Mistrà, la Firenze d’Oriente

di Maya – 

Sebbene la Grecia rappresenti una delle mete turistiche più gettonate per giovani e meno giovani, esistono angoli del Paese ancora poco conosciuti, in grado di regalarci la sensazione di catapultarsi nel passato e di immergersi nella tradizione e nella storia della culla della civiltà del mondo.
Proprio per ricercare questi luoghi magici, ho deciso di recarmi nel Peloponneso, penisola greca ricca di testimonianze archeologiche. Dopo aver visitato Micene e lo stretto di Corinto, luoghi che finora avevo solo potuto fantasticare leggendo i poemi omerici o i miti greci, mi sono addentrata all’interno di questa interessante regione, ricca di testimonianze storiche che, a differenza della caotica Atene, mantiene ancora il fascino e l’atmosfera della vera Grecia.

Ho scelto di soggiornare a Kalamata, un tranquillo paese di pescatori alla periferia del Peloponneso, affacciato sul Golfo di Messenia bagnato dal mare Jonio. Pernottare qualche giorno a Kalamata consente di programmare escursioni nei dintorni ma anche trascorrere giornate di assoluto relax su spiagge quasi deserte bagnate da un mare cristallino.
Seguendo le indicazioni raccolte in alcuni racconti di viaggio, mi sono recata nella splendida Mistrà che, da subito, mi ha conquistata per il fascino antico che conserva. Amministrativamente parte del Comune di Sparta dal 2011, in seguito all’ accorpamento voluto dal piano di riforme messe in atto per cercare di limitare gli effetti nefasti della crisi economica che ha colpito il Paese, la verdeggiante Mistrà deve il suo nome alla forma della collina su cui è stata fondata e che pare somigliare ad una “mizithra”, un formaggio bianco greco.

 



La storia della città inizia nel tredicesimo secolo quando, nel corso delle Crociate, Guglielmo II Villehardouin, capendo l’importanza strategica della collina di Mistrà, costruì sulla sua cima un castello con il fine di imporre il proprio dominio su tutto il Peloponneso. Dopo pochi anni Villehardouin fu fatto prigioniero e, in cambio della sua liberazione, accettò di consegnare ai Bizantini il castello: fu così che, nel 1262, iniziò il glorioso periodo bizantino di Mistrà (link: http://odysseus.culture.gr/h/3/eh355.jsp?obj_id=2397) . Nel frattempo, gli attriti tra Bizantini e Francesi crearono fra gli abitanti di Lacedemonia (come era chiamata Sparta nel Medioevo) un senso di insicurezza che li spinse ad abbandonare la pianura e a stabilirsi ai piedi del colle, sentendosi più sicuri sotto l’ombra del castello di Mistrà. Fu questo l’inizio dell’insediamento a Mistrà con la costruzione di chiese e case.
In meno di due secoli la città diventò la “Firenze d’Oriente” e le correnti culturali che vi si svilupparono non si diffusero solo a Bisanzio ma in tutto l’Occidente. Accanto all’edificazione e allo sviluppo architettonico di Mistrà, si cominciò a organizzare anche un forte centro di comando politico e militare che portò la città a diventare, intorno alla metà del XIV secolo, capitale di un principato con a capo un Signore permanente con incarico a vita. Man mano che la fine dell’impero bizantino si avvicinava, i vari Signori che governavano la città cercarono di fortificarla ma, nel 1460 la cittadella fu ceduta ai Turchi. Durante la dominazione turca, Mistrà conobbe un intenso sviluppo commerciale, la popolazione raggiunse i 40.000 abitanti e anche il pascià del Peloponneso vi si installò. La dominazione turca fu interrotta nel 1687, quando un condottiero veneziano, Francesco Morosini, conquistò la città: meno di trent’anni dopo, nel 1715, i Turchi si riappropriarono di Mistrà che riuscirono a controllare fino al 1770 quando fu assediata da truppe russe e greche che costrinsero alla resa la guarnigione turca e non risparmiarono un feroce massacro alla popolazione. Pochi mesi dopo, Mistrà – come tutto il Peloponneso – subì la furia della vendetta turca: per dieci anni le orde albanesi tormentarono la regione con saccheggi, incendi e riduzione in schiavitù degli abitanti. Per tale motivo, durante questo lasso di tempo, la popolazione di Mistrà si ridusse notevolmente e, nel 1825, la situazione fu aggravata dall’incendio e dal saccheggio operato durante un’incursione egiziana nel Peloponneso. Ormai in pieno declino, la fine di Mistrà avvenne quando re Ottone (primo re di Grecia) scelse di fondare la nuova Sparta causando il completo spopolamento della città.

