Il giardino dei pedalatori pakistani

di Ezio Abate –
Pensieri oziosi.
Sabato 17 agosto. Sono nel giardino dell’Hunza Inn Hotel di Gilgit, seduto su una sedia di ferro battuto ad oziare. Mentre sorseggio a piccole dosi un aromatico tè nero, inizio a riflettere su tutto quello che ho fatto nei precedenti giorni, passati a pedalare, a soffrire e ansimare sulla mitica Karakoram Highway, da Rawalpindi a Kashgar nel Sinkiang cinese, sotto il sole pachistano, alle genti viste lungo il percorso. L’ansia percuote il mio pensiero. Ora che ho esaurito il mio exploit atletico, non vedo l’ora di tornare in Italia, per ricordare, assaporare, per raccontare tutto di questo viaggio e mostrare le diapositive. Però dapprima vi è ancora l’incognita del ritorno: da Gilgit fino a Rawalpindi, riconfermare i voli aerei per l’Europa. Questo viaggio in bicicletta l’ho fatto per tanti motivi, per personali ragioni, per diversi miei credo. Nonostante tutto in quest’ambiente non riesco ancora ad assaporare ciò che ho fatto e ho l’impressione che in Italia di quest’avventura in bicicletta importi a poche persone, mi è costata molta fatica e sofferenza, quali benefici morali, di vita, di esperienza ne trarrò. E subito mi nasce la voglia di prepararne un’altra. Un altro exploit? Per chi? Per quale ideale? A volte mi trovo turbato da questi dilemmi, inquietudini e questioni. Vale la pena sfiancarsi, avvizzirsi così tanto e magari essere preso per fanatico. Sono stato un atleta intelligente o solo un esaltato. Un giusto viaggiatore o un ladro di immagini, di odori, di rumori e sensazioni che non mi appartengono. Molti al racconto del mio viaggio rimarranno meravigliati, altri sbalorditi, increduli, altri non faranno neppure caso al fatto. Sono salito oltre i 4800 metri di altitudine in bicicletta. La risposta è: “Chi se ne frega”. Sono sempre più solo nelle mie dissertazioni. Tento di uscire dal comune, dal banale e la gente mi vuole tale. Ecco finalmente il cameriere hunza mi porta dell’altro tè, ne assaporo un poco. Lucia la mia compagna è fuori, tornerà questa sera, auspico contenta dal suo giro per Gilgit. Il mio rapporto con lei durante questo viaggio è stato alterno. Momenti tranquilli e sereni, di allegria e momenti burrascosi, di rabbia quasi di astio, di non sopportazione reciproca. Per lei questa esperienza è stata veramente dura, sotto tanti aspetti. Penso che non ritenterà più un simile viaggio. Le do ragione. Chissà l’anno prossimo un’altra prodezza sportiva in bicicletta. Intanto gusto il mio tè. Oggi sto veramente poltrendo alla frescura del giardino, mi rilasso. Ho dimenticato la mia due ruote. Riprenderò ad allenarmi in Italia, qualche giorno dopo l’arrivo.

Pensieri affannosi
15 luglio. Pochi giorni alla partenza e molte le preoccupazioni. Ogni mio pensiero è seguito da quello del viaggio tanto atteso. Nella mia mente si susseguono pensieri euforici altri di smarrimento. Ce la faremo, ma sarà comunque dura. Il mio fisico reggerà lo sforzo. Mi pervadono anche fantasie di solitudine, di morte. Tanto silenzio intorno a questa avventura in bicicletta nel Pakistan settentrionale, quasi un mistero. A pochi intimi ho confidato il mio viaggio, anzi il nostro viaggio. Molti mi danno dell’irragionevole. Chi ha senno. Ma se rinuncio prendo dello scemo. Tentare non nuoce, qui però non vale, neanche barare con se stessi. Tanti chilometri da pedalare. Nella mia testa, un tarlo: “Ho preparato tutto? Ho tutto con me?” Saprò accettare ciò che vedo. Un altro mi dice: “La tua sarà una bella esperienza”. Perché? Questo viaggio, mi sta portando fuori dalla realtà. Il peso dell’organizzazione è tutto mio e bisognerebbe tentare di rilassarsi. Ho molte cose ancora da preparare con cura e cautela, pondero: “Non devo dimenticare questo e devo portare quello, questo serve, questo pesa, questo è inutile”. Ma queste cose non sono nulla a quello che dovrò affrontare là. L’avventura nasce dentro di me, segue l’immaginario. La tensione contorce il mio stomaco. Tante visioni si susseguono alcune logiche, talune paradossali, altri reali e poi cervellotiche, quasi perverse. Mi sembra di non riuscire a seguire il mondo e la gente attorno. C’è solo il mio viaggio, il lavoro quotidiano è lontano. Lavoro quasi come un automa. La mia compagna, Lucia ce la farà. Avrà il coraggio, la resistenza fisica e mentale per affrontare tale sforzo. Nasce in me l’insicurezza. E’ solo una bravata adulta, non serve a nulla. Notti insonni. Solitudine fra la gente. Cento motivi giusti, cento motivi futili. Il rovescio della medaglia dov’è. Questo viaggio sta per essere partorito, forse guarisco. Devo forse fare il testamento, prima di partire. Perché? A cosa serve? Non voglio morire io. Probabilmente là è tutto più facile o molto più difficile. Mia madre a casa, mio padre che non c’è più, dove posso trovarlo. Questo viaggio è la mia rivincita? Contro chi? Contro me stesso, certo! Molti problemi saranno risolti forse al ritorno. Ho pensato a quest’avventura in ogni momento, in ogni luogo, ovunque. Paura, coraggio, spregiudicatezza, certezze, timori si mescolano in un turbine fino ad arrivare al mio cuore. Io e Lucia, amore e avventura. Sono ad un bivio. Sono abbastanza forte per sopportare tutto.. Il viaggio è li che mi aspetta. Tante intenzioni e tante preoccupazioni. Ma voglio partire.

Prime impressioni
22 luglio ore 9.02. Siamo giunti questa mattina a Islamabad con un aereo imponente, un Jumbo Jet. Prima impressione all’arrivo, sono un po’ frastornato. Sono venuti a prenderci all’aeroporto e ci hanno portato al mitico Flashman Hotel. Camera con vista su Rawalpindi, aria condizionata dalle pale al soffitto, frigo bar, servizi igienici ottimali. Comunque ho avuto la sensazione che qualcosa non va per il verso giusto. Spero solo in una mia errata valutazione. Io sono un po’ diffidente. Parlo con alcuni impiegati dell’agenzia di viaggio locale, mi metto d’accordo sull’itinerario da percorrere per giungere a Gilgit, prenoto anche l’albergo e la jeep. Con Lucia vado alla PIA per confermare l’aereo per il ritorno Islamabad Karachi. Nel pomeriggio uno strano personaggio mi accompagna per cambiare i dollari in rupie pachistane presso un rivenditore di tappeti.

