Aswan, vecchio e nuovo

di Massimo Romandini –
Aswan offre già dall’alto una visione spettacolare: una città incastonata nel deserto e quel po’ di verde che dall’aereo è concesso di ammirare è il verde che la dura fatica quotidiana dei fellahìn egiziani ha strappato ad una terra ingrata. Dal piccolo quadrimotore che ci ospita e dal quale con fatica cerchiamo di guardare in basso, il dominante color gialloocra ha un suo fascino che è tipico dei luoghi desertici per i quali in questi venti anni sono passato. Mi ricorda il deserto dancalo tra Eritrea ed Etiopia e quello saudiano. Scendiamo verso il piccolo, ma civettuolo aeroporto di Aswan e la vista si fa più sicura. L’abitato si intravede nella monotonia dei suoi colori ed è punteggiato di alberi che non solo fanno singolare contrasto con tutto il resto, ma danno un tocco di vita vera a questa terra dal caldo spesso insopportabile, seppure secco. La discesa sulla pista dell’aeroporto significa per noi il passaggio in un’aria soffocante, sotto un sole micidiale. Scopriamo subito dopo che la temperatura all’ombra, in questi ultimi giorni di giugno, è di 48° C.
Dall’aeroporto di Aswan fino all’ingresso della città corrono venti chilometri che, in taxi, si percorrono desiderosi di vedere ancora di più. La via asfaltata fa contrasto con i depositi di sabbia finissima ai lati della via, a dimostrazione che anche qui essa detta legge.

Mentre la via asfaltata impone alcune curve ad esse, si notano i primi agglomerati di case, molte delle quali ricoperte di fango. Hanno comunque una parvenza di abitazioni normali, si addossano le une alle altre, non mancano alberi o orticelli; alcune case hanno la facciata dipinta a vivaci colori con immagini ingenue da quadro naif: sono il segno che chi le abita è stato in pellegrinaggio alla città santa del Profeta nella penisola araba. Queste case così dipinte, coi loro vistosi colori, sono molto frequenti nei dintorni di Aswan e raccontano, in modo suggestivo, tutta la storia del pellegrinaggio.

Aswan si distingue per storia e posizione geografica. E’ l’antica Syene dei Greci. In epoca faraonica a godere dei privilegi di una posizione invidiabile per le ricche provenienze dalla Nubia fu Abu sud, l’isola Elefantina che oggi è possibile visitare in feluca, la caratteristica imbarcazione del Nilo, in tutte le sue bellezze naturali e storiche. Gli antichi governatori di questo nomo dell’Alto Egitto, a due passi dal limite estremo del territorio egiziano, accoglievano in città le carovane provenienti dalla Nubia e tutto ciò che le spedizioni faraoniche verso sud portavano a nord del confine (ebano, avorio, schiavi): la Nubia, terra fiera ed indomita, fu spesso in contrasto con i faraoni. Abu era nota anche per le cave di granito, la materia prima per la costruzione dei massi utilizzati per le piramidi e delle stele che costellano l’Egitto da nord a sud: un vero crocevia di enormi ricchezze.



In questa città dall’aspetto levantino, grande quanto una nostra città di medie dimensioni, le tracce del passato non ti lasciano un istante. Questo passato si scontra spesso con la realtà presente, ma neanche questa è una novità in Africa. Di turisti se ne vedono tanti e di tutte le nazionalità. E’ difficile che un negozietto del mercato locale, il suk, così caratteristico nei suoi contenuti multicolorati, non abbia nei pressi a guardarlo incuriosito un turista di passaggio. I venditori ti si affollano attorno, offrono merce: tovaglie di ottimo cotone locale, galabieh (la veste lavorata delle donne egiziane), cartoline, collane e bracciali.

E’ altrettanto difficile che le decine di carrozzelle numerate, che stazionano soprattutto sul Lungonilo, non trasportino almeno un turista in una corsa frenetica attraverso le vie del mercato o lungo strade più ampie dove si respirano insieme il nuovo ed il vecchio. Non tutti forse sanno che Aswan.Abu fu il centro religioso per eccellenza del culto del dio Khnun dalla testa di ariete, il dio vasaio, creatore degli dei dei re con il loro ka, la forza vitale, destinata a ritornare nel corpo mummificato. Ma ad Aswan.Abu erano anche ubicate, secondo la ricca mitologia egizia, le caverne del dio Hapj, il dio Nilo, il dio generoso che risollevava l’Egitto dalle periodiche carestie e dava col suo limo la possibilità di ripetuti, abbondanti raccolti.

