”. Figurati, stavamo per andarcene.
Kuda e Pj incalzano una svedesona impegnata a leggere la cartina stradale: “Hai bisogno di aiuto?” “Assolutamente no”. Bella figura di merda.
All’uscita dal campeggio salutiamo chiunque, ricambiati, come se fossimo l’attrazione principale di Taizè.
Facciamo benzina impiegandoci venti minuti abbondanti (Cesaro riesce a far terminare il tempo a disposizione per l’erogazione!). Nel frattempo ascoltiamo per la prima volta “passerà quest’anno, passerà il venturo ma a noi non smetterà mai di piacerci la passerà…” del circo di Paolo Rossi. Diverrà un vero e proprio leit-motiv, fino all’esaurimento.
Nei pressi di Cluny perdiamo il banner di stoffa con la scritta www.terzotriumvirato.cjb.net (era un po’ vecchiotto in effetti, ora l’indirizzo è www.terzotriumvirato.it messaggio promozionale) che avevamo appiccicato su Rocco al posto della scritta col sito dell’autonoleggio.
Sulla strada incontriamo due autostoppisti; Italo non si ferma e viene caramellato di sberle e ceffoni da tutti e costretto a tornare indietro.
I due sono Ben e Sandro, purtroppo Francesi.
Ben deve ritenersi fortunato del fatto che siamo riusciti a tradurre quello che ha scritto sulla moleskine di Baldo, eletta guestbook del gruppo a furor di popolo, solo dopo che era sceso dal Rocco (l’unico che capisce sta lingua di merda è Cesaro): “Vive les Italiens pour une fois” ovvero, viva gli Italiani, per una volta. Lo avremmo azzoppato a suon di bloster sui malleoli.
Sandro invece è piuttosto simpatico, ma si rivela essere un semi-prete o qualcosa del genere visto che ci lascia scritto: “che la grazia del signore sia con tutti voi” (e qui ci siamo grattati). Per cui non sappiamo come abbia preso l’iniziativa di Cesaro (sempre molto acuto) che gli chiedeva del fumo. Vabbè.
Ce la prendiamo comoda e ci facciamo una strada panoramica al posto dell’autostrada. Bello il paesaggio ma ridicola la velocità di crociera, quindi non facciamo in tempo a visitare Troyes, con sommo dispiacere di Sala che è dal ’98 che voleva “andare a Troyes”.
Lutto nazionale: la mitica penna Multiplayer.it, fedele compagna del Baldo fin dall’ultima Smau, ha tirato le cuoia. Da questo momento il Baldo, perso il suo grande amore a base d’inchiostro, volerà di pistillo in pistillo con compagne di scrittura occasionali perdendo inesorabilmente tutte le penne che gli capiteranno per le mani.
Cesaro e Italo (i due Parigiofili) dormono cullati dagli ottanta cavalli di Rocco. Giulio ci infila una pulce nell’orecchio: “guida piano, così non si svegliano e andiamo a Troyes”. Purtroppo stiamo invecchiando, non siamo più malvagi come un tempo e tiriamo dritto verso Fontainebleau.
Giriamo per ore chiedendo informazioni sulla presenza di un campeggio: nessuno ne ha mai sentito parlare. All’ufficio del turismo ce ne vengono indicati almeno dodici.
Stiamo cercando il campeggio e chiediamo in giro ai passanti, con Cesaro che sembra orgoglioso di scendere dal furgone con quella magliettina attillata che gli arriva a stento all’ombelico. Becchiamo infine due Italiani trapiantati che ci indicano la strada, dopo aver subito la foto con le tre dita.
Arriviamo al campeggio, molto bello, in riva alla Senna, ed economico, 5000 lire a cranio. La proprietaria non ci sconta 350 lire, come vorrebbe Pj, che ne rimane alquanto amareggiato e si lancia in un turpiloquio contro la suddetta: “io a quella GLI cago in faccia!”
La nostra vicina di tenda è una vecchia Francese burrosa e probabilmente psicopatica tipo “Misery non deve morire” che ci infrange gli attributi e cerca disperatamente di attaccare bottone. Da segnalare il suo cane Mimì, un orribile bassotto più largo che lungo con un enorme culo caracollante che lo fa sembrare un maiale sciancato e con una gamba tumefatta e pustolosa.
Conosciamo un Friulano che ci spiega che questo posto è un po’ la Mecca degli arrampicatori. “Lo sapete che questo è uno dei posti più famosi in Europa per arrampicarsi vero?” ci chiede lui “Boh?” rispondiamo stupiti noi con lo sguardo della mucca quando passa il treno (Stefano Benni docet). Inoltre sto tipo sta in tenda con una ceca che ha tirato su in autostop, sbattendosene le palle della sua ragazza, che ha lasciato vigliaccamente a casa per potersi inforchettare le bellezze del luogo. Noi siamo molto invidiosi, perché gli unici autostoppisti che abbiamo raccattato fino ad ora sono due francesi mezzi preti.
Stacchiamo i sedili posteriori da Rocco e creiamo un accogliente salottino all’aperto dove poter mangiare.
Abbiamo un’ottantina di scatole di latta ma assolutamente nessun arnese utile ad aprirle. Chiediamo aiuto a due attrezzatissimi olandesi che tirano fuori dalla loro cucina portatile un futuristico apriscatole.
I fornelletti da campo del Kuda non si rivelano l’ideale per cucinare all’aperto, visto che dopo un’ora e mezza la pasta è ancora cruda (tutti gli altri campeggiatori hanno già finito di mangiare e alcuni già dormono). Tuttavia la mangiamo lo stesso dopo averla affogata in un abbondante sugo coi piselli per distogliere il pensiero dall’orribile sapore di grano ancora da mietere.
Teo ingurgita i fagioli al sugo anche se ammette essere ancora un po’ crudi. Guardando sotto la pentola ci accorgiamo che il fornello è sempre stato spento.
La sera usciamo e diamo un’occhiata ai locali. Nel frattempo Baldo fa la pace coi folletti (che avrebbe voluto uccidere a dozzine, a colpi di martello per picchetti, una volta giunto nella verde Irlanda) che gli fanno ritrovare l’accendino direttamente nella mano dopo che era tutto il giorno che lo cercava.
Un pub ci colpisce in particolare ed entriamo. La tipa fa un casino assurdo per trovare tre tavoli, unirli insieme e pulirli. Poi ci porta otto liste. Noi diamo un’occhiata ai prezzi e dopo una brevissima consultazione ci alziamo e ce ne andiamo. La fronte di Italo è ormai corrugata come uno scroto.
Andiamo in un altro pub e lì l’atmosfera è decisamente migliore. A fine serata Baldo ha una botta di arteriosclerosi: si dimentica il pin. Fa due tentativi a caso, li canna e già si vede in strada a cercare un cassonetto dove buttare l’inutilizzabile telefono.
Da segnalare la stazza del barista, un omone enorme, cattivo e pesante come un sacco di cemento. Peccato che quando apre bocca è costretto a cinguettare in quella linguaccia transalpina che gli fa perdere tutto il carisma e lo rende bersaglio di scherzacci di bassa lega.
A fine serata, tornando al campeggio a un certo punto Baldo urla: “Ora mi ricordo!” e digita il pin esatto. Forse di nuovo opera dei folletti, per placare ulteriormente la furia omicida del sanguinario Baldo.
Tornando troviamo la sbarra del campeggio chiusa. Entriamo lo stesso aggirandola, ma siccome il Piccolo, che era alla guida, sconsiglia la cosa e si tira indietro lavandosene vigliaccamente le mani, tocca a Cesaro portare avanti la manovra dando sfoggio di tutta la sua abilità di guidatore esperto. Ci vuole ben più di una sbarra di ferro per fermare il vecchio Rocco…

7/8/2001 – Martedì – Tra Parigi e Bayeux

Al mattino ritroviamo la tenda che abbiamo usato per le valigie infilata tra un albero e la tenda del Friulano. Nessuno si scompone.
Salutiamo il campeggio e l’adiacente Senna. Era spettacolare.
Ci infiliamo a testa bassa nel traffico Parigino, ovviamente perdendoci e infilandoci per sbaglio in tangenziale. Tutto da rifare. Finiamo persino in un centro industriale completamente deserto probabilmente proprietà dei servizi segreti francesi.
Entriamo in una strada promettente, affianchiamo una vecchia e Kuda chiede in simil-francese la strada per Parigi. La vecchia è stordita, non capisce. Kuda le va incontro: “Parigi!” La vecchia è all’angolo con la faccia di un pugile suonato che aspetta la fine della ripresa. “Parigi, in Francia!” incalza Kuda caricando lo stordimento della povera senescente, che però esce dal torpore e ci spiega che noi eravamo già a Parigi. Le ridiamo in faccia e proseguiamo lasciandola lì a leccarsi le ferite.
Giriamo a caso in cerca di uno straccio di buco dove infilare l’enorme furgone e affianchiamo la Senna. “Tò Italo, quella è Notre-Dame” spieghiamo noi mentre sfrecciamo sulle strade Luteziane. “Ok, questa l’hanno vista, fuori uno” pensiamo pragmaticamente noi mentre il povero Cesaro non ha neanche il tempo di rivolgere lo sguardo a quella bellezza gotica.
Tra i passanti vediamo una figa da competizione che passeggia lasciando una scia di polvere degli dei sui comuni mortali. Cesaro e Pj, visto che siamo in coda la rincorrono chiedendole di fare una foto insieme a lei. Lei acconsente, probabilmente avrebbe acconsentito a qualunque altra richiesta (o almeno, a loro piace pensarla così).
Riusciamo infine a trovare un posto libero in zona Republique. Molliamo Rocco al suo Bloster(tm) quotidiano e ci incamminiamo.
Stiamo per entrare in metrò quando un baracchino che vende i panini attrae la nostra attenzione. Preziosi minuti persi.
Il Kuda acquista una baguette speziata convinto di aver fatto l’affare della sua vita. Sulle prime riesce a trattenersi, ma già dopo alcuni morsi esterna tutto il suo disprezzo per quel ributtante pane alla menta. Stomachevole.
Entriamo nel labirinto della rete metropolitana Parigina e qui Baldo ritrova il suo grande amore datato 1998: i distributori automatici di twix.
Risaliamo in superficie, e Place de la Concorde è sempre bellissima.
Percorriamo gli Champs-Elysèes e pensiamo che l’unico problema della Francia è che è piena di Francesi. Tra l’altro questa è opinione comune: dalla Germania al Belgio, dalla Gran Bretagna all’America, tutti quelli che abbiamo conosciuto nella nostra vita la pensano così.
Cesaro, visto che abbiamo molto tempo (ovviamente l’ironia è sottintesa), si visita tutti i concessionari Mercedes, Bmw e compagnia bella. Astuto, visto che è lui l’unico, assieme a Epeo, a non essere mai stato a Parigi e che la voleva vedere.
Andiamo alla torre Eiffel, che nonostante tutto è sempre una bella figata.
Andiamo al Trocadero a spendere gli ultimi scampoli di tempo concessici da una tabella di marcia un po’ troppo stretta…
Torniamo al furgone e troviamo uno strano foglietto sul parabrezza, proprio in corrispondenza delle mutande di Cesaro e Pj, che le lasciavano sempre lì ad asciugare con l’ausilio dello spannatore.
Il foglietto in questione si rivela essere una multa di 75 franchi per aver parcheggiato in sosta vietata. Noi ci guardiamo e pensiamo: “chissenefrega, non paghiamola”. Tuttavia Italo, le cui rughe l’hanno ormai trasformato nella controfigura di un Klingon, riesce a convincerci.
Chiediamo a un passante dove si paga la multa e quello ci dice che si dovrebbe fare in posta, ma ci consiglia di non pagarla. Poi ferma un altro tizio e gli chiede: “secondo te la devono pagare?” e quello per tutta risposta sventola garrulo una sua multa che si vantava di non aver pagato consigliandoci di fare altrettanto. Ovviamente gli diamo retta sebbene la pelle di Italo sia ormai avvizzita come cartapecora.
Decidiamo di percorrere la strada lungo la costa per goderci la Manica.
Arrivati in zona si scatena un diluvio folle, non possiamo montare le tende…
Kuda vede una pensioncina a due stelle. Pj va a vedere quanto costa con Kuda e Sala. Lo vediamo rientrare cianotico in volto a causa del prezzo stellare di quel buco. Secondo Sala, testimone oculare, appena sentito il prezzo avrebbe cambiato espressione repentinamente, dallo speranzoso al furibondo.
Giriamo un bel po’ di campeggi coi bungalow ma sono tutti pieni, telefoniamo agli ostelli e sono pieni anche quelli. I proprietari ci rimbalzano da un campeggio all’altro come fossimo palline da ping pong. Accarezziamo l’idea di cucinare e dormire nel furgone, magari sotto la tettoia di un benzinaio… Italo è terrorizzato.
Da notare, nell’ultimo campeggio dal quale siamo stati belluinamente rimbalzati, il Baldo e il Pj che vanno a fare i pirla su una macchina degli anni venti, cabrio, tutta colorata nel più puro stile “Woodstock Peace and love”. Purtroppo era appena terminato un nubifragio, e i due si ritrovano i pantaloni e le mutande zeppi d’acqua come spugne. Secondo testimoni ufficiali i due avrebbero avuto molti pesci, oltre a quello ufficiale, che nuotavano nei loro slips.
Continuiamo a seguire le indicazioni dell’ultimo campeggiatore e ci ritroviamo in montagna in un paesino disperso con le case tutte uguali. Pj, Kuda e Giulio scendono per chiedere informazioni a qualche abitante.
Avvicinandosi a una casa, i tre vedono dalle i finestre i proprietari delle case, terrorizzati (probabilmente li hanno scambiati per dei serial killer). Esce il figlio con il cane al guinzaglio indicandoci la posizione del campeggio dove ovviamente saremo sbeffeggiati e cacciati via.
Tenendo l’idea del furgone come ultima spiaggia continuiamo a girare in cerca di un posto dove stare. Nel frattempo vediamo la manica, ed è spettacolare, specialmente con questo tempo.
Italo è il ritratto della rassegnazione e Giulio è quasi svenuto dalla fame (Pj urla: “Se ne sta andando! Presto, dategli un tegolino!”)
Scendono tutti a telefonare incastrandosi in una cabina e bagnandosi come pulcini inzuppati nel caffelatte tranne Baldo, Kuda e Ceppi che rimangono dentro al Rocco, mangiandosi una baguette comune di nascosto.
Giulio entra nel furgone e dice: “dai mangiamoci almeno il pane” “No, no, è di tutti, sono cose che non si fanno” è la risposta del famelico trio.
Finalmente troviamo posto ad un ostello a Bayeux. Forse perchè è parecchio costoso (30 carte) ed è abbastanza lontanoccio; noi siamo indecisi ma ci convince lo sguardo implorante di Italo. Per oggi facciamo i signori.
Arriviamo verso le dieci (smette di diluviare) e l’ostello si rivela un lusso mai visto: bagno in camera, stanze ampie e comode, cucina, common room piena di gente. Insomma, una vera figata. La scena dello sbarco è emblematica: ogni volta che andiamo in ostello il Baldo e il Kuda si portano su uno zainetto con l’indispensabile (anche perché la borsa di Baldo è stata eletta fondamenta ufficiale del bagagliaio di Rocco, si riusciva a intravederla solo una volta ogni quattro giorni. E quella del Kuda non era da meno) mentre gli altri si portano enormi valigie e salgono le scale carichi come asini. Su tutti spicca Italo, la cui borsa pesa come tutte le nostre messe insieme.
Ci cuciniamo hamburger e patatine (una premonizione su quello che mangeremo in Irlanda?) e conosciamo un gruppo di Italiani di Rho, uno spagnolo che ha fatto l’Erasmus a Trieste e, dopo che Baldo attacca a cantare “Looking out my back door” dei Creedence, anche un gruppo di Americani. Facciamo casino tutta sera!
Eliseo (lo spagnolo naturalizzato) dà informazioni al Kuda x quando andrà a Madrid, e dice che possiamo andarlo a trovare quando vogliamo…ovviamente l’invito non cadrà nel vuoto.
Il gruppo dà forfait e va a letto, rimangono solo il Baldo, Pj, Ceppi e il Kuda, che se la chiacchierano con il Ben, un americano del Michigan, mentre quelli di Rho, con la scusa di insegnargli l’indianata, scroccano paurosamente da bere a due Australiani fuori come i Neozelandesi di Praga. Altri due ci provano con un’americana ubriaca, solo che questa è davvero troppo ubriaca anche per essere scopata, e dopo un po’ barcolla verso la sua stanza con la faccia di una che passerà tutta la notte con la testa nel water.
Da notare la ragazza che dormiva proprio sopra il salone che ha mitragliato di cazzotti il pavimento per farci stare in silenzio e che dopo aver capito che in tal modo non avrebbe ottenuto nulla è stata costretta a scendere in pigiama implorandoci di abbassare la voce: nessuno l’ha cagata di striscio, poverina!
Dopo aver parlato per un’ora delle sue origini italiane e della sua filosofia dell’arrotolamento delle sigarette salta fuori che il Ben (che di cognome fa Johnson!) vuole andare in Irlanda ma ancora non sa come. Gli diciamo che noi il giorno dopo dobbiamo pigliare il traghetto e se vuole lo accompagniamo noi, così gli diciamo di trovarsi il giorno dopo alle 11 davanti all’ostello. E’ felice come un bambino!
Dopo un po’ salutiamo i superstiti della serata e andiamo a dormire nei nostri confortevoli letti, tranne il Kuda che si deve accontentare di un materasso sul pavimento, visto che non c’erano più letti. Per vendicarsi, si fregherà il cuscino.

8/8/2001 – Mercoledì – Il “Normandy”

Ci svegliamo in questa specie di reggia a forma di ostello e ci spariamo una gran doccia. Cerchiamo di goderci al massimo tutti i comfort, siamo ben consci del fatto che non sarà mai più così. Solo Italo ha lo sguardo sognatore come per dire “adesso sì che si ragiona”. Noi invece lo guardiamo con un po’ di pietà come per dire “povero Epeo, non sa cosa lo aspetta”.
Ci facciamo anche una bella colazione più che abbondante per ammortizzare al massimo le trenta carte spese. Qui rincontriamo tutti gli avventori dell’ostello ed è ancora una volta una grande festa.
Giriamo un’oretta per Bayeux, il tempo di fare le tre dita a un paio di bambini, riportando le rughe di Italo sopra il livello di guardia.
Alle 11.00 ci incontriamo col Ben, che carica su Rocco uno zaino leggerissimo razionalizzato al massimo. Il Ben si rivela subito loquace e simpatico, un compagno di viaggio come si deve.
Visto che dobbiamo essere all’imbarco entro le 6 e che siamo molto vicini a Cherbourg (dov’è ancorato il nostro traghetto) ci giriamo un po’ la Normandia, che è veramente bella.
Ci fermiamo a Omaha Beach e visitiamo il cimitero americano: migliaia di candide croci e stelle di davide a perdita d’occhio sotto un cielo squarciato da nubi palpabili e veloci che alternano furiose cateratte d’acqua a improvvisi lampi di sole… un posticino niente male, poche balle.
Dopo aver visitato Omaha siamo a Saint-Mere-Eglise, un posto dove nel ’44 i tedeschi hanno massacrato tutti i paracadutisti lanciati dagli alleati. In memoria di quel giorno il campanile della chiesa del posto è adornato col fantaccino di un parà appeso e penzolante…il gusto è dubbio.
Visto che ormai siamo in zona decidiamo di andare al traghetto, anche perché il Ben deve riuscire a recuperare un biglietto.
Passando per il porto vediamo stagliarsi in lontananza il mitico “Normandy”, il traghettone che ci porterà verso la nostra destinazione.
Posteggiamo Rocco e mentre metà del gruppo va a controllare l’orario di partenza, Cesaro va a parlottare con dei centauri Italiani e Baldo va a satollarsi ad un baracchino che vende fish&chips gestito da un inglese.
Il resto del gruppo si ricongiunge al Baldo e segue il suo esempio. Risolto il problema del pranzo. Ben è riuscito a trovare un biglietto e per questo ci è molto riconoscente.
Mentre stiamo mangiucchiando la nostra robaccia ci raggiunge un Irlandese geniale e fuori di melone che si presenta fregando una patatina al Baldo (“maybe i steal u a chip”) e inizia a chiacchierare a raffica.
Il vecchio Patrick (l’Irlandese di cui sopra, che ci ha lasciato anche indirizzo e numero di telefono dicendoci di andarlo a trovare) va a comprarsi delle patatine dall’inglese e inizia a stuzzicarlo rompendogli le palle sull’imperialismo Britannico fino a raggiungere il suo scopo: riesce a farlo incazzare (“I never had a fuckin’ Empire!” sbraita il povero inglese, esasperato). L’inglese inveisce verso di noi ma cerca contemporaneamente di mantenere il contegno con la famigliola che vorrebbe ordinare da mangiare. Scena impagabile, da cinema.
Risaliamo sul Rocco per andare a fare la spesa (visto che abbiamo la sensazione che sul traghetto tutto costi troppo) e il Patrick ne approfitta per scroccarci un passaggio in centro. Qui continua a raccontarci dell’Irlanda e di sua nonna, un’ultracentenaria che ama la birra e si beve il whiskey mentre scommette alle corse dei cavalli. Una volta sceso vuole a tutti i costi spiegarci le targhe irlandesi…nome gaelico in alto, anno di immatricolazione, lettera della contea e numero di immatricolazione…
Andiamo a fare la spesa e compriamo l’occorrente per spararci dei sonori panini e un paio di birre per brindare sul ponte della nave. Ben si compra un formaggino, del pane e una cassa di birra…
Torniamo al porto e passiamo al check-in dove ci aspetta una fata con gli occhi languidi e un sorriso dolce come un babà ripieno di nutella spalmato su una banana ricoperta di marmellata allo zucchero. Siamo tutti rapiti. Pj scende per leggere la targa del Rocco e scopre l’infimo inganno della sirena: aveva le gambe ricoperte da un uniforme vello pubico che la faceva sembrare un bue muschiato con la pelliccia. Questo è bastato a svegliarci dalla sua trappola di mantide. Siamo disgustati.
Salutata la sirena dalle gambe pelose ci mettiamo in coda per salire sul traghetto…ci vorrà ancora un bel po’ e allora ne approfittiamo per prepararci gli zaini e cambiarci, visto che il Normandy promette molto freddo. Il risultato sono otto ometti che si sbiottano fino alle mutande, per poi ricoprirsi di strati più pesanti.
Di fianco a noi c’è la corsia delle moto, il gregge dei centauri. Talmente conciati da figaccioni che sono davvero ridicoli. Poveretti. Gente di cinquant’anni con enormi baffoni teutonici e un by-pass nascosto dai tatuaggi coi nomi delle ex-mogli malamente trasformati in draghi sciancati con le stampelle.
Andiamo a farci un giro in mezzo a quest’accozzaglia di umanità. Cesaro attacca bottone con Garth e Kelly, due tipi australiani che hanno mollato il loro lavoro di cuochi e adesso staranno in giro per tre anni sul loro Vestfalia giallo ocra (o “merda di canarino”, che è più esplicativo) acchiappato in Inghilterra per tremila sterline. Subito si aggregano Ceppy, Pj e successivamente il Baldo, e l’attrezzatissimo Garth si sente in dovere di farci vedere l’interno del furgoncino: tenda incorporata, fornelli con cappa per il fumo, frigorifero con birra australiana, bombola del gas nel vano motore e così via… insomma il furgone dell’ispettore Gadjet.
Andiamo in giro per il porto a vedere da vicino queste migliaia di tonnellate di acciaio trasformate in albergo galleggiante. E tutto grazie a quel pirla di Archimede che riempiva troppo la tinozza, se fosse stato capace di farsi il bagno oggi attraverseremmo la manica a nuoto.
Entriamo finalmente dentro il traghetto e saliamo sul ponte a sdraiarci sulle panche a godercela e a fare i fighi. Peccato che alla partenza la ciminiera sputazzi un fumo verde irrespirabile che ci costringe a spostarci a poppa, dove ritroviamo il Ben che parlotta con l’ubriacona del giorno precedente in mezzo a duemila persone.
Dopo un quarto d’ora dalla partenza siamo rimasti in pochi sul ponte, a causa di un gelido vento assassino che costringe Italo a nascondersi in un cantuccio della nave e a completare la sua mutazione in “testa di cono”.
Ci mangiamo i nostri panini senza neanche bisogno di masticare visto che il vento ce li spinge direttamente in gola. Ciò tuttavia toglie qualcosa al piacere del pasto.
Da segnalare il Ben, proveniente dal freddo Michigan, che non batte ciglio all’approssimarsi di questo algido gelo.
Entriamo nella nave e ci freghiamo un angolo di un ponte interno, monopolizzandolo coi nostri zaini e sacchi a pelo al grido di: “noi stanotte dormiamo qui”.
Continuiamo il partitone al 2 come se fossimo in una bisca clandestina. Da segnalare il gioco subdolo di Italo e Giulio che vola oltre i 30 punti.
Giriamo un po’ tutti i ponti e non troviamo nulla che ci interessi tranne il bar, dove plachiamo la nostra sete di stout. Guinness e Kilkenny finalmente…
Ben passerà la serata parlando con uno schizzato al bar.
Torniamo sul ponte a brindare con le nostre birre acchiappate al supermarket e a sputare disgustati un sidro nauseante da due soldi che lasceremo sulla nave come mancia.
Da segnalare una partita a bandiera con due bambinetti (tranne Baldo e Cesaro, che si rifiutano di collaborare) dove Italo rischia di morire cadendo come un pirla e mancando di poco lo spigolo della panca con la sua testa di cono.
Inoltre concludiamo la serata con un bellissimo canto propiziatorio molto simile alla vecchia fattoria. Cesaro dà sfoggio della sua capacità di imitazione di Lino Banfi e Giulio di quella del Maiale. Da tutto ciò i passeggeri che ci stavano accanto rimarranno alquanto sconcertati.
Siamo pronti ad andare a dormire…andiamo al cesso a lavarci i denti e Baldo scopre una porta che dà a una sezione interna e vietata della nave. Pj non se lo fa ripetere due volte e ci si tuffa dentro a capofitto seguito da Cesaro, dove scoprono un contenitore di vaschette di gelato e di gamberetti.
Felice per la scoperta Pj frega una vaschetta e uscendo dal cesso la getta su Sala al grido di:”abbiamo il gelato”!!!
Il gelato era alla vaniglia.
Il gelato era sciolto.
Il povero Sala è quindi ricoperto da una patina umidiccia di vaniglia che non se ne andrà mai più. Tra l’altro abbiamo macchiato pure la moquette. Che facciamo, puliamo? No, ci spostiamo dall’altra parte del ponte.
Cesaro, Baldo e Pj fanno gli addominali come dei veri zarri mentre la gente passeggia ancora sul ponte.

