India, un paese dai mille volti

di Andrea Sano –
Spiegare che cosa è l’India sarebbe come avere la presunzione di spiegare le origini dell’universo.
E’ qui che sono evidenti i più grandi contrasti dell’umanità.
C’è l’India colta ed agiata, che convive con enormi masse di persone analfabete ed estremamente povere.
C’è l’India fatta da milioni di contadini, ma c’è anche quella che realizza software per tutto l’occidente. C’è l’India delle bidonville, ma c’è pure quella che produce il più alto numero di film e di soap opera del mondo.
C’è l’India dell’intolleranza religiosa, ma c’è anche quella che da asilo politico a centinaia di migliaia di profughi Tibetani.
C’è l’India delle caste, ma c’è anche quella di Gandhi che predica l’eguaglianza sociale.
C’è l’India potenza atomica mondiale, ma c’è anche quella con intere regioni prive d’acqua potabile.
Infine c’è l’India con la sua storia antichissima e con delle vestigia di essa che senza dubbio sono patrimonio di tutta l’umanità.

DELHI (1988)

Delhi, in altre parole un casino unico che ti sovrasta in ogni modo.
Qui il traffico sembra impazzito, il caos è indescrivibile, vi sono persone che dormono ovunque
Persino sugli spartitraffico, in mezzo alle strade, qualcuno ha eretto delle misere tende, fatte di stracci e pezzi di plastica.
La sporcizia regna sovrana ed ogni cosa che tocchi ti lascia una traccia sulle mani.
I mezzi di trasporto sono scassatissimi ed i conducenti si affidano al loro karma per sopravvivere!
Circola di tutto: motorisciò, risciò a pedale e dei carretti chiamati tonga trainati da cavalli; oltre a tutto questo si notano anche un’infinità di camion dipinti in modo fantastico che suonano il clacson in continuazione.
Qui suonare il clacson sembra che sia uno sport nazionale.
Tanti veicoli hanno delle scritte sulle fiancate e sul retro, con le quali, s’invita espressamente gli altri conducenti ad usare le trombe (HORN PLEASE).
In mezzo a questo caos girano tranquillamente decine di mucche.
A Dehli ci siamo rimasti tre giorni, giusto il tempo necessario, per un piccolo giro turistico della città, per visitare il Forte Rosso e la moschea Jami Masjid che è la più grande di tutta l’india.
In giro per le strade, specialmente a ridosso dei muri delle case, continuiamo a vedere delle grosse chiazze color sangue.
In un primo momento non riusciamo a capire di che si tratta, ma il mistero è presto svelato, quando vediamo un tizio, lanciare un enorme sputo rossastro contro un muro.
Gli insozzatori non sono altro che le persone masticatrici di betel!
Dobbiamo acquistare i biglietti ferroviari per andare a Hardwar e cosi ci facciamo portare alla stazione di New Dehli da un motorisciò.
Agli sportelli ci sono due file: una per gli uomini ed una per le donne, poiché la fila delle donne è la più corta, se la deve fare Erna(mia moglie).
Dopo circa un’ora, torna indietro senza biglietti, poiché gli stranieri debbono rivolgersi ad un apposito ufficio d’emissione; andiamo in quest’ufficio dove fanno i biglietti in modo veloce, ma visto che siamo stranieri ci richiedono il pagamento in moneta forte (dollari).
Tornati in albergo e preparati gli zaini, non rimane che attendere la sera per il treno che partirà alle 22:30 dalla stazione di Old Dheli.
Per passare il tempo andiamo a fare un giro in Main Bazar, un quartiere pieno d’ogni tipo di negozietti.
Il giorno prima vi eravamo già stati per cambiare dei dollari al cambio nero che è più vantaggioso di quello ufficiale.
Alla sera dopo aver cenato in un ristorante vegetariano, andiamo a prendere gli zaini e ci facciamo portare in stazione: la strada per la stazione è intasata da una folla di mezzi di tutti i tipi, compresi molti carretti trainati da asinelli, o semplicemente spinti a mano.
Sui lati della strada è pieno di gente che ha fatto dei fuochi improvvisati per cucinare, questi fuocherelli, sono alimentati utilizzando dello sterco di mucca essiccata e sprigionano una micidiale miscela di fumo e puzza che rendono difficile la respirazione.
Noi cerchiamo di difenderci tenendo premuti sulla bocca dei foulard bagnati, ma se qualcuno ci avesse visto sicuramente si sarebbe chiesto perché stavamo piangendo.
Difatti anche gli occhi soffrivano per il fumo!
Stazione di Old Dehli: un formicaio di persone sta aspettando i treni, è quasi impossibile raggiungere la pensilina senza rischiare di schiacciare, o di inciampare, in qualcuno sdraiato per terra.
Ci sono famiglie intere accampate sopra a degli stracci messi come protezione dal terreno.
In mezzo a tutta questa gente scorrazzano tranquillamente centinaia di topi; nella zona della massicciata ferroviaria sono cosi tanti che sembra quasi impossibile che nessuno fa niente per ridurne il numero!
Abbiamo trovato un angolo libero vicino ad un pilastro e ci mettiamo ad attendere seduti sopra i nostri zaini.
Nel frattempo un topo mi è caduto sulle spalle e si mette tranquillamente a passeggiare sulla mia schiena, Erna nel vederlo lancia un piccolo strillo e tutti gli indiani intorno a noi si sbellicano dalle risate.
Il treno parte puntualmente alle 22: 30.
Noi abbiamo una cabina di “prima classe” (sono a due o quattro persone, noi siamo riusciti ad averne una a due).
I treni sono tutti trainati da locomotive a carbone, le carrozze hanno i finestrini protetti da sbarre di ferro, che le fanno sembrare dei carri per bestiame.
Ci hanno riferito che queste sbarre servono per evitare che le persone o le scimmie salgano sui treni attraverso i finestrini.
Non esistono finestrini con i vetri, ma solo delle ante di metallo, che chiudendole, limitano l’entrata d’aria nella vettura, ma impediscono anche di poter guardare all’esterno, quindi se si tengono chiuse non si vede niente del paesaggio circostante.
Non ti danno le lenzuola od altro ma in linea di massima non si viaggia male!
In seguito scopriremo che le lenzuola, cuscino e coperte si possono affittare rivolgendosi ai funzionari della stazione di partenza, questo l’ha detto un indiano che abbiamo incontrato in un altro viaggio verso il Rajasthan.

HARDWAR e RISCHIKESH

A Hardwar arriviamo il mattino alle sette e subito una folla di persone cerca di agganciarci per portarci nel “loro” albergo.
Ci facciamo portare da uno di questi, scelto a caso, in un alberghino appena accettabile (i tassisti ovviamente prendono una commissione dai gestori degli alberghi).
La camera è abbastanza pulita, ma il gabinetto puzza in una maniera indescrivibile, inoltre non si possono aprire le finestre per via delle scimmie, che se riescono ad entrare, rubano tutto quello che trovano.
Qui i letti sono senza coperte e lenzuola, ma noi, sapendolo già da amici che sono stati in India, ci siamo attrezzati con dei sacchi lenzuolo!
Il paese di Hardwar è situato proprio sulla riva del Gange ed è meta di pellegrinaggi di fedeli indù essendo una delle sette città sante di tutta l’India.
Questo è dovuto al fatto che proprio qua il fiume lascia definitivamente le montagne per iniziare il suo lungo viaggio, che attraverso gran parte dell’India, lo porterà a riversarsi nelle acque del golfo del Bengala.
Rimaniamo parecchio scioccati da tanta gente che chiede l’elemosina, vi sono tantissimi lebbrosi e tanti storpi, che disciplinatamente, siedono tutti in fila di fronte al tempio con una ciotola in mano.
All’inizio della fila c’è il cambiavalute, il quale, provvede a cambiare le rupie in monetine di piccolo taglio, che si distribuiscono una o due per ogni mendicante (ovviamente, il cambiavalute, trattiene per sé, una piccola percentuale delle monete cambiate).
Hardwar si trova ai piedi di una collina sulla cui sommità vi è un tempio indù raggiungibile sia camminando per un sentiero sia utilizzando una cabinovia; noi abbiamo fatto la salita in teleferica e la discesa a piedi.
Il tempio è simile ad altri che abbiamo già visto ma la posizione panoramica è eccezionale, infatti, da li si vede tutta la vallata ed il nastro argenteo del fiume Gange.
Ritorniamo a piedi verso Hardwar, quando in uno spiazzo di terreno, vediamo una lunghissima fila di persone alle quali è distribuita una ciotola di minestra con un pezzo di chapati (pane indiano).
Incuriositi ci siamo avvicinati a quelli che fanno la distribuzione e chiediamo a quale associazione appartengono.
Un ragazzo molto gentile, ci spiega che si tratta di un’organizzazione umanitaria indiana, la cui presidente è Sonia Ghandi; ringraziamo dell’informazione, ma questo ragazzo ci chiede se abbiamo una penna da regalargli.
Noi di penne n’abbiamo parecchie poiché pensavamo a priori di regalarle a dei bambini indiani, così gli ne ho regalata una.
A questo punto succede un gran casino perché tutte le persone che erano in fila si avvicinano a noi chiedendo anche loro una penna.
Tiro fuori tutte le penne che avevo nello zainetto e comincio a distribuirle, ma dopo pochi istanti, una manata le fa volare tutte per aria, e quasi si accende una zuffa per raccoglierle.
Noi pensiamo bene di allontanarci, ma uno di questi poveretti, continua a chiederci una penna, fa molta pena perché certamente a lui non servirebbe, dato che le sue mani sono ridotte a dei moncherini per via della lebbra.
Mosso a compassione, rovisto nello zaino trovando la penna che uso normalmente io e gliela consegno: ovviamente, essendo senza mani, per prenderla deve usare i due moncherini.,
Ci siamo seduti in riva al Gange e da sopra un muretto che fa da sponda lasciamo i piedi a bagno in quest’acqua gelida e pulita, siccome è ancora abbastanza vicina alle sorgenti del Gange.
Vicino a dove siamo seduti, si vedono sporgere nell’acqua alcune catene.
Nel subito non abbiamo capito a che cosa servissero, ma ad un certo momento, un pellegrino, dopo aver recitato le sue preghiere, si è immerso nell’acqua aggrappandosi ad una di esse
Se per caso uno dovesse entrare nell’acqua senza afferrarle, rischierebbe di essere trascinato via dalla corrente che qui è fortissima.
Il giorno dopo siamo andati con un autobus a Rishikesh.
Rishikesh è un tranquillo paesino circondato dalle montagne da cui scende il Gange ed è anch’esso meta di molti pellegrini; la sua notorietà è dovuta al fatto che negli anni settanta fu usata dai Beatles come ritiro spirituale.
Qui si ripetono più o meno le stesse situazioni che abbiamo già visto a Hardwar: parecchi templi indù con ognuno la sua fila di mendicanti in paziente attesa d’elemosine.
Torniamo verso sera a Hardwar ed andiamo ad acquistare i biglietti ferroviari per Dehli.
La stazione di Hardwar, è letteralmente invasa da branchi di scimmie, si avvicinano alle persone mostrando le zanne e cercano di appropriarsi del cibo che tanti indiani si portano dietro durante il viaggio.
Noi avevamo un sacchetto con dentro delle banane, evidentemente ne hanno sentito l’odore, perciò trovandoci circondati da un gruppo di loro, non c’è rimasto niente di meglio da fare, che lanciare distante da noi il sacchetto.
Le scimmie si sono immediatamente lanciate verso il sacchetto, azzuffandosi tra di loro per avere il bottino.
Arriviamo in stazione il mattino successivo che sono le nove circa e di scimmie per fortuna non c’è traccia.
Il treno è partito alle10 ed arriva a Dehli alle 21.
Appena arrivati, prendiamo un motorisciò e ci facciamo scorrazzare in giro in cerca di un albergo, ma non riusciamo a trovare una camera decente.
Dato che siamo già parecchio stanchi accettiamo una camera appena passabile all’Hotel Plaza: il prezzo è basso ma la camera puzza di muffa ed i cuscini sono di plastica.

A Dehli ci siamo fermati solo una giornata,.
Approfittiamo di questa pausa per telefonare in Italia, ma l’attesa per riuscire ad avere la comunicazione è di ben cinque ore.
Queste lunghe attese per telefonare si sono poi ripetute per tutto il viaggio (addirittura una volta ci capiterà di aspettare per sette ore ed alla fine decidere di inviare un telegramma vista l’impossibilità di ottenere la comunicazione).Attualmente, bisogna dire che le cose sono radicalmente cambiate e telefonare con la teleselezione è una cosa normale, ma in quegli anni tutte le comunicazioni passavano attraverso dei centralinisti.
Dopo aver telefonato in Italia e verificato che stanno tutti bene, siamo andati in stazione a prenotare per il giorno successivo un altro treno che ci porterà a Varanasi, la città santa sulle rive del Gange.
Il treno parte questa volta dalla stazione centrale di New Dehli alle 21,30 di sera.
In stazione andiamo quasi due ore prima della partenza perché ci piace osservare la gente che si aggira intorno a noi.
Pure in questa stazione c’è un caos indescrivibile e guardare gli indiani è veramente uno spettacolo unico.
Sembra quasi di essere all’interno di un film, solo che è tutto reale, vediamo dei treni stracolmi di persone che non trovando posto all’interno si arrampicano sul tetto delle vetture.
In mezzo alla folla che aspetta i treni si aggirano venditori ambulanti che offrono ogni genere di mercanzie.
Vi sono anche moltissimi mendicanti che però sono ignorati da tutti!
Il nostro treno è arrivato e la gente si riversa nelle varie carrozze: noi non abbiamo nessun problema per il posto, dato che, viaggiamo in vagone di prima classe, con i posti riservati.
Anche in questo viaggio abbiamo uno scompartimento a due posti.
E’ stato un viaggio lunghissimo, che dura quasi 19 ore, avendo il treno un ritardo di quattro ore sull’orario ufficiale, perciò, invece di arrivare a Varanasi per mezzogiorno, arriviamo alle quattro del pomeriggio.
Siamo ricoperti da un nero strato di fuliggine, dato che le locomotive sono a vapore e bruciano il carbone, facendo una fitta nube di fumo che s’insinua ovunque.
Abbiamo pranzato sul treno: il mangiare è abbastanza buono ed è servito dentro vassoi di metallo tipo mensa, dove, in vari scomparti troviamo dei condimenti e delle verdure perlopiù a noi ignote, il tutto accompagnato da una montagna di riso bollito e chapati.
Uno dei problemi cui dobbiamo far fronte è che il cibo viene consegnato senza alcuna posata, perciò bisogna industriarsi a mangiare con le mani: la cosa non è stata molto facile, ma la fame ci ha aiutati!
In ogni caso, viaggiare in treno è anche bello: si vedono tante scene dei villaggi indiani (si vede anche molta gente, fare la cacca o la pipi, accovacciata tranquillamente vicino alle rotaie, senza minimamente scomporsi, quando accanto a loro transita il treno!

BENARES (VARANASI)

Arrivati finalmente a Varanasi, abbiamo trovato un albergo accettabile che per la prima notte paghiamo 200 rupie.
Il giorno successivo abbiamo detto che avremmo cambiato albergo, dato che li, per noi, era troppo caro, il proprietario ha fatto scendere il prezzo a solo 50 rupies, (la sua scelta è stata dettata dalla filosofia del meglio pochi che niente) così siamo rimasti!
Ci siamo fatti una bella dormita ed all’alba abbiamo raggiunto i ghat sul Gange.
Difatti è soprattutto di mattino presto che si svolgono la maggior parte delle cerimonie e delle abluzioni dei fedeli.
Veniamo avvicinati da un barcaiolo che ci propone un giro sul fiume della durata di un’ora, accettiamo la proposta e ci facciamo scorrazzare sull’acqua.
Oltre a tante persone che si bagnano e pregano vediamo uno dei ghat dove sono cremati i morti.
Vi sono in questo momento due salme, che proprio mentre noi stiamo passando, hanno posto sopra a delle cataste di legname, a poca distanza vi è un’altra catasta, già completamente avvolta dalle fiamme, intorno ad essa vi sono alcune persone che assistono al rogo, probabilmente dei parenti del defunto.
Il barcaiolo ci ha detto che non sono moltissime le persone che possono permettersi di acquistare il legname necessario per la cremazione, di conseguenza, molte salme vengono cremate in un crematorio, dove viene utilizzato del combustibile liquido.
Nel frattempo, un uomo raggiunge la riva, portando in braccio un fagotto, in cui si trova avvolto un bimbo morto da poco, dopo qualche istante vediamo che sale su di una barca.
Il barcaiolo ci spiega che una volta al largo si limiterà a gettarlo in acqua.
Veniamo a sapere in seguito, che non solo i bambini sono gettati in acqua senza bruciarli, ma anche i sadhu (santoni), i portatori di certe malattie e le persone morte a causa del morso di un serpente.
Nei pressi del ghat girano parecchi cani, che litigano furiosamente tra loro, disputandosi dei brandelli di resti umani, che evidentemente non sono completamente bruciati.
Vi sono anche delle persone che rovistano con dei bastoni in mezzo a dei mucchi di cenere, dove, a volte, si trova dell’oro, probabilmente protesi dentali!
Il tutto è molto impressionante, ma una cosa che ti lascia stupefatto, è che a pochi metri dalle pire funebri, la gente fa tranquillamente il bagno, oppure si lava i denti, in un’acqua sozza e ricoperta di cenere e di oggetti non identificabili.
Dopo il giro in barca andiamo a spasso nei vicoli della città vecchia, dove siamo avvicinati da un simpatico ragazzino di nome Aruna che si propone come nostra guida, ovviamente sperando di guadagnarsi qualche rupia.
Così ci facciamo accompagnare da lui a visitare alcuni tempietti indù.
Andiamo anche da un fabbricante di sitar: una specie di chitarra con la cassa molto arrotondata e delle lunghissime corde.
Questo strumento è molto bello e ci piacerebbe comperarne uno, ma il problema sarebbe dovercelo portare appresso per tutto il viaggio; quindi scegliamo un piccolissimo sitar, costruito ovviamente per i turisti!
Oggi è stata una giornata d’acquisto, perché oltre al sitar, abbiamo comperato anche della seta ed una statuetta di Lakhsmi (la dea della fortuna).
Il giorno dopo abbiamo gironzolato nei pressi del Gange e ci siamo imbattuti in un altro posto dove c’era un fuoco spento, con un cranio che spuntava in mezzo alle ceneri.
Andiamo ancora in giro per la città con un risciò a pedali, guidato da un indiano molto scuro di pelle, che si fa in quattro per cercare di accontentarci e ci porta a vedere alcuni templi.
Verso sera andiamo a cena in un ristorantino cinese che ci ha consigliato il risciòmen e debbo dire che il cibo era veramente buono!
Il conduttore di risciò che ha aspettato fuori del ristorante, ci riporta al nostro albergo, dicendo che il mattino successivo, si sarebbe fatto trovare fuori del cancello, per portarci dove avremmo desiderato eventualmente andare (in pratica si è auto eletto nostro protettore ed autista).
Durante la notte cominciano i casini: Erna si è svegliata con un seno che le fa male ed è arrossato, denunciando chiaramente un inizio di mastite.
Al mattino sta male ed ha la febbre quasi a trentanove gradi.
Non so bene che cosa fare: pensavamo di poter partire il giorno dopo con il treno, ma la situazione non è certamente delle migliori per fare un lungo viaggio.
Mi rivolgo così al proprietario dell’albergo, chiedendogli di prendere contatto con un medico e di farlo venire al più presto.
Per fortuna il medico arriva dopo poco più di un’ora dalla chiamata e diagnostica una mastite (l’avevamo capito anche noi) prescrivendo degli antibiotici di cui eravamo già in possesso, in quanto, dall’Italia, c’eravamo portati dei medicinali di prima necessità, compresi alcuni antibiotici.
Varanasi comunque non ci sembra il posto adatto in cui rimanere se stai male; così mi faccio portare dal nostro risciòmen dagli uffici dell’India airlines e trovo un volo per Agra che parte alle 13: 30, mi vendono i biglietti ma siamo in lista di attesa quindi senza la sicurezza di poter partire!
Tornato in albergo che è quasi mezzogiorno, rimane appena il tempo di fare gli zaini e di recarci subito in aeroporto.
Erna ha più di trentanove di febbre, perciò decide di prendere della novalgina per abbassare la temperatura.
In aeroporto comincia a sentirsi leggermente meglio, ma restiamo in ansia sino al momento dell’imbarco, sperando che sull’aereo ci sia posto anche per noi!
E’ andata bene!
L’aereo si alza in volo lasciando alle nostre spalle Varanasi che, se pur interessante stava diventando un incubo per il caos e la sporcizia che c’era ovunque.
Il volo è tranquillo ed Erna sta un poco meglio.
Facciamo un primo atterraggio a Khajuraho e io mi prendo un bello spavento, difatti, mentre l’aereo stava atterrando, guardavo fuori del finestrino ed ho visto improvvisamente che un pezzo della copertura di un motore si è staccato di colpo pendendo da un lato, subito ho creduto si trattasse di un’avaria, ma dopo l’atterraggio un’hostess mi ha detto che in quel tipo di aerei il fatto era normale e che quel pezzo pendente aveva una funzione frenante.
Sarà stato sicuramente, così ma ho avuto per un attimo una gran fifa!

AGRA

Subito dopo essere atterrati ad Agra, ci facciamo portare da un taxi, in un discreto albergo con una bella camera pulita.
N’avevamo bisogno, poiché gli ultimi alberghi in cui eravamo stati, lasciavano parecchio a desiderare sul piano della pulizia.
Il problema di Erna non si è ancora risolto e la sera ha ancora trentotto di febbre.
Oggi va tutto per il meglio ed Erna, oltre a sentirsi decisamente più in forma, non ha più febbre :evviva!!!
Così dopo aver fatto colazione, ci siamo recati in stazione a prenotare il treno per Ajmer, dove andremo, se tutto va bene, domani sera.
Facciamo un giro per la città, che è molto più ordinata di quelle che abbiamo visto sino ad ora e ci sono anche tanti alberi e bei giardini curati.
Durante il nostro giro, ci è capitato di visitare una piccola fabbrica di tappeti .
All’interno di una casupola vi sono una decina di telai a cui stanno lavorando parecchi bambini di un’età variabile dai sei ai dieci anni.
Chiediamo al commesso il motivo per cui fanno lavorare dei bambini cosi piccoli, e ci viene risposto che i tappeti fatti da loro sono migliori di quelli fatti dagli adulti.
Il motivo risiede nelle mani dei bambini che essendo più piccole, riescono a fare dei nodi piccolissimi migliorando la qualità del prodotto.
Non abbiamo comperato nessun tappeto!
In Agra abbiamo visitato il Forte rosso, (anche qui si chiama come a Dehli) solo che questo è molto più bello da vedere.
Verso sera siamo andati a vedere il Thaj Mahal, uno splendido monumento funebre, dedicato alla moglie preferita dell’imperatore moghol Shah Johan.
L’imperatrice si chiamava Mumtaz Mahal che significa “il gioiello della reggia”; essa diede alla luce ben sedici figli, ma morì di parto alla nascita dell’ultimo.
L’imperatore disperato per la morte della sua amata moglie, ordinò la costruzione del monumento.
La costruzione durò ben ventidue anni ed a quell’epoca diede lavoro a circa ventimila tra muratori ed artigiani, provenienti da tutto il mondo mussulmano.
Bisogna dire che è una cosa unica per il suo splendore.
Quando scende il tramonto il monumento, costruito in parte di marmo di Carrara, assume delle tonalità rosa meravigliose.
Il giorno dopo, il mattino sul presto, siamo andati a circa trenta chilometri da Agra, a visitare una città abbandonata della dinastia Moghul.
La città deserta si chiama Fathepur sikri e fu per un breve periodo capitale dell’impero, venne però abbandonata, dopo un lungo periodo di siccità, che inaridì completamente le fonti utilizzate dai suoi abitanti.
E’ un posto veramente incantevole e si è conservato quasi come doveva essere in origine!
Nel pomeriggio siamo ritornati ad Agra e ci siamo riposati un poco perché, alle 19:30, saremo nuovamente su di un treno, che questa volta ci porterà ad Ajmer.
Il viaggio fino ad Ajmer si svolge in modo tranquillo e dormiamo per quasi tutto il tragitto.
Sono le cinque del mattino quando veniamo svegliati da delle urla provenienti dall’esterno del treno.
Il treno è fermo in una piccola stazione e vi sono molti venditori ambulanti che vendono il tè indiano, anche noi come altri viaggiatori ne abbiamo bevuti un paio.
Questo tè è fortemente zuccherato e mischiato con molto latte.
Il nome che viene dato a questa bevanda è “chai” e questa è la parola che urlano per venderlo.
Il chai lo servono in piccole ciotole di terracotta che normalmente dopo l’uso si gettano dal finestrino andando in frantumi.
L’utilizzo di queste ciotole in terracotta evidentemente stava per cadere in disuso, poiché nei viaggi fatti successivamente a questo, non ci è più capitato di trovarle in quanto le ciotole sono state sostituite da bicchierini di plastica(meno male che quelle usate da noi le abbiamo conservate come ricordo e sono ancora adesso in casa nostra).
La colazione con il chai è stata accompagnata da noccioline e banane (va a finire che diventiamo delle scimmie….).

AJMER e PUSHKAR

Arrivati ad Ajmir, cerchiamo di evitare l’assalto delle persone che “vogliono aiutarci” ed andiamo a prendere l’autobus che porta a Puskar.
Il bus viaggia attraverso delle belle colline ed arriva a Pushkar dopo meno di un’ora di viaggio.
Troviamo quasi subito una camera pulita al Tourist Bungalow e dopo esserci sistemati e lavati, (siamo sempre pieni di fuliggine che stenta a staccarsi anche se ti lavi ripetutamente) andiamo a vedere il lago.
Il lago ed il paese di Pushkar sono una cosa veramente indimenticabile e di una bellezza quasi incredibile.
Nei giorni trascorsi qui, passeremo ore ed ore in muta contemplazione di questo lago, circondato da tantissimi templi e dai ghat che scendono fino alla sua riva.
Comprendiamo benissimo che i figli dei fiori, (hippies) scoprendo questo magnifico posto, lo elessero ad una delle loro dimore preferite!
Se di giorno si può affermare che il lago è bello, bisogna assistere al tramonto che ti lascia letteralmente senza fiato per la sua magnificenza!
Dimenticavo di dire che nel lago vi è una miriade di pesci che non sono pescati da nessuno, perché in Pushkar sono tutti strettamente vegetariani.
Noi, di solito, per colazione prendiamo delle uova, ma qui proprio non ci sono.
Accanto al lago vive anche una grossa colonia di scimmie che di tanto in tanto litigano tra loro facendo un baccano infernale.
Bisogna anche stare attenti a non avvicinarsi, perché possono essere molto aggressive; inoltre bisogna sempre ricordare di chiudere le finestre della camera, altrimenti entrano e ti fanno un gran casino, portando via anche il vestiario.
Ma che cosa se ne fanno dei vestiti non l’abbiamo mica capito!
Notiamo che su di alcuni tetti, vi sono installate delle antenne televisive, che vengono protette dall’assalto delle scimmie, mettendo tutto intorno ad esse dei rotoli di filo spinato, lo stesso viene usato anche per proteggere le campane dei templi, o per impedirne l’accesso a dei terrazzi.
In ogni caso anche le scimmie sono rispettate dagli indù che provvedono a portarle del cibo.
Pushkar si trova ai margini del deserto del Thar e si capisce, poiché, a poche decine di metri dal centro abitato, cominciano già a vedersi delle dune di sabbia che si estendono a perdita d’occhio.
A Pushkar ogni anno si tiene anche una delle manifestazioni folcloristiche più grandi di tutta l’India; cioè la fiera dei cammelli ed altro bestiame.
In quest’occasione migliaia di persone vengono ad assistere sia al variopinto mercato sia alle corse dei cammelli.
Noi siamo venuti circa quindici giorni prima della fiera e stanno già innalzando nelle vallate circostanti, degli enormi tendoni, in cui, saranno tenute le mercanzie e che fungeranno anche da dormitori.
Siamo rimasti a Pushkar per cinque giorni; il quarto giorno abbiamo fatto un viaggio fino ad Ajmer a prenotare il treno per Udajpur.
Mentre siamo in stazione Erna ha un malessere e ci accorgiamo che l’infezione al seno ha ripreso vigore, con linee rossastre che arrivano sotto ad un’ascella; siamo spaventati e chiediamo dove trovare un medico.
Ci hanno indirizzato ad un dispensario indiano gestito dal servizio sanitario pubblico dove dobbiamo metterci in fila con altre decine di pazienti.
Fanno entrare le persone a gruppi di cinque o sei per volta ed è un medico solo che provvede a visitare la gente di fronte a tutti.
Anche noi dobbiamo sottostare a questa prassi.
Il medico è stato gentile e resosi conto del problema, ha cambiato il tipo d’antibiotico che Erna stava ancora prendendo, rassicurandoci comunque che la cosa si sarebbe risolta in modo positivo.
Accanto allo studio dove visita il medico, abbiamo notato che c’è un piccolo locale, dove praticano la terapia iniettiva, le persone anche qui fanno pazientemente la fila, ma la cosa che ci fa inorridire è che la “infermiera” utilizza la stessa siringa e lo stesso ago per tutte le persone, senza neanche disinfettarlo, tutto questo alla faccia dell’igiene.
Per fortuna che noi non abbiamo bisogno di questo servizio, poiché ci portiamo sempre dall’Italia delle confezioni di siringhe del tipo usa e getta, che qui non sanno neanche che esistono.
Usciti dal dispensario, andiamo a cercare una farmacia per acquistare l’antibiotico prescrittoci.
Il farmacista, controllata la ricetta, si mette letteralmente a rovistare in uno scatolone dove vi sono tante scatole di antibiotici ricoperte di polvere, però non riesce a trovare l’antibiotico che dobbiamo avere noi, così chiama un ragazzino e lo manda in un’altra farmacia a farsi prestare il farmaco.
Restiamo così ad attendere ritorno del ragazzino.
Il farmacista, nel frattempo, ci ha offerto molto gentilmente una tazza di chai e si mette a chiacchierare, raccontando di essere stato alcuni anni prima in vacanza in Europa e di aver visitato anche un poco d’Italia, vale a dire Roma Venezia e Firenze.
Nel frattempo è arrivato il ragazzino con il farmaco e così ci salutiamo con grandi strette di mano ed auguri di buon viaggio.
Siamo già a circa cento metri dal negozio quando vediamo arrivare il farmacista che c’è corso dietro per darci il suo indirizzo, perciò siamo in pratica obbligata a dargli anche il nostro!
Torniamo a prendere il bus per Pushkar e notiamo una cosa curiosa: da Pushkar ad Ajmer il biglietto costa quattro rupies mentre per tornare né costa sei.
Non ci capisco un tubo!

