Il Ghibli assassino

di Camillo Vittici –
Abbiamo lasciato già da alcuni giorni Algeri, macchia bianca nell’azzurro mediterraneo.
Il dedalo impossibile delle viuzze strette della casbah, i suoi richiami, i suoi odori e i suoi colori sbiaditi li abbiamo già nascosti nell’ampio cesto dei nostri ricordi più vivi.
Ciuffi d’erba gialla avidi d’acqua scivolano veloci accanto alla Pegeout che sta puntando dritta e veloce verso Touggourt.
La notte è meglio trascorrerla in un centro abitato e nei nostri disegni scartiamo l’idea d’essere sorpresi dal buio in una pista del deserto.
L’oasi è decisamente un polmone vivibile. Lo scopri quasi all’improvviso come se si realizzasse dal nulla dietro una duna.
Scorgi dapprima le chiome delle palme lontane come una macchia scura che rompe la monotonia del colore della sabbia che s’aggrappa all’orizzonte blu chiaro di un cielo orfano di nubi.
Poi, quando t’avvicini, intravvedi le basse costruzioni dai muri di terra e dalle terrazze di fango bruciato dal sole che attanaglia uomini e cose con morsa rovente.
Ti inoltri nelle strade troppo strette e scopri uomini mantati di scuro e muli che sostano incuranti del caldo masticando lentamente brandelli di sterpi secchi.
Sotto le palme i cammelli ruminano immobili levando al cielo, di tanto in tanto, rumori gutturali.
Ti sorprende lo specchio d’acqua limpida e fresca che rispecchia il cielo e che si adagia all’ombra del palmeto che gli fa da corona.
Qui accanto passeremo un’altra notte di queste notti africane.

I nostri letti sono i sedili, il soffitto della camera è la cappotte dell’auto, la sala da pranzo tre seggioline e un tavolino pieghevoli e un fornelletto da campo.
La sera studio sulle carte il percorso e le piste che calcheremo il giorno successivo mentre Beppe revisiona il motore e Carlo prepara il materiale fotografico.
Di solito si riprende il viaggio nelle prime ore del mattino per non esser colti dal sole più caldo nel mezzo del percorso, cercando di sostare verso mezzogiorno in qualche oasi che lambisce la via.
Un’altra tappa si percorre nel tardo pomeriggio e s’arriva a sera fra le palme ristoratrici.
I pochi tratti d’asfalto che ci accompagnavano più a nord ora lasciano il posto a piste aride e nude dove s’intravvedono i solchi appena accennati degli automezzi che hanno preceduto il nostro cammino.

Sappiamo che lo scampolo di rotta odierna sarà più lungo dei precedenti e sulla nostra via non troveremo accoglienti oasi ad ospitarci.
La sera ci coglie quasi all’improvviso e il riverbero dei fari è troppo limitato per rischiararci la pista e le sue mille deviazioni.
Non ce la faccio ad orizzontarmi oltre e, temendo di aver lasciato il tratto principale, propongo di fermarci e lasciare che la notte ci accompagni sino alle prime luci del giorno nuovo.
Posiamo le coperte sulla sabbia e ci sdraiamo uno accanto all’altro.
Questo cielo non l’avevamo mai visto così, miliardi di punti luminosi, così vicini, così brillanti.
La via lattea è un fiume di luce nitida, le costellazioni si possono quasi toccare.
Non ci disturba nemmeno la luce della luna nascosta in chissà quale parte del mondo e il buio assoluto esalta magnificamente ogni angolo di questo soffitto incantato.
La notte è fredda, l’excursus termico è notevole rispetto al giorno.
Tuttavia il sonno ci coglie mentre le parole si affievoliscono a poco a poco.
Non so quanto tempo è passato, ma uno strattone violento di Carlo mi sveglia all’improvviso.
La luce radente dell’alba ancora acerba mi fa intravvedere la sagoma di un uomo in divisa militare e realizzo che quel pezzo di metallo freddo che mi preme sulla fronte è l’estremità della canna di un mitra.



Giro impercettibilmente gli occhi di lato e vedo che Carlo e Beppe sono in piedi con le mani levate al cielo e con due armi puntate al petto.
Quasi quasi mi vien da ridere e immagino che la scena faccia parte di un sogno assurdo.
Le secche parole del soldato mi fan capire che questa è una verace e crudele realtà.
Questo si rivolge solo a me in quanto gli amici gli hanno indicato che sono io l’interprete del gruppo.
Dapprima mi parla in arabo, ma comprende subito che per me l’arabo è …arabo e, subito dopo, si esprime in francese.
Mi informa in modo brusco che questa è una zona militare inaccessibile ai civili, sopratutto se stranieri.
Gli rispondo che nella notte abbiamo smarrito la pista e che non siamo certo alla ricerca di segreti militari.
Ora abbassano le armi, ci chiedono i passaporti, rovistano accuratamente la nostra auto, ci sfilano le pellicole dalla macchina fotografica e si convincono, finalmente, che siamo solo semplici e volgari turisti in transito.
La loro gip ci precede incanalandoci in direzione dell’oasi più vicina.
Ci inoltriamo in un curioso slalom fra le dune alte del Sahara.
A volte ci arrestiamo e saliamo su quella più vicina affondando le gambe sino al ginocchio e scorgiamo un mare giallo che si perde all’infinito in un orizzonte indistinto che si confonde sbiadito con il limite di un cielo lontano.

