Dancalia (il deserto sotto il mare)

di Fausto Toccaceli –
Sono sei anni che è cominciato questo viaggio. Mi è stato detto: “Ti porterò con me…
… E vedrai, niente sarà come descritto, nulla si rivelerà attraverso i segni dimenticati dai viaggiatori, in quanto, nulla è… se non è dentro di te”. Il mito, forma estrema d’identificazione, di avvicinamento a qualsiasi grandezza. Leggenda: il mezzo per percepire la grandezza. Dancalia! Sei tu mito o leggenda?! Ti porterò con me –mi è stato detto-, solo così parte di te s’infrangerà, si sgretolerà in polvere a mescolarsi con colori incomparabili.

Perché ci si arrischia in viaggi al limite del sopportabile umano? Semplice: perché la morte ci trovi vivi.

Strada conosciuta ma non nell’asfalto; si snoda tra un verde tef e un giallo grano, dolcemente, senza sobbalzi. Il passo che poi tracima verso Debre Sina è vivo di cavalli e scimmie gelada. L’altitudine stordisce e rende il tutto ancor più effimero. Le gallerie costruite dagli italiani durante l’occupazione sono state ingrandite e asfaltate: hanno perso l’inciso del “comico” impero. Trascorsa Debre Sina ci fermiamo in una locanda, attratti da un murales – dipinto all’esterno sotto la veranda. Rappresenta l’antico splendore FIAT: un camion con rimorchio che costeggia un dirupo. All’interno l’essenziale. Insieme a un bancone colorato, sta una vetrina con tre bottiglie di analcolici diversi e, l’immancabile televisione dentro un mobile di compensato una volta lucido.

– Quando arriviamo a Sembetè? – – Ecco! Ci siamo -. Il mercato, annunciato, costeggia la strada maestra per poi scendere lungo un fianco che muore nel torrente. Proprio laggiù, tra l’acqua impura che scorre piano, in attesa di cambiar padrone, stanno cammelli e asini, capre bufali e giovenche. Per il resto, “soliti” caldi colori presenti nei grandi mercati africani. Kombolcha compare in un baleno. Ci fermiamo per la notte. L’indomani lasciamo la strada – rotta storica – principale per prenderne un’altra secondaria, sempre tracciata dagli italiani. Si va verso Bati (Questa strada, che costeggia un affluente del fiume Awash, ha motivo poiché apriva un collegamento tra Gibuti e la regione del Wollo; snodo poi per raggiungere il nord –collegamento con Asmara e Addis Abeba a sud). Ponti a una sola arcata, frequenti, intatti. Sopra, terrazze rubate alla montagna impervia, coltivate a mais e sorgo, formano un mosaico incastonato tra rudi pendii, abili, un tempo, a nascondere partigiani e occhi indiscreti. Bati si presenta quando la gola si allarga e le montagne diventano poggi. Bati, il mercato di bestiame più grande di tutta l’Africa orientale. Bati, luogo di confine e incontro tra le culture oromo e afar. Bati… Un tripudio di colori.

Ma quando inizia il viaggio?!

La pista scende subito. Stiamo abbandonando l’Acrocoro per entrare nella terra degli afar. Elì-Whia, una cozzaglia di capanne (burra) divise a metà dalla strada. –Ci fermiamo a mangiare. Abbiamo con noi panini con frittata e patate fritte; le bevande le prenderemo dalla locanda. La piazzetta polverosa che si apre alla taverna è deserta. Un bambino gioca a nascondino con la complicità di un albero: presto è raggiunto da altri ragazzini e poi da tutti quelli presenti nel villaggio. Curiosi, ci scrutano e sghignazzano. Oggi c’è l’attrattiva del turista e neanche si paga il biglietto; è bene non perdere un minuto, un’azione. Ci sistemiamo in veranda: tavolaccio e panche. Al momento del caffè, un fuoristrada adibito a croce rossa –così pare dall’effige marcata sullo sportello – si ferma innanzi a noi, in mezzo lo spiazzo. Ne scendono sei o sette ragazzi armati e assetati; ci ignorano: nessun saluto, nessuna confidenza. Gli ultimi due, in ordine di discesa dal mezzo, masticano kat. Alla cintola, sopra l’ultimo giro della futa a tinte finlandesi, portano il Jile, in spalla l’ Ak-47, meglio conosciuto come Kalashnikov.  Ostentano sicurezza, non li incontri mai nello sguardo; atteggiamento di sfida – Voi mangiate e bevete, noi, che siamo a casa nostra, facciamo quel che ci pare. Nessuno contraddice, nessuno di noi smette di masticare l’ultimo residuo di pane e frittata. I bambini sono lì, sempre più vicini. Non penso abbiano fame, dimostrano solo desiderio di conoscere cosa stiamo mangiando. –Quando abbiamo finito, ciò che rimane glielo diamo – .

Il più piccolo ne assaggia un morso e poi lo getta a terra. –Perché? Non ha fame?! –  -No, non penso sia per questo-  – E allora!!…- – Penso che non conosca e tantomeno gli piaccia il ketchup – – Diavolo di un mondo, l’unica cosa certa per sto bambino era un uovo cotto e noi gli abbiamo distrutto questa convinzione aggiungendo ketchup – .  Paghiamo il dovuto e ci allontaniamo. Davanti l’ultima capanna del villaggio un ragazzo lisciato con siero di capra e burro, luccica al sole come se in testa avesse polvere  d’amianto mista a oro. Ostentando il suo fucile, tenuto parallelo alle spalle, corteggia una ragazza: sembra ci sia intesa… Non sapremo mai come sia andata a finire.