Non solo Mistrà mostra un complesso di testimonianze di eccezionale valore storico, ma il suo panorama è imperdibile, con i verdi ulivi che si agitano al vento, il profumo inebriante dei fiori d’arancio e i vibranti colori dei fiori che ricoprono i fianchi del colle e che riempiono di vita le rovine. Insomma, non mi ci è voluto molto per capire perché la cittàvene sia stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Sulla cima del colle a forma conica si trova il castello di Villehardouin dal cui lato scende, seguendo il pendio, la cinta muraria esterna, a brevi intervalli rafforzata da alte torri quadrate. Più in basso, una seconda cinta muraria descrive una curva verso est e torna a salire fino a incontrare di nuovo il castello. Da una delle tre entrate della cinta muraria esterna si accede a un ottimo ristorante da cui è possibile godere di una vista bellissima e nel cui giardino posteriore si trova la fontana nota come Marmàra. Il nome è dovuto a un sarcofago che si trovava, al posto dell’odierno bacino di cemento, alla base della fontana.
Particolarmente degna di nota è stata la visita a una casa nobiliare bizantina che, secondo la tradizione, apparteneva ai Lascaris, una delle famiglie più importanti di Mistrà. Proseguendo l’itinerario si incontra, dopo aver attraversato una caratteristica fontana turca con arco a sesto acuto, la splendida Cattedrale San Demetrio. Sulla parte esterna del muro si conserva, in basso a sinistra, una pietra con gocce scure, come di sangue: la leggenda vuole che in questo punto, nel 1760, i Turchi uccisero l’arcivescovo di Lacedemonia. Dopo il cortile lastricato, dei gradini portano a un pianerottolo in cui un epigrafe informa che la chiesa fu costruita dall’arcivescovo Niceforo nel 1291. Una volta all’interno della cattedrale, nella nicchia dell’abside domina l’affresco della “Madonna con bambino”, mentre nella navata sono dipinte le scene del martirio di San Demetrio. Ai dipinti della chiesa si alternano sculture che adornano le colonne e le pareti divisorie. Una volta fuori dalla cattedrale e dopo una veloce tappa alla chiesa Evanghelistria, con la sua decorazione di terracotta, proseguendo sulla strada ci si trova davanti al monastero di Vrondochi: un grande complesso formato da due imponenti chiese racchiuse da un recinto, la chiesa di Santi Teodori e l’Afendico, quest’ultima costruita allo scopo di realizzare qualcosa di maestoso, che ricordasse la capitale dell’Impero. Vale davvero la pena visitarla per gli splendidi affreschi che la ornano: pare infatti che i pittori che lavorarono nell’Afendico, portati da Costantinopoli, furono scelti tra i migliori.

Il tour di Mistra prosegue con la porta Monenvasia, l’unica entrata della seconda cinta muraria, da cui si accede alla piazza circondata dai palazzi dei Signori. L’aspetto imponente e monumentale che quest’area doveva comunicare è distinguibile ancora oggi, malgrado l’usura operata dal tempo. La piazza serviva per i raduni pubblici ma poi, ai tempi dell’occupazione turca, fu usata come mercato; si dice inoltre che il filosofo neoplatonico Pletone usasse passare il suo tempo qui, circondato dai allievi provenienti da tutte le parti dell’impero per sentire le sue lezioni. Dallo spiazzo, passando per Santa Sofia (chiesa trasformata in moschea durante l’occupazione turca) si giunge al castello costruito nel 1249 dal sovrano francese Guglielmo II Villehardouin. Su tutta l’estensione del primo recinto, si trovano rovine di costruzioni risalenti al periodo turco e, ancora oggi, è possibile distinguere i resti conservati abbastanza bene di una grande cisterna sotterranea usata per i periodi d’assedio.
La vista dalla torre rotonda che si proietta verso il fiume Eurota e il monte Parnon, con la maestosità selvaggia del monte Taigeto a ovest, lascia senza fiato e contribuisce a rendere la visita a Mistrà un’esperienza magica e indimenticabile.

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