Arrivati nuovamente a Pushkar, andiamo a fare una passeggiata fino alle dune di sabbia più vicine, dove incontriamo alcuni cammellieri che vorrebbero portarci a fare un giretto, promettiamo ad uno di loro che saremmo ritornati probabilmente il mattino successivo.
Ormai sta scendendo la sera e cosi stiamo seduti in riva al lago ad ammirare il tramonto, poi andiamo a cena in un ristorante che si chiama “Rainbow” (in italiano significa arcobaleno) dove mangiamo quasi all’italiana “spaghetti al pomodoro e una pappa di melanzane, il tutto accompagnato da succo di mele e caffè.
Il proprietario del ristorante, (che si spaccia per medico) è molto gentile e promette che il giorno dopo se andremo da lui a far colazione ci farà avere delle uova!
Infatti, la mattina dopo ha mantenuto la promessa, così facciamo una colazione abbondante con uova toast e marmellata, beviamo anche un bicchiere di lassi che è un tipo di yogurt liquido molto buono.
Dopo la colazione abbiamo fatto un giro (per fortuna breve) sui cammelli.
Non è che si stia molto comodi sopra di loro, dopo poco tempo che camminano, comincia a farci male la schiena per gli scossoni.
Io mi sono fatto un cappello di carta a forma di barca, poiché mi sono dimenticato quello di stoffa in albergo, ed il sole è molto caldo.
Dopo neanche un’ora chiediamo ai cammellieri di riportarci al paese: il paesaggio è certamente bello ma in mezzo alle dune fa un caldo soffocante!
Torniamo cosi vicino al lago e ci fermiamo a chiacchierare con due “santoni”, che vivono ai piedi di un enorme baniano (è considerato un albergo sacro in quanto il Buddha meditava sotto ad un baniano).
Ci dicono di provenire da un villaggio distante circa trenta chilometri da Puskar e di aver lavorato sino a pochi anni prima come contadini, ma poi hanno sentito l’impulso spirituale di dedicare la loro vita alla religione e così adesso vivono sotto un albero.
Sarà anche vero, ma se questo accadesse in Italia invece di santoni, li chiamerebbero barboni!
Andiamo ancora a zonzo per il paese, mangiando della frutta e delle frittelle ripiene di verdure, che si chiamano samosa.
Ritornati in albergo e preparati gli zaini, lasciamo a malincuore Puskar ed il suo stupendo lago.
L’autobus che va ad Ajmer è lo stesso delle volte precedenti, vale a dire super scassato (vi sono persino dei grossi buchi nel pavimento da cui si ammira l’asfalto stradale scorrere al disotto)
Arrivati ad Ajmer andiamo direttamente in stazione e dopo circa un’oretta siamo sul treno per Udaipur.
Questa volta viaggiamo in uno scompartimento a quattro posti ed insieme con noi c’è un indiano che parla un ottimo inglese.
Vediamo che lui è fornito di lenzuola, coperte e cuscino; ci spiega che è possibile affittarli al momento della partenza rivolgendosi al personale ferroviario.
Purtroppo per noi il treno è già partito, così ci siamo arrangiati come negli altri viaggi, usando delle maglie arrotolate come cuscino e dormendo vestiti.
Abbiamo dormito abbastanza bene, anche se verso le due di notte ha cominciato a fare parecchio freddo ed abbiamo invidiato l’indiano che dormiva beato sotto ad una coperta.

UDAIPUR

Arriviamo ad Udaipur che sono le nove del mattino e troviamo un albergo a buon prezzo ma anche molto spartano.
Dopo Puskar Udaipur ci delude un poco.
Il lago è molto più grande di quello di Pushkar, anche qui ci sono parecchi ghat che scendono a riva, da ognuno di questi ghat si può vedere l’isolotto su cui sorge il “Lake Palace” ex dimora di un maraja trasformata in albergo e ristorante.
L’esterno non è molto bello mentre l’interno è piuttosto sfarzoso.
Noi vi siamo andati solo a bere un caffè e debbo dire che è stato il migliore che abbiamo bevuto in India.
IL Lake Palace è stato l’unico posto pulito che abbiamo visto in tutta Udaipur!
Non ci sono molte cose da raccontare d’Udaipur.
Anche qui troviamo tanta miseria, bambini di quattro o cinque anni lavorano già e vanno in giro con dei sacchi a cercare in mezzo a montagne di rifiuti se trovano qualche cosa di riutilizzabile tipo carta o sacchetti di plastica.
L’albergo dove siamo noi si trova in una zona residenziale (borghesia indiana) ma anche qui la puzza domina sovrana.
Gli scarichi fognari scorrono a cielo aperto e tante volte bisogna stare attenti a camminare perché la strada n’è invasa.
Anche se in questo quartiere le case viste da fuori sembrano abbastanza belle, tutto intorno ad esse prosperano le case dei poveri, solitamente fatte con sacchi di iuta e pezzi di cartone.
Quando si passa vicino a questa povera gente è un coro continuo di: “Hallo one rupie !”
Regalare dei soldi non è una cosa consigliabile, poiché, se per caso dai una moneta ad uno di loro, n’arrivano a decine, chiedendo anche loro dei soldi e si rischia di essere travolti.
Partiamo da Udaipur con un volo per Aurangabad.
E’ un piccolo aereo che ci porta ad Aurangabad e vola molto basso, così possiamo ammirare il paesaggio sottostante fatto di zone desertiche inframmezzate da altre coltivate, nel cui mezzo, s’intravedono dei piccoli agglomerati di capanne.

AURANGABAD

Arrivati ad Aurangabad e ritirati gli zaini, ci avviamo all’uscita dell’aeroporto per prendere un mezzo di trasporto ed andare a cercare un albergo.
Come usciamo veniamo quasi travolti da decine d’autisti di risciò che vogliono accompagnarci in città. Sono talmente tanti che non riusciamo a farci largo tra loro e deve intervenire un soldato che fa la guardia all’ingresso, il quale, usando un fucile forse risalente alla prima guerra mondiale come scudo, riesce ad aprirci un varco tra gli assedianti.
Riusciamo cosi a defilarci e vediamo un tassista che si è tenuto in disparte dalla folla, così ci rivolgiamo a lui per farci portare in un albergo.
L’autista, che è di religione sikh, dice di conoscere un albergo aperto da poco tempo che non costa molto.
Ci facciamo accompagnare in quest’albergo ed effettivamente non è niente male: camera pulita, letti con lenzuola ed addirittura un bagno che non puzza e con la saponetta nuova.
Siamo perciò grati al sikh e vista la sua gentilezza ci accordiamo per fare il giorno dopo un viaggetto fino alle grotte d’Ellora ed Ajanta che sono il motivo principale per cui siamo venuti ad Aurangad.
Oggi, tutti i negozi ed i ristoranti sono chiusi, perché è il giorno di una grande festa Hindù, cioè quella del Diwali, che letteralmente significa la celebrazione delle luci e ricorda il ritorno del dio Rama nella città d’Ayodhya dopo quattordici anni d’esilio nelle foreste.
A questa festa viene anche attribuito un altro significato, in ricordo del giorno in cui, il demone dell’oscurità Narakasura, fu sconfitto e distrutto da Krishna.
Questa festa, è celebrata con l’accensione di una moltitudine di lampade ad olio, che simboleggiano, la vittoria della luce spirituale che pervadendo la terra distrugge le tenebre dell’ignoranza.
Ad ogni angolo di strada fanno scoppiare dei petardi o lanciano verso il cielo dei fuochi d’artificio che dovrebbero scacciare gli spiriti cattivi.
Noi siamo rimasti nelle vicinanze dell’albergo dato che andare in giro può essere pericoloso per tutti i petardi che scoppiano.
Certo che gli Indiani in fatto di fuochi d’artificio non scherzano per nulla e potrebbero dare dei punti anche ai napoletani.
Fuori dall’albergo c’è il finimondo, sembra che tutti siano impazziti e continuano a lanciare dei petardi che sembrano delle bombe, il rumore è assordante e soprattutto dura per parecchie ore e sono già le tre del mattino quando lentamente cominciano a smettere di lanciarli.
Al mattino successivo è tornata la calma.
Verso le otto vediamo arrivare il sikh con il taxi per portarci a visitare le grotte d’Ajanta e d’Ellora.. Durante il percorso chiediamo al sihk come si chiama di nome, lui comincia a dirci che il suo nome è Nanak che era anche quello del guru che fondò la sua religione.
Ci spiega, che la loro religione, adora un solo dio e che tutti gli altri dei non sono altro, che l’espressione di un dio unico, che veste anche i panni d’Allah.
Tutto questo si può leggere nelle sacre scritture conservate nel tempio d’oro d’Amritsar.
Il sacro libro forse non lo vedremo mai ma dieci anni dopo avremo la fortuna di andare ad Amritsar e di vedere il tempio d’oro!
Dato che ci siamo affidati a Nanak per il giro turistico lui ci porta per prima cosa a vedere un bel forte con un sacco di sistemi per difendersi dai nemici, c’è anche un cannone grandissimo.
Girando per il forte ci siamo imbattuti in una capra, che aveva appena partorito due bei capretti, non riuscivano ancora a stare in piedi e facevano molta tenerezza a vederli barcollare nello sforzo di restare alzati.
Dopo la visita al forte siamo andati a vedere un tempio Hindu molto bello dedicato a Brahma, poi ci siamo diretti alle cave d’Ajanta che si trovano a maggior distanza da Aurangabad di quelle d’Ellora.
Le cave d’Ajanta sono formate da 30 grotte straordinariamente scavate e scolpite nella pietra vulcanica tra il II secolo A.C. e il V secolo D.C.
Come gli altri luoghi buddhisti, Ajanta fu lasciata per sempre a causa delle invasioni musulmane.
Solo per un caso fortunato, nel 1819, dei soldati inglesi scoprirono l’ingresso di una di queste sale sotterranee.
Le meravigliose pitture murali, miracolosamente erano rimaste quasi intatte dopo oltre mille anni, purtroppo ai giorni nostri stanno rovinandosi a causa degli agenti atmosferici, ma restano una testimonianza unica della splendida arte pittorica dell’India buddista antica.
Più grandiose, rispetto alle raffinate grotte d’Ajanta, sono le 34 d’Ellora.
Le grotte di Ellora si trovano alla base di una scarpata rocciosa;.
Quando si parla di queste grotte solitamente dicono che sono di origine Buddista ma in realtà solo dodici di esse erano buddiste, mentre altre diciassette erano induiste e le restanti cinque jainiste.
Tutte le grotte furono scavate tra la fine del VI secolo e la metà del VIII sec. D.C., al loro interno vi sono molte statue e stupa.
Una delle grotte che abbiamo trovato tra le più belle è la grotta n°16 : nella roccia é stata scavata una sala lunga circa 100 m. e larga 40.
Al centro di questa grotta vi è un enorme blocco in pietra alto 33 m. che riproduce esattamente la forma del Kailash, la montagna del Tibet sacra ai buddisti e agli induisti.
Lungo la strada ci siamo anche fermati a visitare una riproduzione in scala ridotta del Thai Mahal, ma dato che avevamo già visto ad Agra il vero Thai Mahal, questo non c’è piaciuto molto anche perché le dimensioni sono molto più modeste.
Questa sera si parte per Bombay, ultima tappa del nostro viaggio.
Abbiamo ancora tutta la giornata a disposizione visto che il treno parte alle18,30, così andiamo a fare un giro nella parte vecchia d’Aurangabad, dove più o meno ci sono i negozietti che abbiamo già visto in altre città indiane.
Vediamo una farmacia e dato che non abbiamo più aspirine entriamo per acquistarle, subito dopo di noi dentro alla farmacia è entrata anche una vacca e nonostante il farmacista cercasse di farla uscire spingendola sui posteriori la mucca faceva resistenza passiva e cercava di mangiarsi le scatole di medicinali esposte.
A proposito di vacche, si sa che nella religione hindù sono sacre e non c’è dubbio che loro ne sono ben coscienti, tant’è vero che se per caso le si incontra in qualche stradina bisogna darle la precedenza altrimenti si rischia di prendere una cornata perché loro non si spostano di un millimetro; la loro sacralità nasce dalla credenza che la dea Lashmi si sarebbe reincarnata in una vacca.
Bisogna dire che sono presenti in ogni strada e quando possono cercano di rubare qualche cosa da mangiare.
I mercati di frutta e verdura sono ovviamente il loro posto preferito e sembra quasi che adottino una tattica di gruppo per distrarre i venditori e mangiare la mercanzia esposta.
I venditori però non si fanno intenerire e le colpiscono con dei bastoni per farle allontanare: evidentemente saranno anche sacre, ma sicuramente se le lasciassero fare gli mangerebbero tutto quello che si trova sui banchi.
Tante volte c’è capitato di vedere le vacche mangiare fogli di carta o giornali od addirittura leccare dei manifesti pubblicitari sino ad inumidirli per poi strapparli e mangiarseli; posso solo immaginare che sapore abbia il loro latte!
Pranziamo alle bancarelle, dove solitamente hanno un ottimo cibo ed è cucinato sul momento e davanti ai nostri occhi, al contrario di molti ristoranti, che come igiene lasciano parecchio a desiderare e se per caso riesci a vedere dove cucinano è veramente possibile che ti venga voglia di mangiare solo banane e noccioline.
Purtroppo molte volte mi è successo di trovare il mangiare cosparso di coriandolo fresco che a me proprio non piace, anzi lo trovo veramente disgustoso, perciò debbo stare sempre molto attento che il cibo non ne sia condito.
Mi chiedo se sono io diverso dagli altri dato che in Asia ed in tanti paesi del terzo mondo è considerato un ottima spezia
Siamo ritornati in albergo a raccogliere le nostre cose e poi con un tuk tuk (motorisciò) andiamo in stazione.
Arriviamo che manca circa un’ora alla partenza del treno ma poi ci viene detto che il treno è in ritardo, perciò partiremo alle 19,30 anziché alle 18,30.
In ogni modo in stazione è un continuo spettacolo: mucche e capre in mezzo ai binari, che mangiano i rifiuti lanciati dai finestrini, gente che si mette tranquillamente a pisciare in ogni angolo (magari vicino a qualcuno che dorme sdraiato per terra).
Arriva il treno e ci troviamo ad essere soli in uno scompartimento a quattro posti.
Il viaggio si svolge tutto di notte, perciò dopo aver mangiato qualche frittella e banane comperate in stazione, ci sdraiamo e dormiamo come ghiri fino a Bombay.

BOMBAY (MUNBAI)

Arrivati in stazione, continuiamo a dormire, senza renderci assolutamente conto di essere a destinazione ed è solo un bussare insistente alla porta che c’induce ad aprire gli occhi: è il bigliettaio che c’invita a scendere perché sul treno ormai non c’è più nessuno e stanno salendo gli addetti alle pulizie.
Sono le cinque del mattino, fuori è ancora buio pesto, ma troviamo ugualmente un taxi ed andiamo a cercare un albergo; dopo essere stati in due o tre posti ci sistemiamo alla Fernandez Guest Hause, un alberghino molto semplice con i servizi in comune ma che ci sembra pulito in modo accettabile.
Bombay, chiamata dagli indiani Munbay, deve l’origine del suo nome ai portoghesi, che arrivati davanti alla costa, dove in seguito sarebbe sorta la città, la descrissero come una “buena baia”.
La città, si presenta decisamente molto più ordinata e pulita delle altre città indiane e, cosa strana, non si vede in giro neanche una mucca.
Bombay è una delle città con la maggior presenza di seguaci della religione Jainista, così andiamo a visitare il maggior tempio della città.
All’interno del tempio si può ovviamente accedere solo a piedi nudi e bisognerebbe stare attenti a non calpestare eventuali insetti.
Addirittura, molti jainisti, camminando usano uno scopino, che passano continuamente davanti ai loro piedi per scostare eventuali animali.
La religione Jainista ha un rispetto assoluto per tutte le forme di vita, difatti ogni cibo da loro utilizzato viene accuratamente lavato per evitare di ingerire accidentalmente degli esseri viventi, anche il latte prima di essere bevuto viene filtrato con cura.
Ci hanno anche detto che nelle loro preghiere ricordano oltre alle normali forme di vita anche i batteri uccisi ingiustamente dagli antibiotici!
A Bombay vi è anche una comunità di Parsi che praticano una religione tra le più antiche che si conoscano essendo stata fondata in Persia circa sei o sette secoli avanti cristo.
I Parsi praticano la loro religione in templi dove arde un fuoco eterno che è venerato come un simbolo di Dio.
Essi non bruciano ne seppelliscono i loro morti, credono, infatti, nella purezza degli elementi primari, cioè fuoco, terra, aria ed acqua che in questo modo ne sarebbero contaminati; pertanto lasciano i corpi esposti sopra a delle torri chiamate “le torri del silenzio” dove nugoli d’avvoltoi si cibano dei cadaveri.
Per noi non è possibile avvicinarsi a vedere questa cerimonia, le torri del silenzio siamo riusciti solo ad intravederle da molto distante, ed, in effetti, si scorgono centinaia di avvoltoi volteggiare al disopra di esse.
Oggi è l’ultimo giorno che restiamo a Bombay ed in India, pensiamo perciò di stare tranquilli ed andiamo a passeggiare nelle vicinanze della Gate of India a poche decine di metri dalla quale sorge il Thai Mahal Hotel, un albergo di lusso dove ci concediamo un caffè che troviamo quasi buono come quello bevuto nel ristorante del Lake Palace ad Udaipur; facciamo ancora qualche piccolo acquisto e ritorniamo in albergo a preparare gli zaini.
Ormai abbiamo voglia di tornare a casa, siamo veramente sazi dell’India, non che non ci piaccia più ma quel continuo assalto da parte degli indiani ci ha spossati.

Anche Bombay come tutta l’india ha tanti poveri, che, quando passi, ti si accalcano intorno, afferrandoti per le braccia o per le gambe ed è un continuo svincolarsi ed ignorarli, poiché, se solo li guardi un attimo, non ti mollano più.
Addirittura quando ci si sposta con il taxi e si rimane fermi ai semafori vengono dai finestrini per avere l’elemosina, se cerchi di chiudere il finestrino, vi si aggrappano con le mani per impedirlo.
Fanno molta pena e vorremmo poterli aiutare, ma questo ovviamente non è possibile poiché sono così tanti e se dai qualche cosa ad uno ovviamente la vorrebbero tutti.
Questa è anche l’India, dove, chi ha qualcosa, deve avere il coraggio di non darla agli altri, perché la legge imperante è di non avere misericordia e di pensare soprattutto a se stessi.
Quello che dico è sicuramente crudele, ma o assumi quest’atteggiamento, oppure diventi un missionario e noi con onestà riconosciamo di non esserne capaci.
Verso le cinque di sera, salutiamo il personale dell’albergo ( tra cui un signore anziano che con noi è stato gentilissimo ) ed andiamo a prendere un taxi per farci portare in aeroporto.
Le ultime immagini dell’India sono quelle ai margini della strada che va all’aeroporto.
Sono immagini di una enorme bidonville che si intravede a poca distanza dalla strada che stiamo percorrendo.
Ed eccoci in aeroporto, dove, svolte le ultime formalità, saliamo sull’aereo che ci riporterà in Italia ed ai nostri doveri di genitori.
Infatti, abbiamo due figli(una femmina di tredici anni ed un maschio di undici ) affidati momentaneamente alla custodia dei nonni.

 

INDIA DEL SUD
1990

MADRAS (Chennai)

Sono già passati due anni dal nostro primo viaggio in India.
L’anno scorso abbiamo fatto un favoloso viaggio in Indonesia, ma l’India c’è rimasta nel cuore, così siamo su di un aereo che ci riporta in questo splendido paese, ma questa volta andiamo nella parte sud che non conosciamo ancora.
E’ il 14 ottobre, siamo partiti da Loano (Liguria) ieri mattina alle 4: 48 con un treno diretto a Milano, dove prendiamo un volo per Londra e da li un altro aereo destinazione Madras, che è anche la capitale del Tamil Nadu, una regione del sud dell’India.

A Madras arriviamo alle nove del mattino, ma quando andiamo a ritirare i bagagli scopriamo che il mio zaino non è arrivato.
Ci rivolgiamo all’ufficio lost and found e ci viene annunciato che purtroppo il mio zaino non è stato imbarcato ed è rimasto a Londra, da dove arriverà la settimana successiva, poiché i collegamenti aerei sono solo settimanali.
E’ un gran casino, tutto il mio vestiario è nello zaino, compresa la biancheria, pertanto il mio guardaroba si riduce a quello che ho addosso cioè: un paio di jeans la maglietta ed una felpa, non ho neanche il necessario per radermi; cosi nell’emergenza ho indossato le mutande di Erna, comunque ci arrangeremo.
L’unico vero problema sarà che invece di rimanere solo due giorni a Madras, saremo costretti a rimanerci per almeno sei.
Facciamo buon viso a cattivo gioco e con un taxi raggiungiamo la città.
Andiamo in un albergo, frequentato da viaggiatori non organizzati, che c’era stato raccomandato da dei ragazzi conosciuti in Indonesia.
L’albergo si chiama Broad Lands, è molto spartano, ma anche carino, con delle camere grandissime e luminose.
Dopo esserci sistemati, andiamo a fare qualche acquisto per le prime necessità.
Ho acquistato un paio di ciabatte (le mie sono nello zaino disperso) ed una maglietta.
Dopo gli acquisti ,decido di andare a farmi radere.
Il barbiere più vicino al nostro albergo lavora all’aria aperta.
Infatti la sua “bottega” si trova sotto ad un albero al quale ha appeso uno specchio sbrecciato; la sedia per i clienti è di plastica ed ha una gamba rotta
A parte l’attrezzatura, posso dire di essere rimasto soddisfatto del servizio.
Il barbiere dopo avermi fatto la barba si è messo tranquillamente a massaggiarmi alla schiena(anche questo compreso nel prezzo).
Sono già tre giorni che siamo a Madras (Chennai per gli indiani); al contrario degli abitanti degli stati dell’India Settentrionale che sono per la maggior parte di razza ariana, lo stato meridionale del Tamil Nadu è la terra d’origine dell’antica civiltà dravidica, colma di tradizioni religiose, letterarie, filosofiche ed artistiche.
Il Tamil Nadu ha una delle culture più antiche e complesse del mondo.
Una delle caratteristiche dell’India Meridionale è la “stabilità culturale” dovuta al fatto, che i Mussulmani che invasero il nord, non arrivarono a molestare i regni dravidici del sud.
Per questo motivo l´ architettura e l’arte di provenienza hindù poterono essere perfettamente salvaguardate dalle varie dinastie che regnarono in questi territori.
Lo stato del Tamil è abitato da un popolo gentile ed affascinante.
I loro corpi sono così scuri che sembrano quasi africani, gli occhi luminosi e le alte fronti riflettono l’intelligenza di questa gente che è conosciuta in tutta l’India per le capacità matematiche e scientifiche.
Le donne indossano sari dai colori brillanti tra i più belli di tutta l’India.
I Tamil hanno anche molto vivo il senso dell’appartenenza etnica ed oltre a parlare una lingua differente dall’Indhi, pubblicano anche alcuni giornali scritti nel loro linguaggio.
Da sempre i Tamil si sono dedicati alla religione, manifestando il loro fervore nell’arte.
Infatti, sono conosciuti come abilissimi artigiani ed intagliatori, questa loro abilità è testimoniata dai magnifici templi del Tamil Nadu.
Ovviamente, tutti questi artigiani, furono incentivati nel loro lavoro, dai sovrani dei regni dravidici, che manifestarono la loro approvazione, pagandoli in modo generoso.
Nel Tamil Nadu è nata anche la famosa danza ritmica indiana “Bharat Nathyam” danza che veniva ed è tuttora eseguita nei luoghi sacri in onore degli dei.
In questi giorni d’attesa per riavere lo zaino, abbiamo girato in lungo ed in largo per Madras; visitando il Forte St.George e parecchi templi, tra cui uno molto bello, cioè il tempio Kapaleeshwara, tipico esempio di gopuram dravidico.

Abbiamo anche camminato parecchio nella zona del lungomare, dove si sopporta meglio il gran caldo per via della brezza di mare.
Durante il nostro cammino, ci siamo imbattuti in un assembramento di persone, al cui centro, vi erano dei poliziotti, che custodivano un gruppetto di ragazzini di non più di dieci od undici anni.
Questi poveri bambini erano incatenati l’uno altro sia da catene ai polsi sia alle caviglie, in pratica piangevano tutti quanti, ma i poliziotti invece di farsi intenerire li continuavano a colpire con dei bastoni.
Nel vedere questa scena ribollivamo di rabbia, ma purtroppo siamo rimasti inerti senza intervenire, dato che se fossimo intervenuti, per quei ragazzini forse sarebbe stato ancora peggio e poi chiaramente ci trovavamo in un paese che ha una cultura ed una legge diverse dalla nostra, quindi avremmo rischiato di essere fermati anche noi.
Certo non sappiamo che cosa avessero fatto quei bambini, ma sicuramente non erano dei mostri, ma semmai delle vittime inconsapevoli di questa società.
L’India ha il più alto numero di bambini di strada nel mondo: sono circa 18 milioni ed aumentano ogni giorno.
Nella stragrande parte dei casi sono costretti a lasciare per sempre delle famiglie troppo povere per occuparsi di loro.
Solitamente dormono sui marciapiedi, nelle stazioni, oppure sotto ripari preparati lì per lì.
Per mangiare frugano nella spazzatura, implorano l’elemosina o commettono piccoli furti.; alcuni più fortunati riescono a guadagnarsi da vivere con lavoretti precari: raccolgono carta o stracci, vendono tè, lucidano le scarpe.
Talvolta purtroppo sono coinvolti nello spaccio della droga, nella prostituzione ed in altre mansioni criminali.
Sono in pratica analfabeti e per lo più affetti da gravi malattie, quali ad esempio, la tubercolosi o la malaria, senza considerare le numerose malattie della pelle dovute all’assenza d’igiene, oltre a questo soffrono quasi tutti di malattie gastrointestinali.
Molti, tra i più piccoli che hanno un’età compresa tra i sei e i 10 anni, muore per strada, nel più totale abbandono.
Sono frequentemente arrestati e detenuti illegalmente, picchiati e torturati, talvolta uccisi dalla polizia che li incolpa di qualsiasi crimine venga commesso in strada.

Abbiamo ancora due giorni da stare a Madras, difatti dopodomani se tutto andrà per il meglio dovrebbe arrivarmi lo zaino, quindi volendo essere ottimisti abbiamo già prenotato il treno serale per Guntakal dove prenderemo un altro treno che ci porterà a Hospet; comunque domani andremo a visitare con un tour organizzato la città di Kanchipuram e Mamallapuram che non distano molti chilometri da Madras.

Kanchipuram e Mammallapuram

Partiamo al mattino alle otto con un pulmino insieme a degli altri turisti che, caso strano, sono tutti indiani.
La giornata scorre piuttosto veloce e quasi non ci lasciano il tempo di vedere la stupenda quantità di templi e gopuram: mammalapuram e Kanchipuram non hanno niente in comune, mentre Kanchipuram è una delle sette città sacre dell’India in cui vi sono un gran numero di templi, tra cui spicca il tempio Ekambareshwara dedicato a Shiva, con un gopuram alto ben 59 metri, Mammalapuram invece è un piccolo villaggio vicino al mare ed è proprio in riva al mare che si può vedere l’unico tempio rimasto, di sette che erano in origine, poiché gli altri sei sono scomparsi per via delle maree.
Nella zona a monte del villaggio si può ammirare ai piedi di una collina una parete rocciosa piena di sculture ricavate dalla roccia della stessa.
Poco oltre Mammalapuram si trovano in mezzo a delle dune sabbiose dei monoliti chiamati Rathas dai quali sono stati ricavati sia dei templi, che raffigurazioni d’animali, tra cui spiccano dei giganteschi elefanti.
IL pulmino su cui stiamo facendo questo giro purtroppo si ferma troppo poco tempo in ogni posto e così non abbiamo modo di poter apprezzare pienamente quello che vediamo, così ci ripromettiamo di tornare a Mammalapuram verso la fine del nostro viaggio perché il posto è molto carino, vi sono tanti artigiani scalpellini, che ad ogni angolo della strada, fanno delle magnifiche statuette.
Sul tardo pomeriggio siamo nuovamente a Madras.
Per passare il tempo, andiamo a fare una passeggiata “ad ostacoli”, poiché qui la miseria sembra più diffusa che nell’india del nord, difatti, i marciapiedi sono invasi da persone che, o chiedono l’elemosina, o dormono avvolti in miserabili stracci.
La città è attraversata da vari fiumi e canali che esalano una puzza terrificante, tanto che spesso per attraversare un ponte, lo facciamo cercando di trattenere il più possibile il fiato.
Comunque dovrebbe essere l’ultima sera a Madras e la passiamo andando a cena in un ristorante vegetariano, dove abbiamo mangiato un tipico piatto indiano vale a dire il Thali, che è servito su di un vassoio d’acciaio con tante ciottoline ripiene di salse, yogurt e di svariate verdure, il tutto accompagnato da un’abbondante porzione di riso bianco.
Al mattino alle otto siamo in aeroporto, l’aereo della Britsh Airways da Londra dovrebbe arrivare alle 8,30 ma è in ritardo e dobbiamo attendere fino alle 12 quando finalmente atterra.
Ci rechiamo perciò vicino al nastro da dove si possono ritirare in bagagli e dopo pochi minuti ecco apparire il mio zaino; di questo ovviamente siamo molto contenti, ma in ogni modo, quando rientreremo in Italia, chiederemo i danni morali e materiali alla British Airways, poiché parecchi giorni del nostro viaggio sono andati praticamente in fumo per colpa loro.
IL treno parte questa sera alle 22, così siamo tornati in albergo per riposare un poco e prepararci per la partenza, ma verso sera siamo usciti per acquistare del cibo da portarci dietro per il viaggio. In quest’occasione ho regalato le ciabatte, che avevo acquistato durante l’emergenza zaino, ad un mendicante lebbroso, che ne è stato felicissimo e non finiva più di ringraziarmi.
Dopo gli acquisti, siamo rientrati velocemente in albergo, dato che in giro c’è un frastuono terrificante, per via dei petardi che la gente sta facendo scoppiare per celebrare il Diwali.
Purtroppo ci ritroviamo anche questa volta a viaggiare nel periodo in cui lo festeggiano!
Siamo andati in stazione che sono circa le 8 p.m. e come nel viaggio di due anni fa, anche la stazione di Madras è tutta un formicolare di persone, sia di viaggiatori che aspettano il loro treno, sia di venditori ambulanti e mendicanti, molti dei quali hanno delle menomazioni fisiche veramente terribili.
Il treno arriva un’ora prima della partenza e deve entrare in stazione molto lentamente, poiché sui binari stanno passeggiando una decina di mucche.
Ad un certo punto, uno dei macchinisti, è sceso dalla locomotiva per allontanarle, a furia di spingerle ed urlare, si sono degnate di spostarsi.
Saliamo sul treno in uno scompartimento di seconda classe ma con l’aria condizionata: la cosa sarebbe anche piacevole visto il caldo che fa, però la tengono ad una temperatura bassissima, perciò, dopo un poco, abbiamo quasi freddo e dobbiamo indossare le maglie.
Oltretutto, la carrozza ha dei finestrini che non si possono aprire, essendo chiusi da delle lastre di plastica gialla, che non lasciano vedere niente all’esterno.
Si parte in orario e per fortuna abbiamo affittato lenzuola coperte, cuscini ed asciugamani il tutto per cinque rupies a testa!
Alle otto del mattino siamo arrivati a Guntakal dove dobbiamo scendere ed aspettare altre due ore per prendere il treno che va a Hospet.
Il treno per Hospet è uno dei più scassati che abbiamo mai visto, nello scompartimento dove siamo noi ci sono quattro posti a sedere, ma solo due sono utilizzabili, poiché gli altri due sono completamente sfasciati; ma l’importante è arrivare!

