Frammenti del Rajasthan

di Andrea Veggetti –
Esco tardi. Esco ancora tardi dall’ufficio nonostante sia venerdì ed anche qui in India la gente, se puo’, esce presto in vista del week-end. La corsa verso la reception per recuperare la valigia mi fa incespicare su un’aiuola messa li, sul mio percorso, quasi non mi accorgo che si tratta invece di una persona chinata verso il prato a raccogliere uno ad uno dei piccoli ciuffi d’erba. Voltandomi, alzo il palmo della mano, scusandomi con lo sguardo e riprendendo la via dell’uscita.

Mi guarda e mi sorride come per dire non importa, si alza, raccoglie i suoi pochi stracci e si incammina nel buio del giardino, in direzione opposta alla mia.
Rimango con la mano alzata quasi a voler accompagnare con un gesto le parole che prima non mi sono uscite e che forse sarebbero state inutili visto che l’inglese, anche in India, non e’ certo la lingua di tutti.
Recupero la mia valigia tra un nugolo di zanzare poco agguerrite, svolazzanti ed indecise se rimanere attaccate al neon o uscire alla luce del crepuscolo. Rajesh mi aspetta nel parcheggio, accanto alla sua Toyota, con la classica divisa bianca da autista ormai pero’ ingrigita dall’uso e dagli scarsi lavaggi; mi saluta con il solito sguardo in po’ spento e ciondolante e sinceramente quasi mi spaventa il fatto che dovremo affrontare piu’ di cinque ore di strade indiane per arrivare a Jaipur, la mia meta del week-end. L’idea iniziale era il treno, io amo viaggiare tra la gente e semplicemente confondermi tra loro, soprattutto qui in India, ma lo scarso tempo a disposizione e la gentile offerta di Rajesh mi hanno fatto desistere.

E ora sono qui a fissare le luci delle strade e delle case dal finestrino posteriore di un’auto, solo con i miei pensieri e con il riflesso verde del display dell’orologio che sembra fermo come a dirmi che alla meta manca sempre lo stesso tempo.
Mi distrae una statua enorme di Shiva con il forcone in mano ed una specie di corona in testa, mi fa venire in mente la raffigurazione sui libri di Poseidone, mentre cavalca dei delfini e, se non avessi visto il buon Ganesh al suo fianco, avrei certamente pensato di essermi spostato di migliaia di chilometri nello spazio e migliaia di anni nel tempo in cui, anche in Europa, c’era un Pantheon di Dei, ricco quasi quanto quello della tradizione Indu’.
Sento bussare al finestrino, siamo al solito fermi in coda, un bambino cerca di vendermi delle lucine colorate e lampeggianti da mettere sul vetro posteriore come ce ne sono tante sulle auto in questi luoghi. La ricerca del kitch e’ quasi ossessiva e lo si vede soprattutto sulle macchine dove Shiva danzanti e Ganesha lampeggianti impazzano su ogni mezzo tra l’anarchia piu’ totale delle strade. Finalmente ripartiamo per fermarci dieci metri piu’ avanti ad un incrocio o ad un semaforo che cerca di mettere ordine in questo intrico puzzolente di lamiere.
La luce fioca del tramonto e la stanchezza mi fanno assopire per non so quanto, qualche minuto o forse un’ora, appena riprendo lucidita’ mi rendo conto che stiamo ancora percorrendo una sottile striscia d’asfalto persa tra un’immensita’ di palazzi e nuovi centri commerciali sorti dal nulla negli ultimi 4 anni di mie frequentazioni in questi luoghi; prima una grossa buca, poi un’enorme tendopoli di operai e rispettive famiglie tutt’attorno, poi lo scheletro di cemento che pian piano vien su tra delle improbabili impalcature di legno e il via vai di mezzi di trasporto. Ancora una volta mi addormento in un sonno leggero.
Siamo fermi, fuori c’e’ un buio pesto e Rajesh non c’e’.