Cinque minuti, ed ecco la richiesta di almeno metà dei vacanzieri, di fare pipì. Polvere, un ponte, pochi arbusti; ci si guarda intorno nella speranza di non essere spiati. Nel mentre sbottono e mi approssimo verso un rado cespuglio, mi passa alla mente la leggenda – o storia!?- che descrive il popolo afar come “incisore collezionista” di testicoli. Non mi scappa più… La farò più avanti. Un bivio. La strada che stiamo percorrendo incontra quella che viene da Awash: bella, nera di un asfalto nuovo e liscio. Finalmente! I sobbalzi e le curve sono solo un ricordo; si scivola su una rotta dritta e agevole costeggiata da campi coltivati a sorgo bianco. La località di Hadar è nei pressi, qualche chilometro all’interno vicino al fiume Awash. Hadar, luogo di ritrovamento da parte della troupe di Donald Johanson, dell’ominide ribattezzato Lucy, passato da quelle parti e mai più mossosi, circa 3,2 milioni di anni fa. Intoniamo in coro –sotto lo sguardo incredulo di Natnael -, Lucy in the sky with diamonds, in memoria della vecchia antenata (Per fortuna, che al momento della scoperta il buon Johanson non stava ascoltando Giovanna d’Arco, di De Andrè). La rotta scende accompagnata da basalto scurissimo; una macchia blu cobalto contrasta e dà vita al paesaggio: è il lago artificiale di Tendahò. Uno sbarramento impedisce al fiume Awash di disperdersi nella piana sottostante. Canna da zucchero, cotone, mais, sono le coltivazioni più frequenti. Dopo 220 chilometri, un culo appiattito chiede venia. Per fortuna Loghia appare nel suo “splendore” di periferia della capitale dancala, Semera. Capanne plastica e camion (è sulla strada per Gibuti), qualche casa costruita in cemento… Agglomerato in espansione –qui incontreremo la terza macchina, con cuoco cibaglie e guida afar. La struttura che ci ospita è costruita a mo di campo militare; basse casupole, poste a ferro di cavallo con grande piazza terrosa al centro, attorniate da giovani alberi di mimosa e giacaranda. La costruzione è nuova, tanto nuova al punto che i fili elettrici sono ancora in bella vista e la scala, che porta nelle stanze al primo piano, senza corrimano. Ci insediamo, non prima di aver sbattuto fuori un indifferente geco aggrappato al muro sopra il comodino. Una giovane coppia di francesi, per niente turbata dal precario assoluto, esce dalla porta di fianco sorridente e si dirige verso il bar.

 Yohanes, il cuoco, e Anfre la guida afar, si presentano sorridenti con un pacco di salatini.   Abbiamo l’occasione di “incidere” la nostra bottiglia di vodka. Rivolgendomi al gioioso cameriere:– Scusa, ci porti otto bicchieri per favore?- Il cameriere, esperto, osserva la bottiglia e… – Vino bianco italiano è! – – Sì certo, e della migliore qualità-. L’indomani si parte per Semera, cinque minuti di macchina; si fa benzina nei serbatoi e nelle taniche. Natnael ci informa che queste pompe saranno le ultime che incontreremo fino al ritorno in terra tigrina. Il bar del distributore è ben fornito: succhi di frutta, addirittura cornetti alla marmellata – Da qui in poi non ci sarà più niente… niente di niente-. Si gela il sangue (e la cosa non disturba vista la temperatura), a sentire che non avremo altro se non quello che ci porteremo dietro.

Camion e poi camion (provengono da Gibuti), finché, un gruppo di babbuini, attraversando velocemente la via, ci obbliga a fermarci. Hanno imparato lo stratagemma di ostacolare le marce dei mezzi per pretendere un frutto, qualcosa da mangiare. Il più intraprendente sale sul cofano con un cucciolo sulla schiena. Arance, abbiamo solo arance. Gliene buttiamo due in strada. Le raccolgono, le sbucciano e se le mangiano. Dopo vallate e montagne il terreno diventa piano e sabbioso, siamo pressappoco sul livello del mare. Insediamenti afar appaiono regolarmente; il bestiame è tenuto a vista; c’è erba.

Queste piane alluvionali – qui piove, se piove, da marzo a maggio- che nascondono un terreno impermeabile, riescono a mantenere l’umido per lungo tempo così da permettere il pascolo di capre e cammelli. Miraggi si susseguono senza sosta. Dove la calura supera l’immaginabile, appaiono ingannevoli giochi d’acqua: immobili laghi e alberi verdeggianti. Vien quasi voglia di scendere e verificare. Natnael sembra leggere nel pensiero: – Miraggi, solo miraggi, non ci sono laghi e alberi qui, solo sabbia -. Bivio di Sardò. Lasciamo la strada per Gibuti e girando a sinistra, verso nord, ci immergiamo tra basalto e sabbia. –La strada è buona, sarà una passeggiata fino ad Afrera. La rotta è quella giusta, credetemi… e quel che è certo… non si potrà più tornare indietro-. Tempo di scolare in succo di guava, percorrere un breve falsopiano, e siamo già su un dosso che permette la vista sottostante. Non c’è traccia evidente di uomo; solo isole di roccia si stagliano su una sabbia che sembra generare bruma: è solo polvere mulinata dal vento, nulla più (Siamo fermi, lo sportello della macchina aperto dal quale esce una musica morbosa: Pierrot Lunaire –ubriaco di lunadi Arnold Schonberg). Ancor più incantato e infinito appare ciò che mi circonda… Risveglio dell’anima.

Sono nudo, sì, / scuro e vuoto, sì, / niente alberi, no, / niente eucalipti, no, / qualche basso cespuglio, tutto qui, / rilievi, sabbia, questo sì. / E chi non è contento se ne vada altrove. Ecco!.

Tumuli di pietra nera, tombe. Capanne a forma di igloo sopra la pietra, sempre nera. Nomadi. Si fermano non più di tre mesi. Tre mesi!! Chiudo gli occhi, immaginando i miei tre mesi. Dopo due minuti mi sveglio… Non mi sveglio, sono già morto. Il termometro, è quasi mezzogiorno, segna 48°. Gli insediamenti che s’incontrano lungo la strada portano il nome dei chilometri percorsi –lo zero inizia dal bivio di Sardò. Semplice: hai percorso 20 km e il loco si chiama Venti; ne hai percorsi 50, e il l’altro loco si chiama Cinquanta. Al km 58, dove eccezionalmente campeggiano pannocchie di granoturco, un uomo adulto seguito da una turba di bambini fa cenno di fermarci. Si avvicina alla macchina, indica un occhio. – Renato, che problema ha? – – Non lo so, ma a vederlo soffre parecchio -. Dopo averlo fatto accomodare sul sedile della macchina, il nostro medico in ferie, gli versa qualche goccia di collirio. L’uomo prova sollievo, dice di star meglio. Il ragazzo più grande, durante l’operazione oculistica, riesce a venderci un uovo di struzzo. – Frittata!! – – Frittata – (Ho l’impressione che gli indigeni afar considerino l’uomo bianco un guaritore, uno stregone dalle mille risorse -“Un viaggiatore in braghe di tela”  di  Augusto Franzoj-, ed è per questo che tollerano la nostra presenza nella loro terra).
Ma dove sono i medici condotti della Dancalia?!

Chilometro 60: località di nome Sessanta. E’ ora di pranzo (La macchina del cuoco ci precede sempre. Quando arriviamo all’ora di pranzo o di cena, si tratta di sedersi e aspettare qualche minuto). La bettola ha i colori dell’antico. Fuori, bianchi rapaci pasteggiano insieme a galline e capre. Oltre alla coppia francese –già sistemata a tavola, sorridente-, singolari e rumorosi faccendieri popolano l’ombroso saloon; per loro e per i transalpini, capretto appena sgozzato, per noi pasta al pomodoro: una delizia. C’è tempo per osservare intorno, nel mentre i bambini dell’insediamento – non ne manca uno-, sono lì ad affacciarsi dall’ingresso principale. L’occhio va su una vetrina d’epoca coloniale, al momento adibita a bar.