Hospet e Hampi

Arrivati in stazione prendiamo un tuk tuk e ci facciamo portare all’albergo “Malligi tourist home” la camera è pulita, ma verso sera c’è un invasione di zanzare, così accendiamo dei zampironi che dovrebbero allontanarle con il loro fumo puzzolente, ma più che alle zanzare, sembra che il fumo dia fastidio a noi; perciò armati di lunghi elastici che ci siamo portati dall’Italia, cominciamo uno zanzara-safari sterminandole.
Il mattino successivo al nostro arrivo, siamo andati in giro per Hospet, che si rivela una cittadina polverosa ma tranquilla, la gente sembra molto rilassata al contrario del caos di Madras, abbiamo scattato qualche foto ed addirittura ci chiedevano di essere fotografati.
Qui non vengono molti turisti ed i pochi che vi vengono usano Hospet soprattutto come base per visitare i ruderi di Vijayanagar a Hampi, il più esteso, ma anche uno dei meno frequentati siti archeologici di tutta l’India.
L’autobus per Hampi parte di mattino alle 9,30 ma noi, dietro consiglio, siamo andati ad occupare il posto già alle 8,30 ed abbiamo fatto bene, perché alle nove era colmo di persone.
E’ uno dei soliti autobus indiani scassati e sporchi, ma dato che il guidatore non corre come un matto e si ferma di frequente nei villaggi, possiamo osservare con calma, lo scorrere dei paesaggi agresti intorno a noi.
Arriviamo a Hampi dopo circa un’oretta e subito veniamo pescati da una “guida”, un ragazzo del paese di nome Hanuman, che anche se non è una vera guida, conosce molto bene la storia del posto.
La passeggiata lungo il fiume è magnifica, le colline dalle particolari rocce contornano le varie costruzioni che sono sparse in una vasta area tutto intorno.
Un sentiero agevole corre lungo la riva fino all’ultimo tempio, il Vittala, consacrato al dio Vishnu e dichiarato patrimonio universale.
Il sentiero si snoda, passando tra antichi bazar e gruppi di templi in rovina, all’interno dei quali spesso sostano famiglie di pellegrini.
Qualche chilometro oltre c’è poi il gruppo degli edifici civili con interessanti esempi d’architettura.
Il paesaggio è completamente diverso da quelli che avevamo visto sino a questo momento in India, anche se un posto simile come bellezza, l’abbiamo visto in un viaggio di parecchi anni dopo che si è svolto in Marocco: questo posto si chiama Tafraute e se n’avrò occasione ne parlerò in un prossimo libro, sempre che siate interessati a leggerlo!
Torniamo sempre a piedi a Hampi e visitiamo il tempio di Virupashka con il suo gopuram alto oltre 50 metri, dedicato al dio Shiva.
In questo tempio, che è anche il principale del paese, viene tenuto un elefante, che, una volta l’anno, utilizzano in una processione, per trainare un carro che trasporta delle statue delle loro divinità.
All’ombra del tempio ci sono anche parecchie scimmie che se ne stanno tranquille, probabilmente perché fa un caldo boia ed anche loro ne soffrono.
Nella piazza vicino al tempio ci sono alcuni banchi di legno con sopra scritto ristorante.
I tavoli sono fatti con assi di legno sconnesse ed al posto delle sedie vi sono delle panche.
Uno di questi ristoranti espone un cartello con sopra scritto “spageti bologniasi”, ne siamo incuriositi e chiediamo al cuoco se possiamo averli, avuta una risposta affermativa, ci siamo seduti ad attendere.
Il cuoco ha preso della farina, di quella che normalmente usano per fare il chapati e la impasta con acqua ed uova.
Dopo aver ben amalgamato il tutto, lo ha tagliato a pezzetti e l’ha fatto bollire.
Per fare il sugo ha fatto soffriggere dei pomodori, aglio, del formaggio fresco che chiamano Panir e delle spezie non identificate: il risultato è stato un gustoso piatto anche se non aveva niente a che vedere con la nostra pasta asciutta.
Dopo aver pranzato si è avvicinato un vecchietto che ci chiede se gli diamo un poco dello zucchero che c’è in una ciotola sul tavolo, gli domando in dove intende metterlo e subito mi fa vedere un pezzo di giornale, così gli ne verso sopra alcuni cucchiai.
Il cuoco, vedendo quello che sto facendo, si è avvicinato e vorrebbe farlo allontanare, ma gli dico di non preoccuparsi che se il problema è lo zucchero glielo avrei pagato!
Siamo poi andati alla fermata dell’autobus, ma abbiamo dovuto aspettare per oltre un’ora prima che arrivasse e quando è arrivato, lo hanno preso letteralmente d’assalto, così ci siamo ritrovati a dover fare il tragitto di ritorno a Hospet in piedi.
La cosa non è stata per niente piacevole, soprattutto per il caldo che fa e che si sente ancora di più se bisogna stare uno vicino all’altro come sardine in scatola.
Passiamo l’ultima notte a Hospet e di mattino verso le sette andiamo a piedi alla stazione degli autobus per Hassan, che è il posto più vicino da cui partire, per andare a vedere i templi di Belur, Halebid e Sravanabelagola.

HASSAN

Belur – Halebid – Sravanabelagola

Siamo rimasti anche questa volta per oltre un’ora in attesa che arrivi l’autobus e quando stava arrivando, abbiamo fatto come tante altre persone, che per bloccare un posto a sedere, lanciano sui sedili dei fazzoletti od altri oggetti, cosicché il sedile con un oggetto sopra risulta occupato, tutta questo manovra avviene nello spazio di pochi secondi mentre l’autobus è ancora in movimento.
E’ stata una faticata, dopo tre o quattro ore di viaggio si comincia a soffrire di male alle natiche perché i sedili oltre ad essere strettissimi sono in legno nudo.
Il viaggio, che doveva durare circa sei ore, n’è durato più di dieci, anche per il fatto che l’autobus durante il percorso ha forato per ben due volte una gomma.
Al nostro arrivo a Hassan, siamo abbastanza stanchi e ci limitiamo ad accordarci con un tassista, per fare, il mattino dopo, il giro dei templi che si trovano nei dintorni.
Dopo aver mangiato del riso con verdure da una bancarella e fatto un giretto nel paese che sembra abbastanza squallido, siamo tornati in albergo.
Più che un albergo, sarebbe meglio definirlo una topaia: la nostra camera oltre ad essere parecchio sporca, ha una finestra piccolissima da cui non arriva quasi la luce del giorno.
C’è il bagno in camera, ma molte volte, è meglio averlo esterno, poiché di solito emanano una puzza incredibile.
Questo bagno, oltre alla puzza, ha la vaschetta dell’acqua che perde e si sente gocciolare in continuazione, malgrado ciò abbiamo dormito senza grossi problemi.
Il taxi arriva alle otto in punto e carichiamo già gli zaini nel portabagagli, perché, al ritorno dal giro, pensiamo di partire subito per Mysore.
Per prima cosa siamo andati a Belur e poi a Halebid che si trova nelle vicinanze.
I templi di Belur ed Halebid, sono un capolavoro, che è solo paragonabile ai templi di Khajuraho che si trovano nello stato indiano del Madhya Pradesh (dove siamo stati otto anni dopo durante il nostro terzo viaggio in India).
Le sculture di Belur ed Halebid sono soprattutto di tipo religioso ed ogni centimetro dei templi è ricoperto da raffigurazioni di deità Hindù, uccelli ed elefanti, mentre a Kajuraho sono prevalentemente di tipo erotico.
Dopo aver girato in lungo ed in largo tra i vari templi, torniamo dal tassista e ci facciamo portare a Sravanabenagola che è un piccolo villaggio, dove si trova uno dei più importanti templi Jainisti, meta di pellegrini provenienti da tutta l’india.
Per raggiungere il tempio, bisogna salire una ripida scalinata di oltre 600 gradini, non è per nulla agevole, considerando che fa molto caldo e bisogna salire a piedi nudi con i gradini arroventati dal sole.
Ci sono degli indiani non molto giovani che si fanno portare seduti in una poltroncina su per le scale da dei ragazzi, che cosi si guadagnano il loro chapati; certo che come lavoro deve essere piuttosto faticoso!!
Arriviamo in cima alla collina e restiamo stupefatti non tanto dal tempio, quanto dalla statua che lo sovrasta; si tratta, infatti, di un monolito che raffigura una santo Jain di nome Gomateshvara, la statua è alta ben 17 metri e viene continuamente cosparsa da cima a fondo con secchiate di latte.
Restiamo parecchio tempo in cima alla collina, tutto intorno si può ammirare un paesaggio favoloso, è anche interessante vedere i pellegrini che salgono la scala, solitamente sono dei gruppi familiari, ma ogni tanto vediamo degli strani personaggi che si sono cosparsi il corpo di cenere e salgono al tempio completamente nudi.
Verso le 15 siamo di ritorno a Hassan dove prendiamo un autobus per Mysore, riuscendo, con la solita procedura di buttare sui sedili qualcosa dai finestrini, a bloccare due posti a sedere.
Meno male che siamo seduti, il pullman è pieno fino all’inverosimile e ci sono grappoli di persone che pendono dalle porte aperte, sbilanciandolo pericolosamente, specialmente quando affronta delle curve.

MYSORE

Il viaggio non è molto lungo, infatti, verso le 19 arriviamo a Mysore ed andiamo subito all’Hotel Ritz (consigliatoci da una coppia australiana).
E’ un albergo carino ed abbastanza ben tenuto anche se arredato in modo semplicissimo; la camera, uno stanzone a cinque letti, si affaccia su di un bel giardino, dove il ristorante dell’albergo, offre piatti sia indiani sia europei, così ci siamo concessi un’ottima cena, io ho preso un piatto di spaghetti veri conditi con aglio e olio e peperoncino, mentre Erna ha preso un piatto indiano che si chiama masala dosa, però debbo dire onestamente che alla birra preferiremmo un bicchiere di vino, ma qui non sanno neanche che cosa sia!
La nostra sosta a Mysore ha un significato particolare perché da li vorremmo raggiungere un villaggio in cui vive un bambino che è stato adottato a distanza da un fratello di Erna, lui e sua moglie, hanno chiesto, se potevamo consegnare alla sua famiglia delle rupies, per un controvalore di circa centomila lire.
Ci accordiamo con un tassista per andare a cercarlo, del villaggio in cui abita non sappiamo neanche il nome, ma abbiamo l’indirizzo dell’organizzazione internazionale che si occupa di questi bambini.
Siamo partiti ovviamente di mattino e dopo circa 50 chilometri, arriviamo in un piccolo agglomerato di case di nome Sargur, dove ha sede l’organizzazione per l’adozione a distanza.
Troviamo una casetta con l’insegna dell’organizzazione, ma la porta è chiusa, cosi non sapendo a chi rivolgerci, sediamo sui gradini della casa ad aspettare e sperare che qualcuno si faccia vivo. Fortunatamente verso le dieci, arriva un indiano ad aprire la porta, gli abbiamo spiegato la ragione della nostra presenza e lui c’invita ad aspettare ancora, dato che da li a poco sarebbe arrivato un responsabile dell’associazione, infatti, dopo circa altri dieci minuti è arrivata una ragazza dai tratti tibetani che si occupa dei contatti con i bambini di ben 370 villaggi.
E’ una ragazza molto gentile e racconta d’essere originaria del Tibet ma di essere nata in India; ci spiega anche, che non può accettare dei soldi, che d’altra parte non si possono neanche consegnare direttamente alla famiglia del bambino, essendo persone non abituate ad avere dei soldi, se ne hanno li spendono in modo sbagliato, magari comprandosi dei monili d’oro.
Accompagnati da questa ragazza andiamo a fare compere nel villaggio; le abbiamo detto che intendiamo spendere mille rupies in regali, ed è lei che sceglie al posto nostro la mercanzia.
Con questi soldi, si può avere un sacco di cose, tra cui lei acquista piatti, bicchieri e dei vassoi d’acciaio, compra anche una maglietta per il bambino, un sari per la madre ed un longhi per il padre.
Oltre a questo abbiamo comperato anche degli asciugamani ed alcune pezze di stoffa e come se non bastasse, con le mille rupies, siamo riusciti ad avere anche dei dolci e del caffè solubile; alla fine abbiamo uno scatolone pieno di roba.
Torniamo alla sede dell’organizzazione, ma purtroppo, ci dicono che non sono in grado di prendere contatto con questa famiglia, quindi se vogliamo consegnare personalmente la roba acquistata, dovremmo fare quasi trentacinque chilometri di strada in terra battuta, che in questo momento è praticamente impraticabile a causa delle recenti piogge abbattutesi sulla zona.
Decidiamo perciò di affidare a loro il pacco, sperando che sia veramente consegnato (n’abbiamo avuto conferma circa due mesi dopo, dal fratello di Erna, che ha ricevuto una lettera di ringraziamento dal bambino da loro adottato).

Salutiamo la ragazza tibetana, che nel frattempo ci ha offerto un te con i pasticcini e ritorniamo a Mysore, dove arriviamo nel tardo pomeriggio.
Mysore, è conosciuta anche come la città della seta e del legno di sandalo; fu capitale dell’omonimo principato, è stata costruita alle falde del monte Chamundi ed è una città con molti bei parchi e viali alberati.
Lungo Sayaji Rao Road, una delle strade più frequentate della città, si trova un mercato della frutta e della verdura molto vivace, dove frutta, verdura e ghirlande di fiori sono elegantemente esposte. Andando a passeggio per le strade talvolta si sente nell’aria il profumo dell’Agarbathi un incenso tipico di Mysore che viene preparato utilizzando gelsomini, rose muschi ed altri componenti tra cui il sandalo ed il frangipane.
Al centro della città si staglia la sagoma imponente del palazzo del maharaja.
Questo palazzo noto come Amba Vilas Palace, fu riedificato dopo che un incendio nel 1897 distrusse il precedente.
Il lavoro di ricostruzione richiese circa quindici anni e fu completato nel 1912.
Ci sono dei pezzi unici, come le antiche porte di legno intarsiate d’avorio, pavimenti a mosaico, dei trofei di caccia, dipinti d’epoca coloniale, soffitti in mogano finemente intagliato.
L’arredamento del palazzo è quasi tutto di provenienza europea, i lampadari furono ordinati a Venezia e in Boemia, i pezzi dell’arredamento rococò in Francia, i marmi a Carrara.
Il palazzo del Maharaja lo abbiamo potuto visitare solo dopo due giorni dal nostro ritorno in città, perché il giorno successivo c’era uno sciopero generale, gruppi di scioperanti, giravano per le strade con dei bastoni enormi e colpivano tutti quelli che si opponevano allo sciopero.
Dal tetto dell’albergo, dove siamo rimasti tutto il giorno per evitare dei problemi, abbiamo visto passare un autobus che subito è stato sommerso da una fitta sassaiola. Il giorno dopo abbiamo visto parecchi autobus con i vetri sfasciati che stavano ugualmente svolgendo il loro servizio.

OOTACAMUND

Abbiamo deciso di andare ad Ootacamund (Ooty) che si trova in una zona collinosa del Tamil Nadu centrale, così prendiamo per prima cosa un autobus che con un viaggio di circa due ore ci porta a Mettupalayam da dove parte un trenino con i vagoncini per passeggeri di color giallo e blu molto carino ed anche molto piccolo che va ad Ooty, una cosa che troviamo strana è che la locomotiva (anch’essa in miniatura) spinge il convoglio da dietro invece di trainarlo come sembrerebbe normale.
Siamo rimasti solo pochi minuti ad attendere la partenza del trenino, notiamo che ci sono pochissimi passeggeri, sono quasi tutti indiani, a parte noi e due ragazzi inglesi.
Il treno si arrampica su una linea ferroviaria quasi tutta in salita, il paesaggio intorno, dovrebbe essere molto bello, dico dovrebbe, perché quasi non vediamo niente a causa dalla pioggia che scende in modo torrenziale.
Arriviamo ad Ooty che continua a piovere e fa abbastanza freddo, non ci sono tuk tuk perché in giro le strade sono ricoperte di fango, così andiamo a piedi a cercare un albergo.
Camminiamo per dieci minuti e troviamo un alberghetto vicino al lago, dove ci sistemiamo, per fortuna hanno un camino acceso in una saletta, perciò possiamo riscaldarci e fare asciugare i vestiti bagnati.
Siamo rimasti ad Ooty per due giorni ed ha piovuto quasi ininterrottamente, così ci siamo stufati ed abbiamo deciso di ripartire per la costa dove se anche dovesse piovere almeno non farà freddo!

COCHIN ed ERNAKULAM

Riusciamo a contattare un tassista che ci porta fino a Mettupalaym dove alle 19 parte il treno per Cochin, mancano ancora oltre due ore alla partenza, così dopo aver prenotato il posto con relative coperte e lenzuola e pagato il biglietto, siamo andati in un piccolo chiosco all’interno della stazione dove mangiamo dei masala dosa che sono fatti con una sfoglia di farina di lenticchie ripiegata su se stessa e ripiena di verdure e spezie.
Saliti sul treno ci siamo già preparati le cuccette per la notte, fuori continua a piovere a dirotto ma adesso non fa più freddo come ad Ooty.
Il treno è partito in orario ma dopo circa un’ora arriviamo nella stazione di Coimbatore, dove rimane fermo per oltre quattro ore, noi comunque ci siamo messi a dormire svegliandoci che cominciava ad albeggiare.
Sono le sei del mattino quando il treno entra nella stazione di Ernakulam che sarebbe la parte continentale di Cochin, carichiamo gli zaini in spalla ed andiamo in cerca di un albergo che troviamo rapidamente; sistemati i bagagli non ci resta che da perlustrare la città.
Adesso non piove ed il cielo si presenta di un blu intenso.
Le strade, per fortuna, sono in parte asfaltate, vi sono anche dei marciapiedi e questo viene utile, considerando che anche qui deve aver piovuto parecchio e ci sono molte pozzanghere d’acqua, che, senza marciapiedi, sarebbe difficile superare.
Cochin è una città ricca di storia in cui s’intrecciano le influenze culturali di parecchie nazioni, si possono vedere delle case erette dai portoghesi circa 500 anni or sono.
C’è anche la chiesa cattolica più vecchia di tutta l’India ed è in questa chiesa che si trova la tomba di un gran navigatore portoghese, in altre parole Vasco da Gama, che proprio qui purtroppo, mori d’appendicite, allora considerata incurabile.
I marinai, che facevano parte della sua flotta, decisero di costruire una piccola cappella, al cui interno venne sepolto.
Successivamente la cappella fu ingrandita fino a diventare la chiesa che ancora oggi è in funzione.
Cochin fu pure sede di una cospicua comunità di ebrei, che eressero nel 1568 una sinagoga, ancora oggi visibile, dove, tuttora vengono praticate le funzioni religiose, infatti, sopravvive un piccolo gruppo di ebrei discendenti dal gruppo primario.
Andiamo in giro con un moto risciò il cui guidatore ci fa anche da guida, nel porticciolo di Fort Cochin vediamo parecchie grandi reti da pesca a bilanciere dette anche reti cinesi, che vengono continuamente calate nelle acque antistanti il porto; per la verità nel tempo che siamo rimasti a guardare di peschi ne hanno presi ben pochi e piccolissimi.
La giornata è così trascorsa piacevolmente e verso il tramonto torniamo ad Ernakulam dove si trova il nostro albergo, per venire a Fort Cochin abbiamo usato un vecchio ponte di ferro, mentre per tornare sulla parte continentale prendiamo un ferry boat.
Arrivati a riva vediamo un’insegna in cui si pubblicizza un ristorante che offre un menu completamente a base di pesce perciò approfittiamo dell’occasione sperando che quello che promette l’insegna corrisponda alla verità; in effetti, ci servono dell’ottimo pesce che chiamano butter fisch ma il vero nome probabilmente è un altro che però noi non conosciamo.
Il mattino successivo lo passiamo in parte tra le stradine di Fort Cochin dove vi sono parecchi negozietti che offrono svariate mercanzie che vanno dal tè ai tappeti ed a statuette di legno di sandalo; dopo alcune ore di girovagare ci siamo fermati ad una bancarella dove fanno friggere delle frittelle ripiene di verdure e patate e n’abbiamo mangiate alcune, poi siamo ritornati in albergo e raccolti i nostri bagagli andiamo in stazione a prendere un treno per Quilon che è una cittadina da cui partono dei barconi che attraversano le lagune del Kerala.

QUILON e ALLEPPEY
(LE LAGUNE)

Arriviamo a Quilon verso le sei di sera, dopo un viaggio di 160 chilometri che richiede solo quattro ore di tempo, infatti, siamo partiti di pomeriggio alle due circa.
Trovato un albergo, andiamo a vedere dove partono i barconi a motore per Alleppey ed è con piacere che il punto di partenza si trova a poche decine di metri dal nostro albergo.
Il paese di Quilon non sembra molto interessante, ma tanto dobbiamo restarci solo una notte.
Mangiamo nel ristorante dell’albergo, dove siamo gli unici ospiti: il mangiare non è molto buono, ma almeno hanno la birra (anche la birra in queste zone si trova con difficoltà); dopo cena ce n’andiamo in camera, dove piazziamo degli zampironi per disinfestarla dalle zanzare ma è soprattutto con i soliti nostri elastici che ne facciamo una strage!
Sveglia all’alba e colazione con delle banane, qui si trovano delle banane di una qualità particolare, infatti, si presentano con la buccia rossastra ed il frutto quasi arancione, sono buonissime e n’abbiamo acquistato una decina da portarci dietro nel viaggio nelle lagune.
All’imbarcadero troviamo un gruppetto d’occidentali di varie nazionalità, che come noi si recano ad Allepey.
C’è anche una coppia d’Italiani provenienti da Torino, lei si chiama Agnese e lui Maurizio e sono molto simpatici, cosi in pratica facciamo la traversata delle lagune chiacchierando con loro e commentando le esperienze passate.
Qualcuno ha definito le lagune del Kerala il paradiso sulla terra, forse questo è un poco esagerato, ma sicuramente il paesaggio che si vede navigando per i suoi canali è qualcosa d’unico.
Le acque limpide colore verde smeraldo, s’insinuano tra distese di palme da cocco e di banani.
Il Kerala, si chiama in questo modo, poiché vi sono moltissime palme da cocco che crescono spontaneamente, il loro nome nell’idioma locale è Kera.
Un’esplosione di colori dipinge una costa sulla quale, di tanto in tanto, s’intravedono dei piccoli villaggi, dove le popolazioni animano minuscoli mercati in cui i frutti tropicali sono i signori indiscussi, ma non sono solo le papaie i manghi le angurie e gli ananas a mettersi in mostra, vi sono pure banane di tutte le dimensioni e colori ed altri frutti per noi non identificabili.
I villaggi sfilano sotto i nostri occhi, parecchi di loro sono contornati da piccoli appezzamenti di terreno dove si notano i contadini al lavoro, ogni tanto si vedono in mezzo alla giungla degli ampi spazi di terreno coltivati a riso, sulle rive dei canali parecchi bambini fanno il bagno e si lanciano in acqua da improvvisati trampolini, come ad esempio tronchi di palma che sovrastano l’acqua.
Le persone che vedono passare la nostra barca spesso lanciano degli urli di saluto, oppure mostrano degli oggetti ricavati dalla fibra della noce del cocco.
Evidentemente sperano che la barca attracchi ad uno dei loro piccoli moli contornati dalle mangrovie.
Ci siamo fermati alcune volte durante il percorso per far scendere o salire dei passeggeri, poiché la barca si ferma solo se c’è qualcuno che deve imbarcarsi o viceversa sbarcare.
Quando la barca si ferma è invasa da venditori che offrono le più svariate mercanzie.
Noi abbiamo bevuto il latte di cocco, che vendono con tutta la noce ed abbiamo mangiato riso e verdure impastati insieme e serviti dentro ad una foglia di banano.
Durante la navigazione abbiamo incrociato delle barche trasformate in case galleggianti, in distanza vediamo anche transitare delle grosse barche a vela con la prua a forma di drago..
La traversata delle lagune dura circa otto ore e quando comincia a scendere il sole il cielo assume dei colori bellissimi, sulle rive che costeggiamo si vedono volare molti uccelli tra cui parecchi pappagalli multicolori che fanno un gran chiasso.
Arriviamo cosi ad Alleppey e con Agnese e Maurizio, con cui abbiamo fatto amicizia, andiamo a cercare un albergo.
Dopo esserci sistemati e rinfrescati ci ritroviamo con loro per cenare e trascorriamo insieme una piacevole serata; dopodiché li salutiamo perché noi l’indomani ripartiamo, mentre loro pensano di fermarsi ancora un giorno ad Alleppey.
Il mattino successivo, quindi, siamo nuovamente su di un barcone che, con un viaggio di circa tre ore, ci porta a Kottayam, dove dobbiamo prendere il treno per Trivandrum.
Anche questo tragitto nei canali è simili a quello fatto il giorno prima, ma purtroppo comincia a piovere e dopo poco tempo sembra che abbiano aperto le cateratte, perciò dobbiamo avvolgerci in teli di nailon che gentilmente ci vengono offerti poiché l’acqua penetra in ogni angolo.
Arrivati a Kottayam dobbiamo camminare in mezzo al fango per qualche decina di metri finché troviamo un tuk tuk che ci porta in stazione, dove scopriamo esserci un treno che sta per partire e che va proprio a Trivandrum, compriamo i biglietti di seconda classe e saliamo sul treno che è già quasi pieno di persone, ma riusciamo comunque a trovare due posti in cui sederci.
Gli indiani intorno a noi sembrano molto incuriositi al nostro riguardo e fanno un sacco di domande su di noi e sul nostro paese di provenienza, raccontiamo di come si svolge quotidianamente la vita nel nostro paese e loro ne sembrano affascinati, così trascorriamo piacevolmente il tempo fino all’arrivo, non senza aver dato agli indiani il nostro indirizzo in Italia e promesso di inviare una cartolina, veramente le cartoline saranno almeno cinque perché tutti quelli che erano seduti accanto a noi hanno chiesto di mandargliene una.

