Non solo Petra

di Giulia Levi –
“No, state tranquilli… vado in Giordania, mica in Afghanistan!” (più o meno la stessa risposta che davo l’ anno scorso, prima di partire per Israele) e la Giordania, in effetti, rappresenta un’ oasi relativamente felice nel Medio Oriente; sono stata tentata di pensarla diversamente quando il 2 dell’ agosto appena trascorso, il giorno prima che io partissi, un razzo di Hamas ha colpito un hotel di Aqaba (dove avrei soggiornato la notte successiva). Le autorità locali hanno fatto sapere che si era trattato di un errore di mira: Hamas voleva colpire Eilat, città israeliana che dista pochi chilometri da Aqaba. In ogni caso, il 3 di agosto, sono partita con la speranza che Hamas non sbagliasse nuovamente la mira.

Appena scese al King Hussein Airport di Aqaba, io e Veronica (la mia compagna di viaggio), veniamo travolte da una folata di vento caldo… effetto phon, per intenderci; il sole sta tramontando e ci informano che la temperatura è di circa quaranta gradi (l’ aria condizionata della camera, comunque, non funziona).
Betania si affaccia sulla piana di Damasco e si è accecati dal bianco e dall’ ocra della polvere, dall’ oro della cupola di una chiesa, in lontananza; seguendo le piante di olivo raggiungiamo insieme al resto del gruppo, composto da circa cinquanta persone, le rive del Giordano: la Chiesa Cattolica riconosce Betania come il sito del battesimo di Gesù. Da una sponda all’ altra, circa tre metri; in lontananza riconosco le note yiddish: la sponda opposta, così vicina, è territorio israeliano.

«Riconoscere una realtà non significa condividerla. Una realtà, quella del 1948, esiste e questo può piacere o meno: l’ importante è che la si riconosca.» – così Wael (la guida) risponde a qualcuno che vorrebbe discutere di Cisgiordania; intanto stacca da una palma alcuni datteri, esportati in abbondanza dalla Giordania.
Quelle acque definite “morte” perché non permettono la sopravvivenza al loro interno data l’ elevata salinità, costituiscono una fonte di ricchezza per la Giordania. Sulle rive del Mar Morto sorgono, infatti, numerosi centri benessere particolarmente adatti a curare la malattie della pelle; l’ acqua ha consistenza oleosa ed è caldissima. Ci si rilassa, galleggiando, e non si potrebbe fare diversamente. L’ acqua è di un azzurro tanto intenso che, allontanandosi, non la si distingue dal cielo.
La ferrovia fu costruita dai turchi, all’ inizio del Novecento, e collegava Damasco a la Mecca; la linea trasportava metalli e pellegrini (passando per l’ antica via carovaniera), lungo le pareti esterne del deserto Wadi Rum. T. H. Lawrence, con l’ aiuto della legione araba, riuscì a sabotarne i binari. «Lawrence, intendo il film “Lawrence d’ Arabia”- precisa Wael – ha attirato l’ attenzione del mondo sulla Giordania; qualche beduino vantava di possedere una scarpa, un guanto, dei pantaloni indossati dal vero Lawrence e così faceva visitare il deserto ai turisti.».
L’ autista del nostro pick-up potrebbe avere quindici anni scarsi, ma domina molto bene le dune del Wadi Rum. Il pick-up appartiene ai suoi genitori e, con il suo servizio, contribuisce al mantenimento della famiglia; la sabbia è rosa e rovente. Un giovane beduino che indossa la “kufia” (il copricapo giordano bianco e rosso) si ferma accanto al nostro autista, intento a controllare gli ingranaggi del veicolo; dromedario da un lato, pick-up con cofano aperto dall’ altro: il giovane beduino stringe la mano al nostro autista, poi se ne va. E’ il fascino di un Paese che oscilla tra passato e futuro, in cui la moneta (il dinaro giordano) è agganciata al dollaro, ma che ancora lotta contro l’ aridità del territorio per avere l’ acqua.
«Se tu o la tua famiglia o i tuoi amici vorrete visitare il deserto» – mi dice Houssam (parla un inglese abbastanza corretto, che mi spiega aver imparato dai turisti di passaggio), che vive presso le imponenti pareti rocciose del Wadi Rum – «sarete i benvenuti» e mi consegna una sorta di biglietto da visita. «Sai, di notte esco dalla tenda con il mio narghilè. Mi stendo su un tappeto, guardo le stelle e mi dimentico … di me.» .