Cosa fantastica è vedere le bottiglie, diligentemente allineate, vuote. Bottiglie lasciate da viaggiatori. Le etichette sono logorate e illeggibili; solo un paio dichiarano la marca, appena riconoscibile: Jhonnie Walker etichetta nera,  e  Ouzo; le altre sono bottiglie figlie di nessuno. – Natnael! Ma non c’è niente in queste bottiglie! – – Certo! Che vuoi che ci sia! Qui solo musulmani, niente alcol -.    Siamo prossimi al lago Afrera, ribattezzato dall’Italia fascista Lago Giulietti in onore dell’esploratore quivi morto, trucidato dagli indigeni. Intanto che la strada sale e scende tra le colate laviche costellate da capanne e tombe nomadi, la mente corre verso il tempo –fine ’800- in cui il temerario Giulietti decise di addentrarsi con tanto di ciurma armata, nella terra degli Afar e raggiungere il lago.   Penetrare nella testa di un esploratore è come voler conoscere l’intento di un demiurgo… Non sai mai, dove andranno a parare e per quale motivo perseguono certe “creazioni”.

La cittadina di Afrera – la visiteremo domani -, nel veloce attraversamento, sembra un comune luogo di frontiera. Musica non ben identificata, ad alto volume, si disperde lungo la via principale. Natnael indica una macchina parcheggiata davanti il rumoroso hotel. – E allora! Di chi è?! – – Dei francesi. Loro dormiranno qui… Cioè, si fa per dire dormiranno… La musica che senti ora si protrarrà fino all’alba… Noi, ci accamperemo più avanti – – Beati loro! -. Raggiungiamo la sponda del lago, per qualche metro sabbiosa. Ci ospiterà per la notte. Le tende, tre, sono già state montate da Yohanes e da Amuraris, l’autista dell’auto viveri e sussistenza.

Sono le 16,30. Non c’è ombra neanche a pagarla sale; tre palme stremate stanno lì senza misericordia; l’unica ombra è quella dei tronchi, semivivi, avvizziti, squamati al pari della pelle di un secolare elefante. Ci guardiamo, nessuno parla, fino a che una voce venata: – Non pensi che nel bagagliaio ci possa essere un ombrellone!? – E poi un’altra… Natnael! Dov’è la pozza d’acqua dolce –abbassando i pantaloni a mostrare il costume già in dosso – dove ci si può ristorare? – Nati non risponde, si limita a indicare una sorgente che sgorga a due metri da noi e che, scorrendo veloce, si mischia all’acqua del lago. Sandro si toglie le scarpe, aggancia i pantaloni al ginocchio, si libera dell’ombra dell’albero esausto, fa due passi e… – Eeeeallora!! – E’ entrato e uscito in un momento. – Che c’è Sandrì…è fresca?!- – Ma che fresca e fresca… Sarà almeno 60°-   E Nati – Cosa speravi, di trovare la temperatura di una sorgente millenaria del Gennargentu? Qui sotto ci sono fuoco e magma ragazzi miei… magma e fuoco -. Prendiamo atto che ci troviamo in Dancalia e che queste sono le condizioni: tanta natura primordiale vale un po’ d’afflizione. Le tende, a spicchi verdi e bianchi per non offendere il paesaggio, troneggiano a due passi dalla riva del lago. Questo lago che non respira, che sembra ghiacciato tanto è fermo; questo lago color anguilla che trattiene il colore del cielo e delle montagne di basalto e tufo vulcanico, livido.

Il sole ha pietà e si sposta sull’orizzonte. Se ne va, quasi spinto dai nostri occhi commiserevoli. La tenda, mia e di Lucilla, è la più vicina alla risacca – sarebbe più giusto dire, alla linea d’acqua. Mentre sistemo le varie cose all’interno, in ginocchio, mi giro verso l’entrata dell’igloo e mi accorgo che il livello del lago è a 20 centimetri dalla mia bocca. Io non so nuotare. – Senti Nati, ma la notte, si alza la brezza… il lago s’increspa, cresce di misura… -. Intuendo la mia preoccupazione, tra gli sghignazzi degli altri… – Ma no, tranquillo; qui siamo sotto il livello del mare, attorniati da montagne. Che vuoi che brezza si alzi! –. Alle sette la cena; alle otto seduti a cerchio a rimembrare la torrida giornata. La più creativa della compagnia (comunque e sempre, anche lei, esposta nel pomeriggio a 50° all’ombra) propone un… “se fosse…”, nella speranza che nessun individuo di lingua italiana trascorra nei paraggi. Venere, la stella del mattino, si concede per prima… Senza luna il cielo.

Avevamo la notte negli occhi. La notte fonda e il mondo gremito delle stelle così come appare…

Un incanto… poi, un disincanto nel momento che la temperatura dell’aria scende sotto quella dell’acqua e scaglia una leggera brezza a muovere la maglietta bagnata contro la pelle, a stemperare la calura umida. Le stelle, fino a quel momento ricalcate sull’acqua, svaniscono e al loro posto appaiono increspature infinitesimali che sbattono sulla sabbia e ritornano senza fretta. Di nuovo l’incubo di affogare.  35 i gradi circa; siamo stanchi; si va a dormire. Sono le sei. Il sole ha compiuto il suo mezzo giro e si riaffaccia a est. Come nel giorno della morte di Giulietti, nulla è cambiato.



La temperatura, con lo stesso tempo impiegato da una lancetta d’orologio, si alza di 10° gradi in 10 secondi. Sono appena le otto. Sento Nati, con voce solida e inequivocabile, dire: – Andrete per di là – indicando le saline –. Prendete un paio di bottiglia d’acqua a testa, il resto non occorre. Il tempo di smontare e caricare e vi raggiungiamo al paese-. Una salina, due saline, tre… -Si può tornare in strada? – Il paese è lontano, sembra una fata morgana. Rimango indietro, con il mio dulla a traverso sulla schiena, mentre la mente scorre qualche immagine di una fantomatica… Parigi Afrera Dakar. Non male come idea, penso, e magari gli utili della competizione li destiniamo all’associazione Save the children… Ho paura di non star bene, perdo acqua al pari di un rubinetto cinese.  Sandro capisce la difficoltà; gli altri sono già tra le prime case sparse del paese. – Questo tragitto a piedi, era previsto nel programma? – – Dai che siamo arrivati… – – Arrivati!… Dove! -. Afrera. La guida ci accompagna in una locanda in fronte all’hotel che ospita i “Sanculotti”. – Acqua per tutti -. Trascorrono dieci minuti prima che la temperatura del corpo si abbassi. L’acqua fresca del frigo mi scende dalla testa e si ferma sulle spalle. Refrigerio, sorriso sulle labbra. Qualche tavolaccio, un paio di seggiole di plastica al capo. Due banconi, uno per la birra – ma gli afar non sono musulmani?- e uno per le bibite analcoliche. Sopra quest’ultimo – come non notarlo -, troneggia un poster gigante del defunto Meles: da un lato lo si vede scapigliato rivoluzionario, dall’altro, nella veste elegante di Primo Ministro.