TRIVANDRUM e la spiaggia di KOVALAM

Eccoci a Trivandrum capitale del Kerala, la città non è molto interessante ed offre pochissimo ai turisti salvo il visitare il tempio di Sri Padmanabhaswamy dedicato a Vishnu.
Il tempio si può vedere solo dall’esterno, per il fatto che l’entrata è riservata ai soli indù, così decidiamo di non fermarci qui ma di andare direttamente a Kovalam.
Kovalam è una località balneare a pochi chilometri da Trivandrum e frequentata soprattutto da occidentali.
Prendiamo quindi un taxi e ci facciamo portare a Kovalam.
Sta continuando a piovere, purtroppo è la stagione dei monsoni e quest’anno dicono che stia piovendo più del solito!
, Kovalam è da anni molto frequentata da viaggiatori che vengono qui per concedersi qualche giorno di riposo, probabilmente è il più bel paese di mare di tutta l’India, con una lunga spiaggia di colore nerastro e palme tutto intorno. Il posto, è un insieme di piccoli hotel e ristoranti attorno alla spiaggia principale, quella del faro. Nella zona più a nord, oltre alcuni scogli, c’è una lunga spiaggia che si snoda per chilometri; noi ci siamo sistemati al Simi cottages un posto semplice ma vicino alla spiaggia.
Abbiamo cenato in un localino grazioso in riva al mare: spaghetti alle cozze, cheese pakora e due trance di pesce con patatine, abbiamo anche bevuto una birra, però l’hanno portata avvolta in carta di giornale e bisogna tenerla nascosta sotto al tavolo, non capiamo bene se il motivo è il divieto di vendere alcolici oppure se lo fanno per non pagare una tassa particolare, comunque era tutto molto buono ed a basso costo!
Sono le sette del mattino quando veniamo risvegliati da un canto che si diffonde nell’aria, incuriositi ci siamo alzati ed andiamo fuori a vedere che cosa succede, proprio sulla spiaggia vediamo che ci sono tanti pescatori che tirano le funi di una rete da pesca e lentamente la trascinano a riva accompagnando il loro lavoro con dei bellissimi canti; la rete lentamente si avvicina alla riva e quando finalmente viene trascinata sulla sabbia, è traboccante di pesce, rischiando quasi di strapparsi per il loro peso, in mezzo a tutti questi pesci vediamo anche due squali di oltre un metro di lunghezza.
I pescatori raccolgono i pesci in casette ed in secchi vari, tutto intorno a loro vi sono parecchi acquirenti che ne trattano l’acquisto sventolandogli delle rupie sotto agli occhi.
Oggi finalmente c’è di nuovo il sole, anche se all’orizzonte, si vedono nuvole minacciose, passiamo la giornata oziando sulla spiaggia ed ogni tanto ci tuffiamo in acqua.
I bagnanti, sono sorvegliati da un bagnino con in testa un cappello, che serve per riconoscere gli addetti alla sicurezza, questo cappello ricorda un poco quello di pinocchio essendo a punta e molto colorato.
Sulla spiaggia passano frequentemente delle venditrici di frutta, così, invece di mangiare in un ristorante, facciamo una ricarica di vitamine mangiando fette d’anguria, ananas e papaia.
Purtroppo verso le tre del pomeriggio ricomincia a piovere e dobbiamo rifugiarci in albergo dove restiamo fino all’ora di cena.
La pioggia continua a cadere incessante e per sovrappiù è andata anche via l’elettricità, così dobbiamo rimanere in camera con le candele accese.
Ormai fuori è sceso il buio, dato che cominciamo ad aver fame, andiamo di corsa in un ristorantino a poche decine di metri dal nostro albergo.
Anche nel ristorante non c’è la luce e sui tavoli non è possibile tenere delle candele accese, per via del forte vento, quindi, per riuscire a mangiare, usiamo le nostre pile per illuminare i piatti.
Dobbiamo mangiare a turno, dato che il forte vento, fa arrivare la pioggia fino al tavolo, perciò, uno di noi due, tiene aperto un ombrello in direzione del vento, mentre l’altro mangia.
Ritornati in albergo non abbiamo altra scelta che di andare a dormire.
Ci svegliamo che comincia appena ad albeggiare e questa volta non sono i canti dei pescatori ad averci svegliati, ma bensì, sono le urla di un muezzin, che continua a strillare per almeno mezz’ora.
La colazione la facciamo nel ristorantino dove siamo stati ieri sera: bisogna dire che anche se Kovalam è un bel posto, pure qui vi sono degli aspetti negativi.
Uno degli aspetti negativi è rappresentato dalle mosche, che veramente non danno tregua, se mangi qualcosa, ti ritrovi con il piatto nero e devi stare attento a non mangiarle.
Per la verità, i gestori del ristorante, continuano a passare sul tavolo uno straccio imbevuto con una sostanza della medicina ayurvedica che dovrebbe funzionare come repellente, ma che a noi non sembra abbia un grande effetto.
Certo che il problema non è solo quello delle mosche, perché quando scende il sole le mosche spariscono, in compenso arrivano dei nugoli di zanzare, forse sono preferibili le mosche, che almeno non pungono!
C’è nuovamente il sole e così andiamo a fare una passeggiata nei dintorni, salendo su per i sentieri che portano verso la zona alta di Kovalam dove vivono la maggior parte degli abitanti.
Vi sono parecchie casupole, dove è svolta una delle attività più diffuse in questo posto, che consiste, nello spezzare dei massi di pietra in tanti piccoli frammenti che sono successivamente utilizzati per asfaltare le strade.
Questo lavoro è soprattutto affidato alle donne ed ai bambini.
Gli uomini invece, spezzano i massi più grandi, oppure lavorano come pescatori o nel settore turistico, ma molti uomini e donne si dedicano anche alla coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno.
Al nostro passaggio la gente ci rivolge ampi gesti di saluto e talvolta ci chiedono qualcosa in regalo, ma questo di chiedere regali è fatto soprattutto dai bambini, le persone in generale anche se sono povere sembrano vivere la loro povertà in modo sereno e dignitoso.
Verso le 11 torniamo sulla spiaggia e poltriamo distesi al sole a leggere mangiando della frutta deliziosa acquistata dai venditori ambulanti, trascorriamo così la giornata e verso il tramonto torniamo in albergo a prepararci per la cena.

Questa sera fortunatamente non piove ed il cielo è tutto uno sfavillio di stelle mentre la luna comincia a sorgere; Kovalam è molto bella anche di sera e tutti i ristorantini sulla spiaggia sembrano quasi ammiccare verso di noi invitandoci ad entrare, optiamo per uno di questi perché camminando davanti all’ingresso un cameriere ci ha avvicinato facendoci vedere dei gamberoni e delle aragoste che sembrano freschissimi ed in realtà li abbiamo trovati buonissimi!
Facciamo appena in tempo a finire la cena che comincia a tuonare ed arrivano velocemente le nuvole che in un batter d’occhio coprono la distesa stellata e cominciano a scaricare una cascata d’acqua, corriamo in camera e non facciamo quasi in tempo a lavarci che va via nuovamente la luce.
Ha piovuto per tutta la notte e di mattino continua a piovere a dirotto (siamo proprio sfigati); così dato che qui se piove non si sa proprio cosa fare decidiamo di andare a Madurai anche perché ci hanno detto che se continua a piovere così è facile che le strade diventino impraticabili.
Ci hanno anche riferito che a Madras, a causa delle forti piogge, vi sono stati quindici morti e che i senza tetto sono circa centomila.
Sperando che l’allarme sia esagerato, prendiamo contatto con un taxi per farci portare a Trivandrum, da dove partono gli autobus per Madurai.
A Trivandrum ci ritroviamo sotto un vero e proprio diluvio, dobbiamo camminare per qualche decina di metri, con l’acqua che ci arriva all’altezza delle ginocchia.
Il tassista, infatti, ha dovuto lasciarci prima della stazione dei pullman, per via dell’altezza dell’acqua, che ormai, aveva raggiunto le portiere e stava entrando nella macchina.
Fortunatamente gli autobus hanno le ruote più grandi di un’autovettura, di conseguenza, non dovrebbero esserci problemi per arrivare a Madurai.
L’autista vorrebbe caricare i nostri zaini sul tetto ma noi riusciamo a convincerlo, con l’aiuto di una piccola mancia a sistemarli all’interno.
L’autobus non è molto affollato, probabilmente a causa delle cattive condizioni meteorologiche, così troviamo subito dei posti nella parte frontale, sperando che il tempo migliori perché il tragitto dovrebbe snodarsi attraverso un bel paesaggio agreste, almeno così ci hanno riferito altri viaggiatori incontrati, comunque soprattutto speriamo che riesca ad arrivare a Madurai senza problemi per via della pioggia; purtroppo per il paesaggio abbiamo visto ben poco dato che ha continuato a piovere molto forte e tra l’altro un poco di acqua filtrava dal tetto gocciolando da tutte le parti.
Il viaggio è in ogni modo andato abbastanza bene e dopo otto ore arriviamo a Madurai dove sempre sotto la pioggia andiamo a cercare un albergo; ci siamo sistemati all’hotel Devi, un posto decisamente squallido ma visto il tempo che c’è non riteniamo opportuno cercare qualcosa di meglio rischiando di prenderci una lavata d’acqua.
Finalmente, verso sera, ha smesso di piovere, così possiamo fare un giretto per la città e cominciare un poco ad orientarci e vedere dove questa sera potremo cenare.
Madurai è frequentatissima dai pellegrini, qui viene gente da ogni parte dell’india per visitare il grandioso tempio di Sri Meenakshi, i suoi quattro gopuram raggiungono i 50 metri di altezza e si vedono da ogni parte della città, all’interno delle sue mura i fedeli praticamente si accampano e lì mangiano o dormono oltre ovviamente a pregare però ci hanno detto che di sera vengono chiuse le porte e tutti debbono uscirne; queste cose le abbiamo sapute da un ragazzino indiano che ci ha avvicinati mentre passeggiamo e ci propone di accompagnarci il giorno dopo a visitare il tempio.
L’alberghetto dove ci siamo sistemati ha comunque il grosso pregio di avere una terrazza sul tetto da cui all’alba del primo giorno dopo il nostro arrivo, possiamo vedere uno spettacolo a dir poco magnifico, difatti si vede tutto il tempio ed i colori dell’alba lo rendano affascinante, forse lo apprezziamo ancora di più dato che oggi non piove e la giornata si presenta con un cielo limpido.
Facciamo colazione con del riso bollito, banane e chai e poi c’incamminiamo verso il tempio.
Il ragazzino di ieri sera sbuca quasi dal nulla (evidentemente aspettava che uscissimo dall’albergo) e cosi lasciamo che ci accompagni a fare la visita del tempio e della città.
Per entrare nel recinto interno del tempio dobbiamo toglierci le scarpe, d’altra parte quest’usanza è comune a molte religioni e direi che in questo modo a parte il rispetto per il tempio si evita di portare al suo interno quello che eventualmente è rimasto attaccato alla suola delle scarpe.
Nel tempio si stanno svolgendo parecchie cerimonie, ad esempio, in un tempietto vicino ad uno dei gopuram, lanciano dei piccoli pezzettini di burro verso una divinità.
Il ragazzino che ci accompagna spiega che dovrebbero indurre gli dei a favorire la prosperità dei fedeli che fanno quest’offerta. All’interno del cortile c’è anche un grande elefante agghindato con drappi coloratissimi e dipinto con dei disegni a cerchi concentrici, ci siamo ovviamente avvicinati per osservarlo ed il guardiano gli ha dato l’ordine di impartirci la benedizione, l’elefante ha poggiato sulla testa di Erna e sulla mia la sua proboscide poi il guardiano-sacerdote ci ha segnato sulla fronte con una polvere colorata, ovviamente abbiamo fatto una piccola offerta per il tempio.
Usciamo dal tempio, anche perché la parte interna, vale a dire il sancta sanctorum, è interdetto ai non Indù e di questo ne siamo dispiaciuti.
Non riusciamo a capire come mai, nelle chiese cristiane, chiunque può accedere anche se non fedele, mentre in molti templi, sia Indù sia mussulmani o buddisti, questo non è possibile.
Salutiamo il ragazzino che ci ha accompagnato, offrendogli una bibita e pagandolo per il servizio.
Essendo ancora presto, decidiamo di andare a visitare il museo di Gandhi, che si trova parecchio distante dal tempio, ma, dato che non c’è premura, siamo andati a piedi ed è stata una piacevole camminata in mezzo alla folla multicolore.
Abbiamo attraversato un mercato, dove, a parte le solite mercanzie nuove ed usate che si trovano in vendita, notiamo una fila d’uomini accovacciati uno accanto all’altro, che tiene di fronte a loro degli arnesi da muratore.
Vedendoci osservarli, uno di loro chiede se abbiamo bisogno di un operaio.
Veniamo così a sapere che sono persone che offrono i loro servizi per poche rupies a giorno.
Arriviamo al museo di Gandhi, che risulta essere una casa immersa nel verde, nell’ingresso c’è una biglietteria, ma non vediamo nessuno e dato che non sarebbe corretto entrare senza permesso, ci siamo seduti ad aspettare.
Dopo una decina di minuti è arrivato un ometto che spiega di essere andato a bere il chai, facciamo cosi i biglietti per entrare ed il bigliettaio si propone per farci da guida all’interno del museo.
Accettiamo, anche se una volta all’interno, notiamo che nelle teche che custodiscono vari oggetti appartenuti al Mahatma Gandhi, vi sono dei cartelli di spiegazione scritti in inglese.
Comunque il bigliettaio ci racconta qualche particolare in più di quello che vediamo scritto.
La visita è stata interessante ed abbiamo veduto anche il vestito che Gandhi indossava il giorno che fu ucciso.
Torniamo nuovamente verso il nostro albergo, c’è un sole splendente, forse anche troppo perché comincia a fare molto caldo, perciò prendiamo un risciò a motore e raggiunto il centro della città, andiamo a cercare un posto dove mettere qualche cosa sotto ai denti, dato che camminando c’è venuta fame.
Vediamo almeno una ventina di bancarelle una in fila all’altra, che fanno delle specie di frittelle, ripiene di pezzi di patate e verdure, (ovviamente qua di carne non ne cucinano molta poiché sono quasi tutti vegetariani), cosi abbiamo acquistato un cartoccio di frittelle e bevuto una spremuta di arancia mista a lime che è una qualità di limone molto diffusa in questi paesi.
Verso sera siamo andati a prenotare i posti sul treno per Trichy che parte il mattino dopo alle7,30.
E’ da poco sorta l’alba, quando c’incamminiamo per la stazione ferroviaria, dove arriviamo dopo pochi minuti in quanto l’albergo è abbastanza vicino.
Entrati in stazione ci aspetta una sorpresa poiché incontriamo Agnese e Maurizio, anche loro vanno a Trichy, però il treno che prenderanno non è lo stesso che abbiamo prenotato noi, ma bensì, il loro, parte prima.
Restiamo insieme circa una mezz’ora raccontandoci le cose fatte nel periodo che non ci siamo visti, poi salgono sul treno mentre noi dobbiamo ancora aspettare, in ogni caso visto che vanno a Trichy ci siamo dati un appuntamento per ritrovarci al nostro arrivo.

TIRUCHIRAPPALLI (Trichy)

Il viaggio dura circa quattro ore.
La linea ferroviaria si snoda in un bellissimo paesaggio fatto di palme, bananeti e risaie in cui si vedono i bufali trainare placidamente gli aratri di legno.
In mezzo agli alberi si vedono dei piccoli e tranquilli villaggi, dove, su dei grossi teli, è messo ad essiccare il riso.
Arriviamo a Trichy che sono le 11: 30 e troviamo Agnese e Maurizio ad aspettarci, loro si sono già sistemati in un albergo che ci consigliano, così anche noi prendiamo una camera nello stesso albergo.
Mentre disfiamo i bagagli e sistemiamo la nostra roba, arriva Maurizio, che nel frattempo era andato a comprare due bottiglie di birra fresca, perciò, tirati fuori i nostri bicchieri di acciaio, le scoliamo insieme allegramente.
Dopo la birra, andiamo insieme a visitare il tempio sulla roccia “Rock Temple” che si trova sopra ad una collina che sorge in mezzo alla città.
Per arrivare al tempio bisogna salire una scalinata di oltre trecento scalini intagliati nella roccia, ma la scalata viene ripagata dallo splendido panorama che si ammira dal tempio.
Dopo esserci fermati per circa venti minuti a guardare la vallata sottostante, ritorniamo in basso e questo è molto meno faticoso che salire.
Arrivati ai piedi della collina prendiamo due tuk tuk per andare a visitare il tempio d’origine Dravidica di Srirangam, probabilmente il più esteso di tutta l’India.
Questo posto sacro è circondato da sette cerchia di mura ed occupa un’area di ben 2,5 chilometri quadrati, ha 21 gopuram alcuni dei quali giganteschi ed è arricchito da statue e padiglioni.
Certo che, per conoscere tutto quello che vediamo, dovremmo diventare degli esperti di storia indiana, invece noi soprattutto, ci limitiamo ad ammirare le fini sculture, fatte da degli sconosciuti artigiani.
Verso sera, ritorniamo in albergo e dopo esserci fatta una doccia, ci ritroviamo con i nostri amici ed andiamo insieme a cena.
Durante la cena, progettiamo come trascorrere la giornata successiva, decidendo di affittare un taxi e farci portare in giro in modo quasi casuale.
Così verso le otto del mattino prendiamo contatto con un tassista e ci accordiamo per affittare il taxi per tutta la giornata, certo che queste cose si possono fare solo in questi paesi, se fossimo in Italia, per pagare un taxi per tutto il giorno, bisognerebbe fare un mutuo!
Per prima cosa ci facciamo portare a Tanjore.
Già a qualche chilometro di distanza si vedono stagliarsi nell’aria degli enormi Gopuram.
L’autista ci spiega che sono parte del tempio di Brihadeshwara che domina la città.
Ci fermiamo un poco a vedere anche questo tempio, poi chiediamo al nostro autista di portarci nella Green Valley, una zona nei paraggi di Tanjore per lo più sconosciuta al turismo.
Dopo esserci inoltrati per parecchi chilometri, lungo una stradina in terra battuta, incontriamo un tempio Hindù.
Esteriormente è molto bello anche se piccolo, proviamo ad entrare nel tempio ed al contrario di quello che pensavamo, ci lasciano arrivare nella zona che normalmente è riservata agli Hindù.
Non solo possiamo vedere una delle loro statue più sacre, ma uno dei sacerdoti ci ha offerto una piccola ghirlanda di fiori, tutti sono molto gentili, così prima di andare via, facciamo un’offerta, sperando che sia apprezzata.
Andiamo a camminare nei dintorni ed arriviamo in un piccolo villaggio, gli abitanti, incuriositi dalla nostra presenza, si affacciano dalle capanne per osservarci, mentre uno stuolo di bambini ci cammina dietro.
Maurizio ha con se alcune penne e le regala a questi bambini, non direttamente perché altrimenti litigherebbero, ma le fa consegnare dall’autista al capo del villaggio che probabilmente le darà alla loro scuola.
Abbiamo notato che nel villaggio non esiste la corrente elettrica e vediamo alcune persone che stirano utilizzando dei ferri da stiro riempiti con braci ardenti, a noi sembra di ritornare nella preistoria!
Sta ormai venendo tardi, così ritorniamo a Trichy e diamo una buona mancia al nostro autista, che è stato molto paziente e gentile ed ha assecondato senza problemi le nostre richieste.
Alla sera andiamo nuovamente a cena con Agnese e Maurizio, è l’ultima sera che saremo assieme poiché loro domani vanno a Kovalam, mentre noi andiamo già questa sera a Mamallapuram, infatti, il nostro treno partirà alle 23.
Così dopo cena, salutiamo i nostri amici ed andiamo in stazione ad aspettare il treno.

Ritorno a
MAMMALAPURA e MADRAS

Il viaggio non offre niente di diverso dai soliti viaggi in treno, in sostanza ci facciamo una dormita per tutto il percorso ed arriviamo a Mammalapuram verso le sette del mattino e con un tuk tuk andiamo in cerca di un albergo, dopo averne visti alcuni tutti molto scadenti ci fermiamo in uno non migliore degli altri ma che è abbastanza centrale.
Gironzoliamo per tutto il giorno ad osservare i vari artigiani al lavoro per produrre statue di tutte le dimensioni e n’acquistiamo anche due piccole ma che troviamo particolarmente ben fatte; passiamo così il tempo ed alla sera andiamo a cena in un ristorantino vicino al mare dove ci viene servito un pesce da loro chiamato coconut fish che risulta essere squisito.
Ormai siamo vicini al giorno della partenza e siamo quindi ritornati a Madras nello stesso albergo in cui eravamo all’arrivo.
Tutto il personale si ricorda di noi e c’è addirittura qualcuno che nel vederci ci abbraccia; anche all’esterno dell’albergo evidentemente non si sono dimenticati delle nostre facce, le famiglie che vivono sul marciapiede, infatti, fanno dei larghi sorrisi e continuano a chiederci come stiamo.

Abbiamo anche quasi assistito in diretta ad un evento molto particolare, poiché una di queste donne ha avuto le doglie e in pratica ha partorito in mezzo alla strada, sommariamente aiutata dalle vicine di “casa”.
Noi ci siamo molto commossi per la cosa ed abbiamo voluto offrire del chapati e del riso a questa povera gente, che lo ha accettato profondendosi in mille ringraziamenti.
E’ l’ultimo giorno che siamo a Madras, oggi pomeriggio parte l’aereo per ritornare a casa.
Passiamo le ultime ore nei paraggi dell’albergo, conversando con gli abitanti del marciapiede, che ormai, sono diventati quasi nostri amici.
Nel mentre chiacchieriamo, notiamo che da un tombino delle fogne proviene uno strano rumore, ci siamo avvicinati incuriositi e subito emerge un uomo completamente nudo e coperto dalla testa ai piedi d’escrementi (il suo lavoro è di stappare le fognature intasate), gli chiediamo se possiamo fotografarlo e lui, tutto fiero e sorridente, si mette in posa per noi, senza chiedere niente in cambio.
Arriviamo verso le 16 in aeroporto e cominciano i problemi perché il volo della British Airways che va a Londra è stato cancellato per ragioni a noi oscure, incomincia un’odissea che ci porta ad andare con un volo dell’Air India a Bombay dove dicono dovrebbe esserci un volo per Londra che però non c’è, fatto sta che dopo svariate peripezie siamo riusciti ad arrivare a Londra, ma tanto per cambiare anche il volo che dovrebbe portarci a Milano è stato annullato per ragioni tecniche, riusciamo ad arrivare a Milano nel tardo pomeriggio del giorno successivo alla nostra partenza.
Andiamo a prendere il treno per Genova, ma come la classica ciliegina sulla torta, nei pressi di Alessandria si è rotta la locomotiva e restiamo fermi due ore in attesa che venga sostituita.
Comunque siamo arrivati e tutto è bene quel che finisce bene!!!

INDIA 1998

DELHI

Dicono che non c’è il due senza il tre, difatti per noi questo è il terzo viaggio in India, ma questa volta non siamo venuti da soli, con noi ci sono Loretta ed Emilio degli amici che abbiamo conosciuto alcuni anni prima in Madagascar.
Siamo arrivati a Delhi ad un’ora discreta, cioè alle 11 del mattino, così possiamo svolgere le varie pratiche di sbarco senza alcuna premura, una volta ritirati i bagli utilizziamo un taxi per farci portare a Main Bazar dove prendiamo alloggio in un albergo abbastanza defilato dalla confusione della strada principale.
Per noi l’India non è una novità ma per i nostri amici lo è sicuramente, infatti, li vediamo guardarsi in giro con uno sguardo quantomeno stupefatto, eppure non sono viaggiatori di primo pelo avendo già fatto parecchie vacanze intorno al mondo!
Nella zona dove si trova il nostro albergo vi sono un mucchio di carrettieri che si offrono in affitto assieme al loro carretto, ma quando nessuno li cerca, li vedi sdraiati che passano il tempo dormendo, ma non sono solo i carrettieri a dormire bensì vediamo anche molti risciòmen che dormono nelle pose più strane e scomode che si possano immaginare.
La zona di Delhi chiamata Mein Bazar è una delle più caotiche di tutta la città, ma è anche una delle maggiormente caratteristiche.
Se uno non ha mai visto l’India, rimane travolto dalle sensazioni che colpiscono gli occhi l’udito e l’odorato.
E’ qui, in queste strade, che si sente pulsare il cuore di un’India che si sforza di migliorare, ma che rimane legata intimamente al suo lontano passato.

Sembra quasi incredibile vedere gli indiani comportarsi ancora come facevano dieci anni prima, vi sono sempre tanti mendicanti ed a me sembra quasi che siano gli stessi già visti nel viaggio precedente.
Ogni tanto, mentre si cammina per le strade, bisogna accostarsi ai muri, per lasciare passere le mucche sacre, che non hanno nessun problema a darti una cornata, se per caso tenti di passare prima di loro.
Una cosa comunque che fa piacere vedere è che ormai anche in India c’è la teleselezione con i paesi europei e così non si deve più aspettare delle ore per telefonare a casa.
Purtroppo per adesso non si è ancora sviluppato Internet e le postazioni pubbliche sono una rarità ma penso che nel giro di qualche anno cominceranno ad esserci anche qui.
Il giorno dopo il nostro arrivo, andiamo a visitare i posti più interessanti della città, tra cui il Forte Rosso e la moschea Jami Masjid la più grande di tutta l’India.
Nel nostro giro per la città, oltre il forte rosso e la moschea, siamo andati anche a visitare il posto dove è stato cremato il Mahtma Gandhi.
Per entrare in ognuno di questi posti, bisogna sempre togliersi le scarpe, così facciamo anche all’ingresso del mausoleo.
Dopo esserci incamminati all’interno, veniamo fermati da un ragazzino e ci accorgiamo con sorpresa, che ha in mano la nostra macchina fotografica, dimenticata da Erna sul muretto dell’ingresso.
In ogni caso è veramente strano, che già nei viaggi precedenti, avevamo scordato la macchina fotografica in giro ed ogni volta che l’abbiamo dimenticata l’hanno riconsegnata.
Certo che se eravamo in Italia ben difficilmente sarebbero stati onesti come certi indiani.
Nel nostro giro, vediamo tante persone che guardano Loretta incuriositi ed a volte la avvicinano per parlarle, infatti, sembrano entusiasti del colore dei suoi capelli di un fucsia vivo e le chiedono se questo colore è naturale oppure se si tratta di una tinta, lei scherzosamente afferma che si tratta del suo colore naturale!
L’autista che ci ha portato in giro, all’inizio era molto allegro, però è diventato man mano più scontroso poiché lui continuava a proporre di fermarci in vari empori d’artigianato locale incontrati per strada mentre noi sistematicamente abbiamo rifiutato.
Questo insistere per andare a vedere certi negozi è dovuto al fatto che su ogni compera eventualmente effettuata all’accompagnatore corrispondono una percentuale, evidentemente l’autista ci sperava, ma noi, dato che siamo all’inizio del viaggio, non intendiamo fare nessun acquisto.
Torniamo in albergo e dopo esserci un poco rilassati andiamo ad acquistare i biglietti ferroviari per Agra.
Il mattino successivo ci siamo alzati alle cinque ed alle sei siamo in stazione dove aspettiamo ancora circa un ora la partenza del treno. Dopo tanti anni mi sembra di rifare un tuffo nel passato perché la stazione di Delhi non sembra in concreto diversa da quella vista dieci anni fa, ed anche il caos che c’è in giro non mi sembra per nulla diverso, come allora nugoli di persone che dormono o mangiano in ogni angolo, mentre tra loro si aggirano tanti poveracci che chiedono l’elemosina
IL treno però non è più come quelli che ricordavamo ma bensì è un treno moderno trainato da una locomotiva a diesel, la carrozza dove saliamo ha l’aria condizionata e compresa nel costo del biglietto servono la colazione ed offrono il giornale, nonché una bottiglietta d’acqua minerale “Bisleri “che è la marca più diffusa in India e credo che sia di proprietà Italiana o perlomeno deve esserlo stata visto il nome di una marca d’acqua Italiana.

AGRA

Arriviamo ad Agra e ci siamo sistemati in un albergo piccolo ma carino con un bel giardino centrale, l’albergo si chiama “Tourist Rest House ” ed il proprietario è un trafficone che ci fa un sacco di proposte per fare dei tour con una delle sue macchine, infatti, oltre a possedere questo piccolo albergo possiede anche alcune auto che noleggia con servizio d’autista compreso nel prezzo.
Per oggi ci siamo limitati ad affittare un motorisciò, che ci scorrazzerà in giro, rimanendo a nostra disposizione per tutto il giorno ad una cifra molto bassa, vale a dire solo 80 rupie, in pratica poco più di tremila lire (euro 1,50),

Per prima cosa siamo andati a vedere il Forte Rosso, anche se viaggiare tutti e quattro su di un risciò è abbastanza scomodo e stretto, ma per fortuna le distanze sono ridotte.
Il Forte Rosso di Agra, oltre ad essere molto ben conservato, offre una vista stupenda del paesaggio circostante, da qui si può vedere in distanza la parte del Taj Mahal che si affaccia sul fiume.
Dopo la visita al Forte ci facciamo portare all’ingresso del Taj Mahal, dove troviamo una coda per acquistare il biglietto d’entrata che sicuramente sfiora il chilometro in lunghezza.
Ovviamente o facciamo la coda, oppure dobbiamo andare via e cosi pazientemente facciamo la nostra fila.
In ogni caso, la coda non la facciamo tutti e quattro assieme, bensì due alla volta, dandoci il cambio ogni tanto, perché a restare in piedi sotto il sole c’è da stare quasi male.
Cosi mentre due di noi sono in fila, gli altri restano seduti all’ombra di un baniano enorme, che si trova vicino all’entrata.
Passano così circa due ore e finalmente riusciamo a fare i biglietti, poi dobbiamo fare un’altra fila per entrare, ci sono molti controlli ed oltre a dover essere controllati da metal detector fanno anche delle perquisizioni corporali, questo è dovuto al fatto che recentemente ci sono stati alcuni attentati di gruppi separatisti ed hanno paura che venga colpito un simbolo di importanza mondiale come il Taj Mahal.
Finalmente riusciamo ad entrare e lo scenario che si presenta ai nostri occhi è qualcosa di indescrivibile, ormai sta scendendo il tramonto ed il Taj Mahal sembra vivere di luce propria, i colori del marmo cambiano in continuazione seguendo i raggi del sole che lentamente scende dietro l’orizzonte, restiamo così per lungo tempo senza profferire parola ed anche intorno a noi gli indiani parlano sottovoce quasi per non disturbare l’eterno sonno della moglie dell’imperatore Moghol morta nell’anno 1629 e che in questo monumento alla memoria ebbe la più grande testimonianza di amore da parte del marito.
Il giorno dopo, vogliamo andare a visitare la città morta di Fatehpur Sikri.
Il proprietario dell’albergo torna all’assalto, proponendoci di andare gratuitamente con una sua autovettura, per verificare se la macchina propostaci per il giro nel Rajasthan sia valida ed anche per vedere come guida l’autista.



Facciamo così i trenta chilometri che ci dividono da Fatehpur Sikri, con una vecchia Ambassador ancora in ottime condizioni e l’autista sembra che guidi con molta prudenza.
Noi eravamo già stati in questo posto, ma per i nostri amici è la prima volta, per entrare nella città ci fanno indossare una specie di pareo dato che siamo tutti e quattro con i pantaloni corti, d’altra parte pensavamo che essendo una città e non un tempio, non ci sarebbero stati dei problemi, ed anche noi che c’eravamo già stati, non ricordavamo assolutamente di aver dovuto indossare un pareo!
Di Fatehpur Sikri ho già brevemente parlato nel resoconto del primo viaggio in India, bisogna però dire che sebbene noi abbiamo fatto molti viaggi non c’è mai capitato di vedere una città intera abbandonata e rimasta in pratica uguale nel tempo, se, infatti, ci si sofferma un poco a guardarla pare quasi che si possano ancora vedere i suoi abitanti indaffarati nella loro vita quotidiana.
Abbiamo anche passeggiato al di fuori delle mura, dove, in distanza, si vede il caravan serraglio, in cui arrivavano le carovane di cammelli, che portavano le loro merci in città.
Ritornati ad Agra ed essendo soddisfatti sia della macchina sia dell’autista, contattiamo il proprietario dell’albergo ed inizia una lunga trattativa sul prezzo: alla fine della quale ci siamo accordati per avere a nostra disposizione la vettura con autista per un periodo variabile dai 15 ai 20 giorni per un costo di 350 dollari benzina compresa.

