Il mio Perù

Di Dario
Gli Incas, Cuzco il famoso “ombelico del mondo”, il lago Titicaca, Machu Picchu, le misteriose linee di Nazca: chi non ha mai sentito parlare almeno una volta nella sua vita di questi luoghi? Finalmente riesco a realizzare il mio desiderio di visitare questa terra ricca di storia, di misteri, di fascino e parto in compagnia di un collega programmando un soggiorno di tre settimane. 22 settembre 2003:

Siamo in due, partiamo da Roma , via Madrid , per arrivare a Lima nel tardo pomeriggio dopo quasi 15 ore di volo (Roma – Madrid 2.30 ore). Le prime emozioni le proviamo durante il volo quando arriviamo all’altezza della foresta amazzonica: un’immensa, impenetrabile distesa di verde interrotta qua e là dai fiumi che la percorrono. È incredibile osservarla, non si vedono i confini, la sorvoliamo per almeno tre ore. Cerco d’immaginare quale e quanta vita ci siano laggiù e penso anche come l’uomo la stia inesorabilmente, giorno dopo giorno, distruggendo. La vista del grande, tortuoso, enorme Rio delle Amazzoni è qualcosa di eccezionale. Arriviamo a Lima e all’aeroporto prendiamo un taxi della compagnia “Urbanito ” che per 6$ ci accompagna all’ostello prenotato via internet: Plaza Francia Inn, Jr. Rufino Torrico n° 1117 – E-mail: franciasquareinn@yahoo.com, tel. (511) 330 6080, al costo di 14$ la doppia, con bagno in comune, e nelle immediate vicinanze del terminal della Ormeno. Un buon posto economico situato però in una strada laterale non molto bella. L’impatto con Lima è terrificante: la cappa di smog mista alla nebbia, che i peruviani chiamano “garua”, rende l’aria opprimente, irrespirabile; ovunque caos prodotto da un traffico incredibile, macchine che corrono e strombazzano a più non posso. Veramente allucinante e, qualora ce ne fosse bisogno, siamo sempre più convinti di scappare via subito da quest’inferno. Ci dirigiamo perciò al terminal dei bus della Ormeno e prenotiamo il trasferimento per il giorno dopo con direzione Pisco al costo di 20 soles, circa 6$, (10 soles a persona) in “econoclass”. Lungo la strada ci capita di vedere, purtroppo, della povera gente che rovista tra i rifiuti per terra nel tentativo di trovare qualcosa di commestibile: veramente allucinante.

23 settembre

Lasciamo Lima alle 9.15 di mattina, imbocchiamo la storica “Panamericana”, la strada che dal Messico conduce al Cile, il deserto tipico di questa zona costiera ci sorprende per la sua vastità (alcune dune sabbiose sono alte anche 2-3000 metri), sono esterrefatto al pensiero che in ogni caso siamo in zona tropicale e che sulla nostra destra si estende l’oceano. Lungo la strada piccoli villaggi, o supposti tali, con case in adobe con il solo prospetto sulla strada principale rifinito, spesso dipinto con scritte che pubblicizzano o prodotti o personalità politiche, altre mai terminate, strade inesistenti, poca gente in giro: ci si chiede chi e come si possa vivere in un simile squallore. Dopo circa quattro ore arriviamo a Pisco cittadina a 235 km dalla capitale e famosa per il suo brandy, grande porto commerciale e ittico. Nel terminal conosciamo un simpatico personaggio, Martin Vasquez Escate, una specie di agente di viaggio che tenta di “venderci” il suo prodotto. Dopo aver contrattato il prezzo per un buon quarto d’ora e averlo reso esausto, ci sistemiamo all’hostal “La Reserva” appena fuori del terminal al costo di 10$ la doppia (per persona) con bagno privato: di recente costruzione è un posto abbastanza pulito ed elegante e la gente è molto cortese. Lasciati i bagagli aspettiamo il taxi, il cui prezzo rientra nella trattativa precedente, che ci permetterà di fare l’escursione nella riserva di Paracas. Situata a circa 15 km a sud di Pisco questa è una località di villeggiatura piena di ville affacciate sul mare. La Penisola di Paracas costituisce, insieme alle isole Ballestas, la “Reserva Nacional de Paracas”, uno sterminato territorio desertico, in molti tratti simile a quello sahariano, che colpisce per la sua estraneità, posto com’è tra il Pacifico e le Ande, aspro, spesso immerso nella garua, battuto dalle onde dell’oceano, privo di una vita autonoma. Rifugio di uccelli di varie specie oltre che di foche, pinguini di Humboldt e leoni marini. Uno scenario veramente affascinante. L’odore del guano, l’escremento ricco di azoto depositato dai numerosi uccelli, è penetrante, lo stridio degli uccelli assordante. Arrivati lungo la costa e lasciato il taxi, scendiamo sulla spiaggia. Dobbiamo sbrigarci se vogliamo visitare una grotta raggiungibile attraverso una feritoia nella roccia, perché l’alta mare è veloce a salire e potremmo rimanere bloccati. Grosse lucertole si crogiolano al sole, vediamo una carcassa di foca divorata da altri animali. Ammiriamo una bellissima formazione rocciosa chiamata “la catedral” formatasi dall’azione combinata del vento e del mare. Il percorso lungo la penisola richiederebbe un fuoristrada, ma così non la pensa il nostro autista, Robert, che corre tranquillo con la sua piccola auto incurante dei continui sobbalzi cui ci sottopone. Dopo diversi affacci su vari punti panoramici che ci offrono delle vedute incomparabili dell’oceano, arriviamo ad un piccolo centro di pescatori, Lagunillas, dove abbiamo la possibilità di gustarci dell’ottimo pesce fresco al ristorante “TIA FELA”. Ritorniamo in città e, dopo un breve riposo, siamo pronti per uscire. In città vi è una piccola festa con gente che viene anche da altri paesi. Lungo le strade notiamo i primi venditori ambulanti: vendono di tutto, dalla carne arrosto alle bibite, dalle caramelle alle spremute. Passiamo la serata passeggiando in Plaza de Armas dopo aver visitato una piccola quanto graziosa chiesa coloniale che necessiterebbe di restauro immediato. Il giorno dopo ci aspetta l’escursione alle isole Ballestas, le cosiddette “Galapagos del Perù”.

24 settembre

Si parte molto presto per raggiungere il punto di imbarco a Paracas vicino all’hotel omonimo, un complesso di bungalow sul mare in mezzo al verde e ai fiori. La tanto odiata “garua”, che pensavamo esserci lasciata alle spalle, rende l’atmosfera cupa, un vero peccato. L’aria è fresca e c’è necessita di indossare anche una felpa oltre ad una giacca impermeabile per difendersi dagli spruzzi del mare. Lungo la strada che ci porta alle isole, distanti circa dieci miglia dalla costa, ci si avvicina alla “Candelabra”, una figura lunga 200 m e larga 60 m, incisa sulle colline della costa come le linee di Nazca. La sua origine, tutt’ora ignota, appare simile a quella delle linee di Nazca, anche se può aver svolto funzione di faro per i naviganti dato il contrasto delle linee bianche sul terreno scuro. Successivamente, con un mare sempre più agitato a causa del forte vento tipico della zona, l’aliseo Paracas, giriamo intorno alle isole. Non vi si può accedere, solo i raccoglitori di guano sono autorizzati a sbarcarvi, guano che è utilizzato come fertilizzante, una pratica che risale all’epoca degli incas. Ci accontentiamo di osservare perciò la gran quantità di animali presenti sul posto, quasi uno sull’altro, concentrati in spazi limitati e, inoltre, anfratti, caverne, archi di roccia sino ad arrivare, in ultimo, alla cosiddetta “spiaggia della riproduzione”, il posto dove centinaia di foche e leoni marini sostano per partorire. Ritornati in città ci prepariamo alla partenza per Nazca con il pullman della Ormeno, in “royal class”, al costo di 43 soles per due persone, circa 12.4$. Anche questo, come il precedente, si dimostra un pullman comodo ed efficiente. Avendo prenotato da Pisco, con la collaborazione del buon Martin Vasquez, non possiamo far altro che prendere il taxi, che ci aspetta all’uscita del terminal, e dirigerci verso il nostro hotel, “El Mirador de Nazca, sito in Jr. Tacna, 436, Plaza de Armas, tel 034523121 – fax: 034523741, un buon hotel, molto pulito, sicuro, con camere con il bagno privato e al costo di 10$. Qui conosciamo, nella reception, una dolcissima quanto attraente ragazza di nome Carmen da me affettuosamente chiamata “Carmencita”. E’ un’amicizia immediata quanto spontanea e, con un misto di spagnolo, inglese e italiano, riusciamo a dialogare con lei. La sera è d’uopo una passeggiata per la città: onestamente non è molto attraente, qua e là qualche negozietto di souvenir, qualche ristorante, i soliti venditori ambulanti e tanto squallore con strade dissestate e sporche.