Appaghiamo la nostra curiosità
23 luglio. Colazione all’inglese, si mangia di buon gusto. Con l’aiuto di Lucia preparo le biciclette, tra la curiosità e l’attenzione di due camerieri pachistani. Ci vogliono più di due ore, sudo molto per il caldo, ci saranno più di 40 gradi. Nel pomeriggio, dopo le 4, la calura sembra diminuire e facciamo un giro a piedi per Rawalpindi, quasi ci perdiamo. Della passeggiata così scrive Lucia: “La nostra passeggiata, il giorno dopo a Rawalpindi è stata un poco traumatizzante. La curiosità della gente intorno a noi, il continuo strombazzare delle macchine per ogni sorpasso. Quando abbiamo abbandonato il clamore della via principale e imboccato un’altra strada laterale ci siamo trovati davanti a quello che dovrebbe essere un mercato tra la gente povera e le baracche sgangherate, mucchi di frutta invasi da sciami di mosche, odori stomachevoli, tanta sporcizia, bottigliette semivuote contenente acqua sporca, per noi imbevibile, in un angolo seduto per terra un uomo mezzo nudo che si masturbava”. A letto molto presto, dopo aver controllato tutto: dalle biciclette, alle borse fissate sugli appositi portabagagli, al cibo e al vestiario che utilizzeremo per il nostro viaggio in bicicletta. La notte non prendo sonno, troppa è l’ansia per questa avventura, il caldo insopportabile, mille pensieri. Tra il dormiveglia continuo a rigirarmi in un letto quasi nemico, mentre le prime luci dell’alba illuminano le bianche pareti della stanza.

La partenza
24 luglio. Ci alziamo molto presto alle cinque. Dobbiamo fare subito colazione e partire. Ci aspetta una lunga tappa da pedalare fino ad Abbotabad, presumo circa 110 chilometri ed il caldo subito si farà sentire. Siamo giunti ad Abbotabad alle 18, la prima percezione è che è stata molto severa. Il chilometraggio, il caldo, la sete, l’aver dormito poco la notte precedente, forse anche l’inesperienza a queste latitudini hanno reso insieme molto estenuante la giornata. Il percorso dapprima in superstrada con un andirivieni di sbuffanti e colorati camion, poi tra colline con parecchi bimbi di ogni età, coi visi sporchi a piedi nudi, coperti di vestiti in parte stracciati, scoloriti, unti. Gente molto povera, Lucia ne è rimasta molto impressionata. E’ anche successo che mi sono fermato presso una fontana a rinfrescarmi e un’ape pungendomi il pollice destro mi ha dato il suo benvenuto in Pachistan, sulla piccola ferita per precauzione ho verso un bel po’ di alcool puro. Durante il lungo pedalare ho bevuto anche in grande quantità, per cui in albergo dopo aver sistemato il tutto nella nostra stanza, sfinito ho avuto un vomito liberatorio. Ricordo che l’ultima parte in salita verso Abbotabad l’ho fatta con i crampi ai polpacci, terribile ma continuavo a pedalare. Lucia è molto forte, tiene duro e pedala, ogni tanto brontola. Sono in camera e non ho la forza di mangiare. Fuori scoppia un temporale che rinfresca l’ambiente, si dormirà meglio stanotte.

I forzati del pedale
25 luglio. Alzata alle sei, colazione abbondante ed un’altra tappa lunga da affrontare, come prefissato, da Abbotabad a Batagram, ancora più di 100 chilometri. Qualche titubanza ad un incrocio e poi via. Dapprima si discende da Abbotabad tra un susseguirsi di curve con tanta gente per strada, in particolare bimbi, alcuni ci salutano, ci rincorrono, altri più dispettosi ci tirano sassi o vogliono toccare la bicicletta. Osservo che il manto stradale d’asfalto è gibboso, nasconde insidie, si può cadere, Lucia a volte rischia. Baracche lungo la strada, case di fango ovunque circondate da terreni coltivati soprattutto a riso, granoturco e tè. Tutto questo fa pensare che le condizioni della gente siano migliori che in città. Tante sfumature di verde con campi coltivati con alberi da frutta: albicocchi, mele, pere, qualche ciliegio. Di nuovo la strada rimonta la valle talvolta con impennate brusche, talora dolcemente mettendo alla prova la nostra preparazione atletica. Il caldo verso mezzogiorno è tremendo. Sotto alcuni salici pranziamo con un’anguria comprata lungo il percorso per poche rupie. Attorno a noi si avvicina un gruppetto di bimbi, ho l’impressione che non si lavino da qualche giorno, hanno gli occhi vispi, una carnagione scura, un sorriso furbesco, pochi vestiti addosso, comunque c’è un pezzo d’anguria per tutti. Mentre mi illudo di affrontare l’ultimo strappo di salita prima della discesa verso Batagram sono superato da una mezza dozzina di jeeps, dal retro di una, un giapponese immortala con una grossa cinepresa il sottoscritto e Lucia che stantufiamo sui pedali. Lungo la discesa ci affiancano dei ragazzi in moto, a motore spento scendo in folle; cominciano a dialogare in inglese con me, è come al solito si finisce per parlare di calcio, di Schillaci, di Baggio, di Vialli. Io replico che bisogna essere degli atleti anche per pedalare e loro salutandomi mi gridano: “You are very strong” “Sei un duro”. Batagram ci accoglie, come tutti i villaggi sinora incontrati: nel caos generale. Banchetti a destra e sinistra, sporcizia ovunque, solo uomini e bambini, per lo più intorno a noi incuriositi delle nostre bici. Diventa frenetica la ricerca di un posto per dormire. Dapprima visito un alberghetto, l’oste mi fa vedere una stanza piena di polvere e con le brande a mio parere con le pulci. Niente, esco un poco preoccupato. Poi finalmente ci accontentiamo di passare la notte in una bettola affacciata sulla strada centrale. La sala da pranzo con tavoli di legno anche unti. Avventori che mangiano con le mani, i loro sguardi sulle mie gambe arrossate. In camera, vicino all’antiquato interruttore della luce è appisolato un grosso ragno che viene giustiziato dal cameriere. Io tento di lavarmi in un secchio pieno d’acqua presa dalla fontana vicino all’entrata dell’albergo, poi preparo con le nostre vettovaglie una minestra, mangiamo gli ultimi biscotti, blocco la porta e poi sdraiati su letti dalle lenzuola alquanto pulite in silenzio si tenta di dormire. Dalla finestra della camera posta sulla strada arrivano i rumori del viavai di gente e camion strombazzanti. Lucia dorme già, la fatica avrà il sopravvento sui miei pensieri e sulle mie continue incognite per i giorni che verranno.