Il Nilo, non solo come entità di fiume, è una presenza costante nell’Egitto di ieri e di oggi. E’ frequente, infatti, imbattersi presso i templi o altrove in nilometri ancora ben conservati. Avevano la funzione di verificare nei periodi di piena l’altezza delle acque del fiume sacro, in modo da determinare le tasse da imporre ai contadini. Molta acqua significava un ricco raccolto. E’ noto che in epoca greco-romana assunse particolare importanza la riva destra del Nilo, di fronte all’isola Elefantina: il centro abitato prese la denominazione di Syene e si trasformò presto in un grande mercato di cui quello attuale è il diretto discendente e in un luogo di raccolta di militari romani, per arginare le periodiche invasioni dei Nubiani, un popolo che fece delle sue scorrerie, spesso fortunate (al punto da imporre per alcuni decenni i «suoi» faraoni all’Egitto), una nota dominante nei rapporti con gli Egiziani
Aswan.Syene fu anche sede, in epoca romana, del culto della dea Iside che aveva il suo centro propulsore nell’isola di File, i cui corredi artistici risultano oggi trasportati, a cura di un’impresa italiana, sull’isola di Agilkia. Un culto forte quello della dea originaria del Delta, sorella e sposa di Osiride, madre di Horus, il dio del cielo con figura di falco: Iside, dai Greci identificata talvolta con Demetra e di cui un bellissimo mammisi nel tempio di File celebra la maternità. Tale culto impose a lungo la sua forza, anche dopo che alcuni divieti romani lo ebbero bandito: è il caso dell’editto di Teodosio, praticamente disatteso qui ai confini con la Nubia, e di quello di Giustiniano, del 537 d.C., che determinò la chiusura definitiva del tempio.

Ma Aswan. Syene non muore con la fine di Roma. Resta un punto di riferimento in questi remoti confini, è centro di transiti commerciali e sede di guarnigioni di difesa. E quando sul finire dell’Ottocento ricomincia la faticosa conquista anglo.egiziana del Sudan da circa vent’anni nelle mani dei Mahdisti, Aswan rinasce a nuova vita, perché si trasforma in crocevia degli eserciti anglo-egiziani che Lord Kitchener lancia contro il Sudan ribelle. Lo stesso Kitchener è l’ideatore e realizzatore del meraviglioso giardino botanico dell’isola di Nabatat dove volle che fossero piantati esemplari maestosi di sicomori, palme reali, palme.dum e di ogni altra pianta che oggi, a distanza di quasi un secolo, fa mostra di sé in un ambiente stupendo. C’è chi, tra gli stessi Egiziani, si lamenta che il luogo sia diventato un centro prediletto dei venditori di souvenir, di collane di ambra e di oggetti di alabastro, ma è il dazio che si deve pagare a un turismo sempre in ascesa e naturalmente ben visto ed incrementato dalle autorità.

Chi scende in questo angolo così visitato dell’Egitto odierno, non può fare a meno di ammirare, oltre alle bellezze naturali e a quelle archeologiche, anche ciò che la modernità ha portato a questo territorio in cui il forte caldo, in tutti i periodi dell’anno, impone quasi che si viva dopo il tramonto del sole, quando i negozi si popolano, il viavai aumenta d’incanto, tutti escono allo scoperto, i turisti riacquistano la forza di muoversi tra i vicoli del suk dove le frenetiche contrattazioni impongono soste di ore. Aswan vive di notte, come abbiamo sperimentato di persona. Fino alle quattro del mattino c’è movimento. I piccoli bar, dove si gusta il rosso karkadé (quello di Aswan è il più rinomato di tutto l’Egitto) e si fuma negli artistici narghilé , restano animatissimi. E mentre te ne vai a spasso nel caldo sopportabile della notte, ti raggiunge l’eco di una musica orientale e ti solletica le narici il profumo invadente delle spezie. Aswan, di notte, non si può raccontare a parole.

 
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