9/8/2001 – Giovedì – Il primo giorno in Irlanda

Ci svegliamo in mezzo ad un pullulare di gente che va in giro per la nave che ci guarda con orrore, disprezzo e pietà, probabilmente siamo stati gli ultimi passeggeri a svegliarsi.
Usciti dai nostri confortevoli sacchi a pelo ci rendiamo conto di assomigliare ad un gruppo di albanesi clandestini. La cosa ci piace e ci tatuiamo un fiero sorriso sul volto mentre andiamo al cesso a lavarci ostentando sicumera.
Scopriamo che anche il Ben si è accampato nel nostro campo nomadi stanotte, solo che lui era senza uno straccio di sacco a pelo: complimenti per la resistenza.
Il gruppo si sfalda in innumerevoli sotto-gruppi che si fanno i cazzi loro: chi va a fare colazione, chi rimane nel campo nomadi con lo sguardo di chi “a me m’ha rovinato ‘a guera”, chi va sul ponte a guardare il mare, chi va al cesso a cagare et cetera.
Andiamo a recuperare il Ben (visto che ha ancora lo zaino nel nostro furgone) e ci approssimiamo all’attracco a Rosslare chiacchierando del più e del meno e scrivendo bagattelle sul suo diario. Qui decidiamo il tragitto da seguire in Irlanda.
Giunti in porto ci infiliamo nel ventre del Normandy per recuperare Rocco: per due settimane non sentiremo più parlare francese! Il nostro entusiasmo è palpabile.
Prima del check-in facciamo scendere il Ben, che ci saluta dicendo che probabilmente affitterà una macchina…buon viaggio e buona fortuna!
Tutte le vetture devono passare dal check-in per i soliti controlli, al nostro turno il poliziotto chi chiede la nazionalità. Scoprendo che siamo tutti italiani ci fa passare senza controllare nulla. Che bello…
All’uscita del porto il povero Rocco viene inondato con una schifezza contro l’afta epizootica, manco fossimo dei lebbrosi.
Primo impatto con la guida a sinistra: facciamo finta di essere stupiti e sorpresi ma in realtà non cambia una mazza.
Al primo benzinaio Ceppi e Baldo si comprano, nell’adiacente alimentari, un paio di hamburger surgelati da scaldare e mangiare. Li piazzeranno sotto il parabrezza a rosolare e poi se li gusteranno felicemente. Ma avranno ancora fame.
Ci dirigiamo verso New Ross dove passeremo alcune ore cercando invano qualcosa da mettere sotto i denti. Rimaniamo tutti stupiti dal fatto che nella stessa via sono presenti una caterva di pub ma nessuno serve da mangiare mentre il nostro duodeno reclama con crescente insistenza.
Troviamo un take away spartanissimo dove finalmente ci satolliamo con cheeseburger e patatine mentre ci divertiamo a giocare con tre bambini made in Ireland. Il momento è ricco di pathos. E finalmente siamo sazi.
Decidiamo di puntare verso Kilkenny, in questi giorni teatro di un non meglio precisato “art festival”.
Lungo la strada Cesaro fa fermare il furgone perché vuole fare una foto. Lo facciamo scendere e ripartiamo lasciandolo giù, nel più puro stile “Zano – Foresta Nera”.
Dopo un bel po’ di strada fermiamo il furgone per permettere a Italo di tornare indietro a PIEDI a ripigliare Cesaro. Nel frattempo pisciamo nei campi. Pj impazzisce e si esibisce in colossali cravattoni. L’atmosfera del viaggio lo ha galvanizzato, son tre giorni che non la smette di fare il pirla!
Lungo la strada troviamo una ridente abbazia (per modo di dire: come tutte le altre che vedremo anche questa è completamente diroccata) e ci fermiamo a visitarla.
Lasciamo Rocco a godersi il suo bloster e ci avviamo verso la chiesupola. Vediamo un cartello coi prezzi e una biglietteria: mentre rimuginiamo sul da farsi (pagare o no?) il Baldo fa finta di niente e si incunea all’interno ma viene fermato quasi subito da una tizia che intima di pagare il biglietto. “Oh, sorry” si scuserà fingendo stupore l’infingardo Baldo.
Con le pive nel sacco facciamo i biglietti, ma la bigliettaia ci circuisce di parole e riesce a sbolognarci per sei sterline una tessera per vedere gratis praticamente tutti i monumenti d’Irlanda. Alla fine si dimostrerà utile (in realtà d’ora in poi andremo a caccia di monumenti solo ed esclusivamente per ammortizzare la spesa sostenuta).
Finalmente visitiamo l’abbazia e iniziamo a fare una caterva di foto (“guarda una croce celtica: fotografiamola!” non vedremo altro che cimiteri e croci celtiche per due settimane, ma si sa, col senno di poi…)
Baldo se ne sta per un po’ appollaiato sulla cima dell’edifizio a redigere il diario e inizia a guadagnarsi l’odiato nomignolo di “intellettuale” (e, cosa ancor più grave, “figlio di Vergani”, cosa che lo manda in bestia) nonostante egli si vanti e si bulli della sua ignoranza.
Stiamo tre ore a posizionarci in tutti i lati dell’abbazia per riuscire a fare una foto artistica: ne facciamo almeno venti, che si riveleranno tutte abominevoli al momento dello sviluppo.
Presso il furgone incontriamo una coppia di italiani di mezz’età che si mettono a chiacchierare con noi. Al momento di firmare il nostro guestbook tirano fuori dalla macchina la figlia, che si rivela essere una ragazza discretamente caruccia, la quale è più che disposta a scribacchiare sulla nostra agenda il fatto che ci invidia parecchio, visto che lei stava viaggiando coi suoi e sua sorella.
Arriviamo al campeggio, a due chilometri da Kilkenny, e il gestore, Dan, si dimostra un vero figaccione: prima ci racconta la sua vita, ci fa lo sconto (con sommo gaudio di Pj) e poi va a giocare a golf cercando di buttare la pallina dentro un ombrello rovesciato. Fuori di melone.
Per montare le tende dobbiamo chiedere l’aiuto di Dan visto che si è rotto l’elastichino delle stecche (un danno che a quel tempo ci sembrava grave, se solo avessimo saputo cosa ci aspettava….). Per risolverci il problema Dan si farà in quattro! L’ospitalità irlandese è veramente fenomenale.
Dopodiché iniziamo a trastullarci giocando a calcio. All’inizio nessuno sembrava aver voglia di giocare ma vicino a noi c’è un gruppo di francesi che stanno giocando pure loro, e il passo è breve: ITALIA-FRANCIA!
Tiriamo fuori una delle nostre bandiere e la fissiamo ad un palo della tenda, facendo il nostro trionfale ingresso in campo col tricolore tra le mani.
L’odio che nutriamo per la terra del bidet è palpabile: la sconfitta non è ammessa. Non oggi. Non qui.
I transalpini danno subito prova della loro superiore tecnica di palleggio (e qui si potrebbero sprecare facili battute), ma dovranno fare i conti con il nostro cuore latino! Partiamo in svantaggio, la nostra squadra è in bambola, i ruoli non sono definiti e si gioca tutti sul pallone come all’oratorio. Se a questo sommiamo il fatto che loro usavano il portiere e noi no (ce ne siamo accorti un po’ in ritardo) si spiega l’iniziale svantaggio per due reti a zero.
Perdere coi francesi è per noi peggio della morte; in nome del tricolore ci organizziamo e definiamo i ruoli in campo: Baldo arretra in difesa, tira fuori tutta la sua grinta e si mangia gli attaccanti avversari non esitando a spaccarsi la faccia in un paio di occasioni. Inoltre dirige la squadra in cabina di regia e chiama le marcature con grande carisma. Baresi. Pj va tra i pali e stupisce tutto il gruppo per la sicurezza che dimostra nell’opporsi alle sfuriate dei Blues, senza paura di buttarsi su tutti i palloni, gara coraggiosa ed ineccepibile sul piano della determinazione. Peruzzi. Giulio generosamente aiuta Baldo in difesa anche se talvolta si dimentica di rientrare perché il suo vero ruolo è quello di mediano di spinta, ha il grande merito di far salire la squadra, di proporre verticalizzazioni e di distribuire il gioco sulle ali, senza contare i suoi gol determinanti. Matthaeus. Kuda presiede la fascia sinistra e lascia di stucco chiunque si aspettasse da lui una gara di contenimento da terzinaccio alla Torricelli; infatti oltre a coprire efficacemente la sua zona si scopre ala sinistra dalle molteplici soluzioni offensive, è dalla sua zona del campo infatti che arriveranno i maggiori pericoli, grazie al suo gioco spettacolare quasi “carioca”. Corso. Giampaolo copre la fascia destra con tutto il cuore e recupera palloni con una voracità impressionante aiutando in maniera schiacciante la difesa: il vero filtro del centrocampo, che non disdegna tuttavia frequenti incursioni in fase offensiva dove però pecca di imprecisione a causa della grande energia spesa in copertura. Gattuso. Sala è la vera punta di diamante della compagine azzurra, tecnica sopraffina, grande classe nei tocchi di palla, dribbling ubriacanti grazie al baricentro basso alla Rui Barros, guizzi felini e fantasia da vendere, trasforma con maestria gli assist dei compagni e rientra umilmente a pressare e a raccogliere palloni dal centrocampo. Maradona. Da notare la probabile telecronaca di Italo via cellulare visto che durante la partita non se n’è staccato un secondo. Bruno Pizzul. Cesaro, che nello sport è un vero incapace, ci darà dentro con i suoi addominali e quindi conoscerà due belghe, Eva e Merel.
Il risultato è un 7-4 per noi che non lascia adito a dubbi, siamo dei fighi.
I Francesi puzzoni, dopo la cocente sconfitta, non si fanno la doccia.
A differenza della compagine transalpina di sodomiti ci svestiamo per andare a goderci la meritata doccia. Ma nel bel mezzo della svestizione, Kuda, Pj e Baldo hanno la bella idea di farsi fotografare in mutande in una splendida allegoria del “sublime”.
I bagni del campeggio hanno una singolare e apprezzata qualità: la musica classica in filodiffusione. A causa di ciò non era raro vedere gente che sparava fuori lo stronzo accompagnandolo con un poderoso do di petto intonando la marcia trionfale dell’Aida.
Mentre ce la scialliamo arriva una tedesca sola che monta la tenda nelle nostre vicinanze. Il passo è breve: Pj, che ha la faccia come il culo, su consiglio di Kuda la invita a cenare con noi all’insaputa degli altri.
La tedesca è Natasha di Hannover. Capelli corvini e occhi di ghiaccio. Purtroppo si rivela essere a metà tra la stronza e la lobotomizzata, fatica a spiaccicare parola con uno sguardo assente tipo “Rain Man” e alla fine della cena ci chiede: “avete del fumo?” “no” “ah ok” e se ne va. Boh? Almeno le sono piaciuti gli spaghetti (complimenti Italo, non ci hai fatto sfigurare).
Per l’occasione appaiono in tavola sei misteriosi bicchieri di plastica rigida gialli. Il Kuda, che li ha procurati, sosterrà fino alla morte di averli portati da casa, ma noi non gli crediamo assolutamente, deve averli fregati a qualcuno, forse ai Francesi. Questo mistero, che a quello di Fatima ci fa un baffo, rimarrà probabilmente insoluto per decenni.
La sera ci dirigiamo A PIEDI verso Kilkenny perché il campeggio chiude i battenti. Fortuna che è vicina. Per la strada una bionda in spider a momenti ci investe, ed era sta zoccola ad avere torto, quasi come se lei si fosse dimenticata da che lato si guida nel suo paese. Poi Cesaro si avvicina per chiedere la strada per Kilkenny e lei invece di dircela si incazza dicendo che lì siamo in Irlanda e dobbiamo avere rispetto per gli altri, il tutto per almeno cinque minuti, dopodiché a denti stretti ci dice la strada per Kilkenny e riparte sgommando sulla sua Honda CRX.
Scegliamo un pub a caso e li dentro conosciamo Johnny un barista figaccione che ci spiega vita morte e miracoli delle stout e le differenze fra Smithwicks e Kilkenny.
Il Kuda chiede ingenuamente dei sottobicchieri al Johnny e questo fa una faccia stralunata come per dire “cazzo vuole questo?” Dopo un po’ però ritorna con in mano un bicchiere della Smithwicks per il Barbuto richiedente…avrà capito male, non sappiamo se la colpa è dei fumi dell’alcol o dell’inglese maccheronico del Kuda.
Sulla strada del ritorno, da una intuizione geniale di Pj, che rilegge in chiave cinematografica la storia dei Bonobo (particolare stirpe di scimmie sodomite), nasce il mito della “Scimmia Che Incula”, che diverrà uno dei leit-motiv di questo viaggio.

10/8/2001 – Venerdì – Kilkenny e dintorni

Sul diario del Baldo la cronaca inizia a lasciare ampio spazio ai cazzi suoi, quindi la ricostruzione della giornata sarà molto difficoltosa.
Il Baldo va a farsi la barba e ritorna dal cesso uguale identico a prima.
Solita colazione da pezzenti: una pentola piena di tè che viene versato nei bicchieri nel seguente modo: si prende in mano il bicchiere di plastica e lo si puccia nel pentolone insieme alla mano che annega fino al polso. Per arricchire questa bontà abbiamo una confezione mini di biscottacci secchi.
Ovviamente non avremo mai lo zucchero (dopotutto è superfluo, fa ingrassare e altera il gusto delle cose. Vabbè, ok, non avevamo i soldi per comprarlo), per cui le nostre colazioni saranno sempre molto amare.
Ci infiliamo in Kilkenny per andare a visitare il castello…il furgone viene parcheggiato ovviamente lontanissimo dalla meta. Tra l’altro lo parcheggiamo per due terzi in divieto di sosta, ma quel terzo legale ci salverà dalla multa…non altrettanto la macchina davanti a noi (eh eh eh).
Arriviamo al castello ed entriamo dalla parte sbagliata, infilandoci nei giardini dopo aver calpestato i soliti zerbini per l’afta epizootica.
Qui Cesaro da sfoggio di sé, chiedendo a un giardiniere lontano 60 chilometri di farci una foto. Dalla foto risulteremo così piccoli che ci servirebbe un microscopio elettronico per poterci anche solo scorgere con gli occhi dell’intuizione, ma Cesaro è felice lo stesso e noi siamo felici di poterlo prendere per il culo: grazie di esistere.
Stavolta becchiamo l’entrata giusta e ci mettiamo pazientemente in coda per la visita guidata. Ri-incontriamo Natasha, che si unisce al nostro gruppo (ma nessuno la caga) ma non spiaccicherà manco una parola e fisserà sempre il muro con gli occhi sbarrati e la bava alla bocca.
La visita guidata è una rottura immane; da sottolineare il video di presentazione durante il quale alcuni di noi si addormentano (forse Cesaro, o Italo, non sono sicuro) e altri fanno casino (Pj, ne sono sicuro, più qualcun altro).
Il castello si rivela essere una vera e propria paccata, in quanto è stato completamente ricostruito negli anni sessanta, l’unica cosa originale che abbiamo visto è stata un arazzo pulcioso e tessuto da un pazzo furioso in acido con la mania di aggiungere arti alle persone.
Inoltre l’interno del castello è quanto di più tamarro si sia mai visto. Queste le parole di Cesaro: “Pareti color blu elettrico e orrendi accostamenti cromatici”, tazze del water a due piazze, letti lunghi mezzo metro (la guida prima dice che le persone erano più basse a quel tempo, poi dice che dormivano col busto fuori. Noi stiamo per metterci a piangere, per fortuna grazie alla tessera siamo entrati aggratis) e, nella stanza cinese, Pj è lesto a far notare il pisello ricamato sul tappeto.
Uscendo verso gli enormi giardini (non quelli di prima) ci accorgiamo di un’altra cosa…questo castello è aperto, ha solo tre mura! Efficace.
Ri-incontriamo un paio di patonze che avevamo in precedenza apostrofato con frasi del tipo “si vede che a quella lì gli piace il cazzo” per accorgerci pochi picosecondi dopo che erano italiane.
Passando per il centro di Killarney incrociamo una specie di apostolo di Dio che sta predicando in mezzo alla strada con un crocifisso gigante sulle spalle. Sembrerebbe un pazzo ma al passaggio del nostro gruppo addita e fissa con odio feroce Pj (l’unico non battezzato della comitiva) mentre dice qualcosa a proposito della bestia e del demonio! Vabbè, ormai abbiamo capito che qui la gente è un po’ particolare…
Su consiglio di Sala (feticista di madonne e crocefissi) ci incamminiamo verso la cattedrale della città dove purtroppo (per Sala) è in corso un matrimonio tra irlandesi (lei bruttissima, lui ubriachissimo) e li davanti scattano i nostri applausi e le nostre ovazioni. Ciao, e buona prima notte di nozze!
Per il pranzo il gruppo si divide in due. Metà ad un fast food e l’altra metà in un supermarket (molto belli Cesaro e Pj che rubano clamorosamente sul prezzo delle banane), ed è qui che nasce il primo atto della tragedia “economy burgers”. Infatti Italo fa la spesa per il gruppo praticamente da solo (si, vabbè c’era Sala… ma lui conta come il due di picche) e acquisterà pochissima roba a prezzi da capogiro in nome della qualità…la nostra rabbia è evidente.
Andiamo in giro a casaccio per i dintorni di Kilkenny e giungiamo in un paesello sperdutissimo dove c’è una chiesetta insignificante, e ovviamente Sala ci si butta dentro a capofitto. Cesaro invece propone una bevuta, Baldo e Kuda non aspettano altro e si infilano in un pub, ed è facile intuire come il resto del gruppo abbia seguito più volentieri l’esempio dei tre alcolizzati.
Il gruppo placa la sua sete di birra andandoci giù pesante con la Guinness in questa bettolaccia infame frequentata da qualche vecchietto e coi poster dei giocatori di hurling, sdentati e tumefatti, alle pareti. Ovviamente attacchiamo bottone col barman, come sempre.
Da segnalare il papà e il figlio irlandesi al bancone, col bambino che è già un alcolizzato in erba: il padre non potrebbe ordinargli da bere, e allora ordina per sé una guinness e per l’obeso fantolino sprite e guinness: in tal modo è a posto con la legge.
Prima di tornare al furgone ci facciamo un giro lungo l’adiacente fiumiciattolo che si insinua all’interno di un bosco.
Cesaro e Baldo, non avendo fame, pisciano sulle more mature che crescono lungo il sentiero, sperando di far contrarre la peste a coloro che in seguito le mangeranno.
Durante questa camminata Italo, tra una ruga e l’altra, dirà: “ma è mai possibile che diciate così tante parolacce?” oppure “ma parlate sempre così?” (come se non ci conoscesse da anni) e propone, per il giorno dopo, la “giornata senza parolacce”, ogni errore una sterlina. Considerato che il nostro budget giornaliero viaggia sulle 10-12 sterline non accettiamo la sfida. Per ora.
Torniamo al campeggio affamati come lupi e, grazie alla spesa di Italo, ci mangiamo o (e sottolineo “o”) un hamburger o (sottolineo nuovamente “o”) mezza cotoletta a testa. Vedete un po’ voi. A sua discolpa diciamo che almeno era roba sana.
Durante la cena scoppia l’ilarità più assurda, si ride per idiozie inutili, soprattutto prendendo in giro le belghe sedute li accanto.
Cesaro chiede a Eva e Merel se vogliono venire con noi a Kilkenny quella sera. Loro accettano, pensando che di li a poco saremmo partiti.
Baldo e Kuda, affamatissimi, ringhiano come cani idrofobi, proferendo terribili minacce all’indirizzo del signore degli anelli Epeo, e lo diffidano dall’avvicinarsi di nuovo ad un supermercato con in mano la cassa comune.
Mentre ceniamo diciamo alle fiamminghe che se vogliono possono iniziare ad andare visto che è tardissimo, e noi dobbiamo ancora lavare i piatti. Loro dicono che non importa, ci aspettano. Forse siamo di vedute un po’ ristrette, ma la nostra risposta è unanime: “queste qui hanno voglia di cazzo”.
Baldo avrebbe il turno di lavaggio piatti, ma scappa ignominiosamente (lasciando Italo in mezzo alle pentole e ai tegami) e va a chiacchierare con le due tipe insieme a Cesaro. Qui scopriamo che il giorno dopo loro dovevano andare a Killarney, come noi, e avevano già il biglietto del pullman. Noi ovviamente ci offriamo di portarle fino a destinazione e loro, dopo aver tentato invano di sbolognare i loro biglietti, accettano di buon grado. Baldo e Cesaro sembrano molto contenti, l’impressione di Pj è unanime: “questi hanno voglia di figa”.
Andiamo verso Kilkenny, dove è in corso l’art festival. Comincia in maniera ridicola con dei poveri pirla vestiti da omoni Michelin che improvvisano coreografie della domenica. Forse il nostro gusto per l’arte è scemato dai tempi del liceo, in quanto siamo gli unici a ridere a crepapelle, mentre tutti gli altri osservano rapiti questa ostentazione di idiozia.
Successivamente inizia un concerto Jazz che è di una bellezza così coinvolgente che Il Kuda, Pj e Baldo si buttano in pista (non ho usato l’espressione “nella mischia” perché erano gli unici a ballare come tre poveri pirla) e si scatenano al ritmo dei violini e delle chitarre.
Anche Sala, eccelso chitarrista dalla tecnica sopraffina che a Jimi Hendrix ci fa un baffo, il pizzo e una basetta, conviene che quei musicisti sono veramente dei geni.
Lasciamo il palco per dirigerci nella via dei pub. Pj rimane nelle retrovie continuando a ballare in mezzo alla strada: per tale motivo sarà castigato dal cielo con la peggiore bronchite che la storia ricordi.
Andiamo alla ricerca di un pub e invece troviamo una specie di night. Appena sentiamo il prezzo fuggiamo come conigli seguiti dalle belghe, che a soldi erano conciate male come noi.
Troviamo un bel posticino, che scopriamo essere il pub di Johnny del giorno prima…ovviamente andiamo a salutarlo e ci facciamo pure una foto.
Mentre noi mandiamo giù stout come fosse acqua, le giovini delle Fiandre si bevono una schifezza di ibrido vodka-limonata.
Le ragazze continuano a pigliare in giro Sala, dicendo che è timido ma con un cuore grande così. Inoltre se la ridono di Pj (che abbiamo loro presentato col nomignolo di Pit) perché nella loro lingua Pit vuol dire cazzo.
Torniamo in campeggio e dopo un po’ rimangono solo Cesaro e il Baldo a chiacchierare con le tipe, che snocciolano tutta la loro vita e tutti i particolari del loro viaggio.
Cesaro, per non essere da meno, porta il discorso sulla merda e sulle scoregge e sulla “home rule” vigente in Rocco, secondo la quale chi molla deve alzare la mano e dichiararsi. Baldo è sconfortato e ha gli occhi tristi come per dire “ho perso”.
Dopo un bel po’ di questi discorsi merdosi (letteralmente), il Baldo dà sfoggio di tutta la sua sensibilità e di tutto il suo tatto: Merel dice, “fumo troppo, dovrei fare qualcos’altro invece” e il Baldo replica come un fulmine a ciel sereno “beh, per esempio potresti baciare un ragazzo italiano” “no, meglio di no” è la secca risposta. Lo sguardo di Baldo è eloquente, come per dire “beh, almeno non posso dire di non averci nemmeno provato”.
I due salutano le figlie delle Ardenne, che il giorno dopo accompagneremo a Killarney.
All’alba delle tre e mezza, Baldo e Cesaro rientrano nelle tende. Il giorno dopo resteranno alquanto rincoglioniti per la nottata passata in bianco.