Indo River
26 luglio. Si parte all’alba trangugiando una mela, è meglio sfruttare le prime ore del mattino sono le meno calde. Lasciamo l’atmosfera poco invitante dell’Hilton Hotel di Batagram. Quando mi sono alzato mi sembrava di avere addosso un profumo caprino, e vero che non ci laviamo da due giorni, siamo sudati e impolverati, ma sicuramente il letto non ha avuto il quotidiano cambio delle lenzuola. Oggi ci aspettano poco più di una sessantina di chilometri e fino a Talkot. La strada scende ed improvvisamente dopo un susseguirsi di curve c’è una interruzione, una frana di materiale fangoso e sassi ha invaso da destra la strada, si riesce a malapena a passare accompagnando la bicicletta, oltre la fanghiglia una grossa ruspa scarica la terra nel pendio sottostante. Immagino ci vorrà qualche giorno per liberare la sede stradale, presumo anche che non sarà l’ultimo smottamento che vedremo lungo la Karakoram Highway. Il fiume sulla mia sinistra dalle acque limpide va a finire in quelle dell’Indo, le quali sono forti, color marrone, corrono veloci ed impetuose. All’inizio del ponte che ci porterà sulla sponda occidentale facciamo dogana. Su un ampio quaderno, dove leggo altrettanti nomi stranieri, diviso in tante colonne da righe fatte a penna, rilasciamo i nostri dati anagrafici e il numero del passaporto, devo scrivere anche il mio lavoro, naturalmente in inglese, “teacher”, insegnante. Un cartello vieta le foto ai ponti, dopo che ho attraversato il primo, mi chiedo come abbiamo fatto a costruirlo e con quale tecnica, e dispendio immane di uomini, in questo punto l’Indo è largo come un campo di calcio. La strada ora segue le curve bizzose del fiume, con altrettanti saliscendi, a volte sfiora di qualche metro la riva, poi risale per un centinaio di metri all’ombra di alberi. Bambini da tutte le parti, buoni, dispettosi, furbi, con i sassi e senza. Un giovane carica dei mattoni di argilla fatti essiccare sul ciglio della strada su un carretto trainato da un esile asinello. Gente che aspetta gli autobus colorati e che sono stracolmi all’inverosimile, persone anche sul tetto; si sale mentre questo riparte e si scende quasi catapultati. Noi pedaliamo regolari con le nostre biciclette stracariche facendo attenzione anche alle buche, ai sassi, al fondo sconnesso, una disattenzione può causare una caduta e farsi male da queste parti è un grosso problema. Comincia verso le nove a fare piuttosto caldo, è davvero un tormento, è duro ambientarsi. A mezzodì arriviamo a Besham, punto d’arrivo quotidiano. Entriamo come furie nell’hotel, una camera molto accogliente, affacciata sulle rive dell’Indo. Una doccia e poi affamati pranziamo. Nel pomeriggio una controllata alle biciclette. Lucia descrive: “Menù del giorno, uguale sia a pranzo che a cena. Verdure: cipolle con contorno di cetrioli, fettine di pomodori, piccoli spicci di limone. Del riso scondito, più sottile del nostro italiano, accompagna del pollo con patate fritte, delle zucchine con salsa molto piccante in una terrina, da bere del tè con il latte, il tè ha un aroma gradevole. Alla sera aggiunta del dolce: un budino color rosa ed in superficie bianco, dal gusto molto delicato. L’albergo è sulle rive dell’Indo con un incantevole panorama, ben curato il giardino con intenso profumo di fiori. Ezio gioca a piattello facendo sfiorare ai sassi le onde impetuose del fiume.



Pedaliamo tra precipizi
27 luglio La strada comincia subito a salire alternando brevi discese e comunque tenendosi alta sul fiume, di tanto in tanto a tratti sterrata. I villaggi sembrano farsi più rari e si incominciano a vedere all’orizzonte le prime montagne innevate. Passiamo altri posti di blocco, le solite formalità da espletare con molta cordialità e calma, i gendarmi mi rivolgono domande sulla mia bicicletta. La temperatura è cosi elevata che le ruote si attaccano all’asfalto, un crepitio di baci tra il tassellato battistrada e questo impasto grossolano di catrame. L’Indo col suo insolito colore marrone, un caffelatte con troppa parte di latte, s’incassa tra le due pareti di roccia. La strada in alcuni punti è stata costruita a precipizio sul fiume, in altri fa più volte dentro e fuori dalla montagna, in lontananza sembra scomparire alla mia vista. Il caldo devo sopportarlo. Lucia mi segue a qualche centinaio di metri, ogni tanto mi fermo ad aspettarla all’ombra di pareti di sabbia. Lungo il percorso nei pezzi con più pendenza sbuffano i camion carichi di merce, con poderose pedalate riesco a superarli, mi riprendono nei tratti pianeggianti, poi gli autisti baffuti li fermano vicino a vallette per far raffreddare il motore gettandovi sopra l’acqua. La vista dell’acqua, che talvolta invade e attraversa la strada, lasciando detriti ghiaiosi, spesso ci è servita per refrigerio, ma usiamo cautela nel berla. Io mi immergo completamente vestito sotto il salto di una corso d’acqua, poi pedalalo per un chilometro e sono di nuovo asciutto come prima. Ad un certo punto un sibilo, mi superano in bicicletta da corsa, carica di borse, due tipi nordici, pedalano di buona lena, ma Gilgit è ancora lontana, Kashgar quasi inarrivabile, comunque c’è compagnia. Nel tardo pomeriggio giungiamo al villaggio di Dasu, quindici chilometri dopo troviamo sistemazione presso un albergo, constatiamo che siamo gli unici ospiti, non vi è traccia di altri pedalatori. E’ sera il caldo viene meno e si mangia con appetito. Dopo aver consultato la cartina, osserviamo che l’indomani ci aspetta una tappa tra le più dure, lunga, con pochi villaggi. Siamo stanchi ma anche soddisfatti, dopo aver soffiato ad una candela ci corichiamo.

Pachistani giocano a dadi
28 luglio. E’ domenica, si parte presto, per i primi 30-40 chilometri la strada segue il fiume che scorre vorticoso tra due pareti a picco, le piante cominciano a essere più rare, sostituite da arbusti bassi, erba secca che cresce solitaria tra i sassi. Un rientro verso destra, dove scende un torrente bianco, ospita un bazar dove alcuni pachistani vendono frutta e bibite tenute al fresco immergendole nell’acqua gelida. Altri avventori in una baracca, camionisti che riposano, sorseggiando tè giocano a dadi. Lucia tratta per poche rupie mele e albicocche. In questa zona l’insediamento umano è quasi nullo, lungo il percorso solo il traffico di qualche camion o un autobus. Ripartiamo e ognuno imprime il proprio ritmo alla pedalata. Pedalo senza problemi, conduco la bicicletta senza timori di cadere. Dopo un paio di salitelle mi ritrovo solo avanti qualche chilometro dalla mia compagna. Sempre meno verde, più rocce e più terra quasi bruciata, inizia il tormento del caldo. Il silenzio intorno a me ha i suoi suoni ritmati dai miei pensieri. In questa quiete mi tornano in mente tante cose, anche mio padre. E’ quasi un anno che non c’è più. Mi chiedo se lui avrebbe acconsentito che io affrontassi questo viaggio. Molti mi avrebbero risposto che lui non sarebbe stato d’accordo. Io penso il contrario. Non ho pianto la sua scomparsa, perché volevo fare il duro. Ora gli occhi sono umidi. Mi fermo di colpo, ho fermato anche i miei pensieri, devo attendere Lucia, è dietro di molto. Passa quasi un quarto d’ora. Arriva infuriata mi sbotta che devo capire di aspettarla, di non lasciarla sola, che fa una fatica boia. Non ribatto. Non posso certo dirle che pedalavo qualche chilometro avanti a lei per poter pensare e piangere da solo nascosto dagli occhiali scuri. Un’altra volta faccio il duro. Ad un certo punto la valle stretta si allarga, si apre e diventa piana. Scompare la vegetazione sostituita da un mare di pietraie, sabbia, rocce, non intravedo ruscelli scendere ai lati. Il sole picchia perpendicolarmente sulle nostre teste. Per Lucia è l’inferno ed è ciò che io aspettavo per mettermi alla prova. Intorno il paesaggio ha differenti colori, la sabbia coloro ocra, invade talvolta la sede stradale, le rocce sono rossastre, grigie con sfumature sull’azzurrino, il cielo è terso, in lontananza i primi picchi assomigliano a tante guglie. Ad un villaggio acquistiamo di nuovo delle bibite tenute al fresco in un torrente, verso il tutto nelle borracce. Mancano ancora 60 chilometri a Chilas. Qui non è la strada che con i suoi continui su e giù può tagliarti le gambe bensì il caldo torrido, ci saranno più di 40 gradi. Non vale la pena fermarsi, ti sembra di stare all’interno di un forno, pedalando si ha più refrigerio per l’aria che ti arriva in faccia. Nella borraccia la Coca-cola è calda, è disgustosa, ma bisogna dissetarsi se non vuoi trovarti disidratato. Mi volto per controllare che Lucia mi segua, la tengo sempre ad un centinaio di metri. Continuo a pedalare io non devo cedere, prima deve piegarsi la bicicletta e così succede. Ad un certo punto il portapacchi posteriore stracarico si stacca dal telaio, il caldo ha riscaldato il metallo che compone la struttura dello stesso portapacchi, le vibrazioni assorbite dall’asfalto il resto. Rallento con cautela mi fermo e poi con calma lo riparo. Di nuovo in sella. Intravedo le prime case di Chilas. Ma non è ancora finita. Al posto di blocco mi entra nei raggi della ruota posteriore un filo di ferro, devo smontare la ruota dal telaio per poterlo togliere. Sotto lo sguardo compiaciuto di pachistani e gendarmi, ogni tanto mentre aggiusto impreco, forse ho perso la mia calma. Troviamo un buon albergo, dove tratto il prezzo della camera per 300 rupie. Smontiamo le borse dalle biciclette, Lucia è sfinita, il caldo la resa debole, pure io sono stanco. 120 chilometri in questo contesto ambientale sembrano essere il doppio, pedalando con una bici molto pesante, stimo più di trenta chilogrammi. Preparo del tè e della minestra per Lucia, la metto a dormire e poi mi reco al ristorante per mangiare a sazietà parlando con una coppia di svizzeri, penso sposi, stanno andando in Cina per la loro luna di miele, mentre io e Lucia pensiamo solo a pedalare. Lucia annotava: “E’ stata veramente molto dura. Neppure un filo di vento, qualche riparo all’ombra, qualche ruscello d’acqua, talvolta calda. Finalmente arrivo a Chilas dopo 11 ore e mezza. Ho fatto molta fatica, Ezio mi ha aspettato parecchie volte. Sono stremata”.