SAWAI MADHHAPUR
(Parco Nazionale di Ranthambhor)

Sono le sei del mattino quando, caricati i nostri zaini sulla macchina, partiamo per il giro del Rajasthan. La prima meta che vogliamo raggiungere, è il parco nazionale di Ranthambhor, che si trova a circa sei o sette ore di viaggio da Agra.
Dopo poco più di un’ora dalla partenza ci siamo fermati a bere il te ed a mangiare delle banane; seduti tutti e cinque intorno ad un tavolo cominciamo a conoscere un poco di più il nostro autista.
Ci siamo resi conto di avere a che fare con una persona squisita!
Non è tanto per la gentilezza con cui si propone, ma è tutto il suo atteggiamento che esprime il vivo desiderio di compiacerci.
Si chiama Mukesh ed è molto minuto come corporatura, oltre ad essere magro, ha sia le braccia sia le gambe quasi prive di muscolatura; ci spiega di essere un vegetariano strettamente osservante e ciò significa che non mangia neanche le uova (noi ci chiediamo se il fatto di avere così poca carne addosso dipenda da una carenza di proteine).
Veniamo a sapere che è sposato con un insegnante di scuola elementare e che hanno due figli in tenera età.
Mukesh ci spiega che questo è il secondo servizio che svolge come autista e spera di farci contenti.
La prima volta che è stato assunto per un giro nel Rajasthan, era per una coppia di turisti tedeschi.
Questi turisti continuavano a lamentarsi di tutto, e si erano lamentati anche con il proprietario della macchina, benché lui avesse cercato di fare tutto il possibile per accontentarli, (non abbiamo capito molto bene il motivo delle proteste, anche se dalla descrizione dovevano essere due rompiballe).
Qualora anche noi avessimo protestato con il padrone, lui probabilmente avrebbe perso il posto di lavoro, quindi, sperava di farci contenti del servizio, e che, alla fine del viaggio, avremmo potuto spendere delle buone parole su di lui.
Dopo colazione continuiamo il viaggio, che si svolge abbastanza regolarmente fino a Dausa, una cittadina che si trova sulla strada per il parco.
Poco oltre questo paese, la strada comincia a restringersi fino a diventare una sottile striscia d’asfalto che crea dei problemi ogni volta che s’incrocia un altro veicolo, in quanto, uno dei due deve spostarsi sulla parte di strada non asfaltata e quindi c’è quasi una gara per costringere l’altro veicolo a spostarsi per primo, così succede di fatto che si spostano entrambi all’ultimo istante utile per non entrare in collisione, per fortuna che Mukesh guida con molta prudenza e non va mai eccessivamente veloce!
Dopo parecchi chilometri di questo zigzagare, ci ritroviamo su di una stradina non asfaltata ed a tratti invasa dall’acqua, residuo delle recenti piogge monsoniche.
Ad un certo momento bisogna guadare un torrente che sembra non presentare particolari difficoltà, lentamente Mukesh comincia ad attraversarlo, quando improvvisamente la macchina finisce in un buco nascosto dall’acqua e comincia ad inclinarsi in modo pauroso, malgrado i suoi tentativi frenetici di riportare la vettura su di un tratto di fondo solido, l’acqua sta penetrando a fiotti all’interno ed ormai il lato sinistro della vettura è sommerso sin quasi all’altezza delle maniglie e stiamo quasi per ribaltarci, al che non ci resta che lanciarci fuori dalla parte opposta, a sinistra non è neanche più possibile aprire le portiere pressate dalla corrente.
Riusciamo con difficoltà a recuperare gli zaini che sono purtroppo inzuppati d’acqua e raggiungiamo la vicina riva.
Nel frattempo si sono avvicinati alcuni contadini che provano assieme a noi a spingere la macchina fuori dell’acqua, ma nonostante i nostri sforzi congiunti non si sposta di un millimetro, anzi, continua lentamente a sprofondare.
Mukesh si è accordato con un contadino, che dietro compenso, va nel vicino villaggio a prendere due bufali per trainare la macchina.
Il contadino si allontana in bicicletta e ritorna dopo quasi un’ora con i due bufali che vengono legati con delle funi al gancio anteriore della vettura.
Lentamente la fune viene messa in tensione, ma nonostante gli sforzi di questi forti animali, non vuole proprio saperne di uscire dall’acqua, ma tende sempre di più a sprofondare.
Mukesh parla ancora con il contadino proprietario dei bufali, che inforcata la bicicletta, va nuovamente al villaggio, ritornandone dopo una ventina di minuti, assieme ad un altro contadino alla guida di un vecchio trattore, (nel frattempo si è radunata una folla di almeno un centinaio di persone che assistono allo spettacolo, non solo della macchina, ma evidentemente, sono affascinati da noi occidentali ed osservano attentamente ogni cosa che facciamo) sostituiscono i bufali con il trattore e finalmente la vettura lentamente esce dal torrente emettendo dalle portiere una cascata d’acqua!
Adesso non rimane che tentare di rimetterla in moto: sembra quasi un miracolo, ma al primo tentativo, il motore riparte, anche se, dal tubo di scappamento, esce un enorme getto d’acqua nera, che per un pelo non c’investe.
Possiamo perciò ripartire, ma il problema è che anche i sedili sono zuppi d’acqua, così mettiamo dei sacchetti di plastica distesi in modo da non bagnarci troppo.
In ogni caso, dato che la temperatura è piuttosto elevata, dopo poco tempo, ci accorgiamo che la stoffa comincia ad asciugare.
Mukesh da una parte è contento che la macchina non abbia subito danni, mentre dall’altra ha paura che noi siamo arrabbiati per l’inconveniente e continua a chiederci scusa.
Noi cerchiamo di fargli capire che non siamo per niente in collera con lui e che non intendiamo fare rimostranze al proprietario della vettura.
Nonostante il nostro continuo rassicurarlo, sembra terrorizzato dalle conseguenze che potrebbero capitargli, anche se non saremo certamente noi a creargli dei problemi.
Il resto del viaggio si svolge normalmente ed arriviamo in un paese nelle vicinanze del parco.
Ci siamo sistemati in una guest hause (alberghetto) ed andiamo ad informarci su come fare un safari, prendiamo così contatto con un’agenzia che ci mette a disposizione per il giorno dopo una jeep con autista e guida.
Compriamo anche i biglietti d’ingresso e quindi siamo pronti per andare a vedere gli animali.
Verso le otto del mattino partiamo con la jeep verso Ranthambhor.
Fortunatamente la jeep è abbastanza grande, giacché, oltre a noi quattro, vi sono la guida e l’autista dell’agenzia.
Anche Mukesh, ha chiesto di venire con noi, dato che non è mai stato in un parco per vedere degli animali selvatici; ovviamente abbiamo acconsentito e così dobbiamo stringerci parecchio per stare tutti seduti.
Il parco si presenta come un insieme di basse colline ricoperte da una fitta vegetazione
Vi sono anche molti tratti pianeggianti ricoperti da un bel tappeto d’erba dove vediamo quasi subito dei branchi di cervi pascolare tranquillamente, sugli alberi circostanti si notano molte scimmie ed anche tantissime varietà d’uccelli.
Noi veramente eravamo venuti qui con la speranza di poter vedere le tigri nel loro ambiente naturale, infatti, in questo parco né vivono ben 32 su un territorio di 440 chilometri quadrati.
La nostra guida spiega che in questa stagione è piuttosto difficile vederle, dato che, essendo appena finito il periodo monsonico, la vegetazione è molto alta e limita fortemente la visuale.
Di questo siamo dispiaciuti, non è che volevamo vederne chissà quante ma ci sarebbe bastato osservarne almeno una: comunque sebbene non abbiamo visto le tigri abbiamo visto i loro escrementi! Così ha affermato la nostra guida, facendocene osservare un mucchietto vicino al sentiero.
Sarà vero?…..
Dopo circa sei ore di girovagare ritorniamo a Sawai Madhopur dove si trova l’albergo e dove normalmente fanno base i turisti che vanno a visitare il parco.
Il paese non è molto accogliente ed offre solo alcuni piccoli ma discreti ristoranti, in uno dei quali consumiamo la cena, accompagnata da della buona birra.
Mukesh ha cenato con noi, ma non ha voluto assaggiare la birra, poiché essendo alcolica non è permessa dalla sua religione.

JAIPUR

Al mattino del giorno dopo eccoci nuovamente per strada, oggi andiamo a Jaipur che è nota come la “città rosa” per il colore dell’intonaco degli edifici e delle mura della città.
Jaipur è la capitale del Rajasthan, e deve il suo nome al guerriero ed astronomo Maharaja Jai Singh II (1699-1744), che progettò la città secondo i principi architettonici stabiliti dallo Shilpa-Shastra, antico trattato hindù.
Oggi Jaipur è una città dai vasti viali super trafficati, le antiche mura sono attraversate da sette porte ancora funzionanti attraverso le quali scorre il flusso di veicoli e di persone, una di queste porte conduce allo Johari Bazaar, il famoso mercato dei gioiellieri.
La città vecchia è sovrastata dall’Iswari Minar Swarga Sul (Minareto che Perfora il Cielo), costruito per controllare dall’alto l’intera città.
Arriviamo in città che sono circa le 12 e per prima cosa andiamo a cercare il solito alberghetto.
Fa un caldo torrido e non è consigliabile andare in giro prima che la temperatura non sia più accettabile, così restiamo ad oziare per alcune ore, poi andiamo al centro della città a vedere il palazzo dei venti, che in indiano si chiama Hawa Mahal, certo che ha un aspetto molto interessante e deve essere stato un luogo piacevole per le donne del Maharaja, poiché rimane sempre ventilato, (da qui il suo nome) e dalle piccole finestre che si affacciano sulla strada potevano spiare le persone che passavano sotto di loro.
Al giorno d’oggi, del palazzo, praticamente è rimasta quasi solo la facciata, essendo la parte interna per buona parte inagibile.
E’ il secondo giorno a Jaipur, questa mattina sul presto siamo andati a fare alcune foto del palazzo dei venti, dato che di mattino la luce dovrebbe essere ottima per fotografare; dopo le foto abbiamo fatto un giro per la città andando a visitare sia il mercato dei gioiellieri che l’osservatorio astronomico che risale addirittura al 1728.
In tutte le strade vi sono tantissime mucche che si muovono avanti ed indietro, soprattutto nella parte centrale delle vie, creando ovviamente una gran confusione per chi deve passare vicino a loro.
Nel nostro giro abbiamo anche incrociato due carovane di cammelli carichi di chissà quali mercanzie. Anche Jaipur, come quasi tutte le città indiane, ospita una miriade di risciò e di tuk tuk a motore che come ho già spiegato non sono altro che delle moto tipo ape, che al posto del pianale di carico, hanno dei sedili per i passeggeri.
Nel primo pomeriggio, siamo andati a visitare l’Amber Fort, che si trova a poca distanza dalla città.
Con la nostra vettura bisogna fermarsi in una piazzetta ai piedi del forte, dove sostano parecchi elefanti, che, a pagamento, portano i turisti fino all’ingresso principale del forte.
Loretta era quasi tentata di provare ad andare con l’elefante, ma visto che sia noi che Emilio preferiamo camminare, anche lei si adegua e così si va tutti a piedi.

Il forte anche se molto imponente non offre molte cose di interesse particolare salvo forse alcune stanze con le pareti letteralmente ricoperte di specchi e che sono mantenute al buio, ma che le guide turistiche normalmente, illuminano con un semplice accendino, la cui luce, è amplificata a dismisura dagli specchi.
Finita la visita del forte ritorniamo in basso dove troviamo Mukesh addormentato dentro alla macchina, così Emilio ed io la spingiamo facendola sobbalzare violentemente e spaventando il nostro povero autista!
Ritorniamo in città che ormai è quasi l’imbrunire e cosi andiamo alla ricerca di un posto dove mangiare, di ristoranti ce ne sono parecchi, ma alla fine ci siamo fermati da una bancarella che cucina dell’invitante riso misto con verdure fritte, la scelta è felice ed è tutto buono ad un prezzo ridicolmente basso: naturalmente dopo aver mangiato siamo andati tutti e quattro in un bar a scolare una birra!
Questa notte siamo rimasti svegli a lungo poiché qualcuno ha tenuto accesa la televisione fino alle due inoltrate, ma invece di tenere il volume basso, lo teneva ad un livello incredibile.
Abbiamo anche individuato la camera da dove proveniva il rumore ed abbiamo battuto sulla porta dicendo di far silenzio, ma è stato come se parlassimo ad un muro.

PUSHKAR

Oggi partiamo per Pushkar un paesino sulle rive di un lago di cui ho già parlato nel precedente racconto dell’india del nord; a Pushkar c’è l’unico tempio di tutta l’india dedicato al dio Brahama.
Per tutta la strada incrociamo dei camion che continuano a suonare il clacson e camminano ad una velocità folle.
In giro ci sono molti cani randagi ed è abbastanza frequente che qualcuno venga investito, cosicché si vedono ogni pochi chilometri, delle carcasse lasciate a marcire sul bordo della strada.
Mukesh, per fortuna, guida sempre in modo prudente e non supera quasi mai gli altri veicoli, così possiamo tranquillamente ammirare il paesaggio circostante.
Finalmente arriviamo a Puskar e troviamo da dormire nello stesso albergo in cui eravamo stati noi due 10 anni prima.
A proposito di dormire, forse qualcuno si è chiesto dove dorme il nostro autista, ebbene per gli autisti che accompagnano i turisti, solitamente ci sono dei locali molto semplici, dove possono dormire senza dover pagare, possono anche utilizzare tutti i servizi igienici dell’albergo: Mukesh evidentemente li usa perché è sempre pulito e con gli abiti perfettamente in ordine.
Pushkar è una piccola cittadina che si gira tranquillamente a piedi senza nessun problema: Emilio e Loretta sono incantati dal paesaggio che ci circonda ed anche per noi è rivivere delle sensazioni già provate ma sempre molto belle.
Il paese di Pushkar non è cambiato molto anche se la presenza di turisti è più massiccia.
Qua e là vediamo alcune nuove insegne di ristoranti e ci sono parecchi negozietti che prima non c’erano, ma per il resto, sembra rimasto tutto fermo nel tempo.
I vicoli si snodano vicino alla riva del lago, su cui si affacciano i ghat, dove parecchie persone si cospargono il corpo con le sue acque.
Tra i vicoli c’è il solito scorrere di gente, si notano anche delle donne che indossano dei sari molto lavorati, con dei piccoli specchietti come adornamento,
Veniamo a sapere, che sono delle nomadi di una tribù che vive nel deserto del Thar, ma che in questo periodo, è accampata a pochi chilometri dal paese.
Verso l’ora del tramonto ci siamo seduti in riva al lago.
Vorremmo rimanere in silenzio ad ammirare il sole che piano piano scende, creando degli effetti di luce favolosi, ma purtroppo, a poca distanza da noi, cominciano a suonare dei tamburi e continuano a suonarli ininterrottamente fin che il sole scompare all’orizzonte.
Se fosse stata una musica cerimoniale avrei potuto anche apprezzarla, ma era suonata esclusivamente per i turisti, che a qualche decina di metri da noi, si accalcavano ai tavolini di un ristorante che s’affaccia sulla riva.
Alla sera siamo andati a cena in un ristorantino con vista sul lago ed abbiamo mangiato: spaghetti, pizza, vegetali misti e due birre (evidentemente si sono adeguati ai turisti anche se la birra, la mimetizzano dentro ad una brocca d’acciaio).
Restiamo ancora una giornata intera a Pushkar, dedicandola alla visita di alcuni templi; volevamo anche visitare il tempio di Brahama, ma è vietato l’ingresso ai non induisti, così ci siamo limitati a sbirciarne l’interno dal cancello di entrata.
Anche stasera ci siamo seduti sulla riva del lago, ma ad alcune centinaia di metri da dove eravamo la sera prima: meno male che lo abbiamo fatto perché, anche se in distanza, si sentono nuovamente suonare i tamburi della sera prima
Addio Pushkar ….. o forse arrivederci.
Sono le sei del mattino e stiamo per partire, diamo un ultimo sguardo al lago e poi con un poco di rimpianto saliamo in macchina e partiamo per Jodhpur.

JODHPUR

A Jodhpur ci siamo fermati solo una giornata, la città, infatti, non c’ispira in modo particolare e sembra più che altro caotica, andiamo così a visitare il forte che si rivela essere uno dei più belli e meglio conservati del Rajasthan.
Dall’alto delle proprie mura domina la città che si estende ai suoi piedi.
Le case della città sono per la maggior parte dipinte in blu, questo dovrebbe significare che i proprietari sono della casta dei Brahamini, ma a noi sembra strano che siano così tanti.
In ogni caso è una vista veramente fantastica.
Vicino al forte ma leggermente più in basso, visitiamo un monumento commemorativo di un Maharaja, un certo Jaswant Sing II.
Il monumento è abbastanza bello e costruito tutto in marmo bianco; nella parte posteriore vi è anche un crematorio reale, accanto ad esso vi sono tre grandi cenotafi (monumenti sepolcrali)
Dopo la visita al forte facciamo un giro per il centro della città ed andiamo a vedere anche la torre dell’orologio intorno alla quale si svolge un mercato affollatissimo.
E’ l’alba quando nuovamente si parte, questa volta in direzione Jaisalmer che dista oltre 300 chilometri e probabilmente richiederà almeno sei o sette ore di viaggio.
Il viaggio si svolge abbastanza bene e non fa caldo, anzi, a pochi chilometri da Jaisalmer, comincia a piovere ed arriviamo in città sotto ad un violento acquazzone.
Durante il viaggio verso Jaisalmer abbiamo incontrato un personaggio molto strano che faceva delle capriole sulla strada avanzando lentamente in questo modo; incuriositi ci siamo fermati poco dopo averlo sorpassato e quando è arrivato alla nostra altezza ha smesso di rotolare e con Mukesh che faceva da interprete ci ha spiegato di essere un ex militare che per motivi religiosi aveva deciso di attraversare tutta l’India facendo le capriole, ci ha detto che sono quattro anni che sta rotolando e che, se non succederà niente di particolare, dovrebbe raggiungere la sua meta dopo circa un anno. Veramente dove stesse andando non l’abbiamo capito, in ogni modo non era solo, perché dietro di lui viaggiava un piccolo carro dipinto di rosso e tutto imbandierato con molte scritte sui fianchi per noi incomprensibili. Il carro era trainato da un bue alla cui guida c’era un tizio che diceva d’essere parente del rotolatore, mentre seduta sul carro, c’era una donna che probabilmente svolgeva il ruolo di vivandiera.

JAISALMER

Arrivati in città, andiamo in cerca di un albergo e ci sistemiamo in uno modestissimo, ma che reclamizza con un grosso cartello, il fatto di fornire ai propri clienti, la doccia più abbondante e calda di tutta l’India.
Sta continuando a piovere e da queste parti è una cosa abbastanza rara visto che siamo in prossimità del deserto, oltretutto l’aria si è rinfrescata parecchio e fa quasi freddo, così, per oggi, ci limitiamo ad una piccola passeggiata nelle strade ai piedi della città fortezza,
Durante la passeggiata siamo capitati casualmente in una stradina, in cui, tutti i negozi, sono occupati da piccole sartorie che, a richiesta, tagliano e cuciono un capo di abbigliamento e te lo consegnano nel giro di un’oretta!
Alla sera abbiamo cenato in un ristorante che offre una bella vista del forte, si cena su di una terrazza, ma abbiamo dovuto indossare le maglie per proteggerci dal freddo.
Ci siamo svegliati che sta appena iniziando ad albeggiare, la giornata sembra serena e da un terrazzino sul tetto dell’albergo possiamo godere di una vista eccezionale, le case tutto intorno, hanno un color ocra e con i primi raggi di sole, assumono quasi delle sfumature dorate.
Facciamo tutti e quattro colazione su questo terrazzino, sul quale, in un bugigattolo, preparano delle uova e del chapati con contorno di caffè e lassi; il tutto viene servito su di un tavolo sbilenco con accanto due panche su cui sedersi.
Dopo la colazione raggiungiamo a piedi l’interno del forte, purtroppo le strade sono piene di fango in conseguenza della pioggia caduta per tutta la notte, ma visto che oggi splende il sole, probabilmente tra poco tempo sarà nuovamente tutto asciutto.
All’interno della cinta muraria troviamo una vera e propria cittadina tuttora abitata: il posto è molto caratteristico e le case sono riccamente decorate, talune rasentano una vera e propria opera d’arte, come le Havelis, case costruite da ricchi commercianti, ed è in una di queste che si può entrare, ovviamente pagando un biglietto d’ingresso.
L’Haveli che visitiamo si chiama Salim Singh Ki ed ha preso il suo nome da un primo ministro che la fece costruire.
Una delle caratteristiche di questa casa è rappresentata da una torre di pietra tappezzata da fiori, pavoni ed altre sculture in miniatura.
All’interno si può ammirare una stanza nella quale il Primo Ministro del Rajasthan osservava ballare le sue mogli; la stanza è ricca di specchi, che in origine coprivano anche il pavimento.
In un lato della camera si può ancora vedere un piccolo trono, sul quale sedeva il padrone di casa circa 300 anni fa.
C’è anche una fontana, che era alimentata da un serbatoio posto sul tetto, in cui si raccoglieva l’acqua piovana, di questo serbatoio oggi non vi è più traccia.
Continuiamo a girare per le stradine del forte, spesso dobbiamo accostarci ai muri per lasciare passare le onnipresenti vacche sacre.
Per le stradine circolano anche tante caprette, alcune sono molto belle e presentano un manto dal lungo pelo e delle strane orecchie che pendono ai lati della testa, con lunghezze di 15 o 20 centimetri.
Giriamo in lungo e in largo per la città-fortezza e ci sembra quasi impossibile che sia rimasta così ben conservata nel corso dei secoli, infatti, risale addirittura al 1156 quando fu fondata da Rawal Jaisal, un capo Rajput che si proclamava discendente della luna.
Usciamo dal forte, verso le due del pomeriggio e facciamo una piccola pausa presso una bancarella dove friggono in un’enorme pentola piena d’olio delle frittelle di ceci e patate.
Le frittelle sono buone e così praticamente diventano il nostro pranzo, accompagniamo le frittelle con un chai bollente e poi raggiungiamo la strada dove ci aspetta Mukesh con la macchina per andare a visitare i dintorni di Jaisalmer.
Vediamo così alcuni bei templi Jainisti e dei cenotafi (tombe dei vari signori del posto), nei pressi di esse si estende una fertile oasi in cui sono coltivate le verdure e la frutta che ogni giorno viene portata in città da delle donne vestite con abiti coloratissimi.
La giornata che inizialmente sembrava essere serena, sta diventando nuovamente grigiastra e le nuvole hanno coperto definitivamente il sole; andiamo comunque verso una zona di deserto che chiamano le dune di Sam.
Arrivati in questo posto, vediamo decine di cammelli, che aspettano di essere affittati da eventuali turisti.
Oggi devo dire che di turisti ce ne sono proprio pochi e quasi tutti sono indiani!
Emilio ed io non ci facciamo irretire dai cammellieri e preferiamo restare in mezzo alle dune ad osservare il paesaggio circostante, punteggiato dalle tende dei nomadi.
Loretta ed Erna si lanciano nell’avventura e si avviano ognuna su di un cammello verso delle dune che s’intravedono in distanza, ovviamente i cammelli sono guidati da dei cammellieri provetti.

Le due avventuriere tornano dopo neanche un’ora, meglio cosi, perché si è alzato un vento gelido e sta nuovamente iniziando a piovere.
Non è che sono molto entusiaste del giro fatto, i cammelli erano pieni di zecche grandi come delle nocciole, inoltre i sedili non erano molto stabili ed hanno rischiato di cadere a terra.
Dato che sono anche abbastanza infreddolite c’infiliamo dentro una tenda dove servono del tè bel caldo e rimaniamo per un poco all’interno.
Vi sono dei nomadi che ci propongono di passare la sera a cena da loro, ovviamente a pagamento.
L’idea non ci attrae molto, anche perché sta cominciando a piovere abbastanza forte e si sentono dei tuoni in distanza, quindi decidiamo di rientrare a Jaisalmer.
Siamo in albergo e fuori piove a dirotto, l’unica consolazione è che veramente la doccia che si può fare ha un potente getto d’acqua ed è anche molto calda, proprio come viene pubblicizzato!
A Jaisalmer siamo rimasti ancora un giorno a gironzolare per le stradine ed a visitare altre due Havelis. Nel primo pomeriggio siamo andati con Mukesh in un villaggio di nome Khuri, non molto distante dalla città, ma che si trova già circondato da dune di sabbia.
Il posto è carino e le capanne richiamano alla mente un villaggio africano, in quanto le mura sono d’argilla ed i tetti ricoperti di paglia.
La giornata trascorre in modo piacevole, la pioggia oggi non si fa vedere, c’è invece per tutto il giorno un sole cocente che porta in fretta la temperatura ad un livello molto alto, così passiamo nel giro di poche ore dal freddo al caldo.
Questi sbalzi termici sono tipici delle zone desertiche dove normalmente di giorno fa caldo e di sera l’aria diventa molto più fredda.
Ancora una colazione sul tetto del nostro albergo e ci godiamo l’ultima vista di Jaisalmer, infatti, oggi ripartiamo, continuando il viaggio verso la città di Bikaner.
La strada è piuttosto monotona, terra arida, con qualche cespuglio qua e là, vi sono molti greggi di capre che brucano i radi cespugli ai bordi della strada.
Incrociamo anche alcune carovane di cammelli, che camminano tranquillamente sulla strada, bloccando quasi completamente il traffico.
Il viaggio dura grosso modo otto ore, arriviamo perciò nel primo pomeriggio e sistemati i nostri zaini in un albergo, andiamo subito a perlustrare la città ed il suo forte.
La città non è molto interessante, si vedono delle antiche mura che la circondano, nel passato Bikaner rivestì una certa importanza come punto di passaggio di una carovaniera; il forte che invece pensavamo modesto si rivela essere molto ben conservato e ricco di belle decorazioni.
La visita di Bikaner e del suo forte non ha richiesto molto tempo, decidiamo così di andare a Deshnok, un villaggio a circa 30 chilometri, dove sorge il tempio Karni Mata.
Questo tempio è dedicato ai topi, in cui, secondo la leggenda, si reincarnano i poeti e gli scrittori, ma non è l’unica versione che spiega il motivo dell’adorazione dei topi.
Si narra anche che una madre chiese a Karni Mata di resuscitare suo figlio, rapito prima del tempo dalla dea della morte Yama e già reincarnato.
L’indignazione di Karni Mata fu tale che essa proclamò che mai nessuno, della sua discendenza, sarebbe caduto nelle mani di Yama, perciò decise che, dopo la morte, gli uomini, prima di reincarnarsi, avrebbero temporaneamente abitato in un topo.
Ed è per questo motivo che i devoti nutrono i topi, essendo persuasi di avere un contatto con un proprio caro recentemente scomparso e potersi, a loro volta, reincarnare in mistici o in uomini santi.
. Arrivati all’ingresso del tempio la prima cosa che facciamo è quella di indossare dei vecchi calzini per proteggere i nostri piedi dato che all’interno non si possono indossare le scarpe, (questo ci hanno consigliato altri viaggiatori) appena varcato l’ingresso ci troviamo di fronte ad uno spettacolo a dir poco sconvolgente: miglia di topi scorrazzano tranquillamente dappertutto e non sono dei topolini ma dei grossi topi ben pasciuti, poiché vengono amorevolmente nutriti dai fedeli sui quali si vedono talvolta arrampicarsi quasi a chiedere del cibo, vediamo decine di questi topi abbeverarsi da alcune ciotole d’acqua disposte nel cortile, alcuni sacerdoti sono seduti all’interno del tempietto che ospita la statua di Karni Mata ed ai cui piedi vi è un vassoio pieno di cibo, i topi sembrano quasi fare la fila per cibarsi, probabilmente ciò è dovuto ad un ordine gerarchico che regna tra di loro.
Notiamo anche parecchi topi che presentano delle gravi ulcere e ferite ancora sanguinanti, non si capisce come se le siano procurate.
Noi crediamo che tra loro si scatenino delle feroci battaglie se non per il cibo, che evidentemente qui non manca, sicuramente per imporre agli altri topi maschi il proprio predominio sulle femmine.
Nell’aria si diffonde un odore a dir poco nauseante che con il passare del tempo diventa insopportabile così per evitare di sentirci male lasciamo alla loro sorte i topi ed i loro protettori!
Usciamo dal tempio ed immediatamente ci togliamo i calzini che sono sporchi dei loro escrementi e li buttiamo via, cercando anche di pulirci piedi e mani con del disinfettante che avevamo portato dietro proprio per quest’evenienza.
All’imbrunire siamo nuovamente a Bikaner, dove restiamo solo una notte, perché ormai il giro del Rajasthan è agli sgoccioli e dobbiamo raggiungere al più presto Delhi.
Ed è al mattino alle sette che siamo nuovamente in viaggio, questa volta ripasseremo da Jaipur e da lì raggiungeremo nuovamente Delhi.
Durante il viaggio verso Jaipur, ci siamo fermati per circa un’ora, in un paesino di nome Mandawa, dove visitiamo alcune Havelis molto diverse da quelle di Jaisalmer, perché qui vi sono parecchi dipinti murali che rappresentano scene di vita quotidiana.
La parte centrale di queste havelis è occupata da dei cortili ombrosi.
Molto probabilmente, all’epoca in cui furono costruite, dovevano essere delle stupende abitazioni, ma l’incuria dei suoi abitanti ha prodotto nel tempo dei guasti quasi insanabili, che richiederebbero un grosso intervento di restauro: peccato!
Arriviamo a Jaipur che ormai è quasi sera e dopo aver trovato un albergo, andiamo a cena in una pizzeria gestita da un’italiana.
Con noi è venuto anche Mukesh che solitamente preferisce cenare da solo, ma vista la nostra insistenza ha accettato di accompagnarci.
Ovviamente abbiamo ordinato la pizza per tutti.
Pensavamo che la pizza sarebbe piaciuta anche a Mukesh, ma lui, dopo averne assaggiata solo un pezzettino, dice di non trovarla molto buona e di preferire una portata di cibo indiano.
Per non lasciarlo a stomaco vuoto, chiediamo ad un cameriere se hanno un piatto indiano, perciò, mentre noi mangiamo anche la sua pizza, Mukesh si mangia un piatto di dhal.
Subito dopo cena andiamo tutti a dormire dato che il viaggio fin qua è stato piuttosto lungo e domani saremo nuovamente per strada.
La strada verso Dehli come c’era da aspettarsi è molto trafficata, gli autisti indiani sono veramente spericolati e fanno dei sorpassi che solo a vederli ti fanno rizzare i capelli in testa, una delle conseguenze di questo modo di guidare è la strage di cani randagi che viene effettuata, sembra quasi normale vedere sul bordo della strada dei cani morti od ancora agonizzanti per essere stati investiti da qualche veicolo, noi fortunatamente siamo riusciti ad evitare degli investimenti ma ne siamo stati testimoni di alcuni; quello che non riusciamo a capire è perché i cani continuino tranquillamente a correre sulle strade incuranti delle macchine che passano!
A Dehli arriviamo nel primo pomeriggio e ci facciamo accompagnare da Mukesh alla stazione ferroviaria.
Non ci resta che salutare calorosamente il nostro simpatico autista che oggi stesso tornerà ad Agra.
Gli abbiamo consegnato una lettera per il proprietario della vettura, nella quale, oltre ad affermare che Mukesh si è comportato molto bene, specifichiamo che se incontreremo altre persone interessate a fare un giro nel Rajasthan le consiglieremo di chiedere d’avere lui come autista.
Per noi è giunto il momento di cominciare a viaggiare nel modo classico, cioè usando i mezzi pubblici, a Dehli non intendiamo fermarci ma vogliamo proseguire per Amritsar, per cui facciamo la fila ad uno sportello pensando di poter acquistare i biglietti, invece ci dicono che i biglietti per il “Golden Temple Mail ” si acquistano in un altro posto, così ci spostiamo all’altro lato della stazione e rifacciamo la fila. Questa volta abbiamo imbroccato lo sportello giusto, solo che i biglietti per questo treno, non vengono emessi prima delle 17,30, perciò dovremo tornare più tardi.
Per far passare il tempo, decidiamo di lasciare i nostri zaini in deposito nella stazione ed andiamo a fare un giro in Main Bazar, dove, oltre a fare uno spuntino, acquistiamo un poco di frutta da portarci sul treno.
Verso sera siamo di nuovo in stazione e finalmente riusciamo ad avere i biglietti!
Dato che si viaggerà di notte e memori dei precedenti viaggi in India, abbiamo anche prenotato lenzuola cuscini e coperte.
Il treno partirà dal binario nove e siccome non abbiamo più molto tempo a disposizione, decidiamo di andare subito al treno che si trova già sui binari della stazione.
Per raggiungere il binario dove ci aspetta il nostro treno dobbiamo farci largo in una ressa di persone indescrivibile, e solamente spingendo senza tanti complimenti, si riesce seppur lentamente, ad avanzare verso il nostro obiettivo.
Il treno per Amritsar è abbastanza nuovo da vedere e nella carrozza da noi prenotata c’è anche l’aria condizionata (di questo ci accorgiamo subito dopo la partenza perché tengono il condizionatore a stecca e si muore dal freddo)
Il viaggio si svolge in maniera normalissima, ceniamo sul treno dove ci vengono serviti yoghurt, riso verdure e nan, il tutto abbastanza appetibile.
Dopo cena, chiacchieriamo con un ragazzo Indiano che vive in Europa e parla spagnolo, perciò Emilio, che conosce bene lo spagnolo, ha un’ottima occasione per esercitarsi.
Per fortuna che abbiamo affittato lenzuola e coperte altrimenti avremmo veramente sofferto il freddo!

