In viaggio con Belzoni

di Eno Santecchia –

L’Egitto di duecento anni fa era molto diverso da quello attuale, ma oggi come allora è difficile resistere al fascino magnetico che attrae chi osserva la forma perfetta delle piramidi di Giza. Appaiono così lontane nel tempo sì da sembrare costruite da qualche forza sovrannaturale. Un detto locale dice “L’uomo ha paura del tempo, il tempo ha paura delle piramidi”. A quell’epoca, emergeva solo la testa della Sfinge, negli ultimi due secoli essa è stata liberata dalla sabbia per ben tre volte e pochi anni fa ha subito un importante restauro. 

Verso la metà di settembre, in seguito allo scioglimento delle nevi sulle montagne dove nasce il Nilo Azzurro, si verificava l’inondazione annuale (prima stagione dell’anno) che durava quattro mesi; le acque del fiume arrivavano vicino alle piramidi. A seguito della costruzione della diga d’Assuan (ultimata nel 1968), l’enorme bacino artificiale ha sommerso siti archeologici e luoghi storici e la piena del Nilo, fenomeno naturale fondamentale per la vita, non è più osservabile. All’epoca chi voleva risalire il corso del Nilo con un’imbarcazione, ad Assuan si trovava la via sbarrata dalla prima cataratta che era lunga tre miglia.

Giovambattista Belzoni (1778 – 1823), padovano di corporatura gigantesca, girò per circa dieci anni, come uomo di spettacolo, quasi tutti i teatri inglesi, viaggiò in Portogallo, Spagna e Malta ove conobbe un agente egiziano che lo consigliò di recarsi nel suo paese a cercare fortuna. Decise così di proporre una macchina per l’irrigazione al pascià che governava l’Egitto per conto dell’Impero Ottomano.

Con la moglie inglese Sarah e il domestico giunse ad Alessandria il 9 giugno 1815, quando un’epidemia di peste interessava tutta la regione; la quarantena all’occale francese (una specie di fortificazione con guardie armate) fu inevitabile. Quella pestilenza falciò il 10 % degli abitanti del Cairo, città che allora aveva solo 350.000 abitanti (oggi ne ha circa 18 milioni).
Verso la fine del mese l’epidemia cessò e Belzoni si mise in cerca di giuste amicizie e relazioni. Pascià in quel periodo era Mohammed Alì, considerato il padre dell’Egitto moderno, perchè promotore di un’alacre opera di risanamento economico e di importanti riforme. Il governatore sviluppò relazioni commerciali con le potenze europee, creò un apparato industriale moderno e introdusse la manifattura della seta e nuovi metodi di coltivazioni agricole. Si diffuse anche la raffinazione dello zucchero per opera del commerciante e industriale inglese Charles Brine che Belzoni incontrò personalmente.



Belzoni riuscì ad entrare nelle simpatie del pascià che, peraltro, ammirava gli Europei ed ebbe libero accesso nei suoi palazzi. Simpatico l’episodio durante il quale Belzoni mise insieme i componenti di una dinamo e nel provarla fece prendere la scossa elettrica al viceré che fece un balzo dal diwan. Il padovano aveva delle conoscenze d’idraulica, ma non era esperto di storia o archeologia e non aveva seguito studi seri. La macchina idraulica non ebbe successo, anche perchè durante la dimostrazione ci fu un infortunato e i grandi latifondisti temevano che andasse contro i loro interessi. Ciò nonostante, decise di rimanere in Egitto. Conobbe il piemontese Bernardino Drovetti (1776- 1852), console francese in Egitto che divenne presto il suo antagonista nelle ricerche archeologiche. Nel 1824 la collezione di reperti egizi del piemontese fu acquistata dal re Carlo Felice di Savoia al prezzo di 400.000 lire, è stato il nucleo del Museo Egizio di Torino.
Dopo essersi accordato con Henry Salt, console generale d’Inghilterra, Belzoni si dedicò alle ricerche archeologiche. Nonostante le sue modeste conoscenze e i metodi di ricerca e scavo assai rudimentali, riuscì a scoprire in due fasi l’entrata del tempio grande di Abu Simbel, la tomba di Sethi I (il padre di Ramses II) e l’ingresso della piramide di Chefren a Giza, arricchendo notevolmente le collezioni egizie del British Museum di Londra. Nonostante ciò oggi nel British Museum vi sono scarsi riferimenti a Belzoni, assai di meno dei suoi effettivi meriti.
Dopo la riscoperta seguita alla spedizione napoleonica, l’Egitto divenne di moda in Europa. In qualche bel libro illustrato non è difficile vedere qualche vecchia foto con i turisti bivaccare sulla cima delle piramidi. Lo stesso Belzoni si arrampicò su una piramide e, rimastovi per due ore, poté ammirare lo stupendo panorama; oggi ciò non è più consentito.
La piana di Giza, dove oggi vi sono grandi palchi per concerti, spettacoli Son et Lumiere e opere liriche, come l’Aida di Verdi che trova qui il suo scenario ideale, non è sempre stata cosi. Verso la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento era una zona pericolosa tant’e’ che i viaggiatori si munivano di una scorta armata. Il pittore francese Denon e in seguito Belzoni rischiarono qui di essere uccisi da colpi di fucile sparati da fuorilegge. Oggi non vi sono più briganti, l’area è discretamente sorvegliata da poliziotti a dromedario in piccola uniforme bianca, discendenti dai Meharisti, disponibili anche a farsi fotografare. Il barone Dominique Vivant Denon (1747-1825), diplomatico e instancabile disegnatore, partecipò alla spedizione napoleonica e i suoi vivaci bozzetti fornirono prezioso materiale per ricerche e confronti agli scienziati che stilarono la “Description de l’Egypte”.

Purtroppo diversi reperti egizi sono andati distrutti o dispersi: sembra che durante gli scavi a Karnak per alimentare un forno da cucina si utilizzavano addirittura pezzi di bare e ossa delle mummie! Gran parte delle tombe egizie, quando furono scoperte, erano già state saccheggiate dai ladri. Nonostante i tranelli e gli espedienti usati dai faraoni, architetti e sacerdoti, sembra che i predoni riuscissero quasi sempre a trovare gli ingressi, forse grazie a delle spie.

Denon, Belzoni e David Roberts (1796-1864) trovarono parecchi templi e siti completamente coperti dalla sabbia, elemento che aveva preservato i colori dal logorio del tempo. Roberts è stato un geniale disegnatore inglese di monumenti, architetture e vita quotidiana per lo più dell’Egitto e Palestina. Le sue bellissime e indimenticabili tavole ci possono restituire tutti gli splendidi colori degli affreschi egizi, oggi in parte irrimediabilmente sbiaditi.

Gli Europei che vivevano in Egitto erano chiamati “Franchi”, la loro cavalcatura più usata era l’asino.

Ammiro questi personaggi nati nella seconda metà del secolo dei Lumi, uomini dalla tempra eccezionale che, per amore della conoscenza e dell’avventura, hanno superato enormi difficoltà, sofferto anche la fame, rischiato malattie infettive e la cecità “ophthalmia militaris” (costante accompagnatrice della spedizione napoleonica).
Il giornalista romano Marco Zatterin nel suo libro “Il gigante del Nilo” definisce il grande Belzoni: “L’uomo che prese per mano l’Egittologia fanciulla e la fece diventare una scienza che non ha ancora finito di stupire”.

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