Fra la sabbia appare frequentemente qualche “rosa del deserto”.
Sono pietre di foggia strana, quasi elaborate ad arte dalla natura che nel corso dei secoli le forgia a guisa di efflorescenze di color marrone chiaro che si abbarbicano una all’altra in sculture in cui l’arte e la fantasia fanno a gara a creare figure fantastiche.
La disavventura occorsaci in zona militare ha scombinato i nostri piani di viaggio e il mezzogiorno ci coglie in un bagno di caldo assurdo.
Il termometro di bordo è vicino ai cinquanta gradi e poco dopo il mercurio impazzito esplode nel vetro fragile dello strumento.
La sete, quella sete che ogni mattino ci consiglia di riempire le tre taniche di venticinque litri di acqua, ci chiude la gola, ci inaridisce i visi e ci secca le labbra.
Sul percorso troviamo dei pozzi e, a volte, alcune donne, spuntate da chissà dove, che riempiono anfore di terracotta che caricano sui muli per poi essere ingiottite di nuovo in questo infinito mare di sabbia.
E’ liquido salmastro che ci rifiutiamo di raccogliere e di bere.
Razioniamo l’acqua che ci rimane nell’ultimo contenitore legato al portabagagli.
Ma, tuttavia, è troppo calda e il primo sorso ferisce la gola.
Il proverbio predica che la necessità aguzza l’ingegno e qui trovo il modo di verificarne la veridicità.
Mi sovvengono alcune nozioni imparate durante le lezioni di fisica al liceo e penso di aver escogitato il modo di bere a una temperatura decisamente più accettabile.
Riempiamo di acqua tre bottiglie di plastica che troviamo nel baule e le rivestiamo con calzini che bagniamo con la poca rimasta.
Le leghiamo allo specchietto retrovisore e riprendiamo la nostra corsa.
Il vento caldo del deserto favorisce una rapida evaporazione e, per il principio del frigorifero, il liquido interno si raffredda velocemente.
La sosta alla prossima oasi ci ristora e ci permette un sonno profondo ben chiusi fra le lamiere mai così accoglienti della nostra Pegeout.

Il brontolio monotono del motore sembra soffocato e assorbito dalle montagne di sabbia che delimitano il nostro percorso.
Allungano spesso lunghe ditate che attraversano la pista che ci obbligano a rallentare e ad arrestarci.
A volte le superiamo senza difficoltà mentre sempre più spesso le ruote girano a vuoto e s’affondano in un ostinato tentativo di liberarsi dalla morsa che non permette l’attrito.
Entrano, così, in gioco le nostre coperte che stendiamo a pelo di strada sulle quali tentiamo di spingere l’auto a suon di spallate e con la marcia in folle.
Sono soste forzate che ci divorano troppe ore scombinando le tabelle di marcia preordinate e troppo spesso sconvolte.
Le cose si stanno mettendo davvero male in quanto la Pegeout è affossata sino al predellino delle portiere.
La sabbia vorace e ostinata ha inghiottito anche le coperte e si ribella al nostro ingenuo tentativo di solcarla con un mezzo non congeniale a questo assurdo viaggio su un terreno infido e ostile.
Il caldo e il sudore si aggiungono agli sforzi e alla fatica e ci concediamo alcuni minuti di tregua.
Un buon caffè potrebbe dare una sferzata al morale che, in questo momento, è affondato assieme alle ruote dell’auto.
Beppe scava una buca di una trentina di centimetri e vi posa il fornelletto a gas con sopra la moca ben carica.
La buca è necessaria in quanto quel noioso venticello che spazzola continuamente la superficie del deserto spegnerebbe di certo la fiamma e spingerebbe i granelli impalpabili, ma ben evidenziabili fra i denti, fin dentro il calice metallico della caffettiera.
Ci sediamo attorno per permettere ai muscoli di tonificarsi e per far da scudo all’aria.
Un botto violento ci fa sussultare e la moca salta in aria come una bomba impazzita sollevando una nuvola di sabbia che aggredisce gli occhi e s’insinua capricciosa nelle trachee inaridite.
Un maledetto granello impertinente s’è cacciato evidentemente nella valvola e la pressione ha fatto il resto.
La guarnizione di gomma sembra un frustolo nero e contorto e desumiamo con sconsolata ovvietà che ormai sia inutilizzabile.
Addio, quindi, profumo di caffè, aroma amico e delizioso che ci ricorda l’aria di casa e di prime colazioni in cucina.
Beppe risale la duna più alta e si siede sulla cima scuotendo il capo sconsolato.
Poi ci urla qualcosa agitando le braccia in preda a novella euforia.
Scende correndo alzando coi piedi onde di sabbia lasciando solchi di orme profonde.
Ci informa che a un chilometro di distanza sta giungendo una carovana e i cammelli potrebbero districarci da questa precaria situazione.
Risaliamo questa volta tutti assieme ed effettivamente scorgiamo una processione lenta snodarsi sulla pista che ormai da ore avevamo calcato.
Gli uomini sono avvolti da mantelli colorati e nascondono il viso fino agli occhi.
Tengono alla corta briglia gli animali che incedono pigramente dondolando i carichi ben visibili fra le gobbe.
Si fermano più spinti dalla curiosità che dai nostri segnali.
Non sono necessarie tante spiegazioni: uno di loro scarica due cammelli e li lega con una fune al lato anteriore della Pegeout.
Basta uno schiocco di lingua e le bestie partono come due trattori e, tendendo i garretti, affondando le larghe zampe nel terreno, rimettono l’auto in pista.
I nostri tentativi per sdebitarci sono orgogliosamente respinti, ma, dopo altre insistenze, uno di loro ci indica la tanica d’acqua ben legata sul tettuccio.
Ad uno ad uno se la fanno passare e bevono avidamente.