Esco e appoggio il mio fondoschiena indolenzito al cofano dell’auto, c’e’ una lunga fila di camion fermi, senza autista e piu’ avanti a circa 200 metri c’e’ un gabbiotto con una tenue luce al neon e una coda di persone. Realizzo che siamo al confine tra gli stati di Delhi e dell’Haryana, regione che, con l”Uttar Pradesh, circonda la capitale indiana. Il pagamento della tassa di uscita richiede parecchi minuti e cio’ mi permette di girovagare al buio tra i vari mezzi fermi, cosi’ da riuscire a sgranchire le gambe. Mi incuriosiscono i vari cartelli colorati dei camion … “Horn Please”, come se ce ne fosse bisogno … lentamente torno sui miei passi e Rajesh e’ li ad aspettarmi o quantomeno non vedo lui direttamente, ma la piccola luce rossa della sigaretta accesa nei pressi dell’auto. Raggiungo la porta posteriore e salgo accennando un sorriso, Rajesh non parla molto l’inglese, ha un viso raggrinzito, ma molto espressivo, mi fa un cenno con la mano e getta la sigaretta ancora a meta’.
“Sorry sir, the queue was very long”.
“Sorry ?!?” … ma di che Rajesh ?
Continuiamo la corsa nel buio piu’ assoluto in direzione sud, illuminati solo da qualche scarsa abitazione e qualche mezzo incrociato sul lato opposto.
Cerco di cogliere dei particolari da cio’ che mi circonda, dopo un po’ mi arrendo e mi immergo nella lettura della Lonely Planet o scambio qualche parola con il buon Rajesh, riuscendo ad entrare un pochino di piu’ in confidenza con il suo essere schivo e compensando cosi’ lo scarso risultato raggiunto durante la settimana nelle nostre sporadiche conversazioni.
Ad un certo punto “Bip Bip” … guardo il cellulare e il messaggio dice “Welcome to Rajasthan …”, finalmente, Jaipur e’ ancora lontana ma almeno siamo nella regione giusta; era infatti da diverso tempo che notavo, per quel poco che riuscivo a vedere, attorno a noi un paesaggio piu’ desertico e meno abitato.
Nelle due ore successive l’unico evento degno di nota e’ la sosta forzata durante il tragitto in quanto un cammello con relativo carretto si e’ messo di traverso sulle due corsie della strada e non ne vuole sapere di muoversi, nonostante gli inviti del suo conducente. Dopo un po’ si incammina forse convinto dalle sollecitazioni o forse da un buon pasto, resta il fatto che questo evento mi permette di riprendermi dallo stato di sonnolenza nel quale ero precipitato negli ultimi chilometri.
Quando usciamo dalla strada principale e iniziamo a fare una serie di destra-sinistra, capisco che stiamo per arrivare; la strada e’ leggermente in discesa e il buio e’ assoluto, finché sulla mia destra non noto un forte su una piccola collina, l’illuminazione artificiale rende un bellissimo effetto scenografico, Rajesh si accorge della mia curiosità: “Amber Fort, Amber Fort !”. Ci fermiamo di lato e mi avvio al buio alla terrazza da cui si gode una vista superba, sotto di noi uno specchio d’acqua di cui al momento non riesco ad identificarne la grandezza. Provo a scattare qualche foto nonostante l’oscurita’ appoggiando la macchina foto sul muro di cinta; alle mie spalle qualcuno mi domanda qualcosa facendomi fare un balzo in avanti, mi giro, ma non vedo nessuno e Rajesh e’ rimasto all’auto, ne sono certo. Dall’oscurita’ pian piano esce un uomo con un turbante nero in testa, gli occhi profondamente scavati e mi dice che a quest’ora il forte e’ chiuso.
“Ma vaff……” mi hai fatto prendere un mezzo infarto per dirmi una cosa cosi’ ovvia! In realta’ lo scopo e’ ottenere qualche Rupia per questa preziosissima informazione e lui non e’ altro che uno dei numerosi mendicanti che pian piano escono dalla zona buia dov’erano e mi guardano incuriositi. Gli faccio un cenno con la mano che al momento non saprei neanch’io interpretare, una via di mezzo tra un saluto e un bel “non rompete le balle”. Mi rigiro verso il forte, faccio un altro paio di foto, poi mi riavvio verso l’auto tra il piccolo corridoio di persone che si era formato nel frattempo.