AMRITSAR

Il treno arriva puntuale ad Amritsar alle sei del mattino: viaggiare di notte può essere comodo se uno vuole dormire ma purtroppo non si vede niente del paesaggio che ci circonda.
In stazione prendiamo due tuk tuk ed andiamo in una Guest Hause raccomandataci da due Francesi, che erano stati ad Amritsar alcuni giorni prima di noi.
Abbiamo ovviamente a disposizione l’intera giornata, perciò decidiamo di fare un giro per la città per vedere i posti più interessanti, lasciando per ultimo il pezzo forte, vale a dire il tempio d’oro.
Ma prima di iniziare il giro della città siamo andati alla stazione degli autobus ad informarci sugli orari, dato che domani intendiamo andare a Dharamsala.

Amritsar è la capitale dello stato Indiano del Punjap ma è anche la capitale spirituale dei sikhs.
Il suo nome significa vasca del nettare e fu chiamata così dal quarto precettore religioso della fede sikh; essa si trova a pochi chilometri dalla frontiera con il Pakistan.
Come città non è molto diversa dalle altre, salvo ovviamente, la presenza dominante dei sikh, che qui sono la maggioranza della popolazione.
Un tempio che visitiamo, è quello Indù dedicato a Durga, che, a parte il fatto di trovarsi al centro di un laghetto, non offre niente di particolarmente interessante, perciò dopo poco tempo, siamo usciti e ci siamo recati a visitare un bel parco, che ricorda l’eccidio commesso dalle truppe inglesi nel 1919 e che costò la vita o ferì gravemente ben duemila persone.
Questo parco è molto piacevole e tranquillo, vi sono anche parecchie scolaresche che vengono a visitarlo e si limitano a guardare senza fare chiasso, come ci si aspetterebbe normalmente da degli scolari.
Usciti dal parco ci rechiamo a visitare l’Hari Mandir cioè il tempio d’oro.
Come descrivere questo posto è veramente una cosa quasi impossibile, appena si supera l’ingresso che immette nel cortile interno, si rimane colpiti dal tempio, che a non molta distanza, si erge in mezzo ad un lago stracolmo di pesci.
La sua cupola ricoperta da lamine d’oro ti riempie gli occhi e ti lascia senza fiato, sotto i raggi del sole brilla talmente da abbacinare e quasi bisogna distogliere lo sguardo.
Intorno al lago si ergono molti edifici per uso sia religioso sia amministrativo, tutti questi edifici sono contornati da un lunghissimo porticato.
Vediamo che in un lato del cortile, vi sono centinaia di ciotole, che vengono pulite con della sabbia sino a renderle lucide.
Chiediamo delucidazioni ad una delle persone che sta pulendole.
Essa, ci spiega che le ciotole, sono normalmente utilizzate per la distribuzione gratuita di cibo ai fedeli in visita al tempio e loro svolgono questo servizio di preparazione del cibo e della sua distribuzione come volontari.
Lungo il porticato, vediamo che ci sono alcune bacheche colme di banconote e d’oggetti d’oro che sono offerti dai fedeli, per migliorare e conservare tutto il complesso.
Sulla riva del lago centinaia di persone pregano e si aspergono con l’acqua.
Anche qui siamo abbastanza oggetto di curiosità poiché di turisti occidentali non se ne vedono molti.
Loretta è stata circondata da un gruppo di ragazze indiane, che affascinate dai suoi capelli color fucsia continuano a chiederle se sono naturali, oppure come ha fatto ad ottenere quel colore.

Per raggiungere l’interno del tempio dobbiamo fare una lunghissima fila che passa attraverso l’unico ponte che lo collega alla riva.
Avanziamo lentamente e dopo circa mezz’ora, arriviamo alla porta d’ingresso, dove, seduti a gambe incrociate, dei monaci, leggono in continuazione un testo sacro.
Seguiamo la processione di fedeli e vediamo altri sacerdoti intenti a leggere od a salmodiare delle strofe di carattere religioso, il tutto è accompagnato sovente dalla percussione di un gong che si trova all’interno del tempio.
Saliamo al piano superiore seguendo la fiumana di gente che ci sospinge in avanti, e così riusciamo a dare un rapido sguardo al lago visto dall’alto, mentre stiamo per ridiscendere un sacerdote ci chiede di che nazionalità siamo ed alla nostra risposta, dice che per loro la città di Amritsar è sacra come per noi lo è Roma, ma che comunque siamo tutti figli di un unico dio.
Verso l’imbrunire, mentre ormai gli ultimi raggi di sole accarezzano il “Golden Temple” ci allontaniamo lentamente, pensando che purtroppo la religione in passato e probabilmente in futuro provocherà tanti morti, benché ci siano anche molte persone, come il sacerdote che ci ha interpellato, le quali desiderano, che tutte le religioni convivano pacificamente.
Dico questo perché anche il tempio d’oro è stato teatro nel recente passato di sanguinosi scontri.
Questi eventi furono dovuti ad estremisti religiosi sikh, che, volendo l’indipendenza del Punjap, lo occuparono, prendendo in ostaggio delle persone e provocando così l’intervento dell’esercito indiano che uccise molte persone anche innocenti.
Come conseguenza di questi fatti, si verificò l’assassinio di Indira Gandhi, che all’epoca, era primo ministro dell’India e fu uccisa da dei Sikh della sua stessa scorta.

Usciti dall’area del tempio andiamo a piedi nella zona della stazione ferroviaria e ci fermiamo in un localino dove cucinano dei polli allo spiedo che sembrano abbastanza carnosi da vedere, al contrario dei soliti polli rinsecchiti che si trovano normalmente in vendita; la scelta è indovinata ed il pollo è buono.

DHARAMSALA

E’ l’alba del giorno successivo al nostro arrivo ad Amritsar e siamo in partenza per Dharamsala.
La prima parte del viaggio arriva sino a Pantankhot, dove dovremmo trovare un altro autobus per l’ultima parte del viaggio.
Arrivati a Pantankhot, veniamo a sapere che non c’è nessun autobus che va direttamente a Dharamsala, perciò, dobbiamo per forza prenderne uno che va nel villaggio di Gagal, il quale dista circa 10 chilometri dalla nostra destinazione.
La strada, che prima era abbastanza facile, adesso comincia a salire parecchio e ci sono un sacco di tornanti, approfitto perciò di una sosta per salire sul tetto e fissare più saldamente i nostri zaini, che rischiavano di cadere ad ogni curva.
L’autista non è uno di quelli prudenti ed affronta la strada scommettendo sulla propria capacità di controllare il mezzo, il guaio è che sul mezzo ci siamo anche noi!
Arriviamo comunque a Gagal e lì dobbiamo aspettare un’ora prima che un altro autobus vada a Dharamsala.
Arrivati a Dharamsala bisogna ancora prendere un altro trasporto per la parte alta del paese che si chiama Mcleodganj, infatti, è qui che si trovano la maggior parte degli alberghi e dei servizi turistici.
Dharamsala si presenta a noi come se fossimo usciti dall’india e ci trovassimo nel Tibet.
Tutto quello che ci circonda non ha niente di indiano, poiché i profughi tibetani hanno ricostruito in questi luoghi una parvenza della loro amata patria; ed è qui che ha sede il governo Tibetano in esilio.
Il Tibet, una nazione indipendente con una storia che risale a127 a.C., è stato invaso nel 1949 dalla Repubblica Popolare Cinese.
L’invasione del Tibet è stata un atto d’aggressione ed in aperta violazione delle leggi internazionali.
Oggi il Tibet è considerato una provincia cinese ed il popolo tibetano è oppresso da un’occupazione illegale e repressiva.
Il Dalai Lama, capo di stato e guida spirituale del Tibet, essendo contrario all’uso della violenza, ha tentato per otto anni di coesistere pacificamente con i cinesi.
Ma la sistematica conquista del territorio del Tibet e del suo popolo da parte della Cina ha provocato ripetuti atti di repressione.
Il 10 marzo del 1959, la resistenza tibetana è culminata in un’insurrezione nazionale contro i cinesi.
L’esercito Cinese ha schiacciato gli insorti, uccidendone oltre 87.000 ed arrestandone migliaia
Il Dalai Lama, insieme ai membri del suo governo ed a circa 80.000 tibetani sono fuggiti dal Tibet e hanno cercato asilo politico in India, in Nepal ed in Bhutan, ma è proprio qui a Dharamsala che vive il Dalai Lama ed ha sede il governo tibetano in esilio.

Mcleodganj non è altro che la parte alta del paese, infatti, Daharamsala è ad un’altitudine di circa 1350 metri, mentre qui siamo a 1800 metri.
Per spostarsi dal centro della città fino a questa frazione, bisogna percorrere a piedi delle stradine, oppure prendere un mezzo di trasporto, che però, deve fare una strada molto tortuosa e ripida e lunga ben 10 chilometri.
Noi nei giorni che siamo stati qui, abbiamo di solito scelto i sentieri, che oltretutto, offrono delle viste stupende sulle montagne circostanti.
Siamo alloggiati in un albergo gestito da una cooperativa tibetana.
Le camere sono pulite, ma arredate solo con i letti ed una sedia, non c’è neanche un chiodo dove poter appendere della roba, per quanto riguarda i servizi, ovviamente sono in comune e la doccia è fredda, ma chiedendo, si può avere un secchio di acqua calda.
Siamo rimasti tre giorni in questo posto accogliente ed in tutti i ristoranti in cui abbiamo mangiato, il cibo è stato sempre ottimo.
Abbiamo provato anche la cucina tibetana ed uno di questi piatti era veramente eccezionale.
Questo piatto si chiama momo ed è fatto con una specie di grossi ravioli in pasta di riso, con il ripieno di carne.
Nel nostro camminare siamo arrivati anche nelle vicinanze della villa dove vive il Dalai Lama, che all’apparenza si direbbe proprio non trattarsi male.
Lui normalmente quando si reca in qualche posto, non fa come noi comuni mortali che devono usare un mezzo su ruote, ma c’è un elicottero che atterra direttamente nel parco della sua villa!

Per le strade di Dharamsala s’incontrano spesso delle persone che tengono in mano una specie di cilindro e lo fanno ruotare continuamente.
Veniamo a sapere che, all’interno del cilindro, vi è una pergamena, sulla quale sono scritte delle preghiere e quindi facendolo girare significa praticamente recitarle.
Lo stesso principio è utilizzato nei templi buddisti, dove vi sono delle lunghe file di grossi cilindri, ognuno contenente dei rotoli da preghiera ed i fedeli debbono percorrere tutta la fila facendoli ruotare uno dopo l’altro.
Salutiamo anche Dharamsala; sono le cinque del mattino e viene a prenderci una macchina con autista che abbiamo affittato per andare fino a Rishikesh.
La spesa per la macchina è abbastanza alta, ma essendo in quattro a dividerla la cosa diventa accettabile.
Abbiamo deciso per la macchina, poiché per arrivare a Rishikesh, avremmo dovuto cambiare un sacco di mezzi di trasporto e ci avrebbe portato via due giorni interi di viaggio.
Anche con la macchina non è stato in ogni caso uno scherzo: il viaggio è durato dalle cinque del mattino alle 19 di sera.
Inizialmente c’è piaciuto vedere intorno a noi tanti piccoli villaggi che man mano si presentavano sulla nostra strada.
Ma dopo alcune ore la cosa diventa normale anche perché si somigliano tutti: c’è la piazzetta centrale in terra battuta e di solito sul centro della piazza si erge un baniano alla cui ombra siedono gli anziani del villaggio.

RISHIKESH

Arriviamo a Rishikesh che ormai è buio, siamo molto stanchi e prendiamo il primo albergo che capita, mangiamo nel ristorante dell’hotel (cibo appena accettabile) e subito dopo andiamo a dormire.
Sono le quattro del mattino, un casino di canti e musica ci fanno svegliare di soprassalto, e vediamo che proprio sotto alla finestra della nostra camera stanno facendo una cerimonia religiosa, così abbiamo finito di dormire!
Per fortuna abbiamo con noi un piccolo scalda acqua con cui molte volte ci facciamo del caffè solubile, quindi nell’attesa che cominci a venire chiaro beviamo del caffè con alcuni biscotti.
L’apparecchio che usiamo per far bollire l’acqua non è altro che una resistenza ad immersione,
Quest’apparecchio lo consiglio a tutti coloro che viaggiano, infatti, molte volte, ci ha dato quel piccolo conforto, di poter avere in qualunque momento della giornata, la possibilità di scaldare dell’acqua.
Bussano alla porta, Emilio e Loretta sono stati a loro volta svegliati dal rumore.
Facciamo il caffè anche per loro, poi andiamo insieme a fare una passeggiata nei dintorni.
Camminando arriviamo in una zona a monte del Fiume Gange dove tutto è meno caotico che nel paese.
Infatti, c’è un sobborgo che in pratica è solo raggiungibile attraverso un ponte pedonale che oscilla leggermente al passaggio delle persone ed è assolutamente vietato ad ogni tipo di veicolo.
Una volta attraversato questo ponte, ci si trova in una zona tranquilla, dove sorgono alcuni Ashram e templi Hindù, oltre a questo, vediamo anche alcune piccole guest hause, perciò decidiamo di andare a prendere i nostri zaini e di trasferirci qua.
La scelta sarà ottima e la guest hause nella quale ci siamo trasferiti è ben tenuta ed ha anche un buon servizio ristorante.
Siamo però dispiaciuti perché Loretta ed Emilio potranno fermarsi solo un giorno, visto che le loro vacanze sono più brevi delle nostre, devono partire prima di noi per potersi recare anche nella città santa di Varanasi (Benares).
Ed è così che il pomeriggio del giorno successivo purtroppo accompagniamo i nostri amici alla stazione di Hardwar dove li aspetta il treno per Varanasi.
Anche noi intendiamo andare a Varanasi ma prima preferiamo fermarci ancora alcuni giorni a Rishikesh.
Salutiamo perciò i nostri amici promettendo di farci sentire al nostro rientro in Italia.
. Il posto in cui ci troviamo è ottimo per fare delle passeggiate e perciò abbiamo esplorato buona parte dell’entroterra, infatti, partendo dal nostro albergo, dopo poche decine di metri, cominciano dei sentieri in terra battuta che s’inoltrano nei boschi circostanti.
I sentieri sono abbastanza ripidi, dato che, intorno a Rishikesh, s’innalzano delle colline, che in distanza, si trasformano in maestose montagne, queste colline difatti, non sono altro, che la parte bassa della catena dell’Himalaya.
Risalendo i sentieri si ha una stupenda vista del Gange che, dall’alto, scintilla come un nastro d’argento, ma è una falsa sensazione, se si guarda l’acqua da vicino ci si accorge che la corrente è tumultuosa e si formano in continuazione dei giganteschi mulinelli.
La sera successiva alla partenza dei nostri amici, nell’albergo dove alloggiamo, fanno una festa, alla quale sono invitati anche i clienti dell’albergo.
La festa pare essere in onore di un bambino di cinque anni e si festeggia il suo primo taglio di capelli. Noi non comprendiamo bene il significato della cosa ma vediamo che allestiscono parecchi tavoli colmi di cibo, tutti sono super indaffarati dai preparativi per la serata.
Verso l’imbrunire arriva anche una piccola banda musicale che suonerà quasi ininterrottamente fino a mezzanotte.
Sono venute anche molte persone per festeggiare il bimbo, tutti indossano i loro vestiti migliori e le donne sfoggiano dei superbi sari.
Tra gli ospiti oltre a noi vi sono anche alcuni altri viaggiatori, tra cui spicca una coppia di Australiani che si notano immediatamente, dato che la ragazza non è più alta di un metro e sessanta centimetri, mentre il ragazzo deve essere oltre due metri ed ha un fisico da superman.
Facciamo così conoscenza, sia con questa coppia sia con un gruppetto d’Israeliani.
Gli Israeliani si riveleranno dei gran casinisti e ci terranno svegli fino alle tre di notte per gli schiamazzi che fanno!

Sono passati due giorni dalla partenza dei nostri amici e stiamo camminando in prossimità del fiume, quando sentiamo avvicinarsi una moto: la moto è guidata dal proprietario dell’albergo e sul sellino posteriore c’è la ragazza australiana.
Ci chiede se per caso abbiamo visto passare il suo ragazzo dato che è da alcune ore che non ne ha più notizie.
Spiega che il suo ragazzo, aveva intenzione di attraversare a nuoto il Gange, ma dato che aveva già fatto in passato delle esperienze di questo tipo, lei non era rimasta con lui, ma era andata ad aspettarlo dal lato del fiume opposto a quello in cui avrebbe dovuto immergersi per fare la traversata, però adesso, non vedendolo arrivare, si sente un poco preoccupata e sta chiedendo in giro se qualcuno sappia dirle dove è andato.
Ovviamente le promettiamo che qualora lo avessimo visto, oppure sentito sue notizie, lo avremmo riferito immediatamente.
Nel frattempo, comincia a diffondersi la voce, che l’australiano sarebbe stato visto attraversare a nuoto il fiume, ma, ad un certo punto, si sarebbe trovato in difficoltà e potrebbe essere stato travolto dalla corrente, che qui è molto forte.
Tutti speriamo che questo non corrisponda alla verità e si attendono con ansia altre notizie.
Siamo in albergo insieme alla ragazza australiana che è in stato di schok e non si da pace, continuando a sperare che arrivino delle buone notizie.
Purtroppo le notizie che arrivano sono tragiche, pare che alcune persone lo abbiano visto andare a sbattere contro delle rocce affioranti e subito dopo scomparire sott’acqua senza più riapparire.
Ormai è l’imbrunire e purtroppo la speranza si spegne insieme alla luce del giorno.
Cerchiamo di consolare questa povera ragazza, ma non è certo una cosa facile!
Dobbiamo fare per lei alcune telefonate (lei è praticamente fuori combattimento).
Oltre ad avvisare l’ambasciata australiana a Dehli, ci ritroviamo a dover parlare con la famiglia del ragazzo, che risiede in Australia per avvisarla dell’accaduto.
E’ il mattino del giorno dopo la scomparsa, ormai le speranze di ritrovarlo sono in pratica nulle.
Parliamo con due poliziotti che in teoria dovrebbero occuparsi del caso.
I poliziotti sostengono che molto probabilmente il corpo è stato trascinato a valle e che potrebbe addirittura percorrere decine di chilometri.
Ritengono anche molto improbabile che il corpo sia ritrovato!
Passiamo così un’altra giornata tenendo compagnia alla ragazza australiana, mentre alla spicciolata tutti gli occidentali presenti a Rishikesh vengono a parlare con lei dimostrandole la loro solidarietà.
Il mattino dopo ci siamo ritrovati tutti insieme (una trentina di persone) e ci siamo recati nel punto della riva da cui Kevin, il ragazzo Australiano, ha iniziato la sua fatale traversata ed abbiamo acceso alcuni bastoncini di incenso, mentre alcuni Hindù cantavano un inno religioso.
Oggi è il giorno che anche noi siamo in partenza per Varanasi, perciò ritornati in albergo cominciamo a preparare gli zaini.
Siamo dispiaciuti di dover lasciare la ragazza Australiana, ma per fortuna, proprio oggi, sono arrivati due funzionari della sua ambasciata e l’aiuteranno a sbrigare le varie incombenze burocratiche, inoltre speriamo che le diano un poco di conforto
Dopo aver salutato le persone conosciute in questi giorni, ci avviamo all’altra sponda dove prendiamo un tuk tuk e ci facciamo portare alla stazione degli autobus per prenderne uno che vada a Hardwar .
Il treno partirà alle 19 e noi come sempre siamo in stazione molto prima della partenza.
La stazione di Hardwar non è cambiata dall’ultima volta che eravamo stati in questo posto, quello che non c’è più sono le scimmie e questo non ci dispiace.
E’ arrivato il nostro treno e sulla fiancata di una vettura sono esposti i nomi delle persone che hanno prenotato con l’indicazione dei posti da occupare, ovviamente nella lista ci siamo anche noi, così ci sistemiamo nel nostro scompartimento che risulta essere a due posti anche se vediamo subito che è quasi tutto a pezzi (peggio del viaggio di 10 anni orsono).
L’unica differenza positiva che notiamo è che la locomotiva non è più alimentata dal carbone ma bensì dal diesel.
Se da una parte è sicuramente preferibile non riempirsi di fuliggine, dall’altra ci viene un poco di nostalgia pensando alle magnifiche locomotive a carbone che in passato circolavano su tutta la linea ferroviaria indiana.
Fortunatamente ci siamo portati un poco di cibo, perché su questo treno non è possibile acquistare niente.
Dopo alcune ore di viaggio, decidiamo di dormire, ma il problema è che non esiste un interruttore per spegnere la luce e solo strappando un filo elettrico, riusciamo finalmente a rimanere al buio (in ogni caso ho fatto si che qualora sia necessario il filo interrotto si possa ricongiungere rapidamente).
C’infiliamo perciò nei nostri sacchi a pelo e dormiamo fino al mattino successivo, quando l’urlare dei venditori di chai ci sveglia, siamo fermi in una stazioncina non identificabile, beviamo perciò il tè indiano e mangiamo alcuni biscotti che avevamo portato con noi.

Il viaggio prosegue in modo abbastanza monotono, attraverso decine di villaggi tutti uguali uno all’altro.
A Varanasi arriviamo veramente con molte ore di ritardo, il treno avrebbe dovuto in teoria arrivare alle 16 ed invece è arrivato alle 21.
Viaggiare in treno può anche essere bello, ma se il viaggio è così lungo, diventa una cosa piuttosto pesante.

VARANASI

Siamo a Varanasi e dobbiamo andare in cerca di un albergo, certo abbiamo alcuni indirizzi che potrebbero andare bene, ma il primo albergo in cui ci presentiamo non ha nessuna camera libera, così cominciamo a girare a piede nella zona vecchia di Varanasi.
Dopo essere stati in quattro o cinque topaie, decidiamo di rivolgersi ad un albergo che si affaccia proprio sui ghat.
Anche quest’albergo non è che sia gran che ma il proprietario ci sembra gentile e dato che siamo affamati ci prepara un buon piatto di spaghetti cinesi.
La nostra camera lascia parecchio a desiderare ed Erna, dopo essersi fatta la doccia, tocca l’interruttore della luce per spegnerla, ma si becca una scarica elettrica piuttosto forte, perché ci sono dei fili scoperti che spuntano da sotto l’interruttore.
La camera che si trova subito accanto alla nostra è occupata da una mamma con il suo piccolo.
Non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che la madre è una mucca ed il figlio un vitellino appena nato.
Ci siamo anche accorti che da dei buchi vicino alla porta entrano tranquillamente in camera alcuni topolini, cosi ci diamo daffare a tapparli e mettiamo gli zaini sopra ad un tavolo, per evitare rosicchiamenti vari!
E’ appena sorto il sole quando veniamo svegliati da un rumore assordante: sono le scimmie che saltano sopra ai tetti di lamiera e sembra che si divertano a fare tutto questo casino.
Visto che ormai siamo svegli, cominciamo a prepararci per affrontare al meglio la nuova giornata.
Dalla finestra della nostra camera si vedono un mucchio di barche cariche di turisti, che con un continuo sfarfallio dei flash, ritraggono i pochi fedeli che, all’alba, si trovano già sui ghat (penso che a quest’ora del mattino, siano più numerosi i turisti sulle barche dei fedeli sulla sponda).
Nel nostro albergo stanno ancora dormendo tutti, cosi ci facciamo il caffè in camera con il nostro prezioso scalda acqua e restiamo a lungo seduti sul terrazzino a guardare il Gange.
Proprio sotto al nostro albergo c’è un piccolo ghat frequentato, soprattutto da mucche, che mangiano da alcuni mucchi di spazzatura sparsi su di una buona parte degli scalini.
Dopo aver guardato la processione delle barche dei turisti, scendiamo al piano terra dell’albergo e troviamo un dipendente che ci prepara una colazione discreta a base d’uova.
Dopo aver fatto colazione ci siamo incamminati verso uno dei ghat principali, le strade che vanno in quella direzione sono molto strette e soprattutto il guaio è che vi passano delle intere mandrie di mucche, a cui ovviamente bisogna cedere il passo, a meno che non si voglia rischiare di prendersi una cornata.
Avanzando lentamente riusciamo comunque a raggiungere una strada piuttosto ampia, ma pure qui è un problema muoversi, dato che c’è una marea di gente che sta camminando lentamente verso il fiume; veniamo a sapere che proprio oggi c’è una grande ricorrenza Hindù
La gente procede lentamente in processione, ai due lati di questa processione, ci sono centinaia di mendicanti che protendono delle ciotole o dei sacchetti di plastica in cui i fedeli mettono come offerta delle piccole manciate di riso.
Questi mendicanti rappresentano veramente il lato più triste dell’India, non solo sono poveri, ma quasi tutti sono affetti da delle mostruose deformità, vi sono tanti lebbrosi ed anche tante persone senza le gambe che si trascinano sopra a dei carrettini di legno che hanno dei cuscinetti a sfera come ruote.
Questi poveri disgraziati, per muoversi usano spingersi con le mani e si può solo immaginare in quali condizioni igieniche possono vivere.
Anche noi facciamo la fila insieme agli indiani e dopo circa una mezz’ora raggiungiamo un grande ghat dove alcuni sacerdoti fanno una cerimonia religiosa per noi misteriosa.
Siamo rimasti un poco ad osservare quello che stava succedendo, ma la folla che continuava ad arrivare praticamente ci ha costretti piano piano ad allontanarci dalla riva, così c’incamminiamo verso una zona del fiume che riteniamo essere più tranquilla.
Camminiamo in modo casuale per circa venti minuti, ritrovandoci in una piazzetta stracolma di cataste di legna, intorno alle quali fervono le trattative per acquistarle.
Ci avviciniamo incuriositi dal baccano che fanno, veniamo cosi a sapere che la legna viene venduta per le pire funebri.
Ci dicono anche che molte persone hanno dei problemi ad acquistarla, poiché il prezzo è troppo elevato, quindi, continuamente scaturiscono delle liti, tra chi vende e chi la vorrebbe comperare.
Poco oltre questa piazzetta, c’è un’area sulla riva del fiume, in cui si vedono alcune cataste ancora in fiamme, attorniate da parenti dei defunti.
Noi ovviamente evitiamo di avvicinarci troppo, sia per rispetto, sia per evitare eventuali problemi con i parenti dei morti
Dopo esserci fermati un poco ad osservare, veniamo avvicinati da un barcaiolo il quale ci propone un giro in barca.
Certo che la cosa è molto turistica ma accettiamo ugualmente, poiché la vista della Città che si può avere dal fiume, è sicuramente molto particolare ed offre un colpo d’occhio favoloso.
Il barcaiolo oltre a passare al largo di due ghat dove vi sono altre cataste di legname che stanno bruciando, ci porta anche a vedere un ghat detto dei lavandai, poiché decine di persone lavano e stendono tantissimi indumenti che lavano a pagamento.
Mentre torniamo verso il posto di partenza, sentiamo un forte colpo contro la chiglia della barca, sporgendoci per vedere che cosa è successo ci rendiamo conto che il colpo contro la barca è stato provocato da un cadavere che affiora in parte dall’acqua fetida che ci circonda, non abbiamo la più pallida idea di chi possa essere stato da vivo, certo che da morto offre uno spettacolo a dir poco rivoltante ed emana un fetore insopportabile.
Siamo perciò grati al barcaiolo che si allontana rapidamente dal cadavere.
Il barcaiolo ci spiega che il cadavere è quello di un sadhu, essi normalmente sono gettati in acqua all’interno di un sacco zavorrato, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato a dovere!
Riguadagniamo così la riva e ci affrettiamo a scendere dalla barca piuttosto sconvolti dall’esperienza appena vissuta.
A Varanasi siamo rimasti tre giorni in totale, infatti, per il quarto giorno abbiamo acquistato due biglietti ferroviari per andare a Khajuraho.
Il treno diretto per Khajuraho non esiste, bisogna quindi prendere un treno che va fino alla città di Satna e da lì il giorno successivo un altro treno per Khajurhao.
Al mattino del quarto giorno, dopo aver fatto colazione e preparato gli zaini, prendiamo un tuk tuk e ci facciamo portare in stazione.
Come sempre siamo in stazione con largo anticipo, perciò raggiungiamo il binario di partenza che non sono ancora le dieci, mentre il treno deve partire alle undici.
Mentre aspettiamo che arrivi il treno facciamo scorta di frutta e noccioline da alcuni venditori ambulanti, comperiamo anche due bottiglie di acqua marca Bisleri (una delle migliori marche che si trovano in India).
Il treno arriva verso le 10,30 ed alle 11 siamo nuovamente in viaggio.
Se debbo essere onesto, non siamo dispiaciuti di partire.
Varanasi sicuramente è un posto molto particolare ed intriso di religiosità, ma a noi ha dato anche l’impressione di una città caotica, dove invece di celebrare la vita si celebra soprattutto la morte.
Probabilmente questo è dovuto al fatto che gli Hindù, credendo nella reincarnazione, colgono nella morte solo un momento di passaggio ad un’altra vita terrena.
Il viaggio verso Satna è piuttosto lungo (meno male che abbiamo la frutta e le noccioline).
In totale abbiamo viaggiato per oltre undici ore, perciò arriviamo a Satna che sono le 10 passate, qui dobbiamo restare per almeno una notte.
Per dormire decidiamo di rivolgerci al servizio ferroviario che mette a disposizione dei viaggiatori, ovviamente a pagamento, delle camere chiamate “Railway retiring rooms”
Le camere si trovano al disopra della stazione, per raggiungerle dobbiamo fare un vero e proprio slalom in mezzo ad una massa di persone che sono accampate di fronte all’ingresso delle camere.
Il custode delle camere ci accompagna in una di esse: il posto sembra discretamente pulito, comunque non peggio di tanti alberghi in cui siamo stati.
Nell’ispezionare la camera ci accorgiamo che le lenzuola sono decisamente sporche, perciò chiediamo se è possibile averle pulite, ma il guardiano ci risponde in modo diretto che non ci sono lenzuola pulite e che perciò dobbiamo tenerci quelle che ci sono.