11/8/2001 – Sabato – Coast to coast

Veniamo svegliati verso le otto dalla voce di Italo che tuona: “Ma puttana la Juve!” (evidentemente aveva pestato la cocozza da qualche parte, non chiedetelo a me, io stavo crepando dal sonno). Immediatamente il Kuda si ricorda della scommessa del giorno prima e urla: “Italo! Una sterlina!”
Epeo ingoia il rospo preparando la sua vendetta…Sa benissimo che non la spunteremo mai contro il suo lessico casto e morigerato.
Di seguito presentiamo la classifica finale del campionato “senza parolacce”. Terminato verso le ore 14.00 perché stavamo scoppiando e saremmo di lì a poco arrivati alle mani contro Italo se non ci fossimo fermati.
CLASSIFICA FINALE

Epeo – 2 – Si lascia scappare solo un’altra parolina dal suo beccuccio dolce dopo quella delle otto di mattina. Odiato da tutti durante questa parentesi, in quanto il suo ruolo era quello di giudice. Se ti beccava ti sanzionava immediatamente dicendo al Baldo di segnare una “x” sul suo diario (ovviamente spesso e volentieri il Baldo ha fatto i suoi comodi truffando e falsando la gara). Detestabile.
Sala – 10 – Abbastanza costante nel proferire parolacce, senza vistosi alti e bassi. Ma veramente stupido nel farsi cuccare sempre dall’implacabile Italo. Combattivo.
Giulio – 10 – In perenne competizione con il Piccolo, i due duelleranno nella maniera più sporca, non risparmiandosi colpi bassi per far cadere nella rete l’avversario. Alla fine il pari è il risultato più giusto. Malvagio.
Kuda – 6 – Inanella una vistosa tripletta nel giro di quarantaquattro secondi, e poi riesce a trattenersi a fatica, ma accusa il colpo, giacché il suo volto diviene via via sempre più paonazzo (questo anche perché ci sono le belghe nel furgone e lui deve trattenere tutte le sue proverbiali scoregge). Inoltre fa notare a Italo tutti gli errori degli altri. Spia.
Pj – 8 – Un risultato molto buono, nella media, senza particolari errori. Ottimo.
Ceppi – 6 – Risolverà il problema restandosene pressoché zitto per tutta la durata della gara. Integralista.
Cesaro – 19 – Un babbeo. Riesce a farsi cuccare sempre, comunque, e a volontà. Potreste pensare che lui si ribellasse a questo gioco idiota…ma non è così! Tanto che provava, come tutti, a cercare sinonimi per le più frequenti espressioni di stizza e differenti intercalare. Ciò nonostante la voce di Italo che urlava “Baldo, segna!” ci divenne molto familiare proprio grazie a Cesaro, che in queste situazioni fissava Epeo serrando la bocca e spalancando gli occhioni in un’espressione da lobotomizzato alla “Natasha”. Down.
Baldo – 8 – Per le prime due ore si trattiene stoicamente sparandone solo due stupendo tutti. Nessuno infatti avrebbe scommesso un centesimo sullo Ya-Ma-Wanga (in lingua Sioux: uomo dalla lingua scurrile sproloquiante). Successivamente l’invidia del volgo (su tutti Codazzi, che non perdeva occasione di fare la spia) e il fatto che si rompa le palle di trattenersi, lo fa capitolare. Eccellente come riesca comunque a sfogare tutta la sua volgarità repressa senza che Italo lo becchi. Talentuoso. (talento un cazzo: venduto! ndPj) (tsk! L’invidia è una brutta bestia… ndBaldo)

Le suddite di Re Baldovino ci portano un bollitore con dentro l’acqua già calda per il tè. Forse volevano evitare di partire a mezzogiorno. Rimaniamo stupiti dall’acqua calda e non riusciamo a capire con che magia siano riuscite a scaldarla (nessuno aveva mai visto un bollitore in vita propria, ndPj) (io sì, ma come già sottolineato in precedenza la notte in bianco mi aveva devastato… NdBaldo). Non proviamo chiederlo per non addurre figuracce: capiremo solo la settimana successiva, quando entreremo in una vera cucina irlandese (ma questa è un’altra storia).
Pj va a lavarsi la faccia ed esclama un improvviso “cazzo!” visto che non ha l’asciugamano con sé. Italo sbuca da tergo implacabile. Intanto il Kuda entra in bagno e viene segnato anche lui. Stessa sorte per il “porca vacca” di Giulio mentre entrava nella turca (Epeo era fiscalissimo). Tutto nel giro di qualche istante: la giornata si profila durissima…
Baldo prende posto come suo solito nel posto sette, ovvero quello in fondo vicino al finestrino. Questo gli permetterà di bestemmiare in tutte le lingue senza che Italo lo becchi mai. Il Kuda si infila come al solito nel posto 4, accanto a Eva. Giulio si fionda dietro tra Baldo e Cesaro. Sala e Ceppy davanti con Italo alla guida. E Pj in piedi perché non c’erano più posti…
Cesaro si accaparra il posto nove, per fare lo sgargiante con le belghe. Dopo un po’ si mette a fare il buffone con Merel facendosi prestare la sua strettissima felpa e indossandola, per mostrare il fisico. Deprimente.
Durante il tragitto ci fermiamo al castello di Cashel (più per utilizzare la famosa tessera che per reale interesse).
Le ragazze restano fuori, perché dovrebbero pagare, noi ce ne sbattiamo ed entriamo. Ce lo visitiamo con calma fino al momento in cui vogliamo salire sulla torre, dove si può salire solo due alla volta… a causa della sua posizione di giudice nessuno vuole salire con Italo!
Da segnalare Cesaro, che prima di entrare al castello si guadagna il titolo di “bambino mongolo 2001” lanciando i sassolini alle mucche e facendo loro i versi (ditemi voi) oltre che quello di “miserabile accattone pidocchioso” raccogliendo da terra un pacchetto di caramelle usate e mettendosi a mangiarle.
Durante l’arrampicata verso l’alto il Baldo si lascia sfuggire un’espressione colorita e Italo QUARANTA METRI più sotto inveisce: “Baldo! Ti ho sentito!” Odioso.
Usciamo dal castello e insegniamo alle belghe l’arte delle tre dita.
Ripartiamo a bordo del nostro ottanta cavalli e ci fermiamo verso l’ora di pranzo a Chaer, un paesello ignobile, ove si consuma il momento topico della tragedia “economy burgers”.
Qui metà della compagnia (Giulio per fame, Italo per potersi finalmente sentire come una persona normale e Sala perché deve mangiare per crescere) si dirige verso un fast food dove poter calmare i reclami del ventre, tutti gli altri optano per una ben più economica soluzione supermarket, con l’opzione di poter anche fare la spesa con Italo finalmente fuori dai piedi.
Qui Baldo e Ceppi acquistano pane a fette, sottilette e prosciuttame per darsi all’arte del sandwich. Pj e Kuda si pigliano un pasto caldo take-away comprendente qualsiasi cosa, dai funghi alle verdure, dai calli della nonna della cuoca all’acne juvenilis della commessa. Le due belghe si acchiappano pane e nutella (ogni commento è inutile) e Cesaro un po’ di pane a fette. E basta. Un vero pitocco.
Dopo la spesa per il nostro “pranzo” (nel caso di Cesaro è più corretto parlare di “frugale spuntino ipocalorico”), provvediamo a quella per tutto il gruppo, decisi più che mai a insegnare a Epeo come mangiare tanto spendendo poco.
Siamo tra gli scaffali da dieci minuti ormai, e dobbiamo quasi ammettere la sconfitta. Sì, abbiamo risparmiato qualcosa, ma non basta. Non è la prova di forza che volevamo. Il Baldo gira un po’ sconsolato con un paio di confezioni in mano quando Ceppi richiama la sua attenzione al banco surgelati: una scatola bianca con contorni rossi e un’unica scritta “20 economy burgers” al costo di 5000 lire. I due si guardano nelle pupille ed esclamano all’unisono: “prendiamone due!”, mentre gettano via tutto ciò che era stato raccolto in precedenza, e procedono verso le casse in un tripudio generale.
Mentre aspettano gli altri, Baldo e Ceppi instaurano una feroce discussione con Eva e Merel sul paese d’origine della nutella. Ognuno sostiene che venga dal proprio paese, ma forse hanno ragione loro, noi non abbiamo sta gran tradizione da cioccolatai…dopotutto a tal proposito gli svizzeri ci pigliano per il culo pure in cima alle montagne “kvesto sfizero!” “no, novi porco ###!”

Aggiornamento del 8/11/2001: Un mio amico dell’università, Alba di Alba (che sta per Alberto di Alba ndBaldo), è pronto a giurare sulla salute dei suoi testicoli che la nutella, essendo un prodotto della Ferrero (che ha gli stabilimenti ad Alba) è italiana. Il mistero si infittisce.
Il Baldo

Davanti al supermarket c’è un castello la cui entrata è a pagamento. Noi, che siamo dei signori, ci arrampichiamo sulle mura esterne e mangiamo le nostre schifezze sbriciolando in testa ai turisti paganti che entrano ed escono dalla pietrosa dimora medievale. Cesaro fa così pena che Pj gli offre i resti della sua bomba a carboidrati.
Giulio, Sala ed Epeo stanno tornando e sono dall’altra parte della strada. Noi urliamo a squarciagola per farli venire dove siamo noi, facendo morire di diarrea numerose vecchiette presenti e facendoci guardare storto da tutti i passanti sotto di noi.
Due di questi ci fotografano anche.
Mentre torniamo al Rocco sbeffeggiamo Italo per il fatto che con 10 carte abbiamo comprato 40 hamburger. Lui è perplesso: “ma saranno anche buoni?” “ma sì, alla fine è carne, non ti preoccupare”. La sua obiezione ci spinge però a riguardare la scatola, dove sul retro troneggia un allarmante “60% beef”. E il restante 40% che è? Cartone? Tungsteno? Pustole di cadaveri depredati profanando tombe del settecento? Un po’ più preoccupati e un po’ meno sicumereggianti ci facciamo coraggio l’un l’altro con battute del tipo “Tanto io alla mucca pazza glielo metto nel culo!”
Arrivati a Killarney ci mettiamo mezz’ora a trovare l’ostello delle belghe e una volta arrivati le aiutiamo a scaricare e le salutiamo.
Molliamo il furgone a un parcheggio e decidiamo il da farsi: metà compagnia va all’ufficio del turismo, metà torna all’ostello di Eva e Merel che si sono dimenticate una felpa dentro Rocco. Cesaro, Baldo e Ceppi restano presso il furgone e guatano il cielo meditabondi.
All’ostello Pj e Kuda chiedono quale sia la stanza delle ragazze, anche se non ne conoscono il cognome. Il tipo alla reception li accompagna in tutti i locali dell’ostello (pieno di gente: la prossima volta ci dovremmo fermare li) e infine in una stanza. Entrando però beccano solo una vecchia in ginocchio che prega verso la Mecca e un ragazzo che dorme. Probabilmente non sono loro! I due abbandonano quindi la felpina sul bancone dell’ostello con un bigliettino: la coscienza è apposto.
Ai tre accidiosi rimasti presso Rocco scappa da pisciare come non mai, ma lì vicino al furgone ci sono dei tizi, non è il caso di farla con loro davanti! Dopo un po’ di scrupoli e la vescica che inizia a dolere assai, Ceppi e Baldo saltano la siepe e pisciano dando le chiappe ad una chiesa. Cesaro li imiterà di li a poco.
I tre si sfamano mangiando le more della suddetta siepe. Memori della pisciata di Baldo e Cesaro del giorno prima mangiano solo quelle sui rami più alti, dove osano le aquile.
Tornano tutti gli altri e anche al Kuda scappa parecchio… i tre piscianti allora mostrano al Barba la siepe-water. Il Kuda tuttavia dimostra di fare molto più schifo di Giulio se ci si mette, e marca l’anteriore destra del Rocco, lasciando una puzza tremenda come neanche le interiora di un maiale. Probabilmente tutte le scoregge che ha trattenuto per via delle belghe gli si sono condensate in pisciazza.
Dirigiamo il fedele Rocchino verso Killorglin, dove troviamo un campeggio che è una bellezza: non c’è nulla, solo un prato gigantesco con la casa della padrona in mezzo. E i bagni. Con un panorama montuoso che da noi lo vedi solo ad almeno millecinquecento metri.
Mettiamo giù la tenda in compagnia di un cane in acido che corre come un disperato ogni volta che facciamo finta di lanciare qualcosa. Gli avremo fatto perdere almeno sei chili.
Sistemato il campo ci sgranchiamo l’artrite giocando a calcio. Dopo un po’ si uniscono anche un francese e la sua ragazza. Da notare gli anfibi assassini della tipa! Se ti colpivano sullo stinco te lo sgranocchiavano brutalmente riducendoti le gambe ad un purè.
Dopo la meritata doccia, il Giulio si mette a girovagare per i sentierini circostanti al campeggio, un po’ per cercare i tanto famosi folletti irlandesi e un po’ per riflettere e godersi in solitudine la bellezza dell’isola. Ancora non ci crede, ma dopo due anni è riuscito a realizzare questo suo sogno.
Decidiamo che ci meritiamo una buona cenetta e cuciniamo i quaranta hamburger. Dopo pochi bocconi capiamo il perché del prezzo così favorevole…fanno schifo! Il povero Italo si mette un solo hamburger nel piatto e manda giù a fatica trattenendo il magone, sognando fiumi di ragù e strade ciottolate di filetto…al confronto dell’ormai debilitato Italo, la pelle della Montalcini è liscia come una pista di ghiaccio secco.
Giulio dopo un po’ urla: “aiuto! Si sta muovendo!” rivolto al pezzo di carne che ha nel piatto. Noi tutti temiamo per la nostra vita e abbiamo paura di coprirci di brufoli e morire soffocati dal pus. Però abbiamo fame e questo supera ogni pudore. Alla fine il cane mangia gli ultimi due hamburger (non li ha voluti NESSUNO) senza fare molte feste, ma almeno non li ha rifiutati.
Rinfrancati dal pasto andiamo a vedere in paese sta festa tanto decantata…una buzzurrata mai vista! Roba che la festa dello scudetto della Roma al confronto è un rigoroso aperitivo in abito scuro.
Ne approfittiamo solo per farci una bella bevuta, entriamo quindi nei pub e veniamo travolti dalle zaffate di alcol che ti sbronzano gratuitamente. Ma il piacere di una bella Guinness non si nega a nessuno e così ci diamo dentro.
Cesaro prova a fregarsi il bicchiere scambiando addirittura la sua birra con quella di un vecchietto (probabilmente sifilitico) perché aveva il bicchiere più bello, ma all’uscita del pub i suoi sogni vengono infranti da un tizio che rovescia il contenuto dei bicchieri in vetro dentro bicchieri di plastica per i clienti che vogliono godersi l’amara e gustosa bevanda sotto il chiarore delle stelle.
Il Kuda trova sul bancone una Guinness abbandonata e in cerca d’affetto. La dividerà con Giulio.



12/8/2001 – Domenica – Il Ring of Kerry

Si parte verso il Ring of Kerry. Anzi, non proprio quello, la penisola sotto, che dovrebbe essere un po’ meno turistica e un po’ più “selvaggia”.
Con il Rocco si passa attraverso il parco nazionale di Killarney, che è veramente una bellezza. Scenari alla “Signore degli Anelli” per intenderci, roba che se fosse saltato fuori Gollum sgrillettando l’Unico e urlando “oh mio tesssoro!” noi non avremmo avuto nulla da ridire.
Durante la traversata incontriamo Steve “The Kiwi”, un autostoppista Neozelandese (che ovviamente carichiamo) il quale si dilunga per ore a scrivere tutte le sue peripezie sul nostro guestbook, roba del tipo:
Alcuni consigli se doveste fare l’autostop in Irlanda…
Evitate i sudafricani che guidano come dei fuori di melone mentre ve la chiacchierano sui pericoli del comunismo…
Evitate le ragazze tedesche che vi obbligano a fare il bagno nudi nei freddi laghi di montagna (anche se a noi sta cosa ci sconquiffera ndTuttiQuanti)…
Evitate i fattori irlandesi con facce eccessivamente rosse (nota per Italo: ubriachi fradici) che guidano a tutta velocità trovando angoli su strade diritte, facendo affidamento sul bere… e che sono sorpresi quando vi mettete le cinture di sicurezza e vi chiedono “ah, tu sei per la sicurezza?”
E poi c’è Eddy lo scozzese, che si è costruito da solo la macchina…il suo motto era: “durerà fino alla prossima ora di pranzo?”
Sto tipo è geniale, è in giro da Marzo, fuggito dal suo lavoro di programmatore e ora lavora nelle fattorie Irlandesi per tirare su un po’ di soldi, gira gratis piantando la tenda qua e là…alla nostra domanda “quand’è che torni indietro?” risponde semplicemente “who knows?”
Il Baldo se la sta chiacchierando con Steve fino a quando, per tradurre “selvaggio” usa “savage” anziché “wild” (e porca pupazza, in italiano si traducono allo stesso modo, mi sono confuso! ndBaldo)… da li in poi il perfido Kiwi continuerà a pigliarlo in giro.
Invitiamo Steve a farci sentire l’unica cassetta musicale che si porta dietro. Un misto tremendo di canzonacce registrate malissimo, tra le quali riusciamo a riconoscere solo qualche pezzo live dei Beatles.
Mentre cerchiamo la strada che attraversa il valico, sbagliamo strada una decina di volte, fino a quando ci convinciamo che l’unica via segnata sulla cartina è proprio quella mulattiera a una corsia a malapena indicata dai cartelli. Steve sembra un po’ preoccupato: forse pensa che avrebbe fatto bene a non accettare il passaggio.
In cima al passo di montagna, scendiamo a farci un giro, e Pj cerca di catturare una capra, ma queste si riveleranno più rapide di lui.
Il Rocco viene parcheggiato a Glenngarriff, dove scende anche Steve, che riparte per la sua strada. Noi siamo affamati come prostitute a stomaco vuoto e decidiamo di mettere da parte la nostra maledetta tirchieria e, invogliati dalla descrizione della guida Routard (zeppa di strafalcioni e notizie del tutto inventate. Ovviamente è francese) ANDIAMO A MANGIARE IN UN LOCALE!
La novità ci stordisce, ma vogliamo provare questo famoso Irish Stew, spacciato come piatto nazionale dai burrosi isolani celtici.
Mentre aspettiamo ci accorgiamo che in televisione stanno dando Manchester-Liverpool, con sommo gaudio del Baldo e di Epeo.
Arriva un bambinetto protoburroso che ci consegna l’oggetto dei nostri desideri più perversi: l’Irish Stew! Questo “piatto nazionale” si rivela essere un’insipida brodaglia con patate e carne di montone, incapace di saziare un colibrì. Il Kuda e Il Baldo pensano bene di arricchire il tutto mescolandoci dentro i panetti di burro. Beh, era buona.
Cesaro e Pj danno sfoggio della loro insita disonestà zappandosi via due bei bicchieri di Guinness. Li mettono al riparo nella tasca della portiera del Rocco dove dureranno la bellezza di 30 minuti dopodiché risulteranno frantumati in mille pezzettini. E vabbé, si rifaranno nel prossimo locale.
Ci dirigiamo verso un paesello situato all’estrema punta a ovest dell’Irlanda…durante il tragitto passiamo in mezzo a un villaggio di vaccari che sta allestendo una corsa coi rottami (macchine vecchie, scassate, svuotate dei sedili e tutte arzigogolate dalla ruggine). Ironia della sorte, Cesaro (accanito fan di auto e motori) sta dormendo.
Impieghiamo almeno dodici ore per parcheggiare il furgone, visto che la zona è completamente intasata, la strada è larga quanto una polpetta e tutti vanno nella direzione contraria alla nostra (anche perché a dieci metri da lì c’è l’oceano). Mai viste così tante macchine concentrate in un punto solo (a parte piazzale Loreto nelle ore di punta).
Dopo tre minuti che abbiamo parcheggiato se ne sono andati tutti. Ora il parcheggio è più vuoto delle mutande di un Senzafallo (essere mitologico Nibelungo dall’inguine liscio).
Incontriamo un cartello che indica la direzione e la distanza in chilometri di Mosca e New York. Stando alle indicazioni del suddetto cartello, se è vero che New York si trova dove tutti gli atlanti geografici la situano, allora Mosca dovrebbe trovarsi come minimo alla sorgente del Brahmaputra.
Passiamo un fracco di tempo a scalare montagnole rocciose e seduti penzoloni sul vuoto tra gli scogli e il mare, finché non sale una nebbia densa come il catarro profuso dall’intasatissimo Pj di questi giorni, che ci costringe a tornare al Rocco. Da notare la schiumetta delle onde che arriva fino a dove siamo noi: in un primo momento pensavamo che piovesse la manna.
Durante il viaggio di ritorno ripassiamo dal villaggetto che proponeva la corsa di rottami. Mentre attraversiamo l’allegro agglomerato di burrosi, gli organizzatori ci fanno passare, ma ci dicono che se vogliamo fermarci dobbiamo pagare. Noi, morti di fame, fuggiamo.
A metà strada Cesaro (che dormiva ancora, e quindi non ha sentito una mazza sul pedaggio) scende a fotografare i “bolidi”, felice come una prostituta in vacanza.
Noi lo aspettiamo appena fuori dal paese, ma dopo un po’ ci rompiamo le palle. Il Baldo lo va a chiamare, solo che fuori ci sono due organizzatori, tra cui una vecchia in acido che sbraita e non lo vuole far passare senza pagare. Dopo un po’ di tira e molla l’accordo è raggiunto: se il Baldo riesce a entrare, chiamare Cesaro e tornare indietro tutto entro cinque minuti, allora non paga.
Il Baldo corre come un centometrista, trova Cesaro, snocciola qualcosa del tipo “Muoviticisiamorottiicoglionidiaspettartiefaiinfrettaancheepoiguardachesevuistarequidevipagareciao!” e riparte a tutta velocità verso l’uscita del paese.
L’intellettuale pizzuto sfreccia di fianco ai due organizzatori, felice per aver risparmiato le tre sterline, ma pronto per il polmone di acciaio. Nel frattempo arriva Cesaro, lentamente e con lo sguardo da pesce.
La vecchia lo aggredisce e sbraita in un misto anglo-gaelico dicendo che vuole i soldi. Cesaro si mette a litigare con l’ultranovantenne dicendo che non lo sapeva, che ha solo guardato, eccetera. Alla fine le molla due sterline e se ne va borbottando “it’s not fair” alla vecchiaccia, che invece ride trionfante per le monete guadagnate (che probabilmente avrà usato per pagarsi da bere la sera stessa). Tutti noi altri ci godiamo la scena ridendo come degli imbecilli e sfottendo il Cesaro.
Durante l’intero viaggio di ritorno Cesaro brontolerà tristemente e maledirà la perfida strega rugosa.
Passiamo per stradine impervie e paesini isolati dal mondo. In uno di questi quattro bambini iniziano a giocare alla guerra con noi. Stiamo al gioco come persone normali fino a quando Cesaro inizia a gridare a squarciagola in faccia ad uno di questi scriccioli. A questo punto esce la madre, incazzatissima, che sgrida il bimbo e anche Cesaro, che ovviamente fa la faccia da pesce.
Lungo la strada incontriamo un paesino bellissimo: Eyeries, tutto fatto di case colorate, sembra una scatola di pastelli. Teo si offre di fare una foto a questo arcobaleno di posto: ovviamente la foto risulterà bruciata!
Tornati a Killarney ci fermiamo in un internet café dove il Kuda si affitta una sua postazione e riesce a fare tutto quello che devo fare, mentre Ceppi e il Baldo subaffittano la loro a Cesaro, col risultato che nessuno dei tre riesce a concludere un tubo. Pigei si becca la prima crisi febbrile del viaggio e rimane immobile tutto il tempo su una sedia dell’internet café.
Nel tornare al campeggio sbagliamo strada per la seconda volta in due giorni e ce ne accorgiamo solo dopo qualche chilometro. Tornando indietro sbagliamo entrata e invece che nel campeggio entriamo in casa di un autoctono coi fari del Rocco puntati contro le sue finestre.
Al campeggio abbiamo un’amara sorpresa: un paletto della tenda grande si è spezzato facendola collassate… ma che fortuna!
Come neanche McGiver, Pj prova a steccarla con un rametto. Per il momento sembra tenere.
Andiamo a mangiare e la nostra cena consiste in una scatoletta di tonno: meschino. Pasto Luculliano per il Baldo e per Italo, che hanno una scatoletta in più a disposizione, visto che l’hanno comprata questo pomeriggio ad Eyeries.
Ridisegniamo il piano del viaggio: eliminiamo il Donegal, perché ci accorgiamo che è veramente lontano, e decidiamo di puntare solo fino a Sligo e poi tornare giù verso Dublino .
La tenda si scassa ulteriormente, e il Baldo e il Kuda si offrono di dormire nel furgone. Il Rocco si rivela più confortevole di qualsiasi tenda, e i due lo useranno come riparo dalle intemperie per quasi tutte le notti a venire. Presto avranno la compagnia di Pj, che per combattere la febbrazza che lo devasterà dormirà anche lui dentro al Rocco, molto meno umido delle tende.
Italo tira grandi sospironi di falso scoraggiamento dicendo: “eh, ormai dovremo dormire in ostello” ma godendo sotto i baffi, nonostante continuiamo a ripetergli che il paletto o lo ripariamo o ne compriamo uno nuovo in paese
“Ma dove volete trovare un negozio di articoli da campeggio”? continua a ripeterci l’Epeo terrorizzato dall’idea che riusciamo davvero a riparare la tenda. Senza contare il Baldo e il Kuda che lo spaventano ancora di più dicendo: “male che vada la tenda la usiamo così e noi dormiamo in furgone”. Le rughe di Italo a questo punto somigliano moltissimo a dorsali oceaniche.