Rajesh mi aspetta fuori dalla macchina appoggiato alla porta e con la solita sigaretta in bocca. “Che luogo meraviglioso!”, lui mi risponde con il solito “Yes, Sir” e mi sorride. Sta per buttare l’ennesima mezza sigaretta, quando gli faccio cenno di continuare e mi appoggio anch’io all’auto per godere di quella vista da una posizione cosi’ privilegiata.
Pian piano torna il silenzio e sparisce il vociare dei mendicanti che il mio arrivo aveva messo in subbuglio e restiamo cosi’ per qualche minuto a spartirci la visuale.
L’hotel Madhuban non e’ nel centro storico, e’ qualche chilometro fuori, in una via piccolissima. L’ho scelto consultando la guida e visitando il sito internet, e’ un hotel molto bello e per una notte sola ho deciso che vale la pena di spendere 2000 Rupie (circa 37 Euro) e non alloggiare nei soliti hotel ultra-economici che uso, quando viaggio per i fatti miei.
In realta’ con 2000 Rupie c’e’ anche la Jacuzzi in bagno, forse un eccesso in India, ma voglio proprio provarla alla fine di questa polverosa giornata. Il letto a baldacchino e un arredamento tipico indiano ne fanno una stanza davvero accogliente.
Avrei voluto chiedere a Rajesh di prendersi una camera anche lui, in quest’albergo, offrendomi tranquillamente di pagargliela ma, conosco bene la risposta che mi avrebbe dato.
Preferisce dormire in macchina o, al piu’, cercarsi una branda in qualche posto. Questa e’ la vita di un autista e a lui non dispiace. Non indugio piu’ su tutti i miei sensi di colpa, sapendo che non l’avrei convinto neanche con un fucile in mano ed in aggiunta sapendo bene che cio’ che si aspetta di piu’ e’ una bella mancia alla fine del viaggio.
Telefono a Paola mentre mi faccio un breve bagno tonificante con la Jacuzzi, cosi’ giusto per farle un pochino di invidia e poi mi abbandono ai miei pensieri che, ogni volta che vengo in India, spaziano sempre tra problematiche sociali e condizioni di vita sostenibili anche per un mondo come questo e cosi’ diverso dal nostro che permette a me la vasca idromassaggio mentre magari concede a molte persone fuori di qui un litro di acqua al giorno per sopravvivere.
Esco, mi metto l’accappatoio e apro la manopola di scolo della vasca, lentamente l’acqua inizia a scendere, creando un vortice nell’uscita e portandosi via cosi’ anche tutti i miei pensieri.

GIORNO 2:

L’hotel Madhuban non rimarra’ certo famoso nei miei ricordi per la colazione pantagruelica, un bicchiere di caffe’ latte, del miele e del pane con una marmellata di cui non riesco ad identificarne la tipologia. Il giardino e’ pero’ meraviglioso e la temperatura mite del primo mattino ne fanno un luogo accogliente e rilassante. Gli altri tavoli sono pressoché’ vuoti ad eccezione di una coppia attempata di tedeschi e due giovani forse inglesi che pero’ vanno via subito dopo il mio arrivo.
Poco dopo anche i tedeschi se ne vanno e rimango in compagnia di un solo scoiattolo che si aggira tra i tavoli in cerca di qualche briciola commestibile. Appena trovato qualcosa corre velocissimo verso il muro di cinta e si trova un posto all’ombra per sgranocchiare in santa pace. Il caldo inizia a farsi sentire e in queste zone puo’ tranquillamente arrivare ai quaranta gradi anche di prima mattina. Mi allungo un po’ sulla sedia e penso a cio’ che voglio vedere in questa citta’. E’ ovvio che le foto piu’ famose di Jaipur riguardano il palazzo dei venti (Hawa Mahal) e il Complesso del City Palace, dove risiede il figlio dell’ultimo maharaja, con l’adiacente Jantar Mantar dove la passione per l’astronomia del maharaja Jai Singh gli fece costruire un osservatorio astronomico con delle architetture bizzarre e abbastanza pretenziose nell’ottica dell’osservazione celeste e dello studio del movimento della Terra. Ma il vero obiettivo e’ perdermi tra le vie e tra la gente della citta’ rosa, come viene soprannominata Jaipur per i suoi palazzi antichi e le sue abitazioni dipinte completamente di questo colore.