Tra le due entrate del saloon, su un punto rialzato da un muretto di cemento, stanno due giovani capre che giocano a spingersi di sotto: una volta cade una, una volta l’altra, per poi tornare sul luogo di sfida, all’infinito. Una terza, adulta, attraversa il nostro banco con un balzo da felino rovesciando bottiglie e bicchieri. I tappi delle birre, come un mosaico non terminato, stanno riempiendo pian piano il fondo terroso della bettola: buona interpretazione di raccolta differenziata. Le locandiere, due, ammiccano sorseggiando birra. Durango, magari Santa Fe o giù di lì, mancano solo gli speroni e una roulette carezzata da giarrettiere di seta… Le Colt Walker, ce le abbiamo.

E poi, quell’incantesimo così completo…

Finito il rifornimento dell’acqua, si riparte con due viaggiatori in più. Sono i poliziotti che da qui a Berahle (Tigray) ci scorteranno, armati di kalashnikov. Ci si stringe un po’ – divisi i nuovi arrivati tra le tre macchine- e si va. Due ragazzi, lungo il ciglio della strada, fanno un cenno, ci fermiamo. – Chi sono questi!? – – Sono i ragazzi che andranno a ripulire la sponda dove abbiamo campeggiato stanotte… Qui tutti chiedono soldi… altrimenti, non ci saremmo potuti fermare. Paghi, e loro ti permettono di attraversare la loro terra -. Un villaggio si presenta diverso dagli altri. – Casupole colorate, lamiere… – Mi vien da pensar forte, e Natnael: – Avete visto le lamiere colorate di questo villaggio? Non hanno dato tempo all’impresa cinese, quella che costruisce la strada, di smontare il campo di lavoro. L’hanno fatto loro per primi e hanno usato i bandoni per costruire le baracche. Non penso che i cinesi rivendicheranno niente. Con gli afar è meglio non discutere -. La strada finisce qui. La ritroveremo parecchi chilometri più avanti. Inizia il lavoro vero della guida. Sabbia, qualche camion in agonia e radi cespugli.

Le cime dei vulcani che compongono il gruppo dell’Erta Ale si stagliano all’orizzonte. Montagne nere, prive di vita nella parte apparente.   Il primo da sud a nord è l’Alebbagu, spento. Poi di seguito, Hayli Gubbi, l’Erta Ale – attivo con caldera –, Borala Ale, Dalaffilla – fumante -, Alu, Catherina – cratere con lago-, e per ultimo il Gada Ale. Siamo sotto questa catena spettrale; le stiamo girando intorno per arrivare al villaggio di Kostawad: piana alluvionale, ora solo deserto del Dodom – costantemente sotto il livello del mare. Fa caldo. Le macchine marciano fianco a fianco. Nuvole di sabbia si alzano per poi riposarsi e cancellare il segno dei pneumatici. Qualche frasca, un paio di palme ed ecco l’insediamento di Kostawad.

Non abbandoniamoci troppo all’ansia. Un suolo venuto da dentro non si interessa alle piante.

 Pranzo in capanna. Tagliatelle con verdure accompagnate con acqua a 50°. Siamo pronti per la ripartenza verso l’Erta Ale; prima, bisogna saldare il capo villaggio per il nostro passaggio. – Ci sarà una macchina con militari a scortarci…, aveva detto il buon Natnael… Ho saldato il conto del pedaggio, ma niente militari. Hanno la macchina guasta e non verranno. Ci hanno chiesto di salire sulle nostre ma noi non abbiamo posto… E per questo, andremo da soli -. Nella macchina del cuoco sale un uomo in gonnellino e ciabatte di plastica. Non è un soldato, è un abitante del villaggio autoproclamato scout. Ha l’aspetto di un profeta. – Lui è più utile dei militari. Conosce il luogo come le sue tasche-. –Ma dove ha le tasche in quel gonnellino!? – – Appunto -. Si può solo che ridere, ridere tutti insieme.

Lo scout aveva l’aspetto singolare di un profeta.

La base dell’Erta Ale si avvicina. Un ultimo villaggio con bambini festanti si spegne sulle prime pendici; agitando le braccia, sembrano augurare un beffardo “buona fortuna”. Lasciamo la piana di sabbia e incominciamo a salire. – Comincia il massaggio africano – dice sghignazzante Natnael. Passati dieci minuti abbiamo percorso 300 metri. Il sentiero – di questo si tratta –, è una via segnata probabilmente da un caterpillar. Pietre aguzze e irregolari fanno sobbalzare l’auto che provoca questo “massaggio africano” che tanto fa ridere il nostro autista. Si va ai dieci l’ora. Un cammello, al nostro posto, avrebbe già percorso il doppio della strada. Nel mentre uno stop è d’obbligo per far raffreddare il di dietro, il nostro scout-profeta si apposta su una roccia che sovrasta la piana, non prima di aver disarcionato il fucile dalla spalla. Due ore circa dura il calvario. Attorniati da uno spettacolo singolare –lava ovunque-, arriviamo al campo base. Capanne in pietra e arbusti poste a semicerchio, si stagliano su una piccola piana, realizzata artificialmente.  L’Erta Ale è lì sopra, poco distante. Faccio appena in tempo a vedere uno stanco tramonto che già sento dire: – I francesi sono partiti un’ora fa, merde (sono le 17,30, partenza prevista per la scalata, 18,30), e noi? Che facciamo? – – Bene, se per voi il caldo non è un problema, possiamo partire anche adesso -. La truppa, con tanto di scorta e Natnael a far da apripista, accompagnata da uno spirito da veri alpini, muove verso la vetta.

(Bene, è l’ora di dire che io e Marcella resteremo al campo. Il medico ha sentenziato una condizione fisica non buona per affrontare circa quattro ore di cammino su roccia e polvere. Ne prendiamo atto e cominciamo, aiutando Yohanes, a scaricare i bagagli e a sistemarli dentro le capanne; di più non c’è concesso fare). E’ già buio. Guardo in direzione del sentiero per spiare le ultime sagome degli avventurieri: tutto tace, tutto è ombra.