25 settembre

Il mattino seguente ci svegliamo presto allo scopo di fare il volo, con l’Aerocontinente, la migliore compagnia di volo peruviana, sulle misteriose linee che si trovano nel vicino deserto e che è possibile vedere solo dall’alto. Le escursioni partono il mattino presto perché sul tardi si alza il vento e diventa pericoloso volare. Il tempo non si presenta nitido: una coltre di nebbia impedisce agli aerei di decollare. Decidiamo di aspettare speranzosi in un miglioramento scambiando quattro chiacchiere con la “nostra” Carmencita. Verso le 10 – 10.30 la nebbia svanisce, ci dirigiamo allora verso l’aeroporto pronti a spiccare il volo. Qui abbiamo modo di far conoscenza con altre due bellezze locali, Irene e Miriam, sarà fortuna o è il fascino latino di noi italiani a colpire? Finalmente dopo un’attesa di circa 30 minuti l’aereo lascia la terra ferma e si dirige verso il deserto. Una volta arrivati sul posto, scopriamo, con grande meraviglia, che le linee sono molte di più di quelle tradizionalmente conosciute e la vista di alcune di loro fa venire in mente effettivamente delle piste di atterraggio. Centinaia di disegni di grandi dimensioni, insieme a quasi 500 km di linee geometriche, costituiscono l’intricata trama stesa nel deserto. Alcuni rappresentano animali giganteschi, una scimmia, una lucertola, un condor, un colibrì; altri sono semplicemente triangoli o rettangoli. Poi vi è la figura dell’astronauta, delle mani, del pappagallo. La bellezza della visione contrasta con i problemi che cominciano ad avvertire: data l’ora tarda del decollo, vi è un discreto vento che unito alla spericolatezza del pilota porta alcuni di noi, siamo cinque passeggeri, ad avere nausee, capogiri. Davanti e dietro di me dei ragazzi sembrano stare veramente male. Io stesso comincio ad avvertire un po’ di nausea ma resisto sino alla fine del volo. A terra veniamo a conoscenza di una ragazza ricoverata in ospedale. La scoperta di queste linee avvenne nel 1927 quando Toribio Mija scoprì questi strani disegni su un’area di circa 350 kmq. Cosa siano e cosa rappresentino questi misteriosi disegni ancora è un mistero. Le ipotesi spaziano tra teorie cosmologiche e cosmogoniche, astronomiche e fantascientifiche (come quelle che ritengono le linee piste di atterraggio per extraterrestri). Tra ipotesi antropologiche ed etnologiche, archeologiche e sciamaniche: veramente per tutti i gusti. Ritorniamo un po’ stonati in città giusto in tempo per il pranzo. Ci dirigiamo, dietro consiglio della nostra amica Miriam, al ristorante “The Grumpy’s” – Bolognesi n° 262, un posto veramente ottimo dove si può anche ascoltare della musica tradizionale. Nel tardo pomeriggio, cosa che sconsiglio a chi voglia ripetere l’esperienza, andiamo a visitare il “cimitero di Chauchilla” con uno dei soliti piccoli taxi. Il cimitero è situato a circa 30 km da Nazca in pieno deserto e, dopo un tratto di strada asfaltata, ci immettiamo sul tratto sterrato dove il nostro autista, corre come un indemoniato non preoccupandosi di rischiare più volte di girarsi con l’auto, di farci prendere delle botte incredibili sotto il tettuccio o di distruggere l’auto stessa: il tutto sembra divertirlo con molta preoccupazione del mio amico Andrea, mentre io interpreto la cosa con più filosofia dando, anzi, la carica all’autista (sarò anch’io un po’ pazzo?). All’ingresso, dove si lascia l’auto, paghiamo un ulteriore pedaggio di 5 soles (circa 1,5 $), quindi ci incamminiamo nel percorso segnalato. Solo poche tombe, in effetti, sono aperte, lasciate apposta per i turisti, dove all’interno sono sistemate le mummie nella stessa posizione, con il viso di fronte al sorgere del sole, di come sono state ritrovate. Le tombe in ogni modo si presentano alquanto spoglie in seguito all’azione dei tombaroli che hanno lasciato veramente poco facilitati in questo dalla scarsa, per non dire nulla, sorveglianza. Il nostro autista, nella duplice funzione di guida, afferma che i peruviani non hanno soldi per questo ed è tutto lasciato in mano agli stranieri, scavi compresi. Intorno alle tombe, fuori del sentiero tracciato, si notano fuoriuscire dal terreno ossa, frammenti di vasi e altro ancora. Dal cimitero di Chauchilla ci trasferiamo in un altro luogo per andare a visitare, ma ormai è troppo buio per farlo bene, un acquedotto di origine incaica: si tratta di gallerie sotterranee, collegate tra loro, dove l’acqua scorre sino al grande serbatoio e interrotte da fori nel terreno a forma elicoidale tali da convogliare l’aria verso il centro per far mantenere una temperatura costante all’acqua. Ritornati in città, ritiriamo i bagagli dall’albergo e ci prepariamo a partire verso Arequipa. Salutiamo, non senza un po’ di tristezza, la nostra amica Carmen che si dimostra rammaricata per la nostra partenza trattenendo a stento le lacrime. Arriviamo al terminal della Ormeno anche se definirlo terminal è pura ipotesi perché si tratta di un locale di tre metri per tre, alquanto fatiscente, con un bancone dietro al quale si posizionano coloro che sono incaricati all’emissione dei biglietti. Qui conosciamo Leila (anche se non so se effettivamente si scrive così), una ragazza di origini russe, sposata e separata da un italiano e che viaggia da sola, sarà la mia martire dei giorni seguenti, e che si unisce a noi considerato che facciamo lo stesso itinerario. Il bus (costo 55.50 soles, circa 16 $) arriva con oltre un’ora di ritardo e la cosa non ci fa piacere, ma siamo in Perù e qui è considerato normale. Viaggiamo tutta la notte non vedendo niente del panorama intorno. Ciò che abbiamo visto in questi giorni è stato piacevole, ma sappiamo che non è il vero Perù, quello del nostro immaginario, quello tante volte visto nei reportage televisivi. Sicuramente dobbiamo arrivare ad Arequipa per cominciare a scoprirlo.