In particolare sono alla ricerca di volti di persone da incontrare, e magari da incorniciare in una bella foto, come ce ne sono tanti qui in India e con delle diversita’ nella fisionomia e nell’abbigliamento che ne rendono un luogo unico. In particolare il Rajasthan e’ un crocevia di culture tra il medio oriente, l’India stessa e l’Asia piu’ orientale. In piu’ non voglio tornare a case con il solo di ricordo di luoghi visti ma anche e soprattutto con quello della gente incontrata.
“Da ogni viaggio sono tornato con il ricordo di qualcuno e non di qualcosa. Ho una conoscenza dei luoghi attraverso i racconti di uomini e donne incontrati lungo il cammino e con gli occhi della memoria rivedo piu’ facilmente le espressioni dei loro volti anziche’ le bellezze di tanti paesaggi”. Cosi’ Pino Cacucci scrive in un suo libro … ed e’ esattamente cio’ che voglio fare io. Da troppi viaggi sono tornato con bellissime esperienze culturali, archeologiche o naturalistiche ma povere di contenuto umano e poi, a distanza di anni, cio’ che ricordavo di piu’ erano comunque i cinque minuti passati in un saloon di Oaxaca o la giornata spesa nella casa di accoglienza di orfani a Cuzco o magari le chiacchiere lungo il Malecon di l’Havana.
Il sole inizia a scottare, mi sposto dalla mia sedia e mi avvio a pagare il conto dell’albergo.
Trovo Rajesh intento a lavare la macchina con un piccolo secchio d’acqua, gli chiedo di portarmi alla SinghPol Gate, uno degli ingressi della citta’ vecchia, e da li proseguiro’ a piedi.
Ci diamo appuntamento per le 3 del pomeriggio e inizio ad incamminarmi tra una piccola folla di gente, radunata per un mercato; i marciapiedi grandi non consentono spesso di passare a piedi, in quanto completamente invasi da banchetti di ogni tipo, e cio’ mi costringe ad escursioni lungo la strada affollata di biciclette, motocicli e tuk tuk. Mi guardo in giro, i meravigliosi palazzi rosa sono spesso sporchi, maltenuti ed invasi da ragnatele di fili elettrici o telefonici … ma questo gli da un fascino particolare in un clima di qualche secolo fa. Le scimmie dal tetto spesso mi seguono, nella speranza forse di ottenere del facile cibo, ogni tanto spalancano la bocca mostrando una dentatura felina per nulla rassicurante, ma poi si girano e tornano alle loro faccende.
Mi aggiro cosi’ tra la folla di venditori e passanti e ogni tanto entro in qualche via laterale, per cambiare visione o per evadere dalla strada principale. Ogni volta un piccolo cortile, una strada deserta mi riporta di nuovo sulla via che stavo seguendo quasi che Jaipur avesse una specie di sistema immunitario e rigettasse dal proprio corpo piu’ nascosto lo straniero invadente.
Mi intrattengo anche con qualche mendicante o qualche santone nella speranza di fare due chiacchiere o semplicemente per scroccare una foto; loro spesso mi accolgono con un sorriso a una mano tesa in un gesto inequivocabile. Spesso pero’ sono piu’ io ad essere abbordato ed ora che ci faccio caso sono l’unico non indiano in giro e spesso suscito semplice curiosita’ “Da dove vieni ?”, “Ma sei un fotografo?”, “Ti piace l’India ?”; altre volte le richieste sono piu’ opprimenti, soprattutto quando riguardano un servizio come il tuk tuk o il riscio’. Cerco di abbozzare un sorriso a tutti, ma alcune volte me ne vado scocciato e quando penso di aver trovato un altro luogo di maggior pace ecco che la ‘tiritera’ ricomincia.
