India

di Paola Zuliani –
La nostra infanzia è stata accompagnata dai racconti inglesi dell’epoca coloniale o dai romanzi di Salgari, e rimanevamo affascinati dall’atmosfera che il continente descritto dal romanziere italiano suscitava nella nostra fantasia.
Grazie a lui abbiamo sognato uomini eroici dai turbanti ingioiellati, donne splendide che si muovevano in un’atmosfera ieratica, sette assassine che popolavano le giungle rese ancora più pericolose dalla presenza di tigri mangiatrici d’uomini e di serpenti che scivolavano infidi sulle pareti di templi misteriosi dove non si percepiva quasi alcun rumore. Il nostro più vivo desiderio era di essere lì a condividere le avventure con i protagonisti, a cavalcare, attenti al minimo fruscio, sulla groppa di un elefante per una battuta di caccia alla tigre.
Questi ormai sono echi di un passato leggendario.
L’India non è più una colonia, molti misteri e abitudini cruente sono spariti con la partenza degli inglesi da quella che era considerata la perla della corona del regno.
Le tigri, che all’inizio del secolo si contavano ancora a migliaia, attualmente si sono attestate a circa 4.000, ma solo grazie all’intervento d’associazioni protezionistiche che ne hanno impedito l’estinzione.
Il silenzio e la pace che attraverso tali letture sembrava fossero caratteristiche del continente, sono stati soppiantati da un impossibile, disumano, indescrivibile traffico che non rispetta alcun senso di marcia, seguito da un rombo continuo di motori, motorini, vespe tramutate in trasporto di persone, veicoli che nessuno mai oserebbe pensare esistano più al mondo e che qui sgusciano, serpeggiano, sfiorandosi uno con l’altro, colmi fino all’inverosimile di persone e oggetti.
Al di sopra tale rumore, la cui metà dei suoi decibel in Europa sarebbe dichiarata fuorilegge, anche perché seguito ed avviluppato da una densa e proibitiva nube di gas di scarico, altro rumore regna sovrano e continuo fino all’ossessione: quello dei clacson delle vetture e dei vari mezzi, qualunque essi siano, dotati di motore.

Non può neppure essere definito rumore: è la voce della città, implacabile e stentorea, di fronte alle cui onde soccombe qualunque emissione di voce, sia umana sia animale.
La gente non chiama, non grida per richiamare l’attenzione delle persone perché si avvicinino per comprare, i cani non abbaiano, prolificando senza sosta, vagando per le città o dormendo placidi, incuranti di tutto. A questi si uniscono, almeno nei piccoli centri abitati, intere famiglie di maiali che somigliano ai nostri cinghiali, ma senza le zanne, e che girano indisturbati razzolando nei mucchi di spazzatura o nei rigagnoli di liquami a cielo aperto.
Bovini, cani, maiali e asini sono continuamente sfiorati al millimetro da mezzi a quattro o tre ruote che s’incrociano, saettano in tutte le direzioni possibili senza fermarsi di fronte a biciclette e motorini che a loro volta devono essere pronti a sterzare a velocità astronomica senza alcuna preoccupazione per i pedoni che spesso si trovano a dover scegliere tra camminare nella strada in costante stato di tensione e di allerta, oppure tentare di passare con relativa sicurezza sui marciapiedi, laddove esistano e non siano occupati da animali, carretti o letti e tende di fortuna.
La strada, infatti, non è solo traffico inverosimile, brulichio di mezzi, persone e animali che inizia presto la mattina e finisce a tarda ora della sera, ma è anche il luogo ove moltissimi indiani hanno il loro alloggio permanente.
Esistono momenti di tranquillità e di relativo silenzio quando scende la sera e il chiasso diventa brusio, per poi annullarsi del tutto alla luce di lampade a gas o fiammelle che punteggiano i marciapiedi, i parchi, le piattaforme delle stazioni ferroviarie come piccoli fantasmi nell’oscurità.

Moltissimi sono coloro che, occupando i marciapiedi, vendono frutta e verdura su carretti a due ruote. Alla sera si ritirano nelle tende al lato dei carretti, illuminando questa povera realtà notturna con lampade d’acetilene. È uno spettacolo abbastanza abituale perfino in città come Delhi dove, anche sulle radici degli alberi che affiorano e che creano una sorta d’isola sull’asfalto, quando scende la sera, appaiono materassi oppure semplicemente molti s’insediano e si allungano per dormire accanto alle mucche di cui sono proprietari.