Prendere o lasciare……. abbiamo deciso quindi di fermarci ugualmente e di tirare fuori il nostro sacco lenzuolo!!
Usciamo per andare a cena, scavalcando alcune persone che dormono di fronte all’ingresso per le camere.
Abbiamo cenato in un piccolo ristorante vicino alla stazione, che, data l’ora tarda, è anche l’unico ancora aperto.
La cena (riso e verdure) non è gran che, ma dobbiamo accontentarci, almeno abbiamo riempito la pancia.
Subito dopo cena, ritorniamo in camera, ripetendo il solito percorso ad ostacoli.
La notte passa in modo alquanto casinoso, poiché ci sono dei treni che fanno degli strani vai e vieni nei pressi della stazione, accompagnando le manovre con dei laceranti fischi delle locomotive.
Riusciamo in ogni caso a riposare un poco, ma all’alba siamo svegli completamente, perciò dopo esserci fatto il caffè in camera, raccogliamo gli zaini ed andiamo a piedi fino alla stazione degli autobus, che dista alcune centinaia di metri.
E’ una fortuna che ci siamo alzati così presto poiché appena arrivati al terminal troviamo che l’autobus per Kajuraho sta per partire, quindi saliamo velocemente e sistemiamo gli zaini vicino all’autista.

KAJURAHO

Il viaggio per Kajuraho dura circa quattro ore ed attraversa ampie distese di campi coltivati.
Una volta arrivati, ci sistemiamo in un discreto albergo a poca distanza dai templi.
In quest’albergo abbiamo anche l’acqua calda, ma per averla bisogna accendere il boiler ed esce acqua calda da tutti i rubinetti, perciò per riaverla fredda bisogna nuovamente spegnerlo.
Kajuraho come città non è niente di particolare, l’albergo in cui ci siamo sistemati si affaccia su di un vialone polveroso che sembra essere il cuore della città.
Chiaramente è una cittadina che vive soprattutto di turismo, ma soprattutto è un turismo del tipo mordi e fuggi, poiché la maggior parte dei visitatori arrivano al mattino in aereo e dopo due o tre ore di visita, riprendono il loro aereo.
Nel primo pomeriggio andiamo a visitare i templi che si trovano nelle vicinanze, chiamati anche i templi del gruppo ovest.
L’area in cui sorgono è molto bella ed i templi sono contornati da dei bei giardini, con tanti fiori ed alberi.
I templi sono completamente ricoperti di sculture, molte delle quali di tipo erotico, e rappresentano le varie posizioni amatoriali descritte nel Kamasutra.

Comunque, a parte l’aspetto erotico o meno, notiamo che purtroppo molte di queste sculture sono fortemente rovinate dalle intemperie e probabilmente dall’incuria delle persone.
I templi di Khajuraho sono stati edificati circa 1000 anni or sono, da una dinastia che ha regnato in quest’area per circa 500 anni, ma è stata spazzata via dall’avvento dei mussulmani.
Fortunatamente questi templi si trovano in una zona dell’india poco accessibile ed è probabilmente per questo motivo che non sono stati distrutti.
Abbiamo passato il pomeriggio visitando i vari templi; ma siamo anche rimasti per un po’ tranquillamente seduti nel parco, sia per il gran caldo, sia perché intorno a noi si vedono molti uccelli dai piumaggi splendidi. Oltre agli uccelli, notiamo che vi sono pure dei piccoli scoiattoli, che giocano sui rami degli alberi.
E’ ormai l’imbrunire quando usciamo dal sito archeologico e rientriamo nel ns. albergo.
Nel complesso la visita è stata interessante, anche se debbo dire che i templi di Kajuraho assomigliano moltissimo a quelli di Belur ed Halebid nel sud dell’India.
Alla sera siamo andati a cena in un ristorante consigliatoci un po’ da tutti quelli che abbiamo incontrato; questo ristorante ha un nome non certo indiano, difatti si chiama ” Raja Swiss cafè”, la cucina è di tipo europeo.
Noi abbiamo mangiato dell’agnello arrosto con contorno di verdure e patate al forno, il tutto cucinato in modo veramente squisito.
L’unico neo di questo locale, è che qui vengono a mangiare anche dei numerosi gruppi di turisti organizzati, che fanno un gran casino e si mettono anche a ballare al centro del ristorante.
Il giorno dopo il nostro arrivo abbiamo fatto ancora una breve visita ai Templi che si trovano ad est di Kajuraho.
Questi templi non sono diversi da quelli che abbiamo visto ieri, oltretutto sono solo due e sono anche più piccoli, perciò per forza di cose la visita risulta essere breve.
Torniamo quindi verso l’albergo e ci prepariamo per ripartire.
C’è un autobus che parte oggi pomeriggio alle 14, direzione Satna, quindi abbiamo acquistato i biglietti ed un’ora prima della partenza siamo alla stazione degli autobus.
Poco prima delle 14 arriva l’autobus più scassato che abbiamo mai avuto modo di vedere!
Letteralmente sembra un pezzo di gruviera, dai cui buchi si vedono all’interno una seria di sedili quasi completamente distrutti, non avendo però alternative, saliamo ugualmente sperando che vada tutto bene.
I nostri bagagli siamo riusciti a caricarli all’interno ed è stata una fortuna, poiché dopo poco tempo dalla partenza, ha iniziato a piovere e se fossero stati sul tetto si sarebbero riempiti di acqua.
La pioggia è battente ed entra anche in parte dentro all’autobus, non vi sono praticamente vetri che chiudono i finestrini e l’aria comincia a diventare fredda, così cerchiamo di proteggerci indossando le giacche a vento.
Bene o male tra mille scossoni e con le schiene a pezzi siamo riusciti ad arrivare a Satna.
Arrivati a Satna pensiamo di andare in un albergo un po’ migliore di quello della stazione, ma dopo averne visti due (uno peggio dell’altro) torniamo a chiedere una camera alla “Railway retiring room” dove rientriamo in possesso della stessa camera avuta all’andata; non solo è la stessa camera ma vi sono anche le stesse lenzuola sporche che avevamo avuto in precedenza.
Siamo andati a cena nello stesso schifoso ristorante dell’andata, anche perché nelle vicinanze questo è il top che viene offerto!
Dopo cena (una minestra che sembrava sciacquatura di piatti, sulla quale, galleggiavano alcuni pezzi di verdura) facciamo scorta di frutta e biscotti per il viaggio di domani.
Così se vi saranno dei problemi, almeno avremo qualcosa da mettere sotto ai denti.
Ritorniamo in camera, superando i vari ostacoli, rappresentati dalle persone che sono accampate nei pressi della stazione.
La notte è trascorsa abbastanza bene, se non si considerano i fischi dei treni, che di tanto in tanto si sentivano.
Ci siamo svegliati molto presto, dato che il nostro treno dovrebbe arrivare alle 7: 15.
Dopo essere scesi in stazione, Erna va ad informarsi per sapere a quale piattaforma si ferma il treno.
Io sono rimasto a fare la guardia agli zaini, ma dopo pochi minuti eccola di ritorno.
SORPRESA!!
Il treno da noi prenotato viaggia con un ritardo di sette ore, però, ha scoperto, che c’è un altro treno che va a Varanasi ed arriva a Satna alle 8: 30.
Andiamo perciò alla biglietteria per cambiare i biglietti.
Alla biglietteria non c’è una fila normale, bensì, tutti si accalcano intorno allo sportello per passare per primi.
Dobbiamo perciò farci largo nella calca, sgomitando, per non farci travolgere, da quelli che sono dietro di noi.
Cambiati i biglietti (pagando un sovrapprezzo) andiamo ad aspettare il treno.
Tutto è filato liscio, il treno è arrivato puntualmente e dopo dieci ore di viaggio siamo nuovamente a Varanasi.
A Varanasi questa volta ci fermiamo solo per dormire, poiché già per il giorno dopo, abbiamo acquistato i biglietti per andare a Puri.
Il mattino successivo, ci facciamo portare da un tuk tuk alla stazione ferroviaria di “Mughal Sarai” dove si fermano i treni che vanno in direzione di Puri.
Questa stazione dista ben diciassette chilometri da Varanasi, non lo sapevamo, altrimenti avremmo preso un taxi, invece ci ritroviamo su di un motorisciò.
La strada per raggiungere la stazione è trafficatissima, ma soprattutto, quello che da più fastidio, sono i gas di scarico dei camion, che emettono delle vere e proprie nubi irrespirabili.
Per difenderci, abbiamo usato dei guanti di spugna, che imbevuti d’acqua e respirando attraverso il loro tessuto, fungono in parte da filtro.
Il treno questa volta è arrivato in orario, tutti gli scompartimenti sono zeppi di persone, la maggior parte delle quali proviene da Delhi.
Fortunatamente, avevamo prenotato i posti in anticipo, perciò non abbiamo problemi per sederci.
L’unico problema, è che non sappiamo dove sistemare gli zaini e dobbiamo tenerli a lungo per terra accanto a noi.
Questo treno, anche se molto affollato, offre un servizio che non ci aspettavamo di trovare, infatti, dopo poco tempo dalla partenza, passa un cameriere che raccoglie le ordinazioni per il pranzo.
Oltre al servizio pranzo, passano anche a vendere un po’ di tutto, dalle bibite ai panini.
Il viaggio procede regolarmente fino a Bhubaneswar, la capitale dello stato indiano dell’Orissa, dopodiché, per gli ultimi cinquanta chilometri, lunghe soste in stazioni secondarie ci mettono a dura prova.
Per fare questi ultimi chilometri ha impiegato quasi quattro ore (se andavamo a piedi forse avremmo fatto più in fretta).
Siamo stanchi e stufi.
Questo treno, a parte il servizio di ristorazione, non c’è piaciuto molto.
Lo scompartimento in cui abbiamo viaggiato è con l’aria condizionata, sembra di essere chiusi all’interno di una scatola imbottita di ovatta e non si percepisce nessun rumore che provenga dall’esterno.
Inoltre, i finestrini, che non si possono aprire, sono schermati da lastre di plastica scure e sporche le quali non permettono di vedere niente dell’esterno.

PURI

Sono le 8: 30 del mattino e finalmente siamo arrivati a Puri.
Ovviamente la prima cosa che abbiamo fatto è stata di andare a cercare un albergo.
Non è che di alberghi ve ne siano moltissimi, ma noi ci siamo sistemati bene, in un albergo tipo ostello della gioventù “Hotel Z”, dove, ci hanno dato una camera molto luminosa e con un piccolo terrazzo.
Qualcuno sicuramente si sarà già chiesto dove si trova Puri e per quale ragione siamo venuti qui.
Ebbene Puri si trova nello stato Indiano dello Orissa e si affaccia sul golfo del Bengala.
La città è formata da due parti abbastanza distanti tra loro.
Una, è quella più vecchia, dove si trova il tempio Hindù di Jaggarnath e gran parte dei negozi e delle attività commerciali.
L’altra parte si affaccia sul mare, con la maggior parte degli hotel e ristoranti turistici prospicienti la lunga spiaggia.
Questo è ciò che dovevo dire in generale di Puri, ma non è che siamo venuti qui per avere fare del turismo culturale, ma bensì, per stare alcuni giorni tranquilli in un posto godereccio.
Il giorno del nostro arrivo ci siamo limitati ad una breve passeggiata sul bagnasciuga.
Non si può rimanere per molto tempo al sole poiché si rischia di scottarsi.
Di andare a nuotare non n’abbiamo molta voglia anche perché il mare è molto mosso ed arrivano a riva delle onde gigantesche.
In compenso, dopo la passeggiata, ci siamo fermati a pranzare in un ristorantino “Harrys Cafè” nelle vicinanze del ns. albergo.
Mentre siamo seduti, in attesa di fare l’ordinazione, è arrivato un pescatore con un magnifico tonno appena pescato.
Vediamo che subito lo lavano e tagliano a pezzi.
Chiediamo quindi al cameriere se è possibile mangiarlo per pranzo.
La risposta è stata affermativa, anche se ci hanno chiesto di aspettare circa mezz’ora per preparare i piatti da noi ordinati.
E’ stato un pranzo ottimo ed il tonno era di prima qualità (me ne sarei mangiati volentieri altri due piatti).
Oltre all’ottimo cibo, abbiamo pure apprezzato il servizio e la gentilezza del personale.
Per quanto riguarda il conto, ci ha lasciato molto sorpresi: abbiamo pagato per il tonno con contorno di patatine + dessert di frutta mista ed una birra grande, la modesta cifra di rupie 250 che sono pari a circa cinque euro.
Trascorriamo il resto della giornata esplorando i dintorni del ns. albergo e la via principale dove vi sono alcuni negozi di artigianato locale.

La cena l’abbiamo fatta in albergo (niente di particolare) e dopo cena siamo andati quasi subito in camera a riposare poiché essendo arrivati stamani alle otto passate, abbiamo trascorso quasi un’intera giornata e nottata in treno.
Dopo poco tempo che siamo in camera comincia a piovere, il rumore della pioggia è assordante dato che piove a più non posso e l’acqua batte sopra a delle lamiere che ricoprono il tetto.
Oltretutto il cielo è solcato da centinaia di lampi: insomma una vera bufera!
Fatichiamo un poco a addormentarci, ma alla fine la stanchezza prevale.
Quando ci risvegliamo, vediamo che ha smesso di piovere ed il cielo è di un blu intensissimo.
La giornata si presenta molto bella, benché le strade, siano ancora un mare di fango dovuto alla pioggia caduta durante la notte.
Dopo aver fatto colazione siamo andati a passeggiare sulla spiaggia.
Ad una certa distanza si vede un villaggio di pescatori, così ci incamminiamo verso di esso.
Arrivati però nelle immediate vicinanze cominciamo a notare che sul bagnasciuga vi sono parecchi escrementi umani.
Poco oltre, si vedono alcune persone, che accovacciate sulla riva fanno i loro bisogni.
Non è perciò consigliabile andare oltre e rischiare di pestare qualche cacca.
In ogni caso il villaggio ci ha incuriositi, perciò raggiungiamo una strada interna, che porta al centro di esso.
Arriviamo al villaggio e vediamo intorno a noi centinaia di persone che svolgono le loro attività quotidiane.
C’è chi sta stendendo di fronte alle capanne una moltitudine di pesci che vengono esposti al sole per farli essiccare.
Altre persone, in prossimità della spiaggia, stanno rammendando le reti da pesca.
Qua e la nel villaggio, si vedono alcune piccole capanne adibite a negozi, nei quali fanno capolino le solite banane e meloni oltre a qualche verdura tra cui notiamo dei pomodori rinsecchiti.
Il villaggio è formato da capanne di fango con i tetti ricoperti da foglie di palma intrecciate.
Sulle pareti delle capanne si vedono dei disegni tracciati con del gesso.
Abbiamo chiesto quale sia il loro significato, e ci hanno detto che dovrebbero favorire il benessere degli abitanti delle capanne su cui sono tracciati.
Non siamo rimasti a lungo nel villaggio, anche perché avevamo la sensazione di invadere in parte la loro privacy.
Oltre a questo, c’è anche il fatto che sono persone molto povere, quindi alla nostra vista, parecchi di loro si sono avvicinati per chiedere delle rupie.
Dato che non intendiamo crearci da soli qualche problema, riteniamo più opportuno allontanarci.
Torniamo quindi verso il ns. albergo seguendo la strada principale.
Arrivati ad alcune centinaia di metri dall’albergo, notiamo che in un edificio fatiscente vi è un negozietto, che espone delle erbe a noi sconosciute.
L’insegna al disopra della porta dice che è un negozio governativo che vende ufficialmente hascisc e marjuana (qui la chiamano bhang)
In effetti, avevamo già letto che a Puri, esiste la possibilità di acquistare legalmente delle droghe leggere.
A quanto pare è l’unico posto in tutta l’India dove la vendita di droghe leggere è legale.
Anche se non ne abbiamo mai fatto uso, questa volta siamo veramente incuriositi, perciò ne acquistiamo una decina di grammi.
Il prezzo per dieci grammi è di quaranta rupie(meno di un euro).
Abbiamo anche comperato una pipetta, che qui utilizzano normalmente per fumare l’erba, in un negozio di alimentari
Ed è alla sera, all’interno della nostra camera, che facciamo il grande esperimento.
Ci hanno spiegato che bisogna mischiare del tabacco con l’erba e pressarlo all’interno della pipetta.
Facciamo tutta la procedura come insegnataci, ed aspiriamo le prime boccate di fumo.
L’esperienza non è stata assolutamente interessante ed a parte l’odore dolciastro che si diffonde nell’aria, noi non sentiamo nessun effetto particolare, anzi sembra quasi di fumare della camomilla.
Fumata in parte la roba acquistata, decidiamo di non continuare, perciò buttiamo nel gabinetto l’erba che era rimasta.
Dopo averla buttata via, sinceramente, siamo più tranquilli, perché solo il fatto di averla, ci ha fatto sentire abbastanza a disagio.
Tanto per cambiare anche questa notte vi è stato un forte acquazzone(per fortuna piove solo di notte).
Al mattino siamo nuovamente a spasso per la città, ma oggi andiamo a piedi fino nella parte vecchia dove ci hanno detto esserci un tempio Hindù molto interessante.
Il tempio di Jaggarnath forse sarebbe interessante da visitare, ma l’ingresso è interdetto ai non Hindù.
Per gli Hindù è uno dei quattro principali santuari del paese.
Durante tutto l’anno rappresenta la meta dei pellegrini devoti a Vishnu.
Nei mesi di giugno o luglio, ogni anno , vi si svolge la spettacolare Rath Yatra, ( festa dei carri), durante la quale, migliaia di pellegrini, vengono a rendere omaggio alla divinità.
Per poter vedere almeno in parte questo tempio ci hanno consigliato di raggiungere i locali della biblioteca.
Infatti, essendo ai piani alti di un edificio che si trova accanto al tempio, riusciamo a vederne almeno un buono scorcio.
Il bibliotecario spiega che in tutta l’area del tempio vivono circa cinquemila persone, in parte sono membri della casta sacerdotale ,mentre altri sono lì per studiare.
Vi sono inoltre molte persone addette esclusivamente alla manovalanza ed alla preparazione dei pasti.
Dopo la visita al tempio, andiamo nuovamente verso la zona a mare, ma nel frattempo ha ricominciato a piovere, perciò siamo costretti a prendere un risciò per ritornare in albergo, dove, siamo costretti a passare il resto della giornata, dato che per tutto il giorno ha continuato a diluviare.
Oggi è ritornato il sereno(finché dura!), decidiamo perciò di andare a visitare una cittadina di nome Konarak che si trova a circa trenta chilometri di distanza ed è conosciuta anch’essa per un suo tempio.
Arrivati a Konarak, siamo andati subito a vedere questo tempio.
Esso si trova all’interno di una cinta muraria ed intorno ad esso si notano alcune statue di animali.
Il tempio viene chiamato “tempio del sole” e rappresenta come forma un enorme carro dedicato a Surya il dio sole.
Il carro è dotato di ben dodici paia di ruote del diametro di tre metri ciascuna.
Tutto il monumento poggia su di una grande piattaforma alta cinque metri e ricoperta di miglia di decorazioni.
Nella parte bassa, sono raffigurati circa duemila elefanti, inoltre vi sono pure delle sculture raffiguranti dei re con i loro armigeri.
La parte alta del tempio-monumento ha molte sculture che rappresentano gruppi di persone che fanno del sesso.
Queste sculture sono molto simili a quelle di Kajuraho, ma assomigliano anche molto a quelle di Belur ed Halebid.
La visita anche se interessante non può essere molto lunga, quindi dopo un oretta ,non sappiamo che cosa fare d’altro, perciò siamo andati a mangiare in uno dei tantissimi ristoranti che si trovano allineati sulla strada di fronte al tempio.
Il cibo non è particolarmente buono, ma comunque è accettabile.
Mentre pranziamo, ricomincia a piovere, così ci ritroviamo un’altra giornata d’acqua, infatti, anche quest’oggi piove anche se non troppo forte.
Finito di pranzare ,raggiungiamo la stazione degli autobus e ripartiamo per Puri.
Il paesaggio che ci circonda è di tipo tropicale, peccato che non ci sia il sole, poiché la pioggia lo nasconde in parte.
In ogni caso, se da una parte la pioggia è fastidiosa, dall’altra tutta la vegetazione è di un verde intensissimo, soprattutto gli alberi di banane, che qui sembra quasi che crescono in modo spontaneo.
Arriviamo a Puri ,ma la pioggia che continua a cadere ci impedisce di fare ogni cosa, quindi non abbiamo altra possibilità che quella di rientrare in albergo.
A Puri siamo rimasti per altri due giorni, nei quali per fortuna non è piovuto.
Già al mattino alle otto siamo in spiaggia ,ma il sole è cocente e non è possibile affittare ne delle sedie ne degli ombrelloni, infatti, nessuno dei locali ha ancora avuto l’idea di affittarli, e pensare che se lo facessero potrebbero avere una fonte di guadagno.
L’unico modo per non rimanere troppo tempo al sole è quello di andare sotto gli alberi che si trovano al limitare della spiaggia ,ma, essendo il terreno sottostante erboso, brulica di insetti vari.
Non avendo alternative, pensiamo bene di sdraiarci accanto ad un barcone, che disegna sulla spiaggia una piccola zona d’ombra.
Passiamo così le ultime due giornate a Puri, soprattutto oziando sdraiati sulla spiaggia o camminando lungo la battigia, di nuotare non se ne parla proprio, il mare è super agitato, perciò ci limitiamo di tanto in tanto a rinfrescarci rimanendo però sul frangiflutti.
E’ giunta l’ora di andare via da Puri, abbiamo in tasca i biglietti per Calcutta e sono le venti di sera, il treno partirà alle 21:30.
Percorriamo con un tuk tuk il tragitto fino ala stazione ferroviaria, e dopo un ora circa, siamo sul treno che ci porterà a Calcutta.
Ci siamo sistemati in 1^ classe in uno scompartimento a due posti.
Sembra quasi strano doverlo dire, ma pare che sia i ventilatori che la luce funzionino perfettamente, quindi non abbiamo da fare niente di particolare se non prepararci i letti per la notte.
Anche questo viaggio abbiamo potuto affittare tutto il necessario per dormire.
Il treno è partito in perfetto orario, dopo poco tempo dalla partenza siamo tutti e due profondamente addormentati, ma a quel punto sentiamo bussare e suonare una campana.
E’ un cameriere che vuole sapere se intendiamo cenare sul treno, gli facciamo presente che stavamo già dormendo e che avrebbe potuto evitare di svegliarci, visto che si poteva capire che dormivamo dal fatto che la luce era spenta.
Il cameriere è andato via da poco tempo quando cominciano nuovamente a bussare.
Pensiamo che sia di nuovo lui e siamo quasi incazzati, ma invece è il bigliettaio che sta controllando i biglietti di tutti i passeggeri.
Finalmente, dopo quest’ultimo inconveniente, siamo riusciti a dormire ed abbiamo dormito fino alle prime luci dell’alba.

CALCUTTA (Kalikata)