Nel pensare ai non più fanciulli che hanno preso il cammino, esco dalla capanna da dove si vede (non c’è porta), uno  squarcio di cielo luminoso. Aggiro l’ultimo riparo e mi volgo in direzione della montagna. Un tenue bagliore appare come una luna in procinto di innalzarsi. E’ il vulcano. Il suo magma sprigiona questa luce fioca. Fulgori. Diversa intensità nei diversi momenti. Indizio del punto d’incontro tra la terra e il cielo. Il punto.  Il resto è una mandria di stelle con Venere in testa. Mai sognato una cosa somigliante, mai visto tenebre così nere. Torno in “stanza”. Le torce le hanno prese i podisti; a me ne è rimasta una piccola e insignificante; un fiammifero farebbe più luce. Devo prendere le medicine. Dopo averle cercate e poi trovate, preso un bicchiere, l’acqua… sono trascorsi quaranta minuti: dio!… Sono riuscito ad assolvere il compito.  La stanchezza aiuta a rincorrere l’alba. Il cielo rischiara, sono le sei. Con Marcella, auspicando un veloce ritorno della compagnia, ci sediamo per fare colazione. Yohanes è rimasto con noi. Te e caffè sono pronti. – Marcella! Vedi quello che vedo io? – -Cosa!- – E’ un serpente. Si sta attorcigliando sul palo che regge la lamiera -. Distante non più di cinque metri, un rettile lungo e sottile si gode i primi raggi di sole. Yohanes chiama “il profeta” affinché provveda ad eliminarlo. Non userà il fucile ma solo un bastone, povera bestia. Eccoli!! Una masnada di gente barcollante sta facendo ritorno. – Questi non sono i francesi… – -No, sono loro -. Riescono pure a parlare e a raccontare le prime impressioni: quelle più veritiere, figlie dello stupore. Nei loro visi luminosa soddisfazione. Intanto che si siedono, il cuoco prepara quattro bacinelle colme d’ acqua. – Mettete i piedi dentro, altrimenti si gonfiano -.

Io non metto né piedi… né racconti di racconti. Mi limito a inserire un paio di foto per rendere l’idea… Anche per me –purtroppo-, solo un’idea.

-Per il pranzo dovremo essere a Waideddo. Bisogna che ci muoviamo subito altrimenti faremo tardi-. La discesa della pista non è diversa, per spigoli e buche, da quella della salita. A metà del percorso verso la piana desertica, alcuni massi intralciano la carreggiata e non permettono di proseguire. Il profeta, insieme ai due inseparabili poliziotti, scende dall’auto; si guardano intorno con fare di avanguardia indiana, per capire chi ha ostruito la strada. Sequestri di persona, da queste parti, sono avvenuti con la stessa tecnica. Attimi di silenzio mentre i tre esplorano con spiccata dovizia il terreno colmo di ripari naturali. D’un tratto, Anfre, scende dal fuoristrada, raccoglie alcuni sassi e li scaglia lontano. Due bambini compaiono da dietro un riparo, scappano, si fermano, riprendono la fuga. – Sono stati loro, dice… Sono bambini del villaggio sottostante. E’ un modo per passare il tempo quello di ritardare il viaggio dei turisti -. Meglio così. Solo una bravata. Nulla è successo. Con grande sollievo “il massaggio africano” finisce alle pendici del vulcano. La sabbia riprende a brillare e i cammelli a pascolare qualche ciuffo qua e là. Il Dodom è grande.  Sostiene Natnael che fino a due settimane prima la piana era allagata. Per raggiungere Waideddo si era costretti a percorrere la strada maestra, molto più lunga; considerato ciò, avremmo impiegato almeno un giorno contro le quattro ore previste seguendo la scorciatoia. Per orientarsi, unico riferimento è la catena dei vulcani; per il resto, ovunque ti volgi, è solo piana di sabbia e frondosi arbusti.

– Hai visto!- – Cosa! – Il termometro dell’auto – – Cavolo… sono 50°-. Le auto procedono a zig zag, a evitare ostacoli compresi stretti letti di torrenti ricoperti in superficie da cretti di fango secco.  Il deserto ora è solo sabbia; sabbia spumata da un vento lieve ma costante. Nati si accorge che le altre due macchine non si scorgono più. – Non c’è polvere dietro. E’ successo qualcosa -. Invertiamo la marcia e torniamo a cercarle. Così è. E’ successo qualcosa. L’auto del cuoco si è insabbiata nel letto di un torrente e si è spento il motore; questo gracchia ma non accenna a ripartire. Due cavi agganciati alla batteria dell’auto di Jhoseph la rimettono in moto. Nulla di grave, si riparte. Ritarderemo solo dieci minuti. La vegetazione aumenta, e, da lontano –come aveva annunciato Natnael – si scorgono le prime palme. Finalmente un po’ di frescura. – Scegliamo la palma più grande. Bene… ferma! Questa va bene… Attracca… Cavolo! Ci sono arrivati per primi i francesi… merde, merde –. Prendiamo in prestito l’ombra di un’altra palma senza fare tante storie. Yohanes ha già preparato un’insalata di riso: ottima. L’aria è “solo” 48°; non pare, sotto l’ombra dell’inflessibile palma (Una temperatura così elevata con un’umidità vicino allo zero, è tollerabile). Prima di ripartire faccio cenno che due minuti saranno sufficienti: sono due giorni che non faccio pipì. Niente. Cerco un brusio – e chiudendo gli occhi – un leggero rumore di scorrere d’acqua per essere stimolato. Macché! L’unico rumore è quello del motore della Toyota che mi sollecita a fare in fretta… Chissà, cosa staranno pensando i miei reni? Quando passiamo sotto il Gada Ale, l’ultimo vulcano della serie da sud a nord, dune di sabbia grigie (polvere di roccia vulcanica) si susseguono senza interruzione. Di Ahmed Ela, la prima cosa che vediamo è un alto traliccio con un’antenna in capo a ripetere il segnale delle comunicazioni. C’è una base militare. –Qui, se volete, abbiamo connessione internet e segnale per il telefono…- . Assolutamente indifferente a tale notizia, seguo con lo sguardo la traccia del wadi che sottostà al paese; al momento ospita il transito di una carovana, divisa in due tronconi. Hanno caricato pianelle di sale. Si dirige verso il fiume Sabba. Lo risaliranno fino all’insediamento di Melabiday per poi proseguire verso il Tigray. Un paio di giorni o poco più.

