Arte e storia tra Aswan e File

di Massimo Romandini –
Aswan, in Alto Egitto, non lontana dal confine sudanese, così antica, così orientale, ha anche in sé evidenti tracce occidentali, soprattutto negli ottimi alberghi e ristoranti aperti tutto l’anno. Sull’isola Elefantina, visibilissimo da lontano e raggiungibile con un traghetto, c’è un hotel rinomato con una altrettanto bella piscina. Nel cuore della città spiccano due alberghi che qui sono quasi una tappa obbligata per chi arriva dal Cairo. Uno di essi in particolare, già edificato nel secolo scorso per gli europei che vivevano da queste parti con usi così diversi da quelli occidentali, ha un fascino tutto suo, è tutto in legno, è un tuffo nel passato coloniale dell’Egitto Di sera, anzi di notte, vi si esibiscono suonatori e ballerine locali e, insieme al vento Viaggio in Alto Egittocaldissimo che soffia dViaggio ad Aswana sud, giungono note melodie e ritmi vertiginosi di danza che sono propri del mondo orientale.

Osservando il placido andare delle feluche sul Nilo, si ha l’idea di come Aswan sia ancora dipendente, e non poco, dalle sue antichità. Queste feluche, che vanno e vengono spesso per il piacere dei turisti o per trasportarli all’isola Elefantina o al Mausoleo dell’Aga Khan o all’isola di File (meglio, di Agilkia), sono sulle acque tranquille del Nilo ottime e poetiche immagini per l’immaginaria mano di un pittore sentimentale. Dallo stesso Lungonilo si vedono avanzare con le vele bianche triangolari, guidate con sicurezza dai loro raìs che muovono il timone con aria quasi di sufficienza. Sull’altra sponda del Nilo, fa già contrasto il giallo ocra che qui domina, interrotto (come sempre sul Nilo) da ampi tratti di un verde invitante che si affaccia fin sull’acqua, punteggiato qua e là di bianchi ibis. Qui, oggi come tre-quattromila anni fa, l’ibis è l’uccello «amico dei contadini
L’isola Elefantina offre una vista singolare con i suoi tre villaggi antichi di traghettatori di feluche, un mestiere che si perde nella notte dei tempi; mostra importanti resti archeologici, dall’antica città di Abu al chiosco di Amenofi III. Sempre in feluca si possono visitare le tombe dei Gharbi, cioè le tombe dei governatori dell’Antico Regno, non sempre purtroppo ben conservate, ma ricche di testi biografici di importanza storica, come del resto avviene anche nella non lontana isola di Sehel che vanta la «stele della carestia», la cui notorietà è dovuta al fatto che grazie ad essa è stato possibile agli egittologi attribuire la famosa piramide a gradoni di Saqqara al faraone Zoser.

Uno dei motivi per cui Aswan godeva di ampia fama in epoca antica era la presenza di una grande cava di granito dove oggi è possibile visitare l’obelisco incompiuto della regina Hatshepsut (la stessa che fece erigere lo splendido tempio di Deir el.Bahari a Tebe), di ben 40 metri di lunghezza e 1000 tonnellate di peso: un vero colosso che sarebbe stato il più grande obelisco dell’intero Egitto, se una faglia non avesse imposto la sospensione dei lavori. In questa cava a cielo aperto i faraoni ordinavano probabilmente una parte dei massi per le loro costruzioni, qui avevano origine le stele che tuttora punteggiano l’Egitto.
Anche a File il nuovo ed il vecchio, in fondo, si alternano senza ferirsi. Qui, una società italiana ha compiuto il miracolo di un recupero che pareva impossibile, da quando agli inizi del secolo (era il 1902) la vecchia diga di Aswan, costruita dagli inglesi, aveva determinato la periodica parziale sommersione dei vari edifici di età tolemaica e romana. Nel 1980 i lavori di recupero furono ufficialmente conclusi ed un altro capolavoro, dopo Abu Simbel, poté essere restituito alla storia dell’arte mondiale. A testimoniare i pericoli corsi restano i segni che l’acqua del Nilo ha prodotto sulle colonne dei templi di File, ora tornati quelli di un tempo nell’isola di Agilkia, che addirittura ha visto una trasformazione della sua flora perché somigliasse il più possibile all’isola di File. Quest’ultima è là al suo posto e, vista dalla vecchia diga, assume aspetti quasi lunari. A testimonianza del grandioso recupero, vi sono i numeri che parlano di 10 000 tonnellate di limo asportato e della suddivisione dei templi in 45.000 blocchi con un peso totale di 28.000 tonnellate.