13/8/2001 – Lunedì – La penisola di Dingle

La colazione è la solita vergogna, ma ci siamo abituati. Appena smontiamo il campo andiamo dalla vecchia del campeggio, alla quale chiediamo l’ubicazione di un negozio di articoli da campeggio. Con somma ruga di Italo, l’autoctona ci indirizza ad un negozio in città.
Riusciamo a trovare le bacchette per la tenda, anche se hanno bisogno di essere sistemate per poterle usare nella tenda grande.
Prima di partire verso il Dingle (penisola a Nord del Ring of Kerry, poi dormiremo presso la contea di Limerick, in modo da poterci appropinquare, il giorno successivo, alle Cliffs of Moher) ci fermiamo ad un discount, il Lidl.
Qui si fa la spesa comune e quella individuale, fondamentalmente per il pranzo e per avere una bottiglia di liquido da portarsi appresso.
Qui tutti danno sfoggio della propria meschina tirchieria accaparrandosi le provviste più economiche. Il pane a fette è una scelta molto gettonata, in quanto non costa nulla, fa niente se sa di gomma. Il Kuda in particolare si accaparra una scatoletta di bacon irlandese (molto buono) grossa come una scatoletta di tonno: la farà durare per almeno una settimana, alla fine sarà marcia e coi cagnotti, ma lui continuerà a ingurgitare quella roba siccome “l’ha pagata poco”.
Per la spesa comune si tira su scatolame in quantità. Sotto la direzione di Ano Parlante vengono acquistati i fagioli, e successivamente ci innamoriamo delle “Meatballs”, ovvero bocconi di carne per i cani, ma con l’etichetta diversa. Siccome siamo dei palati fini acquistiamo anche “meatballs al curry” (tanto costavano uguale).
Giunto al furgone il Baldo tira fuori un’aranciata di cui va particolarmente orgoglioso: “che storia, non l’ho pagata niente” e si attacca alla bottiglia. Il primo sorso lo lascia interdetto: “però… mi sembra un po’ troppo dolce” alla seconda sorsata però chiede il parere di Italo, che sputazza il tutto. Infine lo sfortunato acquirente guarda l’etichetta (farlo prima no, eh?) che recita beffarda: “succo concentrato: diluire in QUATTRO LITRI D’ACQUA”. Un sorso di quella roba ti dava l’energia necessaria ad accelerare un camion di banane sovraccarico a velocità luce.
Giunge il Kuda, che ha comprato la stessa vomitevole bevanda del Baldo (da Giampaolo, che se ne è liberato vendendola a basso prezzo al Kuda), la beve e gli fa schifo. Ma non demorde: “l’ho comprata e quindi la bevo” finché non arriva la soluzione, a forma di Cesaro. Mellifluo, il barbuto insinua malignamente: “Cesaro, ti va di fare uno scambio? Ti do la mia bottiglia di aranciata in cambio di una pesca”. Dopo una breve contrattazione la trattativa va in porto. Il povero Marco ingoia una sorsata e capisce di essere stato raggirato. Protesta senza troppo vigore e poi fa finta di niente, giurando però a sé stesso di uccidere prima o poi l’infame Codazzi con un’iniezione di glucosio concentrato per endovena.
Mentre aspettiamo di ripartire da Killarney, Pigei va a farsi riparare gli occhiali da un ottico: una stangona alta sette metri con il camice bianco; non protesterà nemmeno quando, per sostituire il nasino degli occhiali, sborserà la bellezza di due sterline.
Ci tuffiamo nella penisola del Dingle verso Slea Head, che dovrebbe essere una spiaggia bellissima e con una vista eccezionale. Ovviamente, grazie a Murphy e le sue immortali leggi, siamo immersi nella nebbia più fitta degli ultimi cinque lustri. L’atmosfera ci ricorda la nostra cara vecchia città protetta dalla madonnina…ahhh che nostalgia!
Dopo un ingorgo di vacche al pascolo in mezzo alla statale, ci fermiamo in un paesello per la nostra solita Guinness pomeridiana e ci ficchiamo in un bel pub, anche per scrollarci l’umidità dalle ossa. Siamo felici come paperette di gomma per il bagnetto quando il Loca ci telefona dall’Italia per sapere come stiamo! Brinderemo alla sua salute.
Qui incontriamo finalmente un’irlandese carina, che è la tipa del bancone. Dopo una settimana a zonzo per l’isola incontriamo l’unico essere umano di sesso femminile degno di essere attribuito dell’appellativo “donna”. Comunque tutto va bene e l’atmosfera è rilassata finché Giulio non inizia a rompere i coglioni a Sala che, giratosi di scatto per proteggersi dai colpi, fa volare in terra la birra di Giulio. Noi ridiamo moltissimo, mentre la povera ragazza è costretta a riparare al danno combinato dai due pistola coprendo il pavimento con dei giornali (vabbè non è che si sbattano molto per pulire i locali).
Italo, astemio indefesso, ordina un Irish Coffee (“Italo, non ti preoccupare non è alcolico!”), e beve con gusto tutta la crema. Giunto al whisky urla, sbraita e strepita come un prigioniero sotto tortura, e ci regala la squisita bevanda.
Lungo la strada, resa invisibile dalla nebbia, Cesaro ci fa fermare il Rocco per poter fare una foto al paesaggio (chissà poi quale, visto che eravamo immersi in un uniforme brodo grigio). Il Baldo ha un tuffo al cuore nel vedere, dall’altra parte della strada, una grande statua del crocefisso con la Madonna e la Maddalena ai suoi piedi: corre verso le tre figure, mette un braccio intorno al collo della Maddalena, sfoggia un sorrisone e chiede a Ceppi: “dai, fammi una foto!”
Sempre fendendo i vapori della bruma, ci dirigiamo verso una spiaggia che è troppo una figata. Sembra una specie di baia protetta dagli scogli neri come Guinness, con la nebbia che tenta di chiuderla ancor più su se stessa. Qui il Baldo incocca la freccia delle battutacce di bassa lega e centra il bersaglio delle figure di merda con un tiro precisissimo: sta camminando col Kuda di fianco a tre tipe bruttissime quando esclama “beh, si vede che siamo sul mare, guarda quante cozze”. Pochi passi dopo, un Kuda tra l’imbarazzato e il divertito (molto più sul divertito) rivela: “Pirla, guarda che sono italiane!”
Pj passa quasi tutto il tempo appollaiato vicino ad un cormorano probabilmente in zona Cesarini (non volava, non scappava, non menava. Stava indiscutibilmente tirando le cuoia), cercando di ipnotizzarlo senza successo.
Mentre ce ne andiamo, imbacuccati come palombari per il freddo artico, vediamo dei burrosissimi irlandesi di mezz’età che fanno il bagno coi loro succinti costumini a mutanda. Brr…
Continuiamo il nostro giro, sempre immersi in una nebbia folle. Il Rocco sfreccia tra le pecore a tutta velocità. E’ da segnalare una pecora appesa sul ciglio di un precipizio che, quando passiamo noi (suonando il clacson per farla cagare sotto), si suicida buttandosi nel vuoto! Siamo soddisfatti.
La foschia si dirada solo quando siamo sulla strada del ritorno. Il caro vecchio Murphy si è preso tanti di quei cancheri che se la teoria della metempsicosi è corretta quello nella prossima vita si reincarna nell’intestino crasso di Ano parlante.
Arriviamo fino alla punta del ring, dove ci aspetta una spiaggiona chilometrica (che ovviamente percorriamo in tutta la sua eccessiva lunghezza) stando attenti a evitare le cacche di gabbiano che ricoprono il tutto come un manto uniforme. Decidiamo di andare a vedere un fantomatico castello in zona: seguiamo le indicazioni della guida Routard (quando mai!!!) e ovviamente ci ritroviamo in mezzo a campi brulli, stagni e casolari abbandonati; chiediamo informazioni a un tipo (che non si capisce cosa ci stava a fare in quel posto, probabilmente meditava il suicidio) che dichiara di non aver mai sentito parlare di tale posto.
Sconsolati ritorniamo sulla nostra strada e ci fermiamo in un paesello per decidere dove dormire.
Per dare una bella piallata alle rughe di Epeo, stanotte ci fermiamo in ostello (anche perché dobbiamo ancora mettere a posto le bacchette della tenda grande). Telefoniamo a due o tre ostelli, e finalmente scegliamo un buon compromesso tra costo e distanza. Davanti alla cabina ci intratteniamo con un vecchietto decisamente voglioso di farsi una chiacchierata. Dopo che ci ha spiegato un po’ di cose sull’hurling, lo salutiamo e riprendiamo la nostra strada.
Ovviamente le indicazioni della guida Routard sono completamente sballate (non fate MAI l’errore di acquistarla), arriviamo al paese indicato ma dell’ostello nemmeno l’ombra. Lo richiamiamo e il proprietario (che si rivelerà un vero figaccione) ci spiega accuratamente dove andare (una ventina di chilometri più a nord, e noi che volevamo arrivare presto…). Riprendiamo la strada e dopo una mezz’oretta chiediamo informazioni a una signora davanti casa. Da buona inglese qual’era, questa tizia ci indica la direzione molto bene, ma come parametro di riferimento usa le miglia, fatto che ci lascia un po’ sperduti sulla distanza ancora da percorrere. Sulla strada indicataci Giulio vede un cartello per terra e dice: “Eccolo li!” ma Pigei lo zittisce: “ma va dobbiamo andare ancora più avanti” (questo sarà un segno premonitore di ciò che accadrà il giorno seguente). L’inconveniente ci farà perdere minuti e litri di gasolio preziosi, ma finalmente, ritornando indietro, raggiungiamo l’agognato ostello all’alba delle 21.00.
Solita scena dello sbarco, con tutti i componenti, esclusi Barba e Pizzo, che si caricano sulle spalle le loro enormi valigie fin su in camera. Il proprietario si rivela cordialissimo: ci mostra le camere, ci offre gli asciugamani puliti, le stoviglie per cucinare, praticamente tutto.
L’ostello è il più bello che abbiamo visto fin’ora (a pari merito con Bayeux). Disperso nella foresta tra il Kerry e il Clare, è una cascina completamente ricoperta di vegetazione. Fenomenale.
Mentre cuciniamo ci mangiamo praticamente tutto il riso soffiato e i cereali per la colazione che abbiamo trovato in cucina.
Ceniamo insieme al Liam, gestore dell’ostello. Gli offriamo la pasta (e alla fine ne vuole ancora, solo che l’abbiamo finita) e lui ci insegna un po’ di gaelico, soprattutto ci insegna a brindare (“Slota!”). Dopodiché ci offre il tè col latte e dei biscottazzi al cioccolato che gli spazzoliamo via in pochi minuti.
Durante la cena facciamo fatica a mantenere un po’ di contegno, perché poco prima avevamo fatto caso alle enormi mani di Liam, che ha delle dita grosse come salsicciotti (e qui le battute di bassa lega sono fioccate come proiettili). Cerchiamo di non guardarci tra di noi altrimenti gli scoppiamo a ridere in faccia. Si passa la cena a chiacchierare della lingua insegnata a scuola e miscellanee varie.
Gli chiediamo una mano per riparare le bacchette della tenda e quello scompare per ore insieme ai nostri paletti nuovi di pacca. Boh? Per fortuna poi li riporterà perfettamente adeguati all’uso.
Pj, Cesaro e Italo lavano la roba sporca alla lavatrice dell’ostello. Cannano l’impostazione del programma e il giorno dopo si ritroveranno i vestiti sia bagnati che sporchi. Per pietà il Liam gliela passerà gratis.
Passiamo la notte a giocare a briscola chiamata, ormai la spina dorsale di questo viaggio. Dopo un po’ di alti e bassi il Baldo impazzisce e si chiama in mano a 90 (ogni tanto ha queste uscite “freestyle”). Ora è il fanalino di coda a meno ventiquattro punti…

14/8/2001 – Martedì – La contea di Clare

Come sempre quando siamo in ostello, ci godiamo tutte le comodità che può offrire un rifugio dotato di un tetto e quattro mura.
Il tempo è quello che è, minaccia pioggia. Noi speriamo che non sia così anche domani, perché abbiamo in programma le Moher! Il Liam è lesto a rassicurarci, dicendoci che il tempo sarebbe migliorato già in giornata. Dopodiché prima di salutarci ci lascia i biglietti da visita del suo ostello e ci chiede di fargli pubblicità.
Durante il tragitto ci chiediamo se il Liam fosse già ubriaco alle nove di mattina, visto che Giove Pluvio sta pisciando tutto quello che ha, tanto che sul parabrezza del Rocco ci nuotano i merluzzi.
Senza che nessuno se ne accorga, il Kuda, che è al volante, si infila, sbagliando, in una stradina di campagna dove ci passa a malapena una bicicletta. Tutti inveiscono contro Liam che ci aveva indicato la strada. Il Kuda e il navigatore (Pigei) se la ridono sotto i baffi.
Ci fermiamo ad Adare, un paesello molto carino vicino a Limerick. Sala ci porta ovviamente a visitare la chiesa del luogo (prima di entrare un poster ci inquieta: c’è la foto di una cornetta del telefono con la scritta “Dio ti chiama”, o qualcosa del genere).
Sempre sotto l’acqua andiamo nel parchetto del paese, che è molto carino. Peccato che sia impossibile anche solo pensare di sedersi su una panchina, pena un bidet fuori programma. Già che ci siamo pisciamo contro una cancellata.
Entriamo a Limerick proprio quando smette di diluviare. Lungo il tragitto ci lascia un po’ così un cartello gigante a lato della strada con la scritta “Watch the road, Dumbass!”
Ci fermiamo e facciamo un giro per la città, ovviamente senza cartina o simili ausili. Mentre gli altri sono all’ufficio del turismo (dove Cesaro si fa regalare un poster) il Baldo va a pisciare al Burger King (la vera funzione sociale di McDonald’s e Burger King… puoi entrare, pisciare e uscire come fossero cessi pubblici. “Noi riteniamo evidenti queste verità. Che tutti gli Uomini sono creati uguali e con la vescica capace. Che sono dotati dal Creatore di certi inalienabili Diritti. Che tra questi Diritti v’è il diritto alla Vita, alla Libertà, alla Ricerca della Felicità e al diritto di Pisciare senza dover pagare. Che per assicurare questi Diritti gli Uomini devono istituire i governi e i Burger King…”)
Andiamo verso il castello, e invece di fare il giro largo (troppa fatica) entriamo dentro il municipio e usciamo dall’altra parte dopo averne attraversato i corridoi, con la gente che ci guardava malissimo. Tra l’altro era un municipio da busoni, tutto rosa e di vetro, una delle cose più kitsch che abbiamo mai visto.
Arriviamo al castello, ma non è un castello. E’ una cattedrale. Al Piccolo gli viene già duro, ma gli si smolla quando si accorge che non si può visitare. Essendoci resi conto di aver cannato strada ci dirigiamo verso il vero castello.
Il vero castello è una porcheria colossale, ci puzza di falso, e dopo l’esperienza di Kilkenny decidiamo di entrare solo se è gratis. Non lo è (neanche con la nostra supertessera) e allora andiamo a mangiare.
Il gruppo si divide a metà, Baldo, Kuda e il Giulio si fermano ad un take away che gli fa assaggiare per la prima volta il “quarter pounder with cheese di Pulpfictioniana memoria”. Italo e Cesaro tornano a mangiare nel furgone, dove Italo aveva pane e prosciutto in quantità, mentre il prode Marco si fa due biscotti al cioccolato e una pesca…
Il Kuda va a comprarsi una baghetta in un negozio con un cartello “facciamo credito solo ai maggiori di 80 anni accompagnati dai genitori”. Geniale.
I tre (Baldo, Kuda e il Giulio) tornano al furgone ad aspettare gli altri, ma decidono di ammazzare l’attesa gustandosi una Beamish (una stout simile alla Murphy’s ma di consistenza più acquosa) al pub davanti a dove il Rocco era parcheggiato.
Pj, Ceppi e Sala girano per una mezz’oretta in cerca di un posto che li soddisfi: chiedono indicazioni al proprietario di un fioraio, che indica loro il Kork ma li invita prima a comprare qualche bella pianta. Loro declinano l’offerta e si lanciano come lupi famelici nel Kork, un fast food a gestione familiare.
Che sia a gestione familiare lo si intuisce dal fatto che le 4 donne che servono sono praticamente identiche, unica differenza l’età: 60 per mamma Kork, 30 per la figlia maggiore, 120 per nonna Kork e 21 per la più bella donzella che abbia mai solcato le strade dell’ Eire. Gli uomini invece erano relegati a friggere e preparare i piatti nella cucina. I tre passano il loro pranzo a gustarsi quegli occhioni azzurri (e mentre Sala era distratto, Pj gli fregava le patatine).
Maciniamo gli ultimi chilometri di oggi, fermandoci a Doolin, dove c’è un campeggio a un tiro di sputo dalle scogliere.
Il campeggio è situato in un paesaggio molto bello, che scopriremo tra poco durante la missione “The search for Rocco”. Inoltre è gestito dall'”Edgar abito” di Men in Black, è il suo ritratto sputato. I cessi sono di una bellezza devastante, cagare ci dà quasi fastidio. Purtroppo però le docce sono a gettone…ci viene dato un gettone a testa per una doccia, e noi ci guarderemo bene dall’acquistarne altri.
Mentre il resto del gruppo monta il campo, Ceppi, Pj e Italo saltano a bordo del Rocco e vanno verso il paese a guardare prezzi e orari del traghetto per le isole Aran. Il campo è ormai pronto, e i cinque stanno amabilmente giocando a calcio quando un messaggio raggiunge il cellulare di Baldo. E’ di Italo, che dice: “venite subito lungo la strada a sinistra appena fuori dal campeggio, perché ci siamo impantanati”. “Oh ragazzi” annuncia il Baldo “sti coglioni si sono impantanati”. “Ma no! Ma che cazzo! Ma che coglioni!” è più o meno la reazione degli altri… per cui ci dirigiamo verso il luogo incriminato.
Seguiamo la strada, che si fa sempre più sinuosa e inerpicata, e sempre meno asfaltata. Lungo la via il gruppo viene preso dall’ilarità, e nessuno è arrabbiato. Anzi, ce la sghignazzamo dicendo “certo che se è uno scherzo è una figata!”
Improvvisamente un altro messaggio di Italo: “portate delle travi o un fattore (?)”. Il Baldo lo chiama per chiarimenti e Italo spiega: “portate delle travi, chiamate qualcuno, oppure cercate dei sassi molto piatti da mettere sotto le ruote”. “Ok”, risponde il Baldo, mette giù, e si carica sulle spalle un sasso di ottanta chili. Il kuda lo ammonisce: “ma sei coglione? Te lo vuoi portare fino a là?” “Hai ragione”, è la risposta del Baldo, che getta l’inutile pietra al lato della strada.
“Certo che se sono andati di qua sono proprio dei coglioni” dice Cesaro. “Hai ragione”, “si che coglioni” “ma infatti”, fanno eco tutti gli altri. Riprende Cesaro: “Però mi sa che ci sarei passato anch’io di qui”. “Anch’io”, “Anch’io”, “Anch’io”…
La strada diviene una mulattiera senz’arte né parte, larga quanto una merda di mucca e tutta pantanosa. Improvvisamente incontriamo una pozzanghera (tenete a mente quest’episodio, ci torneremo più tardi), che il Baldo supera in scioltezza grazie agli scarponcini, ma è una smerdata totale per i piedi degli altri. Sala invece si esibisce in un numero di alta scuola: si lancia a tutta velocità sul fianco della pozzanghera saltellando come un ermellino gay, rimanendo asciutto e pulito.
Continuiamo la scarpinata in questo luogo dimenticato anche dagli dei della desolazione, chiedendoci quale remoto paese speravano di trovare qua qui tre deficienti! A un certo punto passiamo di fianco a un campo dove i tori pascolano liberi, con una scritta “Beware of the bulls”. Improvvisamente, appena dopo uno scollinamento, l’immagine tragicomica…
Vediamo, in fondo alla discesa, il Rocco piantato con le portiere aperte dentro ad un cancelletto dove finisce la “strada”…e noialtri che urliamo “Non lo spostate! Foto, foto!!!” Come si a fa rimanere incazzati di fronte a tanta bellezza? A parte il Rocchino e quei tre pirla che urlano in fondo alla strada, dalla nostra posizione privilegiata possiamo vedere l’oceano, le Aran, le Moher e fra un po’ il tramonto infighetterà ancora di più il tutto… ma che bellezza…
Il povero Pj indossa solo un paio di sandali che lasceranno i suoi piedi del tutto indifesi da ortiche, rocce e qualsiasi altro genere di colpi. Alla fine saranno butterati come pizze.
Ci mettiamo a lavorare come bestie per creare uno strato di roccia sotto le ruote del Rocco, demolendo tutti i muretti di pietra ai lati. Improvvisamente arrivano due bestioni Irlandesi, probabilmente giocatori di rugby a giudicare dalle dimensioni, che iniziano a darci una mano! Sono padre e figlio, che parlano un inglese tutto loro con evidenti influenze gaeliche, e la loro prima intenzione è di SOLLEVARE il furgone. Li convinciamo che è più conveniente spingere, e loro ci aiuteranno a spantanare il Rocco anche grazie all’incitamento “more power! More power!” mentre Cesaro ci da dentro con la retromarcia (ovvero: mentre noi ci spacchiamo le spalle lui se la prende comoda. Anche se lui sostiene di aver dato una svolta importante alle operazioni di salvataggio del povero furgone francese usando “la sua favolosa sensibilità ai pedali e al volante”…). Alla fine il Rocco è in salvo, e facciamo una foto coi burini gaelici, che ci danno il loro indirizzo (perché vogliono una copia della foto. Scopriremo che è usanza comune in Irlanda). Da notare il Kuda, che impiega tre ore per farci sta malaugurata foto alla ricerca del punto perfetto in cui fotografare il paesaggio migliore, con lo scorcio delle Moher. Fatica inutile, non si vedranno.
Da ricordare le ruote (già ampiamente deteriorate alla partenza) che fumavano al contatto coi sassi (in particolare l’anteriore destra) tra la preoccupazione generale e la gioia immotivata di Baldo!
Parlando con gli omaccioni viene fuori che il vecchio è astemio! E viene anche fuori che sti due hanno un bed and breakfast proprio sotto le scogliere di Moher… ma che bellezza… intanto il tramonto sta scendendo e la cornice è davvero suggestiva!
Da segnalare una coppia, comprensiva di “signora col cano”, che ci guarda dall’alto divertita, ovviamente senza muovere un capello per darci una mano.
Tutti tornano al campeggio, tranne il Kuda, che scrive le sue impressioni, Il Baldo che redige il diario di bordo, e Ceppi, invitato dal Baldo ad apporre la sua testimonianza oculare sul guestbook:

“Io guidavo, Pj faceva il navigatore e Italo, come sempre, ci metteva in guardia dalle insidie della strada. Imbocchiamo la prima strada a sinistra, praticamente una mulattiera. All’inizio è asfaltata, e sembra la direzione giusta, quindi andiamo di gran carriera. Una macchina in direzione opposta ci costringe ad una manovra niente male per evitarla, poi una seconda vettura. Intanto la strada non è più asfaltata, e i sospetti di essere finiti in culo ai tori cominciano a serpeggiare nell’equipaggio. Pj calma le acque e rinfranca tutti: “è giusta, se no le altre macchine da dove venivano?” Io convinto: “Hai ragione”. Italo: “Secondo me dobbiamo tornare indietro”. Pj: “Ma va, è giusta”, e zittisce l’infausto Italo. Raggiungiamo infine uno scollinamento, d’improvviso la strada scende. Italo allerta tutti: “Fermiamoci, non scendiamo!” ma l’avvertimento viene bellamente ignorato, e ci lanciamo giù a tutta manetta. Dopo pochi metri ci accorgiamo della stronzata e ci fermiamo.
Situazione attuale: strada fangosa, pulmino nel fango. “Non sarà mica impantanato” sussurra Italo. “Mavà, ora torniamo indietro, apriamo la staccionata di fianco e facciamo inversione”. Premo l’acceleratore ma il pulmino non si muove, e si sotterra sempre di più. Con calma dico a Italo: “Siamo impantanati”. Tentiamo un paio di volte ma il furgone non si muove, allora l’illuminazione: “andiamo un po’ più in basso, dove la strada si appiattisce un po’, prendiamo la rincorsa e saliamo!” Quindi scendiamo.
Situazione attuale: strada fangosa, pulmino nel fango, ma più in basso di prima.
“Proviamo con dei sassi sotto le ruote” dice Pj che continua “Dai Italo, muovi il culo e manda un messaggio a Baldo”…poi è arrivato il resto del gruppo.
N.B. il racconto è attendibile, tuttavia alcune frasi rivolte a Italo possono essere solamente il frutto della mia fantasia.
Giampaolo

Finalmente i tre tornano verso il campeggio, ma devono fare i conti col campo pieno di tori. Nessun problema finché un bestione di parecchi quintali non decide di piazzarsi in mezzo alla strada. I tre lo puntano guardandolo negli occhi, senza paura né segni di cedimento. Giunti a pochi metri si sussurrano l’un l’altro: “Però, è veramente grosso sto stronzo” e fanno il giro larghissimo passando per il campo di fianco.
Rincontriamo il pozzangherone di cui sopra, e il Baldo continua a vantarsi di aver portato gli scarponcini da montagna, e attraversa l’umida trappola senza problemi. Il Ceppi saltella di qua e di là bagnandosi un po’ e alla fine il Kuda urla: “Ti faccio vedere io come si fa! Sala mi ha insegnato il trucco!”. Il pazzo prova ad imitare Sala, lanciandosi a Mach 3 sul bordo della pozzanghera, cercando di saltarla in velocità… ma giunto a metà tragitto gli scivola un piede, facendolo rovinare pesantemente con le gambe nella melma e con la faccia nelle ortiche, visto che piuttosto della testa ha preferito salvare il suo quaderno, che teneva verso l’alto durante la rovinosa caduta…
Il Baldo e Ceppi stanno morendo dalle risate, mentre il Kuda dolorante grida: “SALA DI MERDA!!!” Appena i due si riprendono dall’ilarità si mettono a cercare disperatamente uno il guestbook, e l’altro la macchina fotografica, ma a nessuno dei due passa minimamente per il cervello di tirar su il Kuda. Grande spirito di gruppo!
Gli altri intanto si erano diretti al paese per guardare gli orari dei traghetti per le isole Aran (Pj era completamente ricoperto di fango, e aveva i piedi orrendamente butterati da bozzi, bugni, gibolli e tagli, a causa dei sandali inopportuni). Qui il baracchino è chiuso, ma incontrano due italiani che li guardano tra lo stupefatto, l’orripilato e il devotamente ammirato.
Il gruppo finalmente si riunisce intorno al Rocco, e iniziamo a fare i turni per le docce, visto che siamo sporchissimi (con tutta la terra che hanno alzato le ruote del Rocco avremmo potuto riempirci uno stadio).
Mentre la seconda parte del gruppo fa la doccia, gli altri preparano un’ipercalorica zuppa di lenticchie con pollo al curry (le meatballs del Lidl…)! Non ci crederà nessuno, ma era buona!!! Soprattutto grazie al curry, che dava quel saporino niente male! Siamo nella cucina del campeggio, e mentre prepariamo e ceniamo, facciamo un casino assurdo. Di fianco a noi ci sono degli olandesi bianchi eburnei, sfigatissimi e bruttissimi che ci guardano con sguardo ebete. Che tristi.
A metà cena Il Baldo, il Kuda e il Pit escono fuori a mangiare la zuppona sotto un tramonto che è magnifico. Pennellate di cielo dall’arancio al rosa interrotte da unghiate di nuvole che rendono la luce irreale. Qualche decina di minuti dopo il cielo diventa rosso come l’inferno! Un sentito grazie al reportage fotografico di Ceppi…
La sera andiamo ad un pub in paese. Probabilmente l’unico, dato che è strapieno! Passiamo la serata a bere birra (nel “giro” ci sono il Baldo, il Kuda e Giulio. Alla fine avranno addosso quattro Guinness, e a fine serata Baldo girerà sperduto alla ricerca del barista per ordinare ancora. Ma giunge troppo tardi, hanno già smesso di vendere alcolici…che brutta abitudine) e a giocare al due!
Pj prima chiacchiera con la barista e poi con Giulio fa conoscenza con un vecchietto che rimarrà loro nel cuore: non ricordava neanche più quanti anni aveva, ma dovevano essere tanti (gli rimaneva soltanto un dente), e raccontava di quando lavorava nelle cave per raccogliere le pietre. Ha sempre vissuto li vicino alle Moher. Dopo che si è fatto comprare una bella gazzosa dal Pit si è commosso perché i musicisti hanno intonato una canzone che gli ricordava i tempi andati. Veramente un grand’uomo.