Ahmed Ela è un centro indistinto; abitato – e non tutto l’anno- da poche centinaia di anime. Chi ci vive, lavora con l’estrazione del sale, attività che si perpetua a pochi chilometri di distanza. E’ locata al limite nord della piana del sale e a pochi chilometri dal confine eritreo. E’ luogo di passaggio delle carovane. Offre, e non è poco, – un paio di locande hanno un frigo alimentato da un generatore – bibite fresche. Il rifugio che abbiamo a disposizione non ha veranda e, per noi, neanche è accessibile: lo spazio interno è occupato dal cuoco e della sua attrezzatura, in parte, e in parte dai nostri bagagli.   – Nati… La baracca di fianco ha l’ombra della veranda… Perché la nostra no! – – Semplice, era l’unica rimasta… – – E l’altra?! – – Ehm!… Sono arrivati per primi… – – Chi è arrivato per primo!!  – – I francesi… – – Merde, merde merde… -. Lo spiazzo davanti al rifugio è occupato da una decina di brande tipiche locali, ripulite e sistemate prima del nostro arrivo; quattro pali in verticale, quattro in orizzontale, fermati da un intreccio di foglie secche di palma a formare un fondo su cui sdraiarsi: si presume comodo e resistente. E’ sera. Un sole impietosito se ne va senza neanche salutare; non ci rammarichiamo certo di questo. Guardandosi intorno vien da pensare come sia possibile vivere in questo luogo in modo stanziale, dopo aver rivoltato sale per tutto il giorno. Rocce laviche, polvere, case sparse con bambini che vi girano attorno, capre che pascolano plastica. Un muretto, eretto a secco, divide il nostro campo da una piana sassosa; dall’altra parte, verso la via principale, le macchine poste a proteggere la notte.

– E se uno volesse… L’esclamazione avviene nel momento in cui mi presento con in mano un  rotolo di carta igienica …Dove dovrebbe andare!? – – Vedi là… Nati indica un baracchino a trecento metri di distanza… Là, basta attraversare questa piana…- – Ho capito… Ho capito -. Buio; Erebo; torce; qualche chiacchiera sottovoce a stemprare il disagio. Disponiamo i materassi da campo e i sacchi a pelo a preparare il giaciglio. Pochi i rumori intorno, eccetto lo sghignazzare dei francesi ben sistemati sotto la veranda. Sdraiandosi a guardare il cielo, tutto ciò che è intorno diventa fatato. Dentro un buio pesto, la volta di stelle par un brulicar di torce ad indicare via e sentimento: non si parla più non si ride più: si osserva e si trascorre avanti e indietro a dorso della via lattea, mai vista così luminosa (Si spegnerà domani mattina, presto, quando il sole riprenderà il suo posto in mezzo al cielo). Niente a disturbare la notte…

Sono le cinque. Il cielo rischiara. Etere. Immediata, una palla infuocata a imitare un tuorlo d’uovo, fa capolino dalla linea del lago Karoum. I colori sono opachi, sverniciati. Si stendono su sale e sabbia. Quando il sole è basso sull’orizzonte, c’è ombra: è l’unico momento in cui la terra perde la sua durezza. L’oscurità si rifugia dietro i pali della burra “usurpata” dai francesi; lì consumiamo la nostra colazione… Ma tutto questo farà presto a finire. Il sole ha preso quota, è subito a picco, si accanisce su tutte le ombre; non ce ne resterà che sotto i piedi. Si torna nella giustizia implacabile del Sub – Sahara. Poche frasi, il gong fedele di una parola: – Partiamo!-.

Destinazione Dallol. La piana che stiamo percorrendo è costantemente sotto il livello del mare, il punto massimo si raggiunge proprio ai piedi della collina, meno 120 metri. Una pista rialzata di qualche centimetro solca la distesa inerte, squamata come pesce di lago. E’ il preludio al lago Assale, una volta anch’esso mare. Sale, sale, nient’altro che sale

Sostiene Natnael che in alcune zona la profondità salina superi il chilometro. E’ venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, pochi al lavoro, forse qualche ortodosso o animista. In mezzo questo deserto, quattro uomini e due cammelli accovacciati; facendo leva con dei bastoni, stanno scalzando le placche più grandi e spesse, esagonali, che si formano naturalmente – saranno poi ripulite ai lati, fino a formare una pianella rettangolare (amolè). Sembra la rappresentazione di una tortura prima dell’esecuzione. La pelle degli uomini è scarnita, secca. Calzano ciabatte di plastica e indossano pantaloncini corti: nessuna protezione per i piedi e le gambe. Sale e sole cocente, chi potrebbe resistere? Trascorriamo senza commento alcuno, con rispetto. Ora la collina del Dallol è ben visibile.

Tra fumi di sabbia e giochi di calura la collina appare come per magia: finalmente vedremo tonalità diverse da quelle di Ahmed Ela, bruciate e spente. Vista dalla base ha la sembianza di un altopiano. Nel loco dove le macchine si fermano per farci scendere e sostare – non c’è problema di spazio, in quella landa ci potrebbero stare tutte le auto del mondo -, sulla parte sinistra, si elevano dei bastioni merlati (salgemma gesso e altro) che disegnano l’immagine di una fortezza: forse la Fortezza Bastiani, forse il maniero di un inquisitore, oppure – basta lasciar libera la fantasia-, Camelot con tutti i suoi misteri.  Inizia la risalita. Nati sostiene che in venti minuti saremo in cima; ma, guardandomi annaspare ed a sentirmi soffiare come un mantice, rettifica e prevede per la salita almeno mezz’ora. – Bene… Vedrai… In quaranta minuti sarò lassù-. – Seguite la guida… Mi raccomando – – Ma di quale guida stai parlando? – Si volta all’insù. Il ragazzo prestato dal villaggio è quasi arrivato; neanche si è mai voltato.

– Ok, seguite me allora- La banda è sbandata. Ognuno nell’ascesa calpesta un “gradino” diverso; si procede a zig zag. Ho la sensazione di sentire, sotto quei lastroni dalla consistenza di una meringa,  un brontolio d’acqua bollente pronta ad emergere…Ed io non so neanche nuotare.  I militari, fucile spianato, sono alle ali: sembrano attenti a scrutare intorno e in cima la collina. – Natnael!! Ei!! Nati!… C’è mai stato un rapimento, un’azione di disturbo da parte degli eritrei sul Dallol? – Mi guarda e sorride, mentre si aggiusta gli occhiali sopra la fronte. – Stai tranquillo,  non ti rapiranno…- – E a Sandro? E a Renato? – –  Neanche a loro…I predoni cercano gente giovane, resistente…mica persone che potrebbero crepare per  un’ insolazione oppure di sete dopo appena due ore di marcia! – Solo qualche imprecazione mi scappa, non ho niente in mano da tirargli dietro. – Senti simpaticone, e i francesi?! Loro potrebbero essere rapiti? – – Loro sì’… Visto come sono tonici e resistenti! – – Non li ho più visti… Non sarà mai che… -.

Fazte hermano kon el guerko fin a pasas el ponte. (Diventa fratello del diavolo finché il pericolo non è passato).