26 settembre

Arriviamo ad Arequipa, la seconda città più grande del Perù, alle prime luci dell’alba, in giro non vi è nessuno, un silenzio irreale. La città ci appare bellissima con le sue case bianche costruite con una roccia vulcanica molto chiara chiamata “sillar”, pietra che riluce sotto i raggi del sole e alla quale la città deve il suo nome di “città bianca”, anche se su questo vi sono delle obiezioni. Secondo alcuni studiosi, infatti, furono gli aymara a assegnare il nome alla città: nella loro lingua “ari” significa vetta e “quipa” situato dietro, da cui Arequipa ovvero “il luogo situato dietro la vetta” (El Misti ). Altri invece ritengono che la città abbia un nome quechua. Una leggenda afferma che il quarto inca, Mayta Capac, mentre stava attraversando questa valle ne rimase incantato e ordinò al suo seguito di fermarsi dicendo “Ari, quipay” che significa “si restate”. La fondazione spagnola della città avvenne il 15 agosto del 1540. Con l’aiuto di un taxista, dopo aver girato un po’, troviamo alloggio, al costo di 7 $ a persona in stanza doppia con bagno privato, all'”Osteria Las Terrazas D’Lu” – Sucre 413, A Altos – tel. 239768 – cell. 9829070.
Usciamo dopo aver sistemato i bagagli, la città sembra trasformata: un rumore assordante di auto e di pulmini che suonano continuamente. Dai pulmini una persona si sporge dalla porta citando il nome della località dove questi è diretto caricando una quantità di gente sino all’inverosimile, inquinamento acustico e smog a livelli elevati, sembra incredibile come nel giro di così poco tempo una città si possa trasformare.
Ci dirigiamo verso il “Monastero di S. Catalina”, uno degli edifici religiosi più belli del Perù. In realtà non è un monastero, bensì un convento e non è solo un edificio religioso: si tratta, infatti, di un complesso che si estende su circa 20.000 mq e occupa un isolato intero. E’ quasi una città dentro la città. Il monastero fu costruito nel 1580 e fu ampliato nel XVII secolo. Fu fondato da una ricca vedova, Maria de Guzman, che accettava solo ragazze provenienti dalle migliori famiglie spagnole. Tutte le monache dovevano pagare una dote. Secondo tradizione la seconda figlia delle famiglie appartenenti alle classi più agiate doveva entrare in convento, in teoria per vivere in povertà e rinunciare al mondo. In realtà le monache avevano da una a quattro serve o schiave (di solito nere) ciascuna e inoltre invitavano musicisti a esibirsi nel convento, organizzavano feste e conducevano lo stile di vita cui si erano abituate nelle loro famiglie. Oggi ospita non più di 20 monache di clausura. Il complesso è molto bello con i suoi cortili dipinti di colori vivi e le celle delle suore ormai in disuso. Il pomeriggio lo dedichiamo alla visita della città. Plaza de Armas è molto attraente con la sua stupenda cattedrale in pietra bianca il cui campanile sinistro è stato completamente ricostruito dopo che due anni fa il terremoto lo aveva fatto crollare. Tutt’intorno ad una serie di stupendi porticati con ristoranti, negozi, agenzie di viaggio; al centro della piazza una fontana e delle aiuole ben curate con vicino delle panche dove potersi riposare.
Alle spalle della cattedrale svetta maestosa la figura quasi minacciosa dell’unico vulcano ancora attivo: El Misti con i suoi 5822 m di altezza. Gli altri due sono il Chanchani, 6075 m, e il Pichu Pichu, 5571. Il tempo è buono, e questa è un caratteristica di questa città.

27 settembre

In programma c’è la visita al “Mulino di Sabandia”, vecchio di circa 400 anni, a qualche chilometro dal centro città, una vecchia casa coloniale dal valore inestimabile e un altro luogo chiamato “El mirador” dal quale abbiamo una veduta della valle intorno ad Arequipa. Nel pomeriggio siamo invitati a giocare a calcetto, dal proprietario dell’ostello, in compagnia di altri ragazzi peruviani: un’esperienza piacevole, un modo come un altro per integrarsi con la popolazione locale. Giochiamo in una località che ci permette di ammirare la bellissima valle intorno ad Arequipa. Dopo ci riuniamo a bere un po’ di birra insieme. Prenotiamo, per il giorno dopo, nel nostro ostello, al prezzo di 25 $, l’escursione al Canyon del Colca, il canyon più profondo del mondo.

28 settembre

Si parte per il canyon molto presto per arrivare a Chivay, il primo paese che si incontra nel canyon, per l’ora di pranzo. La guida ci consigli di bere un “mate de coca”, un infuso di foglie di coca dal sapore leggermente amarognolo, o di masticare le foglie di coca stesse allo scopo di evitare malesseri dovuti a quello che i peruviani chiamano “soroche”, il mal di montagna. Oltrepassando il Chanchani e il Misti percorrendo per un tratto la stessa strada che porta a Cuzco e seguendo il tragitto della ferrovia, entriamo in quella che è la “Reserva Nacional Salinas y Aguada Blanca”, ad un’altitudine media di 3850 mslm. Il paesaggio è affascinante, qua e là si possono vedere le vicuna e, soprattutto, lama ed alpaca addomesticati. Si fa sosta in una piccola località dal nome di Viscachani a 4150 m di altitudine vicino al bivio dove comincia la strada, completamente sterrata, che porta al canyon (ma dal primo ottobre, ci informa la guida, quella strada sarà asfaltata). Proseguendo arriviamo al punto più elevato, 4800 m di altitudine, si fa sosta per ammirare il paesaggio intorno, ma ecco che quello che temevo purtroppo accade: inesorabilmente il soroche si presenta con i suoi aspetti peggiori, mal di testa e nausea. L’ultimo tratto sino a Chivay è quasi un tormento. Subito dopo pranzo prendo un medicinale e vado a letto con l’intento di riposare. Non è facile prendere sonno ed il risveglio si presenta non certo in maniera positiva. Non faccio in tempo salire sul bus che la nausea mi porta a vomitare ma, come spesso avviene, non tutti i mali vengono per nuocere, infatti, l’avere vomitato fa sì che il mio stato generale migliori (forse ho mangiato pesante), cosa che invece non avviene con il mio amico Andrea che per tutta la serata è in pessime condizioni. Visitiamo quindi le sorgenti termali di Chivay dove si possono affittare i costumi e gli asciugamani e fare il bagno. Nella serata, durante la cena, assistiamo a delle danze con musica e costumi tipici del luogo.



29 settembre

Anche la notte purtroppo il soroche, unito al grande freddo, fa sentire i suoi effetti. Mi sveglio con un fortissimo mal di testa e, fatta colazione, bevo un mate de coca. Sarà forse l’influsso benefico di quest’ultimo fatto è che improvvisamente mi sento molto meglio e posso affrontare con più serenità l’avventura verso la “Cruz Del Condor” dove possiamo ammirare il volo planato del condor, l’uccello più grande del mondo con la sua apertura alare di 2.30 m, una grandezza cui non corrisponde altrettanta forza: per mangiare, infatti, non va a caccia perché i suoi artigli non sono in grado di afferrare la preda e si nutre perciò di carogne. Il tratto di strada che conduce alla Cruz è suggestivo con i terrazzamenti precolombiani che si estendono per molti chilometri e che sono i più vasti del Perù. Lungo il canyon vi sono, inoltre, diversi villaggi i cui abitanti praticano l’agricoltura e usano le terrazze ancora oggi. Arrivati sul posto, ogni turista, e c’è ne sono numerosi, si posiziona in quella che ognuno crede possa essere la migliore postazione di avvistamento. Si attende un po’ tutti con trepidazione, i condor si fanno desiderare. Il paesaggio intorno è indescrivibile, siamo circondati da imponenti montagne, in fondo alla valle, a 1200 m sotto di noi, scorre il Rio Colca fonte di sostentamento per tutta la valle. All’improvviso, quasi fosse un sogno che si realizza, avvisto per primo, e di questo posso essere orgoglioso, un condor sbucare dal fondo valle: con un urlo liberatorio attiro l’attenzione di tutti che, come presi da un fremito, si precipitano con le loro video camere e le macchine fotografiche cercare di catturare al volo quell’immagine mistica. Il condor, come ad esaudire un ulteriore desiderio, passa proprio sotto il punto dove mi sono sistemato così da poterlo ammirare in tutta la sua grandezza. È veramente un sogno. Dopo questo primo avvistamento però i condor si fanno nuovamente desiderare, rimangono, infatti, molto lontani per tornare nelle nostre vicinanze, quasi a salutarci, proprio nel momento in cui stiamo andando via. Sulla strada del ritorno ci fermiamo in un piccolo paese dove c’è una chiesetta del 1899 in fase di restaurazione a causa dei danni subiti dal terremoto di due anni fa.