I bovini, contrariamente a quanto credano molti stranieri, non sono animali abbandonati a se stessi.
Le vacche hanno padroni, lavorano i campi come in tutti i paesi del mondo, oppure tirano l’acqua, aiutano a trainare carri. Proprio perché animali assolutamente indispensabili per la vita, si fece in modo di evitare che, durante le grandi carestie che flagellavano l’India, le mucche fossero sacrificate per la sopravvivenza umana. Questa è la ragione per cui siano divenute creature da adorare e da proteggere contro qualunque abuso o maltrattamento.
Per le strade si vedono moltissimi tipi di bovini: bianchi, neri, marron, alcuni con la classica protuberanza sul collo che li identifica come autoctoni, molti altri senza, spesso accompagnati da vitelli malnutriti. Incuranti del traffico indiavolato che sfreccia attorno a loro, camminano lungo i marciapiedi, quando esistono, si attestano in mezzo alla strada costringendo i conduttori dei rickshow a motore, le vespe, le moto, le biciclette, a girare attorno a loro creando un vertiginoso carosello di ruote e di fumo di scarico. Abbastanza spesso negli angoli delle strade alcune donne siedono davanti grandi mucchi d’erba fresca stesa al suolo. Non si tratta d’erba per cucinare. Alle donne si pagano, secondo le possibilità, cinque, dieci rupie (come nel nostro caso di stranieri ignari delle “tariffe”), o anche meno, e allora una di loro prende un ciuffo d’erba, secondo il prezzo pagato, e lo dà da mangiare ad un gruppetto di mucche in paziente attesa che qualcuno paghi per brucare.



Così gli animali sono nutriti bene e il passante si è guadagnato qualche punto in più per una vita migliore nell’aldilà.
A parte il disordine, la sporcizia e il caos di gente e d’animali, cui un europeo non è abituato, le strade e i mercati sono uno spettacolo affascinante per chi sia interessato alla realtà dell’India. La vita quotidiana è un continuo alternarsi d’odori che escono da fornelli allestiti sulla strada, d’erbe messe ad asciugare al sole, d’incensi che bruciano nel tentativo di sopprimere odori meno gradevoli. I colori sono ovunque: esplodono allegramente sui carretti che vendono fiori per le cerimonie o per le offerte ai templi; macchiano di rosso, verde, violetto, giallo le rozze tele di iuta su cui sono esposte frutta e verdura di qualità irreprensibile, spuntano nei sacchetti dove si vendono le spezie in polvere, elementi fondamentali della cucina indù.
Dove però il colore domina sovrano è nei sari che indossano la quasi totalità delle donne. Sari di cotone, sintetici, di seta di migliore qualità o di un lusso sontuoso, ricamati o no. Tinte sfumate, delicate o più decise, gialli accostati al rosso o al violetto, verde assieme alla prugna o all’azzurro, turchese mescolato assieme a tutti gli altri, fucsia ovunque, soprattutto negli abiti delle bambine. Colori i cui abbinamenti sarebbero inconcepibili per il gusto europeo, qui creano un’allegra ed elegante combinazione arcobaleno che contrasta con l’inevitabile povertà delle strade.

La mia vita in India si svolge in piccoli centri non “disturbati” dal turismo di massa. Lì il visitatore sarà “aggredito” da infaticabili gruppi di venditori d’oggetti d’artigianato: alla fine, estenuato da un’interminabile trattativa, accondiscenderà a comprare qualsiasi cosa pur di essere lasciato libero.
Nelle città non presenti sui circuiti tradizionali, invece, dove il turismo è quasi inesistente, si scopre un carattere diverso e cordiale e mescolarsi alla gente, udire le loro voci, scambiare sguardi indifferenti, curiosi, gentili, tristi, allegri, sempre profondamente scuri e brillanti diventa un’esperienza indimenticabile e il miglior ricordo del nostro viaggio.