Quando si lascia l’isola di Agilkia in feluca, si ha modo di ammirare nell’azzurro del Nilo il chiosco dell’imperatore Traiano, mai ultimato, ma bello nella sua caratteristica struttura. Qui forse veniva conservata la barca sacra usata dai sacerdoti dell’isola per la processione che ricordava il mito di Iside ed Osiride, quest’ultimo ucciso e fatto a pezzi dal cattivo fratello Seth, ma risuscitato per amore della sua Iside. La rinascita coincideva con l’inondazione del Nilo ed era pertanto collegata col «miracolo» dell’acqua che portava il fertile limo.
Col Convento di S. Simeone (Der Amba Sam’àn), del VI secolo d.C., non si può dire che l’Egitto antico tramonti del tutto, perché il monachesimo egiziano costituisce nel suo insieme (il paese è ricco di questi monasteri) un elemento storico.archeologico di grande valore. Il Convento di S. Simeone fu probabilmente abbandonato verso il XII secolo, ma a lungo era stato un centro di cristianità nel deserto, una sorta di castello fortificato a cui non sempre le opere murarie, ancora oggi abbastanza ben conservate, avevano consentito di difendersi con successo. Il Saladino lo aveva attaccato e rovinato nel 1172, ma a dispetto di tante offese oggi presenta ancora begli affreschi e le celle dei monaci in ottimo stato.
Chi raggiunge il Convento di S. Simeone, anche a piedi in un clima tipicamente desertico, passa prima dal Mausoleo dell’Aga Khan, posto su di una sommità assolata della riva occidentale del Nilo. Lo si può raggiungere in feluca in pochi minuti di tragitto. Vi si accede da una lunga scalinata battuta da un sole inclemente, ma la vista che si domina dall’alto compensa della fatica. Un’ampia ansa del Nilo, punteggiata di feluche in ogni direzione, uno scorcio di Aswan, il deserto in lontananza: tutto concorre a creare un insieme invitante di colori. La massiccia costruzione si apre sul davanti in una grande porta che consente l’ingresso, senza possibilità di fotografare, nell’ampia sala dove è possibile girare attorno alla tomba dell’Aga Khan, il capo degli Ismailiti, su cui una rosa rossa viene deposta ogni mattina. In questa tomba.monumento i marmi hanno il sopravvento con giochi molto efficaci, ma è tutto l’insieme che colpisce: il silenzio dominante è interrotto solo all’inizio della lunga scalinata da alcuni venditori di souvenir ed acqua minerale.

Certo, Aswan e dintorni sono oggi noti ovunque anche per la costruzione di quella Grande Diga che ha determinato la ripresa dell’economia egiziana. Da tempo l’antica diga, inaugurata nel 1902 e più volte rialzata, si rivelava insufficiente; oggi sta ancora lì come una nave abbandonata nelle sue acque, a testimonianza del passato. La nuova diga, o High Dam, posta a sud di Aswan (a dieci minuti d’auto), si staglia colossale ad attestare a Viaggiare in Egittosua volta non solo il progresso che avanza da queste parti, ma anche l’ambiziosità di alcuni progetti e gli inevitabili inconvenienti di una trasformazione repentina, e forse eccessiva, del territorio.