Raggiungo il Jantar Mantar dopo aver imboccato una serie di viuzze laterali e qui trovo i primi turisti, il caldo e’ davvero opprimente e mi pento subito di aver usato dei calzoni lunghi tanto da costringermi a risvoltarli fino a trequarti di gamba. Giro senza guida e senza meta in questo luogo cosi’ affascinante, in pratica e’ il piu’ grande osservatorio astronomico senza strumenti ottici del mondo. Spicca una enorme meridiana su cui leggere l’ora solare, altri strumenti giganteschi di pietra con cui prevedere le eclissi o il moto dei corpi celesti … e in piu’ tra le varie costruzioni risaltano le decine di sari colorati delle bambine di una scolaresca.
Mi riposo qualche minuto sotto un albero dove altri uomini e animali cercano un riparo dalla calura.
All’uscita mi fermo ad ammirare due incantatori di serpenti con i cobra nella cesta che compiono evoluzioni come effettivamente rapiti dai suoni dello strumento musicale.
Piu’ di una volta pero’ il rettile cerca di mordere l’uomo che suona, ma questi toglie prontamente la mano e sorride ai passanti come se la scenetta facesse parte di un teatrino gia’ studiato.
Entro nel City Palace dopo aver pagato 200Rp il biglietto che comprende anche la visita al museo. Ancora una volta non ho una meta precisa o un ordine di visita prestabilito, ma mi aggiro nella piu’ completa casualita’ tra i vari locali. La parte del palazzo dove attualmente risiede il figlio del maharaja non e’ visitabile, ma il museo e’ molto interessante con le stoffe, i vestiti, le armi e varie scene di corte del secolo scorso.
Raggiungo infine un baracchino e mi prendo una bibita ristoratrice dai quaranta gradi di temperatura.
Esco nelle strade.
Dopo diverso tempo mi trovo a percorrere una piccola isola spartitraffico tra due vie piuttosto trafficate e confuse, quando alle mie spalle sento il solito “Sir, Sorry Sir !”. Ho la tentazione di non voltarmi neanche tanto so gia’ qual’e’ il fine della chiamata.
Continuo sulla mia strada finche’ un omino magro con occhialini da intellettuale e la classica shashia marocchina in testa, mi sorpassa pedalando vigorosamente sul suo riscio’. Lo guardo un po’ incuriosito e lui cerca subito di fare una breccia in questa mia incertezza iniziando a parlare un buon inglese molto spedito. Dice di chiamarsi Aziz, di essere un musulmano e di potermi condurre con il suo riscio’ in ogni angolo di Jaipur, da quelli piu’ famosi a quelli piu’ nascosti.
“Ok, Aziz” mi hai convinto e poi chissa’ mai che il resto dei conducenti non mi dia un po’ in pace.
La prima tappa e’ il palazzo dei venti, forse la maggiore attrazione di Jaipur.
La sua forma a “vela gonfia” ornata da decine di piccole nicchie con delle finestrelle da dove le varie donne del maharaja potevano vedere il mondo passare e, ahime’, il loro tempo scorrere lento ed inesorabile, ne fanno un monumento pregevole e forse unico.
Il solito colore rosa ben si integra al contesto circostante.
Aziz ogni tanto si ferma per spiegare la storia di qualche palazzo o di qualche piccolo monumento, poi prosegue spedito a pedalare; durante le varie salite scendo dalla carrozzella e lo aiuto a spingere il riscio’ ma, questo atteggiamento sembra piu’ infastidirlo che aiutarlo, percio’ me ne resto buono al mio posto.
Entro nel palazzo dei venti insieme ad altri pochi turisti e subito vengo accolto da una piacevole frescura al riparo delle mura secolari e dai raggi diretti del sole. Mi aggiro tra i vari locali e le continue scalinate fino a raggiungere il punto piu’ alto da dove la caotica Jaipur mostra tutto il suo fascino.
Ritrovo Aziz tra i mille riscio’ parcheggiati e in attesa di qualche cliente, mi chiede se voglio fare un giro a zonzo fuori dalle mura del centro storico.