15/8/2001 – Mercoledì – Il Burren e le Cliffs of Moher

Oggi abbiamo in programma di visitare il Burren (una splendida zona, brulla e rocciosa, situata appena a sud della Galway Bay), dove si dice che ci siano anche dei dolmen preistorici, e nel tardo pomeriggio andare alle scogliere di Moher, in modo da restare li fino a tardi a vedere il tramonto.
La colazione è più insufficiente del solito, stavolta non ci sono manco i biscottacci secchi. Solo tè. Mentre ce lo gustiamo conosciamo un inglese con la famiglia. Questo tizio aveva due occhiali talmente spessi che le lenti praticamente erano due sfere: non si riusciva mai a vederlo bene in faccia. Inoltre parlottiamo con degli olandesi anche loro in procinto di vedere le Moher.
Lo spantanamento del Rocco ci ha tuttavia regalato una nuova carica, un’energia inaspettata: anche Italo comincia a rilassarsi, e anche le macchie sul suo maglione di marca ormai iniziano a non contare più di tanto…
Il Rocco viene accompagnato attraverso questo panorama che, se non fosse per la luce verde-grigia che emana sembrerebbe la valle del Colorado. Ci fermiamo in una zona costellata da rocce frastagliate e panettoni ricoperti da un sottile tappeto di muschio, che non appena si approssima alla riva del mare diventa pelata come il culo di una gallina e presenta rocce ancora più appuntite e taglienti, ma fragili come cracker.
Da notare le cozze irlandesi (non le donne burrose, proprio i mitili), appiccicate alle rocce come cirripedi, che sono piccole come un’unghia, e crepitano come miniciccioli quando le calpesti.
Un’apertura in una roccia attira Cesaro, che per scherzare finge di farsela: gli altri non fingono e saltano tutti in un secondo addosso al nostro amicone, che viene bellamente sodomizzato.
Ripartiamo e ce la sguazziamo in questo scenario per un po’, finchè non decidiamo di fermarci in una spiaggetta troppo bella a giocare a calcio…Sala è scatenato (mani in tasca, sguardo da duro, marsupio in spalla. Da schiaffi). Baldo fa l’intellettuale asociale (Mi oppongo! Redigevo il diario brutti bastardi! NdBaldo). Pj fa delle iscrizioni camune sulla spiaggia.
Fanno molta pena quei nordici esangui dalla pelle candida (che fa fatica a trattenere litri e litri di cellulite) che saltellano allegri, tutti biotti e in costume, convinti di essere in Grecia o alle Bahamas. Che poveretti.
Fermiamo nuovamente il furgone di fianco ad un posto “kon bello panoramo!”, infatti riusciamo a vedere la Galway Bay. Dietro di noi si staglia un monte abbastanza basso per la verità, ma che va su ripido come non te lo aspetteresti mai!
Ovviamente noi, novelli Messner, non ci tiriamo indietro e decidiamo di arrivare fin sul cucuzzolo (anche se in realtà il “cucuzzolo” continua a spostarsi sempre più in alto, e il monte che sembrava di un centinaio di metri si rivela essere una montagna di circa 650 metri, tra le più alte d’Irlanda… non arriviamo in cima ma ci fermiamo presso delle rovine)
Una volta in cima (vabbè, quasi) ci godiamo la Galway Bay, e iniziamo a giocare come dei pirla con le pietre, mettendole in verticale al grido di: “questa è la MIA pietra! È il segno che sono arrivato fin qui!”. Nel frattempo arriva in cima anche una famigliola, (comprensiva di bambina, con somma ruga di Italo che, nemico giurato della montagna, ha faticato sette mutande per arrivare fin su), che ci fa una bella foto-ricordo.
Giulio ha un colpo di Genio: alza una pietra, la incide con le parole “R.I.P. Sala Matteo 1980-2010” (magnanimo, gli lascia nove anni di vita) e la adorna con un mazzolino di fiori gialli. Sala si logora le palle a forza di toccarsi.
Torniamo al Rocco con una fame da lupi e andiamo a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Finiamo in un paesello insulso, e decidiamo di rifornirci al supermercato, che vende dei deliziosi pasti caldi a basso prezzo (oggi sciambola: salsiccie impanate, pane, pesche e una bottiglia di aranciata. Ma vai!). Dopodiché riposiamo al sole per un’oretta, disquisendo di automobili.
Si riparte, stavolta alla ricerca dei dolmen! Andiamo in giro col Rocco per un po’ fino alla zona che il Kuda ci assicura “piena di dolmen” (e in effetti c’era un cartello). Intanto Ceppi proponeva la “mozione pigrizia” (trovare un prato dove rotolarsi a dormire e sguazzare nell’ignavia più completa) Molliamo il furgone (la strada non è asfaltata, e noi abbiamo fatto tesoro dell’esperienza pantanosa del giorno prima) e saliamo a piedi alla ricerca di sti maledetti triliti.
Dopo parecchio tempo che bighelloniamo in giro per sti prati desolati dobbiamo ammettere che NON C’È UNA MAZZA, a parte una robaccia che abbiamo visto in lontananza, ma ci è sembrata tutto fuorché un dolmen.
Dopo un po’ di ulteriore vagabondare incontriamo una macchina. Dentro c’è un tipo del New Jersey con la moglie, anche lui alla ricerca dei famigerati dolmen. Ci fa vedere una dettagliatissima cartina in scala 1.1 dove sono segnati tutti sti famosi pietroni, ma ammette di non avere trovato nulla manco lui. Noi invece guardando la sua cartina iniziamo a pensare che quella brutta roba incontrata in precedenza potesse essere davvero un dolmen.
Torniamo indietro e ci avviciniamo alla bruttezza archeologica. Si rivela essere una specie di garage preistorico alto un metro e mezzo. Il Baldo continua a inveire “ma dai! sarà una stalla per vacche nane!” E comunque più o meno tutti sono poco convinti del fatto che sia un vero dolmen…per non sbagliare ci pisciamo tutti sopra. Pigei cerca di farci ritornare in noi, impedendoci di compiere un vilipendio ad un reperto archeologico, ma dopo un po’ si unisce pure lui.
Perla sul ritorno: Cesaro a un certo punto inizia a urlare impazzito “che bel panorama, che bello! Lo devo fotografare!” mentre noi ci guardiamo intorno alla ricerca di un panorama in grado di giustificare quella reazione. “Aspettatemi qui, vado giù al furgone, prendo la mia macchina fotografica, torno su faccio la foto e scendiamo” delira lui. “Ma che cazzo dici. Primo, sto panorama è una merda, secondo, se proprio lo vuoi fotografare usa la macchina di Ceppi” ribattiamo noi. “No, no, voglio usare la mia”, farnetica l’irragionevole Cesaro, e si lancia a tutta velocità verso il furgone, mentre noi scendiamo come se nulla fosse, un po’ preoccupati dal comportamento anormale del Marco.
Dopo due ore di corse folli e arrampicate selvagge il Cesaro ci raggiunge soddisfatto, con la sua meravigliosa foto incubata nel rullino, pronta a stupire. Ovviamente al momento dello sviluppo si accorge che avevamo ragione noi: è una schifezza.
Birra di conforto prima delle Moher, perché una volta tanto siamo in orario. Il pub è pieno di battute di dubbio gusto appese alle pareti. Qui Pj si rifarà del bicchiere rottosi qualche giorno prima.
E’ ora di andare alle scogliere! Ci dirigiamo dunque verso le magiche Moher, ormai è pomeriggio inoltrato. Ovviamente schiviamo in scioltezza il parcheggio a pagamento e lasciamo il Rocco un chilometro più in alto, con le ruote nel pantano (ormai ci abbiamo fatto l’abitudine).
Prima di salire alle scogliere ci fermiamo ad un negozietto di souvenir (ovviamente non compriamo nulla), dove troviamo una cartolina con l’effigie del “dolmen” che abbiamo visitato poc’anzi. D’accordo, d’accordo, era un vero dolmen… ma fa schifo comunque.
Passiamo le successive tre o quattro ore penzoloni sul vuoto a viverci un panorama (questo sì che è un panorama, Cesaro!) che è tra i più belli del mondo. Siccome anche solo tentare di descrivere il tutto (quel posto bisogna vederlo per capire quanto è bello!) sarebbe abbastanza ridicolo, ci si limita in questo caso a ricordare alcuni punti salienti:

I turisti che se ne vanno perché chiude il parcheggio a pagamento. Così ci godiamo il tutto in santa pace, senza rompipalle in giro.
La partita a briscola chiamata a due centimetri dal vuoto.
Giampaolo che si fa tenere per poter fare una foto a Pj che ha le spalle penzolanti nel nulla.
Il Baldo e il Kuda che si sdraiano per una mezz’ora sul ciglio del burrone a guardare le nuvole al tramonto.
Pj seduto con le gambe penzoloni a guardare le nuvole al tramonto.
Tutti quanti nelle posizioni più improbabili a guardare le nuvole al tramonto.
Italo, che è peggio di mia nonna (“via di li”, “attento”, “è pericoloso”, “ma che fai, vieni indietro!!!” ).
Gli sputi che ritornano indietro a causa del vento folle e tentano di colpirti in mezzo agli occhi.
Nessuno fotografa il Kuda alle scogliere (al momento cruciale dello sviluppo il povero barba cercherà inutilmente per giorni e giorni una sua fantomatica foto alle Moher, probabilmente inesistente).
Il Baldo che perde due penne consecutive.
Sala che fa il nostalgico più del solito.
Giulio che pensa alla Tizi.

Decisamente soddisfatti torniamo al Rocco, pisciamo nei dintorni e lo spantaniamo in scioltezza (stavolta era facile. E poi siamo allenati).
Torniamo a Doolin e come al solito, mentre gli altri campeggiatori vanno in tenda a dormire o a scopare, noi prepariamo la cena. Stasera patatine fritte, con l’ausilio di una padella e qualche forchetta. I cuochi della serata (Baldo, Ceppi, Kuda e Pj) si ustioneranno completamente le mani, e lasceranno nel cucinino del campeggio una puzza di fritto che non se ne andrà mai più.
Siccome è ormai tardi anche per il pub, solita sfida al due. Cesaro intanto, con la faccia da pesce, prova a riparare i suoi occhiali, che hanno perso una vite.
Dopo un po’ arriva l’Edgar abito che vuole sbatterci fuori, e Cesaro gli chiede a gesti una pinza, per riparare gli occhiali. L’omone finge di aver capito, e dopo qualche minuto torna con un pappagallo da idraulico. Dall’espressione di Cesaro deduciamo che avrebbe voluto chiavarglielo nella testa.

16/8/2001 – Giovedì – Tra Galway e il Connemara

Ci svegliamo e usciamo, chi dalle tende, chi dal furgone (ora si è unito anche Pj al Baldo e al Kuda, e gli effetti di tre omaccioni che dormono e alitano nel Rocco tutta notte si sentono: il furgone è invivibile per la puzza. Ma nessuno ci fa caso), smontiamo il campo e puntiamo verso Nord, alla volta di Galway, per poi pernottare nel Connemara.
Durante il viaggio, con Sala alla guida e Italo a fare il navigatore, incontriamo una perfida strettoia. Siccome Murphy ci vuole bene, proprio mentre la percorriamo dall’altra parte passa un camion grosso come un carro armato obeso. Italo inizia a urlare “Sala! Sala! Saaalaaa! Aaaah!” e perdiamo lo specchietto di destra, che cozza contro l’imponente autotreno. La domanda di Sala è pertinente: “Italo, perché invece di urlare non mi hai detto di spostarmi un po’ più a sinistra?”
Comunque è tutta colpa del Piccolo. Tra l’altro oggi era pure l’onomastico del furgone (San Rocco), non è questo il modo di festeggiarlo!
Siamo in direzione Galway, e una macchina piena di zarri gaelici ci suona insistentemente per poi sorpassarci con arroganza. La reazione è immediata: Il Baldo e Cesaro prendono subito in mano i due pezzi del bloster al grido di: “andiamo a beccarli che gli facciamo un culo così” addirittura Italo (che avrebbe tutto il fisico per menare pestoni a destra e a sinistra): “se scendete vengo anch’io!” e tutti gli altri hanno gli occhi iniettati di sangue e lanciano grida di guerra da pellirosse. Solo che la macchina degli zarri era veramente veloce. C’è da dire che siamo dei vigliacchi, perché la frase che ripetevamo in continuazione per convincerci ad affrontare la battaglia era: “tanto noi siamo in otto”.
Giungiamo in Galway, e il gruppo si divide a metà per il pranzo. Nel frattempo Cesaro va a cercare un ottico che gli metta a posto gli occhiali.
Il posto dove abbiamo parcheggiato il Rocco ci lascia dubbiosi, perché tutte le macchine accanto a noi hanno degli strani cartellini che indicano una data (quella di oggi) e un’ora… forse che sia un parcheggio a pagamento? Siamo tentati di fregarcene, ma il buon senso del buon Italo ha la meglio, e paghiamo il dovuto alla parcheggiatrice, soffice e spugnosa come un marshmallow. Solo che dobbiamo essere indietro entro sole due ore, perché siamo dei veri taccagni.
Ceppi, il Baldo e il Kuda dopo pranzo vanno a farsi una Guinness, e finiscono in un pub pieno di vecchietti che scommettono ai cavalli.
Mentre i tre aspettano il resto del gruppo davanti al fedele Rocchino, il Baldo va a farsi un giro alla stazione a cercare una gazzetta dello sport per il fantacalcio. Non la troverà, ma passerà un po’ di tempo sdraiato sulle panche delle banchine a rinverdire i fasti dell’interrail…
Giulio, Italo, Pj e Sala vanno invece a una fantomatica bottega dove ti servono le patate in tutti i modi: patata fritta, patata bollita, patata lessa, patata riempita di funghi, patata riempita di salsiccia, patata riempita di patata, e così via. L’unico locale che ha i menù con i prezzi diversi l’uno dall’altro: probabilmente alla cassa facevano la media di tutti quelli presenti! Da notare i pupazzi di Terminator e Rambo a forma di patata, e i quadri che raffiguravano dei paesi abitati da patate. I tre escono dal locale in completa overdose di patata.
Ora che il gruppo è ricompattato andiamo a visitare questa Galway, che ci piace parecchio, nonostante ci passiamo solo qualche ora. Da segnalare: l’arpista di Kilkenny, il pub da cui proviene una musica bellissima, che scopriremo essere suonata da cinque o sei under-12, il Baldo che si compra una confezione di penne dicendo “e mò voglio vedere se riesco a perderle tutte”, il McDonald’s dove andiamo a pisciare praticamente tutti.
Arriviamo ad un laghetto coi cigni: qui Cesaro e Italo si sdraiano su una panchina e si addormentano. Gli altri continuano in direzione del porto fino a fermarsi davanti a un cancello che non recintava nulla.
I superstiti si fermano in un prato e continuano la partita al due, dove Giulio sfoggia un culo formidabile come solo lui si può permettere (È solo invidia! ndAp).
Tornando al Rocco Pj, Ceppi, Kuda e Cesaro si fermano ad un mercatino, dove comprano dei maglioni. All’inizio i più interessati sono Cesaro e Kuda, che iniziano a chiedere un po’ i prezzi. Subito dopo anche Ceppi viene trascinato nella discussione. Quando però Pj sente che sta per incominciare una contrattazione si lancia nella mischia senza sapere di che si tratta, sparando le prime cifre a caso. Velocemente i quattro si organizzano, e Pj spiega loro la tattica: “ora lo freghiamo. Prima gli chiedo quanto vuole per due, poi aumento a tre, e così via fino a sei”. Inizia la battaglia a chi la spara più grossa, finché nessuno capisce più niente. Pigei sente il tipo dire “seventy” capendo però “sixty” e lancia un urlo di vittoria. Stava già dandogli la mano per accettare quando gli altri lo crivellano di urla per fargli rendere conto dell’errore. Alla fine si accorderanno per sei capi a 65.
Puntiamo verso Nord, per addentrarci nel Connemara. Il pomeriggio è sempre più inoltrato, e noi sempre più tranquilli…ce la prendiamo comodissima (ci fermiamo anche in riva a un lago lungo la strada a sciallarci) nonostante non abbiamo idea di dove dormiremo stanotte. Italo è un po’ allarmato.
Distratti dalla bellezza del paesaggio ci perdiamo il bivio per il paesino da cui partono i traghetti per le Aran, e Italo (che era il navigatore) se ne accorge solo dopo un’oretta.
Il paesaggio del Connemara diventa sempre più bello e sempre più desolato man mano che avanziamo: i nostri “uuh ma che figata!” si moltiplicano. Ormai siamo nella zona delle torbiere, e lo scenario è desolato e tranquillo, con le strade che si perdono all’orizzonte. Visto che ormai il sole sta tramontando abbiamo quest’idea: “vabbè, visto che non c’è niente e non ci passa nessuno, stanotte piantiamo la tenda qui all’aperto”.
Italo pensa dapprima a uno scherzo, ma il suo volto si contorce in una smorfia di terrore a mano a mano che la consapevolezza della nostra serietà si fa strada nella sua mente… a un certo punto gli sentiamo addirittura dire: “Ma no, dai ragazzi, troviamo almeno un campeggio!” (quando Italo, feticista delle comodità, chiede di andare in campeggio, significa che è veramente alla frutta…)
Nel bel mezzo del nulla compare un essere che pedala duro. Pj: “chiedi a quella vecchia!”, peccato fosse un bambino nanerottolo. Dopo qualche tempo ci chiediamo cosa ci facesse un bambino nel posto più desolato d’Irlanda.
Ormai al tramonto continuiamo a sfrecciare per queste strade infinite (fermandoci anche in mezzo alla strada a fare tranquillamente delle foto) (geniale la foto al ripiano per l’autoscatto), fino a raggiungere un agglomerato di case… Cashel.
Il posto è ancora più desolato del resto del Connemara! È una città fantasma! A un certo punto troviamo un bambino (probabilmente lo stesso di prima. Ancora più probabilmente è Satana che ha preso le sembianze di un innocente per sgraffignarci le anime) a cui chiediamo indicazioni. Cesaro non fa in tempo a mettere la testa fuori dal finestrino che inizia a litigare pesantemente col Kuda, urlando (tutto è nato perché Cesaro vuole portarci a dormire in un Summer Camp pensando fosse un campeggio. Kuda se ne fa beffe per la millesima volta dall’inizio del viaggio e Cesaro s’incazza). Noialtri stiamo crepando dal ridere perché il povero bimbo (o Satana, che dir si voglia) si caga sotto, ed è visibilmente spaventato come a dire “da dove venire questi molti uomini a bordo di carro senza cavalli, forse loro volere bere mio sangue e offrire a divinità HuangaPanga”.
Proseguiamo nella ghost-city di Cashel, fino a fermarci ad un pub… entriamo e scopriamo la ragione della desolazione circostante: sono tutti lì!!!
Ci sediamo tranquillamente a bere Guinness e Jameson (Irish Whiskey), e a goderci quest’atmosfera tranquilla coi pescatori che entrano nel pub e si pigliano da bere dopo la giornata di lavoro. Italo è sempre più disilluso. Ormai ha accettato le sue rughe come una cicatrice di guerra che difficilmente si rimarginerà.
Parliamo col barista, che probabilmente è un adolescente al di sotto dei sedici anni, e gli chiediamo se conosce un posto dove piantare le tende. In questo posto l’inglese e il gaelico si mischiano in un’orrendo cocktail, ma riusciamo comunque a cogliere le sue indicazioni. Epeo è un po’ più tranquillo.
A un certo punto arriva da noi un vecchio impazzito e visibilmente ubriaco (ininterrottamente da quando aveva tredici anni) che inizia a parlare in simil-gaelico. Inizialmente dice di essere un pescatore che non ha pescato niente, poi attacca a parlare del Papa (in Irlanda hanno sta fissa. Appena sanno che sei Italiano attaccano con sta storia del papa. Però sono dei fighi. Ci raccontava Patrick1 che da lui è usanza passare dal pub a bere Guinness dopo la messa!), e poi inizia a ripetere fino all’esaurimento qualcosa tipo: “laboury”…
Jimmy Ridge (così si chiama l’impazzito) è un po’ lo scemo del villaggio (li becchiamo tutti noi), e tutti, quando passano, lo salutano bonariamente. Lui ha sul tavolo due birre, del whiskey e altra roba, che continua a travasare da un bicchiere all’altro. E si fuma una sigaretta che sta bruciando il filtro…il Baldo impietosito gliene offre una. Lui ringrazia, tira una boccata e poi la lascia fumare fino al filtro. Si vede che gli piace. A un certo punto gli brillano gli occhi: si alza, tira un rutto e seleziona sul Juke-Box una canzone tradizionale Irlandese…
Usciamo dal pub e proviamo a seguire le indicazioni del barista nano. Giungiamo in un bed and breakfast…il Kuda, Pj, Epeo, Giulio e Ceppi scendono a chiedere se possiamo mettere le tende nel giardino di fronte alla casa.
La tipa (che è una grande) all’inizio fa finta di essere seccata e irritata (in realtà stava scherzando, ma nessuno l’aveva capito) e ci propone comunque di dormire in un quadrato di terra vicino a casa sua, dove vediamo pascolare allegramente delle mucche e ci assicura che ci lasceranno in pace tutta notte. Rimaniamo un po’ sorpresi, ma il silenzio è interrotto da un rassegnato e melanconico “si, si va bene lo stesso” pronunciato da un impaurito Italo, che probabilmente preferiva le mucche piuttosto che vagare ancora senza meta e senza un posto per la tenda. Poi vedendo lo smarrimento negli occhi dei ragazzi la tipa dice: “Ok, dieci sterline per tutti quanti!”, pensando fossimo solo in cinque. E il Kuda: “Ok, allora vado a chiamare gli altri!”
Al momento di preparare il campo conosciamo la più grande piaga del Connemara: dei moscerini insopportabili e fastidiosissimi! Non esiste insetto peggiore al mondo! Sono piccolissimi, ma ti aggrediscono a centinaia e ti punzecchiano come minuscoli stronzetti rompipalle, le nostre zanzare al confronto sono quanto di più piacevole ti possa capitare nella vita. La tipa del B&B (che secondo noi potrebbe diventare facilmente una casa chiusa: bocca&buco. Siamo veramente dei deficienti) ci dice che è colpa della torba che li attira. Ma la cosa buffa è che il fumo della torba bruciata li fa andare via. Mah. Poi fa anche dello spirito scrivendo sul nostro guestbook (sul quale sono rimasti spiaccicati dei moscerini, e c’è ancora il segno) “our Connemara midges are having a real Italian meal on the boys”. Noi soffriamo e lei fa dell’ironia.
Ormai al buio prepariamo da mangiare (solite lenticchie e fagioli e meatballs) praticamente in strada (tanto non passa nessuno), cercando di evitare i maledetti moscerini coprendoci come diabolik. Quando sono ormai pronti, Italo rovescia la pentola dei fagioli…quelli in cima li mangeremo comunque.
Satollati dalla cena luculliana, andiamo al pub per andare nuovamente di Guinness (visto che non abbiamo mangiato, almeno si beve) (il Cesaro resta in tenda, non sta molto bene. E ci credo, sono due settimane che digiuna o mangia la merda).
Al pub incontriamo di nuovo Jimmy “Laboury” Ridge, e la signora del bed and breakfast, ubriaca fradicia. Approfittando del suo stato comatoso le chiediamo se il giorno dopo ci prepara la colazione, e quanto ci verrebbe a costare (la cena insufficiente ci spinge anche a questo. A pagare!). Lei dà una rapida occhiata alla tavolata e poi dice: “una sterlina a testa!” prima di tornare barcollando al suo tavolo (memore della fregatura precedente ora ci fa il prezzo a testa, e non più totale!).
Sulla strada del ritorno ci accompagna una stellata assurda, con la via lattea che piscia luce sulle nostre fragili testoline. Bellissima.
Prima di addormentarci ci facciamo la toeletta all’aperto, aggirandoci furtivamente intorno all’abitazione e spiando tra le tende l’interno della casa dove ci sono altri ospiti del B&B: ci sentiamo dei barboni, ma a noi piace così.