Ad Aswan tutte le guide turistiche raccontano in modo colorito la storia della High Dam. All’epoca della costruzione (tra il gennaio 1960 e il gennaio 1971) i giornali si occuparono spesso di quest’opera che definire titanica può sembrare retorico, ma è pura verità. Era stata voluta dal presidente Nasser subito dopo l’abbattimento della monarchia di re Farouk, ma a lungo era rimasta irrealizzata. La soluzione venne infine dalla decisione di Nasser di nazionalizzare il Canale di Suez cui seguì la nazionalizzazione della Misr, la Banca d’Egitto: i proventi avrebbero coperto una buona parte delle ingenti spese. Venne poi l’ accordo di Nasser con i Russi, vennero aiuti consistenti in tecnici e materiali, vennero i tanti sospirati crediti. Ancora oggi, lungo la via che porta alla Grande Diga, è possibile vedere, ben conservate, molte villette riservate ai tecnici russi che dimorarono qui alcuni anni in attesa che la costruzione fosse ultimata. Pare che oggi queste villette vengano usate per ospitare illustri personaggi di passaggio. Un alto fiore di loto in cemento simboleggia, a sua volta, la cooperazione russo.egiziana dell’epoca.

Dieci anni di lavoro intenso, dunque, molti incidenti mortali durante le varie fasi, oltre 30.000 operai nubiani impiegati. La prima fase dell’impresa si concluse nel 1964 con lo sbarramento della valle alla presenza di Nasser e Kruscev; la seconda ed ultima fase consentì la costruzione della diga e della centrale elettrica. Sette anni in tutto. Quando a metà gennaio del 1971 avvenne l’inaugurazione, Nasser non era presente perché morto da pochi mesi. Il suo posto accanto a Podgornj era stato preso dal successore Sadat.

Dinanzi alla diga di Aswan si ha il senso dell’enorme portata socio.economica della realizzazione, ma anche delle non poche conseguenze ecologiche. La diga è un colosso. Un grafico completo di tutte le indicazioni e di molti numeri, posto all’interno di una bacheca illuminata di sera, offre al turista ogni chiarimento. Questo gigante ha richiesto l’uso di ben 43.000.000 di metri cubi di materiale (per fare un confronto, diciassette volte il volume della piramide di Cheope a Giza); il suo spessore alla base è di 980 metri, quello alla sommità di 40; l’altezza è di 110 metri, la lunghezza di 3,6 chilometri. Noi vi passiamo sopra su una bella strada di sei corsie a senso unico.

Dall’alto della Grande Diga si domina un’ampia veduta del lago Nasser. Anche il lago è un colosso prodotto dall’uomo. La sua estensione, ben 500 chilometri quadrati (350 in territorio egiziano, 150 in quello sudanese: come dire la Nubia sommersa), ne fa il terzo lago del mondo. E’ largo mediamente 10 chilometri e raccoglie 160 miliardi di metri cubi d’acqua. Un colosso, davvero, per tante speranze di ripresa economica.
L’Egitto lotta da tempo immemorabile con le sabbie del deserto. A vederlo, questo deserto, appena entrati nello spazio aereo egiziano, si ha la certezza che quanto abbiamo sempre letto sui libri di storia è pura verità: l’Egitto non sarebbe mai stato senza il Nilo. Dove scorre il fiume, la vita esiste. Dall’alto sembra che un immaginario disegnatore dalla geometria perfetta abbia tracciato le linee che delimitano il verde lungo le rive e il giallo del deserto.

La Grande Diga fa sognare ancora progressi in campo agricolo, nuovi vasti terreni per l’agricoltura ed anche una produzione ittica prima insperata, sebbene l’inquinamento del Nilo sia ormai una certezza. Ad Aswan si parla di un aumento del 40 per cento delle terre coltivabili. Grazie alla diga, nei dintorni di Aswan sono sorte molte fattorie prima impensabili, varie migliaia di feddan di territorio incolto risultano ora produttive, le attività agricole sono in ripresa.
Certo, a girare dalle parti di Aswan si ha anche l’impressione, peraltro non solo nostra, che ancora lungo è il cammino da percorrere. Sembra che il deserto con la sua desolazione stia sempre in agguato. I progressi ci sono stati. I raccolti sono migliorati, dalla canna da zucchero (uno zucchero che non teme la bontà di quello estero, al punto che viene esportato e sostituito con quello cubano, più economico, ma inferiore) al cotone, dai più comuni prodotti agricoli al tabacco e altro ancora.