30 settembre

Lasciamo Arequipa, salutiamo i nostri amici Emilio e Leila, e prendiamo il pullman dell’agenzia “S. Cristobal del Sur” per Puno al costo di 15 soles (circa 4.5 $): un’agenzia da evitare assolutamente per non incorrere in mezzi di trasporto che definire squallidi è dir poco. Partiamo nel primo pomeriggio e, dopo 5 ore, arriviamo a Puno che è ormai buio. Prima di arrivare a Puno il pullman però fa tappa a Juliaca: quanto di più squallido abbia potuto vedere in giro, un posto veramente orribile. A Puno conosciamo un altro personaggio simpatico “Ulises Perez Hamani”, cell. 9635688 – E-mail: ulisesadpuno@hotmail.com, che ci accompagna all’Hostal Taquile in Jr. Ayacucho, 517, dove prendiamo una doppia con servizio privato e acqua calda al costo di 7 $ a testa. Un hostal molto buono, pulito e in posizione centrale. Tramite Ulises, che collabora con la “Kollasuyo tours”, prenotiamo l’escursione per il giorno dopo sul Titicaca al costo di 13 $ cadauno, costo che comprende il trasferimento da e per l’hostello, il viaggio verso le isole Amantani e Taquile, il pernottamento, pranzo, cena e colazione su Amantani. Depositati i bagagli ci concediamo un giro nel centro e, devo ammettere, Puno non mi sembra così squallida come ho sentito e letto un po’ ovunque. Caratteristico il mercato cittadino con prezzi assolutamente convenienti così da poter fare i migliori acquisti.

1 ottobre

Prima di imbarcarci compriamo al porto due confezioni di riso e due di farina da destinare alla famiglia che ci ospiterà su Amantani: è una prassi consolidata, più utile che non lasciar denaro (anche se alla fine si finisce lo stesso a dare qualcosa). Il Titicaca è il lago sacro degli Incas, “mama cocha”, madre laguna in lingua quechua, dal quale, secondo la leggenda, emerse il capostipite della dinastia inca “Manco Capac” insieme alla sorella-moglie “Mama Oclo”. Con i suoi 8.000 kmq, i suoi 170 km di lunghezza, posto a 3820 m di altitudine, è il più alto lago navigabile del mondo, oltre ad essere il più grande lago del sud America e il più grande del mondo tra i laghi oltre i 2000m sul livello del mare. Le sue acque, vicino al porto, si presentano alquanto melmose, con la superficie ricoperta di uno strato di alghe dal color verde smeraldo. Prima tappa del tour sono le “floating islands” le isole galleggianti degli Uros, anche se sarebbe più esatto dire degli Aymara perché gli Uros sono ormai estinti da qualche tempo, costruite in canne di tortora, una canna che cresce spontanea nel lago e che fornisce, oltre alla materia prima per la costruzione delle isole, delle barche e delle capanne, anche una materia prima per la loro alimentazione. Arrivati alle isole ci si accorge subito del grado di modernità raggiunto da questi abitanti che probabilmente conservano le loro tradizioni, ma non si privano di antenne satellitari, motoscafi moderni, tetti in lamiera ed altro. E’ un po’ una delusione, troppo turistiche appaiono ai miei occhi, sembrano messe lì per i gonzi. Gli abitanti, infatti, non fanno altro che aspettare i turisti per vendere i loro prodotti artigianali, molto belli ed economici. Camminare sulle isole è come camminare su di un materasso, proprio una strana sensazione. Ci è quindi dimostrato l’uso che gli abitanti fanno delle canne e di come queste sono mangiate: io stesso non mi tiro indietro dall’assaggiarle. Poi al costo di tre soles si fa un giro su di una tipica imbarcazione e ci si trasferisce su di un’altra isola. Da qui si riprende il largo direzione Amantani dove arriviamo dopo circa tre ore di navigazione. Il lago è comunque bellissimo nella sua vastità, con le sue acque di un azzurro intenso, con il cielo che sembra essere più vicino a noi ed un sole meraviglioso che risplende e ci riscalda facendoci dimenticare che siamo a quasi 4.000 metri di altitudine. Tra noi viaggiatori, la guida ed il comandante della barca, si crea subito un’atmosfera familiare. Arrivati ad Amantani ci è assegnato l’alloggio presso una famiglia del posto insieme con una coppia di colombiani, due persone molto simpatiche, Rodrigo e Virginia. Sull’isola non esiste acqua corrente ne luce elettrica, questa è fornita saltuariamente, per due ore al giorno, e solo quando gli abitanti hanno soldi per comprare il gasolio per il gruppo elettrogeno. Un silenzio quasi irreale regna in questo luogo che potrei definire magico, chiudi gli occhi e senti il respiro della natura, lontano da qualsiasi caos e inquinamento cittadino, il posto ideale per rilassarsi e riscoprire i veri valori dell’essere umano, capire quanto effimere siano le preoccupazioni, le presunzioni, i problemi della vita di tutti i giorni. Dopo una breve salita ci accomodiamo nella nostra “stanza”: un piccolissimo vano con tre letti il cui materasso è costituito da canne e, come illuminazione, solo due candele. In attesa del pranzo facciamo un piccolo giro intorno alla casa scoprendo che il bagno è costituito da una fossa nel terreno a circa cinque metri di distanza, allontanandoci poi verso l’interno dell’isola seguendo un piccolo sentiero. Notiamo due persone che arano il terreno: la particolarità del fatto è che uno di loro tira l’aratro e l’altro lo regge da dietro.
Dopo pranzo ci aspetta la salita verso la parte più alta dell’isola, dove sono i templi sacri di “pacha mama”, madre terra in lingua quechua, e “pacha tata”, padre terra. Si fa tanta fatica compensata però dalla bellezza del paesaggio che si ha la possibilità di ammirare, un vero paradiso che non si vorrebbe mai lasciare. Dalla punta più alta della montagna si vede la Bolivia. All’imbrunire, quando oramai l’aria comincia a diventare abbastanza fresca, con un tramonto da favola, ci si avvia, torce alla mano, ognuno alla propria abitazione con l’intenzione di ritrovarsi, dopo cena, alle ore 20.00, in un locale al centro del villaggio per una festa in costume. Ma l’imprevisto è all’orizzonte: improvvisamente un forte vento fa da preludio a quello che diventa poi un vero e proprio nubifragio che si scatena sulle nostre teste. Si spera che la pioggia termini a breve e, dopo aver cenato e scambiato quattro chiacchiere con Flora, la padrona di casa, la madre e i suoi due figli all’interno della loro angusta cucina, rendendoci conto che ciò non avviene, rinunciamo alla festa e ce ne andiamo a letto (sono appena le 19,45..). E’ un vero peccato che il tempo sia così nero, ciò ci impedisce di poter ammirare il cielo stellato che a queste altitudini offre spettacoli molto suggestivi. Spenta la candela, oramai rassegnati, all’improvviso sentiamo bussare alla porta: è la figlia di Flora che, impermeabili alla mano, ci invita ad uscire. Non ci pensiamo su due volte. Indossati il poncho e l’impermeabile, con le torce ad illuminare il sentiero, guidati dalla ragazza, ci dirigiamo, sempre sotto una pioggia ed un vento incessanti, verso il locale della festa. Una folata di vento fa sì che il mio impermeabile mi copra gli occhi, è un attimo di panico, non riesco più a vedere niente mentre il mio amico Andrea con la ragazza non si accorgono di quello che avviene alle loro spalle. Mi metto ad urlare e riesco a farmi sentire in modo tale da poter essere aiutato. Poi ci facciamo quattro risate pensando all’accaduto. Nel locale, illuminato grazie al gruppo elettrogeno, un gruppo di ragazzi suona musica tipica peruviana, pochi turisti oltre noi hanno avuto il coraggio di affrontare le intemperie. Scorre birra a volontà, si balla e si ride, turisti e nativi, tutt’ insieme. Anch’io, mi vedessero in Italia, mi scateno, o quantomeno cerco di farlo, in danze locali. Che follia questa notte. Sudati e felici torniamo indietro a tarda notte ripensando a come sia stata intensa ed emozionante la giornata appena conclusa.

