Il guru di Jammu

di Maurizio Colombini –
Finalmente eravamo arrivati in India!
Il lungo tratto in treno attraverso il Pakistan era stato massacrante e nel vagone di terza classe avevamo viaggiato senza sedili ne compartimenti in una carrozza Vuota,
ammassati come sacchi di riso per quasi due giorni.
Ogni tanto io e Giuliana andavamo nel vagone ristorante per sgranchirci le gambe e mangiare qualcosa e questo era l’unico diversivo, a parte l’incontro con un in ingegnere di Karachi di mezz’età che prima ci aveva messo in guardia sugli indiani. Indian people no good!
They have many gods.. We have only one god!
Don’t go to India, they will kill you!
Poi, approfittando dell’assenza di Giuliana che era tornata nello scompartimento, aveva
Cominciato a corteggiarmi scuotendo il suo testone unto in quel buffo modo basculante degli orientali, dicendo che ero un “very handsome boy”
Proprio un bell’incontro! Meglio restare nel vagone bestiame cercando di addormentarsi

Dopo qualche giorno dedicato alla visita di Amritsar e di Dehli avremmo proseguito per il kasmhir Srinagar infatti era la nostra destinazione finale per quel viaggio che ormai durava da 6 mesi e che In quegli anni era obbligatorio per appartenere di diritto e con tutti gli onori a quella strana tribù di vagabondi mistici sognatori cresciuta nei migliori salotti
, delle migliori famiglie nelle capitali dell’occidente.
Quel viaggio che ci faceva paura e che avevamo rimandato di mese in mese, spaventati
Dai racconti sull’india, dalle sue miserie ed i suoi mali., quel viaggio che dovevamo comunque portare a termine per dimostrare a noi stessi di non avere confini ne limiti.
Amritsar è la citta sacra dei sikh, minoranza religiosa in tutta l’india ma predominante nel ricco Punjab., il golden temple è il loro luogo sacro e di preghiera, un immensa costruzione con il tetto ricoperto d’oro e pieno di fontane e di giardini.
All’interno del tempio tutti i viaggiatori e i pellegrini hanno diritto di essere ospitati e nutriti e durante la notte ci coricammo sull’erba in mezzo a centinaia di famiglie Indiane senza tetto ascoltando musicisti che suonavano il sitar, tra donne che ballavano e bambini che giocavano, ci addormentammo tra nuvole di incenso e odore di fritto in una atmosfera sacra e gioiosa nello stesso tempo risvegliandomi al mattino mi accorsi che qualcuno mi avevano sfilato e rubato gli occhiali …
Arrivammo a Jammu di notte dopo l’immancabile viaggio di 15 ore su di un bus scassato e maleodorante.. vicino alla bus station c’era un albergo dal nome improbabile
hotel Brodway.
Alla reception un giovane indu’ ci accolse con la gentilezza un po’ affettata che tutti gli indiani manifestano per gli occidentali ,chiedemmo una stanza e l’uomo ci disse, dopo averci Accompagnato nella numero 6, che sarebbe ritornato per parlarci di una cosa importante che, disse con fare misterioso, ci avrebbe cambiato la vita

Io volevo dormire, ero stanco e sospettoso e immaginavo le solite offerte di gioielli antichi o pietre preziose, sari di seta , partite di hashish o di qualche altra mercanzia che ogni orientale cerca immancabilmente di piazzare quando incontra un viaggiatore o un turista. che arriva dall’ovest. Inoltre faceva un caldo impossibile come sempre da quelle parti Dopo la stagione dei monsoni e l’albergo era infestato da strani scarafaggi volanti grandi come palle da baseball.
L’unico vantaggio del Brodway è che le camere avevano le finestre, a Old Dehli avevamo alloggiato nella città vecchia ,in un cubo di cemento senza finestre, con una pala sul soffitto e colonie di cimici Chiamato altezzosamente hotel Ambassador.



Preferivo rimandare all’indomani qualsiasi comunicazione con il portiere e con le sue oscure offerte.

Giuliana cominciò ad accusarmi dii non “cogliere la spiritualità dell’india” di portarmi sempre dietro i “fardelli di una educazione borghese sospettosa e materialista”e che lei era venuta in Iindia per cercare se stessa e per immergersi in una dimensione più trascendentale.
Ero abituato alle sue continue osservazioni, io ero il cinico, lei la sognatrice, purtroppo
La vita negli anni a venire si sarebbe presa gioco dei suoi sogni..ma lei allora ovviamente non lo sapeva, galleggiava attraverso ls vita sempre un po fatta , parlando di elfi e folletti ,citando Allen Ginsberg e Timothy leary con il sacrosanto terrore di diventare adulta.
Il portiere del albergo, di nome Mukul, entro nella nostra camera quando ormai era passata mezza notte.
In mano teneva un piattino con un acino d’uva, Quest’uva è stata benedetta dal guru di Jammu ed io sono stato incaricato da lui di predirvi il futuro.
Gli occhi di Giuliana si illuminarono,.

Poi Mukul estrasse da una tasca un metro da sarto e disse che ci avrebbe predetto il futuro prendendo le misure del nostro corpo, facendo la somma e poi mettendo un bigliettino vicino all’acino benedetto, con le nostre firme ed una formula segreta tramandata da 8 secoli tra i santoni di jammu .
Mi prese le misure delle braccia e delle gambe, della vita e delle spalle, abbastanza frettolosamente, poi con piglio deciso, pronunciando una formula magica in antico sanscrito, cominciò a misurare il corpo di Giuliana.
La misurazione sembrava molto più accurata ed attenta e non si limito alla superfice, infatti ad un certo punto, forse in preda ad una visione mistica, cerco di toglierle la maglietta.
Adesso comincia ad esagerare! Dissi, sperando che anche Giuliana cominciasse a dubitare delle reali intenzioni del “Guru”.
Sei il solito sospettoso! esclamo lei – non vedi che è un rito magico?
Il portiere, come tutti gli indiani, portava indumenti leggeri di cotone bianco, e
Mi accorsi guardandolo, senza riuscire a trattenere una risata, che al di sotto dei
pantaloni spuntava una sorprendente e poco mistica erezione.
Giuliana scusami sarò noioso ma quello non mi sembra molto spirituale!
forse hai ragione tu, disse lei quando si accorse di quel coso enorme e dello sguardo liquido del guru.
Il portiere fu cacciato in malo modo ed io schiacciai sotto i sandali l’acino d’uva. benedetto forse tirandomi addosso 8 anni di maledizioni.

Passammo la notte ridendo, fumando ganja e lottando contro il caldo e gli scarafaggi giganti.
Al mattino incrociammo Mukul nella concierge dell’ albergo, quando ci vide fece finta di niente, altre coppie di turisti sarebbero arrivate , la vita continuava..
L’aria himalayana era tersa e ci incamminammo verso il mercato per fare colazione tra venditrici di samosa, mendicanti e cani randagi, l’india dopo qulla notte ci sembrava in qualche modo più familiare e terrena e grazie al guru di jammu, non ci fece mai più paura

 
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