17/8/2001 – Venerdì – Le isole Aran e l’ostello di Letterfrack

Mattina sfigata per tutti tranne Baldo, Kuda e Pj (che dormono nel furgone), perché entra l’acqua nelle tende durante la notte, bagnando i sacchi a pelo e facendo venire i reumatismi a tutti quanti. L’afflitto Italo ormai non sa più che fare.
Teo esce con i reumatismi e i dolori al fondoschiena: sarà perché ha dormito nella tenda piccola da solo con Ceppi che gli faceva le avances. D’ora in poi i due busoni dormiranno sempre da soli nella tenda piccola tipo coppiettina. Che paio di finocchi.
Invadiamo l’abitazione di Mrs Bed and Breakfast per la colazione. Lei vede che di noi ce n’è uno in più (ieri sera Cesaro non era venuto al pub) ed esclama: “ci siete tutti? Non è che adesso ne salta fuori qualcuno da sotto il tavolo?”. Lei continua a portarci toast e burro, e noi continuiamo a mandare giù. Ogni volta dice: “abbastanza? Va bene così?”, e noi: “si grazie”, e lei porta l’ultimo cesto di roba, che spazzoliamo in pochi secondi. Lei allora porta ancora, e così via ad libitum, fino a quando non si fa tardissimo.
Nonostante il traghetto per le Aran parta tra un quarto d’ora, ci fermiamo a salutare la tipa e suo marito (un povero vecchio rincoglionito) e a farci una gran bella foto. La tipa ci da qualche dritta su dove prendere il traghetto e come arrivarci, il marito invece rimane in silenzio e pulisce le stoviglie.
Usciamo dalla casa e Italo (probabilmente per vendetta di quante gliene stiamo facendo passare) prende la curva strettissima, segando il parafango della posteriore sinistra. Bilancio dei danni fino ad ora: specchietto destro e parafango. Neanche malaccio.
Sentiamo una tremenda puzza di gas all’interno del Rocco e, scartate le ipotesi Giulio e Kuda (ma anche Cesaro ci sta dando dentro in sti giorni. È un po’ malato e si sente. Mamma mia che puzza), giungiamo alla conclusione che la bomboletta che usiamo per cucinare perde gas. Scendiamo allora per farle sputare tutto il gas, e rischiamo di saltare in aria, perché Italo accende il furgone proprio sopra alla nebbia di butano.
Lasciamo svuotare la bombola davanti alla chiesetta del paese (probabilmente ora sarà saltata in aria) e prima di risalire incontriamo Jimmy che ritorna a casa dal pub…
Questi sono tutti segnali degli dei…vogliono aiutarci a non prendere il traghetto per le Aran. Purtroppo noi non ascoltiamo questi segnali, e arriviamo all’imbarco giusto al pelo, e prendiamo il traghetto al volo dopo una corsa da maratoneti.
Giungiamo infine sull’isola di Inishmore, la più grande delle Aran, e appena scendiamo veniamo travolti da pulmini che ti chiedono di fare il giro a pagamento, noleggi di bici, eccetera. Ovviamente rifiutiamo il tutto sdegnati. Troviamo anche un negozietto di souvenir che ha in mostra migliaia dei famosi “maglioni di lana delle Aran”. Peccato che siano “made in Galway”…e li trovi anche all’euromercato.
Ci fermiamo al supermercato a fare provviste e poi partiamo per il giro dell’isola. Già lungo la strada ste Aran non ci sembrano poi sto granchè. Il Kuda allora ha un colpo di genio: “tagliamo di qua, che poi dovrebbe ricongiungersi alla strada”. In effetti a sinistra della strada si inerpica un sentiero promettente. Finora le cose più belle le abbiamo viste uscendo dal seminato, per cui proviamoci.
Finiamo nel nulla più completo! Sconfinate praterie fatte di pietra, interrotte solo da migliaia e migliaia di muretti di pietra, che dobbiamo scavalcare per poter avanzare. Siamo finiti in culo ai lupi. Continuiamo ad avanzare senza meta superando pietraie costellate di cadaveri di uccelli, e dopo un po’ la smettiamo di scavalcare i muretti: li abbattiamo direttamente a scarpate (e qui il Baldo dà una grossa mano grazie agli scarponi da montagna). Finalmente intravediamo in lontananza una stradina.
Sbuchiamo, dopo aver macinato chilometri su chilometri nella desolazione, di fianco alla discarica. Già, la discarica. Siamo gli unici al mondo che vanno alle isole Aran a visitare la discarica! Ditemi voi. Cerchiamo di orientarci con la cartina tipo disneyland che abbiamo raccattato all’attracco, mentre il Baldo e Pj si mettono a petto nudo per il caldo bestiale. Dopo pochi minuti Pj si ricorda di essere febbricitante e si copre di tutto punto fino a sembrare un vero e proprio lepricauno delle malghe.
Giriamo, stavolta sulla strada giusta (ma era molto più bella la nostra, non c’è paragone), alla ricerca di qualcosa di meritevole, ma giungiamo a questa conclusione: le isole Aran fanno schifo. Sono state trasformate di punto in bianco in meta turistica di massa per salvarle dalla bancarotta visto che non hanno nessun’altra risorsa (scopriamo anche che qui non esistono le pecore necessarie a fornire la lana per i famosi maglioni. Ma non solo! Non ci sono neanche le persone necessarie a cucirli! Gli unici irlandesi qui sono gli operatori turistici). Ma forse il nostro giudizio sarebbe stato diverso se avessimo visto le mete per turisti anziché la discarica. Giungiamo infine, dopo molto camminare, a una specie di castello finto dove incontriamo dei tipi siciliani. Anche loro non sono poi così entusiasti del posto. Ci fermiamo a pranzare, e Giulio fa scappare una povera ragazza che stava guardando la cartina di fianco a noi tirando il rutto più rumoroso che la storia ricordi.
Ormai è ora di andare, quindi scendiamo (il fortino si trovava in cima ad un’altura) verso l’attracco e, giunti in pianura, Pj si accorge di aver lasciato il marsupio (con dentro soldi, documenti e il resto) in cima…perciò deve rifarsi il percorso a ritroso. Lo accompagnerà solo Ceppi, mentre gli altri si svaccano sui muretti ad aspettare.
Pj torna trionfante col marsupio in mano e tanto acido lattico nelle gambe in più. Ci spariamo gli ultimi chilometri fino all’attracco del traghetto.
Tornati nell’isolona Irlandese ripigliamo il nostro furgone scassatissimo. In quella ci avvicina un furgone rosso fiammante affittato in loco, ripieno di milanesi fighetti con tanto di occhiali da sole: “Uè ragazzi, di dove siete?” chiedono loro. “Di Milano”, rispondiamo noi. “Uè anche noi!!! E siete venuti dall’Italia con quello?” ci chiedono con un po’ di superiorità. “Si”. “Uè complimenti!”, e ripartono sfrecciando. Che poveretti.
Oggi abbiamo intenzione di dormire da qualche parte nel Nord del Connemara, perciò andiamo di buona lena, ovviamente senza sapere se esiste qualche campeggio da quelle parti (tanto la guida Routard non ci è di grande aiuto). Ci fermiamo lungo la strada ad un benzinaio, che funge anche da alimentari. Mentre sgranocchiamo qualche porcheria telefoniamo ai vari campeggi dalla cabina.
Troviamo un ostello a Letterfrack, l’Old Abbey, nel parco nazionale del Connemara. L’idea ci sconquiffera, e il posto non costa neanche tanto.
Quasi in zona-ostello ci fermiamo a gustarci un lago che è una bellezza. Funziona da specchio naturale, e sembra che ci siano due cieli e due montagne, le une sopra le altre.
La strada per entrare nell’ostello è uno stretto budello dove rischiamo di incastrarci col furgone, che parcheggiamo davanti all’entrata. Il posto è veramente ripugnante, sporco e fatiscente. Noi ce ne sbattiamo, tanto piantiamo le tende nel prato dietro all’ostello. Tralasciamo le espressioni e le impressioni del misero Epeo per decenza. Secondo testimoni oculari avrebbe tentato l’insano gesto bevendosi una boccia di cicuta.
Il processo di installazione delle tende è doloroso e drammatico a causa dei miliardi di moscerini del Connemara che tentavano di mangiarci vivi. A causa di ciò ci copriremo alla bell’è meglio, chi con bandane sul volto nel più puro stile “fuorilegge del West” o “Black Block”, chi con maglioni, cappucci e altra roba. Durante il montaggio arriva un gruppo di Bresciani a metter giù le tende (capiscono che siamo italiani a causa dei cancheri, delle madonne e degli accidenti in lingua Dantesca che stiamo lanciando alla fauna locale). Dapprima non capiscono il perché del nostro abbigliamento. Poi pensano che siamo un po’ esagerati. Poi condividono in pieno.
Il Baldo si mette a chiacchierare con una tipa Canadese ubriaca persa che fuma come un’ostia, dicendo che il fumo manda via gli insettacci maledetti. Il Baldo la imita ma ottiene solo un intasamento polmonare multiplo senza che le bestiacce si allontanino di un centimetro. Ma la tipa insiste e fa i paragoni tra questi moscerini e quelli del suo paese, che dice essere ancora più devastanti. Non andremo mai in Canada (sempre che l’ubriaca non abbia soltanto sparato cazzate, il che è probabile).
Mentre si passa il tempo parlando con la canadese, questa rimane a bocca aperta quando scopre che noi guidiamo con il volante sulla sinistra! E’ così sconvolta che si allontana febbricitante.
Dovremmo cucinare, ma la cucina è strapiena di gente. Decidiamo quindi di andare al pub e aspettare che la gente si levi dalle palle.
Il pub ha un’atmosfera molto yankee, con musica americana, bandierine americane e roba del genere (non è raro in Irlanda. Forse a causa degli emigranti che sono tornati in patria…). Mentre stiamo bevendo, una tipa di mezz’età (ma anche un po’ più in la) fuori come un balcone a causa della birra, canta e balla e vuole tirarci in mezzo. Due settimane solo tra uomini ci fanno sentire un po’ affamati è vero, ma non così tanto da scoparci una vecchia. La dignità innanzi tutto.
Torniamo all’ostello a cucinare e mentre prepariamo salsiccia e pasta scotta, tra spagnoli che tentano di far saltare in aria il forno cucinando una non ben identificata anatra, e inglesi che non si levano dalle castagne pur non avendo nulla da preparare, facciamo conoscenza con quattro ragazzi italiani molto simpatici. Sono lì a cucinare la pasta nella vera tradizione Barilla, e questo per i nostri cuochi (Giulio, Teo, Pj) è un tuffo al cuore. In particolare Pj li adulerà a tal punto, bistrattando i suoi compagni, che gli verrà offerto un piatto di pasta vera. Non ne dividerà neanche un maccherone con gli altri.
Siamo nella common room a chiacchierare coi tipi di Brescia, mentre gli lasciamo il guestbook per scrivere qualche cosa. Nel frattempo il Kuda sta saccagnando a scacchi un nerd americano menoso, convinto di essere la reincarnazione di Newton e Planck. Da notare che è praticamente ferragosto, ma qui il camino è acceso e tira anche di brutto. Lì accanto sulle poltrone sono stravaccati un tedesco con i piedi pustolosi che se ne va in giro scalzo e i due cani dell’ostello che sbavano dovunque. Evviva l’igiene.
All’americano menoso si sostituisce alla scacchiera il tedesco coi piedi di pus che se la tira pure lui, ma che è bravo per davvero! Unico difetto, tra una mossa e l’altra ci metteva in media tra i 20 e 35 minuti. Il Kuda si annoia e, mentre aspetta, cena, ostentando una spavalda superiorità e mettendoci circa 12 secondi per muovere, cercando di spaventare l’avversario. Alla fine, per un errore del Kuda, che stava vincendo (o almeno così dice lui, noi non gli crediamo), vincerà il figlio della terra della birra e dei crauti, ma il Kuda si riprenderà la rivincita battendolo la mattina dopo alle 8.00.
Inizia una sfida a scacchi tra il Kuda e Ceppi, che terminerà 4 pari dopo una lunga serata alla scacchiera.
Restiamo nella common room fino a notte tarda, e Pj adocchia il morbido divano, assaporando già l’idea di dormirci per tutta la notte. Verrà però anticipato da un beduino francese che si sistemerà sul soffice giaciglio, subito imitato dal gatto (che vediamo solo ora) e dal cane dell’ostello. Non sappiamo quale dei tre animali fosse il più sporco. Alle tre di notte passerà la proprietaria dell’ostello a cacciarlo via malamente.
Il Cesarone dormirà in ostello, perché ha una febbre da cavallo, in uno stanzino pieno di gente di dubbia origine.

18/8/2001 – Sabato – Scazzo nel Connemara

Premessa: oggi sarà una giornata di sguazzo nell’ignavia. Tra un Cesaro febbricitante, un Italo rugoso, un Giampaolo che inizia ad accusare primi sintomi febbrili, un Pj sempre sull’orlo della febbre e la stanchezza comune, è da comprendere questo giorno di pausa.
Il Kuda si sveglia alle 8.00 e incontra il tedesco della sera prima, che lo sfida a scacchi. Vittoria schiacciante dell’Italiano.
Ci svegliamo tardissimo e andiamo a fare colazione dentro l’ostello. La sala da pranzo è al piano di sotto, e li l’ostello è già più carino. Purtroppo però l’igiene è sempre quello che è, coi soliti cani barboni che ti razzolano dentro alle ciotole di cibo. La colazione consiste, oltre a latte, caffè o tè, in pane e marmellata e una scodella di una roba tipo colla bitorzoluta (probabilmente qualche cereale immerso nello schifo) dal sapore stomachevole. Solo Kuda e il maiale di Sala (e pensare che dopo il cibo per gatti che si è mangiato in Olanda due anni fa sembrava guarito) riescono a ingoiare la brodaglia.
Rincontriamo gli Italiani che ieri ci hanno offerto la pasta: un ragazzo e una ragazza di Caserta, un siciliano e un toscano. Ci mettiamo a chiacchierare e loro ci raccontano un po’ delle loro avventure (come il tipo toscano, che la notte precedente ha dormito in una soffitta perché l’ostello gli faceva schifo. Boh!). Tra l’altro il Baldo si premura di far notare il sapore del pane (che sapeva inequivocabilmente di… ehm… sbor… vabbè avete capito) alla tipa, che alla fine è d’accordo con lui. (sottile modo per darle della pompinara). Nessuno si rende conto di aver fatto una figura di merda.
Passando davanti alla cabina telefonica vediamo un bellissimo Nokia 3310 abbandonato. Tutti già pensano a come rivenderlo a qualcuno ma, stranamente, Pj impedisce il furto: “lasciamolo lì, al massimo lo pigliamo quando ritorniamo in ostello”. Ovviamente al ritorno il cellulare non c’è più.
Passiamo la mattinata in scazzo e riflessione, in quanto non sappiamo bene che fare oggi. Oltretutto il Cesaro è sempre più febbricitante, perciò non sarebbe il caso di portarlo in giro. C’è chi inganna il tempo giocando a carte, chi a scacchi, chi bighellonando in giro. A un certo punto arriva dal Baldo, che se ne stava comodamente seduto all’aperto a scrivere, un tipo di Piacenza vergognoso, con la faccia da pirla e un fastidioso modo di fare che prende il discorso alla larga (“ma di dove siete?”, “ma è vostro questo furgone?”, “ma quanto l’avete pagato?”) fino a chiedere un passaggio per Sligo per lui e sua sorella. Solitamente siamo felici di portare a spasso chiunque, ma questo ci stava sul antipatico, quindi nisba.
Arrivano da noi gli otto Bresciani, che ci chiedono se li possiamo portare in prossimità dell’abbazia che vogliono visitare. Ovviamente li portiamo (questi si che ci stanno simpatici). Li accompagnano solo il Baldo e il Kuda (altrimenti non ci saremmo mai stati nel furgone, loro sono in otto!), e il Baldo presta la sua mantella antipioggia (mai usata) a uno dei tipi, che è il ritratto sputato di Fabio Oppio.
Tornati, ci svacchiamo per un po’ nel furgone a sonnecchiare, decidendo cosa fare oggi. Dopo un po’ di tranquille e sonnacchiose colluttazioni, decidiamo di visitarci, con calma e sciallo, la penisoletta che si diparte poco a nord di Letterfrack.
Giulio vuole a tutti i costi noleggiare le bici per godersi al meglio questo paesaggio che ci circonda, ma è ostacolato dalla taccagneria di Pj, di Ceppi e del Barbuto, e dall’ignavia del Piccolo. In un paesino poco distante riusciamo a trovare un noleggio biciclette (probabilmente illegale), il cui proprietario è dietro al bancone di un pub a spillare Guinness. Qualcuno di noi chiacchiera con un tedescotto già ubriaco alle due del pomeriggio, che ci racconta come pochi anni fa abbia deciso di trasferirsi in Irlanda, probabilmente stufo della solita birra tedesca e alla ricerca di nuovi orizzonti e stimoli alcolici. Nel frattempo il Pit sta contrattando sul prezzo di noleggio, e stoicamente riesce ad abbassarlo di tre sterline, per arrivare ad una quota pari a cinque punt (12.500 £ circa). Ma la taccagneria e lo scazzo hanno la meglio e ci lasciamo alle spalle il pub senza neanche berci una Guiness. Strano!
Italo resta all’ostello a fare compagnia al cagionevole Cesaro, e a esercitare l’arte medica, come se avesse già pronunciato il fatidico giuramento di Ippocrate.
Noi partiamo e ci giriamo in scioltezza il penisolino, fino a finire praticamente dentro a una cascina. Lasciamo li il Rocco e andiamo a farci un giro per i campi. Improvvisamente troviamo un campetto recintato (ovviamente da muretti di pietre) con dentro una cifra di balle di fieno ricoperte coi sacchi neri. Noi ci buttiamo dentro a giocare come bambini di due anni. Ci mettiamo venti minuti per fare una foto, perché non vogliamo essere beccati dal proprietario, che alla fine ci becca comunque. Ma non gliene frega niente. Che bello. Tra l’altro la foto verrà malissimo, ma non ci interessa.
Continuiamo a girare senza meta, fino alla fame. Troviamo un pub che è la fine del mondo, e andiamo a farci gli hamburger più buoni del creato, tranne il Kuda che preferisce una zuppa.
Prima di andarcene prendiamo in giro la cameriera che porta via i nostri piatti e li spetascia tutti sul pavimento.
Ci fermiamo ad una spiaggia, e ci portiamo dietro frisbee, chitarra e canzoniere (un malloppo di 200 pagine che utilizzeremo solo oggi. E meno male che il Kuda aveva costretto Pj a stare in piedi fino a mezzanotte della sera prima della partenza per finire di stamparlo). Dopo un po’ di cacofonia generale, e il Baldo e il Kuda che non si trovano mai d’accordo sul tempo e sul ritmo (col risultato che vanno tutti e due per i fatti propri, e gli esiti ve li lasciamo immaginare), prendiamo in mano il frisbee e iniziamo a giocare in riva al mare, con grande terrore di Giulio (a cui abbiamo perso il frisbee in Bretagna, nel ’98. D’accordo gli abbiamo perso anche la radio, ma lì eravamo a St.Malo). Per far impaurire Giulio mettiamo Pj (era stato lui a perdere il frisbee, grazie ai suoi tiri dalle traiettorie imprevedibili) a tirare con la faccia rivolta al mare. Dopo avere tentato più volte di decapitare Sala col frisbee, passiamo alla gara di sputo, che viene abilmente vinta dal Baldo, insignito dell’ambito titolo di Monkeyislandiana memoria di “Capitan Catarro”. Secondo classificato Giulio, “Maestro Muco”, e Terzo è il Kuda, “Massimiliano terzo, il Succoso”.
Prima di andarcene vediamo una scena orribile, con un busone che si spoglia nudo nello scoglio dritto di fronte a noi. Stomacati, e pieni di repulsione e ripugnanza torniamo al Rocco.
Da notare lo scherzone fatto a Sala, a cui facciamo credere che ha perso le chiavi del Rocco. Il Piccolo passerà venti minuti a cercarle, e alla fine non la prenderà molto bene, e scaricherà la propria ira sul povero corpo di Giulio, che non centrava niente (o quasi). Come al solito il Baldo la fa franca.
Pj scambia un vecchio per una tipa (dopo che l’altro ieri aveva scambiato il bambino, Satana, per una vecchia. È in forma).
Back to the hostel. Il medico Epeo si è preso cura del Cesaro, rimettendolo in sesto alla bell’è meglio. Praticamente lo ha lasciato dormire senza disturbarlo minimamente, e ha passato la mattina a leggere nella common-room. Ci facciamo una scialba pasta in bianco e mangiamo in tranquillità. Poi arriva di nuovo il palloso di Piacenza, e conosciamo sua sorella. Lei è simpatica, e questo ci fa cambiare idea sul passaggio (non è per fame di donne, la tipa è un vero cesso. Ma è simpatica, quindi possiamo portarli senza paura che le palle ci rotolino a valle durante il tragitto, che non è cortissimo), glielo diamo.
Pj e Cesaro recuperano dalla lavanderia i capi che avevano lasciato da lavare. Sorpresi recuperano le loro mutandone pulite e profumate, è la prima lavata che gli riesce dall’inizio del viaggio.
Pj, Giulio e Ceppi decidono di dare una svolta ai tornei di scacchi: da ora in poi hanno cinque secondi per compiere la propria mossa, col Baldo e il Kuda che li pigliano a sganassoni nelle scapole se sgarrano anche solo di un secondo. Li davanti c’è una tedescona paffuta che si sta divertendo un casino a vedere ‘sto spettacolo circense. Pj perderà immancabilmente tutte le partite.
Scopriamo che l’acqua dell’ostello di cui ci siamo riempiti gli stomaci per due giorni ha uno strano colorito giallo ruggine, solo che la sera non si vedeva visto che l’unica luce era quella del camino e delle candele. Il Kuda è felice di aver tenuto fede al suo proposito di bere meno acqua possibile in Irlanda.
Quella sera andiamo al pub coi due Piacentini, e si chiacchiera del più e del meno. La serata va avanti a Guinness e canzoni tradizionali Irlandesi. Il Baldo è felicissimo perché ad un certo punto tutti si mettono a cantare una delle pochissime canzoni tradizionali che conosce, e si unisce al coro cantando a squarciagola “The fields of Athenry”.
Alla fine, a scaglioni, vanno tutti a dormire, e rimangono solo Il Baldo, il Kuda (i due bevitori più convinti della compagnia) e la tipa di Piacenza. Vanno avanti a parlare per ore, finchè tutti nel locale non si alzano in piedi con la mano sul cuore a cantare l’inno Irlandese. Commossi, si alzano anche i tre. Il momento è toccante.
I superstiti del pub tornano barcollando paurosamente e disegnando improbabili traiettorie a causa della mazzata alcolica. Poi il Kuda si piazza nel furgone, mentre il Baldo va in tenda, svegliando il Giulio a suon di rutti (ma il temibile Ano parlante ha sempre degli assi nella manica, e si vendicherà domani mattina).

19/8/2001 – Domenica – Problemi a Sligo, notte a Dublino

Il Baldo viene svegliato di soprassalto da una rumorosissima scoreggia di Ano Parlante, che viene notata con stupore e sbigottimento anche dai Bresciani fuori dalla tenda. Il Giulio si è vendicato…
Dopo la colazione, in cui stiamo bene attenti ad evitare la brodaglia collosa, smontiamo il campo e partiamo verso Sligo (città natale di Yeats), insieme a Katia e l’insulso fratello.
Da notare il clima blues che pervade la stanza dove facciamo colazione: fotografie raffiguranti i più grandi uomini e donne del Blues e in filodiffusione solo canzoni di questo genere, con sommo gaudio del Baldo (che però si era dimenticato di questo particolare e non l’aveva inserito nel diario. Forza e onore al Giulio ndBaldo). Da questo punto di vista l’ostello era la bellezza incarnata.
Lungo il tragitto ci perdiamo almeno una dozzina di volte, anche perché il Baldo fa il navigatore, e ha i postumi della sbornia di ieri sera, con un linguone felpato a mò di materasso.
I due insipiderrimi elementi di Piacenza ci fanno vedere il bottiglione gigante da cinque litri d’acqua che hanno comprato. Pj per riuscire a bere (scroccando ignominiosamente) da quella specie di barile si spaccherà tutte le gengive, perché ogni volta che se lo porta alla bocca per bere durante il tragitto Sala dà dei colpetti al freno, facendogli precipitare tutto il peso del bottiglione pieno sui denti.
Arriviamo a Sligo verso mezzogiorno e molliamo giù i Piacentini, che devono incontrare un loro amico. Noi invece ci tuffiamo in un “Abrakebabra”, squallida catena di kebaberie, a ingozzarci come maiali.
Andiamo alla ricerca di un ostello, perché Giampaolo è in piena crisi febbrile e non sta in piedi. Finalmente, dopo aver sbagliato strada dieci volte, lo raggiungiamo. Tra parentesi, oggi la Ferrari conquisterà il mondiale, ma questa è un’altra storia.
Il Kuda decide di dormire comunque in furgone. Nonostante ciò già pregusta l’idea di scroccare tutte le attrezzature dell’ostello, soprattutto la tazza del water.
Il Baldo e il Cesaro sono in una stanza con dell’altra gente, e conoscono una tipa Francese che insegna italiano. Poi parcheggiamo Giampaolo nella sua stanza a dormire e ce ne andiamo in giro per Sligo. Purtroppo la giornata non è delle migliori: una pioggerellina insistente rompe le palle
La città si rivela discretamente insignificante, e le uniche cose degne di nota sono le patatine plasticose e puzzolenti acquistate da Giulio e Baldo in comproprietà (il malvagio pizzo si mangerà tutte quelle buone e lascerà al povero Giulio tutte quelle schifose) e le prime banane di Pj (segno inconfutabile della sua degenza).
Visitiamo anche l’ennesima abbazia, più per ammortizzare l’Heritage Card che per vero interesse nei confronti della storia e dell’architettura di questo gran bel popolo. Mentre visitiamo l’abbazia di Sligo sotto l’umidità e parlando di parla di frizzi, lazzi e della foto della Benedetta nel portafoglio di Sala, ci godiamo la struttura sgaruppata del posto. Pj inizia a invidiare Ceppi, che è al calduccio nel letto, mentre lui ha un freddo bisso e l’umidità pure nelle mutande. È la febbre, che inizia a farsi sentire…
Siamo in ostello a insegnare al Cesaro a giocare a briscola chiamata quando succede il casino… deve tornare in Italia perché è sorto un problema a casa.
Ci mobilitiamo alla ricerca di informazioni sui voli (porca vacca che oggi è domenica), perciò chiediamo in giro, e anche all’ufficio del turismo (che era rimasto aperto perché c’èrano dentro i due Piacentini, almeno a qualche cosa sono serviti), poi decidiamo di andare a vedere all’aeroporto di Sligo (male che vada li ce li avranno gli orari dei voli degli altri aeroporti, pensiamo).
L’aeroporto di Sligo è una specie di scherzo: grande un quinto di Orio al Serio, sembra l’aeroporto del lego. Andiamo dentro a chiedere, ma questi non sanno niente, anche perché l’unico ufficio aperto è quello dell’avis (Il Baldo e Pj se ne accorgono solo dopo mezz’ora che stanno parlando col tipo, con un tono sempre più incazzoso e cercando di prenotare un volo. Poi il Pit ha la bella idea di chiedere il numero di telefono dell’aeroporto di Dublino). Chiamiamo Dublino, e il Baldo si ritrova dall’altra parte della cornetta una tipa frettolosissima che evidentemente non vede l’ora di andare a casa. Sta maledetta. Comunque viene fuori che c’è un volo per Linate domani mattina.
Sbaracchiamo tutto quanto (e quel cane del proprietario dell’ostello non ci ridà nemmeno la caparra. Pezzente morto di fame), svegliamo Giampaolo e andiamo all’aeroporto di Dublino. Contiamo di essere nella capitale entro le dieci e mezza – undici.
Nel furgone Italo estrae tutte le sue attrezzature mediche e misura la febbre a Ceppi: trentotto e mezzo. Poi passa a Pj, che dice festante: “trentanove! Ho vinto!” L’acqua malsana di Letterfrack inizia a mietere le sue vittime!
Ci fermiamo a fare benzina (di nuovo. Oggi avevamo messo dentro si e no un litro, proprio per evitare di rimanere a secco per strada), e prenotiamo anche l’ostello a Dublino per i due febbricitanti.
Ringraziando chi ha avuto la brillante idea di affiancare sempre un negozio di alimentari ad ogni benzinaio irlandese, mangiamo qualche indecenza, giusto per non dare in pasto al nostro povero stomaco solo saliva e catarro.
Giungiamo a Dublino verso le undici e, malgrado la situazione non allegrissima, la cornice della città di notte tutta illuminata è affascinante. Dopo un po’ di giri troviamo l’ostello, dove Pj e Ceppi salutano Cesaro e Italo (che ha deciso di accompagnare il Marco per non farlo tornare indietro da solo. Onore all’Epeo).
A questo punto diamo appuntamento agli altri due per il giorno seguente: “domattina alle dieci passiamo a prendervi”. Dopodiché andiamo all’aeroporto di Dublino. Chissà perché di notte è tutto più bello, anche un posto sempre incasinato come un aeroporto è bello tranquillo. Ovviamente mettiamo giù il Rocco dove non si può, quindi dobbiamo farci altri sbattimenti per portarlo nel parcheggio giusto.
Andiamo a chiedere informazioni sul volo, è domattina alle sei e mezza. Per il momento l’unica cosa che possiamo fare è salire le scale e andare a mangiare al McDonald’s, fino a che gli sguatteri non ci vengono a pulire fin sopra al tavolo. Allora capiamo che dobbiamo andare (Il Kuda, pur di non andare al da lui odiato fast food, affermerà “non ho fame” per la prima volta nella sua vita).
Ci svacchiamo sotto ad una scala mobile a sonnecchiare aspettando le 4.30 (ora è l’1.30). Siamo tutti stretti sopra ad una tavolona di legno, che almeno non ci costringe a dormire sul pavimento.
Il Kuda e il Baldo scrivono qualche riga di diario, mentre Sala viene piano piano spinto via dall’asse di legno, e si arrotolerà attorno agli zaini in posizione antiscippo.
Il Kuda sfrutterà a pieno le doti del favoloso cuscino trafugato a Bayeux, usandolo anche nella scomoda notte Dublinese.