2 ottobre

Si parte presto dopo una spartana colazione. Ringraziamo i nostri ospiti offrendo loro del denaro, Flora ci accompagna al punto di imbarco. E’ con rimpianto che lasciamo questo piccolo paradiso anche se riconosco che non è facile per noi, abituati a tutti i lussi e confort della vita moderna, vivere in tali condizioni. Il caldo, dopo la pioggia notturna, è ancora più intenso. Il sole picchia rendendo necessario l’uso di creme protettive. A fine di questo tour la mia pelle sarà dello stesso colore di quella dei peruviani. Direzione Taquile l’altra isola grande di questo tratto di lago frequentata dai turisti. Anche qui ci aspetta una piccola scalata, e ci mancava.., per arrivare al centro del villaggio. Territorialmente le due isole sono molto uguali, ma a livello di popolazione ci sono notevoli differenze,. Taquile è molto più turistica e più moderna. Mi colpisce il fatto che sono gli uomini a lavorare all’uncinetto. Non c’è tempo per girare sull’isola, ci limitiamo perciò ad ammirare la piazza centrale, pranzando in un locale tipico con gli amici Virginia e Rodrigo. Facciamo rotta verso Puno dove arriviamo che è ancora luce. In serata solito giro al centro.

3 ottobre

Il Titicaca ha rappresentato una tappa importante, oltre che mitica, del nostro viaggio. Adesso ci attende l’ultimo tratto, il più importante: Cuzco ma, soprattutto, Machu Picchu. Partiamo molto presto con il pullman della compagnia “Pony express” al costo di circa 20 soles, circa una decina di turisti e molti peruviani. Il viaggio dura sette ore e ci permette di ammirare uno splendido panorama che cambia continuamente. Le Ande ci appaiono sempre più spettacolari, imponenti, da brivido. Lungo la strada, al confine tra la “municipalidad” di Puno e quella di Cuzco, il pullman è fermato a quello che sembra un vero e proprio posto di frontiera; la polizia controlla i bagagli ed effettua un sequestro di droga, proprio sul pullman, ad un ragazzo dietro le nostre spalle che è arrestato. All’esterno del pullman la tensione non è da meno con una donna che arriva ad alzare le mani su di un poliziotto. Ma l’assurdo è costituito dal fatto che il posto è usato dai viaggiatori del pullman come una vera e propria discarica o, meglio, cloaca all’aperto: uomini e donne, grandi e piccini, effettuano i loro bisogni, di qualsiasi natura, proprio appena scesi dal pullman o nel rigagnolo di acqua che scorre ad appena due metri dalla strada, senza vergogna. Un puzzo incredibile, se poi teniamo presente che intorno ci sono baracche che vendono generi alimentari, e che ci sono bambini, anche di pochi mesi lasciati per terra… A Cuzco ci sistemiamo in un hostal o, meglio, una casa privata nelle immediate vicinanze del “Museo Pre-colombiano”, al prezzo di 25 soles la doppia con bagno in comune e acqua calda tutto il giorno. Cuzco è la capitale archeologica delle Americhe ed è la più antica città del continente ad essere abitata senza soluzione di continuità. Capitale del dipartimento omonimo, ha circa 300.000 abitanti e si trova a 3326 m di altitudine. Secondo la leggenda fu fondata nel XII secolo da Manco Capac, il primo inca, figlio del sole. Durante i suoi viaggi Manco Capac conficco’ una verga d’oro nel terreno ed essa scomparve: questo punto segnava il “COSQO”, ovvero “ombelico del mondo” in lingua quechua, e quindi egli fondò la città che sarebbe divenuta il centro del più grande impero dell’emisfero occidentale. Le testimonianze archeologiche mostrano però che questa zona era occupata da altre culture prima della nascita dell’impero inca. Cuzco è molto bella con una splendida Plaza de Armas, “Huacaypata” al tempo degli incas quando era anche molto più grande. Il traffico è intenso come in qualsiasi altra città, con la variante che in Plaza de Armas è vietato suonare il clacson. In questa piazza spiccano due grandi chiese “La Catedral” e la “Compania de Jesus”. La cattedrale, la cui costruzione fu iniziata nel 1559 e terminata dopo quasi cento anni, è stata edificata sulle rovine di “Quishuarcancha”, il palazzo dell’Inca Viracocha. La Compania, invece, costruita dai gesuiti, è stata edificata sulle fondamenta dell’ultimo Inca, Huayna Capac.

4 ottobre

Ci dedichiamo alla visita della città partendo dal “Qoricancha” (che in lingua quechua significa “cortile d’oro”), costruito da Inca Pachacuti, dedicato al dio sole e sulle cui rovine sorge oggi la chiesa coloniale di S. Domingo. Ciò che effettivamente rimane dell’antico tempio, il più ricco dell’impero, è costituito da alcune strutture in pietra. Tutto il resto, oro e pietre preziose, è stato portato via dagli spagnoli. Quando si entra nel sito si accede ad un cortile, molto vasto, con al centro una fonte ottagonale in origine rivestita con 55 kg d’oro massiccio. I blocchi di pietra rimasti sono incastrati l’uno nell’altro in modo così perfetto che, facendo scorrere il dito sulla superficie, non si riesce a distinguere il punto di unione. Osservando ciò ci si rende conto della furia predatrice che animò i “civili” Conquistadores che agirono in nome di chissà, non si capisce bene, quale religione e della grande capacità costruttiva degli Incas che avevano trovato il modo di far resistere le loro mura alla furia dei terremoti inclinandole di circa 12 gradi. Andando in giro per la città abbiamo l’opportunità di ammirare splendidi edifici coloniali, costruiti sulle rovine di antichi palazzi inca ciò, veramente poco, che i Conquistadores hanno lasciato in piedi, con balconi in legno variamente decorati e a volte dipinti con colori sgargianti, . Una strada importante a Cuzco è “Hatunrumiyoc”dove è posta la “pietra con dodici angoli”, perfettamente incastrata nel muro e che faceva parte del palazzo di Inca Roca.