Nanga Parbat Tè
29 luglio. Questa mattina Lucia sembra ripresa, aver di nuovo acquistato forze. Pedaliamo nel deserto di pietre e sabbie. Ironicamente mi domando quale sarà la nostra fine oppure fin quando durerà la nostra “benzina”. Comunque oggi mi sento energico con queste strade ho l’impressione che sia la bici a non farcela. Più avanti non mi smentirà. Durante le prime ore si viaggia bene poi il caldo opprime i nostri sforzi. Il respiro si fa faticoso, affannoso, si suda parecchio e bisogna bere a tutti costi. Con dell’acqua presa al mattino alla prima sosta, sotto una parete a spiovente sulla strada, preparo con il fornellino militare del tè e mangiamo del chapati, una specie di piadina pachistana. Presso una baracca che un tempo fungeva da pompa della benzina rivediamo i due nordici in bicicletta. Sorseggiano avidamente da una bottiglia di plastica. Ho l’impressione, scrutando i volti che anche loro risentano della fatica di queste prime tappe. Un posto di blocco nelle prossimità di un ponte. Mando giù tutto di un fiato un’aranciata. A metà giornata abbiamo la fortuna di osservare sulla nostra destra completamente sgombro di nuvole il Nanga Parbat, un ottomila metri, scalato alla fine degli anni ’50 da Hermann Buhl. Pedalo e ogni tanto mi volto di nuovo a guardalo, è il mio primo ottomila che scalo con lo sguardo. Le foto sono di rito. Ci fermiamo per rinfrescarci vicino ad un torrentello, subito circondati da ragazzi che ci offrono gratuitamente dell’uva bianca. Veniamo raggiunti da un autobus da cui scende un gruppo di turisti italiani diretti a Gilgit e a Kashgar. Uno con una piccola cinepresa, è di Saronno, ci filma. Rimangono sbalorditi nel trovare due italiani che pedalano sulla Karakoram Highway, dai loro visi traspare la stanchezza del viaggio in autobus e la sofferenza per il caldo tremendo. Ci salutiamo e noi due di nuovi soli con il nostro perpetuo pedalare. Lucia è molto stanca, sembra che le sue forze siano alla fine. A volte la incito, la spingo. Si siede sul ciglio della strada, rimane li, la convinco a risalire in sella, la spingo di nuovo. Cedere vuol dire la fine di tutto e vedersela brutta. Ad un tratto scoppia il pneumatico della mia ruota posteriore. Tra la stanchezza e lo sconforto a fatica riparo il tutto. Ma a Jaglot non c’è l’ombra di un albergo. Dobbiamo dormire all’aperto, senza la tenda, ci mimetizziamo tra i sassi della riva del fiume. Preparo del tè e la solita minestra liofilizzata. Ci fanno compagnia osservando scrupolosamente ogni nostra mossa due ragazzini e tre militari. Si conversa un poco mentre al buio si mangia. Stare all’aperto mi fa un po’ paura, per via della gente che potrebbe tentare di rubare. Infatti sarà una notte insonne, spero che il mattino arrivi al più presto. Ogni tanto i fasci di luce dei camion illuminano la zona del nostro bivacco. Sotto il mio materassino tengo l’unico coltello da cucina che abbiamo, penso di non usarlo per difendermi. Anche Lucia non dorme. Pensieri negativi mi tormentano. Non ce la faremo a portare a termine la nostra avventura. Così sarò deriso da tutti. Ma almeno ho tentato. Arriva finalmente l’alba, sono le cinque e caricate le bici, partiamo di tutta fretta.

Siete arrivati in anticipo
30 luglio. Siamo stanchi dopo la notte tribolata. I chilometri da percorrere sono circa una cinquantina per giungere a Gilgit. Impennate severe si susseguono a velocissime e rinfrescanti discese. Piccoli agglomerati e ogni volta che faccio una sosta per bere sono letteralmente circondato. Tutti guardano curiosi la mia bicicletta, qualcuno maneggia sulla manopola del cambio, io lo riprendo bruscamente, loro ridono, poi altri mi toccano le gambe per provare la loro consistenza. Arriva Lucia che compra l’uva e la frutta e mi rimprovera di lasciarla sempre indietro da sola. La vallata si allarga, altre si aprano lateralmente, sui conoidi di terra formati dai larghi letti dei fiumi, vi sono insediati altri villaggi di case basse dal tetto piatto, attorniati da campi pazientemente coltivati, ricavati a terrazzo, separati da muretti di pietra e irrigati da canali con piccole chiuse; l’acqua viene fatta giungere attraverso altri canali ricavati sulle pendici dei monti; pascolano nelle vicinanze: galline, pecore e capre. Siamo quasi arrivati, superiamo due posti di guardia. Sulla sinistra della strada è fermo un camion. Da sotto sbuca un autista con il suo camicione blu, mi fa vedere la sua mano destra. Ha un taglio profondo, non sanguina, ma la ferita non si è ben rimarginata. Prendo l’alcool disinfetto il palmo della mano, metto del mercuriocromo e la fascio con una piccola benda. Lui mi ringrazia, io riprendo a pedalare. Dopo pochi chilometri un camion strombazzando mi supera, dal finestrino l’autista con la mano bendata mi saluta. Verso le undici entriamo in Gilgit e troviamo subito l’albergo Hunza Inn. Il gestore, baffuto, panciuto, dal volto sereno, sulla cinquantina mi dice che mi aspettava per il 31 luglio, ma arrivando prima abbiamo guadagnato un giorno di sosta. Mangiamo e poi andiamo a riposare. Lucia ne approfitta per fare il bucato. Alle cinque stoicamente prendo la bicicletta per fare un giro al centro di Gilgit. Mi accorgo che la catena non riesce a salire sulla moltiplica anteriore più grande. Forse è la bicicletta che non vuole andare in Cina. Riparo il copertoncino rotto prima di Jaglot. Terrà speriamo. Al mercato acquisto dell’acqua in bottiglia, biscotti, frutta, fotografo tutti gli ambienti e le situazioni di vita che mi capitano di scorgere. Giunge la sera, ceniamo. Discuto con il proprietario dell’albergo che mi procurerà una jeep con autista che ci scorterà fino al passo Khunjerab, al confine con la Cina. E’ anche mia intenzione rifare a ritroso la Karakoram Highway dalla Cina a Islamabad in bicicletta., però mi chiedo se saremo in grado di compiere anche il ritorno pedalando. Sono ottimista ce la faremo anche le bici. Io e Lucia siamo forti. Vedremo.