Nessun pericolo quando siamo in cima, se non quello di finire lessati come castagne. Geyser. Solo i geyser venuti dal Tartaro hanno creato questo? Come crederci?! Il rumore dell’acqua che sottostà alle formazioni coloratissime di roccia delicata, si trasforma in musica soffusa, appena percettibile: violini, arpe, fanno danzare la bruma di vapori che imperterrita scaturisce da “uova” stalagmitiche bianche. Scricchiolii di funghi sedimentati, sotto il peso di passi indecisi, rimandano a lamenti di fisarmoniche diatoniche.  Le parole si perdono, sciolte al sole, e ritornano al pari dell’eco di un coro tibetano. Legatemi! Presto… Affinché le sirene non abbiano ragione di me e mi trascinino via. Ultimi passi, prima di bere un bicchiere con Caronte.

Finalmente sono sul luogo, dove John Carpenter – sicuramente dopo aver inalato i fumi di potassio e zolfo -, ebbe l’ispirazione per la sua tesi di laurea – poi divenuta film cult, “ Dark star” -… Waiting for Godot in space… Autori di favole, in quanti siete passati di qui!? La collina è diventata piana, estesa: poche capanne indicano il vecchio campo italiano, ora abbandonato. I colori generati dal geyser, con la complicità di minerali fusi, proiettano ciò che avverrebbe se scoppiasse la barriera corallina australiana. Sir David Brewster, l’inventore del caleidoscopio – così è narrato -, alla sua prima visita al Dallol, ruotando sul ciglio della collina, ripeteva: “Metto qui il giallo di ninfee, lo metto vicino al rosso rubino di seni dileguati e sopra il verde chiaro dei germogli di vite… Via il blu e al suo posto il balenio bianco di denti femminili”.  C’è acqua in superficie; è ferma, par invitarti a cangiarti in un fior di loto. Concediti tre versi, un haiku…

Malattia del viaggio: / i miei sogni si librano / sulle tinte assolate.

… e sfiora il cielo con le dita. Ecco! Questa è l’arte informale: immagini senza alcun ricorso a forme riconoscibili: una pittura d’azione.  Duchamp, Mondrian, Alberto Burri, Pollok, Bruno Marcucci… Ma anche voi siete stati qui?!… Ed io che credevo… Bagno la bandana che porto al collo, mi asciugo le tempie e ristoro la fronte. Sto camminando sopra l’opera d’arte più grande e più bella al mondo.

Ci cammino sopra. Delicata, impareggiabile… fuori dai confini della mente. Seppellitemi qui e facciamola finita… Natnael mi guarda esterrefatto mentre sto catturando l’essenza della vita; nello stesso tempo sento il desiderio di propagare all’infinito una realtà sfuggente in fuga verso il confine del sogno… e lui… – Mi raccomando di non fumare. C’è zolfo qui, si potrebbe incendiare -. Irreparabilmente distolto: – Sai Nati che potresti sprofondare nelle viscere della terra e che nessuno verrebbe a salvarti! – – Sì, lo so -.

E’ vero che, al momento, sono all’estremo limite delle mie forze. Per quanto tempo ce la farà’ a resistere questa mia carcassa di pollo?

L’acqua da bere è finita, le macchine sono là sotto. Oggetti metallici in mezzo a un “niente silente” polveroso e arso. La discesa è lenta, riflessiva. I militari di scorta, ora rilassati, si concedono e parlano di loro e delle loro aspirazioni. Uno di questi, il graduato, mi fa capire che vorrebbe visitare Addis, e magari stanziare in una caserma da quelle parti. – In Addis non fa caldo… Ci sono meno pericoli. Mi piacerebbe prestare servizio lì-. La prima parte del ritorno, dopo essere risaliti in macchina, è la medesima fatta a venire. La marcia ricalca le vecchie scie. – E’ bene restare sulla vecchia pista: si può sempre incontrare una parte più cedevole dello strato di sale in superficie e finire in una buca -. Ora la piana diventa bianco latte – l’acqua si è ritirata da poco -, come se fosse caduto, e poi ghiacciato, un leggero strato di neve. Il lago Karoum traccia l’orizzonte. E’ abbacinante la luce che si sprigiona. Ovunque ti volgi c’è sale, null’altro che sale. Il contrasto con l’immacolata coltre fa sembrare il cielo grigio e minaccioso. L’astro infuocato che ci accompagna senza richiesta alcuna, fa subito pensare ad altro.

Ahmed Ale a mezzogiorno. Sulla via principale il “bar” è aperto. Ombra –l’unica- ma niente fresco. Il gestore dà fondo a tutte le sue risorse. I due ragazzi del villaggio che ci hanno assistito in questi due giorni si siedono con noi. Segni particolari: futa, incisivi limati, Jile, scarificazioni sulle braccia.

Avranno sì e no quindici anni, non vanno a scuola. – A quale scopo dovremmo andare a scuola? Quali possibilità potremmo avere per un lavoro? -. Uno dei due esce e torna dopo pochi minuti. Ha in mano tre kefiah nuove, conservate dentro una busta trasparente, e un pugnale con una bellissima cintura. – Dove hai preso questa roba? – – 200 birr la kefiah, 600 birr il  Jile… – si limita a dire. – Ma le kefiah sono indiane! – – Certo, chi vuoi che intrecci cotone da queste parti? Compriamo le bandane e rimandiamo indietro il pugnale, usato… (sicuramente sottratto in casa; proprietà del padre o di qualche parente, visto anche che in una delle celle della cartucciera ci sta una sostanza non ben identificata). – E bravo il nostro futuro commerciante! – mi vien da dirgli, – Futuro!?… – Ride, si volge verso la piana – Quello, è il mio futuro. –

Pomeriggio inoltrato quando arriviamo ad Assobole. L’ingresso al villaggio non è agevole: bisogna percorrere qualche centinaio di metri all’interno del fiume Sabba, per poi arrampicarsi su un costone tracciato da muli e cammelli, finché la terra spiana e compare il villaggio.