5 ottobre

E’ domenica, dirigiamo le nostre attenzioni a Pisac, una cittadina a circa 30 km da Cuzco, sede del più importante mercato artigianale del Perù che, in estate, si svolge tutti i giorni, mentre nella stagione invernale solo martedì, giovedì e, appunto, la domenica. Pisac è anche il punto di partenza per visitare la “Valle sacra degli Incas”. Lasciato il grosso del bagaglio nell’ostello, portandoci solo lo stretto necessario, per arrivare a Pisac prendiamo un taxi, una SW, il cui conducente, al costo di 3 soles, “carica” una quantità tale di persone superiore alla portata dell’auto stessa (tre di queste sono stivate nel portabagagli posteriore). Arrivati in città il conducente ha la sgradita sorpresa di essere fermato dalla polizia. Troviamo alloggio in un ostello, di cui non ricordo il nome, sulla strada principale, al costo di 20 soles (circa 7 $) la doppia, non a testa, senza servizi privati e con l’acqua solo nel bagno posto al piano terra (noi siamo al primo piano). Il posto è spartano ma pulito e carino con affaccio sul Rio Urubamba (o Vilcanota) che attraversa tutta la valle. Il paesaggio intorno è veramente incantevole con alte montagne a fare da cornice. Pisac è famosa, oltre che per il mercato, anche per le sue rovine poste ad un’altezza, rispetto al paese, di circa 600 m. Ed è qui che noi puntiamo subito. Per entrare è necessario comprare il “Boleto Turistico” al prezzo di 10 $, ticket che permette l’ingresso anche in altri siti storici nonché chiese e musei di Cuzco. Dopo tanti giorni di viaggio siamo un po’ stanchi per cui decidiamo di salire usufruendo di un taxi. Le rovine sono veramente molto suggestive, sicuramente tra le meglio conservate. Poste sulle pendici della montagna offrono suggestivi scorci panoramici sulla valle sacra. I terrazzamenti sono imponenti. Al ritorno, che effettuiamo a piedi scendendo da un ripido sentiero che arriva dietro Plaza de Armas, ci immergiamo in quella fantasmagoria di fantasie che è il mercato. Tessuti, borse, maglioni, oggetti di artigianato vario, minerali, frutta e verdura vendute su tessuti posti per terra, gente locale in abiti tipici, persone che cucinano e altre che mangiano per la strada: è questo lo spettacolo nel quale ci immergiamo lasciandoci trasportare da odori e colori. Pranziamo veramente bene con porzioni abbondanti nel ristorante “Dona Clorinda” tel. 203051 situato proprio in Plaza de Armas. Un locale che consiglio. Dopo un piccolo riposo pomeridiano ritorniamo di nuovo nel pieno delle mercanzie dove rimaniamo sino all’imbrunire assistendo alla lenta ma inesorabile chiusura delle trattative e conseguente abbandono, da parte dei mercanti con le loro bancarelle, della piazza che presenta così un aspetto completamente diverso.

6 ottobre

Sempre con un pulmino locale, al costo di 5 soles, arriviamo ad Ollantaytambo. Questo paese segna la fine della strada della Valle Sacra ed è un’importante sito inca costituito da una massiccia fortezza, uno dei pochi luoghi in cui gli spagnoli persero un’importante battaglia durante la conquista. Ollantaytambo è la fortezza in cui Manco Inca si ritirò dopo la sconfitta di Sacsayhuaman. Anche queste rovine si addossano alla montagna anche se ad un’altezza inferiore rispetto a quelle di Pisac. Stessa suggestione e senso di grandiosità costruttiva da parte degli Incas. Si notano, in particolare, i numerosi canali che scorrono sotto terra e che servono, oggi come all’epoca degli Incas, all’irrigazione dei campi e all’approvvigionamento idrico della popolazione. La città, costruita come tante sulle fondamenta inca, può considerarsi ancora più caratteristica di Pisac conservando gli aspetti urbanistici tipici delle città inca. Strette vie segnate dai canali dove scorre l’acqua e dalle antiche mura ci catapultano in un’altra era. Dato i costi un po’ più elevati per alloggiare, decidiamo di partire la sera stessa per Aguas Calientes prendendo il treno delle ore 19.00 al costo di circa 13 $. Passiamo il tempo d’attesa giocando a carte in un locale sulla strada per la stazione, un po’ fuori dal paese, e bevendo un ottimo frullato ed un “pisco sour”, tipica bevanda peruviana. Devo dire che quest’attesa è snervante, non stiamo più nella pelle tanto è il desiderio di arrivare ad Aguas calientes. Alla stazione di Ollantaytambo ci rendiamo conto di quanta gente, delle diverse nazionalità, ha scelto questo percorso, più economico che non prendere il treno da Cuzco al costo di 44 $. All’arrivo ci ritroviamo letteralmente immersi in una bolgia di persone, venditori ambulanti, procacciatori di clienti per ristoranti, ostelli: anche questo è uno spettacolo. Troviamo sistemazione in un ostello vicino ai binari al costo di 25 soles la doppia senza servizi privati.

7 ottobre

E’ il 16° giorno di viaggio, sveglia alle 4 di mattina per raggiungere quella che per noi è la tappa più importante, il raggiungimento di una meta sognata dal momento in cui ho programmato il viaggio: MACHU PICCHU, l’antica città perduta degli incas…. Lasciamo l’ostello alle ore 4.30, ci incamminiamo lungo la strada che porta fuori dal paese, oltrepassiamo “Puente Ruinas” ed imbocchiamo ufficialmente il sentiero che ci porterà sulla vetta.
E’ ancora buio, il tempo è leggermente nuvoloso ma ciò non impedisce ad una splendida luna di far da cornice e rischiarare il nostro cammino. Le torce quasi non servono, la temperatura è ottima e, dopo cinque minuti, ci rendiamo conto che anche la felpa e la giacca indossati prima di uscire sono inutili. Ma ormai è tardi per tornare indietro, la scalata è cominciata, poniamo questi indumenti nello zaino contribuendo ad accrescere il suo peso che non pochi problemi ci darà lungo il ripido e faticoso percorso…Il caldo e soprattutto la fatica accumulata nei giorni precedenti cominciano a farsi sentire inesorabili. Facciamo non poca fatica e subito ricorro alla mia scorta d’acqua: prima ancora di arrivare in cima la prima bottiglia è terminata…ma la voglia di arrivare su è tale che ci fa superare qualsiasi ostacolo, niente può oramai fermarci. Lentamente le prime luci dell’alba rischiarano le cime delle alte montagne rendendo l’atmosfera veramente magica. Tutt’intorno nella fitta vegetazione si sentono suoni di animali mai uditi prima: è un sogno… Dopo più di un’ora di duro cammino finalmente avvistiamo le prime casette che ci fanno capire che ormai è fatta: Machu Picchu è là dietro l’angolo che aspetta solo di essere da noi scoperta. Paghiamo l’eccessivo costo di 20 $ per entrare, ci catapultiamo all’interno del sito con il cuore in gola, le palpitazioni sono alle stelle, l’adrenalina è a livelli massimi. C’è gia altra gente che come noi ha scelto la soluzione di arrivare all’alba. Un breve attimo di delusione perché il sito è completamente ricoperta dalla nebbia. Attendiamo pazientemente, fiduciosi in un miglioramento…che, per fortuna, puntualmente avviene: ecco che dal diradarsi della nebbia MACHU PICCHU si presenta ai nostri occhi in tutto il suo splendore, in tutta la sua magnificenza: resto per interminabili minuti ad ammirare quel capolavoro di ingegneria e, perché no, di follia umana, non ho parole, l’emozione è immensa, è l’apoteosi, forse il traguardo più importante raggiunto in 12 anni di avventure intorno al mondo. Alzo gli occhi al cielo…allargo le braccia e.. Machu Picchu, al tempo stesso la più famosa e la meno conosciuta selle rovine incas, prende il nome dal monte sulla quale è costruita (Machu Picchu significa “vecchia montagna” in lingua quechua) perché quello vero è sconosciuto. Non è citata in nessuna delle cronache dei conquistatori spagnoli e gli archeologi non possono far altro che avanzare delle ipotesi sulla sua funzione. La Città perduta degli Incas fu scoperta quasi per caso dallo storico americano Hiram Bingham, che era alla ricerca di Vilcabamba, ultima roccaforte degli incas, il 24 luglio del 1911 grazie alle voci raccolte da un contadino del luogo su una città nascosta nella foresta. Cosa era veramente Machu Picchu? Secondo alcuni era una città amministrativa, una vera città costruita come avamposto per penetrare nella selva (Machu Picchu è ai margini della foresta amazzonica) o quantomeno per difendersi dalle popolazioni locali molto ostili, impedendo il loro ingresso, attraverso la valle sacra, a Cuzco. Per altri era un centro cerimoniale esclusivo costruito da Pachacuti verso la fine del suo regno. Per altri ancora era un luogo di raccolta delle foglie di coca per gli imperatori o un santuario delle vergini del sole. A tutt’oggi l’unica spiegazione razionale del motivo per cui gli spagnoli ai tempi della conquista e anche dopo non la trovarono e non ne parlarono, sembra invece essere quella che all’epoca Machu Picchu era già stata abbandonata, forse per mancanza d’acqua, e quindi nascosta dalla vegetazione in un sito difficilmente accessibile. Prima dell’arrivo della massa dei turisti decidiamo di entrare nella cittadella e puntare alla vetta di Huayna Picchu (giovane montagna in lingua quechua). All’entrata del sentiero che porta sulla vetta bisogna scrivere su un registro nome, cognome e orario di entrata: i cancelli chiudono alle ore 14.00, si ha tempo per tornare indietro entro le ore 16.00 dopo di che si è dichiarati ufficialmente dispersi. Un’altra dura scalata che, dopo più di un’ora, ci porta sulla cima a 2.700 mslm. Poche persone hanno l’ardimento di salire sin quassù, e la cosa non dispiace affatto. Sotto di noi il paesaggio è semplicemente fantastico, montagne ricoperte di folta vegetazione tipica equatoriale; il Rio Urubamba il cui rombo arriva sino a noi; la città che, vista dall’alto, sembra ancor più imponente. Salgo sulla roccia più alta..mi lascio trasportare da sensazioni ed emozioni che non è facile spiegare..vorrei poter volare tra quell’immensità che mi sconvolge..travolge….inebria, mi sento infinitamente piccolo…insignificante..sto sognando! Vorrei poter rimanere all’infinito quassù ma, come sempre, il tempo è tiranno e bisogna tornare indietro.
Scendiamo percorrendo il sentiero che porta al “Tempio della Luna”, sulla parte opposta della montagna. Ci inoltriamo nella fitta vegetazione con gli insetti che non ci danno tregua, è suggestivo questo percorso e tutto sembra procedere bene sino al momento in cui il sentiero improvvisamente s’ interrompe. Sembra essere svanito, mangiato dalla foresta. La paura, onestamente, mi assale, tornare indietro o proseguire? Optiamo, tra mille dubbi, per la seconda soluzione e, per fortuna, ritroviamo il sentiero solo che bisogna scendere per un breve tratto sostenendoci a ciò che la natura ci offre: liane, radici, tronchi. Procediamo con un po’ d’ansia che svanisce quando, dopo circa un’ora, arriviamo al tempio della Luna dove possiamo riprendere la strada del ritorno verso Machu Picchu. Il caldo è veramente allucinante, siamo disidratati e affamati ma sappiamo che un’altra dura ora di camminata ci aspetta. Dopo mille e mille imprecazioni, distrutti dalla fatica, rimettiamo finalmente piede nella cittadella invasa, oramai, dai turisti. Visitiamo la parte sacra del sito l”Intihuatana”, letteralmente “luogo dove si appende il sole”, ovvero osservatorio e orologio astronomico utilizzato per prevedere il ricorrere degli astri e delle stagioni. Qui si concentra la maggior parte dei visitatori per cercare di sentire la magia e i flussi magnetici che da qui sembrano sprigionarsi.
Continuando a girare mi innervosisco sempre più per la presenza di questi turisti “pecoroni e beceri” che non hanno nessun rispetto della “sacralità” del luogo, capaci come sono di produrre solo caos. Ma il turismo di massa ha queste implicazioni.. Diamo l’ultima occhiata, non senza rimpianti, a Machu Picchu, c’incamminiamo verso l’uscita dove prendiamo, pagando l’assurdo prezzo di 9 $, il bus che ci riporta ad Aguas Calientes (siamo troppo stanchi per scendere a piedi..) dove, in teoria, dovremmo prendere il treno delle ore 17.00 per Ollantaytambo. Il costo è però esagerato, 34 $, allora decidiamo di ripartire l’indomani mattina con il treno delle ore 5.00 al costo di 13 $.