I cammelli, frattanto, si sono accovacciati e gli uomini fanno gruppo con noi sedendoci in cerchio.
Carlo, approfittando della cordialità che s’è venuta a creare, chiede al capo, col suo francese maccheronico, se per caso fra i bagagli non avessero una guarnizione della caffettiera e, magari, del numero sei.
Le sue parole, come del resto è ovvio aspettarsi, cadono nel vuoto, ma nello stesso tempo suscitano in Beppe e in me un mare di risate.
Riprendiamo la corsa con l’altoparlante di bordo a tutto volume e un motivetto allegro di Frank Pourcel ci ritempra l’anima e lo spirito ormai risorti a novello vigore.
Qual’è l’incontro migliore che tre persone accaldate e stanche, chiuse in una scatola vestita di sabbia fra le dune d’un deserto possano desiderare?
Sicuramente di gettarsi nello stagno d’argento coronato di palme e tanti uccelli che volano intorno che scorgiamo qualche chilometro proprio nella nostra direzione.
Acceleriamo la corsa e già ci togliamo le canottiere sudate pregustando il tuffo.
Calcolare le distanze in un deserto è un po’ come valutarle al mare.
Siamo in marcia di avvicinamento da più di due ore, ma il laghetto è sempre là.
Tre ore, tre ore e mezzo, ma la distanza pare immutabile.
Ci arrestiamo quando incontriamo un cammelliere solitario.
Per fortuna capisce il francese e quando gli chiedo notizie dello specchio d’acqua ancora ben visibile scoppia in una fragorosa risata.
“C’est un mirage!”.
Accidenti, allora è proprio vero: quel maledetto miraggio ci ha rubato ore di strada e ci ha regalato una figuraccia evidenziando tutta la nostra ingenuità.
Una piccola oasi segnata a malapena dalla carta delle piste ci ospita per la notte.