Suggestioni a ruota libera.
31 luglio. Seduto nel giardino dell’Hunza Inn Hotel di Gilgit, su sedie di ferro battuto, lascio che la mia mente esplori proprie suggestioni a ruota libera. L’impatto con questo mondo così diverso dal mio è stato davvero travolgente. Ha scosso qualcosa dentro me, soprattutto il vedere la moltitudine di bimbi ad ogni angolo delle strade di città e dei villaggi lungo la Karakoram Highway. Visi infantili che spuntano a frotte, qualcuno invece è solo con suoi stracci addosso, la propria povertà negli occhi. Se i bimbi di città bene o male mangiano qualcosa qualche volta, quelli delle case dei villaggi sperduti sulle montagne come vivranno. Qui la vita è dura per tutti gli esseri umani e crescere ancora di più. Molti ragazzini ti salutano, altri ti guardano ansiosi aspettandosi qualcosa, taluni gridano in urdu, questi ti toccano, altri ti fanno rotolare dietro le ruote delle pietre. Ho fatto parecchie foto ai loro volti, ho impressionato sulla pellicola la loro quotidiana povertà. Ho forse rubato qualcosa che appartiene a loro, alla loro dignità ed io con quale diritto l’ho infranta. Ad altri non sono riuscito a fare le foto, pensavo non sono animali da zoo o trofei. Forse non mostrerò mai queste foto. E’ giusto mostrare le loro foto a persone sedute su comode poltrone. Lucia è altrettanto impressionata, quasi impaurita, smarrita, senza riferimento. Come tornerò da questa esperienza, forse migliore o peggiore con me stesso, con gli altri. Ho davanti a me ancora tre settimane di viaggio, vedrò altre nuove cose, vivrò nuove sensazioni, avrò altre domande senza altre risposte. Lucia trascriveva sul proprio diario: “Finalmente il riposo meritato. La camera non è eccezionale, il bagno lascia un poco a desiderare, ma la stanza è fresca da sul giardino che con la sua frescure sotto le piante è piacevole starvi a riposare. Nel pomeriggio ho fatto una passeggiata tra le vie di Gilgit dove si può trovare di tutto. E’ un susseguirsi di baracche e bancarelle. Si vende la frutta, generi alimentari, stoffe, vestiti, trapunte. C’è la lavanderia, il meccanico, il riparatore di biciclette e moto, il lustrascarpe, il falegname, il sarto, un mondo tutto al maschile, non ci sono donne in giro. Lungo la strada un ragazzo pulisce i tegami, l’altro lava gli stracci, c’è molto sporcizia ed odori nauseabondi, le mosche sulla frutta, sulla carne macellata e appesa in bella mostra. Questo mercato prosegue ancora per altre vie, purtroppo io oggi sono stanca preferisco tornare all’albergo. Mi auguro domani di stare meglio.

Verso Karimabad e Hunza con il portatore a quattro ruote
1 agosto. Alle 6.30 lasciamo l’albergo dopo aver caricato tutti i nostri bagagli sulla jeep che ci seguirà fino al Khunjerab Pass al confine pachistano-cinese. La jeep al seguito ha le stesse funzioni dei portati d’alta quota, noi abbiamo l’onere di pedalare liberi dalle borse laterali, ma sarà certamente anche una sicurezza in casi di problemi di salute oltre i 3000 metri. L’autista è un signore probabilmente sulla cinquantina, assomiglia vagamente all’attore Clark Gable, con il veicolo lui ci precede, poi ci aspetta e di nuovo ci supera. Per il nostro Clark pachistano è sicuramente una passeggiata mentre noi pedaliamo lui fa visita a tutti gli amici che incontra sulla Karakoram Highway verso Karimabad, comunque è molto gentile e cordiale, fuma tranquillo ed premuroso nei nostri confronti. Senza pesi sulla bicicletta si va veloci e la media chilometrica oraria sembra notevolmente elevata anche in salita. Attraversiamo con pedalate poderose parecchi villaggi. Riesco a fare parecchie fotografie, immortalo l’imponente mole del Rakaposhi (7788 m.). Ci fermiamo davanti al monumento dedicato ai lavoratori pachistani, degli eroi che hanno perso la vita costruendo questa strada fino al Sinkiang. Il paesaggio diventa sempre più suggestivo, si scoprono alla vista picchi innevati, il fiume Hunza lambisce oasi verdi tra deserti di roccia e sabbia, ove la paziente mano dell’uomo è riuscita a far crescere pascoli, frutteti e coltivazioni di ortaggio, segale, orzo. Incrociamo una coppia di ciclisti che viaggia in senso inverso con delle mountain bike senza bagagli, sono accampati nei paraggi. Verso le tre pomeridiane raggiungiamo Karimabad e con la jeep ci inerpichiamo per un chilometro su una stretta mulattiera per giungere e scaricare tutto davanti al Park Hotel. Qui ci fermeremo un giorno per riposare, visitare Baltit e il suo forte.

Rammendo al copertone
2 agosto. Anche durante questa notte appena trascorsa mi sono alzato qualche volta per raggiungere il bagno, devo fare attenzione a quello che mangio. Dopo la colazione facciamo visita al villaggio di Karimabad e al suo forte che domina dall’alto sulla valle Hunza di fronte a picchi come il Rakaphosi e il Diran. Lucia durante la visita riportava sul proprio diario: “A fianco delle case, lungo la strada in mezzo al paese scorre una roggia con dell’acqua alquanto sporca dove le genti, soprattutto donne, utilizzano per ogni loro bisogno, per lavare le stoviglie, il bucato, forse anche per far da mangiare. Si incontrano donne con le gerla che risalgano i sentieri verso i campi coltivati; Ezio si ferma a parlare con un maestro pachistano riconoscibile dai libri che porta sottobraccio e dal portamento fiero. Mentre ci avviamo verso il forte altri uomini portano sulle spalle sacchi di sabbia, che viene utilizzata per la manutenzione e il rifacimento di parte del Forte. All’interno di viuzze oltrepassiamo un mulino che funziona tramite cinghie collegate ad un motore di una vecchia jeep. I bimbi ci osservano ridendo dai tetti piatti delle loro case basse, quando Ezio tenta di avvicinarsi a delle donne queste repentinamente si voltano e scappano dentro le loro abitazioni. Il Forte di Karimabad è una costruzione di color bianco con delle parti superiori in legno, in questo momento sono in corso dei lavori di restauro. Ritornati all’albergo si pensa solo a riposare e mangiare.” Controllando la bici mi accorgo di un taglio orizzontale lungo il copertone della ruota anteriore, con tutta probabilità attraversando alcuni tratti con sassi, la punta di alcuni di questi ha inciso il copertone e l’acqua dei tanti ruscelli e torrenti guadati fin quassù ha indebolito la struttura. Come un sarto rammendo il copertone e lo rimonto sulla ruota, fino a quando terrà la cucitura? Più volte penso che cedano prima le biciclette e poi il sottoscritto. Il nostro autista non si è visto tutto il giorno, lui è originario di queste parti, evidentemente avrà fatto visita a qualche parente. Nel pomeriggio incontriamo un’altra coppia di ciclisti tedeschi, un ragazzo ed una ragazza piuttosto alti.