8 ottobre

Ritorniamo a Cuzco con la convinzione di aver toccato l’apice della nostra avventura, siamo sfiniti ma ancora non ci fermiamo. Abbiamo altri giorni a disposizione perciò decidiamo di partire la sera stessa per Quillabamba. Al terminal, posto in una zona periferica, ci sono varie compagnie di trasporto, ci facciamo perciò consigliare dal tassista quale mezzo prendere. Ci indica la compagnia “Expreso Sr. De Huanca”, costo 15 soles a testa. In mezzo alla strada, tra i bus in moto che scaricano nell’aria una notevole quantità di gas, ci sono diverse persone che cucinano e per la prima volta cado in tentazione assaggiando degli spiedini arrosto, fatto che pagherò a caro prezzo nei giorni seguenti. Con il solito ritardo, caratteristico del Perù, partiamo per Quillabamba. Il viaggio si svolge in un’atmosfera quasi da incubo: 7 ore di marcia, di notte, su strada sterrata, su e giù dalle montagne arrivando a quota 4.000 m circa percorrendo stretti tornanti dove l’incrociarsi con altri veicoli fa rabbrividire pensando al poco spazio a disposizione, si arriva, perciò, a sfiorare incredibili crepacci cosa che fa stare sulle spine il mio amico impedendogli di chiudere occhio (cosa che nemmeno io riesco a fare bene), polvere che sembra entrare da tutti gli spifferi, . Sulla parte più alta del percorso ci ritroviamo immersi tra le nuvole, la visibilità è nulla, sembra di essere catapultati nell’inferno dantesco. Lungo il tragitto il pullman ferma in un imprecisato paesino, qui i viaggiatori scendono per i propri bisogni che, come sempre accade, sono effettuati proprio vicino al pullman. Io, da buon italiano, volendo mantenere un po’ di riservatezza, entro nell’unico locale aperto dove chiedo del bagno, la risposta è sorprendente: “signore siamo in Perù, non c’è acqua”, facendomi capire chiaramente che mi devo adeguare agli altri. Anche questa è avventura… Arriviamo a Quillabamba all’incirca alle ore 4.00, prendiamo un taxi-motoretta, un tre ruote adibito al trasporto turisti, al cui conducente chiediamo di indicarci un posto economico per alloggiare; ci conduce all'”Ostal Cuzco” a pochi passi dal centro, un posto carino ma molto spartano, dove per una doppia con bagno, paghiamo 20 soles.