Ci sediamo in un localetto dalle sedie sgangherate e dai tavoli che si sorreggono a malapena sulle gambe già da troppo tempo digerite da tarli voraci e sorseggiamo avidamente le birre che escono fresche da un frigorifero alimentato dai pochi watts che un generatore asmatico si ostina a fornire con un fracasso che disturba con violenza l’atmosfera placida del luogo.
Conosciamo due ragazzi americani che fanno più o meno il nostro percorso.
Due studenti che hanno affittato ad Algeri un’auto decisamente più seria della nostra, una specie di gip equipaggiata di tutto punto per il raid sahariano.
Le mie carte, tuttavia, son più dettagliate delle loro e son segnate anche le piste più piccole e remote.
Nell’atmosfera comunitaria che si va creando decidiamo di proseguire assieme.
In un mattino di sole accecante (non può essere che così, dato che da queste parti la pioggia si conosce solo sfogliando un’enciclopedia) ci rimettiamo in moto.
Il nostro equipaggio apre la strada e gli americani ci seguono a distanza per non essere accecati dai nuvoloni di sabbia che le nostre ruote sollevano alti.
Dopo circa un’ora di corsa fra le dune che non finiscono mai si leva noioso un venticello che infastidisce la guida e, a volte, nasconde e confonde la pista.
Ormai siamo già usi a folate del genere, ma quella di oggi insiste prepotentemente e sembra aumenti di minuto in minuto.
Ora non si vede più nulla, perdiamo il contatto visivo con l’auto che ci segue.
Il vento diviene bufera e la Pegeout è investita da una grandinata di sabbia.
Sembra d’impazzire a quel ticchettio assordante che di minuto in minuto si muta in un terribile rumore di scroscio.
Le ruote slittano paurosamente sull’impalpabile polvere che nasconde il tracciato che ormai non si può più distinguere.
Urlo a Beppe, che è alla guida, di proseguire ad ogni costo.
Dal pallore del suo volto mi accorgo che il suo timore si confonde con la nostra paura.
Quel maledetto ghibli che avevamo sempre sperato di non incontrare ora ci sta attanagliando e si sta imponendo con tutta la sua forza, la sua violenza e la sua rabbia.
Con la luce interna accesa sfoglio la carta e mi accorgo che a poca distanza si stacca dalla pista che stiamo percorrendo o che, almeno, crediamo di percorrere un ramo secondario che porta ad una stazioncina militare.
Ne sono sicuro poiché il cerchietto segnato in rosso è contrassegnato col nome di “Presidio”.
Eccola, la deviazione è qui a destra.
Beppe pigia più forte l’acceleratore per non rimanere insabbiato.
E’ l’istinto che ci guida e la speranza che ci sostiene.
Scorgiamo davanti a noi la sagoma scura di una piccola costruzione.
Ci diamo grosse pacche sulle spalle: ce l’abbiamo fatta! Scendiamo dall’auto con la bocca ben serrata e gli occhi semichiusi e ci ritroviamo sotto una elementare tettoia che ci protegge.

Lo sbattere di una porta accompagna l’uscita di un militare che ci fa entrare.
Una stanzetta di due metri quadrati ci sembra il paradiso.
Nello stesso tempo ci affrettiamo ad avvisare che il ghibli deve aver bloccato i due ragazzi americani e chiediamo insistentemente di soccorrerli.
Il soldato ci dice che per ora è impossibile perché gli elementi scatenati non permetterebbero di ritrovarli.
Ci adagiamo pesantemente sulle rozze sedie accostate a una parete e ci chiede i passaporti.
Scopre che sono medico e mi invita ad entrare in un vano più stretto dove, su una brandina, è steso un uomo.
E’ una guardia dell’avamposto che ha un aspetto decisamente sofferente: la febbre lo scuote in violenti sussulti e brividi.
Scopre il piede destro dove noto un flemmone che si espande sin quasi al polpaccio.
Tolgo un bisturi dalla borsetta dei medicinali e, dopo una rapida anestesia, lo incido.
Lo avvolgo in garze che, nonostante l’aggressione del ghibli, mi auguro si siano conservate sterili e gli inietto un antibiotico.
Frattanto sono entrati altri tre militari per assistere all’intervento.
Dopo pochi minuti il loro collega si assopisce.
Ci richiamano in una stanza più grande e ci troviamo di fronte a una grossa teglia di kuskus.
Tutti assieme mangiamo a mani nude.
Riporto il discorso sui due americani e mi assicurano che alle prime luci dell’alba sarebbero usciti in perlustrazione.
Carlo e Beppe si coricano sui sedili della Pegeout.
Io mi sdraio all’esterno su una branda con la sola rete e mi mi avvalgo di una coperta per ripararmi dalla tempesta che pare tuttora scatenata.
Mi sveglio sotto un peso assurdo: nella notte la sabbia si è posata sopra il mio corpo addormentato in uno strato di una trentina di centimetri.
C’è già chiaro; l’aria attorno è tranquilla e il sole torna a dipingere un cielo sereno.
Noto l’assenza della gip dei militari; sicuramente sono partiti alla ricerca dei ragazzi.
Non ci muoviamo finche non avremo loro notizie.
Verso mezzogiorno ritorna la pattuglia e dall’espressione dei visi notiamo che le ricerche non han portato ad alcun risultato positivo.
Ci dicono che la pista non esiste più e che nella zona dove li abbiamo lasciati ora si ergono alte nuove dune. Sicuramente sono sepolti là sotto.
Imprechiamo contro il ghibli assassino.
Attendiamo un giorno intero che un cingolato tracci una nuova pista.
Lo seguiamo a velocità ridotta come il pulcino segue la chioccia.
Non si parla oggi, non si accende la radio, il sole pare più spento, un groppo ci stringe la gola.

 
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