Sono le 10:30 del mattino quando il treno entra nella stazione di Howrah.
Se qualcuno pensa di sapere tutto dell’India, evidentemente non è mai stato in questa stazione ferroviaria.
La stazione di Howrah si presenta ai nostri occhi come un gigantesco formicaio impazzito.
La massa di persone che vediamo tutto intorno a noi è veramente indescrivibile.
Scesi dal treno, cerchiamo di farci largo nella ressa camminando vicinissimi, perché se si perde contatto, diventa poi difficile ritrovarsi.
Facendoci largo a forza di gomiti, riusciamo a raggiungere l’esterno della stazione.
Qui troviamo centinaia di taxi in attesa, ma per prenderne uno, bisogna prima fare una lunga fila ad un gabbiotto, dove si paga anticipatamente la corsa.
Tutto procede in modo regolare, riusciamo anche noi ad avere un taxi, ma dopo pochi metri restiamo imbottigliati in un gigantesco ingorgo, che richiederà oltre un ora per sbloccarsi.
Ci siamo fatti portare a Sudder Street ,dove vi sono alcuni alberghi poco costosi.
Gli alberghi sono quasi tutti senza camere libere, oppure offrono delle sistemazioni a dir poco spartane.
Ad esempio un albergo ci ha fatto vedere una cameretta senza finestra e con due materassi posati a terra.
Dopo parecchio tempo perso a cercare una sistemazione, capitiamo in un posto dove hanno solo due camere da affittare.
La camera che ci viene offerta è in condizioni discrete ed ha pure la televisione, perciò decidiamo di prenderla.
Sistemati i bagagli e dopo aver fatto una buona doccia, non ci rimane che cominciare a scoprire questa città.
Calcutta dicono che sia la più grande metropoli indiana ed è abitata da circa 15 milioni di persone.
Credo che comunque queste stime siano molto approssimative, poiché vi sono milioni di persone che vivono sui bordi delle strade.
Che vi siano tantissimi poveracci è evidente in ogni angolo della città.
Nel quartiere dove ci troviamo, i marciapiedi sono letteralmente invasi da centinaia di persone che hanno costruito dei rifugi di fortuna .
Andando in giro per le strade, vediamo che queste miserabili costruzioni si trovano dappertutto,
La città sembra essere un concentrato di tutte le sofferenze e miserie da cui l’India è afflitta.
La sensazione di miseria che aleggia quasi nell’aria, probabilmente è dovuta anche al fatto che quasi tutti gli edifici hanno un aspetto veramente fatiscente.
Noi ormai abbiamo fatto il callo di fronte a certe scene, ma chi viene in un posto così per la prima volta, sicuramente ne rimane traumatizzato.
Verso sera, nelle vicinanze del nostro albergo, hanno allestito delle bancarelle che offrono riso o spaghetti cinesi fritti con delle verdure.
Il profumo che arriva ai nostri nasi è veramente invitante, perciò ceniamo ad una di queste bancarelle.
Non solo il profumo è invitante, ma il cibo è ottimo.
Facciamo i complimenti per il buon mangiare, al ragazzo che ha cucinato per noi, dicendogli che il giorno dopo saremmo tornati.
Dopo aver messo a tacere i nostri stomaci, andiamo ad innaffiare il tutto con una bottiglia di birra, dopo di ciò non abbia altra possibilità che quella di ritornare nella nostra camera.
E’ il secondo giorno che siamo a Calcutta, il primo giorno abbiamo avuto fortuna che non ha piovuto, mentre oggi la fortuna ci ha abbandonati e sembra che dal cielo scendano le cascate del Niagara.
Dobbiamo uscire per fare colazione , perciò, per ripararci un poco dalla pioggia, usiamo dei grossi sacchetti di plastica che, opportunamente tagliati su di un lato, svolgono la funzione di mantelline.
Bisogna camminare a piedi nudi, dato che l’acqua, in certi punti, arriva all’altezza delle ginocchia.
Camminando con fatica in un acqua melmosa, siamo riusciti a raggiungere un piccolo caffè, che si trova ad un centinaio di metri da dove alloggiamo.
Qui troviamo parecchi altri occidentali che come noi hanno cercato riparo al suo interno.
Rimaniamo in questo posto per parecchio tempo, chiacchierando con altri viaggiatori.
Verso le undici ha smesso di piovere, perciò usciamo sulla strada dove sostano in attesa di clienti parecchi risciò che vengono trainati da uomini.
Questi risciòmen vengono anche chiamati uomini cavallo per il lavoro veramente bestiale che svolgono.
Ad ogni modo, specialmente quando le strade sono invase dall’acqua, questo è uno dei pochi sistemi utilizzabili per spostarsi.
Contattato uno di loro, ci siamo fatti portare alla missione di Madre Teresa di Calcutta.
Madre Teresa di Calcutta , il cui vero nome era Agnès Gonxha Bojaxhiu, nacque a Skopie il 27 agosto del 1910 da una famiglia benestante di origine albanese.
Ha tracorso l’adolescenza in modo normalissimo e frequentato come tanti altri nel suo paese, la parrocchia di Cristo Re.
Ed è proprio nella parrocchia che ha occasione di incontrare dei padri gesuiti che lavorano nella lontana Calcutta.
I racconti dei missionari la colpiscono profondamente, tanto che, raggiunti i 18 anni di età, decide di entrare nella Congregazione delle Suore missionarie di Nostra Signora di Loreto, presente anche in India.
Da tutto questo ha inizio la sua stupefacente esperienza che la porterà nell’arco di molti anni vissuti in aiuto dei più derelitti, a diventare un simbolo di quello che significa la carità umana.
La fama per quello che sta facendo in India si diffonde in tutto il mondo, finché nel 1979 viene insignita del premio Nobel per la pace come riconoscimento all’opera svolta nei confronti dei poveri e per la sua lotta a favore della tolleranza religiosa e dei diritti umani.
Madre Teresa è morta nel 1997 , i suoi funerali sono stati un evento che ha coinvolto decine di capi di stato e centinaia di miglia di persone di ogni religione, che con la loro presenza, hanno voluto renderle omaggio per la grande opera svolta.
Arrivati nei pressi della missione vediamo un grosso cortile con due capannoni sui suoi lati.
All’interno di questo cortile vi sono alcune suore che indossano il tipico sari bianco bordato di azzurro.
Vediamo che stanno sistemando all’interno dei capannoni parecchi sacchi di riso e di grano.
Una suora si è avvicinata e ci chiede gentilmente se abbiamo bisogno di aiuto.
Le spieghiamo che desidereremmo visitare la casa madre, ma non sappiamo esattamente a chi rivolgerci, la suora, ha chiamato una ragazza indiana che sta facendo il noviziato per accompagnarci nella casa madre.
Essendo noi solamente dei turisti e non dei volontari, ovviamente non possiamo entrare nella zona adibita a ricovero ed assistenza degli infermi.
L’accesso alle parti comuni è comunque permesso, perciò possiamo vedere il refettorio e la chiesa al centro della quale si trova la tomba di Madre Teresa.
Mentre siamo in chiesa ha inizio la messa.
Sono circa una trentina di suore e novizie che assistono alla funzione religiosa, davanti a loro c’è la suora che ha preso il posto di Madre Teresa.
Noi ci siamo messi in un angolo per evitare di disturbare.
Nel frattempo è arrivato un gruppo di americani ,i quali continuano a chiacchierare tra di loro, senza il minimo rispetto del luogo in cui si trovano.
Ci rendiamo conto che sono dei cafoni, quando, finita la messa ,sciamano in ogni angolo senza preoccuparsi di chiedere se quello che fanno sia consentito oppure no.
Continuano anche a scattare foto.
Addirittura qualcuno di loro si è fatto fotografare sorridente appoggiandosi alla tomba di Madre Teresa.
Queste cose a noi hanno dato parecchio fastidio.
Tornati sulla strada, tentiamo di tornare a piedi verso il nostro albergo.
Non piove più e buona parte dei marciapiedi sembrano percorribili, così riusciamo a tornare indietro, anche se, per alcuni tratti, abbiamo dovuto toglierci le scarpe e camminare a piedi nudi dentro l’acqua.
Tornati nella nostra zona ci siamo fermati a chiacchierare con “l’uomo cavallo” che ci ha portati a visitare la missione.
Inizialmente pensavamo che costui fosse molto più anziano di quello che è ,infatti, noi credevamo che avesse circa cinquanta anni, invece ha detto di averne trentacinque.
Ci racconta di essere arrivato a Calcutta da circa due anni e di vivere con la moglie ed otto figli in una casetta nella estrema periferia della città.
Prima di venire a lavorare qui, faceva il contadino, ma il guadagno era troppo basso, perciò ha deciso di tentare la fortuna .
Non sappiamo quanto possa guadagnare al giorno una di queste persone, ma lui sosteneva di guadagnare molto di più che al suo villaggio.
Certo che, sentendo queste cose, sembra quasi di leggere il libro di Dominique Lapierre “La Città della Gioia” nel quale si parla anche di uno di questi uomini.
In quanto alla somma che queste persone guadagnano, direi che tutto è sempre molto relativo.
Trovo, ridicolo sentir dire, che nel terzo mondo vi sono persone costrette a vivere con non più di un euro al giorno, ma non viene mai detto qual è realmente il costo della vita in questi paesi, infatti, se in Italia con un euro compri a malapena un quotidiano, in questi posti con una cifra simile riescono ad acquistare il cibo per tutta la famiglia.
Con questo non voglio sostenere che siano ricchi, ma che bisogna valutare il reale potere d’acquisto nei loro paesi.
Salutiamo il risciòmen, non senza aver acquistato da lui una campanella uguale a quelle che usano per chiedere il passo mentre corrono per le strade (probabilmente di campanelle ne deve avere parecchie da vendere ai turisti).
A poche centinaia di metri da dove siamo si trova il Museo Indiano di storia, perciò, decidiamo di andare a visitarlo.
Il Museo si è rivelato molto interessante.
Al suo interno abbiamo potuto vedere molti fossili d’animali preistorici i cui scheletri sono quasi integri.
Inoltre, vi è una sala in cui è raccolta la collezione di meteoriti più grande dell’India.
Le sale che vediamo sono innumerevoli, ma una che troviamo particolarmente interessante, è quella nella quale sono raccolti degli oggetti e dei tessuti antichi originari dell’Orissa.
Un’altra sala che troviamo interessante è quella dedicata agli strumenti musicali antichi, alcuni di essi sono dei veri capolavori e verrebbe quasi voglia di accarezzarli, ovviamente non è possibile.
Abbiamo passato gran parte del pomeriggio ad esplorare il museo, ma verso l’imbrunire, un guardiano ci avvisa che dobbiamo uscire poiché stanno per chiudere.
Tornati nei paraggi dove alloggiamo, ritroviamo la stessa bancarella dove avevamo già mangiato.
Come il giorno precedente ci fermiamo a mangiare qui, il cibo è uguale a quello di ieri, ma sempre ottimo, l’unico problema è che dobbiamo mangiare in piedi poiché gli unici due sgabelli disponibili sono occupati.
Accanto alla bancarella vi è un muretto ma non è possibile sedersi perché è ricoperto da punte di ferro, messe proprio per evitare che le persone si possano sedere.
Quello delle punte di ferro è un metodo molto diffuso per dissuadere le persone dall’utilizzare i muri come sedili, ma soprattutto abbiamo notato che vengono inserite attorno alle vetrine dei negozi.
Ed anche questo giorno se n’è andato, ormai siamo vicinissimi al rientro in Italia, infatti, domani sera abbiamo il nostro volo di ritorno.
Ultimo giorno.
Ci siamo svegliati come al solito molto presto, perciò facciamo il caffè in camera con la solita macchinetta di cui ho già parlato.
Verso le nove siamo ritornati nello stesso bar frequentato dagli occidentali.
Questo locale è anche molto frequentato per il fatto che servono un’insalata di frutta a dir poco favolosa.
La frutta, tagliata in piccoli pezzi, viene ricoperta da un denso strato di yogurt, sul quale cospargono dei frammenti di noccioline e della polvere di cacao.
L’ultimo giorno a Calcutta lo abbiamo in pratica passato gironzolando per le strade del centro.
Fortunatamente per una volta non piove ed il cielo è abbastanza sereno, anche se sulle strade aleggia una nube di smog dovuta ai gas di scarico delle macchine.
In Europa si preoccupano di avere delle vetture che inquinino poco, ma qui, se anche provi a dire qualcosa, o non capiscono, oppure se anche capiscono il problema, la cosa li lascia completamente indifferenti.
Dicendo questo non intendo assolutamente affermare che gli Indiani non abbiano una coscienza ecologica, ma evidentemente, prima di soddisfare la loro coscienza ritengono più opportuno soddisfare altri bisogni.
Camminando in modo casuale, ci siamo trovati in un quartiere abitato in massima parte da mussulmani.
Fa uno strano effetto vedere nel cuore dell’India Hinduista le donne mussulmane che a volte indossano il burka.
Notiamo anche che, mentre nei quartieri Hindù si vedono sia uomini sia donne svolgere qualunque attività, qui le donne sono tenute ai margini della vita sociale.
Infatti, non vi sono donne che lavorino nei negozi o che vendano qualcosa sulla strada.
Le poche donne che vediamo in giro sono quasi tutte accompagnate da dei loro familiari, salvo alcune donne anziane che si permettono di andare in giro da sole.
Dopo quest’ultimo giro per le strade di Calcutta, non ci resta altro da fare che finire di preparare gli zaini.
Ormai sono le 16: 30 del pomeriggio, il nostro aereo partirà alle 20, perciò contattiamo un taxista ed una volta concordato il prezzo, carichiamo gli zaini nel portabagagli avviandoci all’aeroporto.
L’aereo parte in perfetto orario e dall’alto vediamo brillare in lontananza le luci di Calcutta

Ciao India , arrivederci a presto!!!!

Piccolo dizionario della cucina Indiana

Aloo
Aloo è il nome indiano per la patata.
Solitamente si taglia a cubetti e viene cotta con aglio, curcuma, cumino e garam masala..

Bhaji
Questo è il nome dato ai contorni di verdure, che vengono serviti come accompagnamento ai piatti principali.
Bhaji solitamente sono leggermente speziati e senza salse.

Bhindi
Questa verdura è spesso fritta con alcune spezie con cui si ottiene un piatto asciutto.
Viene chiamata anche okra e può essere usata per addensare le zuppe e le salse.

Biriani
Il Biriani è un curry asciutto contenente carne, gamberi o verdure cotte con spezie e riso a formare il corpo principale del piatto.
Questo piatto è generalmente accompagnato da una salsa di verdura al curry mediamente piccante.

Chapati
E’ un pane non lievitato stile frittella, solitamente fatto da una semplice composizione di farina di frumento integrale e acqua. L’impasto viene steso in dischi sottili e cotti sulla griglia.

Chutney
Questo condimento contiene frutta, aceto, zucchero e spezie.
Può variare nella consistenza, da consistente a soffice e nei gradi di utilizzo delle spezie, da dolce a piccante. Il Chutney è un delizioso accompagnamento ai piatti con il curry.
Gli Chutney più dolci possono essere anche spalmati sul pane e sono deliziosi accompagnati da del formaggio.

Dal
[E’ un piatto speziato fatto con lenticchie (o altri legume), pomodori, cipolle e condimenti vari. Il Dal è spesso un passato servito con piatti contenenti curry. In india il termine “Dal” si riferisce a circa 60 varietà di legumi secchi, inclusi i piselli i fagioli e le lenticchie.

Methi
Methi è il nome indiano per il fieno greco, che ha un sapore e profumo particolare di anice.

Moghul
E’ un piatto piuttosto dolce solitamente di pollo, insaporito con aglio, zenzero e spezie quindi cotto in una salsa ricca e cremosa e yogurt, noce di cocco, anacardi e uva sultanina.

Paneer
E’ un formaggio fresco, non stagionato, simile al formaggio spalmabile. Il panir, chiamato anche paneer, è fatto di latte intero di mucca o di bufalo e cagliato con succo di limone o lime o con il siero di una precedente produzione. Questo formaggio viene pressato fino a che la sua consistenza sia soda – è assimilabile al tofu come consistenza. Il Panir, che viene solitamente affettato e saltato, viene usato in tutto l’India in molti piatti compresi i Dal, le insalate e verdure; è una fonte essenziale di proteine in molte diete vegetariane.

Paratha
E’ un pane friabile dell’est India è fatto di farina di frumento integrale e fritto su una griglia. I Parathas possono essere semplici ma anche esotici. La versione base è costituita da diversi piani di pasta spennellati di GHEE cioè di burro chiarificato, i quali vengono farciti e quindi stesi nuovamente. Questa tecnica crea un pane caratteristico che assomiglia ad un pasticcino soffice. La versione più esotica dei Parathas è data dal farcire gli stessi con diverse verdure, frutti, erbe o spezie.

Poori
E’ un pane a forma di disco fritto e non lievitato. E’ fatto di farina di frumento integrale, acqua e GHEE o altri grassi – l’impasto è piuttosto uguale a quello dei chapati. Il poori è molto popolare nel nord dell’India come anche nei paesi limitrofi al Pakistan.

Raita
Insalate di yogurt popolari in India, I raistas sono una combinazione di yogurt denso e intero e diverse verdure tritate come cetrioli, melanzane, patate o spinaci o frutta come banana o pomodori. Queste insalate sono condite in vario modo con semi di mostarda nera, garam masala e erbe come il cerfoglio, il coriandolo, il cumino, l’aneto, la menta, il prezzemolo o il dragoncello. I raitas sono designati ad essere un controaltare rinfrescante per molti piatti indiani speziati.

Roti
[E’ un pane non lievitato cotto sulla griglia tipicamente indiano, fatto solitamente con farina di frumento integrale. Il roti viene finito di cuocere su una fiamma viva per 10-15 secondi, una tecnica, questa, che lo riempie di vapore e lo fa gonfiare come un pallone.

Tandoori
Questo è un “forno” usato in tutta l’India (si può trovare anche nei ristoranti indiani in tutto il mondo), il tandoor tradizionale ha il coperchio rotondo e è fatto di cotto e argilla. E’ usato per cuocere gli alimenti al forno direttamente sul fuoco. La pasta per i deliziosi Naan indiani viene appiccicata direttamente sulle pareti di argilla del tandoor e lasciata cuocere fino a che si gonfia e diventa di un colore marrone chiaro.
La carne cotta nell’alto, piuttosto cilindrico tandoor viene solitamente infilzata con degli spiedini e messa nel calore del forno, che è così intenso (solitamente più di 260°C) che cuoce una metà di pollo in meno di 5 minuti. Il pollo e altre carni cotte con questo metodo vengono identificate come pollo tandoori etc..

Vindaloo
Questo è un piatto arrivato dal Portogallo e presto diventato popolare, viene spesso servito in occasioni speciali. Storicamente si trattava di un piatto di maiale cotto con molto aceto bianco e aglio, comunque divenne presto un piatto molto speziato e piccante come da tradizione indiana.

Come si cucinano i piatti indiani?
ovvero l’angolo delle ricette

Arrosto di montone
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Ingredienti:

1/2kg di carne, 1 tazza di yogurt, 1/2 tazza d’olio.
Da tritare: 2 cucchiaini di polvere di peperoncino, 1/2 cucchiaino di pepe nero, 8 chiodi di garofano, 1 cucchiaino di pasta di zenzero, 1 cucchiaino di polvere di coriandolo

Preparazione:

Pulire e tagliare la carne a piccoli pezzi per il curry.
Tritare tutti gli ingredienti elencati sotto la dicitura “da tritare” creando una pasta soffice usando un pochino d’acqua se necessario.
Applicare ora questa pasta ottenuta sui pezzi di carne insieme al yogurt e metterli da parte per 4/5 ore a marinare.
Ungere una teglia, mettere i pezzi di carne e versarci sopra del burro chiarificato sciolto.
Infornare i pezzi di montone in un forno preriscaldato a 200°C per un ora fino a cottura ultimata.

Aloo mattar
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Ingredienti:

50 g di patate, 500 g di piselli freschi, 200 g di burro, 7 g di curcuma in polvere, 15 g di coriandolo in polvere, 7 g di chili in polvere, 2 g di zenzero in polvere, 2 g di cumino in polvere, 500 g di pomodori, 1 tazza di yogurt.

Preparazione:

Pelate le patate, tagliatele a pezzetti; sgusciate i piselli. Fondete una piccola parte del burro in una padella e soffriggetevi per qualche minuto piselli e patate; passateli in un piatto e teneteli da parte. Nel burro rimasto in padella soffriggete per qualche minuto le spezie, salando a piacere. Tagliate a piccoli pezzi i pomodori e versateli nella padella, unendo le patate e i piselli; cuocete finché tutto è tenero, poi aggiungete lo yogurt, che avrete prima battuto a parte, e tenete caldo fino al momento di servire.

Biryani d’agnello
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Ingredienti:

1 kg di agnello tagliato a piccoli pezzi, 1/2 tazza di yogurt, 1/2 cucchiaino di zafferano, 15 g di semi di cumino, 15 g di garofano in polvere, 1 cucchiaio di acqua calda, 220 g di burro, 2 grosse cipolle affettate, 15 g di cannella, un pizzico di zenzero in polvere, 15 g di cardamono, 1 testa d’aglio tritata, 3 cucchiaino di sale, 4 tazze di riso, 5 tazze d’acqua.

Preparazione:

Riunite la carne e lo yogurt in una terrina, mescolate bene, lasciate riposare mezz’ora.
In una tazza, diluite lo zafferano in 1 cucchiaio d’acqua calda.
Fondete il burro in una larga casseruola e doratevi le cipolle.
Unite alle cipolle la carne con lo yogurt, tutte le spezie, l’aglio, il sale e fate soffriggere finché la carne è rosolata da tutte le parti e ha formato una crosticina scura.
Aggiungete il riso e soffriggete qualche minuto.
Bagnate con 5 tazze d’acqua, aggiungete lo zafferano e mescolate il tutto.
Infine coprite e cuocete finché riso e carne sono teneri.
Servite caldo.

Chapati
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Ingredienti per 4 persone:
200 g. di farina 00
200 g. di farina integrale
250 g. di acqua
50 g. di burro
sale marino integrale

Versate le farine sul tagliere, mescolatele bene, fate la fontana e impastatele con l’acqua calda aggiunta poco alla volta.
Unite il sale e lavorate fino a ottenere un composto morbido ed elastico.
Formate un pane e fatelo riposare per un’ora avvolto nella pellicola da alimenti.
Quindi formate un salsicciotto e tagliatelo in dodici tocchetti. Formate una pallina con ciascun tocchetto e tiratela con il matterello in un disco sottilissimo (circa un millimetro).
Scaldate una padella da crêpes o una padella antiaderente a fondo spesso, e cuocetevi i dischi a fuoco moderato, da entrambe le parti, finché non assumo un bel colore dorato e non si formano delle bollicine sulla superficie.
Fate fondere il burro a bagnomaria e spennellatelo sul pane.

Daal Pulao
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Ingredienti

1/4 lt. tazza di riso Basmati
2 tazze 1/2 di acqua
1 grande cipolla
1 cucchiaino di cumino
1 stecca di cannella
4 chiodi di garofano
4-5 cucchiaini di olio

Lavate e lasciate in ammollo il daal per almeno 2 ore; quando è pronto per essere cucinato, lavate il riso e lasciate anch’esso in ammollo.
Riscaldate dell’olio in un tegame e fate imbiondire la cipolla col cumino.
Aggiungeteci i chiodi di garofano, la cannella, il daal sgocciolato, il riso, l’acqua e sale.
Coprite il tegame e lasciate cuocere finché non inizierà a bollire.
Abbassate la fiamma al minimo e cuocere finché l’acqua non sarà stata assorbita.
Togliete dal fuoco, ma lasciate la pentola coperta ancora per qualche minuto.
Servite con yogurt bianco.

Riso bollito all’indiana
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Ingredienti

350 g di riso basmati
1 cucchiaino di burro
4 chiodi di garofano
qualche seme di finocchio
grani di pepe nero
1 cucchiaino di stami di zafferano o 1/2 cucchiaino di curcuma
1/2 litro di acqua
1/2 cucchiaino di sale

Mettete il riso in un setaccio e lavatelo più volte in modo da eliminare tutto l’amido.
Scolatelo bene.
Fate sciogliere il burro in una casseruola.
Aggiungeteci i chiodi di garofano, i semi di finocchio, il pepe.
Unite il riso e fatelo tostare per qualche minuto.
Versate l’acqua.
Sistemate di sale.
Coprite e portate ad ebollizione.
Abbassate successivamente la fiamma e fate cuocere per 20 minuti.
Unite lo zafferano sciolto in poco latte caldo oppure la curcuma.
Mescolate bene e fate cuocere senza coperchio per altri 10 minuti.

Khicheri
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Ingredienti

tazze di riso, 3
100 gr. di lenticchie rosse,
due cucchiai di ghee,
un pezzetto di zenzero fresco,
due chiodi di garofano,
due semi di cardamomo,
un cucchiaino di paprica,
sale
5 o 6 tazze di acqua

Lavate bene il riso e le lenticchie.
Sminuzzate lo zenzero.
Scaldate il ghee in una casseruola dotata di coperchio.
Friggeteci brevemente lo zenzero.
Aggiungeteci il riso e le lenticchie girando delicatamente.
Fate tostare.
Versate l’acqua e le spezie salando il tutto
Portate ad ebollizione.
Coprite e abbassate la fiamma al minimo.
Cuocete per circa un quarto d’ora.
Spegnete la fiamma .
Fate riposare coperto per altri dieci minuti prima di sollevare il coperchio.

Polpette di lenticchie fritte
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Ingredienti

300 gr. di lenticchie lessate,
una manciata di prezzemolo tritato,
un cucchiaio di zenzero fresco tritato,
mezzo cucchiaino di sale,
due cucchiaini di cumino macinato,
un cucchiaino di cumino in semi,
un uovo,
tre cucchiai di farina di ceci (besan),
olio per friggere in quantità sufficiente

Schiacciate le lenticchie e riducetele in una purea.
Amalgamatele con l’uovo sbattuto.
Unite tutti gli altri ingredienti.
Formate con il composto delle polpette ovali leggermente schiacciate.
Friggetele in padella.
Scolatele ed eliminate l’unto in eccesso.
Servire calde.

Patate saltate di madras
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Ingredienti

1/2 Kg di patate preferibilmente novelle,
una cipolla,
2 peperoncini rossi secchi,
semi di cumino, 1 cucchiaino
grani di fieno greco, 1/2 cucchiaino
curry,8 foglie di curry
semi di senape, 1 cucchiaino
curcuma, 1/2 cucchiaino
noce di cocco in polvere, 1 cucchiaio
ghee, 2 cucchiai sale

Lavate le patate.
Affettatele ciascuna in due pezzi.
Sbucciate la cipolla e affettatela.
Tostare in una padella il cumino, il fieno greco e i peperoncini.
Unite la cipolla e 1/2 cucchiaio di ghee.
Fate cuocere il tutto per un minuto.
Ritirate il composto dal fuoco.
Passatelo al tritatutto allungandolo con un po’ di acqua per ottenere una pasta.
Fate fondere il resto del ghee in una padella.
Fate soffriggere le foglie di curry e la senape per 1/2 minuto.
Unite la preparazione precedente, le patate, la curcuma, la noce di cocco, il sale e tre cucchiai di acqua.
Cucinate a fiamma dolce e coperto finché le patate saranno tenere e ben cotte.

Kadai Paneer
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Ingredienti:

500gr paneer (un particolare formaggio fresco), 100 grammi di peperoni, 2 cucchiaini di semi di coriandolo, 5 peperoncini rossi interi, 3/4 cucchiaini di kastoori methi (foglie di fieno greco secche), 2 peperoncini verdi tritati, 2 cucchiaini di zenzero tritato, 4 pomodori tritati, 2 cucchiai di coriandolo tritato, 3 cucchiai di burro chiarificato o olio, sale a piacere.
Per la pasta: 6 spicchi d’aglio miscelati con un po’ d’acqua.

Preparazione:

Affettare il paneer e i peperoni in strisce lunghe.
Macinare i semi di coriandolo e i peperoncini rossi insieme.
Scaldare il burro chiarificato / olio in una padella, aggiungere la pasta d’aglio e cuocere a fuoco lento per qualche secondo.
Aggiungere il peperone e le spezie tritate e cuocerle a fiamma bassa per 1 minuto.
Unire i peperoncini verdi, lo zenzero e cuocere ancora per qualche secondo.
Aggiungere i pomodori e cuocere fino a che l’olio / burro chiarificato non venga in superficie. Aggiungere il kastoori (foglie di fieno greco secco) methi e sale e cuocere ancora per qualche secondo. Alla fine, aggiungere il paneer affettato e cuocere per qualche minuto. Cospargere e servire caldo.

Pakoras

Ingredienti

150 gr. di patate sbucciate a fette di 3 mm. di spessore,
150 gr. di cipolle sbucciate ad anelli,
150 gr. di cavolfiore, a pezzetti,
150 gr. di melanzana a fette di 3 mm. di spessore
per la pastella,
120 gr. di farina,
1 pizzico di lievito artificiale,
1 cucchiaino di peperoncino in polvere,
sale,
85. ml di acqua,
succo di 1/2 limone,
olio per friggere.

Preparate la pastella mescolando la farina col lievito, il peperoncino ed il sale.
Aggiungeteci l’acqua ed il succo di limone.
Lavorate bene il tutto in modo da ottenere una pastella omogenea.
Lasciate riposare per almeno mezz’ora.
Preparate le verdure che immergerete nella pastella.
Passatele nella pastella.
Tuffatele nell’olio bollente.
Levate e scolate una volta ben dorate e cotte.
Servite accompagnate da mango chutney.

Raita di cetrioli
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Ingredienti

1 vasetto di yogurt naturale intero,
un cetriolo,
un peperoncino verde fresco,
coriandolo in polvere, un cucchiaino
pepe nero, un cucchiaino
cumino in polvere, un cucchiaino sale

Lavate il cetriolo.
Riducetelo in fettine sottili.
Affettate in due il peperoncino.
Svuotatelo dei semi.
Sminuzzatelo finemente.
Lavorate lo yogurt con una forchetta.
Unite gli altri ingredienti quando sarà ben liscio.
Mescolate sempre.
Aggiungete il cetriolo per ultimo.
Coprite e lasciate riposare un’ora in frigo prima di servire.

Tandoori Pollo
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Ingredienti per 4 persone:
1 pollo tagliato a pezzi piccoli
500 g. di yoghurt intero
2 spicchi d’aglio
un pezzetto di zenzero (da 50 a 100 g. a seconda dei gusti sostituibile da un cucchiaio raso di zenzero in polvere)
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio di pepe di Caienna (peperoncino in polvere)
1 cucchiaio di paprica dolce
1 cucchiaino di curcuma macinata
1 cucchiaino di semi di coriandolo macinati
1 cucchiaino di cumino macinato
sale marino integrale
olio di semi di arachide

Togliete la pelle ai pezzi di pollo e praticate delle incisioni sulla polpa con la punta di un coltello affilato.
Pelate gli spicchi di aglio e pestateli nel mortaio.
Sbucciate lo zenzero, tritatelo e mescolatelo allo yoghurt e al succo di limone .
Unite l’aglio pestato, il sale e il misto di spezie indicate negli ingredienti.
Fate marinare il pollo in frigo per 4-5 ore.
Scolate i pezzi di pollo dalla marinata e trasferiteli in una teglia con fondo anti-aderente leggermente unta con olio di semi.
Cuocete in forno pre-riscaldato a 200° per 50 minuti circa.
Durante la cottura girate spesso i pezzi di pollo ungendoli con l’olio

Vindaloo di maiale
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Ingredienti :

filetto di maiale, 1/2 Kg.
una scatola grossa di pelati
1 decilitro di aceto
una grossa cipolla
3 spicchi di aglio,
zenzero in polvere,
1/2 cucchiaino chiodi di garofano,
2 cannella, un bastoncino
6 foglie curry
1 cucchiaino semi di cumino,

1 cucchiaino semi di senape gialla,
1 cucchiaino curcuma,
5 grani di pepe,
3 cucchiai ghee,
sale

Tagliate la carne in cubetti di circa 3 cm di lato.
Mettete, in una terrina, un cucchiaio di acqua e uno di aceto.
Immergeteci i cubetti di maiale.
Sgocciolateli e asciugateli.
Sbucciate la cipolla e tritatela.
Sistemate gli spicchi di aglio sbucciati, lo zenzero, i chiodi di garofano, la cannella, il cumino, la senape ed il pepe nel tritatutto e passateli.
Unite una quantità di aceto per ridurre il tutto ad una pasta abbastanza fluida.
Rimestate questa con i cubetti di carne.
Fate marinare in frigo per mezz’ora.
Sgocciolate i pelati e sminuzzateli.
Fate fondere il ghee in un tegame.
Dorate le foglie di curry.
Unite il maiale e la curcuma.
Cucinate mescolando.
Versate dopo cinque minuti il resto dell’aceto e i pomodori.
Salate.
Coprite e fate sobbollire per quaranta minuti.
Volendo, servite il maiale con foglie di coriandolo tritate e accompagnate da riso bollito.

L’angolo dei consigli di viaggio

Evitate assolutamente i viaggi organizzati (chi fa da sé fa per tre)

Preparatevi bene sull’itinerario (internet è una fonte inesauribile di notizie)

Prepararsi psicologicamente chiedendovi se saprete affrontare un viaggio in cui oltre a non avere molte comodità, solitamente mangerete cose a cui non siete abituati.

Preparare bene il bagaglio: portarsi l’essenziale, ma quello giusto, ricordando che tutto il peso in più del necessario dovrete portarvelo sulle spalle per tutto il viaggio (se avete bisogno di vestiario potete sempre comperarlo strada facendo)

Viaggiare sui mezzi locali e possibilmente imparare a memoria alcune parola della lingua locale.

Il numero perfetto per viaggiare non deve essere di oltre quattro persone.

Ricordatevi che siete degli ospiti del paese in cui vi trovate, perciò rispettate i costumi e la morale della popolazione locale.

Non fissate un itinerario troppo rigido, ma siate pronti a cambiare i vostri piani di viaggio.

In India, come in altri paesi del terzo mondo, il tempo ha meno importanza che da noi, perciò non arrabbiatevi se non avete immediatamente quello che volete.

Se dovete fare un acquisto non accettate mai il primo prezzo propostovi, contrattatelo in modo gentile ma deciso, ricordandovi comunque che la trattativa fa parte di un’usanza locale e se non si raggiunge un accordo non è mai il caso di arrabbiarsi.

Non pagate in ogni modo un prezzo eccessivo, altrimenti non solo danneggerete voi stessi ma anche gli eventuali futuri acquirenti.

Evitate in ogni caso di parlare della situazione politica locale e non esprimete giudizi di tipo religioso.

Se avete portato con voi delle penne o del materiale didattico, non datelo ai bambini, ma preferibilmente, andate nelle loro scuole e consegnatelo agli insegnanti.

Se volete fotografare delle persone è buona educazione chiedere prima il loro permesso.

Non pagate in ogni caso nessuno per farsi fotografare, altrimenti creereste dei precedenti e tutti chiederebbero dei soldi.

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in India

 

 
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