Ora la palla passa al Pit, che descriverà con minuta dovizia le sue peripezie assieme a Ceppi nell’ostello di Dublino…

Iniziamo a scontrarci con la diversità rispetto all’ambiente di paese che ha accompagnato le nostre peripezie fino al giorno prima. L’ostello è un enorme palazzo pieno di corridoi che terminano chissà dove. Insomma uno dei posti più disumanizzanti mai visti.
Prima di salire, il ragazzo alla reception ci scaraventa in faccia una quantità di informazioni che a malapena Pj riesce a capire con il suo febbrone, figurarsi Giampaolo che lo guarda con occhi sgranati. I due si incamminano nella direzione indicata, dopo essere stati schedati sul computer (“First to the left as far as the stairs, then go up to the second floor, turn right then left, then booo???). Arriviamo in un corridoio deserto e ci incamminiamo cercando la stanza 210. Giunti finalmente lì sempre più timorosi apriamo la porta e lo spettacolo è abbastanza degradante (come ci manca Letterfrack, o l’ostello di Liam…): ci sono una ventina di letti sparsi per lo stanzone, quattro finestroni che danno su un vicolo cieco della città, gente che dorme nei modi più impensabili e sporcizia ovunque.
Infine ci troviamo due letti e ci addormentiamo di colpo.
Pj

20/8/2001 – Lunedì – Primo giorno a Dublino

La sveglia è alle 4.30, col cellulare del Baldo che fa un casino spropositato e ti fa venire voglia di distruggerlo a manate (ma non è nulla in confronto alla lucidatrice che per tutta la notte ha accompagnato il nostro sonno).
I sei sono visibilmente provati dalla nottata riposante e, dopo avere accompagnato Marco e Italo a ritirare i biglietti, andiamo a spararci un caffè alle macchinette, anche se in questo momento avremmo più bisogno di una palata di nandrolone.
Mentre siamo in coda al check-in diamo un’occhiata ai giornali all’edicola. C’è di tutto meno la gazzetta! Mannaggia alla pupazza, volevamo fare l’asta del fantacalcio sul traghetto e invece niente…
Arriva il momento della partenza e, tutti un po’ crucciati, salutiamo Marco e Italo. In bocca al lupo ragazzi.
Dopo un’iniziale imbarazzo (la circostanza non è delle più gaie) la vita riprende: “Vabbé. Caffè?” “Ok, caffè”, e i quattro si dirigono al piano di sopra a fare colazione.
Il bar è di fianco al McDonald’s, che rilascia i suoi miasmi pestilenziali anche a quest’ora del mattino. Noi preferiamo andare sul classico… cappuccio e brioche. L’idea del cappuccio viene al povero Sala rimproverato subito dal perfido Giulio che gli dice, senza pensarlo veramente: “Ma il cappuccio lo bevono solo i busoni!” Preso alle strette il Piccolo decide di prendersi malvolentieri un più mascolino caffè, scimmiottando il Baldo (che addirittura se lo spara amaro. Estremista). Di nascosto, Giulio e il Kuda si prendono due cappuccini, ben più sostanziosi di un misero caffè, bevendoli rumorosamente davanti all’invidioso Sala.
Naturalmente si gioca a carte, visto che Giulio ha appena speso sei milioni di dollari per un mazzo di carte della Guinness. Dopo due mescolate gli roviniamo tutti gli angoli.
Dopo un po’ al Baldo gli piglia lo schizzo di andare a vedere gli aerei che decollano, e i quattro si spalmano sulla vetrata che dà sulla pista di decollo, coi loro nasoni appiccicati al vetro. Per l’occasione, il competente Sala ci spiega i misteri della portanza e i segreti dei motori a reazione, l’oscuro funzionamento di una turbina e le arcane applicazioni della dinamica Newtoniana.
E’ tempo di andare a cercare un campeggio, perciò siamo di nuovo in sella al Rocco. Stare in quattro, su un furgone da nove, è quanto di più comodo ci sia nella vita! I passeggeri, infatti, gironzolano tranquillamente all’interno della vettura, e potrebbero quasi organizzare una partita di hurling.
Il furgone è talmente comodo che il Baldo ci si addormenta dentro, tutto bello spaparanzato. Quando si sveglia è già nel campeggio (è forse questo un espediente narrativo simile agli svenimenti di Dante?) di Clondalkin, alle porte di Dublino. Diciamo che come ultimo campeggio non poteva capitarci di meglio: è un posto nuovo, quindi costa poco (perché in promozione), e oltretutto è lussuosissimo (la nostra interpretazione di lusso è del tutto particolare, però…)! Ci saranno un migliaio di cessi, pulitissimi, enormi. C’è spazio per piantare qualsiasi cosa, anche un tendone da circo. Il cucinino ha il distributore di bibite, e c’è anche un campo da basket! Peccato che il posto sia flagellato da un vento monsonico non indifferente.
Paghiamo il prezzo solo per quattro persone e per una tenda, anche se sappiamo che alla fine saremo in sei e metteremo giù due tende. Di solito siamo molto tranquilli quando facciamo questo genere di sgami, ma a causa delle dimensioni del gestore (un ragazzone di ghisa con dei bicipiti come palloni da rugby) stavolta siamo un po’ impauriti e nervosi.
Dall’Italia arrivano buone notizie. Questo ci conforta.
Montiamo il campo con calma, finchè non decidiamo di giocare a basket con il nostro misero pallone da calcio. Alla fine non rimbalzava neanche male, peccato che il vento rendeva impossibile un qualunque tiro dalla media distanza in poi. Le squadre sono Baldo-Kuda contro Sala-Giulio. Le cose vanno alla grande per i primi due, grazie al Baldo, specialista in entrate micidiali (che è l’unica cosa sensata da fare con questo vento). Alla fine arrivano due francesi (sempre loro! Ma che diamine, con così tante nazioni al mondo, sempre loro! Evidentemente sono molto sportivi) che vogliono giocare con noi. Nella squadra di Baldo e Kuda si inserisce un incapace che si spaventa quando gli arriva il pallone e con le mani di burro. E che non difende! Dall’altra parte invece si palesa uno che almeno sul piano fisico se la cavava, peccato che a metà partita si metta a petto nudo, facendoci ritrarre dal raccapriccio (marcare un uomo biotto e sudaticcio non è il massimo della delizia). Alla fine vinceranno, per un punto, Giulio, Sala e il francese serio, con una magia di Ano Parlante dalla distanza. Vittoria meritata.
Dopo una bella doccia ci ricordiamo che dovevamo andare, alle dieci, al cottolengo (l’ostello dei due febbricitanti). In ritardo mostruoso, ci dirigiamo verso la città.

La parola torna al Pit, per descrivere la loro attesa di noialtri debosciati…

Intanto alle 8:30 i due degenti sono già in piedi. Pj si sente già un po’ meglio (probabilmente è felice di aver superato la notte), Ceppi mica tanto. Scendiamo dai letti e finalmente guardiamo in faccia i nostri compagni di stanza: un mostro pustoloso pieno di acne che ci guarda dal suo letto ormai unto, un tizio mezzo nudo che dorme praticamente con la faccia per terra e altri ignoti su cui è bene tacere.
Comunque dopo una sosta al cesso ci dirigiamo dove crediamo venga servita la colazione (o meglio dove ci sembra di aver capito, dalle informazioni del receptionista, che la servano). Giungiamo in uno scantinato sotto terra, dove la gente mangia trangugiando quello che ha davanti. Noi andiamo verso il bancone ma non c’è nessuno. Il tizio che serve è alla porta a fumarsi una sigaretta e non ci caga manco di striscio.
Alla fine, visto che eravamo completamente spaesati e non sapevamo che cavolo fare (il mal di testa era ancora abbastanza persistente in entrambi) il tizio si avvicina e ci sbatte sul tavolo due tazze e due cosini di marmellata. Ci sediamo a mangiare zitti zitti quella schifezza (oltretutto la spremuta sapeva di detersivo) e quindi andiamo a prendere le valigie.
Pensando che i nostri amici siano puntuali (ma quando mai) decidiamo di fare a turno. Pj si ferma all’ingresso, mentre Ceppi porta giù la sua roba, quindi il contrario. Fiduciosi ci sediamo sul divanetto guardando fuori dalla porta con i nostri occhioni! E’ sicuramente questione di minuti.
Dopo un’ora pensiamo che ci sia qualcosa che non quadra
Dopo un’altra mezz’ora passiamo all’azione:

Ceppi: Proviamo a chiamarli
PJ: Ce l’hai il numero di qualcuno?
Ceppi: No
PJ: Perfetto
Ceppi: …
PJ: …

Ceppi: Però so il numero di mio fratello, possiamo telefonargli e chiedergli di telefonare alla Francesca Mascolo per farsi dare il numero di Baldo, quindi chiamarlo e avvisarlo di venirci a prendere!
PJ: …
PJ: Aspetta!!! Ho un’ ideona, provo a chiamare il mio numero che ha il trasferimento di chiamata su quello di Epeo!

Detto fatto, prima guardiamo la cartina per capire dove cazzo siamo e quindi, mentre Ceppi rimane ad aspettare ascoltandosi i discorsi della ragazza alla reception (oltretutto italiana) con un altro tizio, Pj esce in strada alla ricerca della cabina indicatagli dalla tizia.
Il sole splende come non mai (una delle giornate più belle), e Pj incamminandosi arriva fino alla cabina. Inserisce la tessera, compone il numero e…
Nulla, nessuno risponde alla chiamata. Si ritorna all’ostello con le pive nel sacco.
Ceppi propone di provare con le monete invece che con la tessera. Tira fuori le uniche monetine rimaste e le porge a Pj, che di nuovo si incammina.
Ovviamente la cabina va solo a tessera. PJ chiede a un negozio di integralisti neri li accanto, che in malo modo gli indicano O’Connell street. Pj non se lo fa ripetere e arriva in una nuova cabina. Si ripete la scena di prima.
PJ disperato alla fine accetta la proposta di Giampaolo. Quest’ultimo si dirige alla cabina e telefona: ovviamente il telefono del fratello è spento.
Intanto il tempo passa inesorabilmente, già ipotizziamo che il furgone sia esploso con tutti i passeggeri a bordo. Pj ha però l’intuizione folgorante: “dovevo togliere lo zero davanti al prefisso”. “Ma sei un coglione” gli grida Ceppi mentre egli si dirige a grossi passi verso la cabina!
Fatto il numero corretto, parte la redirezione della Ominitel e Pj sente la voce di Epeo dall’altra parte della cornetta:

Epeo: Pronto? (col tono di uno che si sta rilassando nella vasca da bagno)
PJ: Italo, dove sei? (col tono di uno che finalmente vede uno spiraglio di luce)
Epeo; A casa! (ma vaffanculo!!! ndPj e Ceppi)

Insomma, morale della favola: Epeo chiamerà i nostri compagnoni intimando loro di muovere le chiappe e noi attenderemo pazienti l’arrivo del Rocco davanti all’ostello, continuando a guardare le grosse tette della ragazza alla reception.
Pj

Nel frattempo Pj e Ceppi, preoccupati per il nostro ritardo, chiamano il cellulare di Pj che era in Italia, ma con il trasferimento di chiamata sul cellulare di Italo. Risponde Italo, che era già arrivato in Italia, e il novello medico chiama i quattro degradati ritardatari per informarli che i malati sono in attesa da due ore.
Tutto il mondo è paese. Anzi, è Milano. Infatti anche qui c’è un casino mostruoso, un traffico sbattipanza che scassa un po’. Alla fine però troviamo la strada dell’ostello e lasciamo giù il Rocco, per girarci la capitale a piedi.
Ora si consuma il dramma del parcheggio: Il Rocco è un mezzo ideale per girare per le campagne irlandesi, ma in città è un ciclopico bestione scomodissimo da parcheggiare. Per non ripetere l’esperienza di Parigi (anche perché non c’è più Italo, non c’è gusto) giriamo per mezz’ora per le strade della capitale, per poi arrivare alla decisione di lasciare il pulmino in un posto a pagamento lungo la strada (“tanto dalle 15.00 è gratis”); paghiamo e ci accorgiamo che dalle 15.00 diventa divieto di sosta. Poco male, torneremo a spostarlo più tardi.
Prima tappa ovviamente il pranzo. Che consiste nel solito cheesburgerone take-away con patatine. Caso vuole che acquistiamo il cibo in un posto gestito da una tipa abruzzese e suo figlio, un nanerottolo, che ci chiede con un po’ di nostalgia (immotivata, visto che è nato lì in Irlanda): “Siete Italiani? Anche noi, dell’abruzzo!” Chiaro che scatta la chiacchierata con la signora, che nonostante tutti gli anni di permanenza non capisce ancora gli usi alimentari del luogo (“che vi devo dire? Questi sono pazzi!”), tipo l’aceto sulle patatine o la pizza all’ananas. Approposito di ananas, da segnalare l’incompetenza linguistica-anglosassone di Sala, che perde la scommessa col Baldo, secondo il quale pineapple significava ananas. Il piccolo marrone non si fida dell’onniscienza del pizzo e perde una Guinness (che poi non pagherà. Che miserabile).
La seconda tappa del dramma si risolve con la decisione di restare a dormire per mezz’ora nel pulmino, e poi di lasciarlo in un altro posto a pagamento. In questo modo abbiamo risparmiato mezzora di parcheggio che, diviso sei, vuol dire circa 166 lire a testa!
Purtroppo siamo discretamente fuori forma, grazie alla dormita di tre ore di stanotte, perciò andiamo completamente a caso. A un certo punto finiamo nel Trinity College. Ma proprio dentro nel Campus. Ci svacchiamo nel campo (da calcio? Rugby? Hurling? Boh) e iniziamo una spietata session di poker, che alla fine della partita vede all’attivo solo Ceppi. Il Pj si rifiuta di giocare d’azzardo ma è sempre ben disposto (a pagamento naturalmente) a collaborare con i giocatori come baro. Considerate le sue esorbitanti tariffe però, non lo ingaggerà nessuno.
Nel frattempo di fronte a noi c’era tutta l’università che si allenava duramente, verosimilmente per le olimpiadi. Noi invece siamo belli comodi spaparanzati sul prato.
Continuiamo a deambulare per le viazze della città, aspettando le 8.30, perché abbiamo appuntamento con Stefano e la Silvia, che si trovano a Dublino al momento.
Passando davanti a una drogheria rimaniamo estasiati dal culone gigantesco della commessa, con tanto di spacco interchiappale in evidenza che, sedutasi sul cassone dei gelati, ne fa bella mostra dalla vetrina. Vorremmo fotografarlo ma immancabilmente prima del click questa si sposta. Poco male, non avevamo il grandangolo per pigliarlo tutto. Pj si compra le banane (è proprio malato).
Alla fine becchiamo Ste e la Sil, e andiamo in un pub a festeggiare il felice incontro. Com’è giusto i due iniziano a farsi beffe di Sala, dileggiandolo senza pietà.
Finiamo in un pub piccino nella zona di Temple Bar, dove piglieremo una sacra sbronza come si deve. Il primo brindisi è di diritto in onore del Cesaro. Il secondo è per Epeo.
Il giro oggi è composto da: Ste, la Sil, Il Baldo, Il Kuda e Giulio. Gran botta. Andiamo tutti di Guinness, tranne la Silvia che si spara cinque Bailey’s. Ad un certo punto arriva un gruppo di musicisti che ci dicono se ci spostiamo sull’altro tavolo.
La musicista ci prova con Sala, ma lui non si fa suonare il piffero.
Purtroppo, quello che doveva essere un gruppo tradizionale Irlandese si rivela essere un insieme di musicisti francesi senza verve. Presi dallo sgomento ci mettiamo a cantare a scuarciagola le canzoni dei Modena City Ramblers, surclassando il gruppetto per dieci minuti buoni.
Dopo la salutare cantata parte il momento di revival degli anni delle superiori, e scattiamo un’ improbabile foto da consegnare alla Scianna, con una moneta appiccicata sulla fronte (questa foto susciterà una fila di domande da parte degli amici, la risposta più sbrigativa sarà: “non vuol dire un tubo, eravamo ubriachi!”)
Stefano ci rende tutti ipocondriaci con le sue diagnosi esperte indirizzate al malanno del Pit. Tra l’altro Pj stasera farà il cinema. Malatissimo, non è voluto restare in ostello (avrebbe dovuto pagarlo), perciò passerà la serata completamente rincoglionito a mangiare banane, e ogni volta che ride si contorce dal dolore a causa di bestiali spasmi addominali. Ovviamente cerchiamo di farlo ridere il più possibile. A fine serata sarà distrutto, si addormenterà contro una parete e arriveranno due tipi a chiederci: “ma cosa gli avete fatto bere?”
Tutta la combriccola, Ceppi in testa, cerca di immortalare il Giulio in una delle sue famose pose post-ubriacatura, in memoria delle ben riuscite foto di Quiberon. Missione fallita purtroppo!
Il Baldo, ubriaco perso, rovinerà i vestiti di tutti rovesciando boccali di birra con inquietante regolarità.
Torniamo tutti al Rocco, e diamo un passaggio anche a Ste e alla Silvia. Il tragitto è lungo e barcollante, a causa della serata dedicata all’etilismo. Il Baldo addirittura attraversa la strada fermando con la mano una macchina dei poliziotti. “Ah, ma non era un taxi? Mi sembrava un taxi”.
Non senza difficoltà giungiamo al Rocco, e i due ospiti sono scioccati dalla puzza belluina che regna sovrana nel furgone.
Essendo tutti ubriachi e mancando il sostegno di Italo (astemio), Sala si offre di guidare il pulmino e Pj, pur essendo a un passo dalla fossa e senza conoscere la strada, fa da navigatore. Gli altri si addormentano, sbattendosene altamente.
Stefano, con la vocina da ubriaco, indica la strada e Sala e Pj prontamente la raggiungono senza sbagliare nulla. Peccato che Stefano fosse completamente fuori di melone. Ci fa girare per mezz’ora tra strade di periferia sconosciute quando, quasi certamente per puro caso, non ci imbattiamo nel loro B&B.
Una volta scesi Giulio gli vomita davanti a casa. Probabilmente quel misto di Guinness, Kilkenny, banane, cheesburger e succhi gastrici è li ancora adesso che saluta i passanti incuriositi.
Stefano, da buon medico, passa senza ricetta gli antibiotici a Pj, che ne farà buon uso.
Il Baldo è completamente partito, e canta a squarciagola in preda a totale alterazione mentale. All’improvviso la coscienza: “Sala, fermati che devo vomitare”. Il pizzo scende, sbocca per due o tre minuti, torna sul furgone e riattacca a cantare. Che compagnia di raffinati gentiluomini.
Tornati al campeggio dobbiamo aprirci da soli la sbarra, perché probabilmente la guardia notturna è andata a dormire a casa sua, sbattendosene della nostra sicurezza. Felici entriamo in sei e realizziamo di aver montato solo una tenda (nella fretta della mattina…). Poco male, c’è sempre la soluzione pulmino.

21/8/2001 – Martedì – Secondo giorno a Dublino

Ormai siamo quasi giunti al termine del nostro viaggio, e si vede. D’ora in poi l’ignavia sarà grande protagonista delle nostre giornate. Oltretutto abbiamo perso un quarto dei componenti della spedizione, e questo ci intristisce (anche se sul pulmino ora si sta belli larghi).
Ci svegliamo tardi e con i postumi della sbornia. La sveglia viene data dal vento che ha soffiato forte tutta la notte. il Kuda, preoccupato per il suo tendone da cinque alto due metri, scende in fretta dal furgone e si attacca a una bacchetta a fare da sostegno.
Dopo un rapido consulto si decide di smontare la tenda. Facile dirlo, ma un telo di dieci metri quadrati non è facile da chiudere, soprattutto con un vento a forza mille.
Realizzata l’infelice impresa ci rendiamo conto, godendone, che tutti i campeggiatori (ottimisti sulla tenuta delle tende moderne) hanno lasciato le tende montate a sfidare il ciclone. Le dovranno raccogliere con il cucchiaino. Lo stesso vale per i nostri vicini, una coppia di neo-freak, che hanno perso completamente il copritenda e tutti i vestiti che nella foga erotica devono aver gettato fuori dal giaciglio. Noi siamo felici di questo.
Da notare il Baldo che, durante tutto questo casino, dormiva beato dentro al Rocco, ancora completamente in botta dalla sera prima.
Il furgone puzza da far paura a causa dell’alito alcolico del Baldo e del Kuda e dell’alito malato e marcio del Pj. Indi, andiamo a farci una bella doccia, per lavarci via la sbronza dalla testa.
L’omone proprietario del campeggio passa molte volte di fianco al nostro campo, e dopo un po’ decidiamo di confessargli che siamo in sei. Avevamo paura del suo fisico corpulento, poteva staccarci la testa con una manata.
Mentre ci rechiamo in cucina, ci godiamo la scena biblica di uno stormo di uccelli che cerca di volare controvento. I poveretti vengono ripetutamente catapultati a terra, però sono fighi.
La mattinata è già agli sgoccioli a causa dell’ebbrezza della sera prima, e cuciniamo (indovinate un po’) meatballs e fagioli. Non ne possiamo più. Il Baldo, devastato dalla sete, compra duecento lattine al distributore automatico, e poi passerà in rassegna tutti i duemila cessi del campeggio, pisciando come un invasato.
Lasciamo il campo con solo un telo ben picchettato, a segnare dove dovrebbe sorgere una tenda.
Mentre stiamo lasciando il campeggio, incontriamo una coppia di italiani che avevamo conosciuto la sera prima, a cui il vento ha letteralmente distrutto la tenda (che tra l’altro era dei loro amici). I piccioncini si devono dirigere in centro per cercare un ostello, quindi decidiamo di dar loro un passaggio.
Ci dirigiamo quindi verso la capitale, sfigurati nel corpo e nell’anima. Parcheggiamo il piccolo Rocco davanti all’ostello dell’altro giorno, perché lì non si paga. Pj è ancora malato e, non avendo noi un posto migliore dove lasciarlo, lo abbandoniamo dentro al furgone tutto il pomeriggio. Dopodiché si visita Dublino con la compostezza di bradipi scioperati.
A un certo punto decidiamo che è giunto il momento fatale dell’acquisto dei regali per quelli che sono rimasti a casa. Ci infiliamo quindi in un negozio che vende schifezze e spendiamo gli ultimi soldi rimasti in vaccate con l’effigie della Guinness, nel più puro stile turista-imbecille. A Italo prendiamo un grembiulino da cucina!
Strepitoso il Kuda che, alla cassa, ci chiede se gli prestiamo una sterlina (altrimenti sarebbe costretto a cercare i soldi nell’astuccio che tiene al sicuro all’interno dei pantaloni). Noi ovviamente vogliamo che faccia la figura di merda, e non gli prestiamo niente! La scena è da film, col povero Kuda, col volto paonazzo che si ravana furiosamente nei pantaloni, trattenendo le risate (e uscendo così in un’involontaria espressione da maniaco) davanti alla cassiera. Chiunque, da fuori, l’avrebbe scambiato per un depravato che si trastullava l’arnese in pubblico. Questa scena ha fatto ridere anche Sala, il che la dice tutta.
Scartiamo l’idea di visitare la fabbrica della Guinness e del Jameson, perché sono a pagamento e ci hanno detto che sono una fesseria da evitare accuratamente.
Andiamo a visitare il castello (un altro!) di Dublino, con Sala in pole position. Giunti in loco vomitiamo tutto il nostro disprezzo: non solo non sembra un castello, ma assomiglia al retro di una fabbrica di bulloni! Visibilmente indifferenti alla cosa ci adagiamo sul prato adiacente a giocare a Poker. Ora in attivo ci sono, oltre a Ceppi, anche il Baldo e, di poco, il Kuda.
Torniamo al Rocco e Ceppi chiede a Pj: “allora, cosa hai fatto oggi di bello?” Pronto l’infermo risponde: “Ho cagato!” (ad un certo punto del pomeriggio è stato colto da stimolo improvviso ed è corso fuori dal furgone alla ricerca di un McDonald’s dove potersi scaricare)
Salendo sul Rocco ci accorgiamo di una macchia unta e puzzolente su una delle portiere. Nascono le ipotesi più disparate sulla provenienza della fetida macchia: cane incontinente e superdotato, corvo affetto da cagotto, busone fortemente voglioso del Pigei dormiente… Alla fine scopriamo che il lungodegente, preso dalla fame, aveva scolato l’olio di una lattina di tonno al di fuori del finestrino. Quel giorno la sua malattia non gli permetteva di fare troppi sforzi, se non quelli strettamente necessari.
La sera si esce nuovamente con Stefano e la Silvia, e andiamo alla ricerca di un pub. Finiamo in un posto strapieno, tanto che il Baldo e Giulio sono costretti ad andarsi a fregare uno sgabellone alto sei metri, e ad appollaiarsi li in cima di fianco al tavolo occupato dagli altri. Per l’occasione, il brindisi a Epeo lo si fa con un bicchiere di coca cola. Facciamo un casino bestiale con il conto, e abbiamo l’impressione che ci abbiano gabbato alla grande; fatto sta che Ceppi paga due volte la sua coca cola.
Sto posto ci fa schifo e andiamo a cercare un altro pub, possibilmente con dei tavoli vuoti. Dopo un po’ di peregrinare ci diciamo “ma che bello questo!” Entriamo, e scopriamo che è quello di ieri. Ci accomodiamo comunque.
A fine serata cambiamo nuovamente pub, e finiamo nel salone dei ricevimenti della regina Elisabetta. Un pub pauroso, tutto decorato in stile Vittoriano, che ben poco ha a che fare con la nostra ormai totale ronciosità.
Riaccompagniamo a casa Ste e la Silvia, e salutiamo il vomito di Giulio del giorno prima, che ancora fa bella mostra di sé.
I nostri eroi rientrano al campeggio abbastanza presto (l’una? L’una e mezza?) e si ritrovano senza tenda. Il povero Rocco non può bastare per tutti, e poi l’odore sarebbe insopportabile. Scartata l’idea di stendere i sacchi a pelo nei bagni (ma per lunghi minuti è rimasta in cima alle preferenze), si decide di montare la tenda alla luce dei fari del furgone. Prima però scegliamo un posto più riparato dal vento, che, evidentemente, qui non ha mai smesso di soffiare. Le scelta ricade su una piazzola vicino a una tenda alta, dove presumibilmente dorme una allegra famigliola. Facendo il minor rumore possibile (ovvero un casino bestiale) si monta l’unica tenda rimasta sana per l’ultima volta in questa vacanza, e dopo questa bella faticata, ci assopiamo in un meritato riposo.