Eppure, come qualcuno aveva temuto, non è tutto oro quel che luce. La diga, col suo poderoso sbarramento, ha cambiato il territorio. Quel limo, che gli antichi Egiziani consideravano la benedizione della loro agricoltura, ora si blocca nel lago per non uscirne più e non raggiungere il delta. E’ un fatto gravissimo che rischia di limitare tanti benefici. Nei dintorni di Aswan, a Kima, ma anche a Talka, Abu Zabal e ad Abukir, molte fabbriche sono al lavoro per produrre fertilizzanti e ridurre al minimo l’importazione che negli ultimi anni Settanta ha registrato la punta record di 3.000.000 di tonnellate. Paradossalmente oggi l’Egitto ha bisogno di fertilizzanti, al contrario di un tempo quando c’era il limo, che in particolare attraverso il Nilo Azzurro etiopico, ma anche attraverso il Nilo Bianco sudanese (trasportano entrambi sostanze organiche e minerali di grande valore per i campi) ora non ha più il passo libero di un tempo.

Tornando ai mutamenti che la Grande Diga e il lago Nasser hanno imposto a questi luoghi, c’è da sottolineare che tutto il territorio è cambiato rispetto al passato. Anche climaticamente. Si pensi che l’evaporazione del lago Nasser risulta di molto superiore a quella prevista. Questa regione, dal clima caldissimo ma secco, comincia a non essere più quella di una volta. Notevole è l’aumento dell’umidità e di tanto in tanto si abbattono qui piogge prima sconosciute. L’evaporazione, che si era supposta attorno ai 6 miliardi di metri cubi all’anno, supera addirittura i 10, con conseguenze che hanno purtroppo per protagonisti sfortunati i contadini della regione, in quanto le piogge violente danneggiano la case costruite con fango seccato.
Ma ci sono anche altri problemi. Trattenuta dalla diga, l’acqua del Nilo non ha più quella forza e quella spinta che un tempo s’imponevano sul Mediterraneo, respingendolo. Oggi è dimostrato che nel delta si fanno sentire sempre più le conseguenze del mare che avanza nell’interno. Anche i terreni coltivabili del delta presentano una percentuale di salinità nettamente superiore a quella di una volta, col risultato di danneggiare il cotone e altre coltivazioni. Gli stessi laghi presentano una salinità inconsueta, molte specie di pesci stanno scomparendo come il persico che si trova scolpito anche in antichi bassorilievi.
E come non ricordare che la costruzione della diga e la nascita del grande lago hanno imposto anche l’esodo forzato di un popolo dalla storia e dalle tradizioni millenarie, quale il nubiano.

Una specie di maledizione ha condannato alla diaspora questo popolo. Già al principio del XX secolo, la costruzione della piccola diga costrinse all’emigrazione alcune decine di migliaia di Nubiani in terre comunque diverse da quelle tradizionalmente abitate. L’esodo coinvolse in particolare quella che, già tempi dei faraoni, era detta la Bassa Nubia (Uauat), in pratica il territorio compreso tra la prima e la seconda cateratta del Nilo, tra Aswan e Wadi Halfa. Negli ultimi decenni la High Dam ha imposto l’esodo a ben 100 000 Nubiani in quanto, sia in territorio egiziano, sia in quello sudanese, ha mandato sott’acqua decine di antichi villaggi. E con i villaggi sono scomparsi anche molti resti di un passato ineguagliabile, Abu Simbel e altri siti più fortunati a parte

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