Accetto di buon grado e passiamo cosi’ piu’ di un’ora nella periferia della citta’ tra un traffico di cammelli ed elefanti, un bel palazzo sull’acqua stagnante e putrida di un piccolo lago e la polvere della sabbia di questi luoghi semi-desertici.
Insiste per portarmi in un locale dove fabbricano stoffe, le migliori del Rajasthan secondo lui e secondo anche la percentuale che gli danno se compro qualcosa.
Gli dico in maniera netta che se mi porta in quel luogo, scendo e me ne torno a piedi, percio’, vista la mia decisione, presto rinuncia ai suoi propositi affaristici.
Piuttosto mi faccio portare in un negozio di ceramiche, dove acquisto due vasi di colore blu, di cui Jaipur e’ famosa.
Ritorniamo alla porta ovest dove Rajesh mi attende e lascio ad Aziz 50 Rupie, cifra superiore a quanto pattuito ma, gia’ mi sembra una miseria cosi’ …
Non amo l’aria condizionata, ma vi assicuro che appena entrato in macchina il filo d’aria fresca che esce dalle bocchette e’ proprio un gran sollievo.
Mi siedo davanti e cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa prima di avviarci sulla strada del ritorno; avevo gia’ preso della frutta da qualche banchetto per strada, ma a quest’ora lo stomaco si fa sentire e in piu’ ho voglia di stare seduto su un tavolo comodo a rilassarmi.
Quando poi successivamente mi alzo dal tavolo la mia voglia di affrontare il viaggio di ritorno e’ nulla, mi salva l’idea della fermata all’Amber Fort a circa una decina di Km da Jaipur. Ieri sera avevo visto ben poco al buio, ma oggi il sole e’ ancora alto ed in piu’ la calura nel tardo pomeriggio e’ leggermente diminuita.
“You will spend more than 1 hour to get to the fort “.
“It is better by our car”
“You can reach the fort by elephant!” e via discorrendo.
Ognuno cerca di propormi un mezzo per raggiungere il forte in cima ad una specie di rupe. Il caldo e la lunghezza del percorso in salita, non raggiungerai a piedi il forte prima del tramonto (!?!).
Conclusione, faccio di testa mia, mi incammino lasciandomi alle spalle una piccola folla di avventori e autisti improvvisati e in meno di un quarto d’ora arrivo alla meta, senza aver dovuto superare immani difficolta’ e probabili tranelli posti lungo la via.
L’Amber fort era l’antica capitale di questo stato, piu’ volte ampliato nel corso dei secoli, e’ ora uno splendido esempio di arte Rajput e dalla sua cima si gode una splendida vista sui luoghi circostanti, compreso il piccolo lago alla sua base dove un gruppo di bufali se la spassa allegramente.
Pago le poche rupie per l’ingresso e nel frattempo arriva anche una piccola comitiva di turisti molto accaldati a dorso di elefante (..e l’elefante cosa dovrebbe dire ?!?). La scalinata che conduce al terrazzamento superiore non e’ molto lunga, ma il caldo soffocante la rende oltremodo faticosa cosi’ da non rimpiangere la bottiglia da un litro e mezzo d’acqua che mi trascino dietro fin dal mattino, anzi forse e’ servita anche ben oltre il suo normale scopo dissetante. Si avvicina, infatti, a me una ragazzina con un bellissimo sari colorato giallo e dopo essersi ripresa dal fiatone mi chiede l’acqua per un uomo svenuto per l’eccessiva calura e con un profondo taglio sulla fronte. Si riprende e sorretto da un paio di uomini si incammina verso l’ombra dove si risiede a riposare.
Lascio ben volentieri la folla che ha creato questo evento e mi allontano in solitudine verso le stanze del palazzo chiuse solo nel lato che si affaccia sullo strapiombo da una serie di graticole di marmo bianco a forma romboidale cosi’ essenziali e armoniche nel loro insieme da risultare una copia di quelle viste al Red Fort di Delhi o di Agra in perfetto stile Moghul.