Il passante spesso saluta oppure si avvicina e, stringendo la mano, chiede invariabilmente il nome del visitatore e il suo paese d’origine e, dopo aver detto il proprio nome come se scambiasse un biglietto da visita, se ne va contento di questo piccolo e fugace contatto umano con uno straniero.
Un altro fatto che aumenta la cordialità dell’indiano è che quasi tutti, meno alcuni casi molto sporadici, non solo sono contenti di farsi fotografare, ma addirittura lo chiedono insistentemente. Naturalmente sono i bambini con i quali si può stabilire un contatto più diretto e spontaneo. L’uscita dalle scuole è il momento in cui la simpatia e la curiosità di bambini e genitori è più palpabile. Non appena vedono uno straniero e, nel mio caso una donna europea e sola, si avvicinano con passi incerti, ma spinti da un irrefrenabile impulso di parlare o conoscere uno straniero. I più grandi tenendo per mano i più piccoli, i più arditi vengono incontro con un sorriso simpatico e aperto, le bambine timide in piccoli gruppi strusciando i piedi, ma cominciando già a chiedere qualcosa ancora prima di essere arrivate tanto vicine da poter essere udite. I piccolissimi in braccio dei genitori, che si aprono il passo tra tanta baraonda per posare con i loro figli.
Superato il primo momento di timidezza, si radunano per chiedere di tutto e per lasciarsi ritrarre, pur sapendo che mai si vedranno nella foto, ma orgogliosi di aver lasciato un sorriso a ricordo di se stessi.

L’India però ha anche un altro aspetto, che poi è quello più conosciuto: è il volto della povertà che in alcune città ha il tragico aspetto della più nera miseria.
Qualcuno ha affermato che l’inferno in India esiste ed è nascere intoccabile negli slums di Calcutta.
In queste zone il turista in genere non entra. Tali quartieri sono stati divenuti famosi grazie all’attività di Madre Teresa, che ha reso meno disperata l’esistenza dei loro abitanti, assistiti tuttora dai volontari degli aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo.
Un viaggiatore ha scritto che non si deve andare in India osservando il paese attraverso il finestrino di una macchina con aria condizionata. Questa è una regola applicabile per tutti i paesi che si vogliono veramente visitare: non si dovrebbe viaggiare passando sui luoghi come una goccia d’acqua su un piatto d’olio; piuttosto bisognerebbe avvicinarsi a luoghi e persone senza pregiudizi, senza credere d’essere portatori di verità e di modi giusti di vita.
L’India è uno di quei paesi che si pensa di conoscere abbastanza, ma la realtà è che tutta la vita sociale è ben lungi dall’essere compresa da una mentalità europea.
Per quanto possa sembrare impossibile, qui è ancora in vigore il sistema delle caste, e, fatto ancora più incredibile, esiste ancora una fascia di popolazione che appartiene ai dalit, gli intoccabili, coloro che vivono al margine della società e che non hanno alcun futuro o la minima possibilità di migliorare la propria condizione in un’altra casta. Questo concetto è talmente radicato nella società indiana, che il Mahatma Gandhi, predicando che tutti sono uguali davanti a Dio e auspicando la sparizione delle caste, non fece che attirarsi le ire degli indù più fanatici, segnando così la sua condanna a morte.
La nuova classe dirigente sta tendendo l’integrazione degli intoccabili nella società mediante leggi che, in ogni modo, provocano e provocheranno lunghi conflitti: il concetto di casta è parte integrante dell’idea della purezza dell’individuo su cui si è basata da secoli la società indiana. Essere intoccabile non vuol dire necessariamente essere povero. Molti dalit hanno un lavoro che consente loro d’essere agiati, come per esempio i conciatori di pelli perché il cuoio è un materiale impuro. Semplicemente non possono aspirare a mescolarsi con gente d’altre caste, una sorta di ghetto sociale che impedisce un rapido e più moderno sviluppo dell’economia indiana.
Si sta anche combattendo un’altra tradizione tipica della società indù: quella di sacrificare una vedova sulla pira del marito. Per la verità è molto difficile stabilire se lo slancio della donna sia spontaneo od obbligato mediante droghe.