Scritte sulle gande sabbiose
3 agosto. Sono seduto al tavolo all’interno della Guest House di Sust, aspetto la cena, dopo una giornata altrettanto dura di perpetuo pedalare. Il caldo, i continui saliscendi hanno tagliato in due le mie gambe ed anche Lucia è giunta sino qui distrutta dalla fatica. Mi domando con ossessione se ce la farà ad arrivare al passo a 4800 di altitudine, ma questo dilemma riguarda anche me, al momento mi sembra di star ben. Il tratto odierno da Karimabad a Sust si inerpicava tra pochi villaggi, superava Gulmit dove ho trovato delle preghiere tibetane, piccoli fazzoletti colorati con scritte in sanscrito, poi l’arrivo a Passu era annunciato da una enorme scritta fatta di tanti piccoli sassi bianchi: “Welcome to Passu”. Siamo passati vicino alle ultime moreniche lingue di un ghiacciaio, le montagne sovrastanti le piane ghiaiose create dal fiume, sono come centinaia di guglie gotiche di roccia compatta. Da Sust al Passo dobbiamo superare l’indomani circa 2000 metri di dislivello e pedalare per 80 chilometri su sterrato. Alle cinque del pomeriggio andiamo al posto di frontiera per le solite formalità doganali e ci rispondono di passere dopo le otto. Intorno alla tavolata della Guest House, vicino a me, ci sono degli americani, li manderei volentieri al qual paese. Tipi dalla puzza sotto il naso, certamente figli di papà o cocchi di mamma. Fanno i gradassi, sembrano i padroni del mondo e poi mangiano la stessa sbobba assieme al sottoscritto. Di fronte un altro fuma, è un: “very …”. Mi da molto fastidio che si fumi mentre si mangia. Un altro, a lato, ha un ghigno antipatico, una “pop-corn face”. Un ciclista ha anche tanta fame. Questi pachistani non si muovono, in certe circostanze la loro calma mi irrita o forse l’altitudine sta facendo su di me un brutto scherzo? Presumibilmente è il pensiero per la pedalata di domani. Non sono mai salito oltre i 3300 metri della Marmolada o del Pizzo Tambò, perciò salire in bicicletta fino a 4800 metri è una vera incognita.

Khunjerab Pass Tea
4 agosto. La partenza avviene molto presto alle 5.45, la giornata è tersa, l’aria frizzante, ma ho l’impressione che inerpicarsi fino al passo in bicicletta sarà impegnativa e lunga. La jeep con il nostro affabile autista ci segue da vicino. Dapprima il tracciato è di falso piani, sale dolcemente tra piccole gole e il letto ghiaioso del fiume. Oltrepassiamo il villaggio di Dih, alcuni punti di controllo. Ci fermiamo presso delle postazioni militari a bere del tè offertoci dai gentili gendarmi. Superiamo qualche frana e un avvallamento creato da piccoli torrenti laterali fino ai 4000 metri, poi ci sono i 17 chilometri finali che ci porteranno fino al passo, il punto cruciale della nostra avventura. Lucia prima dell’erta finale aggiunge: “Dopo aver lasciato Sust dapprima la strada sale lievemente, ci siamo fermati più volte per mangiare, presso un fortino militare composto da due stanze, una per il pranzo e una per dormire, il capitano con altri soldati ci ha offerto del tè, chapati e un piatto con cipolle e pomodori che abbiamo gustato e ricambiato il tutto con dei biscotti. Lungo il tragitto abbiano notato due contadini che attraversavano le rapide del fiume, incuriositi abbiamo chiesto dove stessero andando oltre quel deserto di sabbia e roccia, ci hanno risposto che erano in cerca delle loro capre.” Affrontiamo la salita gradualmente, fermandoci ogni tanto ad aspettare la jeep; il respiro si fa sempre più affannoso, mi arresto qualche minuto per riprendere a respirare regolarmente, dietro segue Lucia a qualche centinaia di metri. Ad ogni ripartenza i muscoli delle mie gambe hanno un fremito, sembrano punti da tanti aghi, l’altitudine comincia ad avere i suoi effetti e anche la temperatura, quando le nuvole nascondono il sole, scende di parecchi gradi. Il passo sembra li dietro l’angolo, anche l’ultimo chilometro pare interminabile e pensare che non abbiamo carichi eccessivi sulle biciclette. Finalmente siamo in cima. Siamo esausti. Io mi sento come ubriaco, Lucia ha l’apparenza di star meglio. Un tè con le guardie di frontiera pachistane sotto la loro tenda, scarichiamo i nostri bagagli dalla jeep e li rimettiamo con cura sui portapacchi delle bici. Lasciamo qualche rupia di mancia e delle bottiglie di acqua minerale al nostro autista e lo salutiamo. Ora abbiamo la discesa da affrontare e siamo soli. Ho l’impressione che le mie energie vadano esaurendosi. Faccio attenzione alle buche e concentrandomi sulle residue forze raggiungiamo il primo di posto di blocco cinese, circa 5 chilometri sotto l’ultimo pachistano. Ci fermiamo per il controllo dei documenti e gentilmente le guardie cinesi ci invitano all’interno della loro caserma a bere un tè molto più leggero del black tea pachistano, io mi appisolo su una sedia, sono stanco e mi sento svuotato, quasi incapace di bere. Non possiamo dormire all’interno della caserma, un soldato ci accompagna per qualche centinaia di metri dove vi è un vecchio edificio diroccato, qui possiamo montare per la prima volta la nostra tenda. A fatica, data l’altezza e la stanchezza, montiamo la tenda, poi dentro i nostri sacchi a pelo a dormire. Passiamo la prima notte in Cina ad oltre 4500 metri in maniera insonne, a momenti si dorme, in altri si è svegli ed il respiro è stentato. Lucia aggiungeva: “La notte è stata un po’ agita, la pochezza di ossigeno, il mal di schiena. Il cielo nitido pieno di stelle in seguito si è annuvolato e mi ha fatto temere per un violento temporale, di nuovo si è rasserenato e mi sono addormentata. Comunque il freddo, lo sforzo per la salita, un poco di diarrea hanno fatto il resto. Al mattino mi sono alzata spossata, direi distrutta.