9 ottobre

Quillabamba è situata ad una quota di 1050 mslm, non è molto interessante, ma è un buon punto di partenza per chi volesse addentrarsi nel fitto della foresta amazzonica. Fa molto caldo e c’è molta umidità. Dopo aver fatto un piccolo giro in città prendiamo la strada che porta verso la selva, è impossibile arrivare lontano andando a piedi, prendiamo perciò al volo uno di quei classici pulmini, “combi” come li chiamano i peruviani, che, quando arriva, è già stracolmo, ci sono solo posti in piedi ma, per non aspettare oltre, saliamo lo stesso e, per 5 soles, ci porta alla cascata di “Siete Tinajas”. Percorriamo 18 km su strada sterrata ridendo e imprecando al contempo, stretti come sardine, osservati con curiosità dai locali, attraversando una valle circondata da enormi distese di alberi di banane, palme e piantagioni di caffè. Arrivati a destinazione, nelle vicinanze di una casetta, chiediamo ad una signora dov’è la cascata: ci fa accompagnare da un bambino che, appena arrivati, si dilegua. E’ una piccola cascata in secca, per salire su bisogna arrampicarsi; ci prova il mio amico Andrea che, dopo un paio di tentativi, arriva in cima (non è poi molto alta). Ci provo io ma mi va subito male perché il sostegno su cui devo arrampicarmi viene meno. Risultato è che precipito da un’altezza di circa 5-6 metri prendendo una botta sull’anca sinistra che mi provocherà, in seguito, un grosso ematoma. Al momento sono impossibilitato a riprovare la salita invito perciò Andrea a proseguire da solo; lui invece non mi abbandona e, dopo essere sceso, insieme cerchiamo un’altra via. Ci “arrampichiamo” letteralmente sulla montagna, sostenendoci ad arbusti e radici, assaliti dagli insetti che non ci danno tregua nonostante l’uso di Autan, sudati e assetati per il gran caldo. Più volte durante la salita il sottobosco ci viene a mancare sotto i piedi. Le radici, che in primo momento sembravano solide, non reggono il nostro peso, rischiamo, quindi, più volte di precipitare. Ci aiutiamo con un bastone di fortuna e, alla fine, con qualche ammaccatura in più, riusciamo ad arrivare in cima dove troviamo un piccolo sentiero che ci conduce verso la cascata. Dopo averci girato intorno proseguiamo lungo il sentiero inoltrandoci nella fitta vegetazione. Anche qui voci e suoni di animali sconosciuti alle mie orecchie, miriade di insetti invadenti, farfalle dai colori sgargianti e tanti alberi di frutta. Nel mentre camminiamo incontriamo due ragazzine intente a raccogliere delle papaia, offriamo il nostro aiuto ma non serve perché la più piccola delle due, come una scimmietta, si arrampica sulla parte più alta dell’albero lasciandoci sbigottiti per la sua agilità. Dopo la raccolta proseguiamo tutti e quattro lungo il sentiero sino ad arrivare alla loro casa; salutate le due piccole, nel mentre intraprendiamo la strada del ritorno, sentiamo un rumore alle nostre spalle: è la piccolina che ci porta in dono una grossa ananas: siamo esterrefatti per questo piccolo, grande dono consci del fatto che niente di particolare abbiamo fatto per meritarcelo. Ma non finisce qui, infatti, in rapida successione, il gesto si ripete e la piccola ci porta prima una busta di aranci, poi una papaia e, infine, un’altra busta di aranci. Rimaniamo assolutamente allibiti e senza parole, cerchiamo di ricambiare con delle caramelle prima e con un coltellino multiuso ed un orologio poi. Ma, sempre più imbarazzati, decidiamo di andare via ringraziando la fanciulla per la grande lezione di umanità concessaci: il povero che dona al ricco. Per ritornare facciamo l’autostop, saliamo su di un pick-up che ci accompagna in città. Dopo aver pranzato e fatto un piccolo riposo pomeridiano, girando per il centro, scoviamo una gelateria italiana fondata da un italiano trasferitosi per amore in Perù. Un’altra sua gelateria è a Cuzco

10 ottobre

La gente del posto ci consiglia di visitare l”Azienda Potrero”, dell’Ing. Gonzales, e la “Cascada Mandas”. A tal proposito cerchiamo un taxi, troviamo invece un camionista che si offre di portarci a destinazione al prezzo di 40 soles, cifra che sembra esagerata ma che, in effetti, non lo è se consideriamo che i due siti sono agli estremi. Alla nostra domanda sul perché usi il suo mezzo come taxi, ci risponde che lo fa per arrotondare. All’azienda abbiamo la sgradita sorpresa di non poter entrare a causa dell’assenza dell’ing. Facciamo allora un giro nei dintorni scoprendone la vastità: grandi piantagioni di caffè, canna da zucchero, banane, ma, soprattutto, possiamo notare come l’ing. sfrutti la sua manodopera. Dopo una lunga e vana attesa optiamo per andare verso la cascata. Un altro percorso molto accidentato, una strada sterrata che si arrampica sulla montagne, tra distese enormi di vegetazione varia, e che il camion ha spesso difficoltà a percorrere. Per arrivare sotto la cascata bisogna ad un certo punto lasciare il camion e proseguire a piedi inoltrandosi nella foresta. La natura che ci circonda è bellissima. Purtroppo le banane sono ancora acerbe altrimenti ne potremmo fare una scorpacciata. La cascata che improvvisamente si presenta ai nostri occhi, alta circa 60 metri, è spettacolare, ai suoi piedi un piccolo invitante laghetto e poi il ruscello. Dato il gran caldo ci mettiamo proprio sotto il punto di caduta dell’acqua: che piacevole sensazione di freschezza.
Ma ancora una volta bisogna tornare indietro anche perché nel primo pomeriggio bisogna ripartire per Cuzco. La compagnia dei bus è la “Kamisea” che, per 15 soles a testa, ripercorre a ritroso il percorso infernale di due giorni prima: viaggiando con la luce si ha maggiormente la possibilità di osservare quanto faticosa e pericolosa sia in effetti quella strada, motivo per cui poca gente visita Quillabamba. 11 ottobre

Giornata che trascorre nel più assoluto relax, era ora dopo tanta avventura, girovagando per la città per vedere altri punti caratteristici e facendo un po’ di shopping. Facciamo amicizia con un’altra ragazza peruviana, Eva, che rimarrà in nostra compagnia sino all’ultimo giorno. Siamo costretti a trovare un altro alloggio, lo troviamo in Plaza S. Francisco, “Ostal Solares, al prezzo di 25 soles per una doppia con bagno privato e acqua calda solo la mattina e la sera.

12 ottobre

Ultimo giorno a Cuzco. Affittati tre cavalli al costo di 35 soles, andiamo a visitare, in compagnia della nostra amica Eva, le quattro rovine di Qenko, Puka Pukara, Tambo Machay e Sacsayhuaman. Il nome di Qenko è scritto anche qenqo, qwenco o q’enqo e significa “zigzag; le rovine di Tambo Machay consistono in una vasca cerimoniale in pietra decorata e per questo motivo sono comunemente note con il nome di “El Bano del Inca”. Il nome Puka Pukara significa “forte rosso” a causa dell’intensa sfumatura rossa che la roccia assume in particolari condizioni di luce. Il significato del nome delle rovine di Sacsayhuaman è “falco soddisfatto”. Quello che si vede oggi corrisponde solo al 20% circa della struttura originale. Poco dopo la conquista gli spagnoli abbatterono molti muri e usarono i blocchi per costruire le loro case a Cuzco, ma hanno lasciato i massi originali più grandi, soprattutto quelli che formano una parte degli spalti principali; uno di questi blocchi rimasti pesa oltre 300 tonnellate. Quando progettarono Cuzco, gli incas vollero dare alla città la forma di un puma del quale Sacsayhuaman era la testa. Il pomeriggio è dedicato agli ultimi acquisti. Trascorriamo la serata in un disco -pub con l’intenzione di affogare in un pisco sour quel senso di tristezza, di malinconia che l’ultima notte qui in Perù ci ha messo addosso.

13 ottobre

E’ finita, la nostra splendida avventura in questo meraviglioso paese è giunta alla conclusione. Partiamo molto presto, alle ore 5.00 siamo già all’aeroporto di Cuzco per il volo su Lima dove arriviamo dopo un volo di un’ora. Preso un taxi andiamo a visitare il quartiere vip di Miraflores, successivamente torniamo verso Plaza de Armas dove dobbiamo incontrarci con altre amiche per i saluti finali. La città, illuminata da un pallido sole che lentamente fa capolino tra la garua, sembra meno brutta rispetto al primo giorno. Ma ciò non stempera certo la nostra delusione: è finita, la nostra splendida avventura è davvero giunta al termine. Un senso di angoscia mi assale aggravato dal mio non buono stato di salute provocato da una forte intossicazione intestinale che mi provoca, per tutto il giorno, un grave stato di dissenteria. Sull’aereo del ritorno miriade di sensazioni e ricordi mi assalgono, tornano in mente coloro che ci hanno accompagnato, indirettamente, nel nostro cammino; i nomi di Martin, Robert, Carmencita, Miriam, Virginia, Rodrigo, Ulises, Eva e tanti altri non saranno dimenticati tanto facilmente, così come non sarà facile dimenticare la simpatia, la cordialità di questa gente, povera ma ricca d’animo, di sentimenti, di umanità. Nel mentre chiudo questo racconto riecheggiano nella mia mente le note della più famosa canzone peruviana, “El condor pasa”, e… non lo nascondo… un attimo di emozione… una lacrima…

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