Dopo un breve girovagare mi siedo ad osservare la gente, appoggiato ad una delle innumerevoli colonne del palazzo, senza uno scopo preciso ma solo per osservare le numerose scolaresche alternate a qualche sporadico turista. Rivedo di colpo l’India che amo di piu’ con questi mille colori dei sari dalla tradizione millenaria al nuovo volto dell’ultima frontiera tecnologica dei telefonini nascosti in piccole borsine anonime che mal si abbinano al colore acceso degli abiti.
Spesso le persone passano e mi sorridono per poi dileguarsi in qualche locale del palazzo, ricambio volentieri ogni sorriso tanto spontaneo da farmi perdere, in questa ritualita’ continua, la concezione del trascorrere del tempo. Non e’ la prima volta che mi succede, mi ricorda molto un episodio simile a Chichicastenago in Guatemala, ma ora come allora sono poi costretto a correre per inseguire un appuntamento, ed infatti …
Mancano cinque minuti alle quattro, ora dell’appuntamento all’auto di Rajesh per ripartire verso Delhi, dove questa notte ho un aereo che mi aspetta.
Senza eccessivo affanno ripercorro in maniera inversa la strada fatta all’andata, mi fermo solo qualche secondo per osservare i bufali giocare nel lago e per acquistare una bottiglia d’acqua. Quando arrivo all’auto sono comunque sudato e impolverato, spero solo prima di prendere l’aereo di avere qualche minuto per rinfrescarmi e cambiarmi …
Quando la macchina parte e mi giro istintivamente indietro come a salutare la citta’ rosa e il Rajasthan, regione che meriterebbe ben piu’ dei due giorni passati a Jaipur, ma per questa volta sono soddisfatto lo stesso.
Un’altra volta, si forse un’altra volta visitero’ qualche altra favolosa citta’ fino magari a spingermi ai margini del deserto a Jaisalmer.
Con questi pensieri riesco ad appisolarmi senza dormire realmente e quando mi riprendo da questo stato catatonico mi rendo conto che non abbiamo percorso molta strada, sono luoghi che vagamente ricordo all’andata come vicini a Jaipur … Delhi e’ ancora lontana.
Scorgo un’immagine che mi incuriosisce, un vecchio vestito d’arancione chiede l’elemosina sotto due enormi cartelli pubblicitari di Nokia e della Coca Cola. Sembra ben rappresentare le enormi contraddizioni di questo paese che nonostante un’economia di mercato galoppante a colpi di pil a due cifre, conserva un enorme serbatoio spirituale ( e anche di poverta’) fuori da ogni conteso e ogni definizione economica.
Tiziano Terzani scriveva che l’India e’ un paese povero, ma ha ancora, e forse e’ l’ultimo al mondo, una sua forte e profonda cultura spirituale, capace di resistere all’ondata materialistica della globalizzazione che appiattisce ogni identita’ e ingenera ovunque un soffocante conformismo. L’India resta un paese a se’, un paese in cui il corpo sociale non e’ mosso esclusivamente da aspirazioni terrene. Solo in questo paese oggi milioni e milioni di uomini e donne, dopo una normale esistenza di padri e madri, impiegati o professionisti, rinunciano a cio’ che e’ di questa vita, i possedimenti, gli affetti, il nome, per diventare sanyasin, rinunciatari e vestiti d’arancione, all’eta’ in cui noi andiamo in pensione, si mettono in pellegrinaggio di tempio in tempio vivendo d’elemosina.
Finche’ questo succedera’ e la popolazione continuera’ a nutrire i sanyasin, l’India rappresentera’ un’alternativa esistenziale e filosofica al materialismo che oggi domina il resto del mondo. Per questo l’India resta, nel fondo, un fronte di resistenza contro la globalizzazione e in difesa delle diversita’.
Non e’ la prima volta che quando ripenso alle parole di Terzani mi ritrovo involontariamente ad annuire cosi’ come era successo in Cambogia, in Thailandia o a Singapore, cosi’ come penso succederebbe se un giorno dovessi andare in Cina.
Le parole di questo instancabile narratore di vita errante e grande viaggiatore penso mi mancheranno visto che lui e’ partito un paio di anni fa per il suo ultimo e piu’ faticoso viaggio.
Buon viaggio Tiziano e buon viaggio anche a me.

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