Da Pirali a Tashkorgan e la giovane guida
5 agosto. Mi alzo frastornato, con la testa indolenzita, le gambe appesantite, per i primi minuti vago intorno alla tenda come un sonnambulo, anche calzare gli scarponcini mi fa parecchio ansimare e Lucia, sdraiata nel suo sacco a pelo, mi sembra fuori gioco, farfuglia qualcosa. Ci vuole del tempo per preparare un tè. Ritorno di nuovo dai gendarmi cinesi, parlo con un presunto sottufficiale in inglese e con gestualità tutta italiana. Di nuovo all’accampamento e ci vuole più di un’ora per prepara il tutto, disfare la tenda, mettere a posto i sacchi, caricare le biciclette. Devo aiutare Lucia a vestirsi e sotto braccio l’accompagno fino alla strada, la metto sulla bicicletta. Per la dogana cinese di Pirali dovrebbe essere tutta discesa. Mi assicuro che Lucia sia in grado di procedere in bicicletta, le sto dietro, la esorto a scendere piano tenendo i freni e concentrandosi solo sulla strada da fare. Il paesaggio intorno è di un intenso verde, semplici colline a 5000 metri, qualche gregge vicino al fiume, il silenzio rotto dai fischi dei pastori. Davanti a noi si ferma un camioncino, scende un giovane cinese, una guida ventenne, aspettava proprio noi, due ciclisti italiani, con il veicolo ci farà da appoggio fino a Kashgar. Lucia sfinita, esaurita nelle energie, sale sui sedili posteriori, qui conclude il suo pedalare perpetuo nel Karakorum. Tutti i bagagli finiscono nel cassone, compresa la bici di Lucia, io proseguo con il vento a favore lungo un percorso ondulato fino alla dogana. Lungaggini per entrare in Cina, fino a quattro formulari devo compilare. Poi discuto animatamente con la giovane guida, vuole che a tutti i costi salga sul camioncino anch’io. Sono molto contrariato, arrivo quasi a litigare, io qui sono venuto per pedalare, non per starmene seduto sul sedile d’auto. Purtroppo a malincuore cedo e faccio i chilometri che ci separano da Taskorgan con il naso appiccato al finestrino. E’ tutta discesa asfaltata per 50 chilometri. Lucia accanto a me non sembra migliorare, sono preoccupato per le prossime giornate. Qui in Cina il fuso orario è quattro ore avanti rispetto al Pachistan, otto rispetto all’Italia. Ora è mezzogiorno e a Gilgit sono appena le otto del mattino. Raggiungiamo l’albergo dalle camere discrete, la doccia è fattibile dopo le 11 di sera. Nella hall, un po’ irritato, incontro la guida è mi accordo per il programma dei giorni a venire. Fino a Kashgar in bicicletta, neanche un metro in auto, altrimenti gli do il benservito. Per arrivare a Kashgar ho calcolato che ci vogliono tre tappe. Lucia è andata a dormire, sono convinto che non proseguirà più in bicicletta, potrà rifarsi al ritorno in Pachistan. Sicuramente la nostra poca attenzione a ciò che abbiamo mangiato ci ha creato dei disturbi intestinali, per ora le conseguenze le sta pagando Lucia. Mentre bevo una birra cinese cerco di fare il punto della situazione. Di sicuro fare la Rawalpindi-Kashgar-Rawalpindi, circa 3000 chilometri di pedalate, richiede più del tempo da me programmato a tavolino. Verso il passo e fino a Kashgar noi abbiamo la jeep al seguito e salire il Khunjerab Pass è stato veramente faticosa, invece con le bici stracariche dei propri bagagli, ci vogliono più tappe brevi e giornate di riposo, ed impostare un passo di pedalata medio agile, altrimenti con rapporti medio lunghi c’è il rischio che saltino le gambe e che le energie finiscano presto. Bisogna curare meglio l’alimentazione con brevi pasti quotidiani facendo attenzione a ciò che si mangia e si beve, altrimenti possono insorgere problemi di salute e mettere in essere la riuscita della propria impresa. E’ sera in quest’albergo il bar è chiuso, i camerieri sembrano essere spariti ed infine qui non brillano per pulizia i tavolini. Tento di farmi una doccia, poi vado a dormire in un letto vero.

L’anguria diplomatica
6 agosto. Colazione alle 10 ore di Pechino, le sei a Gilgit, le due di notte in Italia. I primi chilometri sono in discesa, poi continui avvallamenti fino a raggiungere un passo di 4000 metri. Pochi villaggi, quasi delle oasi in questo deserto in altura, in lontananza si staglia la mole arrotondata e bianca del Muztagh Ata. Rare le auto, qualche uyghur con un carretto trainato da asinelli, parecchi monumenti funebri vicino alla strada. Lucia è appisolata sul camioncino. Anche a queste altitudini il caldo è opprimente, in special modo quando arrivo in cima ad un dosso, una salita ripida, mi fermo quasi sempre a boccheggiare. Devo bere in continuazione durante il mio lungo perpetuo pedalare. Quando giungo al passo il panorama si slarga su un’immensa piana, un tempo forse un lago, ai suoi lati montagne oltre i settemila metri e dune di sabbia piuttosto alte dal color argenteo. Vengo superato da un’auto con bandierine sul cofano, si ferma davanti a me, ne scende un uomo corpulento in divisa verde. Un politico o un militare in visita, mi intima di fermarmi, fa un cenno al suo autista che apre il baule posteriore, estrae una grossa anguria, comincia a tagliarne dei pezzi e l’anziano militare graduato di vistose mostrine mi invita a mangiarla, io accetto. Lui orgoglioso con la sua grossa anguria del Sinkiang ed io con la mia italica bicicletta giochiamo per un momento, a quattromila metri nel silenzio del deserto tra colori di sabbia, a fare i diplomatici. Di nuovo in sella scendo il passo tra ampi tornanti, poi sul piano il vento a favore, spingendomi verso il Karakul Lake per alcuni istanti sembra trasformare la mia bicicletta in una moto. Raggiungo l’accampamento di yurte sulle rive del lago, al cospetto di montagne maestose come il Kongur e il Muztagh Ata. Accompagno Lucia nella nostra yurta, all’interno il pavimento è ricoperto di tappeti e prepunte, le porto da mangiare e bere del tè cinese molto leggero, di un verde tenue, seduto accanto aspetto che lei prenda sonno. Mi reco nella yurta adibita a ristorante, mangio con gusto, sento di star bene, anche dopo un centinaio di chilometri faccio una breve passeggiata sulle rive del lago, sono le 11 di sera ma è ancora molto chiaro. Arrivano altri turisti in autobus e jeeps, si accingono a fare un trekking a dorso di cammello fino al campo base del Muztagh Ata. Faccio conoscenza di un giovane parigino che in maniera molto autonoma, con audacia e credo con un pizzico di fortuna sta girando il Sinkiang, per il momento possiede una bicicletta indigena, simile a quelli dei nostri nonni con i freni a bacchetta.