Quest’abitudine sta morendo naturalmente da sola, ma ci sono ancora casi sporadici di cui si viene a conoscenza solo dopo l’accaduto: in questi ultimi anni si sono verificati due sacrifici. Dopo la morte della vedova, il luogo diventa meta di pellegrinaggio di parenti e amici che innalzano un tempio alla sua memoria. Le leggi contro questa tradizione sono severissime, impedendo tra l’altro ai familiari di ricevere l’eredità dalla defunta, eppure, anche se raramente, ancora si hanno testimonianze di pire innalzate su cui sono arse le vedove.

Altra nota distintiva della società indiana è la molteplicità di religioni.
In India si assiste ad un fenomeno inverso a ciò che avviene in Israele.
Lì un’unica fede identifica una miriade di razze e di lingue. Qui una stessa razza è divisa in una molteplicità di religioni: indù, jainisti, mussulmani, buddisti, sihk per citare i gruppi più conosciuti. Spesso scoppiano lotte sanguinose, com’è successo solo poche settimane fa (dicembre 2002) a Nuova Delhi in uno scontro tra sikh e mussulmani: alla fine il conto di morti e feriti è notevole, arrivando a cifre che ricordano attentati suicidi in altre parti del mondo.
La zona di gran tensione è il Kashmir, enclave mussulmana nell’India indú quando l’ultimo viceré inglese separò il Pakistan dal resto del continente. In India continuano a vivere centoventi milioni di mussulmani: anche se si tratta di una minoranza, è pur sempre un’importante forza che può accendere seri conflitti con il governo centrale, soprattutto in questi momenti di tensione con il mondo mussulmano e particolarmente con il Pakistan.
Induismo e Islam convivono a fianco di decine d’altre religioni e sette. Tra le più importanti quelle dei jainisti e dei sihk.
I jainisti non hanno particolari evidenti che possano definirli come tali. Sono assolutamente vegetariani, tanto che molti arrivano a camminare per le strade con una mascherina davanti alla bocca per evitare che accidentalmente possano ingoiare un moscerino o altro insetto.
Per il resto è difficile riconoscerli come appartenenti a questa religione.
I sikh sono coloro che maggiormente si distinguono da tutti gli altri.
Contrariamente al resto della popolazione di religione indù che porta capelli corti e sì rasa, i sikh non possono tagliarsi i capelli e la barba. Questa è la ragione per cui indossano il turbante, primo segno evidente di appartenere al sikhismo.
Altri distintivi sono: il braccialetto rotondo in ferro, il pugnale alla cintura e spesso una spilla sul turbante che rappresenta una sorta di tridente.
La prima volta che sono andata in India, a Gwalior dove risiedo normalmente, ho incontrato una comunità di sikh; e ogni volta che torno da loro mi ritrovo circondata da affetto e cordialità. Il loro tempio si trova nel recinto del forte sulla collina della città.
Ogni città indiana ha un forte, ricordo d’insediamenti militari, soprattutto mogol, e poi usati dagli inglesi durante la loro permanenza in India. Uno dei più belli che ho visto è quello d’Agra, sontuosa costruzione in pietra e marmi, balaustre traforate, eleganti colonne e lucide cupole di rame dalle cui terrazze si gode una panoramica del fiume e del Taj Mahal.
Questo di Gwalior è una spianata fortificata da una cinta muraria sinuosa e tradizionalmente inespugnabile. All’interno si trovano vari edifici. Il più famoso è il palazzo di Singh. Si tratta di una costruzione, in stile mogol, atipica per la policromia delle piastrelle, in parte cadute, con cui era rivestita la facciata.
Lungo la strada che si snoda dall’entrata principale, salendo verso la spianata, si trovano i templi jainisti. Sono statue di dei scavate nella roccia, enormi bassorilievi di rossa pietra levigata che i fedeli adorano stando in piedi o in ginocchio, immersi in una rigogliosa vegetazione e in un silenzio rotto solo da canti d’uccelli e fluire d’acqua che esce dalle rocce formando piccoli stagni ai piedi delle statue. Alla mia prima visita al luogo, ho veramente ritrovato quell’atmosfera esotica e romantica che avevo sognato attraverso le mie letture d’adolescente. Si procede e si trovano ancora giganteschi bassorilievi di Buddha in piedi o seduto nella tipica posizione del fiore di loto.
Finalmente, arrivati alla fine della salita, si apre la grande spianata dove sorgono molti altri templi, oltre che case private e scuole.
