Granada!

di Alessandro Barile –
C’è una piazzetta a Granada, su, all’Albaicin, il vecchio quartiere degli zingari. Si sale un monte, per una strada che attraversa i quartieri della città, via via restringendosi. Ad un certo punto, dopo insolite deviazioni, si apre, quasi in cima, questa piazza raccolta, chiusa, candida. Una piazzetta tipicamente andalusa, ma che nell’ immaginario rievoca piuttosto un qualche paesino messicano abbandonato. Una piazza d’acciottolato, una chiesina con un grande campanile, paglia e polvere perennemente in movimento per la strada. Il tutto imbiancato a calce, di un bianco lucente e doloroso, caldo. Una chiesetta senza pretese, una facciata piatta, abbagliante, e un tetto di cocci rossi male assemblati, da cui spuntano qua e là germogli d’erba. E un campanile anch’esso privo di fronzoli, di una bellezza ardente. Nel retro di questa chiesa, un grande spazio lasciato incolto, in parte acciottolato, che deve forse servire a spazio per i canonici e per i ragazzi dell’oratorio. Al di là della chiesa, un numero imprecisato ma adeguato di casette a uno o due piani, anch’esse bianchissime. Case senza pretese, ma che nell’equilibrio di colori e architetture divengono struggenti prove di umana creazione. Al centro, un insieme acciottolato su due livelli, uno di uno scalino più alto dell’altro.

Alle spalle di questa plazuela, si apre la vista più immaginifica che si possa ammirare di Granada, e di ogni altra città. Ma è una visione che già s’avverte dietro le case, come se la piazzetta fosse sospesa, e questa sospensione si avvertisse perennemente. Saranno i venti che la puliscono, o la luce così trasparente. Eppure, tutto ciò che si scopre si ha come la sensazione di averlo già intuito. E così, una decina di metri alle spalle della piazza, si apre lo sguardo d’insieme della città. Una macchia bianca, adagiata sui monti degli ultimi rilievi delle Alpujerras. Un paese di angosciosa malinconia, soprattutto se visto nel tramonto di una sera di piena estate, quando il caldo opprimente si attenua, e si scopre una visione immobile. Una città ferma da secoli, sempre uguale, immodificabile. Una visione che si sarebbe potuto intravedere simile cento, o cinquecento anni fa.

Si torna poi nella piazzetta silenziosa, priva di macchine, ma con qualche cavallo annoiato che stancamente la attraversa, col sole svanente che rende ancora più bianche le costruzioni tutt’intorno. La si supera, per arrivare in cima al monte, da dove ammirare silenziosamente l’Ahalambra, sul monte prospiciente. Il palazzo rosso, che sembra così vicino, a poche decine di passi, e invece è già un altro panorama, con alle spalle la neve perenne dei ghiacciai sempre imbiancati, anche d’estate. Un andamento montuoso, così diverso rispetto alla città adagiata sulle colline che si gettano a mare visto dall’altra prospettiva.



Continuiamo a vagare per il quartiere, e ci sembra di rilevare qualcosa di nascosto, diverso ma che non riusciamo a cogliere, rispetto ad una solita città. C’è qualcosa di discorde nell’aria e nel contesto, che rende questo ammucchio di case così insolito rispetto a tutte le altre città d’arte che ci è capitato di vedere nei nostri girovagare. Poi d’improvviso, ci appare tutto fin troppo chiaro. La polvere, gli animali per strada, la paglia, le voci. E poi ancora, maghrebini e andalusi, come un tempo, senza soluzione di continuità. Granada si è fermata a quattro secoli fa. Passeggiare per Granada significa scoprire il passato. Toccare con mano una vita che continua sempre uguale, da secoli, senza rimodernamenti o pulizie recenti, senza interventi esterni e successivi. Perdersi per l’Albaicin è come rovistare nel passato. Lo splendore estetico in fin dei conti normale diviene immortale, struggente, sincero. Lo spettatore imbarazzato non riesce a coglierlo immediatamente, ma il contesto lentamente disvela la peculiarità che si cela allo sguardo superficiale. Non si avverte la sensazione di camminare in una antica città dei nostri giorni, ma di passeggiare in un caotico ambiente secentesco nel vivo del giorno del mercato.

E’ questa la vera opera d’arte andalusa: la sua malinconica immobilità rispetto al tempo che scorre. Ed è il turista, ora, a sentirsi fuori posto. Con i suoi vestiti moderni, i suoi occhiali, la sua macchina fotografica. Diverso, ecco, si sente diverso, rispetto ad una normalità fatta di sandali e veli bianchi, di bambini scalzi e cavalli defecanti lungo la strada. Di gatti randagi che si contendono il magro boccone, e di signore sdentate che risalgono lentamente gli ultimi scalini di casa. Tutto questo è Granada, e basta in fondo una passeggiata al tramonto per scoprirne la sua immensità taciuta. Che rimane negli occhi, nel naso, nelle sensazioni che si sedimentano nella propria coscienza. Sensazioni che, indelebili, proveranno, per una volta nella vita, l’estasi di un salto nel tempo non ricostruito, ma reale. Ne vale la pena.

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