Le burra hanno una forma rettangolare (appaiono spaziose; non c’è di certo concesso visitarle), con sopra un tetto curvo a semiarco. Il legno usato per gli intrecci che poi costituiranno le pareti, è raccolto ai bordi del fiume: provenienza non definita –nel periodo di piena- ma lontana. Nei paraggi non c’è albero neanche a cercarlo con dei tarli ammaestrati. L’insediamento è posto nella valle, anche se rialzato sopra il fiume, attorniato da aspre montagne rosse: ricordo di un trascorso di fuoco ora sotterraneo. Gli ultimi raggi di sole evidenziano le punte riarse e spazzate dal vento. Con un po’ di fantasia, dentro un silenzio ristoratore appena tracciato da una brezza tiepida, la mente richiama le montagne afghane dell’Hindu Kuch; la sola differenza è che l’Ala Gordoh (la catena che ci sovrasta), si eleva di poche centinaia di metri sopra il livello del mare. Tramonto. Voce tonica di un muezzin davanti tutti gli uomini del villaggio inginocchiati su una stuoia –nessuna donna. Il tempo di ammirare “un nuovo” assoluto, di lavarci con una quantità d’acqua che sta dentro una bacinella di metallo, e già si sente l’odore forte di un capretto cucinato alla brace. Sera.  Le capanne sono dentro un buio pesto; due piccole torce elettriche illuminano un sentiero che conduce a un recinto; stanno tornando muli e cammelli dalle fatiche quotidiane. Le nostre, di torce, richiamano tutti gli insetti e volatili notturni dell’intera valle: è un tripudio, una danza innocua. Nessuno del villaggio è venuto a salutarci; non è permesso: nessuna contaminazione. Solo in lontananza – il nostro campo è stato impiantato ai bordi dell’insediamento su una piccola radura spoglia, luogo obbligato –, nei pressi delle burra, si scorgono ombre di donne indaffarate.

Notte. Firmamento fatato. Big Bang. Scomposizione dell’uno. Siamo ai primordi, ai silenzi incondizionati notturni. Terra e cielo ordiscono ad un ricamo equivalente al soffio vitale, supremo. L’emozione, l’esaltazione dei sensi… Il moltiplicarsi dei sensi e delle ricezioni. C’è pace intorno, come in un camposanto. Nel dormiveglia… Dentro quel paesaggio, dove la calura e la sete battezzano più di un fiotto d’acqua, dove le cattedrali e i campanili al pari dei cani latitano… C’e’ solo un popolo, un popolo di liberi e coraggiosi semidei. Tra loro potresti scorgere Castore e Polluce, Achille ed Enea … Sì, tra di loro, semidei, che sono tutto e dove l’uomo conosciuto è nulla… Non toccate la loro terra e neanche attraversatela, senza il loro permesso. Afar, afar… Non sono capace d’intendere da chi, questi esseri umani a me sconosciuti, abbiano avuto in dono la libertà, la fierezza, senza aver concesso nulla, senza aver preteso nulla.

Ultimo giorno. Si va per risalire il fiume all’ombra del canyon. Un dono del paradiso. Le carovane lo traversano per quindici chilometri; noi, ne facciamo un paio, seguendo il tracciato dei cammelli all’ombra di bastioni -scavati dal tempo e dall’acqua-, formati da roccia rossa e terra sedimentata; poi, torniamo a preparare le cose per la partenza; non c’e’ tempo per altro. Ci sono dei bambini vicino – non troppo – al nostro campo. Hanno capito che ce ne stiamo andando. Il più audace, pronto a subire le ire della famiglia, si avvicina ancora e chiede se abbiamo penne. Le abbiamo. Sandro le distribuisce. Sul loro viso si legge allegria. Le guardano, le liberano dal cappuccio. Le guardano le penne. Una penna per calcare un simbolo, una traccia su qualcosa che non sia pietra, sabbia, sale… Lo avranno un foglio… magari  un legno piatto, su cui scrivere? Non lo so… Quel che è certo è che intanto hanno la penna. Quando partiamo, sono tutti sopra il dosso più alto: salutano, si sbracciano; due adulti si interpongono e li fanno tornare indietro a nasconderli dietro il dosso. Le penne le hanno interrate. Le porteranno alla luce ogni giorno, solo per guardarle, e poi le seppelliranno di nuovo. Sarà un segreto… perpetuo.

Un perpetuare di desideri che proiettano il simulacro fantasmico del… ”Pomeriggio d’un fauno”…

Anche in omaggio ai francesi… pur sempre, sempre primi.

Il Fauno

“Quelle ninfe, le voglio perpetuare.
                                    Così chiaro,
il leggero incarnato che nell’aria
assopita da folti sonni volteggia.
                                   Dunque ho amato un sogno?
Il mio dubbio, di notte antica ammasso,
termina in un rameggio sottile, che, rimasto lo stesso bosco vero,
prova, ahimè! ch’ero solo a offrirmi
per trionfo il fantasioso errore delle rose.
Riflettiamo… “

– Stéphane Mallarmé –

Il corsivo che intramezza alcune parti del racconto, e’ preso in prestito da “Ecuador”, di Henri Michaux (eccetto i tre versi dell’haiku).

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Commenti
Francesca Lena

Gentile Fausto, ho letto con interesse il tuo lungo ed appassionante reportage sulla Dancalia.
Siccome mi trovavo anch’io in quella zona a fine febbraio e alcune cose non mi tornano, vorrei chiederti cortesemente alcune informazioni.
Con quale agenzia eravate? Noi eravamo con Medie, tramite Tucano.
I tuoi compagni sono saliti alla caldera principale o all’ eruzione secondaria?
Ti chiedo questo perché noi siamo rimasti molto delusi in quanto ci hanno detto che non era possibile salire alla caldera principale e ci hanno portato a vedere molto da lontano una nuova bocca.
Inoltre volevo anche sapere se avete visto sul lago salato quelle centinaia di tagliatori di lingotti di cui si favoleggia e le relative carovane di dromedari che affrontano il canyon.
Mi viene poi il dubbio sul fatto che voi siate andati in altre date perché parli di caldo insopportabile e sole infuocato.
Quando noi eravamo a Dallol e dintorni, dal 24 al 27 febbraio di quest’anno, il cielo è sempre stato coperto.
Ti ringrazio se vorrai rispondermi. La mia non vuole essere affatto una critica, mi è piaciuto molto il tuo reportage, se non fossi appena tornata, vorrei partire subito!
Ho bisogno solo di sapere se avremmo potuto vedere di più o se siamo stati solo sfortunati.
Grazie mille
Francesca

Cara Francesca
Rispondo solo ora perchè solo ora ho visto il tuo messaggio.
L’agenzia di viaggi, che opera solo per l’Etiopia, si chiama Medir Etiopia tour.
La titolare è italiana. Vive da 20 anni in Etiopia. Anna è il suo nome. La conosco bene anche perchè io in etiopia ci ho vissuto nove anni, dal 2007 al 2016.
Noi siamo andati in novembre. Molto più caldo che in gennaio-febbraio (giusto il periodo che hai scelto per la visita).
I miei compagni hanno visitato il cratere principale dell’Erta Ale. Non so vove sei andata tu e di quale secondo cratere si tratta. Se visiti il sito della Medir Tour trovi di sicuro il percorso che noi abbiamo fatto, le varie tappe (otto giorni).
In quello che scrivo non c’è niente di inventato. Tutto corrisponde al vero.
Un saluto caro
fausto