La pace e un senso di vastità dominano nel forte, e la tranquilla passeggiata tra gli alberi e i templi fa apprezzare ancora di più il contrasto con la vita caotica della città che abbiamo lascito in basso. Perfino le poche moto e vespe che passano sembrano non fare rumore, mentre la maggior parte delle persone va a piedi o in bicicletta.
Passando tra templi in pietra di culto indù adornati da centinaia di bassorilievi, non molto grandi, ma tipici dell’architettura indiana, si arriva all’imponente tempio sihk.

I sikh sono originari del Punjhab, una regione particolarmente castigata nella divisione tra India e Pakistan.
Il destino del Kashmir mussulmano, nella spartizione dell’India, è stato quello di ritrovarsi in territorio indù, mentre al Punjhab, sul confine tra India e Pakistan, è stato toccato in sorte di essere smembrato in due parti.
Si sostiene che il maggior movimento di massa nella storia umana è stato proprio quando i sihk, che si trovavano nella parte assegnata al Pakistan, hanno tentato di mettersi in salvo passando il confine indiano.
I racconti dei testimoni di quel periodo sono terrificanti: in nome di una religione o di un ideale seguirono carneficine e barbarie degne d’epoche remote e oscurantiste.
Non c’è tanto scontro tra indù politeisti e sikh monoteisti, quanto tra mussulmani e sikh, entrambi con fedi molto simili tra loro.
La lunga tradizione alla difesa hanno lasciato nei sikh un aspetto di fieri guerrieri, la cui barba imponente, turbante e alta statura non fanno che accentuare.
Queste caratteristiche non impediscono a far sì che i sikh siano altrettanto aperti e cordiali come il resto della popolazione indù.
Non riconoscendo il sistema di caste, i sikh non hanno pregiudizi contro nessuno, e secondo il loro libro sacro, devono dare ospitalità a chiunque la chieda, qualunque sia la razza o la religione d’appartenenza.
I sikh del forte di Gwalior vanno orgogliosi del loro tempio, imponente, di marmo bianco e con candide e lucenti cupole che possono essere viste anche dalla strada della città sottostante.
Sono arrivata la volta dopo che era estate e un nutrito gruppo di loro stava lavorando alla costruzione degli alloggiamenti attorno al tempio, alla strada d’accesso e al giardino circostante.
Tre generazioni si davano da fare con mattoni, calce e cemento, i bambini aiutando i grandi e le donne facendo da mangiare e portando l’acqua.
Mi venne incontro il guardiano del tempio: un tipo dall’aria truce, non molto alto, ma con barba nera e vestito di bianco, e con una minacciosa lunga lancia in mano.
Quell’aria di Cerbero si cancellò come per miracolo sostituendosi ad un sorriso cordiale e simpatico quando chiesi di visitare il tempio e, se possibile, conoscere la loro comunità. Mentre parlavo con il guardiano, in breve tempo si affollarono attorno a me decine di persone, prevalentemente uomini e adolescenti, tutti in ogni modo con aria di simpatia mista a curiosità. Si fece avanti colui che, per tutte le altre visite al tempio, è stato la mia guida e il narratore della loro storia.
Il signor Joginder Singh Pathi è una figura ieratica, una sorta di monaco d’altri tempi. Alto sessantenne, lunga e curata barba bianca, immancabile turbante chiaro sotto cui spicca un viso tranquillo e oscuro, occhi neri, vivaci e penetranti, tenuta impeccabilmente pulita come del resto tutti gli altri, anche coloro che lavorano con calce e mattoni.
Durante le tranquille passeggiate nel recinto del tempio, e nelle seguenti mie visite, mi ha
raccontato la storia e le vicende dei sikh, la loro religione e le loro speranze.
Mi ha mostrato il modo di entrare nel tempio, togliendosi le scarpe e passando a piedi nudi attraverso un piccolo canale con acqua, abluzione rituale prima di calpestare il pavimento sacro; per le donne, l’obbligo di coprire il capo.
Al centro dell’ampio salone si erge una monumentale urna di cristallo. Dentro si alternano alcuni di loro per leggere continuamente, con lieve mormorio, il libro sacro.