22/8/2001 – Mercoledì – Le Wicklow Mountains

Si parte da Dublino, e facciamo rotta verso il Sud, visto che domani dobbiamo pigliare il traghetto. Tra noi e Rosslare c’è solo la contea di Wicklow, che tutti dicono essere molto bella.
Pj, completamente debilitato, ha ormai la forza di un colibrì. Risulta quindi esilarante il suo tentativo di bere il tè alla pesca liofilizzato dentro al bottiglione da cinque litri, un po’ per la sua malattia che lo priva delle forze e un po’ per la difficoltà di compiere l’operazione in furgone, a causa delle inchiodate improvvise di Sala.
Allunghiamo la strada di almeno dieci chilometri buoni, perché vogliamo passare per Hollywood! È una cittadina che chiamarla così è un’enfatizzazione iperbolica, sarà grande come l’aia del Mulino Bianco. Ma almeno ora possiamo dire di esserci stati (a Hollywood. Dopo La California, vicino a Cecina, ci voleva anche questa…).
Siamo nel cuore delle delle Wicklow e, sebbene non ci sia Cesaro a chiedere di fermarci per una foto ad ogni pisciata di cane, ci concediamo una sosta lungo la strada, dove il panorama è veramente superlativo.
Arriviamo a Glendalough, un paesino piccino piccino, ma turistico fino all’osso! Comunque è molto carino, peccato che l’attrattiva principale del posto sia il cimitero! Tra l’altro è un posto meraviglioso dove essere seppelliti, non fosse per il fatto che gli insulsi turisti (in particolare i pingui tedeschi) se ne vanno in giro allegramente calpestando tumuli a destra e a manca.
È molto bello l’accostamento tra i turisti, quasi tutti di mezz’età, vestiti bene, impeccabili e freschi, e il nostro gruppo di barboni stanchi e scostumati.
In paese c’è un ostello, e siccome il posto ci piace, andiamo a vedere com’è così ci possiamo fermare qui. Entriamo in una hall imperiale e subito capiamo che siamo un po’ fuori posto. Dopo aver sentito il prezzo (dodici sterline, colazione esclusa) scappiamo dal palazzo come Cenerentola a Mezzanotte inseguita da Jack lo stupratore.
Alla perenne ricerca di un pub dove poter mangiare, riusciamo a trovare solo una cabina telefonica, dalla quale telefoniamo a qualche ostello, visto che non abbiamo la minima intenzione di metterci a riparare la tenda.
Finalmente, dopo aver girato i paeselli della zona, finiamo in un pub, e tutti noi ci spacchiamo il fegato a suon di hamburger e patatine, tranne Kuda e Pit che si accaparrano la “zuppa del giorno”, nel più puro stile anglosassone. Ovviamente il tutto è annaffiato da una corpulenta Guinness.
Lungo la strada per l’ostello, quando siamo in viaggio già da un quarto d’ora, Ceppi si ricorda di avere dimenticato il maglione al pub. Dobbiamo tornare indietro.
L’ostello si trova ad Arklow, un paesino abbastanza insignificante, ma tranquillo. Posteggiamo il Rocco e andiamo davanti al portone dell’ostello dove troneggia la scritta: “torno alle 18.15”. Noi siamo un po’ colpiti da ‘sto fatto e pisciamo tutt’intorno nel giardino davanti alla casa. In particolare Pj piscerà contro una siepe puntuta, per cui il Baldo ha la bella idea di spingerlo nel mezzo degli aculei vegetali con un calcio nelle terga. Per tutta risposta il Pit se la prenderà con Sala.
Vabbè, visto che manca un’ora e mezza andiamo a farci un giro per il paesello. Il posto si rivela ricco di pub, che espongono anche i menu della colazione. Il Baldo e il Kuda si esaltano e decidono di provare, la mattina dopo, il famoso e caloricissimo “Irish Breakfast”. Nessuno si unirà a loro perché dovrebbero alzarsi troppo presto. Che fiacchi pelandroni.
Alla fine troviamo un pub che ci piace, dove brindiamo con una delle ultime Guinness del viaggio. Il posto è bello, peccato che la musica sia una vera vergogna, robaccia dance per i neoburrosi sbarbati, che non capiscono la bellezza della loro musica tradizionale.
Torniamo all’ostello e scopriamo che i “gestori” del posto sono una ragazza e un tipo, che sembrano dei normalissimi ospiti. L’arcano verrà svelato domani mattina. Comunque sia, i due ragazzi ci dicono che uno di noi deve dormire in stanza con dei Francesi perché non c’è una stanza con cinque posti liberi (il Kuda decide di dormire in furgone per pagarsi la colazione di domattina). Raccapriccio! Francesi! Risolviamo la questione con la morra cinese, e il prescelto dal destino beffardo è il Baldo (ironia della sorte, è stato scelto proprio il più francofobo del gruppo).
Giampaolo decide di far capire a tutti gli abitanti dell’ostello chi siamo veramente: sale al piano di sopra, caga un mastodonte e intasa il cesso. Poi esce, compiaciuto e gonfio d’alterigia. Il Baldo entra dopo di lui per pisciare, e trova uno stock industriale di carta igienica ingolfata nel buco della navicella di ceramica. Il pizzo esce e chiede a Ceppi: “Ma hai intasato il cesso?”. Con voce incolpevole e gli occhi indifferenti Ceppi risponderà con un epigrafico: “Si”.
Il povero solitario Baldo va a sistemare la sua roba nella stanza dei transalpini, e fa due chiacchiere con uno di loro, mentre un altro stava dormendo (alle sette di sera. Bah!). La cosa particolare è che questi si sono accomodati come se dovessero starci dei mesi qui, hanno addobbato la stanza in maniera perfettamente incasinata e funzionale. Questa non è gente che deve ripartire tanto presto, pensa il Baldo con un’arguzia degna di Sherlock Holmes. Dopodiché il pizzo va a trovare gli altri al piano di sopra e apre di scatto la porta della loro stanza.
Il volto dei ragazzi si contorce in una smorfia di paura, sconcerto e vergogna, perché i cinque pirloni stavano curiosando amabilmente sul quaderno della ragazza che dormiva nella loro stanza, e avevano paura di essere stati cuccati in flagrante.
Visto che abbiamo pagato per cinque e c’è un cartello grosso come una casa che intima a chi non ha pagato di lasciare l’ostello, ci alterniamo tra la cucina, la sala, dove stiamo giocando al due, e il giardino fuori, in un turbine di corpi e di figure che lascerà il dubbio ai gestori sulla reale composizione del nostro gruppo. Facevamo in modo di non trovarci mai in numero superiore a tre per volta.
Andiamo a cucinare, e ci mettiamo almeno un’ora buona per capire come funzionano i fornelli. Poi ci mettiamo a mangiare le nostre porcherie quand’è tardissimo e nell’ostello non è rimasto ormai più nessuno.
Dopo cena ci sono momenti di ilarità pazzeschi soprattutto per il fatto che ad ogni risata Pj si piega in due dal dolore a causa dell’influenza che gli devasta il corpo. Questo fatto però ci fa ancora più ridere, di conseguenza lui ride di più e soffre di più, e via dicendo, buttando il malcapitato in un circolo vizioso mortale. Si salverà lanciandosi letteralmente fuori nel cortile.
Da notare che Pj prende gli antibiotici datigli da Stefano senza la minima regolarità, ovvero alla “ma checcefrega ma checcemporta”. Inoltre dopo uno o due giorni di “cura”, le medicine finiranno e il Pit interromperà la cura a metà, ipotecando una patologia permanente.
Decidiamo di tornare al pub di oggi. Ma prima partitone al due. Al pub niente di particolare da segnalare, a parte una cameriera incazzata come un’idra che odia il suo lavoro e probabilmente la vita in generale. Poverina.
Tentiamo di mettere un po’ di musica decente al Jukebox, ma non hanno neanche Wild Rover, che scarsi.
E’ l’ultima serata che passiamo in Irlanda, e un po’ di nostalgia accompagna i nostri discorsi da veterani di queste lande verdi.
Tornando, il Baldo e il Kuda si mettono d’accordo per la mattina seguente. Si troveranno davanti al Rocco (dove il Kuda passa la notte) alle 8.30, per poi andare a fare colazione.
Prima di tuffarci a pesce tra le braccia di Morfeo continuiamo il nostro pokerino. La partita è serissima. Soliti Baldo, Kuda e Ceppi in attivo, mentre Sala sta perdendo di brutto. Poi il gruppo si divide: Kuda in furgone, Pj, Ceppi, Sala e Giulio al piano di sopra e il Baldo nella stanza dei Francesi, che sono già tutti addormentati.
Da notare che per non parcheggiare il Rocco fuori dal cortile dell’ostello, passiamo sopra al suo giardino con tutte e quattro le ruote per fare manovra, lasciando dei solchi colossali nel delizioso praticello!

23/8/2001 – Giovedì – Di nuovo sul “Normandy”

Il Baldo si sveglia alle prime luci dell’alba, e poi si lava facendo più rumore possibile per cercare di rovinare il sonno dei transalpini. Quindi esce, in perfetto orario. Infatti il Kuda è seduto nel Rocco, e dopo aver sistemato il minuscolo bagaglio del Baldo nel furgone i due vanno in cerca di un pub che li satolli per benino.
Nel frattempo gli altri quattro dormono della grossa.
I due scoprono che tutti i pub sono chiusi! È troppo presto, iniziano a preparare la colazione verso le nove e mezza! Ma la fame inizia a mordere le viscere e il loro duodeno mugghia, bercia e sbraita: “gettatemi giù qualcosa o mi suicido con una pera di bile”. Spaventati dall’intimidazione dell’utile organo i due continuano la caccia al pub, e finiscono davanti a una specie di tavola calda piazzata vicino al fiume, dove i cigni ruttano felici. Finalmente si mangia!
I felici ragazzotti si acchiappano i menu e adocchiano subito un “Large Breakfast” per 4,50 sterline. “Questo!” è l’unanime commento dei due, che ignorano gli altri “Medium”, “Small”, e compagnia bella… Mentre aspettano la colazione in mezzo all’odorino invitante, continuano ad entrare nella trattoria degli omoni enormi (tutti ruvidi lavoratori, a giudicare dalla corporatura), che si siedono e ordinano “large breakfast”…
Barba e pizzo si vedono recapitare un piatto grande da pizza strapieno di cibo: French toasts, uovo strapazzato, salsiccie a volontà, black pudding, pane e burro, bacon Irlandese e tazzoni di caffè… se invece del caffè ci fosse stata la Guinness avremmo confuso il copioso pasto per una cena abbondante.
I due sono ubriachi di cibo, e il loro duodeno si scusa e supplica “basta! Sono tre settimane che fate pasti da pettirosso, non ci sono abituato!”. Il Baldo cede alle richieste della preziosa parte del corpo e molla le ultime due salsicce nel piatto. Dopodiché stramazza con gli occhi all’indietro in pieno trip da cibo. Il Kuda, invece, urge: “ah, non le mangi?” e manda giù il boccone residuo del Baldo. Inumano.
Una volta fuori, decisamente sazi, vanno alla ricerca di una coca-cola che li aiuti a digerire. Ma il Kuda si ferma ogni due per tre a cercare un diario per la sorella; il Baldo sfrutta queste pause per ruttare come un ciclope. Finalmente trovano anche un alimentari, dove si accattano due bottigliette di coca. L’effetto della bibita è devastante ed efficace: sega, corrode, disintegra, sminuzza e polverizza il sodo bolo alimentare come fosse stato una leggera mousse allo yogurt con solo il due per cento di grassi. I rutti derivanti però, fanno registrare un’onda d’urto notevole.
Giunti all’ostello i due satolli e ben pasciuti amici vanno a svegliare gli altri quattro.
La stanza è permeata da una puzza brutale ma questo non ci scompone più. Al racconto della Luculliana colazione Pj si fa venire l’acquolina in bocca dicendo: “volevo venire anch’io!” Poi, a turno, i neosvegli vanno a farsi la doccia.
Durante la colazione a base di tè e biscottacci secchi per Pj, Ceppi, Giulio e Sala, il Baldo si fa una bella chiacchierata con la “gestrice” dell’ostello. Viene fuori che lei è sia un ospite (come avevamo inteso noi) che il capo supremo: il vero proprietario se n’è andato in vacanza e lei è rimasta con un altro tizio a gestire il posto. La tipa è finlandese, e dice che starà in giro così per qualche mese, lavorando negli ostelli… si chiacchiera del più e del meno per una mezz’oretta, ma per fortuna non chiede nulla del cesso intasato.
Prima di partire vediamo un tizio, armato di sturalavandini, dirigersi con aria battagliera verso la toilette incriminata.
Salutiamo Arklow e ci appropinquiamo a Rosslare, dove ci aspetta il caro vecchio “Normandy”, in tutta la sua maestosità.
Passate due settimane ripercorriamo la stessa strada dell’andata, chiudendo il cerchio. Il paesaggio è sempre lo stesso, ma vediamo tutto sotto occhi diversi: ormai abbiamo lo spirito dell’Irlanda.
Siccome è ancora presto per l’imbarco andiamo a pranzare al bar del porto, dove Pj tenta di consumare tutti i soldi rimastigli (gli avanzano solo tre sterline ma non dispera: c’è ancora una notte sulla nave). Mangiamo molto rilassati come se quel posto fosse casa nostra quindi, con molta calma, andiamo a fare la spesa, per farci i soliti panini a bordo. Nel supermercato troviamo una carbonella per il barbecue che ha la STESSA IDENTICA scatola degli economy burgers. Solo che invece della scritta burger c’è il nome della carbonella. Sconfortante. Dopodiché, allo scomparto sughi e salse, scopriamo che gli Irlandesi fanno il ragù senza la carne. Sconcertati, andiamo alla cassa…
Il Kuda rompe le palle come una carabina semiautomatica puntata contro le mutande, perché deve comprare il diario alla sorella. Ci perdiamo quindi nella campagna circostante alla ricerca di un negozio che venda sta roba. Ovviamente non lo troviamo, ma in compenso perdiamo moltissimo tempo.
Nonostante il tempo gettato nelle stradupole campagnole arriviamo all’attracco del traghetto in orario. Oltretutto siamo praticamente i primi quindi entriamo nel ferry-boat praticamente subito.
Ormai siamo esperti conoscitori della nave per cui per prima cosa andiamo ad accaparrarci il nostro angolo di ponte interno, dove sistemiamo tutte le nostre carabattole; poi andiamo a salutare la macchia di gelato alla vaniglia che si staglia sulla moquette come un monito alle generazioni future.
Il gruppo si divide, e ognuno si fa i fattacci suoi. Il Baldo va a prua, che è ancora vuota, a godersi il mare prima che il ponte si riempia di gente e a redigere il diario; il Kuda, Giulio, Pj, Ceppi e Sala vanno al bar e si gustano il clown di bordo che si guadagna la pagnotta intrattenendo una ventina di piccoli mostriciattoli dai sei ai dodici anni abbandonati dai genitori. Fenomenale il tipo che, dopo aver messo su una canzone per far ballare i figli di nessuno, li molla in mezzo alla pista per andare a fumarsi una sigaretta.
Dopo aver passato un po’ di tempo sul ponte (questa volta non fa assolutamente freddo e c’è poco vento, si sta benissimo. In compenso la nebbia è fitta), e dopo aver fumato il sigaro propiziatorio, rientriamo nella calda pancia della nave.
Ci accaparriamo immediatamente un tavolo al pub “Molly Malone” (come la canzone!), per evitare di rimanere fregati come all’andata. Qui ci mangiamo i nostri bei paninazzi sbriciolando l’impossibile: la moquette sotto di noi sembrava il pavimento di una segheria. Dopodiché scatta l’ultima session di briscola chiamata, che incorona Giulio vincitore del “three weeks long match”.
Ovviamente finiamo le nostre ultime sterline ordinando Guinness e Kilkenny a volontà, il che influisce negativamente sulla partita al due.
Girando per la sala incontriamo, ad un altro tavolo, i quattro italiani di Letterfrack (che si sono portati appresso la pasta fredda. Hanno un po’ di soggezione a mangiarla ma appena vedono che tutti fanno così iniziano ad abbuffarsi), coi quali passiamo una buona mezz’oretta a chiacchierare.
Dopo aver salutato gli amici torniamo al nostro tavolino. Sta per cominciare lo spettacolo più triste e degradante mai apparso sulla faccia della terra! Un uomo basso e grassoccio inscena uno spettacolo di pseudo-ipnosi, con cinque poveri pirla che si prestano alla pagliacciata. I nostri sguardi passavano dall’incredulo (“non è possibile che si prestino a questa idiozia!”) all’indignato con una velocità impressionante.
Dopo l’obeso buffone arrivano in scena dei musicisti che purtroppo non suonano Wild Rover, neanche dopo che Pj gli urla il titolo e loro fanno la faccia di quelli che non hanno sentito.
A fine serata ci spostiamo in una saletta appartata sopra al palcoscenico, separata dal resto da porte a vetro. Qui l’atmosfera è l’ideale per il poker! Tavolini tondi, luce bassa sopra ai tavoli, silenzio… ci spariamo anche l’ultima session di poker! A fine serata facciamo i conti: tutti in attivo tranne Sala! (che, per dovere di cronaca, a tutt’oggi non ha ancora mollato una lira. Che pezzente)
Torniamo al nostro angolo di ponte, dove ci svacchiamo per l’ultima volta. Domani ci aspetta una tirata di un migliaio di chilometri da Roscoff (in Bretagna, dalle parti di Brest) a Milano…
Il Kuda abbandona il gruppo per fare un giretto sul ponte. Dall’alto del traghetto intravede la costa inglese e giura di aver visto le auto che passavano: probabilmente ha aumentato la dose giornaliera di Lsd, e infatti non gli crederà nessuno.

24/8/2001 – Venerdì – Mille chilometri “On the road”

Il risveglio è come al solito pacifico e in mezzo alla gente che ci cammina di fianco. Dopo aver “smontato il campo” ci dirigiamo al bar, per spendere le ultimerrime sterline in un paio di croissant.
Andiamo al “Molly Malone” ma è chiuso. Niente birra… dopotutto sono anche le nove del mattino. Addio Guinness… addio! Ci mancherai molto.
Vediamo il videogame di “who wanna be a millionaire”, ovvero il “chi vuol essere miliardario” anglosassone… Pj visto che non sa più come spendere questi dannati soldi si fa convincere dagli altri a sponsorizzare la partita con frasi del tipo: “dai che siamo delle bestie, questo gioco lo sbanchiamo” e decide di mollare la sterlina. Incredibile.
Veniamo stampati alla prima botta da una maligna domanda su come si chiama la moglie di Tony Blair. Più umiliante è però vedere una coppia di mocciosi che arriva quasi in fondo, surclassandoci.
Finalmente attracchiamo a Roscoff, per cui riguadagniamo il Rocco e usciamo dal traghettone. Addio anche te “Normandy”… ci mancherai molto pure tu!
Ora il problema principale è quello di trovare uno specchietto destro per il povero furgone, mutilato dalla guida esuberante del Piccolo. Guardiamo sul libro di assistenza Renault (ebbene si, il Rocco altro non è che un Renault Master) e, siccome siamo in Francia, troviamo diecimila concessionarie e punti vendita Renault da tentare. C’e n’è uno anche qui a Roscoff, andiamo a vedere ma è chiuso.
Tentiamo in altri posti, a St.Pol, a Morlaix, a St.Brieuc, ma niente da fare… decidiamo quindi di fermarci a Rennes, dove ne sono segnalati tre, di cui uno bello grande.
Appena entrati nella città incontriamo un tipo con la macchina in panne al quale chiediamo istruzioni sull’ubicazione del concessionario. Gentilissimo, si fa in quattro per farci capire e ci dà tutte le indicazioni necessarie. Finalmente un Francese simpatico!
Arriviamo (dopo molte peripezie) ad un primo concessionario, dove i gestori sono degli stronzi colossali, che non vogliono parlare nemmeno una parola d’inglese.
Alla fine finiamo in un ulteriore concessionario: un enorme, gigantesco deposito di furgoni, questo ce l’avrà di sicuro! Ma è chiuso. Proviamo a fregarci lo specchietto da un Master parcheggiato lì ma non ci riusciamo.
Andiamo alla ricerca dell’ultimo concessionario, e per raggiungerlo dobbiamo chiedere la strada a chiunque ci capiti a tiro. Sorte benevola, troviamo il concessionario, e li vicino c’è anche un Quick (una catena di fast-food locale).
Dopo aver chiesto a un po’ di incaricati, riusciamo a trovare il pezzo di ricambio! Un ululato di gioia, tripudio e soddisfazione sottolinea la buona riuscita della missione. Tra l’altro abbiamo avuto fortuna, visto che in magazzino gliene erano rimasti solo due!
Per festeggiare il compito portato a termine andiamo a mangiare al Quick, tanto sono solo le quattro del pomeriggio. Al bancone c’è un ragazzetto coi brufoli anche sugli occhi, un nero gigantesco è dietro a preparare i panini (poveretto, sarà un metro e novanta per cento chili ed è costretto a portare un grembiulino da massaia e un cappellino da deficiente), e c’è anche un tizio in camicia e cravatta (che dev’essere il capo. Una mezza sega) che dà gli ordini agli altri due attraverso un microfono-cuffia, nonostante possa parlare benissimo ai suoi colleghi, visto che ce li ha a un metro di distanza. Un buffone.
Noi ordiniamo la nostra roba, il ragazzetto non capisce nulla ed è in evidente stato confusionale. Come se non bastasse arriva anche il “capo” a fare ancora più casino. A un certo punto il tipo giovane prova a parlare inglese, ma l’uomo in cravatta glielo impedisce. Scusate ma i Francesi ci fanno veramente incazzare… se li possa portar via la peste tutti quanti. A parte Laetitia Casta, che fa bella mostra di sé sul cruscotto del Rocco… è il nostro santino portafortuna!
Dopo mangiato studiamo accuratamente la cartina e prendiamo la decisione definitiva: una corsa non stop fino a casa. Ci alterneremo tutti alla guida tranne Giulio, che si è beccato il febbrone che aleggia sulla nostra compagnia come la “nuvoletta dell’impiegato” di Fantozzi. È completamente in botta.
Arriviamo quasi fino a Parigi (sulla strada riusciamo anche a scorgere in lontananza la cattedrale di Chartres, grande quanto un paramecio), poi l’autostrada si tuffa a Sud verso Digione-Lione.
Alla prima stazione di sosta ci fermiamo, visto che ormai il sole sta tramontando. Lasciamo il furgone nel parcheggio occupando quattro posti (invece di parcheggiare a spina di pesce l’abbiamo messo giù in orizzontale. Ma checcifrega), con dentro Giulio morto a fare la guardia.
Ceniamo a base di panini, e ci mettiamo a degustarli fuori alla luce del crepuscolo. Pj e Kuda invece preferiscono prendersi un piatto al self service. Questa è la procedura: ti prendi un piatto e paghi un prezzo fisso, poi ci metti dentro quello che vuoi scegliendo dal ricco buffet. I due non si vergognano minimamente di andare alla cassa con un piatto alto sei piani strapieno di cibo e pagarlo due soldi. Passi il Kuda, che è uno scrofo, ma Pj lo fa solo per puro spirito di scrocco, infatti mangerà solo la metà di quello che ha nel piatto (e ma cacchio, dopo il sesto uovo sodo ero proprio pieno, e poi avevo voglia di gelato ndPj).
Tra tutto questo ben di Dio, il Giulio è costretto da un forte dolore alle gengive e alla gola a mangiarsi una miserrima macedonia.
Dopo aver mangiato e bevuto giochiamo a calcio nel parcheggio, in mezzo ai tir.
Avvicendandoci alla guida e al sonno, arriviamo a Digione verso l’una di notte. La pausa è comune, andiamo tutti a goderci questo gigantesco autogrill, anche perché abbiamo una fame devastante. Dopo aver constatato che tutti i negozi sono chiusi, compresi i ristoranti, torniamo indietro con le pive nel sacco, finché non vediamo un self-service che riaccende le nostre speranze. Il Baldo, in particolare, ha una fame tale che sta sbavando come un San Bernardo, per cui decide di farsi una bella bistecca di maiale con le patatine scroccando gli ultimi soldi di Pj (continuiamo a non credere ai nostri occhi… e pensare che l’aforisma del Pit è sempre stato “mai tagliare il salame: poi te lo fottono” e altre taccagnate simili).
Giulio è praticamente un cadavere.
Ritorniamo sul nostro bel furgone, pronti a ripartire. Il Kuda arriva con in mano una coppa bianca, degustandosela tranquillamente. Poi si riparte.
Nuova sosta-autogrill nei pressi di Lione, dove facciamo benzina e laviamo il parabrezza del Rocco, dove sembra si sia combattuta la guerra totale dei moscerini, la madre di tutte le loro battaglie. Nel frattempo il Baldo va a farsi un giretto per svegliarsi e, mentre si sta fumando una sigaretta, conosce due tizi franco-portoghesi che gli chiedono l’accendino, con cui fa due chiacchiere senza capire nulla, visto che tra le quattro lingue complessivamente parlate dai tre interlocutori (portoghese, francese, italiano e inglese) non ce n’era una comune. Una delle poche cose colte dalla conversazione è che questi due stanno andando a Ginevra in vacanza.
Nel frattempo Pj e Ceppi si fanno dare tutte le monetine del gruppo, e con un malloppone indicibile in tasca versano tanta benzina per raggiungere esattamente la cifra necessaria a lasciare in Francia tutto il gruzzolo. Giunti al pagamento, quando il benzinaio assonnato vede quell’ammasso di spiccioli insignificante, incazzato nero glieli restituisce! Tornando al furgone Ceppi propone di fare ancora benzina con quegli spicci. La proposta è allettante ma poi quello ci chiaverebbe tutti di mazzate. Saliamo in quota fino all’entata del tunnel dove il Kuda dà il cambio a un Pj ormai assonnato.
Bruciamo gli ultimi chilometri che ci separano dal belpaese e, dopo aver superato il Frejus, ennesimo avvicendamento al volante (stavolta è il turno del Baldo che, per la cronaca, non ha mai guidato all’estero perché ha perso la patente nell’Adda un mese prima di partire, ed è stato costretto ad andare in giro col foglio sostitutivo, che non vale all’estero) ed ennesimo autogrill. Chiuso. Mannaggia, un caffè ci voleva proprio.
Ormai sta albeggiando, e stiamo percorrendo queste strade così familiari… nel furgone c’è un’atmosfera da coma collettivo che rende tutto ancora più piacevole. A parte il povero Giulio, che sta per lasciarci la buccia.
Ormai siamo quasi arrivati, ed entriamo a fare colazione in un autogrill alle porte della tangenziale Nord. Questo caffè ci dà le energie per affrontare l’ultima parte del viaggio. Qui dentro nessuno controlla gli scontrini quindi, affamati, ci abbuffiamo di cappuccini e brioche confondendoci tra i vecchiacci che tornavano da Lourdes: che malefici che siamo.
Una volta fuori facciamo l’ultima foto, stavolta di fronte al Rocco (che è completamente ricoperto di una sottile patina di sangue purulento: i cadaveri dei miliardi di moscerini che stanotte sono passati a miglior vita a causa dell’impatto col possente Rocco). I nostri volti rispecchiano la confortevole nottata, siamo distrutti!
Dopo esserci mangiati in un sol boccone i chilometri finali, giungiamo alfine alle nostre confortevoli dimore…
…e quindi uscimmo a riveder le stelle…

Note integrative:

Torniamo a casa a bordo del Roccone, uno alla volta, e l’ultimo è il Kuda che quindi se lo porta a casa (dove farà, stavolta sul serio, l’ultimissima foto al Rocco!). Il pomeriggio seguente sarà speso dormendo della grossa. Il giorno dopo ci troveremo di nuovo tutti a dare l’ultima lavata al Rocco (Lunedì lo dobbiamo consegnare, e qui ci sono certi bitorzoli di mosche e mosconi da far paura), e c’è anche l’Epeo! È felice come una pasqua, era da un po’ che non lo vedevamo così in forma, e senza rughe! Il mattino dopo il Rocco viene riconsegnato da Cesaro e dal Pit al proprietario dell’Autonoleggio Rocchi (ecco svelato l’arcano sul nome del furgone), che si dimostrerà essere il solito mitico noncurante: “abbiamo preso una botta qui…” riferendoci al colpo inflitto dall’Epeo al Rocco (a Cashel, nel lontano Connemara!). “Massì ‘na cazzata, ‘na cazzata…”
Qualche giorno dopo ci ritroveremo tutti a casa del Kuda a mangiare, insieme anche con Stefano e la Silvia, a rievocare le nostre imprese e guardare le foto… infine il Baldo verrà stampato in Diritto Pubblico, il Kuda passerà l’esame su McDonald’s (ditemi voi), Ceppi e Pj si taglieranno la barba, Giulio scoprirà di aver contratto una malattia alla bocca che per più di una settimana lo costringerà a mangiare solo latte e pastina (con sommo beneficio del suo pingue girovita) e Merel ci scriverà per sapere se abbiamo trovato nel furgone la sua felpa. Il resto è storia…

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