Con la tavola tedesca scivolando sulla sabbia
7 agosto. Il sole nasce dietro questi magnifici settemilametri. Nonostante che durante la notte il termometro è sceso di parecchio, sono infreddolito, riprendo a pedalare, rinfrancato dai raggi. Leggera discesa, brezza laterale al senso di marcia. Ad un tratto dietro alcune dune ondulate ecco aprirsi un ampio lago quasi prosciugato, sulle rive delle pecore cercano piccoli ciuffi da brucare. Pastori, yurte e bimbi dagli occhi a mandorla con sorrisi candidi. Vicino ad una yurta sono accampati dei giovani tedeschi. Questi stramballati alemanni si divertono a scendere le dune sabbiose con lo snowboard, altri volteggiano sulla mia testa con dei coloratissimi parapendii. I tedeschi sembrano sorpresi di vedere un italiano arrivare dal Pakistan in bicicletta. Il mio sguardo si perde nei confini remoti di queste enormi montagne di sabbia e ghiaia, a seconda della posizione del sole che accarezza e accende le loro pendici, i colori di questo quadro turchemo vanno da sfumature percettibili di grigio all’azzurro, all’argento e al bianco delle poche cime innevate. Un’ampia svolta a destra porta la strada ad incunearsi tra gole e pareti giù a picco sul fiume. Frane, piccoli smottamenti, sassi di varia grandezza, invadono la sede stradale, devo fare molta attenzione. Con un occhio al percorso e l’altro verso l’alto a scrutare che non mi cadano addosso delle pietre. Lungo i tornanti salgono tra fumi neri degli scappamenti e i motori sotto sforzo i camion e le jeeps di una colonna militare. Una sbarra davanti a me, un posto di blocco, tanti uomini aspettano un passaggio per recarsi al lavoro, sono incuriositi della mia bicicletta, divento un’attrazione, la mia guida spiega loro il mio viaggio, mentre io sono intento a mangiare. Stiamo scendendo rapidamente verso i 2000 metri, per lunghi tratti non pedalo, accovacciato sulla bici, in una presunta posizione aerodinamica, tento di trafiggere l’aria calda, a tratti il fiume ha invaso la strada e sobbalzo sullo sterrato. Mi fermo a fotografare quattro ragazzi che solitari camminano verso una loro quotidiana meta, avranno ancora tanti chilometri da fare. Per la notte ci sistemiamo nelle stanze di una scuola, tutto è sporco e polveroso. Presso una locanda ceniamo con una brodaglia lontana parente di un minestrone, mentre il figlio del proprietario accatasta innumerevoli angurie intorno a noi. Lucia sembra avere riprese l’appetito e le forze. A dormire presto, mentre il sole fuori è ancora alto, domani, dovrò affrontare gli ultimi chilometri fino al trionfo finale di Kashgar. Prima di tentare di addormentarmi faccio visita ad una latrina della grande Rivoluzione Culturale Cinese, potrebbe servire anche un ancoraggio per espletare delle funzioni vitali. La guida e l’autista sono di nuovo scomparsi, sicuramente sono andati a far baldoria.

Kashgar… Kashgar….
8 agosto. Durante la notte ha fatto temporale e al mattino il cielo è coperto, una leggera pioggia, quasi impercettibile accarezza i pioppi e i salici che fiancheggiano la strada. Lunghi rettilinei si perdono nella nebbia, ai lati intravedo dune e deserto. Qualche chilometro di sterrato rompe il mio ritmo di pedalata, oltrepasso carretti trainati da piccoli asini che vengono vergati da vecchietti o bimbi. Sul retro dei carretti sono posate con cura verdure, frutta, galline, attrezzi per lavorare i campi. Acquisto dell’uova sode e del pane in un villaggio piuttosto animato dal mercato. Ad un grande incrocio un vecchio mi indica la strada per Kashgar, alla tua destra vai verso il Tibet. Mi fermo ad osservare quel tratto asfaltato che si perde nel deserto, forse un giorno arriverò da quella parte, da un altro viaggio o da un altro sogno. La strada si anima di auto, corriere piene e carri, moto, biciclette e di gente. Io mi sento forte, pedalo fiero, imprimo possenti pedalate. Sono preso dall’ansia di arrivare o forse voglio solo farla finita con questo noioso perpetuo pedalare. Arrivo alla periferia con le baracche e i bimbi che mi rincorrono, quasi come se già sapessi il percorso alla grande rotonda svolto a sinistra alle indicazioni del Seman Hotel. Mi fermo aspetto il furgoncino di Lucia. Intanto si avvicinano due ragazze, sono giapponesi, nel loro inglese con intercalare nipponico, mi chiedono dove possono noleggiare una bicicletta come la mia a Kashgar. O io ho un aspetto da turista o l’aria pressurizzata dell’aereo che le ha portate qui ha fatto loro un brutto scherzo. Entro nell’albergo in bicicletta sotto gli sguardi di diversi turisti ben messi e sorridenti. Ora comincio a sentirmi addosso tanta stanchezza, sono fiacco, le energie sono al lumicino. Probabilmente abbandonerò l’idea di raggiungere al ritorno il confine pachistano in bicicletta. Ma dovremo avere energie per pedalare da Sust a Gilgit, soli e con le biciclette cariche. Qualche foto di rito, pranzo ma anche il cibo cinese mi da nausea. Cena al bar John dell’Hotel, dove possono conversare con altri turisti italiani. All’indomani del mio arrivo giunge uno dei due pedalatori tedeschi che avevo incontrato verso Gilgit, è appena sceso da un autobus, il suo compagno arriverà qualche giorno dopo visibilmente debilitato e stanco, in cima al Khunjerab Pass si è preso una grossa bufera.

Hunza Inn Hotel Gilgit, ricordi e sfumature della mente
Estate 2001. Sono seduto sulle seggiole di ferro battuto nel giardino dell’Hunza Inn Hotel di Gilgit, ho appena terminato un giro in bicicletta in solitaria, di circa 1000 chilometri, nell’Hindu Kush, tra Dir, Chitral e lo Shandur Pass, ma quest’ultima avventura a due ruote sarà forse narrata ai miei quattro bimbi. Mentre bevo a piccoli sorsi del tè, la mia memoria ritorna indietro a dieci anni fa. Cerco di riuscire a riflettere, di rivedermi. Allora tornai dal Sinkiang in Pakistan con un furgone, poi giunsi qui in bicicletta, in due tappe dal villaggio di confine di Sust. Fu notevole lo sforzo nel compiere duecento chilometri. Eravamo, io e Lucia, entrambi sotto peso ed esausti. Lasciammo le bici in un angolo e cercammo con il riposo di recuperare, anche se ci vollero parecchie settimane prima di ritornare in forma adeguatamente. In Italia per notti sognavo di pedalare ancora, rivedevo le immagini nitide dei paesaggi, dei villaggi, delle genti pachistane. Non erano incubi, era soltanto il mio inconscio che non voleva adattarsi di nuovo alla vita normale del giorno e di notte si sfogava. Forse io volevo un altro viaggio in bicicletta. Di tanto in tanto durante la giornata mi fermavo a rimuginare, a rivivere mentalmente quel viaggio, era un gioco per estraniarmi da questo mondo veloce, frenetico, forse patetico, comunque sopportavo. Mi era un po’ innamorato di queste terre faticosamente conosciute pedalando nel Karakorum tra le sue montagne e le sue genti e i tanti bimbi, in bicicletta, roba da matti. “Good morning, Sir Ezio”. Mi dice schietto il proprietario del piccolo albergo. Dopo dieci anni si ricorda ancora del mio nome. Probabilmente pochi pedalatori sono passati da allora. Come questa terra ha lasciato delle impronte indelebili nella mia mente e nel mio animo, qualche traccia del mio passaggio è rimasta anche nell’albergatore hunza. Finisco di gustare il mio tè, saluto il mio vecchio amico, pensando che vorrei ancora incontrarti, forse un giorno ti farò conoscere i miei ragazzi. Mentre esco dal porticato entrano due ciclisti con le loro biciclette stracariche. I loro volti sono provati, le loro bocche sono aperte cercano ossigeno fresco e implorano acqua, hanno le labbra screpolate, le braccia e le gambe evidenziano un’abbronzatura di parecchi giorni, le biciclette impolverate. Entrambi sulla trentina, sono un uomo e una donna. Dalla bicicletta di quest’ultima cade la borraccia per terra. Io la raccolgo e gliela consegno, lei allunga una mano quasi incerta e dice: “Thank you”(Grazie). Io accenno un sorriso. Lei: “Are you a biker?” (sei un ciclista?). Io fissando i suoi occhi azzurri, le rispondo: “Maybe,” (Forse). Riprendo il mio passo sicuro, lascio alle mie spalle quel giardino dell’albergo con le sue seggiole di ferro battuto al riposo dei due giovani pedalatori, per il momento appartiene al passato, io ho ancora tanta voglia di nuove avventure.

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