In un lato una cassa per le offerte. Che si lascino o no, ad ogni visitatore sarà data una porzione di pasta di mandorle che un altro di loro prende da un piatto e appallottola prima di posarla sul palmo della mano del visitatore. Si tratta di un’offerta per dimostrare amicizia e ospitalità.
Fuori del tempio, come sempre, ci aspettano molti membri della comunità, la maggioranza uomini, ma anche molti ragazzini e donne, per ascoltare, chiedere, sapere quanto possibile della vita in Europa. Così ho potuto conoscere molti membri della comunità: il filosofo che sta studiando Benedetto Croce, il ragazzo dal turbante blu e da straordinari occhi neri che, in una precedente visita mi fece arrampicare su per i ponteggi per poter scattare una panoramica del tempio, e che sta aspettando con ansia che il comune metta il collegamento internet, il guardiano del tempio cui ho fatto scattare alcune foto, e moltissimi altri che si alternano al completamento dell’area attorno al corpo principale. Altri mi insegnano come ci si siede nel tempio e il significato di alcuni gesti di devozione. Alcune donne mi fanno vedere, con malcelato orgoglio, come preparano alcune pietanze.
Puntualmente rimango a mangiare con loro. L’ospitalità è sacra e gratuita, e se non fosse perché devo tornare in albergo e aspettare il mio compagno che è in India per motivi di lavoro, potrei passare la notte in una delle molte camere che si stanno costruendo per poter alloggiare chi arriva al tempio. Sono state costruite un centinaio di stanze, essenziali ma pulite e tutte con un bagno e doccia, tutte in fila sotto al porticato come se si trattasse di celle per monaci di un monastero.
Il locale dove si mangia è molto ampio. Non ci sono né tavoli né sedie, ma solo stuoie al suolo su cui ci si siede con le gambe incrociate e con due ciotole d’acciaio davanti alle ginocchia.
Non c’è un orario preciso, e man mano che si arriva, ci si siede fianco a fianco e si aspetta che, da un angolo della sala, un paio di sikh arrivino con grandi pentole e mestoli. Normalmente servono zuppe di lenticchie, aromatiche e deliziose, un paio di piadine e, nell’altra ciotola, versano acqua. Si mangia con le mani, come del resto in tutta l’India, prendendo un pezzetto di piadina e usandola come cucchiaio per poter mangiare la minestra o altro abbiano preparato. Alla fine il rito del te. Lo preparano bollendo l’acqua con semi di cardamomo, che conferisce all’infusione uno straordinario sapore. Unito al latte e allo zucchero fa della classica infusione una bevanda deliziosa e profumata.
Alla fine del pasto ognuno si alza per lavare le proprie ciotole e lasciarle ad asciugare nell’enorme lavatoio di marmo, ma durante quest’ultima mia visita, sono stata trattata come se fossi una maharani: servita con tutti gli onori senza dover osservare le regole di pulizia delle stoviglie.
L’atmosfera è amichevole e festose e lo diventa ancora di più quando arriva uno straniero. Nel mio caso, ospite ormai conosciuta e oltretutto amante della autentica e piccante cucina indú, la festa si prolunga perché, dopo aver visto le foto che porto loro dall’ultima visita, tutti vogliono posare per lasciarmi un ricordo e per poter avere anche loro una copia. Ovviamente dovranno aspettare che torni indietro e che poi le invii loro per posta. Miracolosamente il servizio locale fa il suo dovere portando, con il caratteristico veicolo rosso, l’attesa busta gialla.
Comincio a salutare perché è ora di tornare giù in città: il cammino è lungo fino al cancello del forte anche se spesso trovo chi mi dà un passaggio sulla sua vespa: quest’ultima volta è una donna, insegnante in una scuola della città. Tutti mi accompagnano per un tratto, e quelli che stanno lavorando sui ponteggi mi fanno cenni allegri con la mano e riescono a dire: “Ciao Paola” ridendo del loro sforzo linguistico.
Mi guardo indietro e vedo ancora i loro sguardi scuri e amichevoli che mi seguono sulla via del ritorno. Jojinder mi abbraccia con affetto e mi chiede di tornare non appena mi sia possibile. Certamente lo farò, come l’ho fatto le altre volte per ritrovare non solo persone stupende, ma anche un’atmosfera di indimenticabile amicizia.

 
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