E’ il tramonto e, dalla stanza dell’ hotel di Amman, si sente il canto del muezzin; il minareto si illumina e il traffico della Capitale fa da sottofondo alla cantilena metallica dell’ altoparlante.
La guida “sportiva” dei giordani e la quasi totale assenza di strisce pedonali rendono un’ impresa anche l’ attraversamento della strada; Amman non dorme mai: c’ è chi sceglie di aprire il negozio in orari diurni, chi in orari notturni. Ci sono i bazar, c’ è profumo di arancia e puzza di smog, c’ è chi ti chiede da dove vieni e se ti piace la Giordania, ci sono i clacson… c’ è chi ti guarda attraverso il fumo del narghilè. Alcune indossano il velo integrale, altre coprono solo il capo, altre ancora indossano i tacchi a spillo; certe sono bellissime, con i loro sguardi definiti dal kajal.
Il King Hussein Cancer Center di Amman, in collaborazione con la Facoltà di Medicina, sta sviluppando sistemi di ricerca e cura del cancro (tra i più importanti nel mondo): il tasso dei malati di cancro è aumentato proporzionalmente allo sviluppo sfrenato dei centri urbani; l’ Università di Amman (dalle materie “umanistiche” a quelle scientifiche) attira studenti e lavoratori da tutto il mondo, interessati anche ad apprendere la lingua araba. Si continuano a costruire palazzi e ville, ad Amman, simbolo della ricchezza crescente degli ultimi tre decenni (il numero di impiegati nel settore finanziario , nella Capitale, supera quello degli altri settori lavorativi) ; anche in un quartiere periferico, quello del “Settembre nero” del 1970, si cerca di “arginare” l’ ombra delle violenze passate e favorire il collegamento con gli studenti e i lavoratori delle campagne.
Ovunque, per le strade e sui muri delle abitazioni, campeggiano immagini (a dimensioni più che reali) di Re Abdallah e della famiglia reale.
«… per il resto, qui si mangia pollo e riso. » – Wael rideva mentre parlava, ma non scherzava. Viene portato in tavola il piatto tipico (pollo e riso, appunto, insieme al pane arabo) condito con humus (salsa di ceci) e vari tipi di yogurt; vanno menzionati anche i dolcetti tipici al miele. La cena si conclude con la “dabka”, danza militare giordana, a ritmo di tamburo e cornamusa (retaggio della dominazione inglese): io e Veronica siamo due ottime ballerine.
E’ impressionante vedere degli affreschi in mezzo al deserto: un califfo omayyade portava Hamra (ballerina di corte) in questa palazzina, per trascorrere momenti di intimità; sulle pareti, ben conservate, sono affrescate scene di caccia, una donna formosa dalla chioma nerissima e i segni dello zodiaco.
La bambina potrebbe avere sei anni e cammina distratta, lentamente, tra le rovine del tempietto ellenistico di Iraq el-Amir (sito molto povero, sconosciuto alla maggior parte dei turisti); ogni tanto alza gli occhi verdi, che spiccano dalla carnagione olivastra, e ti porge un fico appena staccato dai rami. Ci viene offerto il thè sotto una tenda e lo sento ancora, che sale lungo le narici, l’ aroma della menta.
Sul tetto di tutte le case (anche quelle dei villaggi più isolati) c’ è una cisterna d’ acqua affiancata dall’ antenna parabolica; trasmissione del Corano per alcuni, globalizzazione dell’ informazione per altri.

In alcuni tratti del Sik non arrivano i raggi del sole: qualche pianta si inerpica tra le fessure della roccia che è, di per sé, striata di rosso e marrone. Il fascino delle tombe reali è potente e ammutolisce. La necropoli scolpita nella roccia è difficilmente descrivibile a parole: Petra è austera e malinconica, Petra comunica la ricchezza economica e culturale del suo popolo; tuttavia il viaggiatore attratto dalla bellezza architettonica esteriore rimane deluso quando, entrando nelle tombe, le scopre vuote. Gli scalini scolpiti nella montagna sono 850 e, dall’ alto, il monastero domina la vallata di Petra: dal deserto alle pianure più lontane; c’ è foschia e gli altri turisti sono tornati indietro. Credo che il silenzio, spezzato solo dal vento, sia lo stesso di quando i Nabatei resero sacra questa zona più di 2500 anni fa.
Sono circa le cinque del pomeriggio… è vero, Petra si colora di rosa.
Le pareti rocciose del Wadi Rum incutono quasi timore quando, come colossi scuri, si stagliano nel cielo già stellato; da lontano brillano le luci di Aqaba (“L’ ostacolo”) e della israeliana Eilat (“La divinità”), più in là il Mar Rosso. Non sto pensando, sto solo guardando. E non ho bisogno di nient’ altro.
«Se la vita è viaggio, viaggiare significa vivere due volte»
Sì, lo so. Ho il “mal di Medio Oriente”.

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